Al Senato il gruppo più grande è quello del Movimento cinque stelle: 222 seggi su 629 (tra cui la presidente Maria E. Alberti Casellati, il 630° seggio di Palazzo Madama è rimasto vacante per mancanza di eletti, insomma un baco del Rosatellum). 125 sono i senatori della Lega. Seguono il Partito democratico con 111, Forza Italia 105, Fratelli d’Italia 32, il gruppo misto 21, Liberi e uguali 14.Alla Camera il gruppo più grande è sempre quello del Movimento cinque stelle con 109 eletti su 320 seggi (tra cui il presidente Roberto Fico). 58 sono i deputati della Lega, a Montecitorio terzo gruppo dopo Forza Italia con 61. Segue il Partito democratico con 52. Poi Fratelli d’Italia con 18, il gruppo misto 14 e il gruppo Autonomie 8.
Dal 4 marzo il Parlamento procede al rallentatore
Oscurato dalle iperboli verbali quotidiane di alcuni dei ministri chiave del governo giallo-verde di Giuseppe Conte, da quasi quattro mesi è in carica un nuovo Parlamento. Finora però, complice la lunga crisi politica che ha portato alla formazione dell’esecutivo – 89 giorni, mai nella storia dell’Italia repubblicana era passato tanto tempo tra le urne e il giuramento del presidente del Consiglio – Camera e Senato non hanno prodotto leggi o provvedimenti di peso. I due rami del Parlamento si sono insediati il 23 marzo scorso, tre mesi fa, e finora sono stati impegnati in 72 votazioni: 19 alla Camera e 53 al Senato. Uno stallo testimoniato dal fatto che, come rilevato da Openpolis, fino al 29 aprile scorso i neo parlamentari avevano lavorato in aula appena 12 ore e 50 minuti.
Esaurita la partita dell’elezione dei presidenti e delle altre cariche politiche di Montecitorio e Palazzo Madama, di fatto, prima della formazione del governo Conte il Parlamento è stato impegnato solamente con la votazione di due provvedimenti importanti: il decreto presentato dal premier uscente Paolo Gentiloni che ha prorogato i vertici dell’Autorità per l’Energia e quello che ha spostato al 31 dicembre i termini per il completamento della cessione delle quote di Alitalia. Mentre dopo la fiducia al governo è stato affrontato il decreto sulle crisi aziendali. Insomma, testi di legge legati a scadenze oppure di ordinaria amministrazione ma ancora nessuna traccia alla Camera o al Senato dei punti più qualificanti del contratto di governo sottoscritto da Lega ed M5S.
Va specificato che l’attività del Parlamento è appena all’inizio, visto che le 28 commissioni permanenti (14 per ciascun ramo), vero motore della produzione legislativa, si sono formate soltanto il 21 giugno. Ora l’iter delle nuove leggi potrà partire, anche se la composizione delle commissioni lascia presagire la necessità di un periodo iniziale di rodaggio: il 50% dei presidenti infatti non ha mai fatto parte dell’organismo che presiede e ben 7 degli 11 presidenti leghisti sono alla prima esperienza parlamentare.
Attualmente, stima Openpolis, risultano depositate 1.057 interrogazioni parlamentari e 1.259 disegni di legge: un calderone di atti che spazia tra gli argomenti più disparati. Si va da proposte per l’abolizione dei vitalizi già in essere ai parlamentari e ai consiglieri regionali a quelle per il ripristino della festività di San Giuseppe e poi provvedimenti su caccia e pesca, gioco d’azzardo, posteggi per biciclette dentro ai cortili dei condomini.
La difficoltà di individuare una maggioranza ed avviare i lavori parlamentari appare una costante della fase politica succeduta agli anni del bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra. Anche nel 2013 i primi passi della legislatura in aula furono piuttosto lenti. In quel caso passarono 62 giorni dalle elezioni del 24 e 25 febbraio fino al giuramento del governo di Enrico Letta, avvenuto il 28 aprile. Nei due mesi precedenti alla formazione del governo di grande coalizione da segnalare solamente una votazione in Senato per l’istituzione della commissione speciale Diritti umani. Per la prima scelta di peso del governo ratificata in Parlamento, invece, è stato necessario attendere fino al 18 giugno 2013, con la sospensione dell’Imu sulla prima casa.
Ora la sfida per il nuovo Parlamento, soprattutto per la maggioranza, è tradurre in atti concreti le indicazioni del governo, in alcuni casi radicali nel linguaggio, ma ancora indecifrabili negli atti di legge concreti.
Salvini è sempre Salvini: insulta Furio Colombo. Il Fatto: “Ennesima inaccettabile intolleranza”
Il vicepresidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega, Matteo Salvini, ha “condiviso” (si fa per dire) su Twitter il commento di Furio Colombo pubblicato sul Fatto quotidiano di ieri, dedicato ai parallelismi fra le sue politiche migratorie e quelle di Trump, che negli Stati Uniti stanno suscitando dibattiti molto più accesi nella società civile (persino con riferimenti al nazismo) di quanto non stia accadendo in Italia. E lo ha accompagnato con questo commento sprezzante: “Il noto ‘intellettuale’ della sinistra al caviale mi paragona al criminale nazista Adolf Eichmann, scrivendo che la mia missione è ‘far soffrire di più coloro che non dovrebbero esistere’. Senza parole. Posso dire che mi fa schifo e che mi vergogno io per lui?”.
La direzione e la redazione del Fatto quotidiano sono solidali con Furio Colombo e invitano – se questo può avere un senso – il vicepremier e ministro Salvini a rispettare chi la pensa diversamente da lui. Si possono avere, esprimere e contestare le più diverse opinioni su fatti e persone, ma il disprezzo ad personam che cala da un’alta carica di governo su un giornalista con espressioni ingiuriose come “schifo” sono un pessimo segnale di intolleranza nei confronti di chi dissente. L’ennesimo.
M.Trav
“Come lebbra”, “signorini da champagne”, “ipocriti”, “egoisti”: i giorni delle cortesie
“Mai dimenticare i valori dell’Europa” ricordava ieri solennemente Emmanuel Macron poco prima che il vertice europeo iniziasse. La frase dev’essergli tornata in mente come summa di giorni davvero tutti imperniati sui valori, e che i diversi leader hanno immancabilmente voluto rappresentare. Eccone un breve abecedario in ordine sparso. “Il populismo è la lebbra” (Macron a M5S e Lega); “È lui il nemico numero uno” (Di Maio a Macron); “Ipocrita” (Di Maio a Macron); “Signorino che beve champagne” (Salvini a Macron); “Italia irresponsabile e cinica” (Macron); “Linea del governo italiano vomitevole” (En marche, il partito di Macron); “Arroganti” (Salvini a Macron); “Egoisti” (Sanchez all’Italia); “Disumani (Toninelli a Malta); “No, i disumani siete voi” (Malta all’Italia).
Naufragio: mille migranti affidati a Tripoli
L’ultimo naufragio, in ordine di tempo, tra Italia e Libia ha cifre da brivido: 820 migranti, su sette imbarcazioni di fortuna, con un recupero affidato dalla Guardia costiera italiana – che ha ricevuto il messaggio di richiesta di aiuto – ai militari di Tripoli.
Altri 300 sono da giorni sulla nave umanitaria Lifeline e sul cargo commerciale danese Alexander Maersk, fermi nel canale tra Malta e la Sicilia e davanti al porto di Pozzallo, in attesa di vedersi assegnare un porto per lo sbarco. E dalla Lifeline è partito il twitter di risposta alle provocazioni di Matteo Salvini: “Caro Matteo Salvini, non abbiamo carne a bordo, ma esseri umani. Vi invitiamo cordialmente a convincervi che sono le persone che abbiamo salvato dall’affogare. Vieni qui, sei il benvenuto”. Polemiche anche per il tweet (poi cancellato) del senatore M5S, Elio Lannutti: “Migranti: credo che di questo passo, le Ong finanziate da Soros ed altri ideologhi della sostituzione etnica, oltre ad essere bandite dovranno essere affondate. Tolleranza zero”.
Il passaggio delle consegne dalle autorità italiane a quelle libiche e il blocco dei porti sono ormai un fatto compiuto. Cambio di strategia evidente sulla plancia della nave Ong, Open arms, che aveva dato la disponibilità ad intervenire, anche perché le poche motovedette di Tripoli difficilmente potevano far fronte ad un naufragio così vasto. La risposta è stata secca: allontanatevi. La nave umanitaria ieri sera era in viaggio verso l’area dei sette gommoni, come raccontano fonti della Ong al Fatto. Le imbarcazioni però non erano ancora state individuate, mentre la notte iniziava a rendere tutto più difficile.
La pressione dalla Libia sta crescendo. Secondo fonti autorevoli ci sarebbero circa 300 mila migranti e rifugiati stretti tra il deserto e il mare. Le stesse fonti – che chiedono l’anonimato – parlano anche di una tensione crescente a Tripoli, mentre l’Unhcr riesce al momento ad organizzare l’evacuazione dei soggetti più fragili – in numeri irrisori – quasi esclusivamente verso il Niger, scelto come luogo di transito provvisorio. Risale al 19 giugno scorso l’ultimo viaggio aereo organizzato dall’Onu, con appena 122 richiedenti asilo a bordo. Una goccia nel mare. Per il prossimo luglio è prevista l’apertura di un campo di transito da parte del ministero dell’Interno libico, che potrà accogliere le “vulnerabilità” (donne a rischio violenza, minori e torturati) identificate all’interno dei campi di detenzione per migranti, per mille persone. “Non si tratta, però, di un hotspot”, hanno spiegato fonti dell’Unhcr. Difficile, dunque, trovare vie umanitarie sicure per i rifugiati e i richiedenti asilo.
La soluzione per la nave della Ong di Dresda Lifeline appare intanto lontana. Ieri l’equipaggio dell’imbarcazione – ferma nell’area Sar di Malta – ha ripetuto di aver urgentemente bisogno di un porto per lo sbarco dei 234 migranti, con una situazione di stanchezza e tensione che appariva evidente nei volti dell’equipaggio e dei naufraghi nei video diffusi dall’organizzazione tedesca.
“In Libia Salvini dovrà rinegoziare con le tribù”
“Le proposte del governo italiano sono condivisibili, di buon senso. Ma dubito che verranno mai accolte con un accordo formale”. Stefano Maria Torelli, ricercatore presso l’Istituto di studi di politica internazionale, si mostra scettico sulla possibilità di un’intesa.
Le prime reazioni dopo il summit sembrano positive, a cominciare da quella del premier spagnolo Sanchez: “Riunione positiva, con passi in avanti”.
Sono parole per stemperare il clima. Ma sono anni che si discute delle responsabilità del paese di primo arrivo e degli hotspot. E mi sembra difficile che gli altri stati accettino le proposte italiane. Anche perché c’è stata un’altra bozza di riforma, quella della Bulgaria, che andava in tutt’altra direzione.
Ossia?
Prevedeva che il primo paese di approdo debba continuare a prendersi carico di tutta la procedura relativa al richiedente asilo, rimanendone responsabile addirittura per otto anni. E il meccanismo di redistribuzione dei migranti era molto complesso.
Il premier Conte ha respinto la proposta di Francia e Spagna sulla creazione di hotspot, o per meglio dire “centri chiusi di accoglienza” in Paesi europei. Che ne pensa?
Realizzarli in Europa sarebbe sicuramente più semplice che farlo in Nordafrica, dove crearli mi sembra fuori della realtà. Però anche in questo caso, partendo dall’assunto che serve il consenso di tutti i Paesi coinvolti, mi sembra una proposta che non potrà concretizzarsi.
Intanto oggi il ministro dell’Interno Matteo Salvini sarà in Libia. Con quale obiettivo?
Come è noto, in Libia ci sono una serie di organizzazione criminali e di famiglie locali che pesano. E di fatto andare in quel Paese significa coinvolgere questi attori.
Tradotto, Salvini dovrà fare come il suo predecessore Minniti, accordarsi con i potenti locali.
È probabile che cercherà di mantenere in piedi l’architettura costruita dal precedente ministro, e che ha portato al 76 per cento in meno di sbarchi. Dopodiché ci sono problemi con cui fare i conti. Se è vero che Minniti trattò anche con esponenti di famiglie tribali, in quei mondi vale la parola data dalla singola persona. Quindi certi accordi andranno rinegoziati.
Brutalmente: anche da un punto di vista economico?
Non credo che quello sia il punto centrale. Queste persone si aspettano un ritorno politico, il riconoscimento di un ruolo in un Paese che è tuttora nel caos. Vogliono essere trattati come interlocutori.
Il M5S e il ministro degli Esteri Moavero sostengono che l’Europa rischia di sgretolarsi sui migranti. Esagerano?
A mio avviso sì. Credo che ci siano anche altri temi molto rilevanti.
“I rifugiati devono diventare un problema di tutta la Ue”
A sorpresa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte porta al pre-Vertice europeo sui migranti “una proposta completamente nuova, basata su un nuovo paradigma di soluzione dei problemi” e con “un cambio d’approccio radicale”: sei premesse, dieci obiettivi, il titolo European multilevel strategy for migration. La mossa è un modo per cercare di prendere in mano il pallino dell’incontro e orientare la discussione, dando per assodato che non vi saranno qui decisioni: un pacchetto così articolato richiede discussioni a approfondimenti, collegiali e bilaterali.
Il professor Conte sintetizza la sua proposta: “Una politica di regolazione e di gestione dei flussi puntuale, efficace e sostenibile, che mira a superare completamente il regolamento di Dublino, basato su una logica emergenziale. Noi vogliamo affrontare problema in modo strutturale, come ci chiedono le nostre opinioni pubbliche”. “L’Europa – si legge nel documento italiano – è chiamata ad una sfida cruciale: occorre un approccio integrato e multilivello che coniughi diritti e responsabilità”, senza il quale “rischia di perdere credibilità tutto l’edificio europeo”. La priorità è la regolazione dei flussi primari, cioè degli ingressi in Europa, superando i vincoli del Protocollo di Dublino – forse, l’esercizio più difficile – per poi regolare i flussi secondari, cioè gli spostamenti intraeuropei.
Gli obiettivi indicati nella proposta italiana sono i seguenti:
1. Intensificare accordi e rapporti tra Unione europea e Paesi terzi da cui i migranti partono o dove transitano e investirvi in progetti: gli esempi sono la Libia e il Niger, con il cui aiuto le partenze si sono ridotte dell’80% nel 2018.
2. Creare Centri di protezione internazionale nei Paesi di transito, per valutare le richieste di asilo e offrire assistenza giuridica ai migranti, pure al fine di rimpatri volontari. L’Ue deve collaborare con con Unhcr e Imo. È urgente rifinanziare il Trust Fund Ue-Africa, che incide anche sul contrasto all’immigrazione lungo la frontiera tra Libia e Niger.
3. Rafforzare le frontiere esterne: l’Italia sta già sostenendo le missioni Ue Sophia e Themis e sta collaborando con la Guardia costiera libica, ma queste iniziative vanno consolidate.
4. Superare il Protocollo di Dublino, nato per altri scopi e in altri contesti e ormai insufficiente: solo il 7% dei migranti sono rifugiati. Il Sistema comune europeo d’asilo è oggi basato su un paradosso: i diritti sono riconosciuti solo se le persone riescono a ragiungere l’Europa, poco ne importa il prezzo.
5. Superare il criterio di Paese di primo arrivo. Chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Responsabilità e solidarietà sono un binomio, non un’alternativa. Qui è in gioco la sopravvivenza di Schengen.
6. Responsabilità condivisa tra Stati membri sui naufraghi in mare, il cui onere non può ricadere solo sui Paesi di primo arrivo. Bisogna scindere porto di sbarco sicuro e competenza a vagliare le richieste di asilo, se no l’obbligo di salvataggio diventa un vincolo a processare tutte le domande.
7. L’Ue deve contrastare con iniziative comuni la “tratta di esseri umani” e combattere le mafie che alimentano i traffici e speculano sulla disperazione dei migranti.
8. Ci vogliono centri di accoglienza in più Paesi europei per tutelare i diritti di chi arriva ed evitare problemi di ordine pubblico e sovraffollamento. I migranti non vanno concentrati in Italia o Spagna.
9. Contrastare i movimenti secondari: applicando i punti precedenti, gli spostamenti intra-europei sarebbero marginali e i movimenti secondari potranno essere oggetto di intese tecniche tra i Paesi più interessati.
10. Ogni Stato stabilisce quote di ingresso dei migranti economici. È un principio che va rispettato, con adeguate contromisure finanziare per gli Stati che non sono disposti ad accogliere rifugiati.
Conte sfida il blocco: Macron e la Merkel non chiudono
Di sicuro, decisioni non ne sono state prese, né potevano esserlo, perché questo inedito pre-Vertice Ue, con 16 Paesi su 28 e le istituzioni comunitarie, aveva un carattere informale. Ma l’appuntamento, che poteva rivelarsi una “polveriera”, è almeno servito da utile “sfogatoio”. Prima c’erano stati scambi di accuse virulenti, anche personali. Con l’Italia a litigare con mezza Europa, Malta, la Francia, la Spagna, la Germania. E quando i leader si sono trovati insieme, la tensione, che era alle stelle, s’è stemperata: confronto, dialogo, per il momento nessuna sintesi, neppure affidata alle Istituzioni comunitarie. Il clima è da lavori in corso, verso il Consiglio europeo di giovedì e venerdì.
Non c’è stato accordo, ma neanche rottura. Le proposte italiane, messe sul tavolo senza l’opportuna preparazione diplomatica, hanno destato – dicono fonti di vari Paesi – “attenzione” e “interesse”, anche se non erano le uniche. Ce n’erano della presidenza di turno bulgara del Consiglio dell’Ue e dell’Austria che a luglio subentrerà alla Bulgaria; e ce n’erano di Germania, Francia e Spagna. Spetterà ora alle Istituzioni europee, prima dal Vertice formale del 28 e 29, cercare sintesi e compromessi: fra le proposte, ve ne sono di coincidenti o, almeno, di compatibili, specie sulla riforma del Protocollo di Dublino, facendo cadere la clausola del Paese d’ingresso, e sull’allestimento di centri d’accoglienza gestiti e pagati dall’Ue. Senza farsi illusioni che un’intesa unanime possa maturare così in fretta, se non altro perché i Paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ieri assenti – diranno tanti no.
La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata la prima ad andarsene, constatando “molta buona volontà” intorno al tavolo – per lei contavano gli immigrati secondari, quelli cioè che, entrati in un Paese, vogliono raggiungerne un altro – La Merkel prova a mediare, mentre a Berlino il suo governo traballa sotto la spinta del ministro dell’interno bavarese Horst Seehofer, un Salvini tedesco.
Sia la Merkel che il presidente francese Emmanuel Macron, che si erano visti martedì, sono scettici sulla possibilità d’un accordo a 28 e privilegiano la strada di intese inter-governative fra gruppi di Paesi. Macron non abbassa i toni contro populisti e xenofobi, che “strumentalizzano la situazione dell’Europa per creare tensione politica e giocare con le paure … Non nasconderò mai la verità ai miei concittadini”, ma bisogna “avere una posizione efficace ed umana”, perché “l’Ue dà il peggio quando tradisce i suoi valori”.
Per il premier Conte, le proposte italiane hanno impresso alla discussione “la giusta direzione”: lui si dichiara “molto soddisfatto”, lasciando Bruxelles senza altri commenti. Il premier maltese Joseph Muscat, uno dei tanti leader ai ferri corti con l’Italia, constata la ripresa di “un confronto costruttivo”: “Meglio di quanto prevedessi”. Per Macron, le proposte italiane sono “coerenti con le discussioni comunitarie”. Su quelle franco-spagnole, invece, Conte era stato meno accondiscendente, prima dell’inizio dei lavori, con un ‘no’ secco.
Intanto oggi il ministro Salvini sarà in Libia, dove inconterà il premier Fayez al-Sarraj anche per comunicargli che il nostro presidente del Consiglio è pronto ad incontrarlo.
Ma mi faccia il piacere
Dellutring. “Forza Italia fa ‘scouting’ tra i talenti del partito” (il Giornale, 22.6). In trasferta fra San Vittore a Rebibbia.
Curriculum. “Solo un anno a Maroni, condannato per turbativa di contratto: ora vuol tornare in politica” (il Giornale, 19.6). La condanna c’è: ma un anno basterà?
Gli ordini sono ordini. “Berlusconi: M5S si contraddice sui pm. La linea: sottolineare il doppioppesismo dei grillini sulla giustizia” (il Giornale, 17.6). “Doppiopesismo. Grillini e ‘Fatto’: da boia a ghigliottinati” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 18.6). Che prontezza di riflessi. Sallusti obbedisce al padrone in 24 ore. E poi dicono che non esiste più la servitù di una volta.
Il dilemma. “Caro populista, si farebbe operare da un medico incapace ma onesto?” (rag. Claudio Cerasa, Il Foglio, 15.6). Noi populisti preferiamo un medico capace e onesto. Il ragioniere invece ne vuole uno capace ma disonesto: se poi, sotto anestesia, quello gli sfila il portafoglio dalla tasca, lui ringrazia.
Congiuntivite. “I miracoli che gli imprenditori hanno fatto in questi anni con il made in Italy non li avrebbero mai raggiunti… se… non ci sarebbero state varie situazioni come queste… Perdonatemi, l’emozione…” (Luigi Di Maio, M5S, vicepremier e ministro del Lavoro, alla Camera, beccato da nonleggerlo.it, 17.6). Ma a noi pareva lucidissimo.
I veri problemi. “Ragazzi, parliamoci chiaramente, siamo a giugno 2018 e per la prima volta non siamo ai mondiali. Matteo, direte, ma con tutte le difficoltà che ci sono parli del mondiale? Sì certo, però io ve lo dico con un’espressione chiara: io rosico, io rosico tanto, non per la politica o altro, rosico perché l’Italia non è ai mondiali. Rosico. Che desolazione” (Matteo Renzi, ex premier ed ex segretario Pd, Facebook, 15.6). Ecco: del resto lui che c’entra con la politica?
Mattei. “Per anni hanno fatto la guerra al Matteo sbagliato” (Renzi, 17.6). Che intanto faceva il Rosatellum col Matteo giusto.
Manuel Fantoni. “Non c’è scritto da nessuna parte che il ‘place of safety’, cioè il luogo in cui devono essere sbarcati e messi in sicurezza i migranti, debba essere un porto. Può essere anche una nave battente bandiera straniera” (Danilo Toninelli, M5S, ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Repubblica.it, 12.6). M’imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana.
I diversi. “La differenza fra il Pd e gli altri nel caso dello stadio della Roma è il ‘qui non si fa così’ detto dal nostro assessore a Milano. Vale per tutti noi” (Maurizio Martina, reggente del Pd, Repubblica, 18.6). Tranne che per la fondazione Eyu (150mila euro da Parnasi per i renziani) e per il Pd (50mila da Parnasi per Sala).
Ideona/1. “I 5Stelle sono vittime del loro moralismo” (Giovanni Toti, FI, governatore Liguria, Messaggero, 19.6). Se lo dici subito che rubi, poi puoi rubare.
Ideona/2. “Il sovraffollamento non si risolve costruendo nuove carceri” (Mauro Palma, garante detenuti, Dubbio, 19.6). Ma aprendo le celle delle vecchie.
Quello bravo. “Con Virginia due anni di nulla, si dimetta” (Gianni Alemanno, ex sindaco An di Roma, 23.6). Nemmeno un euro da Buzzi e Carminati.
Bagna Caudo. “’Ora so perchè il M5S modificò il mio progetto’. Parla l’ex assessore all’Urbanistica Caudo, che approvò lo stadio ai tempi di Marino: ‘Il taglio delle cubature era sospetto’” (Il Foglio, 21.6). Dimezzare il business di Parnasi era sospetto: invece regalargliene uno doppio quello sì che era un dispetto.
Sibilia cumana. “Lo sbarco sulla Luna è un episodio controverso” (Carlo Sibilia, M5S, sottosegretario all’Interno, Corriere, 22.6). Purtroppo lo sbarco di Sibilia al governo è un episodio accertato.
Dolce stil novo. “L’Europa esplode e la Mogherini non ci capisce nulla. Il ministro degli Esteri Ue si gratta il ventre” (Libero, 17.6). Come dice, contessa?
Calce e Martello. “Chiamparino: pronti al referendum se si congela la Tav” (Repubblica-Torino, 19.6). “Una marcia dei 40 mila per la Tav. Il Pd torni a parlare di lavoro” (Monica Canalis, consigliere Pd a Torino, Stampa, 18.6). Rinasce il Pci: Partito Cemento Italiano.
Macaron. “L’asse dell’Italia con l’Austria e il ministro tedesco Seehofer? L’asse nella storia non ha mai portato fortuna” (Emmanuel Macron, En Marche, presidente francese, 15.6). Bravo Manu, ora però parlaci di Vichy e del maresciallo Pétain.
Il titolo della settimana/1. “Nella Roma grillina della Raggi non funzionano neppure le pecore” (il Giornale, 22.6). Quando c’era Lui, le pecorine arrivavano in orario.
Il titolo della settimana/2. “La lunga eclissi del Cavaliere: ‘Questi vogliono prendersi le tv’” (Repubblica, 20.6). Uahahahahahah.