Il Pd nei ballottaggi cerca di resistere all’assalto della destra

In Toscana, per i ballottaggi di domani, è arrivato Matteo Salvini in tour: e per resistere all’assalto leghista, il centrosinistra gli ha schierato contro i suoi vip (Renzi escluso). A Pisa si sono visti Gentiloni, Calenda, Martina, Veltroni e vari sindaci dem, compreso quello di Milano Beppe Sala. Sotto la Torre pendente è un testa a testa fra il candidato del centrodestra Michele Conti (33,3% al primo turno, con la Lega primo partito al 24,7) e quello del centrosinistra Andrea Serfogli (32,3%). Negli ultimi giorni i toni si sono accesi, anche con volantini anonimi che denunciano il rischio di una “islamizzazione di Pisa” se vincesse il centrosinistra.

A Massa il sindaco uscente Alessandro Volpi parte in vantaggio (34%) contro il penalista del centrodestra Francesco Persiani (29%). A Siena il sindaco uscente Bruno Valentini (Pd, al 27,4%) si è apparentato con l’ex nemico Pierluigi Piccini (19%): uniti contro l’assalto del centrodestra di Luigi De Mossi (24,2%).

Nelle Marche, ad Ancona, il sindaco uscente Valeria Mancinelli (48%) sfida il candidato del centrodestra Stefano Tombolini (28%), che ha fatto appello al voto dei Cinque stelle.

Come fu che i neo-Dc scelsero i 5 Stelle

Negli anni 70 Indro Montanelli invitava a “turarsi il naso e votare Dc” per frenare l’avanzata comunista. Quarant’anni dopo, ad Avellino, gli eredi (poveri) della Dc e del simbolo scudocrociato si dicono, in privato, pronti a “ingoiare” e a votare al ballottaggio il candidato sindaco del M5S, Vincenzo Ciampi, pur di abbattere il potere locale del Partito democratico. Che ad Avellino risplende della luce di due ex democristiani del peso di Ciriaco De Mita e Nicola Mancino, gli sponsor dell’altro candidato, Nello Pizza, l’avvocato del sindaco uscente (e non ricandidato) Paolo Foti, dal quale ha raccolto il testimone, la coalizione, il gruppo di grandi elettori.

Avellino è il “predellino” della ditta politica dell’ex ministro berlusconiano Gianfranco Rotondi e di Lorenzo Cesa. È il battesimo di un’intesa su simboli e nome. Se Rivoluzione Cristiana e Udc fanno lista comune, rinasce la Dc. Con un patto a metà tra il politico e il notarile, i due possono usare lo scudocrociato con la scritta Libertas. E la scelta pro M5S al ballottaggio di questa neo Dc 2.0 è singolare. Sia per la distanza siderale che divide ideologicamente i centristi vicini a Berlusconi dai grillini. Sia per la circostanza, pacifica, che tra (ex) democristiani sarebbe più coerente fare un accordo che la guerra. Ma è una decisione della pancia dell’elettorato democristiano, che ribolle di astio politico verso chi ha governato finora in Irpinia.

Basta leggere pezzi di una chat whatsapp dei candidati Dc ad Avellino. “È difficile ingoiare questa situazione, però dobbiamo pensare anche a dare un cambiamento a questa città, avere una vecchia amministrazione significa stare per altri cinque anni peggio di prima”. E ancora: “Non avendo scelte, con rammarico proviamo almeno la strada dei Cinque Stelle”. “Anche per me è difficile andare a votare per il sindaco Ciampi, ma scelgo il male minore”. “Credo che ognuno di noi, anche facendo un grande sacrificio, debba andare a votare per il M5S, che potrebbe rappresentare una svolta epocale”. Parole che illuminano lo stato d’animo attuale dei ‘democristiani’ avellinesi pro Ciampi.

C’è pure chi è contrario e lo esterna sui social. “Non si sceglie tra la peste e il colera, tra i soliti briganti e i finti liberatori di un’armata Brancaleone”. Un altro in chat: “Però dobbiamo cercare di imporre a Sabino che faccia inserire qualche nostro programma”. Sabino è Sabino Morano, il candidato sindaco di Forza Italia e di tre liste di centrodestra. “I 5stelle sono inconcludenti e non ce la faranno”, disse il giorno della candidatura. Ora vuole appoggiare Ciampi. I berlusconiani lo hanno scomunicato: “Scelta personale, i nostri elettori hanno libertà di voto, siamo alternativi al Pd e al M5S”. La Dc, va detto, ad Avellino non ha eletto consiglieri.

“Ma per noi fare una lista con lo scudocrociato ha avuto un valore simbolico – sottolinea Rotondi, deputato eletto in Forza Italia – e ricordo che Rivoluzione Cristiana ai ballottaggi è stata sempre alternativa al Pd riconoscendo al M5S un elemento di novità, a Parma la prima volta con Pizzarotti, a Livorno con Nogarin. A Roma ho anche fatto una dichiarazione pro Raggi”. Ma a Milano lei sostenne Sala. “Fu un casino locale”. Gli fu negato l’apparentamento con Forza Italia.

Sfida tra alleati, dove i grillini danno dei “fascisti” ai leghisti

“Fascisti” qui ora dicono i grillini dei leghisti. È a Terni e non a Roma, è sulla scala umbra che si sperimenta la distanza che separa i cinquestelle dai leghisti e anche quella inimicizia che declina verso la punta d’odio, la disistima che allontana, divide e promette altre burrasche. L’ex città rossa, la città fabbrica, già fortino del Pci e delle coop, domani sceglierà chi far vincere tra i due alleati di governo: la Lega di Salvini o il movimento di Di Maio.

Si vota al comune e al ballottaggio ci sono Thomas De Luca, cinquestelle, e Leonardo Latini, leghista. Per un soffio il leghista ha mancato la vittoria al primo turno: 49,2% il centrodestra e solo il 25% il suo dirimpettaio. Con la sinistra, moderata e no, fuori dai giochi, spettatrice afona e intristita di un match che anticipa quel che potrebbe accadere altrove.

E la prima notizia fra tutte, che dovrebbe assai interessare Luigi Di Maio, è che il titolare dei due forni non è lui ma il collega Matteo, che qui coniuga ogni volto del centrodestra, ingloba Forza Italia, inghiotte la pattuglia della Meloni, asfalta Casa Pound e miete successi e consensi tra gli operai e la borghesia. Un’onda che allinea e accomuna, dando voce alle più spericolate e drammatiche teorie. Il promoter leghista in città non è infatti il candidato sindaco, un avvocato spaesato ed estraneo a ogni passione e anche a ogni convinzione, che è stato sottratto al dibattito pubblico per manifesta incapacità di orientare e soprattutto orientarsi tra i problemi cittadini, ma il signor Emanuele Fiorini. Il capo leghista e consigliere regionale ha illustrato la sua teoria sul nazismo che sarebbe stato “un movimento politico tedesco che di sicuro ha fatto meno morti della guerra economica provocata dalla Merkel”.

“Io l’ho sempre pensato che un’alleanza di governo con la Lega fosse improponibile – dice il leader grillino De Luca – Fosse stato per me, dieci volte meglio sarebbero state le elezioni anticipate. Sarà che noi in città abbiamo una storia legata alle lotte contro l’inquinamento, per la difesa del lavoro e delle periferie. Sarà che io sento di essere progressista e che il Movimento qui ha una identità netta, ha fatto battaglie visibili, ma vedere come Salvini tratta l’alleanza, i suoi slogan, quell’odore acre che disturba e inquieta, ecco, per me è una grande pena. E seppure il ministro dell’Interno è oramai di casa qui, noi non abbiamo fatto richiesta di avere Di Maio. Meglio di no, meglio che stia a Roma, e lo dico con dispiacere”.

Thomas De Luca ha 29 anni e vede adesso problematico un traguardo che qualche mese fa sembrava possibile, allinea i volti dei suoi avversari, che a Roma sono suoi alleati, e si irrigidisce: “Abbiamo dato ai leghisti i ministeri della propaganda, e ci siamo tenuti noi quelli terribili della sofferenza. L’errore è stato marchiano e purtroppo vedremo presto l’esito”. I Cinque Stelle a Terni hanno una coniugazione politicamente singolare e sono sostenuti anche dalla sinistra non organizzata: “Thomas è il candidato che più si è speso per le classi subalterne, e più ha combattuto il marcio della sinistra dominante mercenaria”, dice Simone Gobbi, il portavoce di questo universo laterale.

Terni è stata città costruita a dimensione del Pci, centro di smistamento degli operai di ogni provincia italiana. L’urbanistica aggregata all’acciaieria, l’orto unito alle presse. Qui è nato il “metalmezzadro”, un po’ operaio un po’ contadino, in tasca la tessera della Cgil e l’idea che le coop fossero il legittimo collettore tra il partito-Stato e il lavoro.

Poi la crisi industriale, i morti, tanti, per i veleni, la caduta del Pd, la bancarotta del Municipio. Quindi Salvini. Eccolo in città. “Ieri parlava delle solite cose: migranti, ladri, spacciatori, legittima difesa. Temi che non toccano Terni che è pacifica, tranquilla, piana, senza scosse. Eppure…”, dice Valentina Gregori, storica dell’arte. Ilaria e Laura, titolari di una bottega in centro: “È come se la dimensione nazionale avesse travolto quella locale e i nostri temi fossero stati espropriati nella coscienza cittadina. Tutti a urlare di gioia per la riforma della legittima difesa quando qui al massimo si provano le pistole ad acqua”.

Istat: “Un italiano su tre pensa di vivere in una zona a rischio”

Cala la percezione di sicurezza dei cittadini italiani: uno su tre pensa di vivere in una zona a rischio di criminalità. Lo rivela l’Istat, segnalando che il dato (riferito agli anni 2015-2016) è decisamente in aumento rispetto alla rilevazione precedente del 2008-2009 (+11,9 punti percentuali). Inoltre il 46% degli intervistati giudica le forze dell’ordine incapaci di controllare il territorio dato, questo, in peggioramento rispetto al 38% della passata osservazione anche se in miglioramento nei centri di media-piccola dimensione. Il quadro territoriale che emerge dall’analisi statistica è quantomai vario col Centro che registra la percentuale più alta di percezione di insicurezza, dato in gran parte dovuto al Lazio, mentre fra le regioni gli abitanti che si sentono più a rischio sono quelli della Lombardia seguiti dai campani e dai pugliesi. Benchè si sentano insicuri sul piano generale, i cittadini si dichiarano comunque meno preoccupati rispetto allo scorso studio per quanto riguarda la possibilità di subire scippi (-6,3% in punti percentuali), rapine (-7,1%) e violenze sessuali (-14%). Resta infine stabile il dato sulla preoccupazione sui furti in casa (60%).

Sfruttiamo l’occasione: Viale Mazzini può diventare la Silicon Valley della televisione

Manca poco. Poi si cambia. Il Parlamento sceglierà il nuovo Cda Rai. Delle 236 candidature, però, fa specie che si parli solo dei soliti noti tra i corridoi di Viale Mazzini assieme ad assidui del Transatlantico o dei soliti ignoti. A rimanere nel silenzio sono i volti nuovi, quelli che la differenza potrebbero farla.

L’auspicio è che gli eletti arrivino, come invocato dal presidente Fico, lontano dai partiti e con una visione. Quella necessaria per non costringersi a inseguire il futuro, ma a intuirlo. Perché oltre l’audience e i bilanci attivi rivendicati da Guelfi, da capire se meritati visto il canone obbligatorio, c’è molto altro. C’è un servizio pubblico che deve tornare ad avere un’identità capace di coniugare il dialogo con i partiti, ma senza ingerenze e stando attento a che non sia l’informazione a orientare la politica. Una Rai che crea cultura e che diventi una media company competitiva con una strategia di vera sostenibilità. Significa sviluppare piani di welfare e garantire parità di accesso. Assicurare uno scambio generazionale reale, perché la digitalizzazione non può arrivare da chi non sa utilizzare i social. Ancora, dire basta al precariato perché non si può denunciarlo nei Tg e tenerlo in casa. Investire sugli esteri perché bisogna esser con i nostri occhi lì dove il cambiamento accade.

Un cambiamento che sia per tutti e punti ai servizi per non-udenti e non-vedenti. Una Rai che rendiconta come sono stati spesi i soldi delle campagne sociali. È una rivoluzione bianca che non ha bisogno di privatizzare, semmai il contrario e di più. È un’azienda aperta alla società che destina la pubblicità per laboratori innovativi di produzioni e web. Una Silicon Valley delle telecomunicazioni che si può e si deve creare. Io per primo ci scommetto il 40% del mio compenso, perché la cultura non esclude il business, anzi. È per questo che ho lanciato la campagna pubblica #laRAIchevorrei. Non è populismo, è partecipazione. Quella vera. E forse ha ragione Guelfi, quelli bravi potrebbero stare arrivando. Chissà che non sia il tempo dei Ghibellini.

 

Vertici Rai, l’asse gialloverde con B. escluderà il Pd

Il Partito democratico sta per sparire dai vertici Rai. Da troppo a niente in poche settimane.

Il Cda di Viale Mazzini va rinnovato entro luglio e, per la nomina dei quattro consiglieri tra Camera e Senato, lo schema – approntato dai collaboratori di Matteo Salvini e Luigi Di Maio – prevede due consiglieri in quota Cinque Stelle, uno per la Lega e uno per Forza Italia.

Il criterio per la votazione è semplice, a ciascun partito spetta una preferenza in ciascuna aula parlamentare: il Movimento indica i propri candidati, leghisti e forzisti giocano assieme.

Oltre al rappresentante dei dipendenti dell’azienda, restano altri due posti – sempre condivisi dal governo gialloverde – di competenza del ministero dell’Economia, azionista al 99,56 per cento di Viale Mazzini. Lo stesso ministero seleziona pure l’amministratore delegato. Il presidente, scelto tra i membri del Cda, deve ottenere la maggioranza dei due terzi in commissione di Vigilanza Rai e lì l’asse tra il Movimento e il “vecchio” centrodestra è ancora necessario per escludere i dem. Così il Pd è condannato all’irrilevanza da un’applicazione scientifica della riforma che, appena tre anni fa, Matteo Renzi ha plasmato per soffocare le opposizioni nella televisione pubblica.

Il metodo per sottrarre Viale Mazzini al Nazareno è ispirato dall’ultima strategia di Salvini per blandire l’alleato a giorni alterni Silvio Berlusconi. Il ministro dell’Interno ha proposto all’ex Cavaliere di rinunciare alla guida della Vigilanza Rai e puntare sul Copasir, che l’ingenuo Pd ha prenotato all’indomani della batosta elettorale di marzo.

La commissione bicamerale che sorveglia Viale Mazzini e il comitato di controllo sull’operato dei servizi segreti spettano alle minoranze, ma l’unica minoranza riconosciuta dai leghisti – con l’assenso dei Cinque Stelle – è proprio Forza Italia. Per convincere Forza Italia e lo scalpitante Maurizio Gasparri che ambisce alla Vigilanza, il capo dei leghisti ha offerto a Berlusconi – il proprietario di Mediaset, interessato a non lasciare la televisione pubblica dopo un quarto di secolo – almeno una poltrona in Viale Mazzini e un coinvolgimento sul presidente. Salvini risolve due problemi con una mossa: evita ai Cinque Stelle l’imbarazzo di sostenere Gasparri a San Macuto e scippa ai renziani uno strumento, il Copasir, per infastidire il governo.

Il Nazareno fa ostruzionismo, non presenta l’elenco dei delegati per il Comitato sui servizi segreti, ma il tempo sta per scadere – si decide martedì – e il modesto risarcimento dei gialloverdi è la Vigilanza Rai, un luogo svuotato, parecchio periferico dopo la feroce riforma di Renzi, utile a chi la presiede per ottenere qualche intervista e qualche passerella.

Anche il Cda di Viale Mazzini è un orpello, l’amministratore delegato – che potrebbe andare ai Cinque Stelle – ha un potere immenso: firma contratti fino a 10 milioni di euro e per cambiare i direttori di testata e canali chiede un parere consultivo al Cda, una formalità con una maggioranza solida, quella che i gialloverdi stanno organizzando.

Il futuro di Viale Mazzini, in sintesi, dipende dal Copasir: Paolo Romani – già bruciato per la presidenza di Palazzo Madama – è il forzista favorito. Stavolta il Copasir, per prassi, dovrebbe toccare a un deputato e la Vigilanza a un senatore. Romani è un senatore. E la prassi si adegui.

“Ricatti vaticani su Orlandi. E l’inchiesta fu archiviata”

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui mia sorella, Emanuela, scomparve. Era una giornata caldissima. I miei genitori non erano in casa, erano andati da mio zio. Come accadeva spesso, Emanuela mi chiese di accompagnarla al corso di musica che frequentava nella basilica di Sant’Apollinare (studiava pianoforte, flauto e canto corale) ma quel giorno non potevo perché avevo un appuntamento. Ci fu una lite. Lei sbatté la porta e se ne andò. Tanti in questi anni hanno cercato di consolarmi dicendomi che se non fosse accaduto in quel giorno sarebbe accaduto in un altro. Mi sono chiesto mille volte come sarebbero andate le cose se l’avessi accompagnata. Da quel giorno sono passati 35 anni. E la parola chiave è stata “attesa”.[…] Tante volte abbiamo pensato di essere sul punto di scoprire la verità. […] Il fatto più importante accaduto in questi 35 anni è sicuramente la “trattativa” tra la Procura di Roma e alcuni vertici vaticani, che ebbe luogo nel 2012: il magistrato Giancarlo Capaldo ebbe una serie di incontri non ufficiali con un alto prelato del Vaticano – non mi ha mai detto chi fosse – in un’ala dei Musei Vaticani, probabilmente nella Biblioteca, che all’epoca non era aperta al pubblico per questioni di sicurezza perché al piano superiore c’era l’appartamento papale. Nel corso di questi incontri, fu avanzata al magistrato una duplice richiesta: che fosse la magistratura a occuparsi dell’apertura e dello spostamento della tomba di Enrico De Pedis, sepolto nella basilica di Sant’Apollinare; e che si trovasse una soluzione per chiudere la vicenda di Emanuela, obiettivo per il raggiungimento del quale si dissero disposti a fornire una parziale verità circa la sua fine, consegnando un fascicolo nel quale, secondo questa persona, figuravano i nomi e le responsabilità delle persone che avevano avuto un ruolo in questa vicenda. Una verità parziale, però, perché il prelato disse che si poteva arrivare fino a un certo livello, non oltre, lasciando così intendere di essere a conoscenza di questo “oltre”.

Capaldo rispose che la nostra famiglia voleva sì, conoscere i responsabili, ma soprattutto sapere se Emanuela era viva o morta e in quest’ultimo caso sapere dove fossero le sue spoglie per darle una degna sepoltura. Il prelato rispose di doversi consultare e in una successiva conversazione con Capaldo acconsentì alla richiesta. Erano disponibili a far ritrovare il corpo di Emanuela! La scena finale del film La verità sta in cielo di Roberto Faenza – che mostra l’incontro tra il magistrato e un prelato – prende spunto da questo avvenimento. Ma purtroppo quella fu l’ultima volta che questo prelato prese contatti con Capaldo.

Io all’epoca, nel 2012, non sapevo nulla di questi incontri (Capaldo mi ha raccontato tutto un paio di anni fa) e quindi mi colpì molto una dichiarazione pubblica nella quale il magistrato affermava che in Vaticano ci sono personalità a conoscenza di quanto accaduto e in cui definiva non opportuna l’apertura della tomba di De Pedis. Era un modo per dire a chi aveva voluto quegli incontri segreti che non avrebbero avuto ciò che avevano chiesto senza dare a lui quanto promesso.

Arriva il colpo di scena: il nuovo capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, si dissociò dalle dichiarazioni di Capaldo dicendo che non potevano ricondursi agli uffici della Procura, annunciando l’apertura della tomba di De Pedis e avocando a sé l’inchiesta: per qualsiasi richiesta relativa a quell’indagine Capaldo avrebbe dovuto fare riferimento a Pignatone. All’epoca parlai con Pignatone e mi accorsi che della storia sapeva ben poco. Mi chiesi perché il procuratore capo volesse quel caso per sé. Il dubbio che possa essere stato contattato da quegli ambienti che avevano avvicinato Capaldo mi passò per la testa: stava facendo quello che avevano chiesto a Capaldo…

Arrivò la richiesta di archiviazione, da parte di Pignatone, confermata dal gip. Capaldo si oppose rifiutandosi di firmarla e a quel punto Pignatone lo esonerò definitivamente e fece firmare la richiesta a un altro magistrato. Ciò che trovo assurdo è che nella richiesta di archiviazione Pignatone parla di elementi indiziari, che avevano avuto riscontro, circa il coinvolgimento nel sequestro di elementi della banda della Magliana. Possibile che invece di approfondire questi indizi si preferisca archiviare tutto? Credo che la risposta vada cercata in un fatto avvenuto a poche settimane dal rapimento di Emanuela: monsignor Giovanni Morandini disse a mio padre che tra Stato, a livello di Presidenza del Consiglio, e Vaticano c’era stato un invito a non aprire una falla che difficilmente si sarebbe potuta chiudere. L’archiviazione del 2015 è la risposta a quell’invito. Ho cercato di contattare telefonicamente monsignor Morandini, ma anch’egli, in modo sgarbato, ha riagganciato il telefono non appena ha sentito il mio nome. Ad aumentare le perplessità c’è poi un’intercettazione di quel periodo in cui Carla Di Giovanni, vedova di De Pedis, dice a uno degli indagati – monsignor Pietro Vergari, all’epoca rettore di Sant’Apollinare – di essere convinta che Pignatone mi avrebbe fatto tacere. “Il procuratore nostro sta prosciogliendo… sta archiviando tutto”, dice a Vergari. Pignatone, commenta la vedova De Pedis, sta facendo una strage: Capaldo è stato cacciato, Rizzi – che era il capo della Mobile – mandato via… E aggiunge che il suo avvocato le ha detto che il procuratore gli ha assicurato che avrebbe archiviato tutto. […]

L’arrivo al soglio pontificio di Bergoglio riaccese le nostre speranze. Quel che si raccontava di lui – il fatto che fosse vicino alla gente – ci lasciava ben sperare. Ma le nostre aspettative sono state deluse. Un paio di settimane dopo la sua elezione venni a sapere che avrebbe dovuto tenere messa nella parrocchia di Emanuela, a Sant’Anna, in Vaticano, e così ci andai. Mi piazzai in seconda fila e percepii subito un clima di allarme, con i gendarmi che si scambiavano occhiate… Finita la messa, il papa si posizionò all’entrata della Chiesa per salutare i fedeli e così andai anch’io. Eravamo io, mia madre e mia sorella. Il papa si rivolse a mia madre e a me dicendo la frase che ha poi fatto il giro del mondo: “Emanuela sta in cielo”. Fui molto colpito, già solo sentire il nome di Emanuela dalla voce di un papa… Più o meno gli dissi che ancora non c’erano le prove, che speravamo che Emanuela fosse viva e che confidavamo nel suo aiuto. Lui si limitò a ripetere che Emanuela era in cielo. Quelle parole mi fecero male perché pensai fosse un modo delicato di dirmi che mia sorella era morta e che avrei dovuto mettermi l’anima in pace.

Se Bergoglio vuole veramente rinnovare la Chiesa, deve dissipare ogni dubbio e darle nuove fondamenta. È necessario sgombrare la mente dell’opinione pubblica dai sospetti. Io non ce l’ho con la Chiesa. Ce l’ho con i responsabili. E quando parlo del Vaticano (tante persone mi hanno aiutato), parlo di quelle gerarchie che stanno allontanando la Chiesa dagli insegnamenti di Gesù. […] In sostanza, so chi ha rapito Emanuela: è un sistema che lega Stato, Chiesa e criminalità e che ormai da 35 anni impedisce alla verità di emergere.

Nello stesso palazzo della scuola di Emanuela c’era lo studio di Oscar Luigi Scalfaro, di lì a poco ministro dell’Interno e futuro presidente della Repubblica, amico intimo di monsignor Vergari e del cardinal Ugo Poletti che autorizzò la sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare. Ecco a cosa mi riferisco quando parlo di un sistema che lega Stato, Chiesa e criminalità… E la sepoltura di De Pedis ne è la sintesi.

Inchiesta onlus, obbligo di firma per lady De Mita

“Si sono fottutii soldi”. Chiamato dai procuratori di Avellino, Rosario Cantelmo e Vincenzo D’Onofrio, a chiarire a chi si riferisca in questa intercettazione, l’ex direttore amministrativo dell’Aias Avellino, Francesco Grammatico, ha spiegato che si trattava della signora De Mita. Da ieri Annamaria Scarinzi, la moglie dell’ex premier Ciriaco De Mita, è sottoposta all’obbligo di firma, misura che arriva al culmine di un’inchiesta sulla gestione fraudolenta dei fondi “Aias” e di “Noi con Loro”, anticipata nel novembre 2017 su Il Fatto Quotidiano, nella quale sono indagate anche due figlie di De Mita. “Aias” e “Noi con Loro” sono due onlus che si occupano di riabilitazione e disabilità e hanno ricevuto milioni di euro di finanziamenti pubblici. Secondo le 37 pagine dell’ordinanza firmata dal Gip Paolo Cassano, erano una cosa sola, “un unico centro di interessi ruotante intorno alla figura di Annamaria Scarinzi”. Una parte dei fondi sarebbe stata distratta con un meccanismo di fatture fittizie a imprese di fiducia. Ai domiciliari l’ex presidente “Aias” Gerardo Bilotta, un ex politico locale. Un demitiano doc.

Popolari, verso un’altra archiviazione

Potrebbe finire con una nuova richiesta di archiviazione la vicenda sul sospetto di una soffiata di Matteo Renzi che avrebbe consentito a Carlo De Benedetti di guadagnare 600 mila euro in Borsa investendo sulle banche popolari alla vigilia della riforma. Dalle nuove indagini disposte dal gip Gaspare Sturzo tre mesi fa non sarebbe emerso alcun elemento di novità rispetto a quanto acquisito dai pm che già una volta hanno chiesto di archiviare non De Benedetti o Renzi, mai indagati, ma il broker Gianluca Bolengo, unico finito sotto inchiesta.

La prima volta che la Procura di Roma chiede di archiviare Bolengo è giugno del 2016. A marzo scorso, il gip dispone nuove indagini e chiede anche una perizia sulla telefonata del 16 gennaio 2015 tra il presidente onorario di Gedi e Bolengo, quella in cui viene citato Renzi: bisognava conoscere le parti della conversazione trascritte come “incomprensibili”. I tre mesi di indagini scadono oggi, anche se la Procura ha più tempo per comunicare al gip la propria decisione. Tuttavia, secondo quanto risulta al Fatto, non ci sarebbero novità: dalla nuova perizia emergono solo parole dette a mezza bocca, che non cambiano il senso del discorso. La prima trascrizione della telefonata era, in sostanza, questa:

De Benedetti: Sono stato in Banca d’Italia l’altro giorno, hanno detto (incomprensibile) che è ancora tutto aperto.

Bolengo: Sì, ehm… però adesso stanno andando avanti… comunque non è…

DB: Faranno un provvedimento. Il governo farà un provvedimento sulle popolari per tagliare la storia del voto capitario nei prossimi mesi… una o due settimane.

B: Questo è molto buono perché c’è concentrazione nel settore. Ci sono troppe banche popolari. Sa, tutti citano il caso di Sondrio, città di 30 mila abitanti.

DB: Quindi volevo capire una cosa… (incomprensibile) salgono le popolari?

B: Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono.

DB: Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa.

Dopo questa telefonata, tramite Bolengo, la Romed, la finanziaria di De Benedetti, acquista 5 milioni di titoli di sei popolari, con una plusvalenza di 600 mila euro per l’editore.

Ma il dettaglio del decreto (di cui parla il broker) è essenziale: da mesi infatti i giornali parlavano di una riforma imminente, ma non del mezzo con cui sarebbe stata varata.

Nella prima richiesta di archiviazione (giugno 2016), i pm spiegano che De Benedetti sulle tempistiche della riforma non è preciso, mentre è Bolengo “a utilizzare in modo del tutto generico e, palesemente, senza connotazione tecnica, la parola ‘decreto’”.

E così lo scagionano dall’aver omesso a Bankitalia il possesso delle informazioni. I pm scrivono anche che De Benedetti “nei giorni immediatamente precedenti il 16 gennaio”, incontrò “sia il dg di Bankitalia Panetta, sia il presidente del Consiglio”. Renzi è stato interrogato dai pm e, come Panetta, ha riferito “che all’imminente riforma si dedicarono cenni del tutto generici e che non fu riferito di quei colloqui a De Benedetti nulla di specifico su tempi e strumento giuridico”. Anche De Benedetti ha affermato di non aver ricevuto alcuna soffiata. I pm gli hanno creduto. E ora per Bolengo si avvicina una nuova richiesta di archiviazione.

Piazza San Carlo: le accuse alla Appendino e la difesa

La Procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio della sindaca Chiara Appendino e di altri 14 indagati nell’inchiesta su quanto accadde in piazza San Carlo il 3 giugno 2017. Reati ipotizzati: disastro, lesioni e omicidio colposo.

I fatti. La sera del 3 giugno 2017 il Comune di Torino organizzò in piazza San Carlo la proiezione su maxi-schermo della finale di Champions League in cui si affrontavano una delle squadre della città, la Juventus, e il Real Madrid. A un certo punto della serata, un’ondata di panico tra la folla creò un fuggi fuggi generale che provocò oltre 1.500 feriti e la morte di una donna. Una notte che doveva essere di sport e di festa si trasformò in una trappola mortale.

Le indagini. La Procura apre un’inchiesta, coordinata dai pm Vincenzo Pacileo e Antonio Rinaudo, per accertare se vi sono responsabilità di chi ha organizzato e gestito l’evento. Tra gli iscritti nel registro degli indagati la sindaca di Torino Chiara Appendino, esponente di spicco del Movimento 5 Stelle, e altre 14 persone. Le transenne erano posizionate male. Non erano state previste vie di fuga. Era stato permesso di portare in piazza bottiglie di vetro che durante la fuga provocata dal contagio di panico, si sono infrante e sono diventate pericolosissime, causando centinaia di feriti.

Perché il panico. Un’inchiesta parallela sta verificando le responsabilità di alcune persone che sono state arrestate perché avrebbero tentato alcuni furti nella piazza durante la partita, anche con l’impiego di spray urticanti. Questo potrebbe essere stato l’innesco del panico tra la folla.

L’accusa. I pm torinesi sostengono che le responsabilità degli organizzatori e dei gestori dell’evento – compresa la sindaca Appendino – per i reati di disastro, lesioni e omicidio colposo vadano verificate da un giudice nell’udienza preliminare che deciderà chi rinviare a giudizio e chi eventualmente prosciogliere.

La difesa. Il legale della sindaca di Torino, Luigi Chiappero, sostiene che la legge prevede una separazione forte, nell’amministrazione pubblica, tra indirizzo politico (in capo al sindaco) e gestione (di cui si devono occupare le strutture organizzative). La sindaca Chiara Appendino ha dato impulso alla serata con una sua delibera, poi però le modalità organizzative sono responsabilità delle strutture che le hanno decise e realizzate.

Tempi stretti. L’accusa sostiene comunque che Appendino è responsabile di quello che è successo perché ha organizzato l’evento in tempi troppo stretti: la sua delibera è del 26 maggio, l’evento del 3 giugno, con in mezzo anche la festa del 2 giugno. Troppo pochi giorni per preparare la serata in sicurezza. Inoltre la sindaca non ha varato una delibera per impedire di portare in piazza le bottiglie di vetro.

La risposta. Secondo le difese, il tempo tra il 26 maggio e il 3 giugno era assolutamente sufficiente a organizzare l’evento. E comunque non sono stati i tempi stretti a provocare morti e feriti, bensì errori nella disposizione della piazza. Quanto al vetro, spiega l’avvocato Chiappero, non si è mai visto un sindaco fare una delibera per proibire di portare bottiglie a un evento. È una scelta organizzativa che spetta a chi gestisce la piazza.

Le memorie difensive. Cinque indagati hanno deciso, dopo aver ricevuto il 12 aprile 2018 l’avviso di conclusione indagini, di presentarsi davanti ai magistrati per un nuovo interrogatorio o di depositare memorie difensive. Sono la sindaca Appendino, l’ex questore di Torino Angelo Sanna, il dirigente dei vigili urbani Marco Sgarbi, il viceprefetto e presidente della Commissione provinciale di vigilanza Roberto Dosio e il presidente di “Turismo Torino” Maurizio Montagnese, a cui era delegata l’organizzazione della serata. Hanno presentato argomenti per contestare le accuse e chiesto di essere subito prosciolti. I pm hanno invece chiesto per tutti il rinvio a giudizio: i quindici indagati, secondo l’accusa, hanno causato, in “cooperazione colposa” tra loro, la morte di Erika Pioletti “nonché lesioni personali anche gravi e gravissime ad altre 1.526 persone”. Le ragioni della difesa saranno dunque valutate dal giudice per l’udienza preliminare, che prevedibilmente si aprirà a settembre.