Il ministro Trenta: “Le accuse alle Ong? Ci vuole un processo”

“Le ong tendono a portare i migranti verso l’Italia, il dubbio è che siano parte di un progetto”: questa una delle dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta a “L’intervista” di Maria Latella sugli schermi di Sky Tg24. La ministra, incalzata dalla giornalista sulla possibilità che le Ong partecipino al traffico di esseri umani, ha poi risposto in termini più prudenti di quelli normalmente impiegati da alcuni suoi colleghi di governo: “Questo non possiamo affermarlo finché non c’è un processo”. Sempre in tema di immigrazione il ministro ha poi assicurato che l’Italia non sta praticando un “blocco navale” davanti alla Libia, quello che chiede Fratelli d’Italia con Giorgio Meloni, perché sarebbe “un atto di guerra”. E ha aggiunto: ”Le navi della Marina e della Guardia costiera, quando ci sarà bisogno, salveranno sempre un migrante in difficoltà”, ricordando di aver proposto la Marina, la Guardia Costiera e la Guardia di Finanza per il premio Nobel viste le numerose vite salvate dalle forze dell’ordine. E’ piaciuta a Debora Serracchiani del Pd perché ha riconosciuto il lavoro dei precedenti governi. Non alla Meloni che le chiede “il coraggio di cambiare”.

Due navi cariche di profughi ancora ferme

Paga pegno anche il mercantile Alexander Maersk, fermo da più di 24 ore, con 113 migranti a bordo, davanti a Pozzallo (Ragusa). Il ministero dell’Interno fino a ieri sera non aveva autorizzato l’ingresso in porto. Una lunghissima attesa, interrotta solo da un intervento della Guardia costiera italiana che ha portato a bordo un medico per i casi più urgenti. La nave era stata aiutata dalla Lifeline, ancora ferma vicino a Malta, in un salvataggio di migranti due giorni fa nelle acque internazionali davanti alla Libia. Per Lifeline è intanto scattata la solidarietà umanitaria, con due Ong – Sea Watch e Sea Eye – partite con i loro mezzi da Malta per portare aiuto e viveri ai 234 naufraghi a bordo.

Malta prosegue nella chiusura dei porti ai migranti e anche il governo italiano rimane fermo nel blocco per le Ong. Ieri, sempre su Twitter, Matteo Salvini ha ripetuto la sua linea: “Certe navi si devono scordare l’Italia, stop al business dell’immigrazione clandestina! La musica è cambiata”, sottolineando, tra l’altro che alcune navi delle Ong erano proprio a Malta dove spesso fanno soste e rifornimenti. Il comandante della Lifeline, Klaus Peter, ha replicato su Radio Capital: “Se Salvini vuole arrestarmi può venire personalmente a prendermi. Vorrei invitare il signor Salvini a fare un viaggio con noi. Solo così si potrà rendere conto dello scenario drammatico in mare. Su questa nave nessuno guadagna un soldo. Siamo tutti volontari”.

La sorte della nave sembra appesa alla linea anti Ong. Il quadro più ampio dei flussi di migranti nel Mediterraneo – che dal 1993 ad oggi ha visto 34.361 morti in mare – è sempre più complesso. Tra l’Italia e la Libia si gioca l’intera partita tra gli Stati, tra diritto internazionale e strategie per bloccare partenze e arrivi. Salvini oggi o domani sarà a Tripoli. Nei giorni scorsi la Guardia costiera italiana – che dal 2013 coordina i salvataggi – ha emesso un avviso di navigazione: “Ai sensi della convenzione Solas (Safety of life at sea) i comandanti di nave che si trovano in mare nella zona antistante la Libia, dovranno rivolgersi al Centro di Tripoli e alla Guardia costiera libica per richiedere soccorso”. La questione, al di là dell’esistenza o meno di un centro di coordinamento libico, è lo sbarco, ovvero il place of safety, il luogo sicuro per i naufraghi. Per l’Alto commissariato Onu (Unhcr) per i rifugiati la Libia non può essere considerato tale perché non ha aderito alla Convenzione di Ginevra. “In Libia operano le agenzie Onu ed è un Paese riconosciuto internazionalmente”, replicano dal ministero diretto da Toninelli, che si è espresso a favore di un hotspot a Tripoli. Ma l’agenzia Onu documenta una situazione disastrosa: su più di 50 mila aventi diritto alla protezione internazionale registrati, solo 1.600 sono stati evacuati. Solo i casi estremi liberati dai centri di detenzione e in parte trasferiti in Niger e Romania, zone “di transito”. I Paesi europei occidentali, tra i quali Italia e Francia, ne hanno accolti al momento solo poche centinaia con i corridoi umanitari. E sull’idea di un hotspot in Libia il commissario Ue Avramapoulos è stato netto: “Sono contrario a una Guantanamo bay per migranti, è contrario ai valori europei”.

Scontro tra Italia e Francia. Oggi il vertice inutile Ue

Vigilia agitata, tra Italia e Francia, del Vertice di oggi a Bruxelles sui migranti. Roma reagisce male all’annuncio delle proposte che Parigi s’accinge a fare: lo sbarco dei migranti “avvenga nel porto sicuro più vicino” in linea con le regoledel soccorso in mare; e punti di sbarco e hotspot vanno individuati e realizzati “su suolo europeo”, magari in attesa di poterli organizzare in Africa (ci vuole il consenso dei Paesi ospiti).

Macron ne parla con il nuovo capo del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, molto aperto su sbarchi e accoglienza, nella vicenda dell’Aquarius e non solo – sulle coste dell’Andalusia, ci sono stati un migliaio di arrivi nelle ultime 48 ore –. Dall’Italia, Salvini liquida Macron come “arrogante”, Di Maio dice che è “fuori dalla realtà” e “si candida a far diventare il suo Paese nemico numero uno dell’Italia”, Giorgia Meloni trova “vomitevoli” le sue parole.

Tace il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che, oggi pomeriggio, rappresenterà l’Italia all’incontro, informale, di Bruxelles: un consulto fra 16 Paesi – il numero pare confermato -, preliminare al Vertice europeo vero e proprio del 28 e 29 giugno. Decisioni, se ce ne saranno, matureranno a fine mese, anche se la cancelliera tedesca Angela Merkel smorza le attese: “Non aspettatevi granché”. Non ci saranno i Paesi del Gruppo di Visegrad, che ritengono “inutile” l’incontro – e, per una volta, rischiano d’avere ragione.

Delle sue proposte, Macron, oltre che con Sanchez, ha già parlato pure con la Merkel martedì, il giorno dopo la visita a Berlino del professor Conte. Il presidente francese spiega: “È necessario un percorso di solidarietà, non una gestione caso per caso… Una volta scesi a terra e riuniti nei centri di sbarco chiusi, la cui realizzazione sarà finanziata da fondi europei, si potrà vagliare con rapidità quanti hanno diritto all’asilo” – e possono essere ridistribuiti fra i Paesi europei – e quanti, invece, vanno rispediti al Paese d’origine.

Per quelli dei 28 che rifiutano quote di rifugiati scattino le sanzioni: “Non è possibile – nota Macron – avere Paesi che beneficiano enormemente della solidarietà europea e, sul tema dei migranti, rivendicano l’interesse nazionale”. Ogni riferimento al Gruppo di Visegrad è voluto.

Ad irritare gli italiani, più delle proposte del presidente francese, è probabilmente l’analisi di fondo. “L’Italia non sta vivendo una crisi migratoria come fino all’anno scorso, chi lo sostiene dice bugie”, afferma il presidente francese, rilevando che gli sbarchi, rispetto al 2017, sono calati dell’80%. A pesare ora sull’Italia, sono “le persone cui non è stato riconosciuto l’asilo e che si trovano in una situazione di irregolarità”: “Qui, la solidarietà europea deve giocare nel senso di una politica di ritorno” – come, resta da vedere.

Macron inquadra il momento in “una crisi politica” scaturita da estremisti che giocano sulla paura” – pure qui ogni riferimento alla Lega e forse pure al M5S è voluto; e invita a non cedere “allo spirito di manipolazione o iper-semplificazione della nostra epoca”. Idee che il presidente francese confronterà, martedì, con Papa Francesco, mentre Salvini, che dal Papa, nonostante gli annunci, non c’è andato, sarà lunedì in Libia.

Le proposte a Bruxelles oggi non mancano: francesi e tedesche, bulgare, austriache. Vienna chiede Frontex anche per i confini di terra dell’Ue, con forze di polizia e militari, per “mettere in sicurezza le frontiere esterne europee, combattere l’immigrazione illegale e smantellare gli affari dei trafficanti”, nei Balcani, in Grecia e in Italia.

Ai ferri corti con Malta e con la Francia, la Spagna, la Germania, il premier Conte arriva al vertice “con le mani libere anche di dire no” – una latitudine che ogni leader ha sempre -. L’Italia, dicono da Palazzo Chigi, “ha la ferma intenzione di puntare i piedi con una ‘durezza proporzionale alla grande emergenza immigrazione in atto’”, di cui “tutta l’Unione deve farsi carico”. I proclami di Salvini e Di Maio mettono pressione su Conte, che nelle sedi internazionali ha finora fornito buone prove.

Il premier capovolto tutto calma e gesso (e nemmeno tossisce)

Sarà pure il personaggio misterioso del cruciverba italiano, ma in tre settimane non è inciampato al G7, camminando tra i grandi. Ha incassato pacche sulle spalle da Trump senza tossire. Ha diviso un paio di croissant all’Eliseo con Macron parlando di Libia & sbarchi. Non si è genuflesso davanti agli stivali di cuoio della Merkel. Ha persino alzato un sopracciglio quando Salvini ha acceso la terza ruspa di tre che ne ha, stavolta minacciando i Rom, e ha sussurrato: “Adesso basta, questo è troppo”.

È saltato fuori d’improvviso, proprio come accade nei cruciverba con la foto misteriosa al centro. Nome di un famoso falegname a Betlemme, 8 lettere. Cognome di un nobile cantautore al limon, 5 lettere. Risultato: Giuseppe Conte. Avvocato volitivo. Cinquantaquattro anni. Il ciuffo sghembo, una mano in tasca. L’altra ben stretta sul famoso contratto. La sua incoronazione è stata un colpo di teatro. Un unicum nelle evolute democrazie occidentali, dove di solito sono i capi di governo a nominare i vice, non il contrario.

Tant’è che quirinalisti veterani non puntavano su di lui nemmeno l’euro e sessanta che è il prezzo di copertina della Settimana Enigmistica. Invece Sergio Mattarella, che ama risolvere le parole crociate a schema libero, ha assecondato la scelta dell’avvocato professore, subito dopo la bufera innescata dall’ombra lunga di Paolo Savona, che stava per complicare tutto, e da quella del cavaliere bianco Carlo Cottarelli, che era pronto a risolvere tutto, nomine comprese. Ed è rimasto serio mentre il quasi premier presentava le sue famose dodici pagine di curriculum – con benemerenze universitarie newyorchesi e parigine verosimili, ma non del tutto vere – tanto ingenue da lasciarci il dubbio se lo abbia fatto per sfidare la bella sorte che lo aveva appena incoronato. Proprio come capitò a quell’indimenticabile personaggio interpretato al cinema da Peter Sellers, Mister Chance, il Giardiniere, che nel romanzo di Kosinsky diventa presidente degli Stati Uniti d’America, per una casuale concomitanza di eventi, pronunciando frasi apparentemente ieratiche, tipo: “La vita è uno stato mentale”. Che più o meno equivale all’esordio del nostro in Parlamento: “Sarò l’avvocato del popolo”.

Nobile intenzione. Ma sufficientemente allarmante da mandare in tilt gli analisti dei nostri Servizi segreti, impegnati per un paio di febbrili settimane a raccogliere qualche informazione su di lui. E a prendere in contropiede tutti i giornali costretti a sguinzagliare cronisti a caccia di una biografia in grado di sciogliere l’enigma della scelta e scovando qualche ragione che giustificasse l’ascesa del titolare, inscritto nella sua ombra, fino al piano nobile di Palazzo Chigi. Opus Dei? Massoneria? Trilateral?

Dal nulla è saltato fuori qualcosa. Per cominciare una curiosa rassomiglianza fisica con il giovane Berlusconi, stesso naso, occhi, sopracciglia. Ma ingentilita da un’indole assai prossima a quella di Gentiloni, detto Er Moviola. E poi una bella storia di ascesa sociale.

Giuseppe Conte viene da una piccola famiglia di una minuscola provincia di Foggia, Volturara Appula, madre maestra elementare, padre segretario comunale. Arriva a Roma passando per San Giovanni Rotondo, dove si scopre devoto di Padre Pio. Laurea in Giurisprudenza alla Sapienza con il massimo dei voti. Perfezionamento degli studi in un luogo speciale, il Collegio di Villa Nazareth, dove pregano le teste d’uovo del cattolicesimo sociale, aule un tempo frequentate pure da Oscar Luigi Scalfaro e da Romano Prodi. Tutta santa aristocrazia che sgobba sotto lo sguardo benevolo e cardinalizio di Achille Silvestrini e di Piero Parolin, il potente segretario di Stato di papa Francesco.

Diventa avvocato civilista. Si sposa. Ha un figlio. Incontra Guido Alpa, genovese, giurista d’alta e integerrima fama, un tempo allievo di Stefano Rodotà, principe dei consulenti e dei consigli di amministrazione. Anche lui, come Conte, uomo che si è fatto da solo, partendo dalla modesta stazione del padre ferroviere, per arrivare a sedersi nei vagoni di prima classe della Repubblica, e forse per questo così disposto a pettinare la carriera del giovane collega.

Il quale, come capita spesso, crescendo cambia casa e cambia moglie. Incontra Olivia, biondissima figlia di Ewa Aulin e di Cesare Paladino, coppia celebre nella bella Roma degli anni Ottanta, lei attrice svedese, scoperta da Alberto Lattuada e Tinto Brass, lui proprietario dell’Hotel Plaza, regno di Gianni De Michelis e della sua allegra epopea finita malamente. All’inizio, il mondo in cui si muovono Conte e compagna sta ancora troppo a ridosso del generone romano, quello che aspira quotidianamente ai riti del jet set, ma si deve accontentare di imitarlo, appendendosi un po’ troppo oro al collo. Lei si occupa di pubbliche relazioni. Lui viaggia in Jaguar – vecchio modello, cattiva carburazione – l’auto preferita dagli avvocati di successo, e gioca a calcetto alla Canottieri Roma, il circolo preferito dai clienti di successo, che tuttavia parlano a voce spiacevolmente alta.

Conte è più mite, più garbato del paesaggio che lo circonda. Firenze rinascimentale gli sta a pennello: cattedra di Diritto privato. Piccole cene in collina. Qualche consulenza di velluto. L’amicizia con Enrico Letta che gli offrirà una collaborazione al suo breve, lento, ma ben educato governo. Qualche incontro di lavoro con Maria Elena Boschi, futura signorina Etruria, che un giorno vuole presentarlo alla sua luce esistenziale e politica, Matteo Renzi in persona, che invece lo guarda, lo soppesa, se ne disinteressa.

Tra i possibili assistenti, Conte pesca il jolly della vita, Alfonso Bonafede, studente arrivato da Mazara del Vallo, secchione, stretta osservanza grillina, che in capo a dieci anni si trasformerà in principe azzurro, anzi nell’attuale ministro di Giustizia, non prima di avere introdotto il nostro mister Chance a Luigi Di Maio e alla nuova nomenclatura del Movimento, affamata di tutti gli strumenti utili alla politica: dalla sintassi, alla scienza giuridica.

Si dice che alle ultime elezioni abbia votato Gianni Cuperlo, forse per una affinità elettiva con l’ufficialetto asburgico della triste sinistra, che ancora gli fa battere il cuore. O forse come gesto di impazienza di fronte alle macerie che vede.

In Senato e alla Camera ha parlato di quasi tutto: debito, occupazione, giustizia, cupo fardello renziano ereditato e luminoso futuro. Dimenticandosi di appena due parole, “scuola” e “cultura”, singolare primato per un avvocato professore. In aula, al momento, non se n’è accorto nessuno, e se è per questo quelli della Lega neanche dopo. In compenso gli hanno tributato cinquantasette applausi e un cospicuo numero di voli aerei per andare ai summit, riprendersi l’Europa e il mondo spaventati dal “laboratorio Italia”, che sembra più propriamente una cagnara.

La sorpresa è che (per ora) ci sta riuscendo grazie alla singolare alchimia di trasformare l’energia del turbo Salvini in un monito. E il monito in un vantaggio: se casco, ecco cosa vi aspetta. Intanto sulla flat tax ha preso tempo. Sul reddito di cittadinanza pure. Sul condono fiscale ha chiesto calma e gesso. Sull’immigrazione ha detto: “La situazione è seria, ma gestibile”. E sull’imminente pre-vertice europeo si prepara a tenere testa a Francia e Germania che vorrebbero inchiodare l’Italia a Paese di primo ingresso, senza offrire molto in cambio.

Nonostante resti un premier capovolto – governato da chi dovrebbe governare – i sondaggi lo premiano, giudicandolo un buon mediatore tra spinte che collidono. La sua debolezza è anche la sua forza. In attesa di scovare il suo algoritmo politico, si accontenta di aggiornare quello del Giardiniere: “Palazzo Chigi è uno stato mentale”.

“Minacce fasulle”: Chiesta condanna per l’ex padano Attaguile

Per gli inquirenti tutte quelle minacce e intimidazioni denunciate da Angelo Attaguile erano fasulle, costruite ad arte dal politico mentre era componente della commissione Antimafia nella scorsa legislatura e leader in Sicilia di “Noi con Salvini”, il movimento che ha fatto da trampolino di lancio alla Lega nell’isola. A chiusura delle indagini, aperte l’anno scorso, la Procura di Catania ha chiesto per Attaguile, emarginato da Salvini dopo il voto alle regionali in autunno, l’emissione di un decreto penale di condanna per simulazione di reato continuata. La richiesta prevede l’applicazione di una pena pecuniaria (in sostituzione di quella detentiva) di 22.500 euro, pagabili in 30 rate mensili da 750 euro. Per i pm l’ex parlamentare “con più denunce presentate in tempi diversi e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso” davanti alla polizia “affermava falsamente di aver ricevuto minacce e intimidazioni”. Per il suo legale, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, però Attaguile “è completamente estraneo a qualsivoglia ipotesi di simulazione di reato, mentre diverse, gravi e documentate sono le minacce dallo stesso ricevute”.

Nel paese che ha metà degli elettori all’estero e non può eleggere il sindaco

Da Alessandria della Rocca sono andati via anche i Padri passionisti, custodi del santuario della Madonna della Rocca, costruito sulla pietra dove nel 1624 una ragazza cieca dalla nascita, riacquistò la vista grazie a un miracolo, certificato dalla Chiesa.

Anche loro scappano dal piccolo paese della provincia di Agrigento, che oggi conta poco più di 2.800 abitanti, ma dove l’unica candidata a sindaco, Giovanna Bubello, non è stata eletta in quanto, come prevede la norma in questi casi, non è riuscita a superare il quorum del 50% + 1 delle preferenze, fermandosi al 33% con la sua lista Alessandria Rinasce: 1.423 voti sul totale dei potenziali votanti, 4.306.

Nel computo degli elettori, però, ci sono anche i quasi duemila alessandrini iscritti all’Aire, che oggi abitano in Argentina, in Canada e in Australia. Di questi, soltanto uno, un anziano proveniente dal Canada per un funerale, si è recato nel piccolo paese a votare. Ad Alessandria, paese che ha un’età media di quasi 50 anni, non torna più nessuno. Partirà da queste motivazioni, da un astensionismo che ritiene falsato, il ricorso presentato al Tar dall’avvocato e dirigente scolastico Giovanna Bubello, determinata ad avere ragione in tribunale, dopo essere stata sconfitta dal quorum.

“Quello concretizzatosi domenica 11 giugno è uno scippo alla democrazia, perché non è stata rispettata la volontà degli alessandrini – dice senza alcuna rassegnazione la docente di diritto – Sono state delle elezioni drogate da un astensionismo che non esiste. Io sono stata votata dal 97% degli abitanti di Alessandria della Rocca, ma oggi si sta consumando un attentato al corpo elettorale».

Se la guerra giuridica doveva partire dallo scorporo degli elettori esteri nel computo dei voti, sulla base di ciò che avviene in altre regioni a statuto speciale (Sardegna e Friuli Venezia Giulia, i casi attestati) lo studio delle carte degli avvocati che hanno presentato il ricorso ha portato alla scoperta di un enorme falla all’interno del sistema elettorale siciliano: a differenza di ciò che avviene nelle regioni a statuto ordinario, regolate dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali del 2000, in Sicilia il documento è fermo al 1960, all’articolo 40 del Testo unico regionale, che non include affatto i residenti all’estero iscritti all’Aire.

L’anagrafe dei residenti all’estero è stato istituito solo nel 1988. “La Regione Sicilia – si legge nel ricorso – non ha mai recepito, ai fini della proclamazione degli organi eletti, l’istituzione dell’Aire. Per questi motivi non si capisce perché non debba essere rispettata la volontà popolare risultante dalle urne”. I siciliani residenti all’estero non dovrebbero quindi essere presenti nel calcolo delle elezioni, come avviene per prassi.

L’assessore agli Enti locali della Regione, Bernadette Grasso, taglia corto sul caso: “Sulla questione deciderà il Tar, la norma deve essere regolata dal comune di Alessandria della Rocca. La Regione ha già mandato il commissario”. Proprio a lei ha chiesto di essere ricevuto l’avvocato Bubello, convinta che il suo Comune non debba essere vittima delle falle di un sistema ancorato a leggi che risalgono a mezzo secolo fa.

Oggi i ballottaggi balneari: Salvini sfida il Pd in Toscana

Quasi tre milioni di italiani votano oggi nei ballottaggi per le amministrative, in 75 comuni (14 sono anche capoluoghi di provincia) a cui si aggiunge il terzo municipio di Roma. È soprattutto una sfida fra centrodestra (trainato dalla Lega) e centrosinistra, con i Cinque Stelle in campo solo ad Avellino, Imola (dove potrebbe esserci uno storico sorpasso ai danni del centrosinistra), Ragusa e Terni. Nei grandi Comuni è in vantaggio il centrodestra in 29 e il centrosinistra in 20, in molti casi l’ago della bilancia possono esserlo gli elettori dei Cinque Stelle. Ma in un voto con l’estate già iniziata bisogna tenere conto anche dell’incognita astensione: potrebbe scompigliare le carte rispetto al primo turno. C’è anche un curioso derby fratricida a Imperia fra l’ex ministro azzurro Claudio Scajola (già sindaco due volte nella città ligure, sopra al 35% al primo turno) e l’architetto Luca Lanteri (28,7%), sostenuto dal presidente della provincia Giovanni Toti. Scajola si candida con una lista civica.

Ma la partitaè interessante soprattutto in Toscana, dove non a caso Matteo Salvini ha deciso di chiudere la campagna elettorale. Il Pd gli ha schierato contro i suoi big: Paolo Gentiloni, Walter Veltroni e Maurizio Martina. Nel cuore delle regioni rosse il centrodestra cerca uno storico ribaltone: nel primo turno era in vantaggio a Pisa con Michele Conti (33,4%) contro Andrea Serfogli (32,3%). Ma inseguiva a stretto raggio anche a Massa (Alessandro Volpi del centrosinistra a 34%, Francesco Persiani del centrodestra al 28%) e a Siena (l’ex sindaco Bruno Valentini del centrosinistra a 27,4%, Luigi De Mossi al 24,2%). Nella città del palio ci sono in gioco i voti di un insieme di liste civiche, che unite rappresentano circa il 40% delle preferenze al primo turno. Valentini si è apparentato con Pierluigi Piccini, ex sindaco dal 1990 al 2001, e soprattutto portatore in dote di più del 21% dei voti al primo turno. De Mossi spera invece in chi, anche nel centrosinistra, avrebbe voluto un nome nuovo rispetto a quello del sindaco uscente.

Nelle Marche, altra regione tradizionalmente rossa, si vota ad Ancona, unico capoluogo di regione chiamato oggi alle urne. La sindaca uscente, Valeria Mancinelli del centrosinistra, ha mancato di un soffio la vittoria al primo turno, con il 48% delle preferenze. Il suo sfidante, Stefano Tombolini (28%), è stato consigliere di opposizione in seno a una lista civica, ora è sostenuto anche dal centrodestra. Difficile immaginare delle sorprese, nonostante l’incognita dell’astensione e l’appello di Tombolini al voto dei Cinque Stelle.

Un’altraroccaforte rossa a rischio è Imola. In questo caso però a cercare il colpaccio sono i Cinque Stelle: la campagna elettorale si è chiusa con i big (Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Riccardo Fraccaro e la sindaca di Torino Chiara Appendino). Al primo turno la candidata del centrosinistra Carmen Cappello si è fermata al 42%, mentre Manuela Sangiorgi dei Cinque Stelle al 29. Decisivi i voti del centrodestra, che era rimasto al 23.

In Lombardia, regione saldamente in mano a Lega e Forza Italia, finora Sondrio ha resistito come unica roccaforte di centrosinistra. Ma al primo turno era in testa Marco Scaramellini del centrodestra (46,8%), inseguito dal centrosinistra di Nicola Giugni (36,1%).

La regione che oggi coinvolge più elettori – sono circa 520 mila – è la Sicilia. A Messina c’è il caso curioso di Cateno De Luca, un candidato sindaco che ha ottenuto il 19,8% al primo turno, ma senza eleggere nessun consigliere comunale: le sei liste civiche che lo sostenevano non hanno superato il quorum del 5%. Al ballottaggio contro di lui c’è Dino Bramanti del centrodestra (28,2%).

Ragusa è uno di quei comuni (gli altri sono Pomezia e la sarda Assemini) in cui i Cinque Stelle partono in vantaggio dal primo turno: Antonio Tringali era al 22,7%, Giuseppe Cassì del centrodestra al 20,8.

Più complicata la situazione a Siracusa. Il ballottaggio nasce dallo strappo interno alla lista “Diventerà bellissima”, il movimento del governatore Nello Musumeci. Da una parte c’è Paolo Ezechia Reale (37%), sostenuto dal gran parte del centrodestra. Dall’altra Francesco Italia (19,55%), ex vicesindaco renziano, che spera nei voti del Pd (che al primo turno ha sostenuto un altro candidato).

Fra le altre città al voto, c’è Terni con il leghista Leonardo Latini (49,2%) appoggiato dal centrodestra, contro Thomas De Luca (Cinque stelle, 25%). Ad Avellino Nello Pizza (centrosinistra, 42,9%) contro Vincenzo Ciampi (Cinque Stelle, 20,2%). A Viterbo Giovanni Maria Arena (centrodestra, 40,2%) contro Chiara Frontini (civica, 17,6%). A Brindisi Roberto Cavalera (centrodestra, 34,7%) contro Riccardo Rossi (centrosinistra, 23,5%). A Teramo Giandonato Morra (centrodestra, 34,6%) contro Gianguido D’Alberto (centrosinistra, 21,1%). Si vota dalle 7 alle 23.

Saviano: “I 5Stelle sono la stampella della Lega xenofoba”

“Il M5S è diventato la stampella di un partito xenofobo”. Dal Parco Sempione di Milano, dove è intervenuto alla tavola multietnica, Roberto Saviano torna ad attaccare i Cinque Stelle, rei a suo dire, di essere troppo accondiscendenti nei confronti della Lega. “Spero che una parte degli elettori che ha votato Movimento credendo davvero di cambiare le cose si accorga di essere diventato stampella di un partito violento e xenofobo” ha sostenuto lo scrittore. Durissimo, com’era prevedibile, nei confronti del segretario del Carroccio, che ha messo in discussione l’opportunità di lasciargli la scorta: “Matteo Salvini è furbo, tocca tutto ciò che sui social ha picchi, prende e segue e non approfondisce mai, non ha risolto nemmeno la questione sbarchi, tutto teatro e propaganda”. Quindi Saviano ha proposto: “Cerchiamo di costruire una giornata in cui chiediamo la restituzione dei 50 milioni alla Lega. E non fidiamoci del ministro dell’Interno che parla di gestione passata: ha fatto la campagna elettorale in nome di quella storia”.

Casellati arruola pure la moglie di Malan

La signora Maria, moglie del senatore forzista Lucio Malan, entra nello staff di Maria Elisabetta Alberti Casellati. Quando i colleghi senatori l’hanno nominata presidente di Palazzo Madama, lo scorso marzo, dal passato dell’avvocato Casellati è riemersa la spiacevole vicenda dell’assunzione – tredici anni fa – di Ludovica Casellati al ministero della Salute: mamma sottosegretario di Forza Italia, figlia capo della segretaria.

Poi il Fatto ha raccontato che Ludovica – mollato il lavoro a Publitalia, la concessionaria pubblicitaria di Mediaset – s’è dedicata al cicloturismo e all’ufficio stampa di Barbara Degani, sottosegretaria all’Ambiente nei governi Renzi e Gentiloni, ex presidente della provincia di Padova, dove abita la famiglia Casellati.

Qualche giorno fa, Ludovica è andata a palazzo Madama a salutare la mamma e le malelingue sono impazzite: mica cova un contratto per lei? Calunnie. Casellati non commette lo stesso errore. Tra i collaboratori, però, ha arruolato con un part-time in segreteria la moglie di Malan.

Il fu giovane leghista, una dozzina di anni fa, ha ingaggiato la consorte “per richiesta del gruppo di Forza Italia”, s’è sempre giustificato. Anche se non ha spiegato mai il posto per la nipote.

Il berlusconismo ha unito Malan e Casellati e li ha ispirati chissà nel firmare un comunicato involontariamente comico sui senatori a vita scelti da Giorgio Napolitano: “Pur rispettando il capo dello Stato e i quattro nominati, dalle carte trasmesse in Giunta per le elezioni, non sono emersi elementi sufficienti ad identificare gli altissimi meriti scientifici né gli altissimi meriti sociali attribuiti a tutti e quattro”. E chi erano? Il direttore d’orchestra Claudio Abbado, l’architetto Renzo Piano, il fisico Carlo Rubbia (premio Nobel), la ricercatrice Elena Cattaneo.

Lo staff di Casellati è un elenco aperto, non c’è ancora il capo di gabinetto, ma la selezione è cominciata con una decisione inedita: il mancato rinnovo di otto precari storici, personale tecnico che va avanti con accordi di legislatura. Risorse che si sono liberate. Il presidente del Senato ha costruito una squadra già molto folta: oltre al portavoce, ci sono Rita Rubini (segretaria particolare), Teodoro Fortunato (Forza Italia, giri veneti), Claudio Girdeni (candidato con la lista Francesco Storace nel Lazio) e Antonella Iovine (quota Maurizio Gasparri).

A titolo gratuito, precisano da palazzo Madama, Nitto Francesco Palma e Ada Spadoni Urbani sono diventati consiglieri politici di Casellati. Spadoni Urbani è un’ex senatrice, eletta soltanto una volta, ma amica di Maria Elisabetta. Palma è un ex magistrato, sottosegretario all’Interno e ministro della Giustizia nei governi di Berlusconi.

Di Maio, le cariche e il caso Lanzalone al tavolo con Grillo

Il capo che è anche vicepremier e ministro ultimamente è pure un bersaglio. Del Matteo Salvini che straparla di tutto, ma soprattutto dei tanti 5Stelle insoddisfatti per mille ragioni, più o meno reali. E allora in settimana Luigi Di Maio avrà molto da dirsi con il garante Beppe Grillo, in arrivo mercoledì a Roma anche perché subissato da telefonate di lamentele. Mentre è ormai pronto il nuovo coordinamento degli enti locali: un terzetto di eletti, non parlamentari, che prenderà il posto della vecchia trimurti dimaiana composta da Riccardo Fraccaro, Alfonso Bonafede e Giancarlo Cancelleri.

L’unica novità per ora accettata dal capo, al vertice di un Movimento a cui salire al governo ha tolto serenità. Perché ha riportato a galla antiche ruggini ma anche mostrato i nervi della valanga di nuovi eletti: più smaliziati e ambiziosi dei grillini che nel 2013 entrarono in Parlamento come astronauti sulla Luna.

Cinque anni dopo ecco Di Maio che in assemblea congiunta, giovedì sera, ha alzato la voce per cautelarsi: “Ascolto i consigli ma non i piagnistei, ora tutti voi dovete fare i fatti”. E il corpaccione del M5S, dove stavano cercando firme per cambiare i regolamenti dei gruppi e togliergli così potere, ha evitato lo scontro. “Luigi si è difeso attaccando, ma i malumori restano” avverte un dimaiano. E anche per questo nella partita delle presidenze delle commissioni, chiusasi a ridosso dell’assemblea, il leader ha cercato di accontentare molti inquieti. Spingendo perché venissero dati ruoli a ortodossi vicini a Roberto Fico (Giuseppe Brescia e Luigi Gallo, il più attivo dei dissidenti). E recuperando figure da sempre legate a Grillo, come Carla Ruocco, già nell’ex Direttorio. E da qui si torna al fondatore, che negli ultimi mesi si è defilato. Solo, a seminare opinioni sul suo blog, dove alcuni avversari irriducibili di Di Maio come il senatore Nicola Morra hanno trovato casa con i loro post. Ma Grillo è pur sempre il garante.

Così presto sarà nella capitale, anche per valutare gli effetti del caso di Luca Lanzalone. Perché a rappresentare il Movimento a Genova contro ex iscritti che reclamano l’uso del simbolo sono legali dello studio dell’ex presidente di Acea. E ora bisogna capire come gestire la situazione, assieme a Grillo. Ma a Roma il fondatore dovrà occuparsi anche di politica, eccome. E la speranza dei dimaiani è che tranquillizzi i veterani che reclamano più condivisione e democrazia. Calmando indirettamente anche i nuovi eletti che sognavano posti di governo.

Nodi connessi a quello di una nuova struttura che affianchi il capo politico, e che faccia da cinghia di trasmissione tra i 300 parlamentari e ministri e sottosegretari. Una soluzione per cui spingono anche la casa madre di Milano e molti eletti. E più d’uno giura di averlo sentito proprio da Grillo: “Luigi non può fare tutto da solo, va aiutato”. Ma Di Maio era ed è contrario. Teme guerre di potere e sovrapposizioni. “Ora l’esigenza è sostituire i responsabili degli enti locali” ripete. Così ecco un nuovo terzetto che si dividerà poteri e rogne per aree. E il referente per il Sud sarà certamente Dario De Falco: compagno di liceo del capo a Pomigliano d’Arco, dove è consigliere comunale, e già tesoriere del suo comitato elettorale. Intanto però si muove anche il presidente della Camera Fico, l’ex primo avversario di Di Maio, che ormai rintuzza Salvini a scadenza quotidiana. E che insiste sull’esigenza di non lottizzare in Rai.

Ma dai piani alti assicurano che l’ex presidente della Vigilanza “viene aggiornato costantemente sul tema”. Ergo, sul lavoro di selezione per il cda di viale Mazzini. Perché su un totale di oltre 200 curriculum, i 5Stelle hanno scelto dieci nomi. Mentre per la carica di amministratore delegato vagliano “manager di alto profilo”, da presentare al tavolo con la Lega. Ossia con Salvini, che tutti i giorni scappa in avanti. “Lo fa soprattutto pensando alle amministrative, tra qualche giorno si calmerà” pronosticano dal M5S.

Dove sostengono che il Carroccio al primo turno non sia poi andato così bene (“basta vedere il tonfo a Brescia”). Però il leghista che gioca a fare il premier ha innervosito tanti eletti, quindi provocato nuove accuse verso il Di Maio reo di non tamponarlo. Ma per adesso il capo politico punta sui temi, dai diritti dei riders al reddito di cittadinanza, come antidoto alle sparate dell’alleato. “Ma se Salvini non la smette dovrà affrontarlo” sussurrano dal Movimento. In attesa, delle soluzioni.