Il controcanto della Meloni

Se Matteo Salvini è “il cazzaro verde” – rubrica inaugurata di recente sul Fatto per l’ipertrofia verbale del vicepremier – Giorgia Meloni potrebbe essere “la cazzara nera”. È in fondo comprensibile: la Lega strilla e domina; Fratelli d’Italia per dimostrare di esistere deve strillare ancora di più. Gli effetti però sono cacofonici, quando non paradossali: se Salvini parla di “controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea”, Meloni alza di un decibel: “Blocco navale in Libia!”. Quando Salvini minaccia di levare la scorta a Saviano, Meloni aggiunge un altro po’ di bile: “Non ho gli elementi per giudicare se la priorità della Camorra sia ammazzare Saviano”. Salvini definisce Macron “arrogante”? Meloni trova parole ancora più aggressive: “Quella faccia di bronzo di Macron continua a insultare l’Italia”. Salvini alterna dichiarazioni confuse e vagamente razziste sui Rom? Meloni ha le idee chiaramente più confuse e indubbiamente più razziste: “Il censimento dei rom è il primo passo. La nostra proposta è allestire piazzole di sosta temporanee dove ci si può trattenere massimo 6 mesi. Perché se sei nomade devi ‘nomadare’”.

I numeri: quelle stime ottimistiche

Tra le pensioni erogate dall’Inps, 11,1 milioni di assegni hanno un importo inferiore a 750 euro, una condizione che riguarda per il 75,5% le donne. Nel 26 percento dei casi l’assegno è inferiore ai 500 euro mensili. Si tratta di 2 milioni e 886 mila persone con assegno ben al di sotto la soglia di povertà, fissata dall’Istat in 780 euro. Per far avere a tutti questi un reddito vicino a quella soglia servirebbe un’iniziativa da circa 3-5 miliardi l’anno. Cifra ben lontana da quella che si può spremere dalle pensioni d’oro. Il governo studia due strade, per destinare la cifra agli assegni sociali: il ricalcolo contributivo per le pensioni sopra i 5mila euro”; o il prelievo di solidarietà progressivo partendo dallo stesso tetto come fatto dal governo Letta. Nel primo caso, anche fissando un tetto drastico l’incasso si fermerebbe a 480 milioni lordi, 300 netti. Nel secondo caso si potrebbe arrivare, secondo le stime del governo, a 1,2 miliardi l’anno. In entrambi i casi c’è il rischio che la Corte costituzionale possa bocciare la norma: quella del governo Letta passò il vaglio dei giudici solo perché di natura “eccezionale e temporanea”

I tagli alle pensioni d’oro per aiutare 800 mila persone

Luigi Di Maio ne ha fatto ormai un pallino: tagliare le pensioni d’oro per finanziare gli assegni più bassi. “Vogliamo finalmente abolire le pensioni d’oro, che per legge avranno un tetto di 4.000/5.000 euro per tutti quelli che non hanno versato una quota di contributi che dia diritto a un importo così alto. E grazie al miliardo che risparmieremo potremo aumentare le pensioni minime”, ha spiegato ieri il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Quello di una maggiore equità sulle pensioni è un vecchio cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, ma la strada per passare all’azione legislativa appare stretta. L’Inps eroga 21 milioni di pensioni, per una spesa che nel 2017 è stata di 200 miliardi di cui 179 per gli assegni previdenziali: per tirare fuori un miliardo tondo da quelle cosiddette “d’oro” senza incorrere in problemi di costituzionalità è impresa complicata.

Secondo quanto risulta al Fatto, i tecnici del ministero sono al lavoro su due ipotesi. La prima è quella più coerente con le parole di Di Maio: un prelievo che gravi solo sulle pensioni accumulate in gran parte col vecchio sistema “retributivo”, che calcolava l’assegno utilizzando come parametri lo stipendio percepito e gli anni di versamenti, non i contributi effettivamente versati. Era il sistema in vigore fino al 1996, successivamente riformato dal governo Amato e abolito definitivamente con la legge Fornero nel 2012, che ha esteso il contributivo anche agli esclusi dalla precedente riforma ma solo pro-rata. Le simulazioni in mano a chi segue il dossier al ministero parlano di un incasso di 480 milioni lordi, circa 300 al netto delle imposte versate, e il ricavato sarebbe destinato alle pensioni sociali con un provvedimento da varare prima dell’autunno.

Nei giorni scorsi il presidente di Itinerari previdenziali, Alberto Brambilla, peraltro vicino alla Lega ha detto che “se tutto va bene” si recupereranno “160 milioni” perché su 16 milioni di pensionati la misura riguarda “meno di 27 mila pensionati”. La cifra però può salire con soluzioni più drastiche (e a rischio di costituzionalità). Su lavoce.info lo statistico Franco Mostacci ha provato a fare una simulazione fissando un tetto massimo mensile di 5 mila euro lordi per l’assegno pensionistico e tagliando l’eccedenza solo ai pensionati con un reddito complessivo superiore ai 100 mila euro. Ne risulta che si risparmierebbero 490 milioni di euro. Considerando però il minor gettito Irpef per le casse dello stato, il risparmio netto si riduce a circa 280 milioni (la cifra che circola al ministero). Sufficiente ad aggiungere qualcosa per gli 854 mila pensionati sociali Inps (oggi tagliati fuori dagli 80 euro del governo Renzi) che attualmente percepiscono un assegno medio mensile di 424 euro: avrebbero circa 30 euro mensili in più, che arriveranno a 60 in caso si potesse incassare un miliardo. Un segnale anche per controbilanciare le uscite di Matteo Salvini.

Va detto che un prelievo di solidarietà sulle pensioni d’oro l’aveva già tentato il governo Monti nel 2011. Colpiva in modo progressivo le prestazioni superiori ai 90 mila euro lordi l’anno. Fu però bocciato dalla Corte costituzionale, che lo considerò un prelievo tributario “irragionevole e discriminatorio”.

L’altra ipotesi alla quale lavorano i tecnici è invece simile al contributo di solidarietà triennale anti-crisi inserito nella Finanziaria approvata dal governo Letta nel 2014, sul quale la Consulta non ha avuto da eccepire. Fissava un prelievo del 6% su tutte le pensioni da 91 mila a 130 mila euro, del 12% per quelle superiori a 130 mila e fino a 195 mila euro e del 18% oltre. Le stime che circolano al ministero arrivano a circa 1,2 miliardi. Il problema è che quella misura fu accettata dalla Consulta soprattutto in quanto “eccezionale e temporanea”. Difficilmente potrebbe passare al vaglio dei giudici costituzionali una misura che invece dovrebbe essere strutturale.

Oggi 11,1 milioni di pensioni Inps hanno un importo inferiore a 750 euro. Nel 26 percento dei casi l’assegno è inferiore ai 500 euro mensili. Si tratta di 2,8 milioni di persone con un assegno ben al di sotto la soglia di povertà Istat (780 euro). Per far avere a tutti questi un reddito vicino a quella soglia, la stessa del reddito di cittadinanza, servirebbero dai 3 ai 5 miliardi l’anno.

La guerra a scafisti e #rosiconi

Cronache dall’ennesima giornata di adrenalina di Matteo Salvini. Ore 10 e 40: “In questo momento le navi di due Ong sono nel Mediterraneo, in attesa di caricare immigrati. Le navi di altre tre Ong sono ferme in porti maltesi. Che strano. La Lifeline, infine, nave fuorilegge con 239 immigrati, è in acque maltesi. Queste navi si possono scordare di raggiungere l’Italia: voglio stroncare gli affari di scafisti e mafiosi!” (Facebook). Ore 15 e 13: “Giuseppe Conte ha le mani libere al vertice Ue di fine giugno. Io e Di Maio siamo assolutamente d’accordo con lui. Conte ha il mandato di dire sì o no, di partecipare oppure alzarsi e sparire” (Ansa, intervista a Der Spiegel). Ore 17: “Il signor Toscani lancia l’appello e gli rispondono nell’ordine: Martina, Calenda, Bonino, Delrio e Gentiloni. Non è uno scherzo! #teamrosiconi” (Twitter. Salvini allega gli screenshot dello scambio tra Toscani e i succitati politici: il primo propone foto di gruppo, i secondi accettano). Ore 17 e 20: “Invitiamo l’arrogante presidente Macron a smetterla con gli insulti e a dimostrare la generosità con i fatti aprendo i tanti porti francesi e smettendo di respingere donne, bambini e uomini a Ventimiglia” (Ansa, Adnkronos). Ore 20 e 14: “Se questa domenica, nei comuni al ballottaggio riusciremo a mandare a casa Pd e sinistra, se ne accorgeranno anche in Europa, statene certi. Conto su di voi, riprendiamoci il nostro Paese. #primagliitaliani” (Twitter).

Il “mistero” di Giovanni Tria: è il poliziotto buono oppure nel governo c’è un infiltrato?

Il problema vero è che al momento non lo sa nessuno. Nessuno sa, s’intende, come rispondere alla domanda che tutti si fanno nei confusi Palazzi romani: Giovanni Tria, economista improvvisamente diventato ministro dell’Economia su indicazione del “retrocesso” Paolo Savona, nel governo recita la parte del poliziotto buono o è un infiltrato dell’ancien régime?

A giudicare dalle sue posizioni da economista prima della nomina, Tria è l’uomo perfetto per incarnare il senso dell’intesa 5Stelle-Lega: eurocritico, ma non anti-euro, è convinto che il modo in cui è stato congegnata la moneta unica stia conducendo alla perdizione l’Eurozona. La sua risposta è in una riforma più solidale delle istituzioni dell’area e in un più incisivo ruolo dello Stato (e della Bce), soprattutto – almeno nei Paesi periferici – per combattere la disoccupazione.

Una posizione critica è però assai più comoda da sostenere all’università e diventa assai più difficile quando si ricopre la carica di ministro dell’Economia di un Paese in un governo finito sotto attacco della finanza internazionale (e dei partner europei) ancor prima di essersi insediato: Tria non ha storia politica e nessuno può sapere se finirà “catturato” – come si dice in economia – dalla burocratja eternamente continuista del suo ministero o cederà alle pressioni e alle blandizie che ha già avuto modo di provare da parte dell’establishment europeo.

L’impredicibilità è caratteristica quasi ontologica per un governo di homines novi: vale per il premier Giuseppe Conte, vale per il ministro Tria. Certo, quest’ultimo finora è sembrato più un collega di Padoan che di Salvini e Di Maio: riduzione del debito come priorità, omaggi ai mercati, richiami al consolidamento fiscale. I giornali mainstream e il Pd, non a caso, se lo coccolano un giorno sì e l’altro pure.

Tria, in realtà, inizierà a definirsi quando sceglierà il successore di Giovanni La Via sulla poltrona ambita e difficile di direttore generale del Tesoro: i 5 Stelle avevano suggerito, e forse qualcosa in più, il nome di Antonio Guglielmi, l’uomo di Mediobanca a Londra (è capo dell’equity market), buon funzionario, sicuramente esperto di mercati, eurocritico anche lui, ma soprattutto reo – agli occhi degli europeisti in purezza – di aver realizzato insieme a Marcello Minenna (Consob) nel gennaio 2017 uno studio su costi e benefici dell’uscita dall’euro con riferimento ai titoli del debito pubblico. La conclusione, peraltro, è che col tempo è sempre più “sconveniente” uscirne.

La nomina di Guglielmi però – che pareva certa ed era un segnale di novità ai vertici di una istituzione in cui vige una rigida ortodossia bruxellese – si è improvvisamente impantanata e hanno iniziato a circolare candidature più potabili per la potentissima burocrazia interna: in particolare quelle di Alessandro Rivera, che è capo della Direzione che si occupa di banche ed è stato il protagonista delle sfortunate performance italiane nelle trattative con l’Ue sul tema in questi anni, e Antonino Turicchi, che guida Finanza e Privatizzazione e sta pure nel cda di Mps. Scegliendo un nome, Tria avrà già cominciato a rispondere alla domanda che a Roma si fanno un po’ tutti.

Bcc, la riforma deve fermarsi. L’esecutivo è pronto al decreto

Il governo punta a congelare la riforma delle banche di credito cooperativo (Bcc). Il ministro dell’Economia Giovanni Tria dovrebbe annunciare, forse già in settimana, una moratoria per l’applicazione della riforma renziana che, per quegli strani giri di potere delle riforme dettate d’urgenza, oggi non ha più padri. Chi l’ha voluta, la Banca d’Italia, frena; chi l’ha approvata, il Pd a trazione renziana, tace ma nei territori tifa per lo stop. L’obiettivo del governo è però più pragmatico: sottrarre i nuovi gruppi alla vigilanza della Bce. Andiamo con ordine.

A febbraio 2016 il governo Renzi ordina per decreto alle oltre 360 Bcc di aderire a una capogruppo visto che, denuncia Bankitalia, il credito cooperativo è afflitto da degenerazioni clientelari. Renzi acconsente, ma ritaglia una controversa deroga per chi non vuole confluire nel cappello unico (di cui approfitterà la Bcc di Cambiano cara a lui e Luca Lotti) e una pure per le Casse Raiffeisen in Trentino Alto Adige consentendo loro di farsi un gruppo provinciale (la cosa è piaciuta alla Südtiroler Volkspartei ed è tornata utile per candidare Boschi a Bolzano).

Il testo viene scritto a Via Nazionale pensando che tutte le Bcc si sarebbero fuse dentro Iccrea Holding, braccio operativo della Federcasse, storico feudo romano-democristiano che per anni ha tessuto indisturbata le degenerazioni che ora Bankitalia scopre. A sorpresa la Cassa Centrale Banca di Trento, punto di riferimento delle Raiffeisenkasse, si è candidata a fare un secondo gruppo, alternativo al colosso nazionale. Le Bcc più sane, temendo di finire stritolate nella spartizione romana, hanno scelto la secessione trentina. Oggi cira 160 Bcc sono con Iccrea; 90 con Ccb. Problema: viste le dimensioni, i due gruppi finiranno sotto la vigilanza della Banca centrale europea.

La cosa è a questo punto: ad aprile le due capogruppo hanno presentato la candidatura a Bankitalia e Bce, che hanno 120 giorni per decidere. In teoria c’è tempo fino a settembre, ma la vigilanza di Francoforte sembra voler accelerare. Il premier Giuseppe Conte si è detto favorevole a una revisione e la Lega ha presentato una mozione per chiedere la moratoria. A sorpresa, nei giorni scorsi il dg di Bankitalia, Salvatore Rossi, ha ammesso che il passaggio dei nuovi gruppi alla vigilanza di Francoforte sarebbe un problema: “È possibile che stia emergendo, in virtù dell’applicazione dei requisiti patrimoniali pensati per le banche ‘significant’, la circostanza che i costi della riforma così congegnata possano superare i benefici”. Ha corretto il tiro qualche giorno dopo: “Continuiamo a ritenere la riforma opportuna”.

La questione della vigilanza è in realtà più complessa dei requisiti patrimoniali. C’è il rischio che alle singole Bcc dei due gruppi (le bolzanine sono in teoria escluse) vengano applicate le rigide regole del Comprehensive Assessment, il meccanismo con cui la Bce verifica lo stato di salute delle grandi banche. Tra questi ci sono i sistemi di valutazione della clientela (rating) pensati per le grandi industrie, ma le Bcc finanziano prevalentemente artigiani, ditte individuali e micro-imprese: molte di loro, specie al Sud, sarebbero costrette ad abbandonare la clientela.

Per evitarlo il governo è di fronte a un bivio: tornare indietro o negoziare una deroga sistemica con la Bce (oggi riservata a singole banche). La prima strada è quella proposta da Lega e 5Stelle, che spingono per gli Ips (institutional protection schemes), sistemi di mutua protezione e garanzia tra banche associate usate dagli istituti locali tedeschi (Sparkassen e Volksbanken), che infatti sono fuori dalla vigilanza Bce. L’ipotesi Ips non è nuova ma per anni ha diviso il mondo delle Bcc. Oggi quelle più sane temono di dover pagare per quelle malandate (circa il 10% del totale, secondo Mediobanca). Per dare l’idea, il fondo di garanzia temporaneo previsto dalla riforma è stato bloccato dopo che era intervenuto per aiutare alcune banche da cui provengono i vertici di Iccrea Holding.

In questo caos succedono cose strane: chi era contrario alla riforma ora la difende e viceversa. Le Bcc bolzanine, le più tutelate, premono per lo stop visto che – risulta al Fatto – la Bce ha fatto intendere di considerare il gruppo provinciale ugualmente “significant”; Federcasse e Ccb si schierano invece per la prosecuzione.

Venerdì scorso l’associazione “Articolo 2” di San Casciano ha comprato un pagina sul Corriere per chiedere al governo di fermare la riforma. Tra i suoi fondatori – rivela il Gazzettino del Chianti – ci sono pure gli ex vertici di Chianti Banca vicini alla Federcasse toscana guidata da Matteo Spanò, amico d’infanzia di Matteo Renzi, che adesso non spende una parola per difendere la sua riforma.

La Repubblica di Canicattì

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una vigorosa lezione di imparzialità dall’autorevole pulpito di Repubblica, per la penna di Luca Bottura, dal titolo “E Ingroia allora?”: “Ieri il Giornale dei Giusti (che non nomino per evitare altre paginate contro quei maleducati di Repubblica) ha aperto la prima con Ingroia, e trattato Saviano alla stregua di una boutade salviniana: richiamino, pezzetto interno in punta di penna in cui il Ministro dell’Interno e il suo bersaglio venivano descritti in una sorta di balletto paritetico… Ora, è persino evidente che il GdG (che, per chi non sapesse cogliere la sottile ironia del Bottura, è il Fatto Quotidiano, ndr) fa le sue insindacabili scelte, specie quando la notizia dell’Ingroia abbandonato è un’esclusiva dovuta all’ascolto molto attento del giudice Di Matteo e di un suo intervento pubblico a Milano. Anzi, complimenti per il ‘buco’… Sarà mica che Saviano è finito taglio centro perché aveva la giacchetta sbagliata, la stessa che gli rimproverano su Twitter? Sarà mica che questo grottesco soppesare le notizie sulla base delle tribù di appartenenza ha imbruttito a morte anche il dialogo tra le persone decenti? Sarà mica che per solidarizzare con Ingroia non (sic, ndr) è necessario strizzare l’occhio ai ‘propri’ e trattare Saviano come un vanesio che forse un po’ se l’è cercata?”.

Fine della lezione di giornalismo. Ora, lo spiritoso Bottura è libero di non apprezzare il Fatto e di preferire il suo, Repubblica, che da due giorni ignora la notizia della scorta tolta a Ingroia (come pure la pronuncia della Cassazione che smonta pezzo per pezzo il complotto Scafarto-Fatto contro i Renzis su Consip, montato per mesi da Repubblica). Ma non può raccontare, ai suoi eventuali lettori, tutte queste frottole sul Fatto. Altrimenti, se non una paginata, si becca almeno due colonne contro quei maleducati di Repubblica.

Alla minaccia salviniana di levare la scorta a Saviano abbiamo dedicato per tutto giovedì titoloni anche di apertura sul nostro sito. L’indomani abbiamo dato la notizia in prima pagina, l’abbiamo riraccontata all’interno con un pezzo di cronaca e, siccome distinguiamo i fatti dalle opinioni, l’abbiamo commentata in prima pagina nei primi due terzi dell’editoriale del sottoscritto direttore. Lì definivo Salvini “cosiddetto ministro dell’Interno” e le sue penultime esternazioni “flatulenze uscite dal buco sbagliato”. Ricordavo che “sulle scorte non si scherza”, perché già Falcone aveva subìto polemiche simili e Paolo Borsellino e Marco Biagi avevano perso la vita per certe “distrazioni” sulla loro protezione.

Aggiungevo che Saviano “sui migranti criticò la linea dura di Minniti e ora critica la linea durissima di S.: tutto gli si può dire, tranne che non sia coerente”, tant’è che chiese pure “le dimissioni della Boschi per i conflitti d’interessi su Etruria, beccandosi gli insulti dei rottweiler pidini (Rondolino lo paragonò sull’Unità a un ‘mafiosetto di quartiere’ nel silenzio di tutti, compreso il suo giornale, ma non del Fatto)”; ergo Salvini deve smetterla “di tirare in ballo la sua scorta (non è la prima volta che lo fa). Perché Roberto non se l’è data da solo. Perché chiunque ce l’abbia fa una vita di merda. E perché non si può minacciare di levarla a chi dissente. Altrimenti è un ricatto, minaccioso e pericoloso: se mi elogi ti proteggo, se mi critichi ti lascio ammazzare. E nessun uomo delle istituzioni… può permettersi questi messaggi mafiosetti: lo Stato non è roba sua, e nemmeno le forze dell’ordine o le scorte”. La sera prima, a Otto e mezzo, avevo definito quello di Salvini a Saviano “un ricatto inaudito e indegno”. Ma Bottura non sa leggere e dev’essere pure duro d’orecchi. Infatti accusa “il Giornale dei Giusti” (battutona) di preferire Ingroia a Saviano e di usare l’uno per nascondere l’altro, in quanto il primo indosserebbe la “giacchetta” della “tribù” giusta e Saviano di quella “sbagliata”. Il tapino non spiega quali sarebbero la giacchetta e la tribù del Fatto e di Ingroia, né quelle di Saviano. Né può trovare una sola sillaba sul nostro giornale che tratti Saviano “come un vanesio che forse un po’ se l’è cercata”. Ma lui la butta lì lo stesso, per gettare sterco sulla concorrenza e fumo negli occhi ai presunti lettori.

Questa gentucola è così avvezza a indossare giacchette e a intrupparsi in tribù da non riuscire a immaginare un giornale senza giacchette e da avvertire l’irresistibile esigenza di attribuirne una a chi non ne ha nessuna (a proposito: quali giacchette indossavano Repubblica, il Fatto e Saviano quando Roberto criticò la Boschi, si beccò del “mafiosetto di quartiere” sull’Unità, Repubblica non scrisse una riga e gli unici a dare la notizia e la solidarietà all’insultato fu il Fatto?). Se poi l’arguto Bottura vuole davvero sapere perché la notizia sulla scorta di Ingroia, svelata giovedì dal pm più minacciato e scortato d’Italia (Nino Di Matteo), meritasse più spazio di quella sulla scorta di Saviano, lo accontentiamo subito: a Ingroia la scorta l’hanno tolta due mesi fa, dunque è già in pericolo di vita; a Saviano per fortuna non l’hanno tolta. Il guaio è che, ad ascoltare Di Matteo in un pubblico dibattito, il Fatto c’era: Repubblica, che pure a Milano ha una mega-redazione, no. Questione di giacchette o di tribù anche quella? Ma Bottura, si sa, è un fine umorista: infatti ci chiama a giustificarci per avere scoperto (con un “ascolto molto attento del giudice Di Matteo”, dunque sospetto) e dato una notizia che Repubblica ha ignorato il primo giorno e continua a ignorare ora che l’hanno ripresa il Corriere e altre testate, fra cui CanicattìWeb. Forza, maestri di giornalismo: ce la potete fare anche voi. Se non per imparzialità, almeno per sense of humour. Magari fra qualche giorno. Senza fretta. Con comodo.

“Fui io a immaginare Veltroni al Quirinale”

Era il 2009 – quasi dieci anni fa, un’altra era geologica in senso politico – e i Palazzi del potere s’interrogarono a lungo sul misterioso Anonimo romano che che aveva vergato Il Colle fatale (Longanesi), giallo politico che replicava il fortunato modello di Berlinguer e il professore, altro apocrifo d’autore degli anni settanta.

La trama era questa: D’Alema (Dogliotti) si sente male e muore. Un giornalista sfigato (Miretta) del Guardiano (Repubblica) scopre che è stato ammazzato dopo aver stretto un patto segreto con il leghista Motta (Bossi) per il Quirinale. Il mandante dell’omicidio è Berlusconi (l’Augustolo) che vuole il Colle tutto per sé ma deve cedere al ricatto dei Poteri Forti e Oscuri, in possesso delle prove che lo inchiodano per l’assassinio di D’Alema (Dogliotti). Risultato: al Quirinale viene eletto un incredulo Celestino Teneroni alias Walter Veltroni.

La rivelazione sull’autore è arrivata l’altra sera a Salerno Letteratura. “L’ho scritto io” ha detto Marco Santagata, grande italianista, mentre parlava del suo ultimo libro, Il movente è sconosciuto.

Professore, Veltroni non è stato eletto al Quirinale e noi viviamo l’epoca del cambiamento gialloverde.

Se penso che qui a Pisa (Santagata è un vanto accademico della città toscana) domani al ballottaggio rischia di diventare sindaco un leghista che viene dal Msi mi sembra tutto incredibile.

Altro che fantapolitica.

L’idea del libro mi venne dall’elezione di Veltroni a segretario del Pd. Un processo che innescò la fine irreversibile del governo Prodi.

A lei molto caro.

(Santagata ride). Diciamo anche per motivi di famiglia (il fratello dello scrittore è Giulio Santagata, prodiano di rango).

Però una previsione l’ha azzeccata: “Di quel pollaio non resteranno che le penne”. Si riferiva al Pd.

La debolezza del Pd era evidente dall’inizio, non c’era un solido fondamento e tutto è sempre stato condizionato dagli equilibri interni.

Poi la catastrofe con Matteo Renzi.

Sembrava la risposta vincente invece è stata una risposta d’immagine, non di sostanza.

E il populismo si è ingrassato sempre di più.

A me la parola casta non piace, ma l’intero sistema è stato cieco nella lettura di quello che sarebbe avvenuto e si è rinchiuso all’interno del ceto politico.

Il suo Colle dimostrava proprio questo: complotti e inciuci, tra Berlusconi e Veltroni, tra D’Alema e Bossi.

Lei ricorderà che Veltroni evitava di nominare Berlusconi in campagna elettorale, lo chiamava “l’avversario”.

Il libro andò bene?

Cominciò a vendere e se ne parlava, era il febbraio 2009, ma dopo una dozzina di giorni Veltroni si dimise da segretario del Pd e il libro invecchiò di colpo.

Battaglione 332° “cinema Usa”. Niente guerra, è propaganda

Cinema e guerra. E in mezzo una bandiera “a stelle bianche in un cielo turchino”. Era l’aprile del 1917 quando gli Stati Uniti rinunciarono alla neutralità per dichiarare guerra alla Germania. E anche l’Italia li vide arrivare: il 27 luglio 1918 i 3mila uomini del 332° battaglione di fanteria scesero da un treno alla stazione della veronese Villafranca.

“Erano splendidi, divise impeccabili, offrivano ogni ben di Dio ai nostri soldati” ricorda Fraccaroli in una cronaca contemporanea. Quel battaglione – che avrebbe incontrato il 1° agosto re Vittorio Emanuele III – doveva essere l’avanguardia di altri arrivi, ma la notizia era falsa giacché rimase il solo approdato nel Belpaese e aveva l’unico obiettivo di fare propaganda di guerra, in altre parole era un “propaganda regiment”, non avrebbe mai combattuto, era “cinema americano” con tanto di operatori a riprendere le “gesta”.

Materia ghiotta da cine-raccontare, l’evento è al centro del bellissimo Come vincere la guerra, documentario di montaggio di Roland Sejko, già David di Donatello per Anja – La nave e attuale direttore responsabile di redazione dell’Archivio Luce. Una carica che gli si cuce a pennello perché il regista albanese si conferma veramente uno dei poeti degli archivi, sapiente assemblatore e selezionatore di un passato che sa dialogare con lo spettatore contemporaneo. Il suo doc è fra i gioielli in prima mondiale in programma al 32° Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, in apertura stasera. Prodotto e distribuito ovviamente dall’Istituto Cinecittà-Luce, il film nasce su commissione del Comitato storico scientifico per gli anniversari di interesse nazionale istituito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e chiaramente rientra fra le celebrazioni del centenario del primo conflitto mondiale. Attraverso la messa in montaggio (di Luca Onorati) di materiali rari o inediti raccolti da prestigiosi archivi (National Archives and Records Administration – Usa, Library of Congress – Usa, Archivio Storico Luce, Collezioni Museo Nazionale del Cinema di Torino, Imperial War Museum – Uk, Etablissement de Communication et de Production Audiovisuelle de la Défense – Francia) il film costruisce la seducente narrazione dell’ancor più seducente capacità comunicativa americana di promuovere l’esistente e ancor meglio il “non esistente”. Il documentario, infatti, non mette in mostra la guerra bensì un racconto sulla guerra che parte dal convincimento degli americani alla sua legittimità (impagabili le sequenze del trio Chaplin- Pickford-Fairbanks che aizzano la folla a “sentire” il patriottismo bellico, col New York Times a titolare “I divi di Hollywood spiegano alla folla come si fa a vincere la guerra”) e arriva alle messe in scena operate in Italia di cui sopra, passando per le geniali trovate di George E Creel, l’inventore della propaganda di guerra fatta di parate magniloquenti, divise luccicanti, carri armati tirati a specchio.

Il punto è che gli americani del primo Novecento “non erano addestrati alla guerra”, dichiarava lo stesso presidente Wilson e avevano paradossalmente più dimestichezza con l’immaginazione, con l’universo della finzione e dei racconti, preludio all’industria del Sogno (americano) sulla quale stavano già fondando la propria coscienza collettiva. L’impatto con l’Europa dei 2 milioni di soldati statunitensi – i “Doughboys” – fu uno choc, persino per quel mini reggimento propagandistico giunto in Italia. “Nessuno ha sofferto più dell’Italia in questa guerra”, osservava Merriam nel 1919 testimoniando un popolo piegato da un sacrificio atroce.

Gli “Yanks” avevano imparato che il mestiere della guerra moderna non era il cinema di Griffith (costretto a ricostruirla sui set perché ormai era tutto “fango e acciaio”) e si avviavano così a diventare i più attrezzati e temibili del mondo.