Addio a Esther Judith Singer, traduttrice e moglie di Calvino

Se ne è andata anche lei l’altra metà della famiglia Calvino. Esther Judith Singer, detta Chichita aveva 93 anni. Nata a Buenos Aires nel 1925, di mestiere traduttrice aveva conosciuto lo scrittore de “Il sentiero dei nidi di ragno” nel 1962 durante un ciclo di incontri letterari a Parigi e l’aveva sposato a L’Avana due anni dopo. In Francia, Esther faceva l’interprete per le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali. Erano anni difficili, non se la passava benissimo. Negli ultimi anni viveva a Roma, dove era considerata “l’altra metà di Calvino”. È proprio grazie alla sua opera di fine traduttrice infatti, che la letteratura di suo marito ha fatto il giro del mondo. E questa cura non l’ha mai interrotta. Ancora nel 2007 fu lei ad acquistare all’asta per 18.420 euro la prima commedia scritta dall’autore di “T con zero”. Si intitola “La commedia della gente”. Calvino l’aveva composta all’età di 19 anni nell’agosto del 1942 a Sanremo per inviarla al concorso del Teatro Nazionale dei Guf di Firenze. Esther Singer anni dopo l’aveva voluta a tutti costi per custodirla insieme agli altri scritti nell’archivio del coniuge scomparso, che lei stessa organizzava.

Eppure dopo aver curato l’uscita dei “Meridiani” e date alle stampe le opere a metà di Italo Calvino, come “Le lezioni americane”, non si era mai lanciata in una vera e propria ricerca nell’archivio dello scrittore. Il suo timore, secondo diverse testimonianze, era quello di venire accusata di approfittare del genio del marito. Molto schiva e sfuggente, negli ultimi anni aveva rilasciato rare interviste, o meglio, colloqui. Se le si chiedeva del passato, dicono fosse solita rispondere: “Di tutto questo non è rimasto più niente”.

Capucci, l’artista dionisiaco della moda

Certi produttori di abiti di confezione, che si fanno chiamare “stilisti”, sono nell’immaginario collettivo delle vere divinità. Sono terzi fra cotanto senno, venendo dopo solo ai cuochi e ai calciatori. È una delle superfetazioni del nostro tempo. Accade, così, che la gente – soprattutto i ragazzi, spesso privi di strumenti critici – non sappia distinguere un grande couturier, da uno di questi.

Oggi le distinzioni estetiche fra arte “alta” e “bassa” sono cadute; ma non sarebbe nemmeno necessario per riconoscere statuto di grande arte alla creazione di certi disegnatori di abiti, che, essendo artisti, non si vergognano di definirsi “sarti”. Paul Morand ha scritto una geniale biografia di Coco Chanel, L’allure de Chanel, ed è Morand. Roberto Capucci, nato nel 1930, è ancor superiore a Coco; è una vera istituzione, sin da quando esordì ventenne con un defilé nel fiorentino Giardino Torrigiani; e oggi nessuno gli rifiuta il riconoscimento che gli spetta.

È un uomo schivo, umbratile, di superiore educazione; gli resta quel tratto grande borghese che oggi si trova in pochi. Ha dedicato la vita a sognare e abbellire il corpo femminile. Ma la sua immaginativa non poteva non coltivare anche quello maschile. Col quale egli ha un rapporto solo artistico, non legato alla produzione professionale; e, per conseguenza, sul quale oniricamente proietta le sue fantasie.

Ed ecco un avvenimento straordinario: una mostra di suoi disegni di corpi maschili, organizzata da una storica dell’arte aristocratica come Caterina Napoleone. A Palazzo Pitti, a inizio dell’anno; poi a Napoli, alla Fondazione De Filippo, adesso. Con due cataloghi curati dalla Napoleone e corredati da suoi scritti e un’intervista al Maestro: Capucci dionisiaco (Polistampa, Firenze) e Spettacolo onirico (arte-m, Napoli). Due meravigliosi libri figurativi.

L’aggettivo dionisiaco si attaglia a queste opere d’arte. Si deve immaginare il corteggio del dio, qual è raffigurato in due fra i capolavori della pittura, quello giovanile di Tiziano e quello di Carracci sul soffitto della Galleria Farnese.

L’esplosione di una gioia fisica che si fa metafisica; i Satiri, le Baccanti: non quelle infuriate che sbranano Orfeo, come narra il Quarto Libro delle Georgiche e l’Undecimo delle Metamorfosi, ma quelle liete che percorrono i boschi agitando il tirso e gridando Evohè. Il canto che ne nasce è il Ditirambo, che sua volta genera il teatro.

I corpi disegnati da Capucci uniscono la grande tradizione classica a quella dei Balletti Russi di Diaghilev, che all’inizio del Novecento fu la rivoluzione dell’arte moderna. Sono corpi sontuosi e sinuosi, talora androgini, talora possenti; e i torsi ispirati dalla statuaria greca e rinascimentale si colorano di tinte orientali. Meraviglioso come la fantasia dell’artista faccia intervenire la flora e la fauna – uccelli, serpenti – non solo a titolo ornamentale, ad avvolgere i corpi, ma in vera simbiosi con loro. Sì che i maschi immaginati da Capucci hanno qualcosa dell’animale e della pianta; molti hanno musi e lingue di serpente, un’espressione da pantera e da leopardo.

Anche questo è un simbolo: di serpenti si adornano, attorcigliati a corpi e capi, le Menadi, mentre i felini sono aggiogati al carro di Bacco in trionfo con Arianna. Gli ultimi disegni della collezione risalgono a pochi mesi fa. Il culto di Dioniso ha reso giovanissimo l’ottantasettenne artista, che ci darà ancora opere come queste provenienti dall’officina sua più segreta e più poetica.

“Dopo 30 anni entro ancora nel vestito rosso. Con amore, Jessica”

Avete avuto dubbi su di me sin dall’inizio del film, dovete ammetterlo. Poi non appena sono uscite le foto con Marvin Acme mentre facevamo farfallina, tutti a puntarmi il dito contro… Bravi, complimenti, però quando farfallina l’ha fatto Belèn a Sanremo non vi siete lamentati mica troppo eh. Per mezza pellicola avete pensato che fossi la solita femme fatale a caccia di attenzioni e opportunità. Certo la mia stylist con quel vestito rosso scollato, che modestamente mi stava d’incanto, sicuramente non mi ha aiutato, ma io ve l’avevo detto “non sono cattiva, è che mi disegnano così’’.

Ormai sono passati 30 anni da quando il Giudice Morton ha cercato di sciogliere me e Roger nella Salamoia, quell’acido verdastro fatto di trementina, acetone e benzina puzzava davvero di cartone morto, posso assicurarvelo. Un po’ mi manca stare sul set, con Roger che non ne azzeccava una era davvero divertente. In molti si sono chiesti come una come me potesse stare con uno come Roger. Bhè sicuramente non posso dire di essermi innamorata di lui per la somiglianza con Johnny Depp o per l’addome scolpito. Dopo il successo del film ho anche provato a farlo iscrivere in palestra per fargli mettere su un po’ di massa muscolare, ma lui di diete iperproteiche proprio non ne voleva sapere, non faceva altro che sgranocchiare sedano e carote sul divano tutto il giorno. E io che volevo fargli fare il provino per Thor.

Se non Thor, almeno Spiderman. Ma niente, non c’è stato verso. Per non parlare di squat e bilancieri… il suo personal trainer si è arreso dopo una settimana. Non faceva altro che lanciarseli in testa e vedere le stelle.

Ma sapete, di Roger non ho amato l’aspetto fisico, ho amato la spontaneità e in questi anni posso dire che non è cambiato affatto. Su nessun fronte proprio. È il solito coniglio svampito e distratto, ogni tanto si dimentica il mio compleanno, ogni tanto lascia la tavoletta del wc alzata e carote sgranocchiate in giro per casa, ma che ci volete fare… è Roger, è fatto così.

Nemmeno mi arrabbio più, anche perché arrabbiarsi fa venire le rughe e onestamente sono troppo sexy per invecchiare. Inoltre un trucco che ho adottato in questi anni e che vi consiglio è di lavarvi il viso con acqua fresca al mattino e di praticare lo yoga almeno tre volte a settimana. Vi garantisco che funziona… io sono trent’anni che sono sempre gnocca, entro ancora nel vestito del film… a dire il vero non me lo sono mai tolto, ma questa è un’altra storia. Ormai la nostra vita è cambiata, io e Roger abitiamo in una piccola casa in campagna, ci siamo ritirati da Cartoonia, la vita lì era troppo stressante… gente che ci fermava per chiederci autografi e selfie, cene ed eventi di gala, non se ne poteva più.

Ora ci piacciono cose più semplici… ad esempio la domenica organizziamo partite di burraco con Duffy Duck e Dumbo. Ma quel maledetto elefante ogni volta si finisce birra e noccioline e poi vola via rubandoci tutte le carte. Mi ricordo ancora quella volta, alla vigilia di Natale, quando con una sventolata di orecchie ha ravvivato il camino dando fuoco alle mie meravigliose tende del salotto.

Erano ricamate a mano… me le aveva regalate Dolores, la fidanzata di Eddie. Vi dico solo che per la disperazione non ho cantato Why don’t you do right? per almeno tre settimane. Fra l’altro buttando un occhio su Youtube, uno solo perché l’altro è coperto dalla mi splendida chioma arancione, ho visto che molte ragazze si sono cimentate in cover della mia canzone.

Parliamoci chiaro care, voi potrete anche provare a essere me… ma dovete capire che io sono l’unica sola ed inimitabile Jessica Rabbit e nessun vestito rosso a Carnevale o Halloween vi farà essere più sensuali di me.

Detto questo mie care o miei cari, in occasione di questo anniversario vi suggerisco, se non l’avete già fatto, di guardarvi Chi ha incastrato Roger Rabbit?’ o di guardarlo di nuovo per ammirare la mia inestimabile bellezza. Vado a sorseggiare il mio Martini.

Con amore, Jessica Rabbit.

Sono un uomo del ’900 (multitasking)

Quando Enrico Mentana parla, spesso non guarda in viso. Non è scortesia. O timidezza. Ma come spiega lui stesso, “sono multitasking”, vuol dire che risponde alle domande, poi con un quarto di occhio controlla il match dei Mondiali di calcio (e commenta), con un altro quarto monitora il computer e il susseguirsi di notizie, quindi legge gli articoli per il telegiornale della sera, scrive i titoli, arrivano i messaggi sul cellulare, poi allo scadere dell’ora tonda c’è il collegamento con Rds per il suo Cento secondi con. “La fortuna è che non conosco lo stress, non sento la fatica e da sempre. Quanto dormo? Boh, poco”. È una macchina da guerra. “Solo macchina”.

Nel libro di Liliana Segre “La memoria rende liberi” ha definito il “Giorno della memoria“ una “routine ipocrita”.

Il rischio è quello. Quando ero piccolo a fine ottobre c’era la giornata del risparmio, in qualche modo spinta dalla stessa Cassa di Risparmio, e sistematicamente a scuola ci propinavano il tema sull’argomento; ho sempre pensato: per un giorno fingiamo attenzione, responsabilità, partecipazione, consapevolezza, quindi il perfetto lasciapassare per fottersene il resto dell’anno.

È già così?

In realtà i cicli storici si interrompono con la generazione che li ha vissuti.

(Alla destra della scrivania ha una sorta di baracchino, all’improvviso si accende, c’è la sigla della radio. “Si prepara il testo per l’intervento?” “No, vado a braccio”)

Cosa manca oggi?

L’impianto forte della democrazia, cioè i partiti di massa, l’impegno come punto di confronto all’interno della famiglia politica e dopo con le altre famiglie. I partiti rappresentavano grandi ideologie, speranze, illusioni, tutto questo portava passione, erano scuole di formazione culturale; i grandi intellettuali erano organici, e penso a saggisti, pittori, scrittori, latinisti. Oggi è impensabile. Mi ricordo i comizi nelle piazze, i momenti forti della vita politica…

Lei ci andava a prescindere dall’appartenenza.

Ho avuto la sorte di una vita molto veloce, in buona sostanza a 25 anni ho iniziato come giornalista in televisione.

Magari al liceo.

Ero un giovane anarchico di un gruppo libertario, tra noi c’era persino Michele Serra, frequentavamo lo stesso liceo nel quale, anni dopo, si è iscritto Matteo Salvini (si ferma, la Nigeria ha sfiorato il gol). Ah, c’era anche un altro Salvini, il giudice, anche lui anarchico, protagonista di una storia in stile Dürrenmatt: è stato lui a far confessare il suo ex compagno di lotte giovanili, Mario Ferragni, riguardo all’omicidio dell’agente Custra (Milano, 1977).

Lei alle interrogazioni liceali.

Sono entrato in quarto ginnasio nel 1968, ed eravamo prede di una curiosità devastante: volevamo conoscere tutto e contestare altrettanto; volevamo capire per poi sfidarci in collettivi e assemblee, magari per far colpo sulle ragazze.

Stimolo immancabile.

Funzionava la capacità di parlare in pubblico, di sostenere delle idee. (Segna la Nigeria, scatta la parentesi calcistica. È soddisfatto per l’arrivo di Nainggolan all’Inter: “Lui è proprio forte”)

Torniamo al liceo…

Quella voglia di parlare in pubblico e mostrare le proprie idee è il vero motore per tanti di noi poi diventati giornalisti.

Giornalista più per sapere o per trasmettere?

Cercare di capire per poi raccontare, è una condizione continua e senza ansie.

Niente ansie?

Non ne soffro, vado tranquillo.

Insomma, quanto dorme?

Quattro o cinque ore, massimo sei.

Il riposo estivo-pomeridiano è una bestemmia.

Non esiste. Probabilmente se lavorassi in una miniera dormirei maggiormente, mentre la nostra professione non è stancante; mica siamo impegnati nei campi per ore e ore, o in fabbrica, o in bottega.

Altro che maratone televisive alla Mentana.

Ogni volta dicono: ‘Incredibile, è stato dieci ore in onda’, quando c’è gente che è rimasta dieci ore a guardare. Secondo me è più facile trasmettere che assistere.

Chi trasmette deve avere tutto sotto controllo, chi assiste può anche distrarsi.

È il mio lavoro.

Sa qual è la curiosità più diffusa in Rete riguardo alle maratone?

Sì, come riesco a non andare in bagno. Però ribadisco: in qualsiasi lavoro se c’è il massimo di attenzione, di adrenalina, di compartecipazione, non senti certi stimoli, o stanchezza, o dolori vari.

Va oltre.

Ci sono attori balbuzienti che davanti a un riflettore vanno diritti.

Chi è il direttore?

Chi dà l’esempio su tutto, chi cerca di stare sempre sintonizzato sulla necessità del prodotto. Chi fa i titoli del telegiornale e va in onda; chi cura il piano ferie e le vertenze sindacali; chi concilia le liti tra giornalisti e dà ogni giorno le linee guida.

Percentuale di fallibilità?

L’errore lo vedi sul lungo periodo, ma quello che conta è saper dire sì o no e cosa fare. È necessario offrire sempre una risposta, l’incertezza è il vero errore.

Si è mai sentito inadeguato?

Mai. Quando si agisce, non ci si sente inadeguati.

Neanche quando è andato a dirigere un telegiornale a 36 anni?

Se uno si sente non adatto a quell’età, vuol dire che non hai un buon rapporto con te stesso. E comunque avevo anche delle doti e non era un’impresa titanica, ma solo bellissima, nella quale ho potuto costruire da zero qualcosa di esaltante.

Le sue doti?

Sono veloce di testa.

Paura di perderla?

Ho 63 anni suonati, e ho presente che tutto questo è stato causato anche da una serie di colpi di fortuna.

Tradotto?

Il punto chiave è quello di prima: quelli della mia età che volevano diventare giornalisti, ci sono riusciti; oggi ci sono giovani bravissimi, ma impossibilitati. Non ci sono spazi. I nuovi non entrano, siamo sempre nello stesso recinto, il nostro mestiere si è chiuso e non interagisce con l’esterno, i grandi giochi li gestiscono solo quelli già posizionati. E il giornalismo è la metafora dell’Italia: persone sedute che non si alzano più.

Nessun ricambio.

So benissimo di suscitare simpatia tra i giovani per le mie maratone, ma questo peggiora la situazione: se il tuo punto di riferimento è un sessantenne, vuol dire che non hai l’esigenza di soppiantarlo, di cacciarlo e rinnovare.

Lei conosce il potere da 40 anni. Com’è cambiato?

Non contano né i soldi né il potere, ma l’affermazione, il realizzarsi.

Sì, ma il potere in Italia.

È sempre stato strano per via della partitocrazia, quindi un equilibrio tra imprenditoria, istituzioni e partiti, dove quest’ultimi decidevano, tanto è vero che a un certo punto il mondo dell’economia e della finanza ha creato un suo partito intorno a Enrico Cuccia.

E oggi?

Il potere è sempre stato una forza residuale, anche quando è arrivato Berlusconi.

Prima della “discesa in campo”, Berlusconi ne capiva e si interessava di politica?

Da sempre aveva ben chiaro un punto: doveva semplificare. E quando ha vinto le elezioni, lo choc per la classe dirigente di allora è stato di perdere i posti di controllo. Anche per questo l’hanno disarcionato.

Insomma, qual è il vero potere forte?

Chiunque arriva al governo non sa come muoversi, non sa come mettere in pratica le promesse elettorali.

Comandano i mandarini.

Esatto. In un grattacielo di 30 piani la figura più importante non è chi abita nell’attico, ma il tecnico dell’ascensore.

“Loro” di Sorrentino le è piaciuto?

Non mi appassiono a quello che tutti devono vedere o leggere, perché argomento di discussione. Non sono salottiero. E la sera vado a casa. (Silenzio. “Rete! Aspettiamo il replay, sembra l’azione di Mazzola a Budapest: partono dalla difesa in contropiede”)

Allora niente “Loro”.

Non ho neanche affrontato la Versione di Barney quando è scoppiato il caso.

Cosa legge?

Al novanta per cento saggi.

Biografie?

Sì, ma non amo quelle romanzate. E leggere è l’antidoto al motore di ricerca, una malattia della quale si ha poca cognizione.

Acquisiamo cognizione.

Non ho la patente, non uso calcolatori, non ho l’agenda, i numeri li so a memoria; detesto tutto ciò che del progresso e della tecnologia si sostituisce alla mente umana. Ciò che priva e diventa una mutilazione.

Quindi?

Il motore di ricerca è la stagnazione del cervello giovanile. Bisogna leggere.

Sui social è molto attivo.

Il giornalista del 2018 non può restare su una torre d’avorio e fregarsene di quello che accade nei bassifondi; deve misurarsi con la nuova agorà del web, dove – purtroppo o per fortuna – il confronto è molto diretto e dove avviene il contrario del celebre aforisma…

Quale?

Uno non deve mai discutere in pubblico con uno scemo: chi ti segue potrebbe non cogliere la differenza, e poi lui ti batte con l’esperienza.

Giusto “sporcarsi”…

Se sul web lasci spazio ai cretini, quelli prendono campo e già ne hanno tanto.

Scrive molto, non frasette.

Perché contesto la logica breve di Twitter, anche se sarei avvantaggiato dalla frasetta-battuta-cazzata.

Ha mantenuto intatti i suoi ideali da ragazzo?

Sono un figlio del Novecento, sono uno che crede nella differenza tra sinistra e destra, anche se la laicità di pensiero e la visione delle cose mi ha fatto comprendere che uno non deve fare il tifo per l’uno o l’altro. Però sono diverse, uno non può essere per l’accoglienza e per il rigore. Mi spiego: Renzi ha distrutto il Pd? No, gli ha allungato la vita.

Ne è certo?

Quel Pd di Bersani sarebbe arrivato allo stesso punto di oggi, ma prima. Il problema è che gli ideali di sinistra si sono scontrati con le nuove realtà; dal punto di vista delle pulsioni la piramide si è rovesciata: il nemico dei giovani non è più il capitale, ma la persona di colore o il rom.

Le hanno mai proposto di diventare massone?

Ci sono due campi che non mi hanno sfiorato: la droga e la massoneria.

Niente droga?

A volte sembro scemo, ma non ho mai visto uno tirare di cocaina, e non mi capacito di come le persone sottovalutino un dato: farsi anche solo uno spinello vuol dire interagire con le organizzazioni criminali.

A 45 anni giocava con la Playstation, oggi?

Allora era un modo per stare con mio figlio 13enne, e poi avevo una lontana tendenza alla ludopatia, quindi ho lasciato perdere. Preferisco il sudoku. (Si riattiva il baracchino, altro collegamento con Rds)

Di quale mistero italiano le piacerebbe conoscere la verità?

Ce ne sono tanti, a partire da Piazza Fontana…

Rapimento Moro.

In questo caso sono più avantologo che dietrologo: quella è stata una questione delle Br, dove poi ognuno ha messo il suo cip. La questione è più sugli Anni di piombo.

Vissuti in prima persona?

Ho visto compagni di liceo entrare nella lotta armata (sono le 19.05, inizia a leggere i pezzi della sera). Allora c’era un’idea della violenza.

I suoi genitori erano preoccupati?

Non ho mai avuto questa percezione, poi a 18 anni sono entrato nei socialisti.

La sua notte prima degli esami?

Sono un cazzone, come ho detto non sento lo stress né l’ansia, e il giorno dell’orale mi sono comportato da cretino.

In che modo?

Ho rischiato la bocciatura.

Cosa aveva combinato?

Il membro esterno, un prete, mi chiede Dei sepolcri e perché “li dedica a Pindemonte e non a Mentana?”.

E lei?

Rispondo: ‘Me l’aveva offerto, ma per questione di sponsorizzazione non ho potuto accettare’.

Non ha resistito alla battuta.

Impossibile.

Per chi tifa ai Mondiali?

Croazia. Modric è l’ultimo grande centrocampista, uno alla Pirlo.

Cosa si aspetta dal domani?

Avere la capacità di invecchiare tranquillamente: sarà difficile uscire da tutto questo, magari mi piacerebbe creare un giornale online solo di giovani.

E poi?

Riuscire ad andare ai giardini e fare l’umarell , il pensionato che sta alla grata mentre gli operai lavorano.

Senza stare zitto.

Se uno smette di parlare, muore.

Il viaggio alla prova del fattore rischio

Arriva l’estate e subito pensiamo alle mille revisioni che occorrono nel momento in cui si viaggia di più. Ma quello che spesso sfugge è il fare attenzione a ciò che abbiamo sottoscritto rispetto alle garanzie accessorie dell’auto. Ovviamente non parliamo del furto e dell’incendio, ma delle polizze assistenza: quei contratti spesso già abbinati nella polizza Rc auto, dal costo di pochi euro. Ci promettono spesso cose mirabolanti: traino e soccorso, auto sostitutiva, rimpatrio in caso di auto in panne all’estero, l’autista in caso di infortunio o malattia dell’assicurato, la riparazione del mezzo. E chi più ne ha più ne metta.
È proprio così? Non sempre. Anzi, quasi mai le promesse possono essere integralmente mantenute, soprattutto se non abbiamo sottoscritto la garanzia con una compagnia specializzata. Le polizze assistenza sono, quindi, strumenti utili per l’automobilista previdente che vanno però soppesati bene secondo le effettive esigenze. Per questo, se i contratti con le compagnie specializzate risultano più completi delle semplici garanzie aggiunte all’Rc auto, di contro sono più costosi. E se non si è sicuri dei contenuti, farsi assistere da un agente di assicurazioni professionista o da una associazione consumatori può essere la via migliore per effettuare un acquisto consapevole. Meglio, quindi ricordare i limiti di queste coperture. Iniziamo con la franchigia. È quella parte dell’indennizzo che l’assicurato si impegna a sostenere in proprio; quasi tutte le garanzie comprese nelle polizze assistenza sono gravate da franchigie, somme variabili da compagnia a compagnia, che possono essere in percentuale o anche in valori assoluti. Quello che va sempre controllato è il valore della franchigia.

Mentre un valore del 10% può essere sopportabile quello dei 250 euro rende quasi inutile il contratto. Facciamo l’esempio del recupero dell’auto. Tutte le polizze prevedono questa garanzia a condizione che ci si trovi a una certa distanza dal proprio domicilio e il traino avvenga per il percorso minimo tra il punto di inizio e la prima autofficina autorizzata presente sul territorio. Sarà molto difficile che si superino i 250 euro, praticamente un costo che resta a proprio carico.

La carenza è, invece, la definizione di quando la garanzia non opera per brevi periodi immediatamente successivi alla stipula dei contratti. Anche se i casi di inoperabilità sono sempre descritti nel contratto, si tratta di leggere con molta attenzione libretti delle condizioni di polizza che possono arrivare anche alle decine di pagine. Ma se non si vogliono avere sorprese, meglio farlo. Solitamente troviamo queste clausole nei casi in cui siano interessati danni alle persone.

La voce da leggere con maggior attenzione è quella delle esclusioni. A volte, secondo l’utilizzo che si fa del mezzo, queste clausole rendono del tutto inutile la copertura. È solitamente escluso qualsiasi danno avvenga su strade sterrate; spesso si richiede un’autorizzazione preventiva dalle centrali operative, mentre la carenza dell’autorizzazione rende non indennizzabile qualsiasi danno.

Infine, i massimali. Come in ogni altro contratto di assicurazione anche le polizze assistenza hanno l’importo massimo che la compagnia mette a disposizione del proprio assicurato per le garanzie previste dal contratto. Qui l’avvertenza utile è quella dell’utilizzo del massimale, ricordando sempre che, una volta esaurito il massimale, se nell’anno accadessero ulteriori sinistri, la compagnia non è tenuta a indennizzare altro; quindi il danno resterà a nostro carico. Cosa diversa se il contratto prevede un limite per sinistro: in questo caso interverrà sempre, ma secondo il limite stabilito nelle condizioni contrattuali lasciando i costi in esubero a carico dell’assicurato.

*Presidente di Konsumer Italia

Noleggiare l’auto in tutta sicurezza, le garanzie accessorie

Il noleggio di una automobile è un’operazione che solitamente non presenta insidie salvo che non accada qualche imprevisto come un incidente o il furto. È, purtroppo, in questo caso che si scopre che la polizza che è stata stipulata al momento del noleggio non copre tutti i danni che sono stati causati. Quasi tutti i contratti, infatti, prevedono una copertura assicurativa con una franchigia in caso di danni o furto del mezzo. Cosa vuol dire? Molto semplicemente che l’assicurazione del mezzo copre i danni o il furto a partire da una certa somma, mentre la differenza viene richiesta e addebitata automaticamente a chi ha noleggiato il veicolo.

Semplificando un po’ i termini della questione, con una franchigia di 500 euro e un’auto noleggiata che subisce un danno di 1.000 euro, i primi 500 euro devono essere pagati dal guidatore, gli altri 500 sono a carico della società di autonoleggio. Un limite che non va confuso con il massimale, vale a dire l’ammontare massimo che la compagnia assicurativa è disposta a pagare in caso di sinistro. Ma la maggior parte degli automobilisti che noleggia l’auto, soprattutto su Internet, non sa che esiste la possibilità di “abbattere” queste franchigie pagando un supplemento giornaliero. O, comunque, anche quando al desk per il ritiro dell’autovettura viene proposta la garanzia accessoria (in quanto non obbligatoria), si preferisce perlopiù affidarsi al caso e non spendere una manciata di euro in più che, invece, consentirebbero di evitare la richiesta dell’esborso al conducente qualora si verificasse l’imprevisto. Secondi i calcoli di Altroconsumo, la franchigia per danno o furto anche per una semplice Fiat Panda può andare da 750 a 3.000 euro, ma il costo varia anche in base alla categoria del veicolo: più è grande e potente l’auto, maggiore è il costo del noleggio.

Eppure un campanello d’allarme dovrebbe sempre scattare quando le compagnie al momento del ritiro dell’auto richiedono il pagamento dell’intero noleggio (se non è stato saldato prima durante la prenotazione online), più il versamento di una corposa cauzione il cui importo viene bloccato sulla carta di credito del conducente. Quattrini che servono, appunto, a coprire tutti i rischi che il mezzo può correre, come per esempio i danni non coperti dalle assicurazioni stipulate dal cliente.

Così per evitare sorprese, prima di prenotare conviene contattare l’agenzia di ritiro dell’auto e chiedere a quanto ammonta la franchigia, oppure basta farsi alzare il plafond della carta di credito almeno per il periodo del viaggio. Esistono anche coperture aggiuntive che consentono di ridurre il deposito cauzionale, in modo da non avere problemi con il massimale della carta di credito.

Come scegliere la garanzia accessoria migliore? Si tratta di una decisione che riguarda la personale propensione al rischio di ognuno. Certamente, oltre alla franchigia sul furto e incendio, vanno controllate anche le altre garanzie, per esempio quella sugli infortuni del conducente. E non si dovrebbe pensare che poche decine di euro spese in più sono una decisione sbagliata. Il consiglio è di farsi preparare sempre più preventivi per poterli confrontare. Non è detto, infatti, che la compagnia più conveniente in fase iniziale lo sia anche dopo che si acquistano le coperture aggiuntive che ti interessano. Vanno, poi, controllati l’ammontare del deposito cauzionale e se è possibile abbassarlo acquistando una copertura aggiuntiva in modo da non avere problemi con il massimale della carta di credito.

Sul fronte dei diritti, dal momento che a livello europeo non esiste una normativa di settore specifica (l’Unione europea nel 2017 ha stretto accordi solo con le 5 maggiori società di noleggio), gli automobilisti possono far affidamento sulle disposizioni generali del Codice civile e del Codice del consumo in materia di contratti che prevedono la chiarezza delle informazioni sull’assicurazione complementare. In altre parole, prezzo e dettagli dell’assicurazione aggiuntiva facoltativa, in particolare le clausole che riducono la franchigia da pagare in caso di danni, devono sempre essere mostrati chiaramente.

Italiani, siamo un popolo di inguaribili ottimisti

Gli imprevisti di viaggio sono tra i più detestabili, perché possono rovinare le vacanze e, se ci troviamo all’estero, non sono facili da gestire. A chi rivolgersi, quali numeri da chiamare, che cosa fare se perdiamo il bagaglio o ci infortuniamo? Domande che ancora in pochi si pongono e, solo quando accade l’irreparabile, si tende a ripromettersi di sottoscrivere una polizza per la vacanza successiva. Come dimostra la 18° edizione del Barometro Vacanze Ipsos-Europ Assistance, secondo cui gli italiani si confermano i viaggiatori meno inclini in Europa alla copertura di un qualsiasi rischio durante le vacanze estive. Tanto che se l’Europa fa registrare, rispetto al 2017, un tasso di copertura stabile, l’Italia sconta scarsa percezione dei rischi. I motivi? Chi dichiara di non sottoscrivere una polizza lo fa perché la ritiene troppo costosa (il 33% in crescita rispetto allo scorso anno), mentre diminuisce la percentuale di chi ha poca percezione della copertura e risponde di “non averci pensato” (30%).

Tra i previdenti, il 41% degli italiani sottoscrive un’assicurazione viaggio per tutelarsi in caso di problemi di salute, possibilità seconda solo alla possibilità di coprirsi dal rischio di danno al veicolo (49%). Tra i rischi meno valutati: i danni in casa mentre si è in viaggio (il 39%) e la perdita degli effetti personali e del bagaglio (39%).

Polizze in valigia, una questione di dettagli

Crisi e scongiuri permettendo, tutto è pronto per partire. Ma chi è veramente sicuro che nei meritati giorni di riposo e di spensieratezza si possano abbandonare ansie e apprensione, sia che esse siano legate ai motivi di salute, al viaggio che si farà, ma anche a quello che si lascia, tra casa e oggetti personali? Per far sì che le vacanze superino la prova del fattore rischio, c’è sul mercato un nutritissimo pacchetto di offerte per tutti i generi e tutte le tasche.

Casa. Le polizze si dividono in due categorie: per danni al contenuto abitativo o per danni ai locali. Le prime proteggono mobili, vestiti, oggetti preziosi, denaro da furti, rapine o fuoriuscita d’acqua; le altre i danni causati da incendio, esplosione, scoppio, gelo, acqua condotta, fenomeno elettrico o eventi naturali e socio-politici. Facendo attenzione al massimale: se, a esempio, stimo di avere dei beni con un valore complessivo di 20.000 euro, non ha senso impostare un massimale di 50mila euro che mi porterebbe soltanto a pagare un premio più alto. Anche chi vive in affitto ha la possibilità di tutelarsi grazie alle polizze “Rischio locativo”; se invece la causa del danno è imputabile all’inquilino, la compagnia risarcirà il proprietario. Ipotizzando una copertura completa per un appartamento di 120 metri quadrati a Milano (massimale danni al contenuto 10.000 euro, massimale furto fino a 20.000 euro, tutela legale fino a 10.000 euro e assistenza h24), il costo del premio annuo, calcolato tramite Facile.it il 12 giugno 2018, ammonta a circa 235 euro.

Salute. Un medico a disposizione H24 per un consulto telefonico è la risposta a tutti gli ipocondriaci vacanzieri. Niente è lasciato al caso: esistono prodotti che assicurano anche la morte in caso di un viaggio in aereo. In questo caso i prezzi delle diverse opzioni variano in funzione della durata della copertura, dell’area geografica di destinazione e dei differenti massimali di rimborso oscillando tra i 50 e i 150 euro a persona.

Sport. Tennis, ciclismo, nuoto, giochi da spiaggia, surf, windsurf, ma anche il paracadutismo, il trekking e lo snorkelling: ecco le attività sportive che la maggior parte delle assicurazioni copre in caso di infortunio e/o morte. La clausola è chiara: mentre si è in vetta alle rocce o si stanno tagliando le onde in surf, occorre prendere le dovute precauzioni. Questo tipo di polizza copre un ventaglio ampio di casistiche: dal semplice infortunio con tutte le spese mediche fino alle ricerche se l’assicurato è disperso o, anche, i costi di affitto spazi per le attrezzature sportive danneggiate nel corso della vacanze. Per Facile.it, le formule base giornaliere partono da cifre comprese fra poco meno di 15 euro e meno di 30 euro al giorno a seconda che il viaggio sia in Italia o all’estero, ma maggiore è il rischio, più alto è il premio che si dovrà pagare. Le formule annuali hanno basi di partenza fra i 170 ed i 280 euro.

Prodotti elettronici. Come non postare una foto sui social mentre si è in spiaggia o alle prese con la visita di una città? Per tutti gli amanti di smartphone e tablet, è bene sapere che per proteggere tutti i dispositivi hi-tech ci sono polizze che coprono fino a 1.500 euro. La copertura può durare uno o due anni. Assicurare uno smartphone di valore compreso fra i 250 ed i 500 euro per un anno costa circa 55 euro, appena meno di 100 euro – calcola Facile.it – se si vuole estendere la copertura fino a 24 mesi. Se, invece, si vuole aggiungere la copertura furto andranno messi a budget 10 o 15 euro in più. Sul fronte delle macchine fotografiche, assicurare un apparecchio dal valore compreso fra i 250 e i 500 euro per un anno costa circa 55 euro, appena meno di 100 se si vuole estendere la copertura fino a 24 mesi. Da marzo 2016 a marzo 2018 l’incremento del numero delle persone che hanno cercato informazioni su questi prodotti è superiore al 150%.

Animali. Sono 5 milioni le famiglie che ogni anno trascorrono le vacanze insieme a cani e gatti. E non stupisce che le compagnie propongano soluzioni diverse e utili. Del resto si tratta di un settore che – evidenzia da Facile.it – nel 2007 ha raggiunto un potenziale di oltre 532 milioni di euro. Una carrellata dei prodotti più incredibili: a 15 euro all’anno si tutela Fido dagli incidenti in auto, ottenendo un rimborso per le cure dell’animale, con dei massimali di 250 euro se si parla di ferimento e di 600 euro in caso di morte. Per l’assistenza in viaggio, sborsando 110 euro si potrà contare su una centrale operativa che farà da intermediario per selezionare le strutturepet friendly o prenotare i biglietti. Per le “Emergenze in viaggio”, la copertura costa 25 euro all’anno nella sua forma base e interviene in caso di malattia grave o di un infortunio al cane o al gatto durante il viaggio.

“Seleção, ci vuole più gioco, più futebol”. Il ‘90° minuto’ del detenuto Inácio Lula

È necessario mostrare più gioco, più futebol. Vi ricordate che, dopo la partita d’inaugurazione contro la Svizzera, avevo portato l’attenzione sulla possibilità che il piccolo David potesse vincere il gigante Golia? È ciò che stava quasi per accadere nella partita contro la Costa Rica. Se la partita non fosse terminata ai tempi supplementari, il risultato sarebbe stato un pareggio. Grazie al temporeggiare degli avversari, il Brasile è riuscito a fare due gol. Dobbiamo riconoscere che la squadra non ha nuovamente giocato bene e Tite lo sa. Non ha giocato bene, perché l’avversario non ha voluto che lo facesse e sarà così in tutte le partite. Nessuno vuole perdere contro il Brasile”.

È il commento calcistico di un singolare, amato e odiato brasiliano, il quale invia i suoi pezzi non attraverso la Rete, ma scrivendo lettere a un amico. Si tratta di Inacio Lula da Silva, l’ex presidente che – nonostante si trovi in prigione per una condanna di 12 anni per corruzione – commenta dalla sua cella le partite della selezione brasiliana nel Mondiale. “Nelle sue analisi, Lula è sincero. Non è compromesso con nessuno, perché, al contrario degli altri reporter, non è legato agli sponsor”, afferma Cintia Salomão Castro, giornalista brasiliana. Lula, secondo le statistiche, continua a essere l’irrefutabile candidato favorito per la maggioranza degli elettori brasiliani alle presidenziali brasiliane del 7 ottobre.

Venerdì il ministro del Supremo tribunale federale, Luiz Edson Fachin, ha archiviato la richiesta della difesa di Lula, la quale aveva, per l’ennesima volta, sollecitato che l’ex presidente scontasse la pena agli arresti domiciliari. Gli avvocati hanno fatto ricorso. L’ex presidente – secondo Castro – è un vero esperto di calcio che esprime nei commenti sportivi quello che popolarmente pensano i brasiliani.

Lula assiste alle partite in televisione nella sua cella, ma la direzione carceraria non permette d’intervistarlo. La legge, però, non proibisce ai detenuti di scrivere agli amici, come nel caso di José Traiano, il cronista sportivo che riceve le lettere di Lula che sono lette in onda su Canal Tvt. Dopo il debutto con la Svizzera, Lula aveva commentato: “La partita d’esordio del Brasile conferma un vecchio detto del calcio: le eliminatorie sono una cosa, il Mondiale un’altra”. E su Neymar: “Non gli hanno permesso di giocare, commettendo falli su falli. Lui provava a portare palla, ma non ci riusciva. La partita dell’avversario è stata questa: non farci giocare”. L’escamotage calcistico serve per alimentare non solo il mito del lulismo, ma anche la candidatura di Lula, giacché il Tribunale supremo elettorale non ha ancora invalidato la sua corsa alla presidenza del Brasile. I commenti dell’ex metalmeccanico toccano l’esclusiva selezione brasiliana, calciatori miliardari, sempre più lontani dal popolo e dai mitici jogadores del passato, come Pelé, Garrincha, Socrates, Cerezo e altri distanti dai vari Neymar d’oggi, i quali vivono ricchi in Europa e scollati dalla devastante crisi socio economica del Brasile.

“L’evidente mancanza d’interesse della gente per il mondiale di calcio è dovuta al momento cui viviamo, a questa crisi che lascia la gente senza motivazioni, depressa e senza voglia di celebrare” afferma Cintia Salomão. Secondo Datafolha il calcio non è più la passione nazionale del Brasile.

I bomber, l’aquila albanese e la guerra balcanica infinita

L’aquila nera è quella che svetta sulla bandiera dell’Albania. Due calciatori della Svizzera – Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri – l’hanno mimata con le mani venerdì, dopo i due gol contro la Serbia, accendendo all’improvviso le polemiche nazionali in un Mondiale dove finora erano rimaste in secondo piano.

Entrambiprovengono da famiglie di origini albanesi del Kosovo. E gli scarpini di Shaqiri da sempre sono marchiati da due bandiere: su uno c’è quella della Svizzera, sull’altro quella del Kosovo, oggi uno Stato indipendente non riconosciuto dalla Serbia. “Hanno esultato come persone che credono nell’idea della cosiddetta ‘Grande Albania’ – ha scritto online, dopo la partita, il quotidiano serbo Blic –. Così hanno provocato vergognosamente i nostri tifosi”.

La posta in palio, l’accesso agli ottavi dei Mondiali, in questo caso c’entra molto poco. Sul campo di Kaliningrad si è visto il riflesso di sentimenti mai del tutto sopiti, legati alla storia e alla geopolitica: insomma a quella grande polveriera che sono ancora i Balcani, dove si cerca di mantenere un equilibrio su uno stallo sempre precario. L’aspetto calcistico sta semmai nei possibili provvedimenti disciplinari ai due calciatori, deciderà la Fifa. “Non si dovrebbe mescolare la politica con il calcio – ha detto Vladimir Petkovic, commissario tecnico della Svizzera di origini bosniache. Ma il suo collega della Serbia, Mladen Krstajic, ha invece ridato fiato alle polemiche.

Lo ha fatto parlando del Var non consultato dall’arbitro dopo un fallo, in area di rigore, sull’attaccante serbo Aleksandar Mitrovic: “Purtroppo solo i serbi, a quanto pare, vengono condannati sulla base di una giustizia selettiva – ha detto –. Prima il maledetto tribunale internazionale penale dell’Aia, oggi nel calcio il Var.”

Il riferimento è alla Corte penale internazionale che ha chiuso i battenti lo scorso ottobre, dopo 24 anni di attività. Il suo scopo era di punire i crimini di guerra, quelli contro l’umanità e i genocidi. Ma i serbi hanno spesso accusato il tribunale di essere un organo politico, reo appunto di una “giustizia selettiva”. Più severa nei confronti dei serbi, meno contro croati e bosniaci. E così sul terreno di gioco si vedono gli effetti di una guerra infinita, sedata da una pace tutt’altro che stabile. Il padre di Xhaka rimase per tre anni in prigione, prima di riuscire a fuggire, nei primi anni Novanta, proprio in Svizzera.

La ferita sempre aperta riporta alla memoria le violenze della guerra, quando il Kosovo era una regione della Serbia, abitata per la grande maggioranza da albanesi. Di mezzo ci sono stati gli scontri etnici, gli attentati terroristici dei separatisti filo-albanesi, la repressione dell’ex presidente serbo Slobodan Milosevic e l’intervento della Nato. Dal 2008 il Kosovo è uno Stato autonomo, riconosciuto da 115 Stati su 193 dell’Onu. Ma non dalla Serbia, che nei Balcani mantiene ancora vive le sue pretese su quella regione. Con l’Unione europea che cerca con difficoltà di sedare le tensioni.

Mentre scorrono le immagini del Mondiale, c’è chi pensa che la Jugoslavia, unita in un’unica nazionale, oggi potrebbe essere fra le candidate alla vittoria finale. Ma è solo una suggestione, al limite del fantacalcio. La storia e la politica sono un’altra cosa. I tifosi russi, tradizionalmente filo-serbi, venerdì hanno fischiato ogni volta che Xhaka e Shaqiri hanno preso la palla. Poi però hanno segnato proprio loro due. E per esultare il loro gesto più naturale è stato quello di un’aquila che vola.