Da quando Baggio non gioca più…

C’è stato un tempo, come nel 1982 quando campioni del mondo lo eravamo davvero, di nome e di fatto, in cui l’Italia vantava giocatori che nel loro ruolo avevano pochi rivali al mondo come Scirea e Bruno Conti, Tardelli e Paolo Rossi, Cabrini e Gentile (e saremmo tentati di aggiungere Zoff, Oriali e Antognoni), e così per molti anni a seguire grazie a Baggio e Maldini, Totti e Del Piero, Baresi e Nesta, Zenga e Zola. Un tempo in cui non solo eravamo fra i più bravi al mondo, ma i più bravi del resto del mondo venivano da noi: cominciarono Maradona e Zico, Platini e Rummenigge, Krol e Junior, Matthaeus e Gascoigne e continuarono Gullit e Van Basten, Voeller, Savicevic e Weah, Zidane e Nedved, Bergkamp, Ronaldo e Roberto Carlos, Veron e Crespo.

C’è stato un tempo, fino agli sgoccioli del millennio, in cui in Italia la Serie A era il Paradiso del Pallone in terra, ma poi quel tempo è finito: senza che nessuno se ne accorgesse, lanciasse un allarme, dicesse niente. E così siamo arrivati a oggi, giugno 2018, con i Mondiali che infuriano, la gente che delira per Croazia e Messico e l’Italia quattro volte campione del mondo a casa, e nonostante questo cieca di fronte al proprio sfacelo. Mentre in Russia Cristiano Ronaldo e Modric incantano il pianeta, nel pollaio italico si pensa a riesumare la salma di Tutankamen Abete per farne il nuovo (sic.) presidente federale e si continua a ingannare la gente spacciando per sensazionali colpi di mercato come Nainggolan (nemmeno convocato dal Belgio) all’Inter, come Emre Can (out in Germania) alla Juventus, come Pastore (out in Argentina) alla Roma, per non parlare dei colpi in canna come Suso (out in Spagna) all’Inter, come Callejon (idem come sopra) al Milan, come Rafinha (out in Brasile) che tutti vogliono ma nessuno se lo piglia. E insomma: una volta avevamo i numeri uno al mondo, roba da Maradona e Ronaldo, per intenderci, mentre oggi fingiamo di delirare per giocatori che non sono nemmeno nei primi 30 dei loro paesi; e con questa mercanzia (per non parlare dei nostri, visto che gli eredi di Gentile e Cabrini sono De Sciglio e D’Ambrosio) pretendiamo di riempire gli stadi e di vendere il calcio in tv al prezzo della Fontana di Trevi. Invece sarebbe il caso di dirlo: da 15 anni le tv ci rifilano un caviale & champagne che è cibo per gatti. Il supercannoniere dell’Inter, Icardi, i Mondiali li sta guardando in tv; sugli assi della leggendaria Juventus meglio soprassedere con Dybala e Higuain soprammobili di lusso, Cuadrado spedito sotto la doccia dopo mezzora, Szczesny subito a farfalle, Khedira gatto di marmo e Benatia da Tso (“Cristiano Ronaldo ci ha fatto gol ma è un giocatore normale”, è persino riuscito a dire). Sapete invece chi si sta facendo onore? Quelli che non erano nessuno e sono stati inventati campioni da Sarri a Napoli (vedi Mertens, vedi Koulibaly) e quelli che noi da veri schizzinosi abbiamo gettato nella differenziata come Coutinho, che nel Brasile sta mettendo in ombra Neymar, o Kovacic che compativamo. E che gioca nella Croazia del mal sopportato Brozovic nerazzurro e di quel Mandzukic che alla Juve deve fare il terzino per fare spazio a cuor di leone Higuain, quello che ogni volta che c’è un match che conta se la fa sotto e si nasconde. Capita, nel Luna Park impazzito del calcio di casa nostra.

Come Enrico IV, Macron nominato sacerdote onorario di San Giovanni

Nemico numero uno per il governo gialloverde (o gialloblu) di Roma, ma non per il Vaticano. C’è un Tevere festante che domani accoglierà Emmanuel Macron in visita al Palazzo Apostolico per incontrare papa Francesco e discutere ovviamente anche di migranti.

La trasferta vaticana, non italiana, del presidente francese avrà poi un solenne momento nel primissimo pomeriggio, alle 14 e 30, nella basilica di San Giovanni in Laterano, sede della diocesi di Roma e quindi di Bergoglio “vescovo” della Capitale. Qui Macron rinnoverà un rito che risale al Medioevo e che fu interrotto solo per alcuni anni dopo la rivoluzione francese, fino al 1814. L’ottavo presidente della Quinta Repubblica transalpina diventerà infatti “primo e unico canonico onorario” del capitolo lateranense: un privilegio nato ai tempi di Enrico IV il Grande, all’inizio del 1600.

Canonico vuol dire presbitero, cioè sacerdote. Un prete onorario, insomma. Tutto cominciò nel 1483 quando re Luigi XI donò al capitolo di San Giovanni dei diritti sull’abbazia di Clairac, nel sud della Francia. Ma fu Enrico IV, appunto, a rendere effettivi quei diritti nel 1604. Per ringraziarlo il capitolo gli concesse il titolo di canonico onorario e fece erigere una statua bronzea in suo onore, tuttora collocata nel portico di Sisto della basilica.

Con i secoli i diritti su Clairac sono svaniti ma non l’antico privilegio. Non solo. Ogni anno, il 13 dicembre, festa di Santa Lucia e compleanno di Enrico IV, a San Giovanni si celebra la Missa pro natione Gallica per rinnovare il legame con la Francia: durante la liturgia viene incensato il vertice massimo della repubblica cugina, di solito rappresentato dall’ambasciatore presso la Santa Sede.

Tra i sette predecessori di Macron sono stati in tre a non accettare il titolo di protocanonico onorario in nome della laicità rivoluzionaria: Georges Pompidou (1969-1974); François Mitterrand (1981-1995); François Hollande (2012-2017). L’ultimo canonico è stato Nicolas Sarkozy nel 2007.

La “cura” Salvini è in grado di rimodellare l’elettore 5Stelle

Sembra opinione diffusa, tra chi non ha votato per il M5S, che chi li ha votati dovrebbe ora pentirsi, scusarsi, cospargersi il capo di cenere. Dai social ai giornali è un profluvio di appelli tra l’indignato e il sadico: come vi siete permessi di non votare Renzi? D’Alema? Il risultato è un governo xenofobo a trazione Lega! A questi sberleffi non pare però corrispondere alcun profluvio di mea culpa da chi il M5S l’ha effettivamente votato, chiusura dei porti o no, censimento dei rom o no. Certo, negli ultimi sondaggi il M5S è calato di circa tre punti, quasi raggiunto–forse scavalcato–dalla Lega. Una (piccola?) parte del voto era effettivamente di protesta, veniva davvero da sinistra, e svanisce ora, prevedibilmente, col Salvimaio. Ma questi non sono mai stati veri elettori del M5S.

Colpisce, anzi, la portata limitata del calo, a fronte delle posizioni incendiarie di Salvini: per i sondaggi il 79% dell’elettorato 5S è d’accordo con la chiusura dei porti. Ma l’elettorato 5S non era fluido? Non era in attesa di una sinistra vera per tornare all’ovile? Pare di no… Vuol dire allora che il M5S è in realtà sempre stato di destra–razzista e autoritario? Queste sono due letture comuni e speculari, predicate però su due errori di fondo. Il primo errore è pensare che il voto individuale sia fatto transitorio, senza influenza alcuna su ciò che l’elettore sarà disposto a credere e affermare in futuro. Il secondo è considerare le preferenze e i convincimenti di ciascuno come dati, immobili. Dalla combinazione di questi assunti nascono analisi per cui o l’elettorato 5S è caratterizzato da valori e convincimenti intrinsecamente di destra, e vota il M5S perché il M5S è fondamentalmente di destra, o è caratterizzato da valori e convincimenti più progressisti, nel qual caso vota M5S per mancanza di un’alternativa credibile e più organicamente allineata ai suoi valori. Entrambe le analisi sono di volta in volta confermate e poi smentite dalle prese di posizione contraddittorie del M5S (reddito di cittadinanza e flat tax; porti chiusi e porti aperti; tolleranza zero per gli indagati altrui ma non per i propri), alle quali il suo elettorato si allinea senza troppa difficoltà. In realtà, il voto non è fenomeno transitorio, ma investimento di medio-lungo periodo. Non solo perché nel movimento, nel candidato si investono le proprie speranze, ma nel senso che vi si investe sé stessi.

Dietro il voto c’è cioè un investimento psicologico, emozionale, sociale e morale, ci sono discussioni con amici e famigliari, al bar e al calcetto, ci sono pronunciamenti e prese in giro, prese di posizione forti e difese strenuamente. Tutto questo è socialmente e psicologicamente costringente. Cambiare idea comporta costi sociali e psicologici considerevoli: comporta la sgradevolissima ammissione, a se stessi e agli altri, di aver sbagliato, di essere stati degli stupidi.

Con questo, non voglio dire che gli elettori del M5S siano degli stupidi. Intendo piuttosto che il consenso per un movimento non è mai davvero fluido: manifestandosi nel voto, si solidifica e si fa elemento costitutivo dell’identità di una parte consistente dell’elettorato, da preservare e difendere. E qui entra in gioco il secondo errore: l’idea che le preferenze e i convincimenti di ciascuno siano fissi, organici. Ogni elettore, ogni individuo, è caratterizzato da una costellazione disparata di preferenze, convinzioni e valori, talora coerenti e talora no. Non tutti hanno la stessa forza, la stessa preminenza nel definirne l’identità, e quando emergono contraddizioni, le idee più deboli sono sacrificate a quelle più forti. È raro per l’elettore trovare una lista perfettamente allineata con l’intera sua costellazione di idee e preferenze. I partiti tradizionali di massa, come il Pci, coltivavano questo allineamento con una presenza egemonica ed educativa capillare. I partiti cosiddetti “populisti” sono invece un po’ come la Donna Prassede manzoniana: hanno poche idee ma ci sono affezionati. Aggregano cioè un elettorato eterogeneo e incoerente attorno a un centro simbolico di istanze, preferenze e valori (persino la figura di un leader) ristretto ma comune, ponendo in ombra tutto il resto. Così ha fatto il M5S, riunendo un elettorato eterogeneo intorno al grido “onestà!”, al riconoscimento del tradimento di una classe politica corrotta, alla percezione (innegabile) di un impoverimento capillare dal quale un’élite di sciacalli sta traendo vantaggio.

Tutto questo rende il governo Conte uno snodo chiave per il futuro del Paese, perché la stragrande maggioranza dell’elettorato 5S (e non solo) è investita nel voto che lo ha prodotto: quel voto è oggi alla base dell’identità politica di una fetta consistente di italiani.

Altro che cospargersi il capo di cenere; in nome di quella scelta questi italiani sono disposti a sacrificare molto, a scusare molto, a giustificare molto. Sono pronti a cambiare idea su molte cose, a ridisegnare priorità e collocamento su molte delle istanze più periferiche al messaggio del M5S, comprese immigrazione e flat tax. Questo primo governo 5S, cioè, non si limita ad appoggiarsi, nelle sue istanze e nelle sue politiche, a preferenze e priorità esistenti nell’elettorato 5S; ha il potere di modellare quell’elettorato a sua immagine. L’elettorato del M5S non era, di per sé né di destra né di sinistra. La xenofobia non era il suo elemento caratterizzante. Con la cura Salvini, potrebbe diventarlo.

“È inaccettabile l’avidità di certi imprenditori italiani”

Giuseppe Iorio è la gola profonda di Report (Rai3) che nella puntata del novembre 2014 ha aperto la strada all’inchiesta sullo sfruttamento nel mondo della moda italiana: i big, andando a delocalizzare all’estero, hanno provocato la morte di centinaia di laboratori artigianali.

Si sente un pentito?

No, piuttosto un Caronte. Dopo aver lavorato per oltre 30 anni per aziende e multinazionali che trattano le grandi firme del Made in Italy (Moncler, Vuitton, Versace, Ittierre e altri) quando ho capito che qualcosa stava cambiando non ce l’ho fatta a rimanere in silenzio. Ma voglio fare una precisazione.

Quale?

Non sono io che ho acceso il faro sulla pratica dello spiumaggio e sui maltrattamenti sulle oche per la produzione dei piumini Moncler. Io ho solo portato le telecamere in una delle fabbriche del “Re della piuma” delocalizzate nell’Est Europa dimostrando che anche se non è illegale produrre all’estero, è inaccettabile l’avidità di questi imprenditori che per risparmiare poche decine di euro, su capi d’abbigliamento che vengono vendute a centinaia di euro, stanno affossando un’eccellenza italiana.

Cosa è cambiato dopo la puntata di Report?

Niente. Non è stata presa un’iniziativa né politica né commerciale. Stiamo parlando di un settore che continua a nutrirsi di ombre, la manodopera nascosta nei laboratori nell’Europa più profonda, e le mille luci delle vetrine scintillanti dove vengono esposti dei capi che rappresentano il Made in Italy, fiore all’occhiello della nostra economia, mentre tolgono dignità e speranza agli artigiani.

Fumo negli occhi ai clienti.

Una volta passato il messaggio che un abito firmato è un oggetto del desiderio, il “creativo” si garantisce una sorta di impunità: non importa più di cosa sia fatto quel capo e dove sia stato realizzato. Ma questo desiderio di indossare la griffe, il consumatore l’avrebbe ancora se sapesse cosa succede in certi posti e da dove viene certa merce? Chi comprerebbe dell’olio d’oliva di un marchio considerato Made in Italy che invece è stato prodotto in Bulgaria?

Su fatturati miliardari, poche decine di euro sono così cruciali da sacrificare migliaia di posti di lavoro?

Vendere un piumino a centinaia di euro quando ne vale almeno dieci volte meno penso equivalga a una truffa. I conti sono presto fatti: per due metri di tessuto si spendono 8 euro; per la fodera (1,5 euro per 1 metro e mezzo) servono 3 euro circa; per la piuma 4 euro; cerniere, bottoni, etichette, cartellini, appendini, trasporto costano 10 euro; 15 euro vanno per la confezione e 1,5 euro pour boire. Il totale fa 40 euro. Euro più, euro meno.

Non sarà che da ex dipendente vuole solo vendicarsi con il gruppo di Remo Ruffini, patron di Moncler?

No. Vi svelo anche i costi vivi di una polo delle migliori marche, che al cliente costa 200 euro. Farsela fare in Myanmar costerebbe 4/5 euro. In Italia per un metro del miglior cotone piquet si spendono 4 euro; 2/3 euro per farsi fare il colletto e i polsini; 6 euro per il confezionamento. Il totale fa 16 euro. Appena una decina di euro in meno. Questo è lo scandalo.

Schiavi della moda: il business del lusso

Lungo il confine tra Moldova e Ucraina, al di là del fiume Dnestr, c’è una striscia di terra chiamata Transnistria, abitata da poco più di mezzo milione di persone e dotata di un governo indipendente. Ha una moneta, una costituzione, un esercito e un inno nazionale ma non è ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite. In pratica, non è considerata uno Stato. Dagli inizi del Duemila, sotto la guida dell’allora presidente Igor Smirnov, ex colonnello del Kgb, dopo aver commerciato in ogni sorta di illecito (droga, armi, auto rubate di grossa cilindrata, materiali tossici, veleni), la Transnistria ha sviluppato velocemente l’industria manifatturiera. Ma una grossa fetta di interesse è stata orientata verso alcune prestigiosissime firme del Made in Italy che hanno iniziato a delocalizzare proprio lì la loro produzione di abbigliamento.

È dalla Transnistria che inizia il viaggio-report di Giuseppe Iorio (responsabile-tecnico di produzione con alle spalle 30 anni di esperienza nel mondo dell’industria tessile) tra l’Europa dell’Est e l’Asia raccontato nel libro Made in Italy? Il lato oscuro della moda (Castelvecchi). Da una fabbrica dell’Europa dell’Est a un’altra dell’Asia, Iorio mostra un’amara verità: la schiavitù esiste ancora. Sono i lavoratori della moda, un settore che confeziona lussuosi capi di abbigliamento per le vetrine delle nostre eleganti boutique, costretti dalla miseria a lavorare senza diritti, senza tutele, solo perché la loro forza lavoro costa meno di quella italiana. C’è la storia di Irina, che seleziona a mano le piume per le giacche; quella di Daria, costretta a prostituirsi per mangiare dopo aver subito un infortunio alla mano mentre era alla macchina da cucire. Ma anche i “buoni” – le piccole realtà dei laboratori rimasti in Italia – e i “cattivi”, fra cui Moncler, Prada, Armani, Zegna, Dolce & Gabbana, Tod’s, Fay e altri big della moda che, come permesso dalla legge, delocalizzano all’estero distruggendo l’artigianalità italiana.

I numeri lo dimostrano: il comparto della moda-lusso in Italia fattura circa 90 miliardi di euro all’anno. I primi dieci gruppi (Moncler, Tod’s, Armani, Prada, Miroglio, Max Mara, Geox, Zegna, Dolce & Gabbana, Gucci) – che sviluppano un fatturato di 20 miliardi di euro – potrebbero dare lavoro a più di 200mila persone, ma si stima che occupino poco meno di 15mila dipendenti in tutto. Così, alla domanda “quando un prodotto può dirsi Made in Italy”, è evidente che la risposta non sia affatto immediata. Questo “marchio” di eccellenza negli anni è stato oggetto di un ricco e acceso dibattito, mentre si sono susseguiti nel tempo numerosi provvedimenti normativi, da un lato volti a tutelare il cliente che desidera conoscere l’effettiva provenienza della merce che acquista, dall’altro lato per soddisfare la richiesta dei produttori che possono così tutelare le proprie collezioni dai falsi della concorrenza straniera. Poi, per la suggestione del marketing quando si ha a che fare con i grandi marchi italiani del lusso, si è spinti a dare per scontato che dal cartamodello, al confezionamento alle cuciture finali siano tutte eseguite in Italia. Ma non è così. Troppi gli imprenditori che – chi quasi tutto, chi poco – vanno a produrre dove fanno prezzi stracciati per poi farsi promotori del Made in Italy per la loro indiscussa genialità “nonostante abbiano fatto terra bruciata della nostra abilità taglia e cuci che ci ha reso eccellenti nel mondo”, come scrive Iorio in Made in Italy? Il lato oscuro della moda di cui riportiamo alcuni stralci.

 

Sonoma-Sodoma: lo schiavista di Bacau

“La Sonoma, che produce capi di lusso per vari marchi del Made in Italy, ha una sede in provincia di Bergamo (il cervello) e vari stabilimenti in Romania, prevalentemente a Bacau (le braccia). Il titolare è un italiano. Perché continua ad accettare lavoro da parte delle principali griffe del sistema moda Italia a prezzi stracciati? Perché non dice a quelli che vengono qui a fare le produzioni che per poter assemblare una giacca che loro vendono a mille euro occorrono perlomeno 50 euro di manodopera e non 15 o 20 che è quanto i loro super stipendiati direttori delle produzioni intendono pagare? Perché continua a firmare contratti per commesse sottocosto? E quando non riesce a realizzarle nemmeno in Romania visto che perfino a Bacau un operaio è troppo caro, allora le porta a confezionare con il beneplacito di chi gli commissiona il lavoro (Moncler, Dainese, Blauer, eccetera) addirittura in Madagascar, nella fabbrica di Emile (che io conosco bene) ad Antananarivo, la terza città più povera del mondo, dove un operaia costa 30 dollari al mese. L’ho visto aggirarsi in mezzo alle catene di produzione e gettare caramelle alle operaie cingalesi che stavano sedute a lavorare a macchina. Ho detto ‘gettare’ non ‘offrire’. Ma che diamine ha questo qui al posto dell’anima?”.

 

Le carceri di Sopot: nel lager

“Sono diretto a Sopot, una cittadina a 120 chilometri da Sofia. Ci sono stabilimenti tessili, industrie chimiche, fonderie, insomma, l’Est Europa produce. Ma sembra che negli ultimi dieci anni i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri quanto basta per accettare le condizioni precarie e indecenti del lavoro che viene loro offerto. L’auto si arresta davanti a un enorme cancello arrugginito. Me lo avevano descritto come “un postaccio”, un carcere. Parole che avevo interpretato come “vedrai che posto desolato”. Invece, la fabbrica dove mi trovo 25 anni prima era proprio una prigione, un carcere bulgaro-russo. Fatta eccezione per gli uffici amministrativi che stanno al piano terra, è tutto sporco, tenuto male. A metà di un corridoio mi colpisce come una mazzata un fetore tremendo. Stiamo passando davanti ai servizi igienici. Ho fatto tanti viaggi sono stato in tanti posti, ho conosciuto diversi tipi di latrine ma fra tutte quelle in cui ho avuto il privilegio di entrare queste qua sono decisamente le peggiori. Fanno veramente schifo. Si tratta di latrine turche sozze e puzzolenti, alcune senza porta e con un pavimento appiccicoso che non vede un detergente dai tempi dello zar Nicola II. In queste condizioni, ci si può ammalare. E lì si sono producono tre marchi del Made in Italy”.

 

Delocalizziamoci: il vero prezzo che si paga

“Si parla di capacità e di intraprendenza dei nostri imprenditori e la filosofia dello sfruttamento viene mascherata con frasi a effetto. Tra un flash e l’altro, il solito abbronzatissimo creativo, reduce dall’ultimo lifting, dice: “Abbiamo saputo cogliere le grandi sfide e le innumerevoli opportunità che il nuovo mercato globale vuole offrire”. È immorale, inumano e alla lunga controproducente, soprattutto per noi italiani che di moda direttamente e indirettamente ci campiamo più di quanto non si possa credere dal momento che la filiera industriale coinvolge innumerevoli attività e non solo quelle direttamente legate al tessile. Non si può pensare di sfruttare la povera gente, qualunque sia il bene da produrre e maggiormente se si tratta di un bene di lusso che poi è pagato tantissimo da chi lo compera. Ma se proprio non si vuole guardare alle ragioni morali che imporrebbero un cambiamento di rotta, bene, c’è da dire che alla lunga questo tipo di comportamento non paga nemmeno dal punto di vista strettamente economico, di convenienza. Prima o poi questo genere di rapporto è destinato a cambiare e dipenderà da noi, dalle nostre politiche commerciali se in maniera positiva. Per ora, stiamo assistendo a dei segnali che lasciano prevedere un mutamento fortemente negativo per le nostre aziende”.

 

Turnu Magurtele: l’avamposto

“Dal nome t’immagini un posto in Africa. Invece siamo in Romania, ai confini con la Bulgaria, a due o tre chilometri dal Danubio. Qui non c’è proprio nulla, a parte la fabbrica che occupa circa trecento persone. Bastano un paio di mesi qui e la depressione è assicurata. Infatti, gli italiani, amministratori e tecnici, non ci pensano nemmeno a restare oltre l’orario di lavoro e la sera preferiscono farsi cinquanta chilometri per andare ad Alexandria, che è l’ultima città degna di questo nome lungo la strada che dalla capitale va verso il Danubio. In zone più centrali della Romania non conviene più produrre. Lì un operaio ha una possibilità di scelta, anche se minima, fra uno stabilimento tessile e un’altra industria. Qui no. Turnu Magurele è così fuori dal mondo che la gente che ci vive è costretta ad accettare le condizioni di lavoro che le vengono imposte. È una cosiddetta “sacca di basso costo” popolata da persone che non hanno possibilità né di movimento né di confronto. Altro che portare lavoro! Altro che esportare tecnologia! E così, nella fabbrica di quest’altro bel posto ai confini del nulla ci trovo una produzione che da tempo mi chiedevo dove mai potesse essere stata fatta e chi la facesse. Qui si realizzano gli abiti di Marina Rinaldi (gruppo Max Mara), per la precisione le taglie comode, dove far cucire un vestito costa 7 euro. Ma neanche le taglie comode sfuggono al sacrosanto principio degli stilisti: costi bassissimi e stangata al cliente.

La sinistra di “Amlo” questa volta è pronta a prendere il Messico

La terza volta è quella buona, recita un detto popolare in Messico. Che sembra valere per Andrés Manuel López Obrador, l’eterno candidato della sinistra messicana. Dopo aver perso le presidenziali per un pugno di voti, e una gigantesca frode, nel 2006 e dopo una nuova sconfitta nel 2012 – sempre in salsa messicana, ovvero con urne controllate dal potere –, questa volta Amlo – dalle iniziali del suo nome – è lanciato verso il trionfo nelle elezioni di domenica 1° luglio.

Elezioni destinate a cambiare il volto del Messico secondo i più noti commentatori. Assieme al presidente della Repubblica, sono in ballo sia il rinnovo della Camera e del Senato, sia una serie di cariche pubbliche di rilievo, compresi i 32 governatori dei vari Stati: in tutto più di 3000 alti funzionari. E il candidato di Morena (Movimento di rigenerazione nazionale) è in testa in tutti i sondaggi. Per la poltrona di presidente, Amlo raddoppia le preferenze del candidato della destra (Pan) Ricardo Anaya (50% contro 27%) e surclassa l’uomo del partito al governo (Pri) José Antonio Meade, che raccoglie il 20% delle preferenze di voto. Per Camera e Senato, Morena si presenta in allenza (“Juntos Haremos Historia”) con la destra democristiana Encuentro Social (Pes) e il Partito del trabajo (Pt) e raccoglie il 46% delle intenzioni di voto, sufficiente per il controllo del Congresso dato il sistema elettorale maggioritario. Le presidenziali in Messico non prevedono un secondo turno. Dunque, se queste previsioni si avvereranno, López Obrador avrà in pratica tutte le leve del potere.

Niente male per il 64enne politico e scrittore della sinistra che da più di un ventennio è all’opposizione, adorato da folle di umili ma ferocemente avversato dai poteri forti, che dalla rivoluzione costituzionale del 1917 in Messico hanno sempre fatto il bello e (soprattutto) il cattivo tempo. Che cosa è cambiato in questa ultima campagna elettorale? Elio Masferrer specialista in temi religiosi ha la sua spiegazione: “Senza dubbio López Obrador è colui che meglio ha saputo costuire l’immagine di quello che noi chiamiamo ‘il candidato (timoroso) di Dio’, fattore che in Messico è assai importante”.

In un Paese dove il 95% della popolazione è cattolica o evengelica e dove il 40% dell’elettorato dichiara di preferire dare il voto a un credente, i riferimenti religiosi abbondanti nei discorsi di Amlo fanno la differenza. “López Obrador si è impegnato negli ultimi anni a costruirsi un’immagine di messia, fortemente criticata dal settore laico ma che risulta attrattiva per molti credenti”, sostiene Masferrer. Naturalmente un animale politico come Amlo ha saputo coniugare questa sorta di sintesi tra marxismo e cristianesimo con proposte che hanno avuto l’appoggio di un importante settore della Chiesa cattolica, come pure delle Chiese evangeliche. Il suo piano di amnistia con lo scopo di pacificare il Paese – dove la guerra al potentissimo e spietato narcotraffico ha causato centinaia di migliaia di vittime, una corruzione generalizzata e la militarizzazione dello Stato con grave scapito dei diritti umani, senza peraltro eliminare il potere dei cartelli delle droghe in vari Stati del Messico – si ispira apertamente al progetto di riconciliazione e perdono della Conferenza episcopale messicana (più di cento fra vescovi e arcivescovi) che priorizza i problemi dalla violenza – quattro omicidi all’ora, secondo le ultime statistiche – e insicurezza, dalla povertà e lotta alla corruzione all’impunità, ad altri temi, come politica economica e sviluppo. Secondo Masferrer, “è vero che in Morena confluiscono quadri della vecchia sinistra messicana marxista. Però oggi il partito si nutre della base cattolica progressista, che viene dalla Teologia della liberazione e dalle comunità ecclesiali di base”.

È una tesi che non convince lo storico Alejandro Rosas. Le piaghe del Messico – diseguaglianza galoppante, violenza dei narcos e insicurezza pubblica, corruzione generalizzata – testimoniano il fallimento della classe politica e del sistema presidenzial-partitista che da un secolo governano. “López Obrador arriverà alla presidenza in questo contesto di vuoto di potere e di profondo discredito delle forze politiche rivali – afferma Rosas – sull’onda di un populismo di sinistra” comparabile alla politica che portò Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela nel 1999.

Sul quotidiano spagnolo El País, il politologo Zepeda Petterson sostiene una tesi differente: “Il corpus ideologico (di Amlo) è quantomeno ambiguo: la sua ostilità verso le politiche neoliberiste, un atteggiamento quasi compulsivo contro la corruzione e una forte determinazione a cambiare la storia a favore dei poveri non si combinano con una militanza di sinistra, come fu il caso di Chávez, o al radicalismo di Fidel Castro. La sua capacità di attuare alleanze tattiche con partiti differenti, oltre all’abilità nel negoziare con le potenti centrali sindacali, mi fanno più pensare alla figura del populista argentino Juan Peró”. Castro, Chavez, Perón, una sorta di messia marxista: quello che appare probabile è che López Obrador potrà cambiare il volto della politica messicana.

Macron e la legge anti-fake attaccata da destra e sinistra

Combattere le fake news è anche una questione personale per Emmanuel Macron. Nel bel mezzo delle elezioni per l’Eliseo, l’allora candidato di En Marche era stato il bersaglio di alcune bufale. Prima del ballottaggio, la leader dell’ultradestra Marine Le Pen, sfidante nella corsa al vertice della République, aveva insinuato che Macron nascondesse un conto bancario alle Bahamas. Sulla fogna del web erano circolate voci sulla sua presunta omosessualità. E si erano sospettate ingerenze russe nella campagna: Macron aveva accusato i media Russia Today e Sputnik di aver diffuso falsità sul suo conto su pressione di Mosca, come era successo contro Hillary Clinton per l’elezione di Trump negli Usa.

A gennaio il presidente ha dunque annunciato una legge per lottare contro “i tentativi di destabilizzazione dall’esterno” e la “diffusione virale delle false informazioni”, secondo le parole della deputata En Marche Naïma Moutchou, relatrice del testo. La nuova norma è stata pensata per i periodi delle elezioni e per i social sui quali, lo ha detto di recente Science, “le notizie false viaggiano più veloci di quelle vere”. Ad aprile la Commissione europea ha raccomandato la creazione su scala Ue di un codice di buona condotta contro la disinformazione. La Germania ha introdotto sin da gennaio una legge più generale che impone alle piattaforme su internet di sopprimere in 24 ore i contenuti illegali, razzisti, che incitano all’odio e anche le fake news. In Italia, in campagna elettorale, si è testato, senza grossi successi, il “bottone rosso” della polizia per bloccare le fake di propaganda.

La Francia vuole una legge apposita che, nel calendario serrato del governo, dovrebbe entrare in vigore prima delle elezioni europee del 2019. Ma la sua elaborazione è più faticosa del previsto. Il testo doveva essere approvato in Assemblea inizio giugno, ma il voto è stato rinviato a luglio, perché resta ancora un centinaio di emendamenti da discutere. Innanzi tutto non chiamatela più legge anti-fake news, ma legge “contro la manipolazione dell’informazione”. Una delle prime difficoltà è proprio stabilire una definizione di fausse nouvelle che accontenti tutti. É considerata fake news ogni “affermazione di un fatto privo di elementi verificabili che possano renderla verosimile”. La legge prevede che partiti e candidati possano rivolgersi alla giustizia per far cessare in massimo 48 ore la propagazione delle falsità di cui si ritengono vittima. Il Consiglio superiore dell’audiovisivo potrà sospendere un’emittente “controllata da uno stato straniero o sotto la sua influenza”, se le false notizie che questa mette in circolazione “minano gli interessi della nazione”.

In Francia c’è chi ritiene che la legge sia inutile, chi la giudica pericolosa. I primi ricordano che esiste già la legge sulla libertà di stampa del 1881 (aggiornata nel 2002) che, nell’art. 27, punisce “la pubblicazione, diffusione e riproduzione con qualsiasi mezzo di notizie false, contraffatte, alterate”. Più preoccupati sono i giornalisti. Il sindacato Snj teme che la legge sfoci nella “censura”. Per Christophe Deloire, segretario generale di Reporter senza frontiere, “non sta a un giudice decidere sull’esattezza di un’informazione”. In un editoriale, Jérôme Fenoglio, direttore di Le Monde, ha del resto ricordato al presidente che i giornali non hanno aspettato il suo arrivo all’Eliseo per fare il loro lavoro, munendosi di strumenti di verifica di siti e notizie sospette: “Il problema delle nostre società non sta tanto nelle notizie false, quanto nel fatto che molti cittadini abbiano scelto di crederci. É pericoloso pensare che una legge simbolica possa bastare a risolvere la crisi delle nostre democrazie, che sta nella sfiducia crescente dei popoli verso le istituzioni”.

Sullo scacchiere politico, i più ostili sono i due estremi. Marine Le Pen ha denunciato una legge “liberticida”. Il leader di estrema sinistra, Jean-Luc Melenchon, che in genere non risparmia critiche ai giornalisti, vede nel testo un “grossolano tentativo di controllo dell’informazione”.

Il Sultano si (ri)prende tutto. Erdogan oltre il 50 per cento

Il Sultano regnerà ancora sulla Turchia per soli 2 punti percentuali (supera il 52%) e, cataclismi a parte, passerà alla storia come il nuovo Ataturk arrivando a eguagliare il primato di Mustafa Kemal. Grazie alla nuova legge elettorale che premia la coalizione, anche il suo partito della Giustizia e Sviluppo ( Akp) continuerà a guidare il parlamento avendo ottenuto assieme ai nazionalisti del Mhp oltre 344 seggi su 600. Ma nè Erdogan nè l’Akp hanno stravinto mentre i partiti opposizione si sono rafforzati, soprattutto il partito filocurdo democraticoo dei popoli che ha raggiunto 11 per cento guadagnando 66 seggi.

L’opposizione pur denunciando brogli e irregolarità, sente di aver ritrovato la rotta, anche se con i nuovi poteri derivati dal cambiamento della costituzione in senso presidenzialista il Sultano potrà interferire nei lavori parlamentari con decreti esecutivi.

Il partito dell’oppositore repubblicano laico Ince, pur essendo calato dal 25 al 20 per cento circa dei voti, può contare sulla alleanza con Il nuovo Partito Buono della signora Meral Aksener che ha raggiunto la soglia di sbarramentoo del 10 per cento necessaria a entrare in Parlamento. Intanto Selahattin Demirtas, il leader dell’Hdp in carcere da un anno e mezzo, tira un sospiro di sollievo per la sopravvivenza del suo partito pesantemente perseguitato dalla magistratura al guinzaglio del Sultano dopo il fallito golpe del 2016. Merita di essere sottolineato che il vecchio e controverso leader dei Lupi Grigi, Devlet Bahceli, aveva visto giusto nel chiedere a Erdogan di anticipare di un anno e mezzo le consultazioni e cambiare la legge elettorale a favore delle coalizioni pre elettorali. Il leader del Mhp le aveva volute per timore di non poter supererare la soglia di sbarramento nel 2019 a causa della nascita del Buon partito della sua ex collega Askener, fuoriuscita dal partito perché in disaccordo con Bahceli data la sua cieca vicinanza al Sultano.

Ma, pur essendo entrato in Parlamento, il Buon partito non è riuscito a saccheggiare i voti del Mhp.

Da domani la Turchia entra in una nuova era. Sarà una democrazia svuotata delle istanze che la rendono tale perché di fatto non ci sarà più la divisione netta tra i poteri dello Stato. Nel frattempo una cittadina italiana, Christina Cartafesta, è stata fermata dalle autorità turche in una provincia curda nel sud est dell’Anatolia. La donna è accusata di essersi spacciata per osservatrice dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, presente in Turchia per verificare la regolarità delle elezioni. Sono stati invece dopo un breve fermo i 3 italiani fermati a Diyarbakir, nel sud-est della Turchia, mentre cercavano di svolgere attività di osservatori per le elezioni presidenziali e parlamentari con alcuni membri del partito filo-curdo Hdp. La polizia ne avrebbe impedito l’ingresso nei seggi perché senza regolare accredito.

Due giorni fa un altro osservatore italiano era stato bloccato all’aeroporto di Istanbul e rispedito indietro. Anche tre francesi sono stati fermati per lo stesso motivo, e poi liberati. Il consolato generale d’Italia a Istanbul e l’ambasciata ad Ankara stanno seguendo la situazione, mentre tutta la Turchia resta con il fiato sospeso per la conta finale dei voti.

“Tranquillo onorevole, le pecore te le guardo io”

Guido De Martini è un uomo alto e bonario. Parla sottovoce, con marcato accento sardo. Qualcosa non torna: sul bavero della sua giacca c’è la spilletta di Alberto Da Giussano. De Martini è il primo leghista eletto in Sardegna nella storia della Repubblica. Medico oculista, prestato alla politica da pochi anni. “La prima iniziativa con Salvini a Cagliari fu quasi comica. C’erano centinaia di manifestanti che protestavano, decine di poliziotti e dall’altra parte del cordone noi: quattro gatti”. La Lega sull’isola praticamente non esisteva, il 4 marzo invece è andata sopra al 10%. De Martini ha trovato la strada spianata: coordinatore provinciale a Cagliari, poi capolista alle Politiche. Un biglietto di 5 anni (se tutto va bene) per Montecitorio. Ora il medico oculista si guarda intorno con aria un po’ smarrita, prende le misure della sua nuova vita. È finito in commissione Affari sociali. Accanto a lui in Transatlantico c’è Eugenio Zoffili: ex capo segreteria di Salvini, più scafato, gli fa da bodyguard e allontana il cronista con una battuta ruvida.

Matricole e peones in questa legislatura sono un esercito: sciamano con il sorriso a mezza bocca per il corridoio del Transatlantico. Quasi il 65% degli onorevoli sono novizi: è il più alto tasso di ricambio della storia parlamentare. Soprattutto grillini e leghisti. Si dividono in gruppetti su base geografica. Nord col nord, sud col sud.

A proposito di Sardegna: nel Movimento 5 Stelle c’è Luciano Cadeddu, di professione allevatore. Prima di varcare la soglia della Camera si è fatto rassicurare da un amico: “Tranquillo, le pecore te le guardo io”. Ora passeggia in mezzo a vecchi lupi e moltissimi neofiti che sembrano appena atterrati da un’astronave. Elisa Tripodi confessa: “La prima volta in aula mi tremavano le mani”. Anche lei 5Stelle, è la prima deputata donna della Val d’Aosta. Ha 31 anni, faceva l’assicuratrice e nei weekend arrotondava lo stipendio dietro il bancone di un bar. “Ero un po’ spaventata dall’impatto di Roma, mi hanno aiutata tanto i colleghi piemontesi. Abbiamo preso la stanza vicino: io, Celeste D’Arrando e Davide Seritella”. Tutti matricole. Tripodi sta ancora imparando a conoscere la Camera (“è grande come una città”), ma parla come una sgobbona: “Sono in Affari costituzionali, studio per la riforma di due articoli dello statuto della Val d’Aosta. Ma mi voglio occupare anche di materie fiscali, elettrificazione ferroviaria…”

Pure nella mini pattuglia di Leu c’è una sorpresa. Per un capriccio del Rosatellum, l’avvocatessa di Termoli Giuseppina Occhionero è risultata l’unica deputata eletta in Molise. Da Campo Marino a Montecitorio. Illustri colleghi sono rimasti a casa (uno su tutti: Pippo Civati), lei invece è stata sorpresa da una chiamata del Viminale la sera del 5 marzo. Era già in pigiama: “Ce l’ha fatta”. In aula siede accanto a Pier Luigi Bersani. “Un’emozione indescrivibile – dice – e una scuola di vita che non avrei mai pensato di frequentare. Mi rimetto in gioco a 40 anni”. Occhiali spessi, mise eccentriche e fisico da atleta: “La mia passione è la ginnastica calistenica. È come in politica, si lavora sugli step e sulle skill. A Roma mi sono trovata una palestra, ma mancano anelli, sbarra e spalliera”.