Trump e Salvini: rabbia e vendetta

A quelli di noi che hanno amato l’America di Bob Dylan, di Woodstock, ma anche di Philip Roth. Norman Mailer, Vonnegut, Sontag e si trovano adesso di fronte all’orrore degli immigrati a cui vengono strappati i bambini al momento dell’arresto (ordine diretto del presidente americano) al solo scopo di arrecare un dolore immenso e di esercitare una crudeltà sadica sulle vittime, resta un margine di speranza, per quanto limitato, rispetto all’Italia di Salvini.

Trump resta razzista ma cede al furore indignato del suo popolo che non ha taciuto, compresi i volti noti di tutte le Tv, compresa una destra autorevole. Salvini, l’uomo che governa l’Italia (si è persa ormai ogni traccia dei Cinquestelle) non ha il potere di Trump. Neanche Eichmann aveva il potere di Hitler. Ma sentite come Jeff Sessions, ministro della Giustizia di Trump, si è difeso dall’accusa di agire come Eichmann: “I nazisti catturavano i bambini ebrei perché ebrei. Noi li togliamo ai genitori perché imparino che qui non si entra”. Trump è costretto dal suo popolo a fermare una decisione folle e crudele ma l’imitazione di Eichmann cresce.

Un esempio? L’Eichmann del Mediterraneo, Salvini ha costretto settecento stremati esseri umani, anche feriti, anche donne incinte o in procinto di partorire, anche bambini, a restare nel mare in tempesta per 700 miglia, (ne bastavano 30, per arrivare in Italia). Ma buon senso e umanità non sono le strade degli Eichmann. La loro missione, vissuta come potere ma anche come dovere, è far soffrire di più coloro che non dovrebbero esistere (adesso alla lista italiana si aggiungono i Rom, come nella vera vita dell’Eichmann originale).

L’Eichmann italiano, che in pochi giorni ha deformato il volto del Paese, gode del silenzio o del vago mormorio di ciò che resta della nostra politica e di ciò che resta della autorità dello Stato. In questi brutti giorni, l’Eichmann italiano appare fiancheggiato da alcuni che desiderano avere un posto nella storia tra i persecutori di disperati, i denigratori dei salvatori (le Ong ladre e bugiarde) e i narratori di storie di complotti (fake news). Questi fiancheggiatori sono di due tipi.

Un primo tipo ti racconta che tra poco è pronta l’inchiesta con le prove che inchioderanno chiunque abbia salvato qualcuno dalla morte in mare, e continua sfacciatamente a sostenere di avere agito solo per umanità. Qualcuno conosce gente che rischia la vita per altri senza tornaconto?

Un secondo tipo è pronto sulla piazza per affermare che una casetta coi fiori aspetta gli immigrati che saranno benevolmente persuasi, forse con qualche indispensabile brutalità, a tornare da dove sono fuggiti, rischiando vita e bambini, pagando somme impossibili, perdendo tutto. Torneranno, a spese immense dei Paesi che non li hanno voluti perchè troppo, costosi e troveranno l’Onu.

Europa e Italia, in uffici ad aspettarli, proprio accanto alla guerriglia, per ogni timbro e assistenza. Ma perché dico di vedere speranza dalla parte di Trump, nonostante Trump?

Lo dico perché Eichmann, in Italia, vince quando tutti tacciono o sussurrano. Negli Stati Uniti, dove mi trovo mentre scrivo, nessuno tace e il disprezzo per il sadismo del presidente è stato subito clamoroso e diffuso.

Al Congresso sono in rivolta la maggior parte dei Repubblicani, oltre all’opposizione democratica. Lo è, con parole durissime, la moglie del presidente. Voi avete sentito un leghista umano o un 5stelle normale dichiarare dissenso e vergogna per i 700 chilometri e gli otto giorni di mare in tempesta imposti, come punizione esemplare, a povere persone ferite, sofferenti, incinte e a bambini stremati, senza alcuna altra ragione al mondo?

Avete sentito parlare del fatto che una nave di soccorritori carica di esseri umani, viene esclusa dai porti italiani, causa cattivo umore del ministro dell’Interno? Siete al corrente della minaccia di togliere la scorta a Saviano perché dissente dal gioco di crudeltà di Salvini?

Coloro che giustamente trasaliscono per la disumanità di Trump devono sapere che in America nessuno ha taciuto.

In Italia qualcuno fra poco dirà di abbassare i toni e ammonirà (se possibile dalla ex sinistra), che non si può paragonare a Eichmann un ministro italiano. Fingono in molti che il mare chiuso sia legale, che le spaventose prigioni in Libia siano la soluzione, che il presidente del Consiglio part-time sistemerà le cose.

Tanto più che l’unica istituzione funzionante al vertice dello Stato italiano al momento tace.

Quanta corruzione c’è davvero in Italia

La corruzione è un fenomeno criminale e sociale di notevoli dimensioni, che affligge in misura diversa i Paesi di ogni parte del globo. Essa è unanimemente riconosciuta come fatto negativo da prevenire e contrastare, sia sul piano legislativo e giudiziario, sia sul piano culturale.

Ne deriva, tra l’altro, che l’indice di percezione della corruzione è assurto – a livello internazionale – a parametro di riferimento in ordine alla affidabilità dei Paesi e dei loro sistemi, sia giuridici che economici.

Senonché, proprio la rilevanza degli effetti dell’indice pone il delicato problema degli indicatori percettivi del livello di corruzione, problema sollevato dal presidente di Eurispes, Gian Maria Fara, e ripreso il 21 aprile 2018 dal Corriere della Sera (“Le troppe idee sbagliate sulla corruzione in Italia” di Giovanni Belardelli).

Tali indicatori muovono dal presupposto logico che, essendo il delitto di corruzione a schema chiuso/interno, vi sono difficoltà nella individuazione dei casi di devianza dell’esercizio del potere pubblico o dell’attività di impresa, volti a perseguire vantaggi, danaro o altra utilità.

Posto che le fonti “interne” (corruttore e corrotto), per istinto di conservazione reputazionale e penale difficilmente denunceranno i fatti che li vedono protagonisti, sorge l’utilità di affiancare altri indici alla misurazione della corruzione basata su fonti “interne”, per avvicinarsi a un reale quadro della realtà. Ma il rischio è che certe misurazioni possano distorcere la comparazione tra ordinamenti. Vi sono indicatori percettivi con elementi di criticità il cui uso potrebbe addirittura sfociare in un effetto paradossale: conferire una patente migliore a sistemi che hanno una situazione deteriore.

Questi problemi investono assai da vicino il nostro Paese. È noto infatti che nelle classifiche internazionali esso è relegato fra i più corrotti al mondo. Chiedersi se sia vero falso non è certo un esercizio di sciovinismo.

Potremmo partire dalla constatazione (persino banale!) che se si pongono agli intervistati domande del tipo “secondo lei il Suo è un Paese corrotto ?, “ha mai avuto sentore che alcune decisioni amministrative o finanziarie siano state determinate dalla corruzione ?”, la risposta prevedibile – da noi – non sarà lusinghiera.

È vero che, in attesa di adeguate riforme, la corruzione da noi appare ancora “conveniente” in base al calcolo costi/benefici, per cui il suo contrasto non riesce a funzionare bene (lo prova il numero dei “colletti bianchi” che finiscono in carcere per corruzione, infinitamente inferiore rispetto ad ogni altra democrazia occidentale). E tuttavia non si può dire che la corruzione non sia in qualche misura contrastata. E ciò anche in forza di tutta una serie di principi fondamentali o caratteristiche rilevanti che sono presenti nel nostro ordinamento a differenza di tantissimi altri.

Ricorro, per spiegarmi meglio, a un’esperienza personale. Procuratore di Palermo, ero stato invitato a Vienna per un incontro con magistrati della Procura anticorruzione di quella città. Ricordo di averli trovati in un momento di grande euforia perché, se da un lato era stato confermato il principio che il ministro poteva loro ordinare se procedere o meno, nei confronti di chi o meno, fino a che punto in questo o quel caso, nello stesso tempo era stato introdotto un nuovo principio: che dell’ordine impartito (prima di allora soltanto verbale) doveva restare traccia scritta agli atti del fascicolo.

Decisamente altra la situazione italiana. Obbligatorietà dell’azione penale, autonomia del pm (con l’interfaccia della non-separazione delle carriere) e assoluta indipendenza della magistratura in genere sono peculiarità del nostro sistema. Un arsenale costituzionale che pone i cittadini (almeno tendenzialmente) in una posizione di uguaglianza davanti alla legge. Pertanto in linea di principio non c’è spazio per valutazioni di opportunità sul procedere o meno per fatti di corruzione nei confronti di un pubblico funzionario fino alle più alte cariche dello Stato. Così come non c’è spazio, spesso usuale in altri ordinamenti, per la ricorrenza del cosiddetto interesse nazionale nel perseguire ad esempio una public company coinvolta in fatti di corruzione internazionale.

Altra specificità del nostro Paese è l’assoluta libertà di stampa in ordine alla pubblicazione delle notizie di reato fin dalle prime battute dell’indagine che a sua volta determina una costante attenzione dell’opinione pubblica. E ancora, l’adozione di un nuovo ed efficace modello di compliance pubblica che ruota intorno all’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Un sistema nel suo complesso assai diverso da quello di altri Paesi. Paradossalmente, il risvolto della medaglia di tale diversità può essere una specie di inesorabile condanna ad occupare perennemente le ultime caselle nelle graduatorie sulla percezione della corruzione…

Quanto detto postula la definizione di un più attendibile set di indicatori accurati e condivisi sul piano internazionale, in grado di sostenere una comparazione dei dati fra Paesi affidabile sul piano ontologico e utile sotto il profilo operativo.

Insieme alle misurazioni soggettive si dovrebbero prevedere misurazioni oggettive: basate per esempio sulla comparazione “ragionata” delle statistiche giudiziarie; sulle dichiarazioni dirette di chi ha ricevuto la richiesta di una tangente (indagini di vittimizzazione); su rilevazioni fattuali di scostamenti tra costi e output ; o, infine, su audit condotti presso le amministrazioni pubbliche. Quando si mettono a confronto – per determinare la percezione della corruzione – ordinamenti diversi, è indispensabile tener conto delle caratteristiche istituzionali e processual-penali di ciascuno di essi. Altrimenti si rischia di fornire un quadro parziale, intrecciato con informazioni distorte che alterano o rendono difficili valutazioni realistiche nel tempo e nello spazio.

In ogni caso, precondizione metodologica per l’adozione di indicatori affidabili e condivisi dovrebbe essere una definizione della corruzione, sul piano internazionale, in grado di rilevare il fenomeno in modo omogeneo e coerente. Per contro, il panorama giuridico attuale si presenta assai frammentato e le definizioni variano da ordinamento a ordinamento a seconda dei criteri adottati per individuare gli standard o gli interessi comuni, ma anche a seconda delle fattispecie penalmente perseguite.

Fraccaro: “Olimpiadi 2026 siano sotenibili, aspettiamo dossier”

“A breve il Coni dovrà individuare il progetto della città che eventualmente rappresenterà l’Italia per la candidatura alle Paralimpiadi e Olimpiadi invernali del 2026. Mi preme sottolineare che un evento dai costi troppo elevati non coinciderebbe con le priorità del Paese. Abbiamo bisogno di investimenti produttivi e modelli economicamente virtuosi, a basso impatto ambientale, puntando sulla rigenerazione e il riuso degli impianti. La sfida tra territori sia per il minor consumo di suolo e non per una mera logica speculativa, nell’ottica di un evento incentrato sulla sostenibilità economica e ambientale. Aspettiamo comunque di vedere i vari dossier per le valutazioni definitive”: a dirlo è il ministro per i Rapporti con il Parlamento e la democrazia diretta Riccardo Fraccaro, che ha inoltre rilasciato una nota in appoggio alla proposta del vicepremier Di Maio riguardo la necessiti di riequilibrare il sistema pensionistico e di abolire le pensioni d’oro definite come “privilegi inaccettabili che nella Terza Repubblica devono essere definitivamente superati” annunciando infine che nei prossimi giorni sarà portato a termine dalla Camera il progetto che prevede l’eliminazione dei vitalizi per i politici.

Iit e Unimessina vittime del premio “farlocco”

Provate a scrivere “Liberato Manna” su Google: sul premiato e riconosciuto scienziato a livello globale, direttore di nanochimica all’Istituto Italiano di tecnologia di Genova (Iit), molti articoli giornalistici in italiano riguarderanno purtroppo solo il premio che ha vinto ad agosto 2017 (International Association of Advanced Materials – Iaam) per l’avanguardia nella ricerca sui nuovi materiali.

Peccato che quel premio sia riconducibile a un fantomatico docente di una università svedese che organizza conferenze su crociere a scopo di lucro e che gestisce una rivista in cui pubblica i suoi studi e che non lavora neanche per l’ateneo (che ha avviato due indagini sulla questione). Lo stesso premio è stato assegnato a Candida Milone, Ordinario all’Università di Messina e a decine di altri luminari nel mondo. A dare eco alla vicenda in Italia è il sito Roars, Return on academic research, che riprende l’inchiesta del giornalista scientifico indipendente Leonid Schneider. Ha raccontato il metodo di Ashutosh Tiwari, l’organizzatore, “ex dipendente della Linköping University”, svedese, che avrebbe costruito “un’intera industria di pubblicazioni e conferenze predatorie”, ospitato “molte delle élite di ricerca sulle scienze dei materiali” gestendo tutto da un piccolo ufficio in affitto vicino all’ateneo, giocando “sulla vanità e l’avidità di certi accademici” per convincerli a partecipare alle sue conferenze e “a versare denaro pubblico tramite le spese di conferenza” ospitando in “lussuosi luoghi di vacanza” e consegnando loro “fantastici premi”. Ma come convincerli? Creando una rete di accademici noti che si ‘riconoscessero’ tra loro. A lui era riconducibile anche un istituto di ricerca in India, le cui foto online sarebbero solo il prodotto di un collage con Photoshop e una casa editrice gestita con la moglie nelle cui riviste pubblicava soprattutto i suoi articoli. Infine, la società scientifica l’International Association of Advanced Materials (Iaam), che assegnava i premi.

Gli invitatie i premiati, oltre 250, erano comunque di altissimo livello, la cerimonia su una nave da crociera (usata spesso per i congressi in nord Europa), il viaggio gratuito per alcuni, incluso il rimborso spese per arrivare in Svezia (anche in contanti). L’Iit sostiene non sia stato speso neanche un euro di soldi pubblici e che quelli per il viaggio per e da Stoccolma siano stati anticipati dal ricercatore. Chiediamo anche alla Milone. “Mi occupo dello sviluppo di nuovi materiali per l’accumulo di energia termica – spiega -, i risultati sono su pubblicazioni in riviste internazionali indicizzate nelle principali banche dati (Scopus e Web of Science). Nell’ottobre 2017 ho inviato un contributo scientifico per il convegno, che aveva tematiche pertinenti con la mia ricerca e relatori riconosciuti nel campo della chimica e della fisica dei nanomateriali. Ho così perfezionato l’iscrizione con il pagamento della quota di partecipazione, di 450 euro, come per tutte le conferenze”. A febbraio 2018, le comunicano l’assegnazione del premio. “Non ho notato nulla che potesse far pensare a qualcosa di diverso da un normale congresso”. Chiediamo se i 450 euro siano stati pagati dalla Università. “I progetti di ricerca prevedono una quota (…) per supportare comunicazione e diffusione dei risultati in conferenze, workshop ed eventi che permettono il confronto – spiega -. Chi partecipa a una conferenza utilizza la voce di costo specifica”. Il problema è stata la eco mediatica. L’Iit, che veniva dalle polemiche per una intervista in cui il direttore scientifico Roberto Cingolani era definito, erroneamente, “uno dei dieci scienziati più citati al mondo per le scienze dei materiali” in un comunicato supervisionato dall’ex direttore della Comunicazione parlava di un “prestigioso riconoscimento”. Lo stesso Manna, però, aveva smorzato i toni: “Il premio è stato presentato dalla stampa quasi fosse un Nobel europeo dei materiali. Nulla di più sbagliato”, diceva in una intervista. Ma non è bastato.

Libero meme in libero web? Non proprio. Lo dice l’Ue

Avete presente i meme, le foto, spesso di vip, corredate da frasi divertenti (o anche diffamatorie) che circolano online? Se dovesse essere approvata una direttiva europea in discussione, potrebbe diventare illegale usare gratuitamente le foto per realizzarli. Il 20 giugno la Commissione giuridica dell’Europarlamento ha approvato le proposte di una nuova direttiva per il copyright, la tutela del diritto d’autore, sui prodotti digitali, dalle immagini ai video ai contenuti audio. E non solo.

Lo spunto per parlarne è il riferimento ai meme, un contenuto satirico che si intercetta sulle pagine social come “Le migliori frasi di Osho” oppure “Baby George ti disprezza” (la prima scherza su storia e politica, la seconda sulla famiglia reale inglese) ma la norma ha implicazioni molto più profonde.

Tanto che settanta tra ricercatori e studiosi, tra cui i cosiddetti “padri di internet” come Tim Berners-Lee e il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, hanno scritto una lettera al presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, per chiedergli di opporsi ad alcuni aspetti del testo che rischiano di applicare un controllo preventivo sui contenuti pubblicati online. Isabella Adinolfi, del M5s, ha parlato di “mannaia sulla libertà di Internet” e ha già annunciato l’opposizione del gruppo. Il documento dovrà infatti essere approvato dal Parlamento Ue entro i primi mesi del 2019. Gli articoli problematici sono tre e ognuno si riferisce a un aspetto che si pronuncia in inglese ma che ha conseguenze in ogni lingua.

Si parte dall l’articolo 3, che riguarda il data mining, la possibilità di analizzare i dati degli utenti disponibili online. Se per il regolamento privacy non è concesso ai privati accedervi se non a determinate condizioni, la direttiva lascia più libertà agli enti di ricerca – nella pratica atenei e università. Non si tratta però di una tutela completa: lo scandalo Facebook – Cambridge Analytica, ad esempio, è nato proprio da un set di dati fornito a una università. L’articolo 11 prevede, invece, la possibilità per un editore di ricevere ricavi ogni volta che una piattaforma usa un link a un proprio contenuto con uno snippet, ovvero una porzione di quel contenuto. Ad esempio, quando Google News indicizza gli articoli del fattoquotidiano.it riportandone il titolo e un breve estratto. Per farlo, con queste nuove regole, Google dovrà corrispondere dei soldi agli editori per ogni titolo e ogni anteprima mostrati. Alla base, l’idea è che i lettori ormai si limitino a leggere solo titoli ed estratti, senza neanche aprire la pagina di quel link e quindi senza generare traffico sul sito dell’editore. Si pone però il problema delle fake news che, in quanto gratuite, rischieranno di diffondersi più in fretta. Infine, il più contestato: l’articolo 13 che riguarda il finger printing (impronta digitale), la possibilità di creare sui prodotti caricati online (video, immagini, tracce musicali) una sorta di impronta digitale che permetta di riconoscere quel contenuto tra milioni e capire se a caricarlo sia qualcuno che non è titolare dei diritti. Le grandi piattaforme, come Youtube, sono già dotate di questi o sistemi. Il Content Id avvisa i possessori del copyright di un eventuale abuso e permette loro di scegliere tra la rimozione, l’ignorare o il farsi trasmettere gli eventuali guadagni generati da quel contenuto.

L’intenzione della direttiva è che questa tecnologia – già presente sui maggiori social – sia estesa a tutti i siti. Le piattaforme eserciterebbero però un controllo preventivo (oggi il contenzioso si apre spesso su segnalazione) e si colpirebbero le piccole imprese e le startup che non sarebbero in grado di sostenere il costo per lo sviluppo di tali sistemi. I piccoli editori o artisti indipendenti , d’altro canto, continuerebbero a dover rintracciare manualmente in tutto il web eventuali violazioni dei loro diritti. Al centro, il problema della libertà di espressione: un sistema automatizzato non è in grado di distinguere i casi di cosiddetto “fair use”, un giusto uso magari senza scopo di lucro, dei contenuti. Dalla satira al diritto di cronaca e alla libertà di espressione. Come i meme, appunto.

Foto e film pedoporno, Monsignor Capella condannato a 5 anni

Il tribunale vaticano ha condannato a cinque anni di reclusione il diplomatico vaticano monsignor Carlo Alberto Capella riconoscendolo colpevole di detenzione, cessione e trasmissione di materiale pedopornografico. Si tratta del massimo della pena per questo reato a cui l’accusa aveva chiesto di aggiungere nove mesi di aggravante motivata dall’”ingente quantità” di materiale trattato dall’uomo. Richiesta, questa, tuttavia non soddisfatta dalla Corte che pur riconoscendo l’ampio numero di immagini usate dall’uomo di chiesa ha deciso di concedergli le attenuanti generiche. Capella dovrà inoltre pagare una multa da 5 mila euro, la metà rispetto a quella chiesta dall’accusa che equivaleva inizialmente a 10 mila. I fatti risalgono al 2016 anno in cui il monsignore si trasferì a Washington per lavorare nella prestigiosa sede vaticana iniziando a condividere le immagini incriminate. Capella, che ora rischia la riduzione allo stato laicale, è apparso molto provato e al termine del processo si è detto dispiaciuto di avere messo la Chiesa in difficoltà e ha espresso la propria volontà di continuare il proprio sostegno psicologico.

Rom, il censimento “leghista” è come gli altri

Nella Toscana a trazione leghista fanno il censimento dei rom di cui ha parlato giorni fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini, scatenando un vespaio di polemiche. A Cascina, cittadina di 45 mila abitanti in provincia di Pisa governata dalla sindaca leghista Susanna Ceccardi, l’operazione è partita da qualche giorno nell’ultimo campo rom rimasto, quello di via del Nugolaio, in vista della sua chiusura entro la fine dell’anno. Lo smantellamento dei tre campi nomadi era il primo punto messo in agenda dalla sindaca Ceccardi dopo la vittoria elettorale del giugno 2016 e, in seguito alla chiusura dei primi due, la polizia municipale sta effettuando il censimento anche del campo di Navacchio (a una decina di chilometri da Pisa).

Ad annunciarlo è stato l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Cascina e oggi deputato del Carroccio, Edoardo Ziello, che all’inizio di giugno ha chiesto al comandante della polizia municipale di svolgere il secondo censimento in un anno. Già nel 2017, infatti, nel campo di via del Nugolaio era avvenuta una prima registrazione ma negli ultimi mesi molti residenti si sono allontanati spontaneamente in seguito alla minaccia del Comune di chiudere il campo al più presto. “Il ‘censimento delle famiglie’ o la ‘raccolta dati’ è un’attività fondamentale che viene svolta regolarmente da tutti i Comuni sul cui territorio insistono campi o insediamenti nomadi – ha scritto su Facebook l’assessore Ziello – senza questa raccolta dati non è possibile programmare alcun intervento sociale o socio-sanitario, pertanto le polemiche contro il nostro ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sono del tutto sterili e puerili, foriere di ignoranza amministrativa”.

Il censimento dei residenti riguarda tre tipi di dati: anagrafici (nome, cognome e data di nascita), economici (il reddito e le fonti di guadagno) e storici (nazionalità e provenienza). L’annuncio di Salvini ha provocato l’ira del sindaco di Firenze Dario Nardella e del governatore Enrico Rossi che hanno parlato di “discriminazione etnica e razziale” e invitato il centrosinistra a scendere in piazza mercoledì prossimo a Firenze per dare vita ad “un’insorgenza democratica” contro il “nuovo razzismo”. Ziello e Ceccardi però non accettano di finire nel tritacarne delle polemiche per il censimento che le pubbliche amministrazioni svolgono da almeno dieci anni: “Non ho sentito alcunché quando lo stesso censimento veniva annunciato da Rita Bernardini nel 2008 o quando venne fatto dal sindaco di Milano Pisapia nel 2012: siamo di fronte alla solita ipocrisia della sinistra più becera e urlante” conclude Ziello. “I Comuni fanno censimenti dei campi rom da vent’anni – spiega al Fatto Quotidiano la sindaca Ceccardi – e lo scopo è quello di capire quali sono le loro condizioni igienico-sanitarie e quanti bambini vanno a scuola: la situazione del Nugolaio oggi è esplosiva e noi non possiamo rimanere fermi. Chi fa polemica è un ignorante o è in malafede”.

Siracusa, don Rosario guida il movimento che difende la costa

La tutela del paesaggio è un principio costituzionale ma affinché non resti lettera morta occorre che i cittadini veglino sulle amministrazioni. In un momento di “distrazione”, infatti, potrebbe capitare che un bene comune, come una costa, sia trasformato in un bene di lusso per pochi. Siracusa: da alcuni anni la Penisola della Maddalena è al centro di una battaglia che vede schierati da un lato costruttori e società turistiche che con l’avallo dell’amministrazione locale vorrebbero trasformare l’area in un grande resort, dall’altro una rete di associazioni in difesa del paesaggio e dei beni comuni guidata da un giovane parroco, Rosario Lo Bello.

Il lungo tratto di costa, a ridosso di una zona marina protetta, è un monumento naturale e archeologico. Nel 2007 una variante al Piano Regolatore Generale approvata dal Comune di Siracusa rende edificabile l’area del Plemmirio. La variante, ereditata dal vecchio Prg e confermata nelle linee guida del nuovo piano sia dall’amministrazione di centrosinistra sia da quella di centrodestra, inserisce la costa tra le “Aree di nuovo impianto per la ricettività turistico-alberghiera”, aprendo le porte alla costruzione di otto villaggi turistici.

Nel 2008 la società Elemata, con sede ad Amsterdam, acquista circa 260 ettari di terreno nella zona della Pillirina e nel 2009 presenta il progetto per un villaggio. Un altro tratto di costa, il promontorio di Ognina, attira l’attenzione della multinazionale One&Only, colosso mondiale dell’industria turistica, che propone di realizzare un resort di lusso su 150 ettari di natura selvaggia.

Il piano di “rilancio” del turismo a spese dei beni comuni suscita un’ondata di indignazione che unisce abitanti, associazioni ambientaliste, parrocchiani, studenti. Il fulcro del movimento è Lo Bello che incita i siracusani a battersi perché la costa resti un bene di tutti. Si organizzano incontri pubblici, volantinaggi, manifestazioni, gli attivisti assediano le riunioni del consiglio comunale contestando la variante. Nella sua redazione, spiegano in una nota del 2010, non si sarebbe tenuto conto del parere del Consiglio regionale Urbanistica che evidenziava la presenza di siti di interesse comunitario e aree protette. Il Consiglio regionale Urbanistica, inoltre, aveva prescritto al Comune di Siracusa una Via (Valutazione di impatto ambientale) mai ottemperata. Infine, sull’area insistono anche altri vincoli, contenuti nel Piano Paesistico del 1999. Dunque, scrivono gli attivisti siracusani, appaiono “del tutto incompatibili… le aree in oggetto con le destinazioni previste dalla variante”.

La controproposta portata avanti dagli ambientalisti riprende un’istanza del Wwf sottoposta alla Regione nel 1999: istituire “un’area terrestre a ridosso dell’Area Marina Protetta del Plemmirio” in cui sia vietata “qualsiasi nuova costruzione entro i territori della Penisola Maddalena”. Lo Bello prova a coinvolgere trasversalmente tutti gli schieramenti politici.

Nel 2010 il sacerdote e il presidente del Wwf Siracusa, Giuseppe Patti, convincono il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, a riprendere l’iter per la riserva e vincolare l’area. Nel 2017 la Maddalena è inserita tra i Siti d’interesse comunitario. Tra alterne vicende la lotta ambientalista è continuata fino ad oggi. “Nel 2017 – spiega il parroco – è stato approvato un Piano paesaggistico provinciale che tutela la costa ma le ultime dichiarazioni dell’ex assessore regionale ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi, lasciano intendere pressioni indebite da parte di alcuni deputati siracusani per il suo annullamento. Contro il Piano sono stati presentati anche ricorsi al Tar, dopo una prima sospensiva il Consiglio di giustizia amministrativa della Regione ha ripristinato il Piano fino alla sentenza e questo ci lascia sperare. Continuiamo a vigilare e a combattere”.

Non tutti hanno gradito l’attivismo del sacerdote e qualcuno ha provato (invano) a fermarlo con articoli e lettere diffamatorie e con sortite presso i suoi superiori. “Rosario Lo Bello – ha commentato Salvatore Settis che segue la vicenda da anni – sta mostrando costanza e coerenza nel perseguire, nonostante i continui attacchi a cui è stato sottoposto, la salvezza del paesaggio in una delle aree più preziose del Mediterraneo. È bello che ad occuparsi di questo tema importantissimo sia, nella civile Siracusa, un giovane che ha ‘cura d’anime’. Perché anche il paesaggio ha un’anima: quella dei suoi cittadini”.

Le Monde e i veleni tra Francia e Italia

“Migranti: la disputa si avvelena tra la Francia e l’Italia” ha titolato ieri in prima pagina il quotidiano francese Le Monde, dedicando al tema anche le pagine 2 e 3. “La questione migratoria – scrive il quotidiano – diventa esplosiva fra Parigi e Roma, mentre si apre un minivertice fra Paesi europei domani a Bruxelles. Se si è aggravato con l’arrivo ai vertici del leader di estrema destra Matteo Salvini, il contenzioso fra i due Paesi è antico. L’Italia rimprovera alla Francia di aver sbarrato le sue frontiere via terra nel 2015, reintroducendo i controlli al fine di respingere i migranti”. In vista della riunione informale di oggi, Le Monde scrive che “alcuni membri dell’Ue hanno la tentazione di delocalizzare le domande d’asilo”, “trasferendo a Paesi terzi le procedure di esame”.

Rifugiati, asilo, frontiere: le regole Ue fanno acqua

Il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo, che si terrà a Bruxelles il 28 e 29 giugno, metterà al centro il tema delle politiche migratorie in Europa. Senza un accordo sulla riforma del Trattato di Dublino, che vincola i migranti in attesa di riconoscimento dello status di rifugiati a fare riferimento al Paese di primo accesso, escludendo così un sistema comune di protezione umanitaria europea, c’è il rischio che le tensioni tra i Paesi membri dell’Unione possano esplodere.

In alcuni casi, come in quello tedesco, si è assistito a un contrasto interno tra la posizione della cancelliera tedesca Angela Merkel, più sensibile alle esigenze dei Paesi del sud Europa (Spagna, Italia, Grecia) esposti agli sbarchi, e il ministro degli Interni, il cristiano sociale (Csu) Horst Seehofer, che ha minacciato la chiusura delle frontiere tedesche in caso si non trovasse un accordo complessivo sulla gestione dei flussi. Il gruppo dei Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia), si oppone a una riforma che preveda quote di ricollocamento obbligatorio e ha boicottato il vertice preparatorio del Consiglio che si tiene oggi a Bruxelles.

Il gruppo dei Paesi dell’Est è affiancato da alcuni mesi anche dall’Austria del cancelliere Sebastian Kurz e più di recente dal governo italiano. La trattativa per la riforma di Dublino si prospetta quindi in salita.

Proviamo a capire per quale motivo la questione migranti è tanto divisiva, attraverso due passaggi. Il primo riguarda la loro presenza numerica, ripartita in modo difforme tra gli Stati europei. Il secondo concerne invece le differenze legislative tra i diversi Stati dell’Unione, che spinti da interessi contrastanti non sono finora riusciti a trovare un approccio comune, né dal punto di vista legislativo né da quello politico.

 

1. Quanti e dove sono i migranti nei vari Paesi europei?

La definizione di migrante è ampia, generica e il numero di chi arriva e risiede in Europa è soggetto a continue variazioni. Per questo una quantificazione esatta è molto difficile. Come criterio indicativo potremmo scegliere di basarci sul numero di cittadini europei nati in Paesi al di fuori dell’Ue. Secondo l’ultima rilevazione Eurostat disponibile (1 gennaio 2016), si tratta di 35,1 milioni di cittadini. In termini assoluti, il numero maggiore di stranieri che hanno acquisito cittadinanza europea negli ultimi anni si registra in Germania (8,7 milioni), Regno Unito (5,6), Italia (5), Spagna (4,4) e Francia (4,4), Paesi che messi insieme rappresentano il 63% della popolazione Ue e ospitano complessivamente il 76% dei cittadini non nati in Ue. Su un totale di oltre 500 milioni di abitanti, gli stranieri attualmente residenti rappresentano circa il 7% della popolazione.

 

2. Quanti sono i rifugiati e richiedenti asilo?

Stando al rapporto Global Trends di Unhcr (2016), in Europa è la Germania a ospitare più rifugiati in termini assoluti (quasi 700.000), seguita da Francia (oltre 300.000) e Svezia (230.000). Secondo dati Eurostat (marzo 2018) è sempre la Germania a essere in testa alle domande d’asilo formulate per la prima volta, con 198.300 richieste inoltrate nel 2017. Seguono Italia (126.600), Francia (91.100), Uk (33.300) e Spagna (30.400).

 

3. Esiste una legislazione comune per tutti I Paesi dell’Unione europea?

Il regolamento di Dublino e la sua ultima versione Dublino III (in vigore dal 2013) si limita principalmente a vincolare il richiedente asilo al Paese di primo arrivo. Il Sistema europeo comune di asilo (CEAS), messo a punto nel 2005 – insieme di leggi che dovrebbe definire standard minimi comuni per il trattamento dei richiedenti asilo nei singoli Stati membri – rimane in gran parte inapplicato. Il diritto a richiedere lo status di rifugiato è certamente inscritto in un trattato internazionale (la Convenzione di Ginevra del 1951), ma le procedure per l’ottenimento dell’asilo variano sensibilmente nei tempi e nelle modalità tra i diversi Stati dell’Unione.

 

4. In quali Paesi le norme sul diritto d’asilo sono più restrittive, anche a causa di riforme legislative recenti?

Due casi emblematici: Francia e Ungheria. A fine aprile, l’Assemblea nazionale francese ha approvato la riforma voluta dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Il termine per la presentazione della domanda d’asilo viene accorciato da 120 a 90 giorni, mentre raddoppia da 45 a 90 giorni il tempo entro cui i richiedenti possono essere espulsi dal Paese (il progetto di legge iniziale prevedeva 135 giorni). Il provvedimento, aspramente criticato dalle organizzazioni umanitarie, deve essere ancora approvata in via definitiva dal Senato.

Ancora più dura e la posizione del governo ungherese. Non più tardi di giovedì scorso, il Parlamento di Budapest ha approvato a larga maggioranza un pacchetto legislativo, denominato “Stop Soros”, che prevede fino a un anno di carcere per chi lavora nell’accoglienza e l’eventuale messa al bando delle organizzazioni umanitarie che aiutano i migranti. Inoltre, con un emendamento alla Costituzione, viene affermato il divieto di “collocare cittadini stranieri sul suolo ungherese” – una misura apertamente ostile ai meccanismi di ricollocamento più o meno volontario concordati negli ultimi anni in sede Ue. L’Ungheria del premier nazionalista Orban è anche nota per avere eretto nel 2015 una barriera di filo spinato lunga 175 chilometri contro i migranti in transito dalla Serbia.

 

5. Come funziona in Germania, il Paese Ue che accoglie più migranti e rifugiati in termini assoluti?

Il meccanismo è piuttosto complesso. Come sintetizza il rapporto dell’Asylum Information Database (AIDA), in Germania e domande d’asilo vanno indirizzare all’Ufficio federale per i migranti e rifugiati (BAMF). Inizialmente il richiedente asilo viene fatto sistemato da un centro di prima accoglienza (o Aufnahmeeinrichtung), dove la permanenza media è di circa 3 mesi. In questo periodo, il richiedente non può lasciare, se non con un permesso, la regione in cui è arrivato (la Germania, va ricordato, è uno Stato federale) e non è neppure autorizzato a lavorare. Dopo, invece, ha la libertà di cercare un impiego e cambiare residenza in attesa della risposta alla sua richiesta, che potrebbe arrivare entro un anno. Se poi la sua domanda fosse respinta, il richiedente asilo può fare appello ad una corte amministrativa che esprime, nella maggior parte dei casi, la decisione finale.

La politica di accoglienza a lungo sostenuta da Angela Merkel (basti ricordare l’apertura ai profughi siriani nel 2015) ha tuttavia anche i suoi lati controversi. I centri di prima accoglienza tedeschi sono quasi sempre sovraffollati e versano in condizioni disastrose. Inoltre, a partire proprio dal 2015, sono stati oggetto di attacchi da parte di gruppi xenofobi o movimenti di estrema destra come Pegida: se ne contano oltre 200 nel 2017, anche se il numero è in calo rispetto al 2017

 

6. La Spagna, che ha accettato la nave Aquarius respinta dai porti italiani, ha davvero una legislazione più accogliente rispetto ad altri Paesi Ue?

Madrid ha certamente le sue regole, diverse nelle procedure sia dalla Francia che dalla Germania, ma sostanzialmente in linea con quelle di altri Paesi europei. I richiedenti inviano le domande all’OAR (Ofician de Asilo y Refugio), presso il ministero degli Interni, che entro un mese decide sull’ammissibilità. Se ha il via libera iniziale, la domanda viene inviata dopo il colloquio con un funzionario che accerta le ragioni delle richiesta di protezione. Temporaneamente viene assegnata al richiedente una “tessera bianca” a indicare che quella persona è in attesa di risposta: può restare in territorio spagnolo, ma non può lavorare. Se poi la sua richiesta viene accolta, otterrà la “tessera rossa”, che permette di lavorare dopo sei mesi dall’ottenimento dello status di rifugiato.

In passato i governi spagnoli, da quello socialista di Zapatero a quello del popolare Rajoy, non sono stati teneri con chi cercava di varcarne i confini nazionali. Le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, in territorio marocchino, sono protette fin dagli anni 90 da barriere di filo spinato, lunghe rispettivamente 8 e 12 chilometri ed erette grazie al finanziamento dell’allora Comunità europea. Il 15 giugno il nuovo ministro degli Interni del governo socialista Fernando Grande-Marlaska, ha espresso alla radio spagnola Onda Cero la volontà di rimuovere le barriere di protezione, in modo da poter difendere i confini in coerenza con il rispetto dei diritti umani.