Il mistero della spesa farmaceutica

Sembra un giallo. Scorrendo le tabelle di Aifa sulla spesa farmaceutica relativa al 2017 risulta che le Regioni non hanno speso 356 milioni di euro che potevano attingere dal fondo per i farmaci innovativi non oncologici (istituito dalla legge di stabilità 2017). Dodici farmaci, quasi tutti per curare l’epatite C. E un totale di 500 milioni da usare ma che per oltre due terzi non è stato toccato. La spesa totale è stata di quasi un miliardo di euro che al netto del payback (cioè il versamento da parte delle aziende farmaceutiche degli importi dovuti alle Regioni) è pari a 143 milioni di euro. Ma le Regioni ci smentiscono il dato e ci dicono di averne spesi di più: 307,9 milioni. Un’altra cosa molto strana, e forse mai vista prima, è che il rimborso a carico delle aziende sia stato addirittura dell’80%. In pratica, queste hanno prodotto e venduto farmaci per guadagnarci appena il 20%. Un errore di calcolo dell’Agenzia del farmaco? O c’è dell’altro? Tonino Aceti del Tribunale per i diritti del malato e Ivan Gardini di Epac onlus hanno detto che se si fosse speso il fondo per intero “si sarebbero potute curare diverse migliaia di pazienti in più”.

I big della telefonia alla prova di Iliad: le tariffe a confronto

Non chiamatele promozioni anti-Iliad perché le compagnie telefoniche, tutte, smentiranno che lo sbarco del quarto gestore le stia mettendo in difficoltà con una fuga di clienti (l’ad di Tim Amos Genish si aspetta addirittura “di finire il secondo trimestre con numeri positivi di portabilità rispetto al passato”). È chiaro, però, che in questi giorni il settore della telefonia è più che mai vivo con molte novità che dovrebbero portare solo risvolti positivi ai clienti (che devono recuperare un po’ di fiducia nei confronti dei gestori dopo l’imbarazzante telenovela della fatturazione a 28 giorni) non solo per le solite offerte estive che, puntuali come sempre, sono comparse sul mercato. Ma anche perché l’offerta aggressiva di Iliad (a 4 settimane dallo sbarco ancora non si conosce ancora il numero delle sim attivate) sta spingendo le altre big a proporre offerte winback moltop accattivanti per cerca di riallacciare i rapporti con i clienti passati all’altro operatore.

È, quindi, d’obbligo chiedersi se le offerte che una volta si chiamavano summer card e quelle per riportare “a casa” gli utenti siano davvero convenienti o semplicemente degli specchietti per le allodole.

Inziamo con Iliad. Per il primo milione di clienti propone un’unica tariffa a 5,99 euro al mese per chiamate e sms illimitati con incluso 30 giga per navigare alla velocità del 4G e 2 giga dedicati in Europa. E, oltre al roaming gratuito verso 65 Paesi esteri, nell’offerta sono compresi anche la segreteria telefonica, il servizio ‘Mi richiami’, il piano tariffario, l’avviso di chiamata, la segreteria visiva e nessuno scatto alla risposta. Mentre il costo di attivazione è di 9,99 euro (anche se l’importo da pagare non è ben evidenziato nell’home page del sito). Sui siti e sui blog specializzati i nuovi clienti Iliad “sono mediamente contenti” a causa dei problemi tecnici che il gestore sta avendo: in primis, il pessimo segnale che viene portato dai ripetitori Wind che fa scaricare la batteria per la ricerca di rete e che consuma i giga a disposizione per la connessione lenta.

Fastweb. L’operatore che ha fatto della trasparenza il proprio cavallo di battaglia distinguendosi dagli altri in termini di chiarezza – ha eliminato tutte le voci di spesa, nonché i vincoli di durata contrattuale (che per gli altri possono variare da un minimo di 12 mesi a un massimo di 24mesi) e le penali per il recesso anticipato – propone Mobile Freedom: 20 giga, minuti illimitati e 100 sms a 10,95 euro al mese. La tariffa Mobile Entry offre, invece, 1 giga, 100 minuti e 100 sms a 1,95 euro al mese. Il costo di attivazione è gratuito, mentre quello della sim è di 5 euro.

Tre fa All-in Prime, un pacchetto che con 7 euro al mese offre 10 giga, mille minuti e mille sms. Con la possibilità di portarsi nel mese successivo i giga non consumati il mese precedente. L’attivazione online è gratuita, altrimenti costa 9 euro. Ma c’è il costo di 3 euro del servizio “Ti ho cercato” se non si disattiva.

Sul fronte Wind , sfumata la possibilità entro lo scorso venerdì di sottoscrivere All Inclusive Celebration (30 giga, 1.000 minuti, 500 sms), si può passare a All Inclusive Online Edition che a 12 euro al mese offre 10 giga, minuti illimitati e 100 sms. Ma quando si acquista si sborseranno 22 euro perchè, anche se non viene riportato chiaramente, c’è il costo della sim (10 euro).

La Tim propone ai clienti (vecchi e nuovi) le promozioni Supergiga & Chat, attivabili fino al 26 agosto. Sono due e durano solo tre mesi dall’attivazione: quella base costa 10 euro e ha 10 giga in 4G; la XL arriva a 40 giga con 20 euro. Per quanto riguarda, invece, la promozione di winback, anche se non c’è una conferma ufficiale da parte degli operatori, quella dell’ex monopolista è la Tim 7 Ipergo con minuti illimitati verso tutti i numeri nazionali e 20 giga a 7 euro al mese. Il costo di attivazione è di 12 euro, oltre al costo della nuova sim. Ed è previsto un ulteriore addebito di 20 euro se la sim non rimane attiva per almeno 24 mesi. Si chiama, invece, Kena Power l’offerta dell’operatore virtuale di Tim che prevede 1.000 minuti di chiamate, 50 sms e 20 giga di traffico 3G.

Vodafone punta su una tariffa non a tempo: Unlimited x2. A 9,99 euro al mese (addebito su carta di credito o conto corrente) si hanno 2 giga e minuti illimitati. Il costo di attivazione è 29 euro in promo a 3 euro se vengono effettuati almeno 149 euro di ricarica. La segreteria costa 1,50 euro al giorno, solo quando si utilizza. Venerdì scorso è stata, invece, lanciato “ho”, il nuovo operatore mobile: minuti, sms illimitati, 30 giga a 6,99 euro con la velocità del 4G.

Tariffe molto competitive che vanno, comunque, soppesate con attenzione per via dei costi nascosti che nel 2017 hanno fatto incassare ai big telefonici 2 miliardi di euro. Inoltre, la concorrenza è bella finché dura: resta sempre politica comune dei gestori aumentare le tariffe grazie alle modifiche unilaterali.

Spiava operai e sindacalisti per la Fiat. L’addio a 99 anni

Il quotidiano livornese Il Tirreno ha dato notizia nei giorni scorsi della morte del generale dell’aeronautica Mario Cellerino, alessandrino di origine, ma residente da tempo a Viareggio. Cellerino, che a novembre avrebbe compiuto cento anni, scrive il giornale di Livorno, “aveva lasciato la divisa subito dopo la Seconda Guerra mondiale nel corso della quale era stato nominato, dopo l’8 settembre, addetto militare dell’Ambasciata italiana a Berlino”. Prima che il conflitto finisse, “fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald. A guerra conclusa, Cellerino fu per 18 anni capo del nucleo Sios-Aeronautica a Torino”, cioè il servizio segreto.

Poi, rammenta sempre Il Tirreno, “lasciò l’Aeronautica per passare alla Fiat, braccio destro di Vittorio Valletta”, il potente amministratore delegato, “e destinato alla direzione di quello che all’epoca era nominato Ufficio Servizi generali della celebre casa automobilistica”. L’ex militare, in verità, capeggiava i servizi di sicurezza interni. Proprio per quella mansione venne coinvolto pesantemente nell’inchiesta dell’allora giovane pretore torinese Raffaele Guriniello, nel 1970, sulle schedature illegali delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat, così come di sindacalisti e di militanti della sinistra. Ne furono scoperte oltre 350 mila. Tutto era nato da una causa di lavoro contro la Fiat promossa da Caterino Ceresa, un ex dipendente che, licenziato, aveva rivelato di avere svolto indagini illecite sul personale e su gente da assumere, o che era in relazione, in qualche modo, con le fabbriche degli Agnelli.

Condannato quarant’anni fa, nel febbraio del 1978, in primo grado a Napoli (dove il dibattimento era stato trasferito per motivi di ordine pubblico) a due anni e nove mesi di reclusione, in appello Cellerino la scampò nel 1979, al pari degli altri imputati (i massimi dirigenti del gruppo, in tutto più di 30 processati), per la prescrizione del reato. La Fiat, in quegli anni, non si poteva condannare: era uno Stato privato, se non lo Stato per eccellenza, arroccato nello Stato italiano.

Cellerino non fu il primo, tuttavia, ad avere fatto sorvegliare e schedare gli operai della Fiat. Agli inizi degli Anni 40 del Novecento si distinse, in quelle attività al servizio degli Agnelli, un altro uomo dello spionaggio: il maggiore dei carabinieri Roberto Navale. Già processato con l’accusa di essere stato uno degli organizzatori dell’assassinio dei fratelli antifascisti Carlo e Nello Rosselli – un’accusa da cui sarà assolto per insufficienza di prove nel 1949 – l’ufficiale, che era stato un agente del servizio segreto militare italiano, il Sim, fu assunto nel 1941 nell’azienda torinese da Valletta come capo della sorveglianza di tutti gli stabilimenti del gruppo. E in questa veste, come ricorderanno alcuni operai dopo la Liberazione, aveva denunciato degli operai che criticavano il regine fascista. Uno di loro fu una tuta blu di Mirafiori, che inviò una lettera alla Corte d’Assise Speciale di Roma che giudicava i fascisti.

“Io sottoscritto Macco Felice operaio della Fiat Mirafiori di Torino – scrisse nella missiva – dichiaro d’essere stato denunciato dal maggiore Roberto Navale e il 18 luglio 1943 arrestato dalla Questura di Torino e tradotto alle Carceri Nuove; motivo della denuncia era perché ‘sobillavo gli operai della Fiat’. È a mie mani copia della denuncia redatta dal magg. Navale: essa potrà essere prodotta a richiesta di Vostra Ecc.”.

Navale si rifece una sorta di verginità politica sostenendo, con l’avallo di Valletta e di altri dirigenti, di avere partecipato alla Resistenza. Militò, a quanto pare, in una brigata nell’orbita del servizio segreto americano, l’Oss, e di cui faceva parte anche Walter Navarra, un ex socialista che negli Anni 80 sarebbe ricomparso alla ribalta, e soprattutto nelle cronache giudiziarie, come amico e collaboratore del bancarottiere Michele Sindona.

Cellerino, invece, era entrato in Fiat nel 1965, l’anno in cui Navale, l’uomo processato più volte per il delitto Rosselli, morì a Torino, ricevendo, al funerale, gli onori militari.

Cinque anni dopo, quando Guariniello scoperchiò lo spionaggio Fiat facendo perquisire gli uffici del quartier generale di corso Marconi e di via Giacosa, a Torino, emerse che l’ex generale del Sios-Aeronautica aveva guidato una incredibile rete spionistica negli stabilimenti e non soltanto in quelli.

Al processo di Napoli, come dovette riferire La Stampa, il giornale della Fiat, l’accusa affermò che “Cellerino (e quindi lo staff dirigenziale della Fiat) nell’arco di cinque anni avrebbe discriminato per ragioni politiche ben sessantamila individui. La cifra vien fuori da questo calcolo: per il periodo dal 1967 al 1971, furono compilate 150.000 schede, mentre gli assunti furono 90.000; se ne deduce che 60.000 persone furono escluse per ragioni ideologiche (comunisti o simpatizzanti)”.

Certo è che nel corso del processo di primo grado, come riportò La Stampa, l’azienda torinese cercò di scaricare Cellerino. “In base alla linea di difesa adottata dagli alti dirigenti della Fiat – scrisse il quotidiano – al processo per le ‘schedature’, il capo dei ‘servizi generali’ e incaricato della sicurezza, Mario Cellerino, acquista sempre più il ruolo del personaggio che ha agito in modo autonomo, geloso delle sue prerogative, persino ‘militaresco’ nel comportamento. L’implicita conseguenza, secondo gli imputati, è questa: ammesso che ci sia stato qualcosa di illecito, cioè che si siano pagati pubblici funzionari per avere informazioni riservate, le spiegazioni non devono essere chieste a loro”.

A salvare tutti, in ogni caso, ci pensò la prescrizione del reato.

Processo a Chinnici

Il magistrato Rocco Chinnici, il capo del pool antimafia degli anni ’80, sul banco degli imputati per ‘’eccesso di legalità’’. Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa testi a sua difesa. E alla fine sentenza a sorpresa, che ribaltando grotteschi luoghi comuni ancora sedimentati nel corpaccione della società siciliana, ricolloca al posto giusto i giudici veri e quelli sedicenti. L’ultima produzione di Ficarra e Picone con la loro Tramp limited è un omaggio in forma di provocazione paradossale al padre del pool antimafia, originario, come Valentino Picone, di Misilmeri, paese in cui, da un’idea di Giovanni Furnari, regia di Marco Correnti, nasce ‘’Processo a Chinnici’’, un corto di 26 minuti interpretato dagli studenti della media ‘’Cosmo Guastella’’, impegnati a processare il giudice secondo i modelli sub-culturali di 30 anni fa. E così dalle domande del pm donna (‘’lo sono anche i giudici – dice Furnari – non avrei mai dato un microfono ad un mafioso’’) Chinnici deve difendersi dall’accusa di essere stato un sovversivo nel pretendere l’applicazione della legge: “Ma chi te l’ha fatto fare?”, “perché non ti mettevi a libro paga dei politici?”, “hai rovinato tanti padri di famiglia”, arnesi tutti di un modo di pensare di 30 anni fa per nulla scomparso nella Sicilia del Terzo millennio. Testi “a discolpa” Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa, che alla fine riconquistano il proprio ruolo esautorando la giuria farlocca ed emettendo la sentenza, anche in nome di Chinnici: “Ci avete assassinato, ma le nostre idee e nostri valori restano a testimonianza delle generazioni presenti e future”. Presenti nel corto Caterina e Giovanni Chinnici, figli del giudice Rocco, a completare questo lavoro alfabetizzazione sociale “di una società civile – come dice il pg Roberto Scarpinato – che ignora la realtà della mafia”. Anche in forma di provocazione, come hanno già fatto Ficarra e Picone, portando a galla in molte scene de L’ora legale il paradosso di una Sicilia immutabile tra clientele e assistenza, terreno di coltura di Cosa nostra.

Il Caravaggio di Cosa nostra “è integro e si trova in Sicilia”

Rubato una notte di pioggia da una batteria di ladri, poi consegnato alla mafia e rivenduto in Svizzera a ricettatori senza scrupoli che l’hanno frantumato in sei-otto parti, come sostiene la commissione Antimafia, oppure ancora integro nel suo originario splendore e conservato a casa di un boss palermitano, come sostiene uno dei collaboratori più informati dei segreti tra Stato e Cosa nostra, Franco Di Carlo?

Per risolvere il giallo del Caravaggio rubato dall’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, la Procura riparte dall’interrogatorio di Guido De Santis, uno dei (presunti) ladri che quella notte, secondo il pentito Gaetano Grado, staccarono dalla cornice la tela con un taglierino, la caricarono su un furgone Om per poi, scoperti da Grado, consegnarla allo stesso boss, che l’affidò al suo capo mandamento Stefano Bontade e da questi venne infine “girata” all’allora capo dei capi Tano Badalamenti, in contatto con un ricettatore svizzero venuto in Sicilia per acquistarla. E per dividerla “in sei o otto pezzi”, come si usava allora per accarezzare l’ego degli acquirenti, tutti così possessori di un pezzo del Caravaggio, e ovviamente realizzare il massimo profitto. Ma questa è solo l’ultima verità raccolta dalla commissione Antimafia che riscrive 25 anni di indagini dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico, più volte arrivati ad un passo dalla tela che il pentito Giovanni Brusca indicò come uno dei prezzi della Trattativa (Natività in cambio di un alleggerimento del 41 bis) e Salvatore Cancemi come un “trofeo” esposto da Cosa nostra durante le riunioni della Cupola.

Per anni gli investigatori dell’Arma seguirono una pista che partiva da un’imbeccata del fratello di un boss della famiglia di Porta Nuova, interrogato in un paesino della Calabria, dove faceva il commerciante: “Il Caravaggio me lo ricordo bene – disse –, ci ho pure passeggiato sopra, visto che lo avevano srotolato nella stanza dove era sistemata la mia brandina. Ricordo che era rovinato in uno degli angoli, lo hanno strappato leggermente tirandolo fuori dall’ascensore”. Da quella casa nei pressi di corso Tukory, nella zona dell’Università, il quadro sarebbe stato portato a Ponte Ammiraglio e affidato al boss Pietro Vernengo, per poi finire nelle mani di Rosario Riccobono, a capo della famiglia di Resuttana, dalla parte opposta della città, per poi finire di nuovo alla cosca di Porta Nuova, a Gerlando Alberti, detto ’u paccarè, che l’avrebbe seppellito avvolto in un tappeto dentro una cassa in un terreno di sua proprietà.

A rivelare questi ultimi dettagli fu suo nipote, Vincenzo La Piana, che indirizzò i carabinieri nel luogo del seppellimento avvertendo che probabilmente non avrebbero trovato nulla: “Difficilmente mio zio ha lasciato lì il suo tesoro”. E nulla venne infatti trovato, ma si scoprì che ’u paccarè aveva tentato di vendere il quadro per ben tre volte, come riveleranno altri collaboratori: la prima a Milano, con il trasporto della tela, la seconda nel ’74, nella zona di Torino, e due carabinieri infiltrati arrivarono ad un passo dal recupero. E la terza nel ’79, poco prima dell’omicidio di Boris Giuliano, quando a trattare l’affare fu un agente dell’Fbi, già della Cia e della Dea, amico di Giuliano: Tom Tripodi, una carriera spesa tra la Baia dei Porci a Cuba nel ’62, la custodia di Joe Valachi, il primo pentito di Cosa nostra in Usa e la caccia a Che Guevara in Bolivia. Tripodi si finse un emissario delle famiglie americane e arrivò anche lui ad un passo dal quadro. Che, per l’allora comandante del Nucleo tutela patrimonio artistico, il generale Roberto Conforti, scomparso lo scorso anno, che coordinò con grande passione e professionalità quella lunghissima indagine, sarebbe ancora integro: “Le tracce partono da Palermo e a Palermo si fermano, o lì tornano. Quel quadro forse non si è mai mosso dalla Sicilia. Probabilmente l’opera è nella disponibilità di qualche grosso esponente della delinquenza organizzata”, dichiarò nel 2002.

Ed è la stessa convinzione del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo, che il quadro ha recentemente dichiarato di averlo visto nella casa di un boss di Partanna Mondello, nel 1981. “Ero stato contattato per via delle mie conoscenze all’estero e dei miei interessi in Inghilterra – ha detto –, mi venne chiesto se avessi potuto adoperarmi per piazzare la tela del Caravaggio presso qualche magnate amante dell’arte o attraverso aste. Ma dopo il 1981, anche a causa della guerra di mafia, non ne seppi più nulla. Secondo me la tela è integra ed è ancora in Sicilia”. E le parole di Grado? “Probabilmente – è la convizione di Di Carlo – fa confusione con un’altra vicenda legata ad un’opera d’arte. Una statua che, quella sì, venne portata in Svizzera, a Ginevra, dopo essere stata periziata da un’esperta”.

Alla Procura il compito di risolvere il nuovo giallo.

L’acqua contaminata usata per gli incendi sul Vesuvio

Una pacchia, questa sì vera e senza fine. Profitti garantiti, costi bassi e, non di rado, devastazioni ambientali che restano in carico alla collettività. I gestori delle cave, in Italia, hanno vita facile con pochi controlli, guadagni enormi e senza lasciare niente allo Stato. Come succede a Comiziano, in provincia di Napoli, dove, secondo l’accusa della Procura, c’è stata la compromissione dell’acqua di falda. Una storia che si inserisce in un quadro nazionale dove gli impatti ambientali sono alti mentre restano bassi i ricavi per lo Stato.

Come dimostra l’ultimo rapporto sulle cave realizzato da Legambiente: “Le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni sono ridicole – si legge nel dossier, aggiornato al 2017 – in confronto ai guadagni del settore. Il totale nazionale di tutte le concessioni pagate nelle regioni, per sabbia e ghiaia, arriva nel 2015 a 27,4 milioni di euro (…). Cifre ridicole rispetto ad oltre un miliardo di euro l’anno ricavato dai cavatori dalla vendita, un dato che rimane sbalorditivo e che ha visto un aumento medio dei prezzi dovuto principalmente alla minore quantità di materiale estratto e quindi disponibile sul mercato”.

Insomma le attività estrattive “mangiano” il territorio, mutano il paesaggio, ma a guadagnarci sono solo i privati. In troppe regioni, ancora, mancano piani cave e in alcune sono inadeguati i vincoli e mancano completamente gli obblighi di recupero ambientale.

Ma cosa succede all’estero? Se fossero applicati i canoni in vigore nel Regno Unito (20% del valore di mercato contro il 2,3% medio dell’Italia) si recupererebbero 545 milioni di euro all’anno di incassi per le Regioni. Dal primo Rapporto Cave di Legambiente, del 2009, si può stimare che siano stati sottratti canoni per oltre 3,5 miliardi di euro. Abbiamo perso 3,5 miliardi di euro, dati ai privati che lucrano sul nostro territorio. E il problema riguarda tutto il Paese. Nel 25% dei comuni italiani, oltre duemila, c’è una cava; quasi in mille comuni ci sono due cave. E in 1680 comuni c’è una cava abbandonata. Un settore che, come da anni sottolinea la direzione nazionale antimafia, registra diffusi illeciti ambientali. E se le regole e i controlli mancano, l’imprenditoria criminale fa bingo devastando ambiente e casse pubbliche. Quello che è successo a Comiziano, in provincia di Napoli, riassume bene la pacchia-cave.

A Napoli è in costruzione la linea metropolitana. Gli scarti di un cantiere vengono portati presso una ditta: la EdilCava di Torre del Greco dei fratelli Di Ruocco, che avrebbero dovuto trattare i materiali e, incontaminati, li avrebbero dovuto scaricare (come sabbia) presso la cava che sorge a Comiziano, gestita da Isidoro Tanagro, Giovanni e Francesco Apostolico. Una cava autorizzata alla ricomposizione ambientale dalla Regione Campania. Secondo il gip Federica De Bellis, su richiesta della Procura di Napoli, pm Maria Cristina Ribera e Gloria Sanseverino, è successo altro: ora i cinque imprenditori sono tutti agli arresti domiciliari accusati di traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale. Come hanno scoperto polizia provinciale e carabinieri del Noe, guidati dal maresciallo Mario Taliento, i rifiuti presso la Edil Cava venivano fintamente trattati e andavano contaminati, inquinati, presso la cava a Comiziano.

“Le cave, negli ultimi anni, nell’assenza di controlli della pubblica amministrazione – racconta un investigatore – sono diventate discariche mascherate dove si massacra il territorio senza che la popolazione si accorga di nulla”. La cava di Comiziano, così l’azienda EdilCava, sono sotto sequestro; l’inchiesta è iniziata proprio indagando su un’altra cava dove avveniva esattamente la stessa movimentazione. Filippo Di Ruocco era già stato coinvolto in un’indagine, ma ha continuato a lavorare. Lo scorso novembre, a Comiziano, il sindaco Paolino Napolitano, senza disporre la chiusura della cava, aveva, richiesto la bonifica della stessa dopo le analisi effettuate dall’Arpa che evidenziavano la presenza in eccesso di cromo esavalente.

Ora l’inchiesta, dopo le analisi, conferma che c’è stata la compromissione significativa e misurabile dell’acqua di falda e del suolo “attraverso l’inquinamento da cromo esavalente (sostanza cancerogena), idrocarburi e anche amianto”. L’acqua del laghetto, dove sorge la cava, è stata utilizzata anche per lo spegnimento degli incendi sul Vesuvio “determinando – si legge nell’ordinanza – più che verosimilmente danni incalcolabili all’intero ecosistema già gravemente compromesso del parco nazionale”. I rifiuti movimentati illecitamente sono almeno 72 mila che hanno prodotto un guadagno per gli imprenditori coinvolti di quasi un milione di euro dovuto alla ricezione non autorizzata di rifiuti e al mancato trattamento. Per capire la pacchia basta leggere nella proroga dell’autorizzazione regionale quanto i gestori hanno pagato al Comune: 2 mila euro. La pacchia infinita e ignorata. L’indagine ora dovrà chiarire eventuali coperture e collusioni.

L’incredibile avventura del principe di Trabia in due missioni segrete

Due erano gli uomini in assoluto più eleganti in Europa nella stagione a cavallo tra le due guerre mondiali. Due siciliani, uno di Catania, l’altro di Palermo. Sono l’ambasciatore Filippo Anfuso, residente in via Pacini, una traversa di via Etnea e Raimondo Lanza Branciforte, il principe di Trabia, domiciliato a palazzo Butera e il castello marino. Due temibili seduttori, uno andrà a ispirare un invidioso Vitaliano Brancati col Don Giovanni in Sicilia, l’altro – nella tragicità del suo stile – detterà le note struggenti deL’uomo in frac, la celebre canzone esistenzialista di Domenico Modugno. Sono due uomini di una guerra, il secondo conflitto mondiale, e sono entrambi amici di Galeazzo Ciano.

Il ministro degli Esteri del governo Mussolini, figlio di Costanzo, vedeva in loro – due perfetti modelli di educazione e charme – una garanzia di lealtà e disinteressata collaborazione ma se il primo seguirà gli eventi tragici fino a Berlino, capo della delegazione diplomatica, sarà il secondo, nell’incredibile avventura di una missione segreta – anzi, due – a tentare l’impossibile e scongiurare così il peggio. Nell’arco di tempo che va dal 3 settembre 1939 al 10 giugno 1940, quando l’Italia entra in guerra, c’è il dipanarsi di Quando si spense la notte. Il principe di Trabia, la spia che non voleva la guerra (Feltrinelli). È il racconto con cui Ottavia Casagrande – Raimondo è suo nonno – realizza, di certo, il “primo romanzo di spionaggio italiano”, ma anche il qualcosa di più che da sempre manca nella storiografia nazionale: la bella scrittura che bene spiega. E che al meglio diverte se si pensa che il tutto di quella vicenda, sulle spalle di un eccentrico e irresistibile sregolato, è anche un appuntamento con l’irripetibile seduzione di un’epoca. Chi s’avventura nel paragone con James Bond – a proposito di questa prosa – inciampa in sottrazione perché è un inveramento carnale quello del principe di Trabia con l’avventura, non un genere, e neppure una fantasia, tanto il lavoro di recupero dei materiali, fatto dalla nipote è andato incontro al rigore della comparazione coi documenti e con le testimonianze.

Travestito da suora, il principe, attraversa la Francia e si affianca a Cora, una spia inglese, e nel sedurla deve pure salvarla dal suo stesso dovere – ovvero arrestarla – e si conduce, ancora una volta in bilico, tra la gioia di vivere e il buio incanto della morte. Ancora una volta, appunto, perché in lui – un esemplare di destino dell’altrove – si svela la partitura dell’addio al mondo. Mi toccherà ballare era il titolo con cui quattro anni fa, Ottavia Casagrande – charmante lei, irresistibile perfino più del nonno – svegliò il ricordo di ciò che fu lui, chiamato a giocarsi tutto per esistere, fino al punto di bruciare la vita. E la notte.

“La lotta alla mafia è diventata la mia questione di identità”

Che meraviglia vedere le emozioni dei giovani. Anche se qui ero parte in causa. Perché la giovane di cui parlerò è stata mia allieva. E perché l’opera che è stata premiata porta la mia prefazione. Ma ho provato a guardare il piccolo, minuscolo film che vi racconterò come se avessi dovuto auscultare i respiri di una generazione che sogna. Perciò, a sua insaputa, ho passato quasi un pomeriggio a studiare Arianna in trasferta. A Lamezia Terme, la città in cui da anni si svolge “Trame”, il primo festival dell’editoria antimafiosa inventato in Italia, luogo di appuntamento fisso per studiosi e giornalisti, politici e magistrati. Ecco, Arianna Zottarel appartiene all’anonimato dell’antimafia, almeno per il pubblico di Lamezia. Eppure è giunta qui da protagonista proprio perché anonima.

Perché ha partecipato al primo concorso promosso da “Trame” per gli autori di un’opera prima. Premiamo un giovane, hanno pensato i promotori. Poesie, fumetti, racconti o saggi inediti, tutti in gara. Arianna ha vinto con “La mafia del Brenta”. Ha presentato una rielaborazione della sua tesi di laurea sulla celebre “Mala del Brenta” cresciuta in Veneto tra gli anni ottanta e novanta. La guidava un bandito di nome Felice Maniero, capace di spargere il terrore, ma anche di corrompere professionisti e funzionari e agenti pubblici. E perfino di guadagnare consensi popolari a Campolongo Maggiore e dintorni, in provincia di Venezia, il quartiere generale della banda. La chiamavano “mala” ma era “mafia” bella e buona, come spiegarono poi i giudici che la condannarono. Solo che in Veneto era politicamente scorretto usare quel termine per un’organizzazione guidata da un veneto, senza sangue siciliano o calabrese, e senza una storia di soggiorni obbligati alle spalle. Per questo Arianna, veneta purosangue (“sono venuta a Milano per amore”), dopo avere letto qualcosa in proposito ha pensato che le cronache d’epoca e le prime ricostruzioni storiche non la soddisfacevano, che i vizi e le debolezze civili della sua terra andavano indagati senza pregiudizi. E ci ha fatto la tesi, poi ci ha lavorato sodo ancora un anno. Atti giudiziari letti di diritto e di rovescio, nuove interviste sul posto, incontri anche con ex banditi, uno dei quali sarebbe poi stato riarrestato. Bisognava vederla nel sole basso di Lamezia, mentre si aggirava tra palchi e vie, prima della presentazione, infilata in programma tra nomi come Caselli e Gratteri, Enzo Ciconte e John Dickie. Era venuta dalla Milano cosmopolita, eppure sembrava che fosse proprio Lamezia il paese delle sue meraviglie. Quasi ogni nome in cartellone le ricordava libri letti o consultati.

Disciplinata nei gesti eppure con il fiato al galoppo, eccola accomodarsi su una poltrona accanto al direttore artistico del festival, Gaetano Savatteri, e all’editore Lillo Garlisi. E poi eccola fotografata nella veste di vincitrice, imbarazzata a sciogliersi nel suo accento veneto. Prima di parlare ha confidato sottovoce “Sto malissimo, stamattina ho pure pianto, mi calmerò, stia tranquillo, ma sono felice e spaventata insieme, lei lo sa che non mi piace essere al centro delle attenzioni, se potessi mi nasconderei”.Poi però è stata costretta a parlare. E nessun nascondino è stato più possibile. Così ecco la piccola, bella storia, “sono di Treviso ma ho fatto le scuole a Venezia”, e il suo progetto: “Attraverso questa storia ho voluto rivedere tutte le cose che conoscevo della mia terra con occhio diverso”. L’onesta ammissione, “ci sono altre storie scritte bene”, ma anche la rivendicazione della sua novità, “ma mancava una cornice capace di rispondere ai miei perché”. Arianna ha raccontato se stessa e il libro mentre il pubblico la seguiva con simpatia. E ha indicato il problema per lei più grande: “Mi colpisce il conflitto culturale che esiste tra il Veneto e il resto d’Italia nel rileggere questa storia”. Già, la rimozione, la classica brutta bestia (il “drago”) che incontra chiunque si accinga a studiare o combattere il fenomeno mafioso. Il Veneto che si credeva innocente. Ma anche una narrazione nazionale che cede spesso al fascino del bandito soprannominato “Faccia d’angelo”. Ha spiegato che per lei la lotta alla mafia è diventata una questione di identità. Di amore per il proprio paese e di speranza di vedere sconfitti un giorno i poteri illegali. Applauso. Gli occhi di Arianna luccicavano. Non ci sono solo i premi televisivi, o i vernissage di moda, a fare emozionare i giovani. Ci riesce anche un piccolo premio editoriale sulla mafia. Per fortuna.

Mica siamo degli Scamarcio qualsiasi, siamo zingari

“…C’era solo da stare, fermarsi e ascoltare. Sì perché il vecchio, proprio lui, il mare, parlò a quella gente ridotta, sfinita, parlò ma non disse di stragi, di morti, di incendi, di guerra, d’amore, di bene e di male, non disse… lui li ringraziò solo tutti di quel loro muto guardare”. Caro Coen, un omaggio, le parole di un milanese grandissimo, Enzo Jannacci. Alcune frasi della sua canzone-poesia Zingari, anni Sessanta del secolo passato. In quel tempo la tua Milano produceva poeti, anche strampalati e con delle facce un po’ così, ma capaci di toccare cervello e cuore della gente. La pancia no, quella venne decenni dopo, quando rancore e odio diventarono politica, governo. Ministro. Dice ma se parlate sempre di Salvini fate il suo gioco. Quindi? Lo lasciamo da solo a seminare minacce e sputare sentenze? Facciamo finta di non vedere il veleno che ha già iniettato nel corpo della società? Dovremmo ridacchiare quando considera i dieci giorni in mare passati da donne, bambini, feriti, gente scioccata da quella lesione dell’anima che è la migrazione, una piacevole crociera? Noi, caro Coen, saremo anche malmessi, fuori tempo, anche fuori dal nuovo galateo giornalistico che qualcuno vuole imporci, ma non siamo degli Scamarcio qualsiasi. Al tempo non abbracciammo Nichi Vendola, oggi non dobbiamo stringerci attorno al patriota Salvini. Parliamo e parleremo. Quindi viva Paolo Rossi e viva tutti gli artisti che a Milano e altrove hanno deciso di riprendersi la parola. Il mio amico Peppe Lanzetta, è finalista al Premio Tenco con l’album “Non canto, non vedo, non sento”. “Mediterraneo, Mediterraneo sporco. Mediterraneo amaro, Mediterraneo amore. Tienimi con te/Abdoul, Slim, Totore, Nagim, Tonino/Trase, trase/Padre dei miei fratelli sbarcati da zattere chiamate felicità… A Lampedusa ‘o mare è nfuso…”. È uno dei pezzi dell’album, si chiama Mediterraneo. In tempi di oscurità le parole dei poeti sono la luce.

Alla festa per i 65 anni del cantastorie Paolo Rossi

C’è la brava Roberta Carrieri. Canta Djelem djelem, l’inno del popolo rom. Voce struggente, addolorata. Orgogliosa. C’è il milanese Cinaski, al secolo Vincenzo Costantino, classe 1964. Ha scritto piccoli grandi capolavori: Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare. Clandestinità: mr Pall incontra mr Mall, a quattro mani (e guantoni: come un incontro di pugilato) con il complice Vinicio Capossela. Sfoglia le pagine del suo Nati per lasciar perdere. Premette e promette: “Stasera vi dico ciò che mi piace. Dire quello che non mi piace, invece, sarebbe fin troppo facile, di questi tempi”. È la sera di venerdì 22 giugno. Siamo al circolo Arci “Ohibò”, dietro lo scalo di Porta Romana e corso Lodi: sopra c’erano una volta le celle del commissariato locale, il posto del circolo era occupato dall’archivio della polizia. Le celle sono diventate camere di un hostel. Festeggiamo Paolo Rossi. Compie 65 anni. Mestiere: attore. Cantastorie. Anarchico e rivoluzionario. Rompe le scatole agli ipocriti. Denuncia questa società incattivita. Irride la politica dell’odio e dell’esclusione. Trafigge “l’ignoranza al potere”. Ed è subito Paolo Rossi: “Io farò un numero di circa due ore e 45 minuti. Perché la torta è poca e quindi la mia missione è quella di fare andar via più gente possibile… l’economia non è una cosa… siamo in tanti, si divide in tanti; siamo in pochi c’è tanta torta… io non lo so se c’è. Mi han detto che c’è… sembra il governo…”. Un’ora dopo conclude con un blues sulla libertà. Un bimbo compulsivo, cattivo ed impaziente arriva alla cassa del supermarket. C’è coda. Inizia a insultare la cassiera. Che è lì da 8 ore. Chiede alla mamma di calmare il figlio. La madre dice che non può, gli ha dato un’educazione libertaria. Senza divieti. Un tizio che le sta dietro, afferra uno yogurt, lo apre e lo rovescia sulla testa della donna: “Anche la mia mamma mi ha cresciuto libertario”. Il terzo in fila dice: “La mia mamma mi ha fatto studiare dai gesuiti. Però lo yogurt lo pago io”. Caro Enrico, Salvini è di Milano. Pure gli yogurt della Centrale del Latte.