Infinito Proietti

“Buongiorno”. A lei, signor Proietti, ma sono le 13. “Mi sono svegliato da poco: da sempre vado a letto tardi”. E subito una sigaretta. “Cinque minuti fa (silenzio, pausa scenica. Poi il classico…) Voglio smettere. Magari ne lascio una prima di andare in scena”. In scena come questa sera, per l’ennesimo sold out a Roma: 3.700 persone per rivedere Toto e la saùna (accento sulla “u”), Pietro Ammicca, il baule di A me gli occhi please, il ricordo di Magni e Trovajoli, e per tre ore di show. “Ancora mi stupisco”. Bello stupirsi. “Non bello, fondamentale”. E a luglio, per tre sere, sarà a Verona per il 70° Festival shakespeariano, con l’Edmund Kean, uno dei testi più belli, intensi e complicati, dedicati a uno dei maggiori attori inglesi dei primi dell’800.

A Roma è oltre le 90mila presenze e 30 repliche.

Ci rendiamo conto?

Il pubblico ride prima delle battute…

Perché non ho mai puntato a un teatro di intrattenimento basato sull’attualità, quasi mai satira politica, qualcosa di costume, e forse questo ha reso alcune maschere così longeve; i miei sono spettacoli che una volta venivano definiti di ‘contaminazione’.

“Toto” ha il coro…

Guai se non lo porto in scena. È quello che capita ai cantanti in tournée per il nuovo disco: il pubblico va, ma alla fine vuole il cavallo di battaglia.

Sul palco anche le figlie…

Cantano tutte e due, poi in particolare una recita e l’altra è costumista; e non ho mai insistito per vederle impegnate in un mestiere come il mio.

Per rispetto o per evitare una carriera faticosa?

Tutti e due, poi sono donne e il repertorio tradizionale e drammaturgico è quasi tutto maschile, quindi è ancor più difficile emergere; inoltre un cognome importante può rallentare, tutti i figli d’arte lo soffrono, non per il pubblico, è l’ambiente a mormorare.

Dito puntato.

Anni fa ho preso un ristorante con l’idea di tenerlo aperto per il dopo teatro, in modo da accogliere i colleghi. Non ne ho mai visto uno. Un giorno un attore più onesto degli altri mi dice: ‘Te pare che annamo a dà i soldi proprio a te!’

Quando le chiedono da chi “discende” spesso utilizza una risposta di Petrolini.

Sì, ‘dalle scale di casa mia…’. Non amo le fratture con la tradizione, amo continuare, non è possibile smettere e riprendere con modalità diverse.

Ha spiegato: “Una battuta che normalmente fa ridere, a un certo punto, per ragioni imperscrutabili, non fa più scattare la risata”.

È successo a tutti e non bisogna farci caso, meglio proseguire, se uno è paziente la reazione positiva torna. Dipende da noi.

Sempre da “noi”…

Difficile individuare l’errore, e un tempo ero affetto da maniacalità, oggi meno… comunque non ci dormivo, pensavo e ripensavo.

Si arrovellava.

L’esperienza è fondamentale. Anni fa porto in scena a Roma Gaetanaccio di Magni, e ogni tanto organizzavamo una serata per gli ospiti degli ospizi: ridevano in zone diverse dal pubblico degli altri giorni.

Altra generazione…

Magari nel mezzo dello spettacolo sentivamo le badanti che consegnavano il cappuccino, la sirena accesa dell’ambulanza, o qualcuno che urlava: ‘Suoraaaa!’. Noi sul palco ridevamo, e il massimo dell’ovazione arrivava quando Gaetanaccio prendeva a tortorate il burattino della morte.

A luglio è a Verona con il “Kean”.

Il testo nasce per il laboratorio teatrale: se vuoi recitarlo come si deve, è necessario dare fondo a tutte le possibilità offerte dallo scritto, è una sorta di esposizione di stili e di momenti, di pause e accelerazioni; di dialogo normale, inframmezzato da passaggi shakespeariani.

Scritto da Fitzsimons…

L’ho visto la prima volta a Londra negli anni 80 recitato da Ben Kinglsey. Mi siedo in platea, via il sipario, lui al centro in camicia bianca, pantaloni neri e davanti un baule.

Come “A me gli occhi please”…

Eh sì; comunque ho voluto rappresentarlo come una malattia, una nevrosi tipica di tutti coloro che hanno l’ambizione di arrivare, fino alle estreme conseguenze.

Uno spettacolo complicato anche sul piano fisico.

Seduto darebbe un effetto meno importante, per questo evito tournée lunghe, non è possibile.

Si sta ancora antipatico?

Come dicevo, sono stato maniacale nella tecnica, mentre con gli anni ho scoperto che la tecnica serve, ma come base per la costruzione dell’opera. Poi bisogna dimenticarla.

A proposito di cavalli, su Sky Febbre da cavallo continua a colpire per gli ascolti.

Quando è uscito il successo fu molto limitato, i produttori recuperarono giusto i soldi; poi dopo 15 anni le tv locali iniziarono a trasmetterlo, e piano piano si è guadagnato le prime serate.

Steno regista e i figli Carlo ed Enrico nella troupe.

Come diceva Sergio Citti, ‘io non ho fatto del cinema, ma dei film’, tra i quali delle pellicole di intrattenimento insieme a Carlo ed Enrico, con i quali sono stato bene. Carlo poi è bravissimo, sa girare e conosce il gusto dell’ironia, esattamente come il padre.

Un padre-maestro…

Un intellettuale vero, aveva capito che se uno dirige Totò, non gli può dire cosa fare, basta una traccia e poi devi lasciare andare. Esattamente come con Aldo Fabrizi, mentre spesso i registi ci tengono a mostrare presunte capacità.

Fabrizi in platea, per lei.

Agli applausi finali salì sul palco, e per mezz’ora intrattenne un pubblico estasiato. Mentre parlava mi asciugava pure il sudore.

Flaiano diceva: “La situazione politica è grave ma non seria”.

È un paradosso, lui sapeva bene che dire seria significa poco o niente. Normalmente sono ottimista, ma che sia grave non v’è dubbio, ed è difficilissimo ricostruirsi un pensiero e formulare un’opinione.

Senza punti di riferimento.

I miei non ci sono più o sono diversi, hanno mutato identità, ma non amo il mugugno.

“Messi non è Maradona e oggi il Paese sta anche peggio della Nazionale”

“La mia Argentina sta peggio della Nazionale di calcio”. Horacio Verbitsky, grande scrittore e giornalista già oppositore del regime di Jorge Videla, autore nel 1995 del best seller internazionale Il Volo – Le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos non ha molte speranze per Messi e compagni: “Solo Maradona era in grado di vincere da solo”.

Disastro Mondiale (1-1 con l’Islanda e 0-3 con la Croazia). C’è ancora speranza battendo la Nigeria (che ieri ha sconfitto l’Islanda), ma lei non ci crede più?

Aritmeticamente delle chance ci sono. Ma nessuno ha fiducia nella squadra. Un meme che gira con la foto del tecnico Jorge Sampaoli dice: “Non tutto è perduto”. E finisce con: “Resta da perdere con la Nigeria”. Come ha scritto la giornalista Angela Lerena sul mio sito El Cohete a la luna: “È la fine di un ciclo di successo senza successo”.

Il Lionel Messi dell’Argentina non è mai stato quello del Barcellona. Cosa gli manca?

Gli manca il Barcellona, che da Pep Guardiola in poi ha rivoluzionato il calcio mondiale. E ha di troppo la Afa, la Federazione calcio argentina, che è il più grande generatore di disastri, da quando Mauricio Macri (presidente della Repubblica dal 2015) e i suoi amici l’hanno presa per un terreno commerciale, con i loro propositi di trasformare istituzioni sociali come i club in società di investimento.

Cosa intende? D’altra parte il calcio va così in tutto il mondo, non crede?

Non succede in tutto il mondo. Ma solo in alcuni Paesi che si considerano il centro del mondo. In Argentina hanno una onorata tradizione come istituzioni di partecipazione sociale, dove si praticano sport amatoriali e attività ricreative gratuite, a cui la maggior parte della popolazione non è disposta a rinunciare.

Proprio il 22 giugno, nel 1986, si giocò allo Stadio Azteca di Città del Messico una partita, Argentina-Inghilterra 2-1, che regalò il gol del secolo e la Mano de Dios… Nostalgia?

Neanche quella era una buona squadra, ma Diego Armando Maradona da solo era capace di vincere una partita.

Messi no? Maradona è irripetibile?

Il paragone non regge. Sono due grandissimi giocatori, ma dalla personalità molto differente.

L’Argentina sta come la sua Nazionale di calcio o le cose vanno meglio?

L’Argentina sta peggio della Nazionale di calcio, come l’Italia e per ragioni simili. Con il calcio si soffre per un attimo. Con i governi che abbiamo non si fa altro che soffrire.

Restiamo in Italia, anzi in Vaticano: Jorge Mario Bergoglio è papa Francesco dal 2013. Lei che ne ha scritto spesso, che bilancio fa di questi anni di pontificato del tifoso del San Lorenzo de Almagro?

Buoni propositi in teoria, in pratica, opportunismo galoppante. Come cantava la vostra Mina: “Parole, parole, parole”.

Alla Camera è passata la legge pro-aborto, al Senato sarà più difficile. I diritti civili in Argentina a che punto stanno?

C’è un fortissimo movimento della società che spinge per il progresso, nonostante le posizioni reazionarie delle istituzioni. Il movimento delle donne è straordinario, è un femminismo popolare, con partecipazione della base sociale.

La sinistra tradizionale è in crisi in tutto il mondo, in Argentina come sta? Vede possibilità di riscatto?

In Argentina non c’è mai stata una sinistra tradizionale forte. Il fenomeno locale è il peronismo, che è in pieno processo di disgregazione, e di riorganizzazione sulla cui riuscita finale è bene sperare.

 

La Via Crucis dell’Argentina che si aggrappa alla Nigeria

Dopo le lacrime, la preghiera: in ginocchio o con le mani giunte, davanti al maxi-schermo. Credere in qualcosa, in che cosa non lo sapevano neppure loro: se per l’Argentina il pallone è quasi religione, dio era Messi. Ma giovedì sera l’hanno rinnegato tre volte, una per ogni gol della Croazia e ieri, nel giorno dell’anniversario della Mano de Dios, per un tempo intero sono rimasti senza fede. Per restituirgliela ci voleva il Moses nigeriano (il nome biblico non può essere un caso), che con la sua sgroppata ha propiziato il gol della vittoria per 2-0 della sua Nigeria contro l’Islanda, risultato vitale per l’Albiceleste.

Per una notte l’Argentina è stata con un piede e mezzo fuori dal Mondiale (apocalisse: solo una volta negli ultimi 50 anni è uscita al primo turno, nel 2002) e a San Pietroburgo si consuma il drammone sudamericano. Ci sono tutti gli ingredienti: passione, tradimento, odio, rivalità, vendetta, morte e resurrezione. Il cattivo della storia non può che essere l’Hombrecito Jorge Sampaoli, il ct che con il suo fanatismo e la giacchetta da telenovela trash ha distrutto la Nazionale. Lo spogliatoio è frantumato, Maradona ha già lanciato il suo anatema, per tutta la giornata si sono rincorse voci di un clamoroso esonero in corsa, che davvero non avrebbe precedenti nella storia: difficile, anche perché alla Federazione costerebbe 20 milioni di dollari di penale. E poi la protesta popolare ha altri obiettivi: “Abbiamo avuto tre allenatori diversi: ha fatto degli sbagli, ma non è certo l’unico colpevole”. Stesso pensiero espresso da Diego Simeone, allenatore dell’Atletico Madrid e idolo dei tifosi, in un audio Whatsapp finito sui giornali: “Quello che sta succedendo nella Nazionale è quello che è successo durante questi quattro anni, l’anarchia”. Se tutto andrà male ci sarà tempo per i processi, anche sommari.

Intanto i brasiliani hanno già preparato la colonna sonora per la scena finale. Quasi per uno scherzo del destino in città, mentre gli argentini arrivati alla spicciolata dalla disfatta di Nizhny Novgorod aspettano come al patibolo la partita che si giocherà qui al Krestovsky Stadium martedì, sono sbarcati in massa anche i supporter verdeoro per la sfida con la Costa Rica. Hanno sofferto pure loro, per novanta minuti e passa contro il catenaccio dei caraibici, tra i capricci di Neymar e i fantasmi del passato. Ma alla fine hanno vinto, 2-0 nel recupero, e per gli orfani dell’Albiceleste il successo in extremis degli eterni rivali rischia di essere l’ultima beffa: cantano “Messi ciao, ciao, ciao” sulle note di “Bella ciao” (in onore della serie tv La casa de Papel, popolarissima in Brasile: allo stadio ci sono anche maschere di Dalì), sognano la coppa, gridano “Il Sudamerica siamo noi”. Avevano aspettato a lungo questo momento: 4 anni fa erano stati gli argentini a godere dei loro dolori e della tragedia sportiva del “Maracanazo”, umiliandoli in casa col famoso coro “Decime qué se siente” che era diventato il tormentone di quell’edizione. Ora i ruoli si sono ribaltati, tocca a loro divertirsi. Una vendetta dolcissima, ma non del tutto compiuta.

Grazie al 2-0 di Nigeria-Islanda, l’Argentina non è ancora eliminata. Quando Musa, imprendibile per i vichinghi islandesi, firma la doppietta personale, e poi Sigurdsson spara alle stelle il rigore della possibile rimonta, gli argentini si abbracciano, qualcuno persino piange: magari è un segno. Ora per passare agli ottavi basta superare la Nigeria nell’ultimo turno (e che l’Islanda non batta la Croazia già qualificata) impresa comunque proibitiva per la squadra allo sbando vista l’altra sera. Ma per il religiosissimo popolo argentino la fede è l’ultima a morire: “Credi ancora in Messi?”. “Sempre”. In fondo per loro il dio del calcio è ancora lui, il primo miracolo si è già compiuto.

Dalla villa di Podemos alla cozza di Mastella

L’ uomo che sfida la casta politica spagnola e i poteri finanziari globali è finito al centro di feroci critiche per un investimento immobiliare con la compagna Irene Montero (pure lei dirigente di Podemos): un villino di 250 metri quadri a Galapagar, a 40 chilometri da Madrid. Non ci sarebbe molto di cui scandalizzarsi: Iglesias ha acceso un mutuo trentennale da 1.600 euro al mese, e il costo complessivo dell’affare è inferiore ai 680mila euro. Ma c’è un dettaglio nella nuova abitazione della coppia di Podemos che ha fatto incarognire pure molti simpatizzanti del partito: sempre lei, la piscina privata.

In Italia – in attesa di conoscere abitudini e predilezioni dei nuovi potenti gialloverdi – c’è un’ampia letteratura che racconta il legame tra politici e piscine.

Leggendaria quella di Clemente Mastella a Ceppaloni per il peculiare disegno a forma di cozza. Anzi “di capasanta”, o conchiglia: su questo i coniugi Mastella – in particolare l’orgogliosa neosenatrice Sandra Lonardo – non transigono.

Notevolissima pure quella dell’eterno Angelo Sanza, 10 volte deputato e 9 volte sottosegretario nei governi Dc (di recente appassionato degli incerti destini di Giuliano Pisapia). La descrive Denise Pardo nel suo libro Razza Cafona: alla piscina del Sanza si accedeva da un tunnel che partiva direttamente dal garage e finiva sotto la vasca di vetro. Angelo parcheggiava l’auto, seguiva il percorso, guardava in alto e “s’illuminava vedendo nuotare nell’oblò, come una sirena, la sua Aurora”.

Ci sono le piscine dei circoli dei generoni romani, che di tanto in tanto vengono sequestrate. È successo nel 2009 all’Acquaniene di Giovanni Malagò: presunto abuso edilizio, il futuro presidente del Coni è stato assolto tre anni dopo. È successo anche alle piscine di Diego Anemone: il suo Salaria Sport Village – più volte confiscato – è il mitico circolo della “cricca” e del massaggio a Guido Bertolaso (pure lui assolto).

Ci sono le piscine che raccontano l’ascesa della Milano da bere e il tracollo di Tangentopoli. Il faccendiere Silvano Larini – trait-d’union tra Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, nonché titolare del conto corrente svizzero “Ubs Lugano c/c 633369” usato dal Psi – aveva piazzato una sobria piscina sul tetto della sua casa milanese, in centro (e aveva una vasca di vetro trasparente in camera da letto nella villa di Cavallò).

Ma c’era una piscina anche nella villa di Hammamet dove Craxi ha vissuto gli ultimi anni della latitanza. La vedova Anna la racconta a Conchita De Gregorio un anno dopo la morte di Bettino. Una piscina “vuota”, colma di malinconia: “Abbiamo fatto qualche lavoretto ma è una fatica tenere in ordine, le macchie di umidità riemergono sempre”. Ci sono infine le piscine leggendarie di Villa Certosa, la casa delle libertà del ventennio berlusconiano.

Magnifica è quella che dà sul mare, a forma di palma, bagnata dall’acqua del Mediterraneo, circondata da cactus e piante tropicali. Ma a fare la storia è stata una piscina interna, più piccola e modesta. Quella dove fu immortalato il premier ceco Mirek Topolanek : completamente nudo, visibilmente emozionato (diciamo) e accompagnato da una signorina in costume rosso. Attorno alle piscine di B. si sono compiute grandi feste e piccole miserie. Destini pubblici (quello di Lui e del Paese che ha dominato per due decenni) e destini privati (quelli di Loro, che cercavano fortuna dall’uomo più potente d’Italia).

Macron, il Fort Brégançon è più chic con una piscina

E ora pure la piscina. Appena pochi giorni fa la questione di un nuovo servizio di piatti per i ricevimenti di gala dell’Eliseo, 1200 pezzi in porcellana di Sèvres, aveva già alimentato le polemiche. Una spesa di 50 mila euro che per molti, in questo momento, con i tagli al Welfare e la riforma delle pensioni in prospettiva, è apparsa superflua.

Ora i coniugi Macron desiderano farsi installare una piscina nel giardino del forte di Brégançon, residenza estiva dei presidenti francesi da De Gaulle. Il posto piace alla coppia presidenziale che vi ha già trascorso il fine settimana dell’Ascensione e progetta ora di passarvi alcuni giorni d’estate.

Il fortino del XVII secolo si erge su un isolotto roccioso nel mare della Costa Azzurra. Un piccolo paradiso che ha una pecca: la spiaggetta privata è a facile portata di obiettivo dei paparazzi. Già Nicolas Sarkozy e Carla Bruni prima, e François Hollande e Valérie Treirweiler poi, si erano fatti cogliere in costume da bagno e le foto erano finite sui giornali. I Sarkozy avevano preferito andare a stare nel villone di lei, poco lontano da lì e più discreto. Hollande aveva rinunciato a tornarci.

Fare il bagno in totale privacy è dunque il motivo ufficiale per affrontare la spesa: 34 mila euro per una piscina esterna, non interrata, da smontare dopo le vacanze. Benjamin Griveaux, portavoce del governo, ha fatto notare, ma sembrava arrampicarsi sugli specchi, che la piscina avrebbe persino permesso allo Stato di risparmiare: costa meno del servizio di sicurezza necessario per proteggere la coppia presidenziale in spiaggia. Ma la piscina, come i piatti di Sèvres, o il Falcon della République preso per uno spostamento di soli 110 km, è un simbolo forte. Con i migranti sui barconi e i ferrovieri che scioperano per salvare il contratto, la vicenda contribuisce a esaltare i gusti di lusso del giovane capo dello Stato che ormai potrà scrollarsi a difficoltà di dosso l’etichetta di “presidente dei ricchi”.

Non è piaciuta neanche una frase arrogante di Macron contro la “barca di quattrini” che lo Stato “butta” in sovvenzioni per i poveri che tanto restano poveri. Già c’è stato il taglio ai contributi statali sugli affitti per i più disagiati. A poco più di un anno dall’arrivo di Macron all’Eliseo, gli elettori di sinistra che lo hanno votato e anche i simpatizzanti En marche! credono sempre meno in lui. Un sondaggio BVA di ieri mostra invece che Macron è sempre più popolare a destra (+9%). Di certo le sue uscite non contribuiscono a calmare un clima già teso, con lo sciopero dei treni prolungato a luglio, proprio quando la metà dei francesi si prepara a partire in vacanza, e con il rischio di una nuova ondata di proteste che potrebbe sollevare il gigantesco piano di privatizzazioni annunciato dalla nuova legge Pacte, che permette allo Stato di portare la sua partecipazione al di sotto del 50%.

Per ora riguarda la Adp, che possiede gli scali parigini di Roissy e Orly, il gruppo energetico Engie e la Françaises des jeux, che ha il monopolio dei giochi. Ma a termine potrebbe riguardare altri “gioielli di famiglia”. Macron dà l’immagine di un “potere indifferente alla questione sociale”, hanno scritto preoccupati su Le Monde i tre illustri economisti “macroniani” Philippe Aghion, docente al Collège de France, Jean Pisani-Ferry, professore a Science Po, e Philippe Martin, economista alla Fed di New York, che avevano redatto il programma economico del candidato En Marche. E sempre su Le Monde si leggeva ieri: “Temo che Macron ci stia portando verso un sistema che dimentica i più modesti”, parola dell’imprenditore François Pinault, terzo uomo più ricco di Francia.

Bye bye messicani, sotto lo spolverino niente

C’è la forma – come mi vesto – e c’è la sostanza: che cosa faccio. Ma ci sono pure casi in cui la forma è sostanza. Le scelte di guardaroba della first lady Melania Trump in ‘missione umanitaria’ al confine tra Texas e Messico aprono sui media Usa un dibattito in cui s’intrecciano gossip e filosofia (un po’ d’accatto).

Di certo, per essere una modella il capo da indossare stavolta l’ha scelto in modo molto discutibile: andare a incontrare i bambini separati dai loro genitori all’ingresso negli Stati Uniti con un parka con su scritto sulla schiena “Non me ne importa proprio nulla. E a te?” (I really don’t care. And you?) diventa un tormentone e un boomerang, dove la forma fa velo alla sostanza. Si parla più di quel giaccone verde tre quarti, sportivo, con un’arricciatura in vita, indossato sopra pantaloni bianchi, che del significato della missione della first lady. Eppure, sembra escluso che Melania volesse fare sapere che non le importa nulla dei bambini: se fosse così, le sarebbe bastato non andare a trovarli.

È stata una scelta casuale – come fa intendere la sua portavoce Stephanie Grisham – o ce l’aveva col marito con cui da domenica sembra parlarsi più per messaggi e gesti pubblici che in privato?

Donald Trump garantisce di no: la moglie ce l’aveva coi fake news media. Quel messaggio vuol dire che “Melania ha imparato quanto sono disonesti i media e davvero non le importa più”. Sarà, ma non suona giusto. Il parka con la scritta che fa discutere Melania ce l’aveva giovedì, mentre lasciava la Casa Bianca e s’imbarcava per il Texas. Si tratta – indicano vari media americani – d’un capo non costoso (39 $) di una nota catena globale di abbigliamento. La Grisham cerca di spostare l’attenzione dalla forma alla sostanza: “È una giacca. Non c’era nessun messaggio nascosto. Dopo la visita in Texas, spero che i media non scelgano di concentrarsi sul suo abbigliamento”. Invece, lo fanno.

Molti ritengono improbabile che la first lady, nota per le scelte di guardaroba attente e raffinate, molto spesso griffate, possa essersi messa addosso qualcosa con leggerezza. Se un messaggio, però, c’era, il significato e il destinatario restano controversi. Così come le scelte dell’Amministrazione sui figli dei migranti, che non dovrebbero più essere separati dai genitori all’entrata nell’Unione, dopo la marcia indietro del presidente su questo punto. Ma il Pentagono si prepara a ospitare in alcune sue basi – tre in Texas e una in Arkansas – sino a 20 mila minori non accompagnati entrati negli Usa illegalmente, mentre i bimbi restituiti alle famiglie sarebbero appena 500 sugli oltre 2300 separati dai genitori da maggio a oggi. Le agenzie federali starebbero lavorando per accelerare il processo, che va per ora a rilento.

Sul fronte politico, Trump critica sia i democratici che i repubblicani. L’opposizione – dice – racconta “false storie di tristezza e dolore, sperando che ciò l’aiuti nelle elezioni” di midterm, fissate al 6 novembre. E i repubblicani “dovrebbero smetterla di sprecare tempo sull’immigrazione”, almeno fino al voto, perché “potremo approvare una grande legge” dopo la ‘valanga’ di novembre. Lui dà l’esempio: invece di pensare alla riforma dell’immigrazione, conduce guerre dei dazi all’Ue e alla Cina.

Al Sultano piace vincere facile: “Meno burocrazia”

La vigilia delle elezioni presidenziali e legislative anticipate è vissuta dai milioni di turchi aventi diritto al voto con preoccupazione. Ma non per il “terrorismo” del Pkk o per i problemi con la confinante Siria, bensì per la situazione economica della Turchia.

Molti ritengono che la svalutazione della lira turca e l’aumento esponenziale dell’inflazione non terminerà se il presidente uscente Recep Tayyip Erdogan dovesse venire riconfermato sconfiggendo Muharrem Ince – deputato del maggior partito di opposizione, il repubblicano e kemalista Chp – il rivale con più possibilità di interrompere il lungo periodo al potere di Erdogan.

Ince potrebbe costringere per la prima volta Erdogan ad andare al ballottaggio dopo 15 anni di potere incontrastato (inizialmente da premier e quindi da capo dello Stato), ma molto difficilmente lo batterà all’eventuale secondo turno, fissato per l’8 luglio.

Secondo i pronostici, Erdogan dovrebbe vincere già al primo turno delle Presidenziali con il 46 per cento dei voti, contro il 29 del repubblicano. Per rassicurare gli indecisi a causa del peggioramento del potere d’acquisto conseguente all’impennata dei prezzi dei beni di consumo, Erdogan in questi ultimi giorni di campagna elettorale ha promesso che interverrà sul sistema burocratico e taglierà bruscamente il numero di ministeri a 16, accelerando ulteriormente il processo decisionale nel prossimo governo ,grazie al passaggio a una presidenza esecutiva. In ossequio al risultato positivo, seppur di strettissima misura e macchiato da brogli, del referendum fortemente voluto da Erdogan lo scorso anno, il passaggio al presidenzialismo avverrà automaticamente con la nuova legislatura. Per quanto riguarda le consultazioni legislative, il partito della Giustizia e Sviluppo (Akp) di cui Erdogan è il leader, potrebbe perdere la maggioranza assoluta pur attestandosi come miglior perdente con il 40 per cento dei voti.

Del resto le legislative si svolgeranno sulla base delle regole stabilite dalla nuova legge elettorale approvata lo scorso marzo.

Il nuovo sistema favorisce le coalizioni e permetterà ai piccoli partiti che si alleano con forze politiche più grandi di entrare in parlamento anche senza raggiungere l’altissima soglia di sbarramento del 10 per cento.

Tutti gli sfidanti di Erdogan hanno promesso che se vinceranno, cercheranno di fermare il passaggio da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale che prevede l’abolizione della figura del primo ministro e una forte interferenza del capo dello Stato sul potere legislativo e giudiziario.

Alcuni funzionari hanno svelato che Erdogan ha inoltre pianificato di razionalizzare il governo in vista di una rielezione, portando il team di gestione economica sotto lo stesso tetto per migliorare la collaborazione tra il ministero del Tesoro e il ministero delle Finanze.

Intanto i frigoriferi dei turchi sono sempre più vuoti . Eppure solo pochi giorni fa, durante un comizio, il presidente Erdogan ha dichiarato che l’aumento della vendita di frigoriferi è la prova del buon andamento dell’economia nazionale. “Se c’è un frigorifero in ogni casa, allora abbiamo un certo livello di prosperità”.

La popolazione ha reagito a questa affermazione con l’ironia dei tempi della rivolta di Gezi park del 2013, repressa nel sangue. I social media sono stati inondati di meme, tra cui uno raffigurante i turchi come uomini delle caverne prima dell’ascesa di Erdogan al potere, nel 2002. Per il resto è stata sfida all’ultimo comizio: Erdogan ha tenuto un discorso a Istanbul ieri sera, in programma anche un’intervista alla tv di Stato Trt.

Il suo rivale numero uno – Muharrem Ince – ha parlato ai sostenitori riuniti a Izmir (Smirne).

Bitcoin, improvviso crollo per uno studio: “Vendite manipolate”

È un periododi potenti alti e bassi per il Bitcoin, come d’altronde è naturale: ieri i prezzi sono scesi fino a 6.089,33 dollari, il valore minore registratosi da inizio febbraio ad oggi.

Dopo l’attacco hacker dei giorni scorsi, a scatenare la nuova ondata di vendite è stata la ricerca pubblicata dall’Università del Texas, secondo cui almeno la metà dei guadagni di bitcoin sia stata artificiale, manipolato. In particolare, lo studio evidenzia come il sito Bitfinex, specializzato nello scambio di criptovalute, avrebbe potuto utilizzare la moneta virtuale Tether, di sua proprietà, per generare una falsa domanda di bitcoin e, quindi, spingere i prezzi. Ieri la criptovaluta ha perso il 9,6 per cento, il 4,8 sulla settimana.

A pesare è stata anche la notizia della stretta voluta dalle autorità giapponesi, che hanno ordinato alle sei maggiori piattaforme del Paese – tutte regolarmente autorizzate a svolgere le loro operazioni dall’autorità governativa – di migliorare le loro pratiche di attività e in particolare di focalizzarsi sulle pratiche virtuose di antiriciclaggio.

Scattano i dazi Ue e Trump reagisce: “Tasserò le auto”

Èscattata a mezzanotte, tra giovedì e venerdì, l’imposizione dei dazi europei su alcuni prodotti simbolo degli Stati Uniti: dal bourbon ai jeans alle motociclette, si applicherà un dazio doganale del 25%. Si tratta della contromisura Ue alle tariffe imposte dagli Stati Uniti contro le esportazioni europee di acciaio e alluminio a partire dal primo giugno. E ieri Trump ha rilanciato minacciando dazi sul settore delle auto.

La misura europea riguarda merci per 2,8 miliardi di euro ed è già pronta una seconda tranche che vale 3,5 miliardi e che sarà ‘operativa’ se l’Organizzazione mondiale del commercio dovesse dare ragione all’Ue sul ricorso contro gli Stati Uniti. Bruxelles ha redatto per la prima volta la lista a marzo, quando Trump aveva iniziato a far circolare la notizia dei dazi anche contro Canada, Messico e altri alleati. L’elenco non indica specificamente i marchi colpiti dalle misure, ma il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha precisato a marzo che il blocco Ue avrebbe avuto come obiettivo “Harley-Davidson, bourbon e jeans Levi’s.”

Tra gli alimenti pare ci siano mirtilli rossi, succo di mirtillo, succo d’arancia, mais dolce e burro di arachidi. Poi ancora abbigliamento, biancheria, calzature, trucchi, cosmetici e moltissimi prodotti in acciaio, dalle barre in acciaio laminato e acciaio inossidabile a fili, tubi, catene, impalcature, elettrodomestici da cucina, forni, scale e lavabi. Presi di mira anche barche, yacht, canoe e barche a remi.

I consumatori europei, secondo il vicepresidente della Commissione Ue, Jyrki Katainen, saranno in grado di trovare “alternative” ai prodotti tassati. La scelta su cosa inserire e cosa no si sarebbe basata proprio su questo presupposto. L’aumento del costo delle merci sarà comunque applicato solo ai prodotti importati da ieri. In pratica, quelli già sugli scaffali non risentiranno della misura.

Intanto, il timore di una contro-rappresaglia di Trump sul settore automobilistico – come già sta accadendo in Cina – si è concretizzato: il presidente ha minacciato di imporre dazi del 20% sulle auto europee importate in America “se non verranno presto eliminate e rimosse tariffe e barriere commerciali a lungo imposte sugli Stati Uniti e le sue grandi imprese e lavoratori dall’Unione europea. Costruitele qui”, ha scritto su Twitter. Una dinamica già vista. Qualche giorno fa la Daimler, il gruppo tedesco di Mercedes, ha ad esempio annunciato una revisione al ribasso degli obiettivi di vendita per il 2018 citando espressamente l’impatto della guerra commerciale tra Usa e Cina. Quest’ultima, infatti, nel tira e molla degli aumenti, ha vietato anche i fuoristrada. L’anno scorso, la Cina (che è il primo mercato al mondo per la vendita di auto) ha importato dall’estero 1,13 miliardi di auto.

Chiude la Bekaert : 318 licenziati. Gli operai occupano la fabbrica

La direzione di Bekaert Group ha annunciato la chiusura del sito italiano di Figline e Incisa Valdarno, dove si producono rinforzi in acciaio per pneumatici, cessando così l’attività nella fabbrica, acquistata nel 2014 da Pirelli. La comunicazione arriva in una nota in cui si riferisce di aver informato Rsu, sindacati e autorità e che c’è l’ntenzione di avviare un “dialogo teso ad attenuare l’impatto sociale per i 318 dipendenti interessati”. Lavoratori che hanno già occupato lo stabilimento, visto che sono già partite le lettere di licenziamento. “Sapevamo dei problemi finanziari e di mercato ma non che si potesse chiudere lo stabilimento da un giorno a un altro. Chiediamo subito il ritiro della procedura”, ha detto Yuri Campofiloni della Fiom Cgil Firenze. La Fiom spiega che “l’età media dei lavoratori è sui 50 anni, troppo giovani per andare in pensione e troppo anziani per trovare nuove occupazioni. L’azienda ha detto di non vedere valide alternative. Intanto il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha annunciato che il ministero dello Sviluppo economico martedì prossimo convocherà i sindacati e i rappresentanti dell’azienda.