“Fermiamo la Brexit”, ma Corbyn non si vede

Nel secondo anniversario del referendum che ha deciso l’uscita del Regno Unito dall’UE, Londra si colora, per un giorno, del giallo e del blu della bandiera europea. Sono decine di migliaia – per gli organizzatori 100 mila – i manifestanti che sfilano dal Pall Mall al Parlamento in un sabato di sole, slogan e speranze. Attivisti anti-Brexit, tanti europei, qualche britannico residente al di la della Manica e tornato per l’occasione.

È una marcia attesa da mesi: a organizzarla, un gruppo eterogeneo di associazioni e gruppi anti Brexit raccolti sotto l’ombrello People’s Vote. Il voto della gente. La gente, per la verità, su Brexit ha già votato a favore, seppure con un margine ristretto. Ma i Remainers di tutti gli schieramenti chiedono un nuovo referendum, stavolta sull’accordo finale, se mai il governo May e Bruxelles riusciranno a emergere da uno stallo che, a nove mesi dalla data ufficiale di uscita, non sembra avere soluzione.

Sul palco si avvicendano Vince Cable, anziano e carismatico segretario dei Lib-Dem; Gina Miller, che per prima, in forma privata, ha sfidato in tribunale il governo sull’articolo 50; Anne Soubry, che sul fronte anti-Brexit è la più coraggiosa e determinata parlamentare Tory. E i ragazzi di Our Future Our Choice, gruppo di pressione nato a febbraio scorso da una considerazione di buon senso: i giovani sono il gruppo demografico che più degli altri ha votato contro Brexit, ma anche quello che ne subirà gli effetti più pesanti. Brexit can be stopped, Brexit può essere fermata, è lo slogan centrale. Da chi? Dalla volontà popolare, che dovrebbe imporsi, con la forza dei numeri e dei fatti, sul governo e su un Parlamento che però, solo la scorsa settimana, ha bocciato un emendamento che avrebbe garantito ai legislatori un certo controllo sugli esiti del negoziato. Di fronte a prospettive economiche da incubo per decenni, 65 milioni di britannici non possono affidarsi ad un governo irresoluto e a poche centinaia di parlamentari: devono potersi esprimere direttamente su un accordo che determinerà il loro futuro. Problema: per quello che valgono, i sondaggi non fanno pensare che una nuova consultazione invertirebbe la rotta: gli ultimi segnalano un timido trend anti Brexit.

Per cambiare le cose ci vorrebbe l’appoggio del Labour di Jeremy Corbyn, che invece non solo alla marcia non si fa vedere – dov’è Corbyn? gridano i manifestanti – ma continua a punire ogni fuga in avanti dei suoi parlamentari anti-Brexit.

Quanto agli scenari economici, venerdì un colosso come Airbus ha anticipato che, in caso di uscita da mercato unico e unione doganale senza alternative potrebbe lasciare il Regno Unito, con le immaginabili ricadute sui 14 mila dipendenti e i 100 mila dell’indotto. Non è l’unica società a minacciare il trasloco.

La risposta dei ministri del governo? Liam Fox, al commercio con l’estero, ha chiarito che Londra non sta bluffando quando sventola lo spettro della rottura dei negoziati. David Davis, del dicastero per Brexit, ha assicurato che il governo sarà pronto in caso di mancato accordo. Quando al solito Boris Johnson, in un editoriale sul Sun ha scritto che Theresa May deve garantire una full British Brexit. E, secondo il Telegraph, la scorsa settimana, ad un evento pubblico per il compleanno della Regina, avrebbe liquidato i timori degli industriali britannici con un oxfordiano Fuck business. “Che vadano a farsi fottere”.

Altro che messicani, l’anti razzismo esiste: solo su Netflix

Nell’America di Trump, come accadeva in quella di Obama, se dai del ‘negro’ (nigger) a uno, ti licenziano. Ma se sei un poliziotto e gli spari, al ‘negro’, pure disarmato, non ti licenziano né tanto meno ti processano, perché ti sentivi minacciato. Paradossi d’un Paese che agita come clave alternativamente il politically correct e la ‘tolleranza zero’.

Così, mentre l’Amministrazione s’impantana nella vicenda dei bambini dei migranti illegali separati dai genitori all’ingresso nell’Unione, Netflix mette alla porta Johathan Friedland, un giornalista, da sette anni responsabile della comunicazione del gigante della distribuzione su internet di film, serie tv e contenuti d’intrattenimento.

La colpa di Friedland, reo confesso, ma reticente, è d’avere fatto commenti “sconsiderati” durante un incontro con il suo staff: “Mi sento male a pensare come il mio scivolone abbia causato stress alle persone che lavorano nella società, dove tutti si sentono inclusi”.

Scivolone? Friedland è recidivo: Reed Hastings, amministratore delegato, fra i fondatori di Netflix, lo spiega, in una mail ai dipendenti. Il giornalista è stato licenziato perché mostratosi “insensibile” sulla questione razziale, un comportamento non in linea con i valori dell’azienda. La prima volta accadde mesi fa, durante una riunione di pr indetta proprio sulle parole sensibili: Friedland s’era poi scusato e l’incidente pareva chiuso lì, con un po’ di ‘rieducazione’ per il reprobo. Che, in settimana, ci è però ricascato, parlando con due dipendenti delle Risorse Umane che cercavo di aiutarlo. La notizia corre sul tam-tam del web e dei social e ‘oscura’ per qualche ora il caso alla Casa Bianca su come riunire le famiglie di immigrati separate, dopo un decreto del presidente Trump, mercoledì scorso. Ci sono state riunioni con tutte le agenzie governative interessate, che devono fare i conti con l’ambiguità del decreto: da un lato, dispone che le famiglie siano riunificate senza spiegare come; dall’altro, conferma la politica della ‘tolleranza zero’. Le interpretazioni del decreto sono discordanti, da agenzia ad agenzia, e migliaia di bambini e di famiglie restano nel limbo, mentre il magnate presidente si bea nella certezza che la ‘tolleranza zero’ piaccia ai suoi elettori.

C’è più apparenza che sostanza, nel pugno di ferro di Trump. Il magazine Politico scrive che mancano posti e letti per trattenere, separatamente, genitori e bambini. Intanto, a fronte di 500 ricongiungimenti, migliaia di famiglie restano divise. Ma il presidente, ricevendo i familiari di persone rimaste vittime di atti violenti ad opera di immigrati illegali, gioca sulle parole: “Questi sono cittadini americani separati permanentemente dai loro cari” (e calca sul ‘permanentemente’); ma “i media li trascurano, non fanno caso alle loro vicende”. Le agenzie di frontiera attendono chiarimenti, mentre si intrecciano segnali contraddittori: i minori – si dice – non possono restare separati dai genitori per più di 72 ore; ma intanto l’esercito sta realizzando centri per ospitarne 20 mila. E la tolleranza zero sui migranti illegali innesca l’ennesimo braccio di ferro legale: una dozzina di Stati, fra cui la California, vogliono citare l’Amministrazione perché l’ordine del presidente contro la prassi della separazione non garantisce il ricongiungimento delle famiglie. Intorno al presidente, c’è aria pesante: la sua portavoce, Sarah Huckabee Sanders è stata ieri cacciata da un ristorante perché “lavora per Trump”.

Sulla riforma dell’immigrazione, la politica è in stallo, forse già rassegnata ad attendere le elezioni di novembre. Non si arresta, invece, il Russiagate, che Trump liquida come una “caccia alle streghe truccata”. Il procuratore speciale Robert Mueller chiede che la sentenza su George Papadopoulos, un ex collaboratore della campagna di Trump, venga emessa il 7 settembre. Mueller indaga sull’ipotesi di collusione fra la campagna del magnate e la Russia. E Papadopoulos ammette di avere mentito sui suoi contatti con persone legate alla Russia. Per accuse analoghe, è già stato condannato ad aprile il legale olandese Alex van der Zwaan.

Ankara, scontro di civilità per un posto sull’autobus

Nella giornata di ieri sono arrivata ad Ankara per una sosta di un giorno prima di raggiungere la Cappadocia. Non ero mai stata nella Capitale turca e avevo dimenticato che qui in Turchia è periodo di elezioni, ma appena salita in taxi dall’aeroporto qualcosa di sussurrato, di impalpabile, di appena percettibile me lo ha rammentato istantaneamente. Sto parlando dell’accennata propaganda del presidente in carica Recep Tayyp Erdogan il quale, solo lungo la strada dal mio terminal all’hotel, appare col suo faccione e lo slogan “vakit türkiye vakti” su ogni palo, ponte, pilone, palazzo, fiancata d’autobus e kebabbaro si incrocino nel percorso.

I suoi competitor sbucano qua e là tipo gli adesivi di Scientology sui pali dei semafori, tipo gli annunci di babysitter e dei tizi che aiutano a svuotare le cantine (che poi non ho mai capito perché ci siano annunci specifici solo per le cantine. Svuotare un piano terra richiede un’altra specializzazione?).

Il tassista, ridacchiando, mi dice in un inglese stentato: “Ha visto quante foto di Erdogan sui muri qui in Turchia?”, io gli rispondo che lui non ha visto quante foto di Matteo Salvini ci sono sui giornali in Italia e la chiudiamo lì. Fatto sta che all’arrivo in hotel ne approfitto per leggere un po’ sul voto in Turchia e io e il mio fidanzato commentiamo qualcosa di trito su quanto questo sia il Paese delle contraddizioni, di quanto Islam e Occidente si mescolino in un calderone poco comprensibile per i turchi, figuriamoci per noi turisti. Di quanto le donne, per strada, sembrino italiane, di quanto fanatismo, censure e repressioni risultino invisibili per chi passa qualche giorno in vacanza da queste parti.

La sera andiamo in un noto ristorante della città e ci sembra di essere in un qualunque locale milanese. Dopo la sfilza di donne in burkini viste nei giorni precedenti immergersi nel Mar Morto (specialmente turiste arabe con la famiglia), appaiono nuovamente short, tacchi e minigonne. Dopo la scena sempre straniante delle donne in burqa al ristorante che mangiano alzando il velo sotto il collo e infilandosi il cibo in bocca con un gesto furtivo della mano, vediamo di nuovo tante donne mangiare in libertà.

La mattina dopo andiamo alla stazione degli autobus e acquistiamo tre biglietti per Göreme, in Cappadocia. Il tizio della compagnia ci spiega che ci sono due posti vicini e uno separato in un’altra fila. Decidiamo, ovviamente, che io siederò accanto a mio figlio e che il mio fidanzato occuperà il posto più avanti. Saliamo sull’autobus, io e il bambino ci sediamo, il mio fidanzato si siede e la giovane signora accanto a lui fa un cenno alla responsabile della compagnia che viaggia con noi. Dopo pochi secondi quest’ultima mi raggiunge e mi fa cenno di alzarmi pronunciando frasi in turco a cui io rispondo in inglese dando vita a un siparietto a tema incomunicabilità che al confronto Carlo Sibilia e Samantha Cristoforetti hanno un sacco di argomenti in comune. La tizia si irrita sempre di più, va dal mio fidanzato e fa cenno anche a lui di alzarsi. Chiediamo perché, lei a quel punto è incazzata che nemmeno Erdogan dopo il tentativo di colpo di Stato. Un ragazzo molto giovane si offre di fare da interprete in inglese e ci spiega che la ragazza che occupa il posto accanto al mio fidanzato non vuole uomini vicino. Io replico che in un viaggio di 4 ore e mezzo voglio mio figlio accanto, mio figlio replica che mi vuole accanto, il mio fidanzato mostra i biglietti numerati e spiega che ha pagato regolarmente e gli è stato assegnato quel posto, non intende rinunciarci.

Ne nasce una bagarre in almeno quattro lingue e principi diversi, in cui io dico che nessuno chiederebbe a una mamma turca di viaggiare separata da suo figlio per assecondare un qualsiasi principio religioso di un’italiana, non vedo perché si chieda a un’italiana di farlo.

Il mio fidanzato non intende cedere e chiede se esista una legge turca che gli impedisca di sedersi lì. La responsabile/bigliettaia si altera ulteriormente e mi ordina di andarmi a sedere accanto alla signora in maniera così risoluta e perentoria che per poco non solo vado dove mi dice lei, ma do pure una passata ai vetri dell’autobus col Vetril.

In tutto questo, la ragazza seduta davanti non si gira, non interviene, non esiste. Lei è l’origine del problema, ma non ha alcun ruolo attivo nella discussione e probabilmente anche nella sua vita. Noi non cediamo di un centimetro. La responsabile minaccia di chiamare la polizia e comincia a parlare al telefono.

Io penso che ho visto molte cose brutte nella vita, dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini sfilare in mutande a una Leopolda, ma che il carcere turco me lo risparmierei. Scorgo una signora anziana con un fazzoletto rosso in testa, seduta in un posto singolo, in fondo all’autobus. Chiedo al nostro giovane traduttore di proporle di sedersi accanto alla donna così da cedere il posto al mio fidanzato. La signora anziana ascolta la proposta e annuisce senza proferire parola. Si alza e va a sedersi dove le abbiamo chiesto.

Ed è così che in questa trascurabile bagarre in cui per dieci minuti, in un semplice autobus Ankara-Göreme, si sono scontrati Islam, Occidente, uomini, donne, leggi coraniche, culture milionarie e buonsenso, ho visto tutte le contraddizioni di questo Paese, nonché il terreno complesso su cui giocano queste elezioni: la Turchia laica e liberale contro quella religiosa e conservatrice.

La donna responsabile del bus che urla a un uomo di andare a sedersi dove dice lei altrimenti chiama la polizia e quella col velo, seduta di spalle, che non può stare seduta accanto a quell’uomo e non ha neppure la voce per dirlo.

Ince, il professore di Fisica che vuole bocciare il Sultano

La data di oggi entrerà nei libri di storia, non solo turchi, indipendentemente da come andrà il voto presidenziale e legislativo, anticipato di un anno e mezzo per volere del presidente uscente Recep Tayyip Erdogan.

Se il reis dovesse essere riconfermato e il suo partito della Giustizia e Sviluppo (Akp) ottenere ancora una volta la maggioranza assoluta in Parlamento, non solo Erdogan si avvierà a raggiungere il primato di Mustafa Kemal Ataturk in quanto a numero di anni al potere, ma si assisterà anche a un passaggio di status epocale: la Turchia da repubblica parlamentare diventerà una repubblica presidenziale. E la sua già ibrida democrazia diventerà di fatto un guscio vuoto. In seguito al referendum dello scorso anno, dopo le elezioni verrà infatti implementata la riforma costituzionale che conferisce enormi poteri, anche in campo legislativo e giudiziario, al capo dello Stato.

Se invece Erdogan dovesse perdere, sarebbe un evento talmente imprevedibile e contrario a tutti i sondaggi che meriterebbe comunque un posto di riguardo negli annali. I suo principali rivali, sia per quanto riguarda le Presidenziali sia per quanto riguarda le Legislative, sono molto più agguerriti e carismatici rispetto a quelli delle precedenti elezioni, mentre la maggior parte dei partiti all’opposizione si sono potuti alleare in una coalizione pre elettorale grazie alla nuova legge elettorale.

Ciò significa che i quattro partiti alleati, a partire dal maggiore, il repubblicano e laico Chp, potrebbero in cordata impedire all’Akp di riottenere la maggioranza dei seggi nell’aula. Un obiettivo meno irraggiungibile della presidenza, anche se venerdi scorso la maggior parte degli imam ha fatto giurare ai fedeli sul Corano che voteranno per Erdogan e il suo partito. Chi giura sul Corano, deve rispettare la promessa , pena l’inferno, che esiste anche nell’islam.

Nonostante la stampa indipendente sia stata annichilita e quasi tutti i media, tv compresa, appartengano a editori vicini al presidente, l’ex professore di fisica e scienze, Muharrem Ince, candidato alle presidenziali del maggior partito di opposizione, il laico partito e democratico partito repubblicano CHP è riuscito a guadagnarsi l’attenzione dei turchi con i suoi trascinanti ed energici comizi.

Ince sembra in grado di galvanizzare, come faceva molto bene Erdogan agli inizi della carriera, anche la gente di campagna, non solo l’élite filo europea di Istanbul e Smirne, questa ultima roccaforte del partito repubblicano. Nato 54 anni fa in un villaggio agricolo della provincia nord-occidentale di Yalova, nelle sue apparizioni pubbliche il professore non tralascia mai di ricordare di aver imparato prima a guidare il trattore e poi l’auto, di aver frequentato corsi coranici da bambino e che la sua famiglia include donne che indossano il velo islamico. Un modo per tentare di sottrarre altri voti all’Akp mentre predica la scienza e la nanotecnologia ai giovani e promette di non abolire l’insegnamento nelle scuole superiori della teoria di Darwin che invece Erdogan vorrebbe cancellare a partire dalla auspicata rielezione. Qualora eletto, Ince promette abolire immediatamente lo stato di emergenza, ripristinare la separazione dei poteri e cancellare la riforma costituzionale.

Abolirebbe inoltre il Consiglio di istruzione superiore, che Erdogan ha usato per licenziare migliaia di accademici per ragioni politiche, e riformerebbe il Consiglio supremo di giudici e pubblici ministeri, le cui regole e membri Erdogan ha cambiato per avere una magistratura amica. In una intervista il candidato ha detto: “Se la ricchezza di Erdogan deve essere investigata, deve esserci un sistema giudiziario indipendente”. Qualche chance in più di competere con Ince per andare al ballottagio contro Erdogan ce l’ha Meral Aksener.

L’ex ministro degli Interni, soprannominata Lady di Ferro ha fondato il Buon partito (Iyi) dopo aver abbandonato il partito nazionalista perché in disaccordo sulla fedeltà a Erdogan da parte del leader dei Lupi Grigi, il vecchio Devlet Bahceli. Colui che ha chiesto formalmente al Sultano di anticipare le elezioni proprio per impedire ad Aksener di guadagnare troppo consenso nel corso dei mesi. Gli ultimi sondaggi danno Erdogan al 46% e Ince al 30: qualora confermati, si andrà al ballottaggio.

Mail Box

 

La Lega ignora i veri problemi e danneggia l’ordine pubblico

Quali siano le altezze di pensiero e gli orizzonti culturali di Salvini se ne è avuto dimostrazione, senza peraltro aver bisogno di conferme, dai suoi primi atti come ministro dell’Interno.

Inizialmente ha intavolato e vinto il braccio di ferro sul caso dell’Aquarius con l’obiettivo di mostrare cosa era capace di fare sul tema dei migranti, quando le, senz’altro motivate, lamentele dell’Italia al riguardo potevano essere espresse in modo più decoroso, senza mettere a repentaglio la nostra reputazione internazionale. Subito dopo è passato ad un suo vecchio assillo, quello dei rom, nonostante essi non costituiscano più da tempo un particolare problema per l’ordine pubblico.

L’effetto degli slogan del ministro è stato quello di attirare l’attenzione mediatica verso la questione, ben al di là dell’effettiva gravità della situazione reale.

Ogni giorno, rivestendo, secondo i suoi comodi, i panni di ministro o di segretario di partito, Salvini attizza nuove polemiche, come quella, bruttissima, sulla scorta di Saviano e quella sui vaccini. È da pensare che il prossimo passo sarà un altro cavallo di battaglia della Lega, quello sulla “legittima difesa”, già peraltro ampliata qualche anno fa, ma che si vorrebbe estendere sino ad affermare una giuridicamente inconcepibile immunità per chi uccide in casa propria.

Evidentemente Salvini ignora oppure è del tutto indifferente al problema delle organizzazione mafiose, della corruzione endemica presente nel nostro Paese, soprattutto in ambito politico-amministrativo e delle difficili condizioni in cui debbono operare le forze dell’ordine, male retribuite e prive di sufficienti mezzi. In particolare quello che gli sfugge è che il suo ruolo è quello di ministro dell’Interno, responsabile quindi dell’ordine pubblico di un Paese. E dunque ha proprio il compito di far di tutto per mantenere questo ordine invece di essere la causa del disordine che i suoi rozzi slogan hanno determinato e stanno tuttora producendo.

Loris Parpinel-Prata

 

Giusto lavorare di domenica, ma la paga deve essere più alta

Ho letto con attenzione, su Il Fatto di venerdì 22 giugno, la lettera della signora Marra sulle aperture domenicali degli esercizi commerciali e la risposta di Stefano Feltri. La signora dice di lavorare sei giorni su sette e si dichiara quindi “obbligata” a fare la spesa il settimo giorno. La stessa necessità, dovuta a orari non convenzionali (come lo sono sempre stati quelli dei giornalisti), che ha anche Stefano Feltri.

Intervengo, non certamente per fare polemica, ma per cercare di fare chiarezza e aiutare a capire anche le esigenze altrui. Personalmente non mi scandalizza l’apertura domenicale degli esercizi commerciali. Quello che mi fa un tantino rabbia è che il lavoro domenicale o festivo dei commessi o dei cassieri non sia retribuito come dovrebbe esserlo. Penso che se alla signora Marra fosse chiesto di lavorare la domenica, il suo datore di lavoro le dovrebbe dare una paga maggiorata o in alternativa una giornata di riposo in più. La stessa cosa per Stefano Feltri e tutti i giornalisti

che lavorano la domenica. Purtroppo, nel commercio, anche per colpa dei sindacati che hanno calato le braghe, la maggiorazione per il lavoro festivo è minima e le ore di lavoro festivo vengono calcolate come quelle degli altri sei giorni della settimana. Mi chiedo se sia giusto.

Fabrizio Rappini

 

L’importanza della scorta per chi combatte la mafia

Credo che Salvini invece di preoccuparsi per la scorta a Saviano, si dovrebbe decidere ad agire eliminando le tantissime scorte per i politici che non corrono alcun rischio, così da fare cosa gradita agli italiani. Non dimentichiamo infatti che vengono impegnati in questo servizio molti uomini delle forze dell’ordine, che potrebbero essere destinati alla tutela del territorio. Invito quindi il ministro a lasciar perdere Saviano e a pensare ad esempio a Ingroia, al quale è stata tolta la scorta pur essendo nel mirino di Cosa Nostra.

Massimo Cantarella

 

Gli squilibri interni al governo mettono a rischio il Paese

Molti hanno riconosciuto in Giuseppe Conte qualità inaspettate che gli hanno permesso di ben figurare nei consessi internazionali dove si è recato in qualità di Presidente del consiglio. È pur vero che dopo “le corna” di Berlusconi e l’inglese “alla Rignano” di Renzi era difficile presentarsi peggio. Il guaio, però, è che quel che si paventava fin dal giorno del suo inopinato incarico si sta regolarmente verificando: lui e gran parte dei componenti del suo governo non contano niente, o almeno così sembra, tutti oscurati dall’esiziale sovraesposizione mediatica del segretario della Lega Matteo Salvini.

Anche Di Maio mostra tutta la sua pochezza politica, non essendo capace di far rientrare il suo collega di contratto nei ranghi. Questo andazzo, se non subisce un immediato arresto, non può che far saltare ogni equilibrio facendo sprofondare le istituzioni italiane nel caos proprio mentre si gioca una partita, forse decisiva, per gli equilibri europei.

Mauro Chiostri

Nessuna oliva cadrà dal martini e altre profezie sulla guerra civile

C’è in questo confuso Paese un’arietta di guerra civile permanente che inizia a essere fastidiosa: che si parli di vaccini o scorte di polizia, misure di politica economica o immigrazione, il tono del discorso è spesso l’anatema, occasionalmente l’insulto, sempre la rivendicata appartenenza a un’Italia migliore. Niente di grave, per carità: nessuna oliva cadrà dal martini o, se preferite, nessun arrosticino dallo spiedino mentre i partigiani delle due parti vanno in vacanza in montagna. In Italia, si sa, ci conosciamo tutti. Una sola attitudine ci fa paura, quella di chi finge di paventare, mentre in realtà l’invoca, l’esercito straniero che disciplini i reprobi italiani: di esortazioni simili, nei secoli, ne abbiamo conosciute molte e non ci hanno portato bene. Citiamo, a titolo di esempio, un editoriale di ieri su Repubblica: “La cosa che fa più paura ai nostri vicini è proprio il contagio populista. È questa ‘la lebbra’ di cui parla Macron”; “Ovunque, in Europa, la classe politica democratica si sta preparando alla resa dei conti con l’infezione ideologica che ha conquistato l’Italia. E mette da parte il guanto di velluto della diplomazia per impugnare il bastone della lotta politica”; “Il cordone sanitario che si sta stringendo contro l’infezione italiana…”. Come si debellano “le infezioni”, di che lacrime grondi e di che sangue “il cordone sanitario” lo abbiamo visto in Grecia: non è il caso, davvero. Comunque – e citiamo una grande firma di Repubblica, Massimo Bucchi – non c’è niente di cui essere sorpresi: “Da guerre intestine, giornali di merda”.

Caro Pd dormiente, cosa ne è della vostra gente?

 

“Rimane apertoil capitolo delle 5 commissioni di garanzia per le quali è iniziato uno “sciopero bianco”. Il Pd, che punta alla presidenza del Comitato per il controllo dei servizi segreti, prenotato invece da Fratelli d’Italia, non designa i suoi parlamentari.

Corriere della Sera 22 giugno

 

Nella famosa domenicadell’editto di Matteo Salvini sulla nave ong Aquarius, a cui era stato impedito l’ingresso nei porti italiani, i tg diedero conto della posizione del Pd. Un pigolio che stigmatizzava l’interruzione del silenzio elettorale da parte del capo leghista. Si svolgeva infatti il primo round elettorale nelle città (che oggi vanno al ballottaggio) e per gli illuminati dirigenti di quel partito il vero problema era il rispetto di una regoletta disattesa da anni. E non invece lo strappo feroce del ministro degli Interni – in campagna elettorale permanente – fatto sulla pelle di centinaia di disperati. In merito dal Nazareno venne biascicata solo qualche frase di circostanza. Un vuoto pneumatico che anche in seguito il maggior partito d’opposizione ha perseguito con poca ammirevole tenacia e che le rassegne stampa radio ogni mattina liquidano con cinque parole: sul Pd niente da segnalare. Secondo gli studiosi dei labirinti mentali pidini, si tratterebbe di un silenzio sottilmente strategico. Ovvero: visto che il contratto tra Lega e Cinquestelle è stato scritto con l’inchiostro simpatico restiamo alla finestra in attesa che si uccidano tra loro. Vana speranza: come da quelle parti dovrebbero sapere, il potere cementa più della supercolla Attack. Altri illustri analisti segnalano invece che in seguito al doppio choc referendum-elezioni i dirigenti del Nazareno si sono sottoposti a un terapia simile a quella descritta nel film con Jim Carrey “Se mi lasci ti cancello”. Non vogliono ricordare più nulla. Secondo infine gli osservatori più terra terra, quelli del Pd tacciono perché non hanno nulla da dire. Guardate, c’è poco da ridere. Se questa è l’opposizione al governo Di Maio-Salvini (un partito sciroccato e un altro, Forza Italia, che si è già consegnato mani e piedi al prepotente alleato padano) è la democrazia nel suo insieme che rischia grosso. Perfino continuare a sfottere il “bullismo” di Matteo Renzi è ormai operazione di retroguardia nei giorni in cui l’altro Matteo si muove agitando una mazza da baseball con dietro una folla urlante sempre più vasta. Se non risolti in tempo, i problemi interni del Pd rischiano non solo di liquidare un’importante esperienza politica che, nel bene e nel male, ha segnato la storia dell’ultimo decennio. Ma soprattutto di lasciare allo sbando i quasi sei milioni di elettori che lo scorso 4 marzo hanno ancora una volta scommesso, malgrado tutto, su un’idea dell’Italia e dell’Europa agli antipodi del populismo trionfante. Sicuro di non essere ascoltato mi permetto di chiedere a Renzi, a Martina, a Delrio, a Gentiloni, a Calenda e a tutti coloro che nel Partito democratico dicono di credere ancora: ma della vostra gente cosa volete fare? Penso che ne siate al corrente: mentre voi organizzate suggestivi “scioperi bianchi” onde ottenere la fondamentale presidenza della commissione sui Servizi segreti (fondamentale solo per tenere sotto controllo gli affari vostri e altrui), ogni giorno aumentano i vostri elettori convinti che su immigrati irregolari e rom Salvini abbia ragione da vendere. Forse li avete già persi. Buon sonno a tutti.

San Giovanni Battista ci insegna a spostare l’attenzione da noi stessi

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: “No, si chiamerà Giovanni”. Le dissero: “Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome”. Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: “Giovanni è il suo nome”. Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: “Che sarà mai questo bambino?”. E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele (Luca 1,57-66.80).

Sebbene il calendario cristiano sia costellato di innumerevoli figure di santi e di beati, di martiri antichi e recenti, il ricordo ci viene proposto nel giorno della loro nascita al Cielo. La liturgia, oltre agli eventi della vita di Gesù e di sua madre Maria, festeggia un solo compleanno, quello di Giovanni, dono di Dio, il battezzatore, il battistrada di Gesù. La Chiesa ha da sempre riconosciuto la grandezza di questa figura, punto di svolta nella storia della salvezza, momento di passaggio tra i due Testamenti, tra l’annuncio della Promessa e il suo Compimento.

Nel ventre di due madri, Maria ed Elisabetta, per vie misteriose e trasgressive, Dio sta compiendo la sua Promessa. Tutt’attorno ci si rallegra per la gravidanza di Elisabetta e si attende con stupore il tempo del suo parto, mentre il padre Zaccaria, vecchio sacerdote e familiare del sacro, nel cuore fa fatica a riconoscere nella gravidanza fuori tempo della moglie un segno dell’azione di Dio.

Nella circoncisione del bambino volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria, ma s’imporrà Elisabetta per far riconoscere l’identità e la provenienza di questo figlio suo e di Zaccaria, il quale intervenendo prima che gli si sciolga la lingua, inceppata dalla poca fede!, scrive che il dono di Dio, suo figlio potrà solamente avere per nome Giovanni. Il nome di questo bimbo svilupperà nel tempo l’essenza della sua identità e la grandezza della sua missione, che sarà mai questo bambino? Domanda che investe ogni culla, interrogativo che formuliamo guardando gli occhi di ogni bimbo, premura che bussa al cuore di ogni papà e mamma. Giovanni è chiamato a preparare la strada del Signore annunciando il perdono dei peccati, “banditore” del Messia. Indicando Gesù, già in mezzo a loro nei pressi del Giordano annuncerà a tutti: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” La salvezza che va crescendo, Gesù di Nazaret, e che Giovanni propone ai discepoli acquista una profondità diversa perché raggiunge le radici del male e della schiavitù. La sua vita è completamente orientata ad indicarci che l’unico necessario è Gesù, il Cristo.

Togliendo l’attenzione da se stesso, il Battista ci insegna a decentrarci, perché la paura del male e il fascino della menzogna che della morte si alimentano e nella morte si esprimono saranno vinti dall’unica salvezza del Signore Risorto: “Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali”. La completa dedizione di Giovanni si compirà nel sacrificio totale di sé. Perseguitato e poi condannato alla decapitazione proprio a causa della Verità che annuncia, egli vive fino al martirio il dono della sua vocazione profetica in coerente analogia col Salvatore che annunciava. Allo stesso tempo, dobbiamo umilmente ricordarci che anche noi discepoli di Cristo di oggi non saremo risparmiati da quell’esigente testimonianza di affetto al Vangelo e alla Chiesa di Cristo che è il martirio, sia quando viene strappata con la violenza la vita a tanti cristiani, sia nella fedele e amorosa sequela quotidiana.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Solo Grillo (isolato) parla del vero tema: il futuro del lavoro

La politica come talk show permanente non è una novità, ce l’ha regalata Silvio Berlusconi. Già molti anni fa Giovanni Falcone veniva sbeffeggiato in un talk show Mediaset perché la mafia non l’aveva ancora ammazzato, proprio come oggi in un talk show Rai Giorgia Meloni dubita che sia tra le priorità della camorra far fuori Roberto Saviano, insultato da social-maree urlanti proprio perché è ancora vivo, quindi è un impostore. Tale barbarie non è causa ma effetto dell’incapacità di una comunità nazionale di affrontare i suoi problemi veri. Le provocazioni di Matteo Salvini sono gravi ma non serie. Va invece segnalata, dopo aver ignorato i balbettii con cui il M5S crede di contenere o assecondare il suo alleato, la sempre più appartata riflessione di Beppe Grillo. Ormai fuori dalla battaglia politica quotidiana, continua a proporre dal suo blog pensieri sui prossimi decenni. Le sue suggestioni possono sembrare strampalate. Però la proposta di trasformare l’Ilva in un non meglio definito parco ci parla di Taranto nel 2050. E l’idea di un “reddito universale di base” (“non una soluzione che funziona da sola”, avverte lui stesso) ha poco a che fare con quella specie di “assalto ai forni” che purtroppo molti esponenti pentastellati e loro elettori hanno in mente.

Il comico genovese è l’unico esponente politico (di destra, di sinistra, di sopra o di sotto) che affronti il tema su cui dovremmo concentrare i residui neuroni nazionali: la trasformazione del mercato del lavoro, cioè della nostra società. C’è “la paura che l’automazione possa sostituire i lavoratori e portare a una grave disoccupazione, [che] risale ad almeno 200 anni fa, alle rivolte luddiste in Inghilterra”. È vero, il timore per due secoli si è sempre rivelato infondato ma adesso, argomenta Grillo, potrebbe avverarsi. Sul punto gli economisti non vanno mai oltre l’ottimismo di maniera, tipo “il mercato ritroverà i suoi equilibri”. Eppure c’è un inghippo storico e logico. Trent’anni fa, quando i robot hanno cominciato a invadere le fabbriche, gli esperti erano certi che la macchina avrebbe liberato l’uomo dalla schiavitù del lavoro e regalato alle masse (occidentali) un sacco di tempo libero a parità di reddito. Si vaticinavano grassi affari per il business del divertimento e del turismo. È andata così: quando i robot entrano nelle catene di montaggio della Fiat, gli Agnelli entrano nell’azionariato di Alpitour. E quando Sergio Marchionne rivela che gli operai Fiat avranno molto tempo libero, però da disoccupati, gli Agnelli vendono Alpitour.

Di mezzo ci sono la globalizzazione e l’obbligo di competere disperatamente. Paesi come Cina, India e lo stesso Brasile, che l’Occidente sfruttava per garantire il benessere crescente e i suoi equilibri sociali, oggi competono e ci battono. I benefici dei robot vanno tutti al taglio dei costi, e quindi dell’occupazione, e arrivano (solo in parte) ai lavoratori sotto forma di beni di consumo a basso prezzo. La Panda costa sempre meno ma sono meno anche i lavoratori in grado di comprarla. Sulla strada della rovina l’Italia è all’avanguardia, il resto dell’Europa seguirà presto. La globalizzazione ha perfezionato il frictionless capitalism teorizzato da Bill Gates, con il quale però adesso è lecito il sospetto che il mercato autoregolato non funzioni più; e che avesse ragione il premio Nobel Joseph Stiglitz quando ipotizzò che la “mano invisibile” di Adam Smith non esista e risulti perciò invisibile.

Se qualcuno lasciasse perdere le battute su Twitter e i pop-corn e cominciasse a ragionare sui temi che (detto senza offesa per i professionisti) solo Grillo affronta, si potrebbe fare ancora qualcosa per evitare il baratro.