Non è un salvataggio: la Grecia distrutta e ancora prigioniera

Come si racconta su un giornale il “giorno storico” di cui parlano a Bruxelles, quello in cui Atene esce dal “programma di aiuti” della Troika? Certo, esistono le frasi a effetto: forse, parafrasando, hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato Grecia. Ma un aforisma può ancora essere una verità e mezza (K. Kraus)? Può illuminare le vite spezzate, le lacrime, il senso di impotenza, l’avvilimento di un intero popolo nel cuore d’Europa? Può raccontare la sequela di menzogne su cui s’è basato questo spaventoso esperimento sociale durato otto anni (and counting)? Possono farlo i numeri o la ricostruzione storica se non sono i cuori a sentire l’ingiustizia? La risposta non c’è, ma la Grecia dal 20 agosto è fuori, come si dice “torna sul mercato”: nelle cancellerie europee si festeggia, nel governo di Atene pure, giusto un po’ meno.

Il fatto in sé è questo: Tsipras incassa gli ultimi 15 miliardi di euro e la fine del programma di aiuti, rectius “prestiti”, e un allungamento delle scadenze (dal 2022 al 2032) per ripagare i 110 miliardi avuti dal fondo salva-Stati, ma non il taglio nominale del debito necessario secondo il Fondo monetario internazionale, uno dei membri della Troika insieme a Ue e Bce. In cambio la Grecia sta realizzando l’ultima tornata di 88 misure di austerità, dovrà dare conto ogni tre mesi di quel che fa per i prossimi cinque anni e s’impegna ad avere un avanzo primario (la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito) del 3,5% fino al 2022 e di oltre il 2% fino al 2060: tecnicamente si prendono soldi ai cittadini per darli ai creditori internazionali per i prossimi 42 anni. Austerità sempiterna, un suicidio.

Inizia nel 2010, La crisi greca, e diventa quel che vediamo oggi a ottobre, quando Merkel e Sarkozy chiariscono sul lungomare di Deauville, indicando le prede agli speculatori, che nell’Eurozona i singoli Stati non sono garantiti dalla Bce: un problema che poteva essere arginato con investimenti di relativa entità diventa un’odissea di otto anni, oltre 800 provvedimenti economici imposti dai creditori e un esborso finale di oltre 300 miliardi di euro.

Com’era iniziata? Quella greca, come le altre di quegli anni (Irlanda, Spagna, etc) non è una crisi di debito pubblico, non è dovuta alla natura truffaldina e pigra dei greci, né ai problemi pur esistenti nell’economia di quel Paese. Come ha spiegato nel 2013 l’allora vicepresidente della Bce, Vítor Constâncio, quella fu una classica crisi da debito privato: “Il principale fattore scatenante è da ricercarsi nel settore finanziario, in particolare in quelle banche che hanno fatto da intermediari per l’immenso flusso di capitali verso i Paesi periferici, che ha creato sbilanciamenti divenuti insostenibili a seguito del sudden stop causato dalla crisi internazionale (quella di Lehman Brothers e soci, ndr) e dalla brusca revisione delle valutazioni del rischio che questa ha causato”.

Quegli squilibri si sono poi scaricati sui conti pubblici greci, peraltro assai meno solidi di quanto si era voluto credere a Bruxelles grazie a operazioni di maquillage realizzate con la regia di grandi istituzioni finanziarie internazionali: i vari prestiti di Bce, Ue e Fmi (l’Italia ci ha messo 40 miliardi) sono serviti anche ad attenuare le perdite che sarebbero state sofferte dalle banche francesi e tedesche, esposte nel 2009 sulla Grecia per circa 90 miliardi. I creditori, per questa via, hanno preso possesso del Paese conducendolo in questi anni alla rovina, nonostante nel 2013 il Fmi avesse ammesso che le politiche imposte ad Atene erano sbagliate: “Abbiamo sottovalutato” l’effetto che l’austerità avrebbe avuto. Dopo, però, la Troika ha comunque continuato come prima, arrivando a chiudere i rubinetti alle banche quando, nel 2015, i greci votarono contro un nuovo ciclo di austerità.

E com’è la Grecia oggi e come sarà domani visto che questa tarantella dovrebbe durare 40 anni? Ogni ricordo del passato in termini di diritti del lavoro e presenza dello Stato nell’economia è stato cancellato; il patrimonio pubblico svenduto al miglior offerente (estero); la disoccupazione è ancora oltre il 20% nonostante l’emigrazione abbia ridotto di un terzo le forze di lavoro; il potere d’acquisto è crollato del 28,3% in dieci anni; le famiglie che vivono in estrema povertà sono il 21% (Eurostat), il doppio di otto anni fa; la mortalità infantile è salita del 26% (London Imperial College); le pensioni sono state tagliate del 14% e a inizio 2019 arriverà l’ennesima sforbiciata, la quattordicesima per la precisione; il debito pubblico è passato dal 109% del Pil del 2008 al 180% attuale. C’è un piccolo numero, però, che racconta davvero tutto: nel 2017 ben 133 mila greci hanno rinunciato a un’eredità perché non potevano pagare le tasse di successione. Intanto chi ha prestato i soldi alla Grecia incassa gli interessi: almeno non chiamatelo salvataggio.

Non facciamo il gioco (mediatico) di Rambo-Salvini

“Matteo Salvini non è Goebbels, ma Wile E. Coyote: lasciatelo correre”. (Max Stirner – dal “Blog delle stelle”)

La storia si ripete. Quante volte, ai tempi gloriosi della Seconda Repubblica, noi giornalisti – oppositori del regime televisivo – ci siamo sentiti dire che parlando di Berlusconi, criticandolo o attaccandolo, rischiavamo di fare il suo gioco? E oggi lo stesso accade per Rambo-Salvini, il Capitan Fracassa della politica italiana.

A ogni sua sortita, più o meno avventata e controversa, il sistema mediatico reagisce istintivamente come un amplificatore, quasi per un riflesso condizionato, enfatizzandone ed esaltandone le gesta: dall’immigrazione ai “rom”, dalla flat tax alla legittima difesa. È lui il protagonista indiscusso della scena nazionale, fino a sovrastare l’alleato a cinquestelle. E più grosse le “spara”, più aumentano di giorno in giorno la sua “audience” e il suo consenso.

Che cosa dovremmo fare, allora? Decretare un silenzio-stampa, un black out totale? Non parlare più di Salvini? Ignorare o rimuovere l’oggettiva pericolosità della propaganda leghista?

Non è questa certamente la funzione dei mass media. Né si può far finta di niente o parlar d’altro. I giornalisti informano, magari commentando e criticando, per mettere poi l’opinione pubblica in condizione di giudicare, approvare o dissentire. Questo è il ruolo insostituibile della libera stampa in qualsiasi democrazia e questo i giornali, le radio o le televisioni devono continuare a fare.

Est modus in rebus, ammonisce però in latino un’antica sentenza di Orazio. C’è un’aurea moderazione o un’aurea via di mezzo che si può praticare anche in questa situazione, in modo che i media non si riducano a una grancassa di Rambo-Salvini. E il primo accorgimento può essere quello di non prendere troppo sul serio le sue “sparate” quotidiane, da campagna elettorale, evitando l’allarmismo che porta acqua fatalmente al mulino leghista.

Più Salvini alza i toni, più i giornali possono abbassarli. Più lui cerca visibilità, meno i giornali devono dargliene. Altrimenti, si rischia di innescare un circolo vizioso, alimentando involontariamente il protagonismo e l’esibizionismo del personaggio. E di conseguenza, la sua popolarità, la sua influenza e il suo appeal mediatico.

Bisogna anche saper riconoscere, tuttavia, quando le sortite di Salvini hanno un fondamento di verità. E distinguere, caso per caso, i torti dalle ragioni. Il fatto è che spesso il leader leghista, pur individuando problemi reali, propone poi soluzioni sbagliate o comunque irrealizzabili. È proprio su questo terreno che occorre incalzarlo, separando la demagogia dall’azione politica.

Non si tratta, beninteso, di rinunciare alla critica. Ma piuttosto di esercitarla in termini più concreti e mirati. E dunque, più efficaci e persuasivi, rivolgendosi direttamente all’opinione pubblica per tutelare i suoi legittimi interessi. Dietro Salvini e dietro la Lega, c’è un elettorato impaurito e disorientato di cui bisogna tenere conto, offrendogli risposte adeguate.

È soltanto con la buona politica che si può contrastare il populismo. Ma questo in realtà è l’effetto di una “reazione” al lassismo, all’inerzia, all’incapacità di affrontare e risolvere i problemi della gente. Al fronte progressista, spetta perciò il compito di proporre un’alternativa all’insegna dell’equità e dell’efficienza. Per battere i reazionari, al di là del piano mediatico, è necessario elaborare un progetto di società che risulti più giusto, credibile e convincente.

Il pensiero di Rodotà salva la democrazia

Da un anno Stefano Rodotà non è più con noi. Meglio, come ha detto Guido Alpa, il più autorevole fra i suoi allievi aprendo un seminario in Suo onore tenutosi mercoledì alla Sapienza, presente Carla, non è più qui fisicamente, ma è più che mai presente con il suo pensiero ed il suo magistero. Da quando è finito sono stati curati due suoi volumi postumi, (uno dei quali Vivere la Democrazia, sarà presentato sempre alla sua Alma Mater il prossimo 28 giugno), gli sono stati dedicati altri due volumi, (uno del Suo amico e Giudice Federale Usa Guido Calabresi, ed uno del sottoscritto con Alessandra Quarta), nonché convegni scientifici a Torino, Roma e Cosenza.

Altri Suoi amici e compagni si sono mobilitati per ricordarne il magistero. Magistratura Democratica è stata infatti convenuta a Roma da Rita Sanlorenzo per discutere del suo impatto sulla giurisprudenza, mentre la Fiom si riunirà, su iniziativa di Gabriele Polo, per discutere delle battaglie di Stefano per i diritti dei lavoratori il 29 giugno a Roma.

Da questo fervore di studi, sono assenti le forze politiche. Da tempo Rodotà svolgeva la sua attività politica, lontano dai partiti. Egli preferiva una politica genuinamente democratica, fatta di prossimità ai movimenti sociali e alle persone (aveva attraversato licei e luoghi occupati) e soprattutto di orizzontalità e rispetto per le opininioni diverse dalle proprie, due caratteristiche che sono completamente assenti negli attuali partiti, malati di leaderismo e verticalità. Del resto, quale Partito potrebbe onestamente dirsi portatore del messaggio di Stefano?

Certo non il Pd i cui vertici e quadri lo tradirono, con variazioni dipendenti solo dal tasso di ipocrisia individuale. Non L&U, che Stefano avrebbe senza dubbio scoraggiato in quanto tentativo velleitario e verticale volto a salvare lo scranno a qualche notabile della precedente legislatura, per di più dimenticando di inserire “in ditta” la fraternità, il solo valore giacobino davvero di sinistra che tanto gli stava a cuore.

Né direi oggi il M5S, che pure cercò con onestà e trasparenza di proporlo come Presidente della Repubblica ma che oggi è alleato con una forza politica che a Stefano ha sempre fatto semplicemente orrore. Eppure sono certo che gran parte della base di questi tre soggetti politici appoggerebbe con entusiasmo un progetto politico fondato sul Diritto di avere diritti, (dal titolo, mutuato da Anna Arendt del più fortunato fra i suoi saggi poilitici). Dal Referendum sull’acqua (2011) a quello costituzionale del 2016 si è verificata un’immedesimazione fra la base elettorale dei partiti che ho menzionato e Stefano Rodotà che costituisce un dato politico importantissimo per chi cerca un cambiamento di egemonia nel sistema politico.

Milioni di italiani autentici democratici disattesero le indicazioni del Pd. Sono questi gli stessi elettori che da anni hanno capito che il neoliberismo rappresenta un micidiale dispositivo di sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente che ha trasformato la vita delle democrazie occidentali in un barbaro tutti contro tutti irrispettoso di ogni valore costituzionale.

Il diritto di avere diritti, i beni comuni, il costituzionalismo dei bisogni, che Stefano ha reso prassi nella sua straordinaria avventura civile, sono prima di tutto un antidoto contro quel disastroso dispositivo di forza verso i deboli e debolezza verso i forti che è la cifra della “politica” attuale. Il pensiero di Stefano ha la forza di farsi oggi ideologia alternativa capace di salvare la democrazia.

La Costituzione sia il faro del governo

Errori? Tanti, ma non se ne può restare ostaggi. È vero che il Pd ha sbagliato respingendo la possibilità di costruire un’ipotesi di governo con i 5 Stelle. Questo ha spinto i 5 Stelle a un’intesa con la Lega. I 5 Stelle con la litania che destra e sinistra non esisterebbero più hanno aderito a un’intesa con la Lega che rischia seriamente di fagocitarli. Per evitarlo i 5 Stelle provano a reagire rilanciando i loro obiettivi caratterizzanti.

Del resto il “contratto” con cui è stato giustificato l’accordo con la Lega contiene una sommatoria di impegni. Ad esempio reddito di cittadinanza e flat tax sono scelte agli antipodi e per di più incompatibili dal punto di vista dei costi, quindi inevitabile fonte di tensioni nella coalizione. Altrimenti perché tanto impegno nel sostenere che non ci sono tensioni?

Salvini vuole incassare il maggior consenso possibile, ma la sua forzatura nel dichiarare e minacciare è anche consapevolezza che non c’è spazio per tutto e quindi chi occupa per primo le posizioni ha un vantaggio.

È una coalizione con un’inevitabile competizione interna.

È poco valorizzato un aspetto fondamentale che si sta rivelando decisivo: la Costituzione.

I 5 Stelle hanno sovraccaricato il “contratto” con impegni di modifica della Costituzione, ma memori delle intemerate di Pace e della vittoria del No nel referendum hanno inserito nel “contratto” singole proposte di modifica. Alcune inaccettabili come introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari. Il vincolo di mandato è sbagliato perché il parlamentare ha un diritto inalienabile a comportarsi secondo coscienza, per di più oggi sarebbe l’ultimo passaggio per rendere subalterno il Parlamento, che già è composto da parlamentari tutti nominati dai capi partito. L’unica variabile oggi è quanti candidati un partito riesce a fare eleggere, con un ordine prestabilito. Senza la possibilità di un minimo di autonomia resterà ai parlamentari solo la possibilità della rivolta.

Anche la proposta di tagliare il numero dei parlamentari è approssimativa, non per la diminuzione in sé quanto perché non sono chiarite le conseguenze sull’assetto costituzionale. In passato c’è chi ha proposto (anche Rodotà) di abolire il Senato, lasciando l’attuale numero dei deputati, purché eletti con una legge proporzionale, che sappiamo coerente con la Costituzione del 1948. Altre proposte sono possibili, ma debbono far parte di un disegno coerente, altrimenti finisce come con le Province. Senza dimenticare l’esigenza cogente di approvare una nuova legge elettorale coerente con la Costituzione, se vogliamo interrompere la serie delle schifezze.

Quindi se si vuole ridurre il numero dei parlamentari occorre però garantire una rappresentanza adeguata dei territori, lasciandola scegliere agli elettori.

Inoltre sarebbe interessante capire se l’impegno a rivedere l’articolo 81 sul pareggio di bilancio è una cosa seria, per ora non se ne ha notizia.

Comunque sia, la novità interessante è che i 5 Stelle si stanno rendendo conto che la Costituzione è per loro uno scudo insostituibile. A essa hanno fatto riferimento per contenere Salvini che pur di attaccare i rom non si è fatto scrupolo di mettersi sotto i piedi la Costituzione. Purtroppo non è stato così per i migranti. La Costituzione è un faro essenziale per compiere le scelte in una fase così complicata. La sinistra dovrebbe partire dalla Costituzione per ritrovare se stessa in rapporto a una società che ne avrebbe più che mai bisogno.

Per questo non sarebbe comprensibile che chi ha tenuto alta la bandiera della Costituzione e ha contribuito alla vittoria al referendum oggi lasciasse la presa.

Senza girarci attorno: la tentazione esiste. Per ragioni diverse come stanchezza, delusione per i risultati elettorali, constatazione che non basta vincere un referendum per essere certi che non ritorneranno attacchi alla Costituzione. Se questo vuol dire essere passatisti pazienza. Chi ha contribuito alla vittoria referendaria ha oggi l’obbligo di dare continuità a quell’impegno. Se dovesse saltare l’argine della Costituzione, come si intravvede in tante affermazioni inaccettabili di Salvini, sul neofascismo, sui migranti, ecc. sarebbero guai seri. Per questo un’iniziativa unitaria, di massa, ispirata ai principi costituzionali, capace di coalizzare forze collocate diversamente è fondamentale. Se poi le prevedibili tensioni nella maggioranza avessero un forte aggancio nella Costituzione anche i 5 Stelle ne trarrebbero vantaggio nella inevitabile competizione con Salvini.

Mail box

 

Il rischio di deriva populista sulle pensioni d’oro

Pare essere irrinunciabile per questo nuovo governo, che con il mio voto ho contribuito a formare, il

ricorso alla trita demagogia e al più misero populismo. Mi riferisco all’esternazione del vicepremier Di Maio riportata in prima pagina da Il Fatto il 20 giugno: “Tagli alle pensioni d’oro in favore delle minime” che per il mio modesto parere rappresenta una rinuncia all’equità e alla volontà di perseguire una sana eppur difficile riforma della previdenza ispirata a criteri di giustizia.

Non mi addentro nel ginepraio di interpretazioni del termine “pensione d’oro” la cui entità è lasciata ambiguamente nella nebbia, ma da ex assicurativo penso che una pensione, quale che sia la sua entità, debba essere esclusivamente collegata a regole tecnico-attuariali o per dirla più semplicemente che sia la stretta ed esclusiva risultante dei contributi effettivamente versati. Ciò a evitare che si godano pensioni in tutto o in parte regalate, siano esse minime o “d’oro”, riflettendo che anche certe minime sono il frutto di evasione contributiva, lavoro in nero ecc.

Per brevità non mi addentro nel fatto che certe “minime” tali non sono in quanto i loro titolari sono anche beneficiari “bonus”, quattordicesime, accesso gratuito a servizi, esenzioni varie e via dicendo.

Utopisticamente vorrei un sistema semplice, limpido e dalle regole uguali per tutti, disboscando la selva dei mille privilegi dall’alto al basso in quanto, così come è, lascia troppo spazio ai demagoghi e populisti.

Paolo De Feo

 

La difficoltà di dover spiegare l’Italia a chi vive all’estero

Caro Travaglio, ho 75 anni. Fra non molto cambierò Stato. Mi aiuti a presentare la situazione dell’Italia ai nuovi concittadini dello Stato nel quale andrò. Gli italiani hanno duemila miliardi di euro di debiti e quattromila miliardi di risparmi. Capitalizzazione netta: duemila miliardi di euro. Esiste quindi un solo problema principale: la distribuzione della ricchezza. Non siamo capaci di distribuire la ricchezza. Questo è il problema prioritario che gli italiani devono affrontare.

Invece: Salvini dice che il problema prioritario degli italiani sono i rom e un certo numero di immigrati, poveri cristi che fanno lavori umili o sono in carcere perché non hanno trovato un lavoro umile da fare. Renzi dice che il problema principale degli italiani sono gli italiani stessi che non hanno votato per lui, sbagliando. E nel frattempo Renzi fa il segretario del Pd alla Zorro, così può difendersi meglio. La trinità (Conte, Di Maio, Grillo) dice che ha perso l’apriscatole e delega a Salvini gli affari correnti. Tutti insieme chiedono maggiore flessibilità all’Europa.

Sottintendendo che flessibilità in questo caso vuol dire portare il debito degli italiani da duemila a duemila e x miliardi di euro. Per favore, mi aiuti a descrivere meglio la situazione, ho paura di non essere capace di spiegarla. Questo mi metterebbe subito in cattiva luce, cosa che non mi è mai piaciuta.

Benedetto Altieri

 

Caro Altieri, ci vorrebbe un’enciclopedia. Oppure un giornale…

M.Trav.

 

Si può vivere benissimo senza la spesa di domenica

Ho letto la lettera della signora Marra con relativa risposta di Feltri sul Fatto di ieri e la prima domanda che mi è sorta spontanea per entrambi è: siete nati nel 2012? Ipotizzando che abbiate sui quarant’anni come avete fatto a sopravvivere per 35 anni senza domeniche aperte, di cui 20 senza centri commerciali aperti 12/13 ore al giorno? Veramente eroici, come il resto degli italiani o gli altoatesini che si trovano i negozi chiusi addirittura il sabato pomeriggio. Prima era concessa la deroga per 12 domeniche e per i centri storici delle città d’arte o turistiche, gli incassi erano notevoli in queste domeniche, allora i geni che gestiscono le grandi catene hanno pensato che aprendo anche le altre 40 si potesse replicare lo stesso successo, la gente che guadagna 1100 euro al mese (il cliente tipo del centro commerciale) non vedeva l’ora di spendere 7 giorni su 7.

A distanza di anni chi ci ha guadagnato è la ristorazione, i cui prodotti si possono acquistare tutti i giorni, gli altri se vendono una tv o un jeans la domenica non la vendono di certo il lunedì. Se prima il sabato valeva 100 e il lunedì 60 ora valgono 80 e 30, la domenica porta poco e niente. Aggiungiamo che se prima erano aperti solo i centri commerciali nelle domeniche straordinarie ora sono aperti tutti i supermercati, la torta si deve dividere con più ospiti.

Lavoro in un centro commerciale e vi posso garantire che se la domenica mattina c’è chi fa la spesa, il pomeriggio è pressoché vuoto ma deve restare aperto con relativi costi di personale, questo per tutti i negozi, che vi fanno fronte con spostamenti di turno e riduzione dell’orario in settimana, sono troppo alti gli affitti e le spese per permettersi nuove assunzioni.

Concludo dicendo che sicuramente è un servizio ma non capisco perché sia così importante acquistare un pacco di pasta la domenica (esiste anche il commercio online) mentre se devo acquistare un farmaco ho a disposizione tre farmacie in una città di 260.000 abitanti, se chiamo l’idraulico o l’elettricista devo aspettare lunedì, non posso fare una raccomandata o andare in banca.

Simone Lucchi

Monte Paschi. Siena al voto con il peso della tragicommedia dei risparmiatori

Apprendo dalla stampa delle preoccupazioni degli ex Ds circa i rischi che corrono a Siena in occasione del ballottaggio per le Amministrative del 24 giugno, tanto da scomodare da Roma i carichi da 90, convinti come sono del pericolo di perdere il sindaco, ma soprattutto il timore di perdere la Fondazione, vera gallina dalle uova d’oro per il Pd. La stampa, da qualche tempo, non parla più dei disastri, a danno dei risparmiatori, provocati dal Mps. Giusto per essere concisi: obbligazioni subordinate di cui si scopre in corso d’opera che non sono più garantite come quelle ordinarie ma vengono assoggettate al bail-in al fine di avvalersi sugli ignari e incolpevoli risparmiatori. Come risolve il problema la banca? A parte il notevole sostegno pubblico, trasforma d’ufficio le obbligazioni in azioni al valore di 8,60 euro e dopo due mesi riduce il loro valore a 4,20 euro; oggi sono sul mercato a 2,80 euro, circa un quarto del valore iniziale. Mi dite voi qual è la differenza tra una rapina a mano armata e quella operata dalla banca Mps, operazione legalizzata dal governo precedente a guida Pd? Piano piano i risparmi di una vita si azzereranno e buonanotte ai suonatori! L’attuale governo ha proposto l’utilizzo di 250 miliardi delle polizze assicurative dormienti per indennizzare i truffati: potrebbe essere una buona soluzione!

Sostene Codispoti

 

La vicenda Mps sembra una commedia. Sono trascorsi cinque anni da quando Giuseppe Mussari venne accolto in tribunale a Siena da una pioggia di monetine. Era additato come il principale responsabile del tracollo della banca fondata nel 1492 e sopravvissuta a tutto ma non alla politica che l’ha snaturata, usandola. Indimenticabile una delle tre intercettazioni note (perché le oltre mille fatte sull’utenza di Mussari vennero distrutte) nella quale Giuliano Amato, oggi giudice della Corte costituzionale, chiedeva a Mussari di rinnovare l’elargizione di 150 mila euro al circolo del tennis di Orbetello a lui tanto caro. Le indagini sono finite in nulla, i magistrati hanno fatto persino scadere i termini per le rogatorie. Rimane un processo a Milano che risentirà di dimenticanze e omissioni senesi. Ora la banca è dello Stato e i miliardi elargiti sono già bruciati. Ne serviranno altri. I risparmiatori? Non esiste alcun procedimento che ipotizza siano stati truffati. E domani si vota. L’ex sindaco Pierluigi Piccini (ex Pci, Ds, accomodato da Mussari alla guida di Mps France, fino al 2015) si è alleato con il sindaco uscente Bruno Valentini del Pd. E accusano l’avversario, Luigi De Mossi, di essere vicino a Mussari. Una commedia.

Davide Vecchi

Silicon Valley, i droni al posto dei rider

In Market Street, nel cuore di San Francisco, a pochi metri dal quartier generale di Twitter c’è il palazzo di Uber. Pensando a Uber, a molti verrà in mente un’app che, mettendo in contatto diretto passeggeri e autisti, offre un trasporto automobilistico privato spesso più economico di quello dei taxi.

Uber, in realtà, sta progettando molto altro. In quel palazzo un team di circa 50 persone sta sviluppando una piattaforma che è alla base del trasporto aereo su droni di persone e cose. Avete presente quei ragazzi, spesso sottopagati, che sfrecciano in bici nelle grandi città e portano cibo di ogni genere per soddisfare i desideri di chi, per una sera, ha scelto il divano? Ebbene, tra pochi anni, meno di quanto si possa immaginare, verranno affiancati da un oggetto volante. Sarà un drone a portarci a casa una pizza, un hamburger o una bottiglia di vino. E sarà sempre un drone, più grande, a trasportarci come un taxi collettivo. Nei primi anni sarà guidato da una persona: una scelta che verrà fatta esclusivamente per tranquillizzare i passeggeri, perché già oggi esistono software capaci di gestire il traffico di centinaia droni senza supporto umano. La piattaforma si chiama Uber Elevate e il designer che sta lavorando ai software è un ragazzo italiano di 28 anni. A San Diego, nel Sud della California, tra un paio d’anni verrà lanciato il progetto Uber Eats aereo. Niente ingorghi, niente semafori, nessun ragazzo sul pianerottolo di casa ad aspettare la mancia. Il delivery food verrà fatto dai droni. Già sanno trasportare e sganciare bombe, pensate che non riescano a portarci a casa un piatto di pasta prima che scuocia? Quanto all’Uber Air, il trasporto aereo di passeggeri, il progetto partirà a Los Angeles, Dallas e Dubai prima che mio figlio inizi le elementari. Uber è interessata a partnership con altre città, basta farsi avanti. Questa è la rotta di quel pezzo di mondo, quello che dispone di maggiori capitali. E non può essere invertita.

Una strana Disneyland tra uomini e robot

Pochi giorni fa, mentre visitavo Tesla, la più grande fabbrica di auto elettriche del pianeta, il Ceo Elon Musk annunciava il licenziamento del 9 per cento dei circa 37 mila impiegati. Usciranno dall’azienda con una cospicua buonuscita e con un pacchetto di azioni, ma avranno pur sempre perso il lavoro. Un’impresa rivoluzionaria, giudicata da Forbes nel 2015 l’azienda più innovativa del pianeta, costretta a licenziare i suoi dipendenti come una qualunque fabbrica che produce macchine col motore a scoppio. Basta fare un giro in Tesla per capire il perché. Come se fossi a Disneyland, un trenino mi ha trasportato nel futuro, o meglio nel presente. Al posto dei personaggi dei cartoni animati, c’erano operai e soprattutto robot. Lavoratori con in mano un avvitatore ne ho visti, ma non sembravano loro i protagonisti. In alcuni settori della fabbrica ho avuto l’impressione che gli esseri umani fossero a supporto delle macchine, non viceversa. “Quello è il robot più grande del mondo”, mi ha detto la guida. Era un enorme braccio meccanico rosso fuoco che afferrava la scocca di un un’auto facendola volteggiare in aria mentre altre macchine intervenivano su di essa. Gli operai? Spalle, figuranti. Musk ha spiegato che mandare a casa più di 3 mila lavoratori era una decisione sofferta, ma necessaria. Per quel che ho letto sul suo conto, tendo a credergli. I Ceo dei giganti high tech della Silicon Valley non si sono ammalati della febbre dell’accumulazione di denaro. Gli incredibili profitti delle loro aziende sono mezzi per continuare a creare. Senza miliardi di dollari da spendere in ricerca e sviluppo, le loro visioni non potrebbero concretizzarsi e il loro più grande obiettivo – incidere sulla storia dell’umanità – non si realizzerebbe. Questo si fa a San Francisco e dintorni: si immagina il futuro e lo si realizza. Tutto è nato qualche decennio fa da cervelli considerevoli, ma senza i fondi di venture capital e, soprattutto oggi, senza l’apporto di avvocati dalle parcelle infinite, capaci di dare i giusti consigli agli amministratori delegati delle aziende per pagare decine di miliardi di dollari di tasse in meno, la Silicon Valley sarebbe una valle desolata. E di desolazione ne ho vista tanta. Sono quelli che vivono al di fuori dell’high-tech a conoscerla meglio.

A Menlo Park, nella contea di San Mateo, c’è Facebook. Ed è un mondo a parte. All’ingresso centinaia di ragazzi si scattano foto mostrando il pollice davanti a un cartellone con il logo del “like”. Dentro, giovani ingegneri informatici lavorano in quello che sembra uno Stato nello Stato della California. Facebook non ha le dimensioni di Mirafiori o dell’Ilva, ma se uno Stato è un’entità politica costituita da un territorio la cui popolazione si è data un’organizzazione che comprende diritti e doveri, beh, Facebook è a tutti gli effetti uno Stato. Non ancora sovrano, ma forse è solo questione di tempo. In Facebook vengono garantiti ai dipendenti diritti che al 99 per cento degli americani sono preclusi. Gli stipendi sono eccezionali, i dipendenti vengono coccolati dall’azienda, non sia mai che decidano di andare a lavorare per Google. Facebook vanta un servizio interno di 50 linee di autobus che collegano la sede con tutta la Bay Area, l’area metropolitana che circonda la baia di San Francisco. Dalle 6 del mattino alle 8 di sera, 150 autobus portano gli impiegati da casa al lavoro e viceversa. Per le neo-mamme e i neo-papà sono previsti quattro mesi di congedo parentale a testa. I dipendenti hanno una delle migliori assicurazioni sanitarie d’America: copre ogni tipo di intervento, anche quelli per cambiare sesso. La loro mensa aziendale? Dodici ristoranti dove si mangia tutto ciò che si vuole. C’è l’indiano, il messicano, il texano, una pizzeria, un fast-food, un negozio di dolci e gelati. Chi lavora in Facebook può pasteggiare anche con amici e parenti, gratis per tutti. Ci sono distributori di bevande e snack, ma anche di cuffie o caricabatterie per il Mac. Tutto senza tirar fuori un dollaro. C’è la lavanderia, la palestra, il parrucchiere. Una sala giochi accoglie gli impiegati in pausa. Li trovi lì dentro con caffè o cupcakes in mano mentre si sfidano a Street fighter. Per l’azienda è fondamentale che i dipendenti non si lascino sottomettere da ansie e stress. Anche per questo in Facebook c’è un programma di aiuti psicologici per i lavoratori: dal Pc si può fissare un appuntamento con uno psicologo, magari dopo essersi tagliati i capelli, dopo aver portato a lavare le camicie, dopo essersi fatti grigliare una bistecca e dopo aver lavorato a un’applicazione ancora segreta, ma che presto verrà utilizzata da centinaia di milioni di persone. Il tutto dentro le mura dell’azienda. “You are not alone” è la scritta che compare ai dipendenti quando entrano nella pagina dedicata al programma di supporto psicologico.

Sarebbe bello se la stessa attenzione alla persona ci fosse anche al Tenderloin, uno dei quartieri più complicati di San Francisco. Negli uffici Facebook a Menlo Park ci sono circa 14 mila impiegati. Pochissimi, pensando all’incredibile fatturato dell’azienda. Molti di loro abitano a San Francisco, una delle città più care al mondo: per un monolocale difficilmente si paga meno di 2.500 dollari al mese. Per un appartamento con due stanze si arriva anche a 3.500, 4.000 dollari. Il cibo è costoso, ma i ristoranti sono pieni anche se, a frequentarli, i San Franciscans sono sempre meno. La città è in piena gentrification. Chi non lavora per l’high-tech non può più permettersi di vivere nella città in cui è nato. Ingegneri informatici di tutto il mondo strappano contratti da sogno in Silicon Valley e poi cercano casa sulle colline di San Francisco. Gli sfratti degli inquilini storici sono all’ordine del giorno: a molti conviene sbatter fuori di casa anche coloro che da vent’anni pagano l’affitto regolarmente e mettere un annuncio su Airbnb. La sharing economy, l’economia della condivisione, sta emarginando un mucchio di gente. Sono le contraddizioni dell’high-tech. E le contraddizioni a San Francisco sono di casa. Il Tenderloin è un quartiere a pochi isolati dal Financial Discrict, cuore pulsante del capitalismo californiano. È popolato da centinaia di derelitti: sdraiati in terra o intenti a trascinare sui marciapiedi i loro corpi compromessi dalla droga. Sono tanti gli homeless che raggiungono San Francisco. La polizia è tollerante e la temperatura della città sopportabile anche d’inverno. A questi si aggiungono gli sfrattati, che hanno perso tutto nel giro di pochi giorni e non sanno dove andare. Gli Stati Uniti sono un grande Paese da cui sarebbe opportuno importare molte cose. Da queste parti chi froda il fisco viene sbattuto in galera, mica ricevuto alla Casa Bianca. Ma se perdi il lavoro e non riesci a rimetterti in pista rapidamente, finisci ai margini. Questo anche in virtù della natura di molti americani, bombardati da pubblicità e promozioni di ogni tipo, tormentati dall’ansia dell’acquisto a ogni costo, in molti casi indebitati, spesso consumatori prima che cittadini. Chi ha un lavoro possiede una mezza dozzina di carte di credito. Il risparmio, tutelato e incoraggiato dalla Costituzione italiana, è visto come un ostacolo allo sviluppo della società americana. Se ti vanno male gli affari, la strada è la casa che ti aspetta. E la strada è la casa di molti.

Io la povertà l’ho vista in Congo, in Guatemala: quella del Tenderloin a San Francisco non è povertà, è miseria. A quei disgraziati non manca il cibo, ne trovano a tonnellate nel regno dello spreco. E poi ci sono mense gestite da associazioni di volontari. In una, insieme alla mia compagna, ho fatto volontariato anche io. Volevo parlare con quelle persone. Ci ho provato, ma non è stato semplice: più che una mensa, pareva un manicomio. Chi urlava, chi tremava, chi ripeteva cento volte la stessa frase, chi era ossessionato dalla posizione del panino che aveva davanti. Gli “ospiti” non parlavano tra loro, vittime dell’emarginazione, della droga che divora anche i denti, dell’incomunicabilità. Ho stretto amicizia con un ragazzo peruviano, Martin: era una settimana che mangiava in mensa perché era stato licenziato da poco. “Io non sono come questi pazzi qui, io ho sempre lavorato”. “Questi non hanno voglia di fare nulla e il bello è che le mie tasse gli servono a pagarsi la droga, io mi spacco la schiena e loro fumano il crack”. Una dose di crack costa meno di un pasto caldo nei fast-food e anche l’eroina è economica.

Ho girato il Tenderloin in lungo e in largo, qualche volta ho dovuto cambiare strada, ma non mi sono mai sentito in pericolo. Un tizio ha agitato la siringa davanti a me, ma lo faceva mentre si allontanava. Non ho preso quel suo gesto come una minaccia, ma come il tentativo di farsi notare, come a dire: “Esisto anch’io”. Il Comune di San Francisco ha molto denaro. Soltanto di property tax, l’imposta sulla casa, incassa centinaia di milioni all’anno. I proprietari pagano ogni anno circa l’1,2% del valore del loro immobile. Se hai una casa che vale 2 milioni di dollari – e a San Francisco è normale – paghi 24 mila dollari l’anno. Le risorse per i programmi sociali non mancano, in California. E i senzatetto possono accedere a molti servizi. C’è il programma food-stamp, una sorta di tessera ricaricabile con denaro da spendere esclusivamente per beni di prima necessità; ci sono sussidi, camere di hotel finanziate dal governo. Ma c’è anche molta disperazione e questa ti spinge o a non accettare aiuti o a utilizzarli per la droga. Nel Tenderloin c’è chi baratta i generi alimentari ottenuti grazie al governo con un po’ di metanfetamina. E c’è chi preferisce dormire in strada, pur avendo i dollari necessari per un tetto, per potersi fare ancor di più. Probabilmente solo una piccola parte degli emarginati del Tenderloin è vittima della disoccupazione tecnologica. Ma tutti sono martiri di quella forbice tra ricchezza e miseria che si sta allargando in tutto il mondo. A San Francisco l’indigenza incontra l’opulenza ogni giorno. A volte pare che l’una abbia bisogno dell’altra per sopravvivere.

Miseria e invidia sociale formano un cocktail micidiale

Tra un paio di mesi saremo in una comunità indigena guatemalteca. Una comunità senz’altro povera, ma sana, anche se non so ancora per quanto. È lì che voglio che mio figlio festeggi il suo primo compleanno. Lo voglio vedere circondato da bambini ai quali basta fare un giro nella selva o giocare con un pallone rattoppato per passare giornate memorabili. Quelle giornate che al Tenderloin non passano mai, anche per chi porta il pane a casa grazie a lavori umili e che viene travolto dall’insostenibile aumento del costo della vita provocato dalla bolla high-tech. La miseria va a braccetto con l’invidia sociale e il cocktail esplosivo spesso genera violenza. Se commessa contro qualcuno o contro se stessi, fa poca differenza. C’è chi guarda con invidia un altro essere umano che può permettersi un diverso tenore di vita e chi guarda con invidia una macchina perché certi ritmi lavorativi non li potrà raggiungere mai. L’automazione e la diffusione della robotica causano vittime, povertà e nevrosi. Non per la loro essenza, ma per l’assenza di politiche capaci di regolarle. Se vengono tassate le persone fisiche, non si vede perché non possano essere tassati anche i robot: tanto, fermarli davvero non si può, non sarebbe neppure giusto. La politica deve regolare l’economia, non viceversa. E dire la verità. La piena occupazione non esisterà mai più. Basta farsi un giro per la Silicon Valley per rendersene conto. Basta osservare i risultati già raggiunti dall’Intelligenza artificiale per definire ciarlatano chi promette milioni di nuovi posti di lavoro. Molti lavori stanno scomparendo, anche lavori umili, è già in atto un generale impoverimento delle classi più deboli. Il reddito universale è l’unica idea che potrà strappare gli esseri umani dal pericolo di una guerra sociale imminente.

L’alienazione che si respira per le strade del Tenderloin non colpisce soltanto i derelitti. Le macchine sono nate per liberare gli esseri umani dalla fatica del lavoro. Oggi, se la politica sarà in grado di governare i processi, i robot potranno accelerare quel processo di emancipazione che è nato con l’uomo. Anche senza piena occupazione, gli esseri umani potranno trovare attività alternative. In fondo di cosa abbiamo bisogno? Di salute psico-fisica, di tempo e di un reddito con cui vivere. Le macchine possono aiutarci per le prime due cose, la terza spetta alla politica. Il reddito universale non è assistenzialismo. È il futuro. Purché incoraggi chi lo riceve a dedicarsi ad attività socialmente utili, sconfiggendo il male del secolo – l’incomunicabilità – con la relazione umana: l’unica attività che nessuna macchina sarà mai in grado di compiere. Non soltanto tra gli ultimi del Tenderloin, ma anche nei quartieri alti. Come scrisse Eduardo Galeano, “ci sono uomini così poveri da avere soltanto i soldi”.

“È incostituzionale”. Lattanzi boccia il censimento Rom

Dopo le polemiche seguite alle dichiarazioni del ministro dell’Interno Salvini, che annunciava la volontà di schedare le popolazioni rom e sinti presenti in Italia, ieri sull’argomento è intervenuto il presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi. A margine di un incontro avvenuto a Napoli il capo della Consulta ha infatti risposto a una domanda sull’incostituzionalità dell’eventuale censimento asserendo: “Qualunque discorso riguardi una collettività con una caratteristica comune che, soltanto per questa caratteristica comune, si pretende di differenziare, pensando a trattamenti particolari, a me sembra che non sia compatibile con l’articolo 3 della Costituzione”, concludendo che si ravvisano profili di incostituzionalità ogni qualvolta un gruppo viene trattato in maniera speciale in base all’etnia, religione, provenienza geografica o qualsiasi altro dato generico. Non si è fatta attendere la replica del leader leghista che ha poco dopo dichiarato: “L’unico mio interesse è sapere chi vive nei campi rom, se lavorano e pagano le tasse, se hanno le auto assicurate, se pagano le bollette, se mandano i figli a scuola e quanto denaro pubblico incassano. È costituzionale?”.

Vaccini e “reddito”. La solita giornata nera dei ministri del M5S

Atirare avanti la carretta, Luigi Di Maio, ci sta provando. Gliene va dato atto: soltanto ieri, per dire, il vicepremier ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha annunciato almeno cinque provvedimenti a cui sta lavorando. Nel Consiglio dei ministri della prossima settimana, dice, proporrà una norma che favorisca le aziende italiane nelle gare d’appalto pubbliche. Nel primo decreto di questo governo, aggiunge, si vieteranno gli spot per il gioco d’azzardo. Poi, spiega ancora, scriverà un pacchetto per eliminare “redditometro, spesometro, split payment, studi di settore”. Si occuperà di vitalizi, precisa. E siederà al tavolo per scrivere la nuova normativa di lavoro per i riders, con la speranza che facciano tutti come “Dominòs Pizza” che ieri – con sommo gaudio del ministro – ne ha assunti 45 a tempo pieno.

Zero tituli, però. La fregola di Luigi Di Maio si infrange contro il muro di gomma del resto del governo Conte, che ogni giorno fa parlare di sé quasi solo per le sparate del ministro Salvini. È andata così anche ieri. Di buon mattino, il leader della Lega ha piazzato lo sgambetto sui vaccini, allargando un po’ le maglie del contratto: “Dieci vaccini per alcuni bambini sono inutili ed alcuni pericolosi”, ha detto. Nell’accordo di governo si parla in realtà solo del “giusto equilibrio” tra coperture vaccinali e diritto all’istruzione anche per i bambini fuori dal recinto del decreto Lorenzin. Salvini, invece, ringrazia pubblicamente “per il loro coraggio” i ricercatori Antonietta Gatti e Stefano Montanari, i teorici dei no-vax ospiti fissi di quella RadioStudio24, dai cui microfoni Salvini stava discettando. L’immancabile polverone ha costretto la ministra Giulia Grillo a dire che, della materia, si occupa il suo ministero (“Sì, condivido – ha replicato il Viminale – ma a settembre tutti a scuola”) e pure il vicepremier Di Maio a chiarire: “Il contratto parla chiaro. Ognuno ha la sua idea sui vaccini e la nostra la conoscete”. Era reduce, il capo M5S, da un altro botta e risposta a distanza, questa volta con il ministro dell’Economia Giovanni Tria che, sollecitato sulla immediata introduzione del reddito di cittadinanza, aveva detto “non so a cosa si riferisce”. Di Maio, per la verità, non aveva mai parlato dell’erogazione degli assegni entro il 2018, cosa peraltro impossibile. Ma sullo “scontro” con il Tesoro, come sui vaccini, ieri si sono esercitati numerosi parlamentari dell’opposizione.

Sa, Di Maio, che fa parte del gioco: chi fosse l’alleato lo aveva chiaro dall’inizio e sa pure che lo spago che viene dato al ministro dell’Interno è direttamente proporzionale alla voglia di affossare l’esecutivo gialloverde. Eppure adesso, nella lista dei responsabili, il capo politico del Movimento mette pure i suoi colleghi di governo, che stanno affrontando l’avventura di palazzo Chigi non proprio con il coltello tra i denti. Insomma: oltre a lui ci sono 5 ministri grillini doc, 3 di area Movimento e 24 sottosegretari. Eppure, Di Maio, non sente intorno il friccicorìo che gradirebbe. Dev’essere evidente anche da lontano, se l’altroieri via Facebook, Alessandro Di Battista ha notato da oltreoceano: “Dai ministri del Movimento 5 Stelle pretendo un atteggiamento di lotta ancora più ostinato. Quello che sta dimostrando Luigi tra l’altro, il quale combatte sempre come un leone”.

Non sono parole passate inosservate a Roma, dove il nervosismo del leader M5S è ormai palpabile, come si è visto nell’assemblea dei parlamentari di giovedì sera. All’uscita, il capo politico, ha detto: “Ognuno dica quello che vuole, ma nel tempo libero”. Come a dire che i ministri dovrebbero averne un gran poco. Lui, che di incarichi ne ha parecchi, ha formalizzato la squadra, proprio per evitare di finire travolto dai guai: oltre a Vito Cozzoli, capo di gabinetto del super ministero, ha messo a capo della “unità di crisi” (una struttura dedicata alle vertenze aziendali) Giorgio Sorial, che già se n’era occupato da vicepresidente della commissione Bilancio, mentre Salvatore Barca – già distaccato dal Mise per seguirlo a Montecitorio nella scorsa legislatura – guiderà la sua segreteria. La “campagna” sul lavoro è centrale per Di Maio. Obiettivo: recuperare voti a sinistra. Cercando di non farsi travolgere dalla ruspa di Matteo e dall’inerzia dei colleghi.

Intercettazioni, Bonafede: “La riforma sarà bloccata”

La riforma delle intercettazioni voluta dall’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando non entrerà in vigore, come previsto, il 12 luglio. Con gran sollievo di pubblici ministeri e penalisti. Secondo i magistrati e gli avvocati, mai andati così d’accordo come in questo caso, è una riforma dannosa: perché pregiudica le indagini e inficia il diritto di difesa.

Lo stop alla riforma lo ha annunciato ieri il nuovo ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il provvedimento di riforma delle intercettazioni “verrà senz’altro bloccato”, ha detto il ministro. Senza, però, specificare cosa farà in concreto. Secondo quanto risulta al Fatto, Bonafede ha intenzione di seguire una sorta di doppio binario: un provvedimento d’urgenza, un decreto legge, per prorogare l’entrata in vigore della riforma e contemporaneamente pensare a un decreto correttivo che entri nel merito. Dunque un ripensamento complessivo della riforma che il ministro già da deputato aveva avversato.

Bonafede ha parlato a un convegno organizzato dal Csm sull’organizzazione degli uffici giudiziari a cui hanno assistito molti magistrati . Presente anche Francesco Minisci, presidente dell’Anm. Proprio Minisci si è appellato al ministro: “Blocchi una riforma che non raggiunge lo scopo di evitare la pubblicazione di intercettazioni sensibili, ma creerà distorsioni e danni per le indagini e il diritto di difesa. Solo lei può intervenire per evitare ulteriori salti mortali organizzativi”.

Bonafede, come detto, ha confermato il blocco e aggiunto un elemento che ha fatto indispettire Orlando. “Ho avviato – ha detto – una valutazione delle risorse che sono state investite per la strumentazione che la legge rendeva necessaria, che verrà riutilizzata perché non ci piace buttare soldi. Il mio impegno è capire le linee della riscrittura del provvedimento e su questo avvierò presto un confronto con procure e avvocati”. A stretto giro è arrivata la replica dell’ex ministro: “Quelle risorse non sono legate alla riforma, ma a rendere più sicuro il sistema informatico che raccoglie e gestisce le intercettazioni”.

Il ministro Bonafede ha parlato anche di prescrizione (“il cittadino vuole una risposta dalla giustizia, non percepisce l’idea che il processo è durato troppo e non si va avanti”) e della legge renziana sulla “tenuità del reato”: va bene, ma non se ha finalità “meramente deflativa” (cioè se punta solo a svuotare le carceri). Quanto alla possibilità che vengano ripristinati i piccoli tribunali, ipotesi che lascia perplessi i magistrati, Bonafede ha spiegato che “il contratto di governo intende capire se ci sono situazioni che meritano particolare attenzione”. Infine c’è il caso Bari. Respinta la proposta del Csm di nominare un commissario per assicurare che non si torni più a fare processi in una tendopoli: “Ci sono io, ci metto la faccia”.