Cronaca incompleta dell’ultima giornata di campagna elettorale di Matteo Salvini. Ore 10: “C’è una nave illegale, con una bandiera illegale, con un equipaggio che mi dà del fascista, (…) Malta apra uno dei suoi porti e blocchi la nave e l’equipaggio“ (Dichiarazioni ai giornalisti, prima del comizio a Siena). Ore 10 e 15: “Noi lezioni di generosità dalla Francia non le prendiamo. E quindi mi auguro che i prossimi venti barconi andranno in Francia, sicuramente li accoglieranno a caviale e champagne” (Comizio a Siena). Ore 12 e 30: “Sui vaccini garantisco l’impegno già preso in campagna elettorale di permettere a tutti i bimbi di entrare in classe. Ritengo che 10 vaccini obbligatori sono inutili e in parecchi casi dannosi e pericolosi” (intervista a Radio Studio 54). Ore 13: “Saviano come Falcone e Borsellino??? Ma per favore…..” (Twitter. Alla fine del messaggio c’è un’emoticon con la faccina che ride). Ore 15.22: “Nel giro di un anno si deciderà se esisterà ancora un’Europa unita oppure no” (Ansa, anticipazione di un’intervista a Der Spiegel) Ore 15.25: “Sui vaccini polemiche pretestuose. L’inclusione scolastica dei bimbi non vaccinati è nel contratto di governo” (nota dell’ufficio stampa della Lega). Ore 17 e 11: “L’unico mio interesse è sapere chi vive nei campi Rom (siano pure svizzeri e australiani), se pagano le tasse, se mandano i figli a scuola e quanto denaro pubblico incassano. È costituzionale?” (Comizio a Massa Carrara).
“Nessuno stop vendita Cannabis light, però serve il regolamento”
Il parere del Consiglio Superiore di Sanità sulla cannabis “light” non è vincolante e al momento non sembra essere in agenda al ministero della Salute un provvedimento per lo stop alle vendite, sulle quali però pende il parere dell’Avvocatura dello Stato e di altre amministrazioni. È il ministro della Salute Giulia Grillo a spiegarlo l’indomani della notizia del documento elaborato dagli esperti del principale organo consultivo del ministero. Il parere all’avvocatura era stato richiesto lo scorso 17 aprile dal precedente ministro Lorenzin. Nel documento il Css ricorda che “la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti dalle infiorescenze di canapa non può essere esclusa”, e che la vendita “pone motivo di preoccupazione”. La raccomandazione finale è di attivare “misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti”. Per il resto il ministro getta acqua sul fuoco: il blocco della vendita della cannabis light, è “una conclusione un pò forte, visto che si tratta di un principio di precauzione e comunque di una quantità di sostanza attiva molto bassa”. Tra le decisioni, assicura in una intervista, al momento “non c’è la chiusura dei canapa shop, casomai una loro regolamentazione”.
Bruxelles, il super vertice s’è già rimpicciolito
Va in scena un classico europeo: man mano che l’evento tanto atteso s’avvicina le grandi speranze che esso aveva catalizzato si rimpiccioliscono, in una sorta d’effetto doppler rovesciato.
A meno d’una settimana dal Vertice europeo del 28 e 29 giugno, a 48 ore dall’incontro ristretto preliminare di domani a Bruxelles, la cancelliera tedesca Angela Merkel mette le mani avanti: sull’immigrazione, nessuna soluzione comune scaturirà dal consulto fra i capi di Stato e di governo dei 28 (al massimo, intese tra singoli Paesi); e l’appuntamento di domani si ridurrà a uno scambio d’idee preparatorio. Che l’intesa sia lontana, lo si capisce da numerosi segnali coincidenti. Il primo e più significativo è la cacofonia delle posizioni espresse da diverse capitali; il secondo è il moltiplicarsi dei Paesi che annunciano la presenza a Bruxelles: dovevano essere solo quattro, i ‘grandi’, Francia, Germania, Italia e Spagna; a conti fatti, saranno almeno 16, con i tre del Benelux, Grecia e Malta, i nordici Svezia, Danimarca, Finlandia, la Bulgaria e l’Austria – presidenza uscente e subentrante del Consiglio dell’Ue -, la Slovenia e persino la Croazia “in odore di Visegrad”, dopo le ultime elezioni. Non ci saranno invece proprio i quattro del Gruppo di Visegrad: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, che bollano a priori come “inaccettabili” le proposte sul tappeto – del resto, per loro sono “inaccettabili” pure le decisioni adottate dal Consiglio europeo, come la redistribuzione dei migranti, che, infatti, non praticano –.
La Bulgaria ha pronto un piano da presentare ai partner: chiusura immediata delle frontiere esterne dell’Unione; apertura in Turchia e in Libia di hotspot dove “selezionare” i richiedenti asilo; e, dopo avere arginato il flusso, esame delle posizioni dei migranti già arrivati, accogliendo i rifugiati e respingendo gli altri. Ma i piani presentati all’ultimo momento hanno poche chances di essere approvati: le decisioni vanno maturate e digerite, prima di essere prese.
Dunque la Merkel avrà una volta di più ragione: uno scambio d’opinioni domani, nessuna decisione venerdì prossimo, ma al più intese tra Paesi in attesa che si delinei una posizione comune – sul tema, i leader possono decidere a maggioranza, non è necessaria l’unanimità –. La cancelliera prova a smorzare le tensioni nel suo governo: il ministro dell’Interno Horst Seehofer minaccia di chiudere le frontiere senza un accordo il 29 a Bruxelles. Il contesto internazionale può darle una mano: la guerra dei dazi rilanciata da Donald Trump – obiettivo, le auto – e l’uscita dalla tutela della Grecia possono offrire ai leader dell’Ue la tentazione di guardare altrove. Ma, così facendo, tradirebbero le attese e le priorità delle opinioni pubbliche.
L’Italia intanto si prepara al viaggio di Matteo Salvini in Libia. Ieri il presidente Giuseppe Conte ha chiamato il premier Fayez al Serraj per preparare la visita del leghista, e ribadire “cooperazione” e “amicizia” tra i due Paesi.
“Sequestrare una nave è impossibile”
“L’Italia non può sequestrare un nave in acque maltesi”. Il capitano Gregorio De Falco, senatore 5S, già capo della direzione marittima di Livorno, non ha dubbi.
Capitano, nessun dubbio?
Certamente no. Tanto più se la nave attraccherà in un porto di Malta, in quel caso la giurisdizione sarebbe maltese. Altro è se si trovasse in acque internazionali, la ong sarebbe soggetta all’inchiesta di bandiera di ogni nave da guerra.
Cioè?
Una nave da guerra riceve il saluto dalla mercantile che mostra la propria bandiera. Se ci sono fondati motivi per ritenere che non sia genuino il collegamento fra nave e bandiera esposta, la nave da guerra può avviare una inchiesta. Stessa cosa se l’incontro avvenisse in acque internazionali ma in zona sottoposta all’autorità maltese per il soccorso e ricerche.
Nulla a che vedere con il diritto a sequestrare la ong come afferma Salvini?
Il fermo o il dirottamento della nave in un porto possono essere misure strumentali per approfondire l’indagine. Da quanto mi risulta il numero Imo e l’Mmsi della Lifeline, quello che ogni nave possiede, riporta ai registri olandesi.
Gli olandesi smentiscono…
Può trattarsi di un errore, o che questa tipo di imbarcazione non sia da iscriversi nei registri, per dimensioni o destinazione d’uso. Da quello che mi risulta non si tratta di una nave “pirata” ma di una nave che batte bandiera olandese noleggiata da una Ong.
Chi ordina alla nave da guerra di fare queste verifiche?
Può avvenire su iniziativa del Comando di bordo.
Capitano, ma i porti si possono chiudere?
Nessuno Stato può impedire il passaggio inoffensivo di una nave straniera anche in acque territoriali a meno che il passaggio stesso non appaia come ostile. Per esserlo deve costituire una minaccia dell’ordine pubblico oppure possedere dei connotati che possano configurare violazioni delle leggi dello stato costiero.
In quel caso la minaccia erano gli immigrati…
Le persone a bordo dell’Aquarius non erano clandestini ma naufraghi, la nave li aveva raccolti dal mare. Distinguiamo tra soccorso marittimo che si sviluppa in varie fasi – e consta sia del salvataggio vero e proprio che del trasporto verso un luogo sicuro – rispetto al procedimento amministrativo, che va dal riconoscimento personale alla richiesta di asilo e l’ inizio del procedimento di immigrazione.
Non essendoci minaccia la competenza era del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, quindi?
Certo. Il ministro delle Infrastrutture può interdire zone di mare territoriali e non porti: non esiste una chiusura fisica dei porti, solo un provvedimento amministrativo emanato in particolari circostanze per specifici motivi. E non mi pare che questi esistessero.
Salvini ci fa orrore. Ma chi l’ha creato?
Quando tratta gli esseri umani come pacchi senza valore Matteo Salvini è una vergogna, ma chi ha consentito al signor Paolo Di Donato “re dei rifugiati di Benevento” le truffe sui centri di accoglienza, con i migranti trattati come bestie mentre lui girava in Ferrari? Salvini? Quando il leghista annuncia il censimento dei Rom, si ode chiaro e forte il grugnito dell’homus salvinianum, che gli “zingari” li vorrebbe cacciare tutti (e magari anche sopprimerli). Però non è stato certo Salvini a permettere alla famiglia Casamonica di impadronirsi di interi pezzi della periferia romana e di imperversare indisturbati fuori da ogni legalità. Così ricchi e potenti da farsi beffe del ministro degli Interni e del presidente della Regione Zingaretti andati l’altro giorno a sequestrare una villa del clan.
Evento – leggiamo – festeggiato dai Casamonicas nel villone accanto con uno scatenato piscina-party tra libagioni, canti e schiamazzi. Salvini specula sul dolore per lucrare nuovi consensi, ma lui al Viminale sicuramente non c’era quando negli ultimi 15 anni in 34.361 (trentaquattromilatrecentosessantuno) sono annegati nel Mediterraneo. Come da elenco pubblicato dal manifesto di giovedì, documento che pesa come un gigantesco macigno tombale sulla coscienza di noi tutti. Ma soprattutto dei tanti governanti, bravi e buoni, italiani ed europei, che per 15 anni, salvo rare eccezioni, hanno preferito girare la testa dall’altra parte. Lista che – come scrive il quotidiano di Norma Rangeri – dovremmo tutti “provare a leggere ad alta voce”. Ogni nome è una vita andata a fondo, nella stessa indifferenza di un sasso gettato in acqua. Non udiremo mai, ringraziamo Iddio, i pianti e le invocazioni di quegli uomini, di quelle donne, di quei bimbi: una sola voce sarebbe sufficiente a farci impazzire.
No, non si può più fingere che, in Italia, il pre-Salvini fosse quotidianamente ispirato alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Così come frignare giaculatorie su quanto siamo caduti in basso è intollerabile ipocrisia. In basso c’eravamo già con i Buzzi e i Carminati, piacevolmente immersi nei fondi per l’“accoglienza”.
Con i mercanti di schiavi, con le paghe da fame, con le Ferrari frutto del latrocinio. Con le istituzioni che hanno tollerato le baraccopoli perché “se vogliono vivere come bestie, cazzi loro”. Con i nomadi nullatenenti e i rubinetti d’oro in bagno. Forse che tutte le cooperative e le associazioni che lavorano per l’accoglienza sono piene di farabutti? Certo che no: nella stragrande maggioranza si tratta di persone che meritano gratitudine e sostegno.
Ed è falso che i nomadi vivano tutti di accattonaggio e di usura. Certo, la spinta a una maggiore integrazione dovrebbe venire dalle stesse comunità (soprattutto per tutelare i minori spesso sottratti alla scuola dell’obbligo). Colpirne alcuni per criminalizzarli tutti: così funziona la collaudata semplificazione salvinista. Conseguenza riprovevole, disgustosa ma inevitabile della politica vuota e declamatoria praticata dai ministri dei i governi precedenti (con l’eccezione, purtroppo breve, di Marco Minniti). Che hanno lasciato marcire e marcire e marcire i problemi. Fino al punto d’aver generato nella testa di tante brave persone un tumore dell’anima e una parola diventata urlo collettivo: basta! A che serve deplorare il cinismo di Salvini se poi gli vanno dietro dieci milioni di concittadini (e forse molti di più). Tutti fascisti e razzisti?
Qualcuno dice: è un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo. Falso, perché il capo cattivista è ben felice di sguazzare tra le folle che lo invocano come il santo patrono che riscatta i penultimi dai presunti torti subiti dagli ultimi (prima gli italiani). Il vendicatore che ricaccia in gola alla cosiddetta sinistra-chic i belati sulla pietà che l’è morta mentre (così l’immaginano) pasteggiano a champagne a Porto Rotondo. Vero, perché, in quel lavoro sporco, Salvini non è neppure il peggio che poteva capitare. In fondo, lui è uno sparafucile (con passato bamboccione) che non viene certo dalla cancelleria del Reich. Matteo II è un raccoglitore di paure che altri hanno seminato. È il sintomo della malattia, una febbre virulenta che si può ancora curare. A patto di prendere atto della devastazione creata dai non Salvini e di piantarla con i finti appelli umanitari e con l’antifascismo da parata. Che va tenuto semmai di riserva. Perché dopo i clown, quasi sempre tocca alle bestie feroci.
Malta mente, l’Ue tace La Lifeline è Aquarius 2
Soli, in mezzo al mare, tra la Libia, Malta e l’Italia. Per 224 migranti stipati sulla nave Lifeline la sorte sembra appesa a trattative tutte politiche, pretattiche e calcoli in vista del delicatissimo vertice di domani. Malta, come sempre ha fatto, nega ogni competenza – e quindi l’accoglienza dei naufraghi – per le navi delle Ong che navigano nelle sue acque. Salvo accoglierle quando devono comprare il carburante o fare lavori in porto ma senza far sbarcare migranti. L’Italia si dice pronta a sequestrare le navi e, per bocca del ministro dell’Interno, ad arrestare l’intero equipaggio, proseguendo nella politica dei porti chiusi alle Ong. L’Olanda – stato di bandiera secondo i registri ufficiali dell’Organizzazione internazionale marittima – nega l’esistenza di un vincolo legale con la nave, spiegando che il certificato esibito dalla Ong tedesca non ha nessun valore. Tace l’Unione europea, mentre la Spagna si offre di nuovo come terra di accoglienza, dopo il caso Aquarius.
Nel frattempo la Lifeline è ferma, immobile nelle acque di competenza maltese per le operazioni Sar (Ricerca e soccorso), con 224 persone stremate. Guardano il mare attorno, senza vedere neanche l’ombra di un pezzo di terra. Sanno molto bene da dove fuggono, il terrore dei centri libici, l’inferno del deserto attraversato per mesi. Incerta è ancora la meta, quel Place of safety, luogo sicuro, previsto dalle norme internazionali sui salvataggi. Difficile spiegare che Malta se ne frega e che in Italia le cose sono cambiate, mentre l’Europa si trova divisa.
Lifeline non è Sos Méditerranée, né Medici senza frontiere. È forse la più piccola delle Ong impegnate dal 2016 in poi nei salvataggi umanitari. Ragazzi di Dresda, militanti decisi a non mollare, con poca voglia di diplomazia o trattative. Fino ad oggi aveva operato pochissimo, rimanendo ferma in un porto siciliano per mesi, con difficoltà nella raccolta di fondi. Poi il Mediterraneo centrale si è di fatto svuotato di imbarcazioni di soccorso, ed hanno preso il largo. Come hanno fatto anche altre Ong – dalla Sea watch alla Open arms – si sono rifiutati di consegnare i migranti salvati alle motovedette libiche. Una decisione questa che, per il caso della Ong spagnola, aveva alla fine avuto l’avallo giudiziario del Tribunale di Ragusa: “Hanno agito in stato di necessità”, ha scritto il giudice. I migranti una volta salvati non possono essere riportati in Libia, luogo considerato non sicuro da diversi rapporti della Nazioni Unite e non firmatario della Convenzione di Ginevra sui rifugiati. La presenza di migranti nel Paese nordafricano sta diventando tra l’altro esplosiva, con più di 300 mila persone in situazione drammatica, pronti a giocarsi il tutto per tutto per partire. Un elemento di instabilità, questo, difficilmente risolvibile nel breve periodo. Salvini comunque si prepara ad andare a Tripoli.
Nel pomeriggio di ieri il ministro dei trasporti ed infrastrutture Danilo Toninelli ha attaccato duramente Malta, pubblicando una email di risposta alla richiesta italiana di farsi carico della nave, entrata nella zona Sar di La Valletta. “La disumanità di Malta è lo specchio dell’atteggiamento dell’Europa”, ha commentato Toninelli di fronte all’ennesimo rifiuto dei maltesi, per poi aggiungere: “Il centro di coordinamento dei soccorsi di La Valletta ha rifiutato qualsiasi tipo di intervento, se non il soccorso mirato a pochi casi di prima emergenza. Assurdo, dato che stiamo parlando di una nave con un carico circa cinque volte superiore le proprie effettive capacità”. La risposta della autorità maltesi è arrivata per bocca del ministro dell’Interno Michael Farrugia, subito retwittato dal premier Muscat: “Toninelli dovrebbe stare ai fatti. Il soccorso è avvenuto nell’area di ricerca e soccorso della Libia, tra la Libia e Lampedusa. L’operazione è coordinata dall’Italia. Malta non è coinvolta”. Replica arrivata dopo aver inizialmente fatto sapere di non aver ricevuto nessuna richiesta italiana. La Valletta, nelle sue comunicazioni di ieri, ha ricostruito quello che sembra essere lo schema consolidato nel Mediterraneo centrale: richiesta di soccorso presa in carico dalle autorità italiane, che subito dopo hanno affidato il coordinamento alla Guardia costiera libica. Malta spiega di non essere la prima autorità intervenuta e di trovarsi di fronte ad un evento “post-Sar (Search and rescue)”, successivo al naufragio. Una fase nella quale le autorità devono assegnare il posto sicuro per lo sbarco, il vero punto critico che sta dividendo l’Europa, con una triangolazione Malta, Spagna e Francia contrapposta all’Italia. Duro l’attacco di Salvini verso il presidente francese, definito il “signorino Macron”. Intanto la nave rimane al largo, senza il supporto – al momento – delle navi militari italiane, come era avvenuto con il caso Aquarius.
La contestazione relativa alla documentazione della nave Lifeline continua a rimanere un giallo. Salvini e Toninelli hanno confermato ieri l’accusa nei confronti della nave di essere senza una bandiera ufficiale. L’Organizzazione internazionale marittima, contattata dal Fatto quotidiano, ha confermato quanto è riportato nei database ufficiali, ovvero la nazionalità olandese per la Lifeline: “L’informazione che possiamo dare è quella dei registri sul nostro sito web, forniti dalle autorità marittime nazionali”. In ogni caso le autorità italiane hanno avviato una indagine specifica, minacciando il sequestro della nave qualora giunga in un porto italiano.
Giornalisti contro giornalisti
“Situazione kafkiana”, secondo il presidente nazionale dell’Unione cronisti italiani, Alessandro Galimberti: l’ente che custodisce le pensioni dei giornalisti dichiara guerra ai giornalisti. L’Inpgi ha infatti avviato una raffica di azioni civili per chiedere 1 milione di euro a 14 giornalisti colpevoli di aver scritto articoli critici verso l’Inpgi ai tempi del processo Sopaf. L’Inpgi (allora presieduto da Andrea Camporese, coinvolto nell’indagine e poi prosciolto nel 2017) aveva subito un danno da Sopaf, ma non si era subito costituita parte civile. Scriveva dunque nel marzo 2015 Manuela D’Alessandro, giornalista che lavora anche per Agi e Reuters, sul blog indipendente giustiziami.it: “Cari giornalisti, siete contenti che l’ente che custodisce le vostre pensioni non cerchi di rimettere in cassa quasi 8 milioni rubati agli iscritti attraverso una presunta truffa?”. Oggi, tre anni dopo, ecco la vendetta dell’Inpgi: a lei, in solido con il collega Frank Cimini, arriva una richiesta di risarcimento in sede civile per 75 mila euro. L’ente, in effetti, si costituirà parte civile solo un anno dopo, nel 2016. “È bizzarro – sottolinea Galimberti – che un ente che rappresenta tutta la categoria si rivalga contro suoi appartenenti con una richiesta di denaro: un’azione aggressiva e intimidatoria” che mette in discussione “il diritto di cronaca e di critica”.
Verifiche sui rischi denunciati dall’ex pm. Ma il nodo scorte c’è
Al Viminale si ricordano di Marco Biagi e non vogliono affatto ignorare le preoccupazioni di Antonio Ingroia. L’Ucis (Ufficio centrale interforze sicurezza personale) e le quattro prefetture interessate stanno valutando la nuova documentazione fornita dall’ex pm antimafia, un mese fa, quando ha incontrato il capo della polizia Franco Gabrielli, per dimostrare di essere ancora in pericolo. Vedremo. Anche per questo la polemica ha lasciato l’amaro in bocca a chi ha in mano i delicati dossier delle scorte, tanto più che le valutazioni di cessato pericolo sono fatte con tutti gli scrupoli come è avvenuto in passato per numerosi colleghi ed ex colleghi poliziotti e carabinieri che avevano, come Ingroia, un lungo curriculum di lotta alla mafia.
La decisione di togliere la protezione all’ex magistrato, oggi avvocato, che negli anni è già passato dal livello 2 (due macchine blindate) al 4 (solo un agente), è stata presa sì dall’Ucis, con il consenso dell’allora ministro Marco Minniti, ma in base delle indicazioni partite dalla Prefettura di Palermo che, come prevede la legge, interpellano i responsabili locali di polizia, carabinieri e Finanza che escludevano pericoli immediati. Trattandosi di un ex magistrato, nel capoluogo siciliano era stata coinvolta anche la Procura generale che però si è dichiarata incompetente perché appunto Ingroia non veste più la toga. L’ex pm lamenta di non essere stato sentito durante l’istruttoria a Palermo e a Roma ma poi ha visto Gabrielli, che conosce, e certamente si è spiegato. La scorta, come sappiamo, è stata sostituita con la cosiddetta vigilanza generica radiocollegata attorno alle abitazioni e agli uffici di Ingroia negli orari comunicati dall’interessato. Lui la ritiene insufficiente perché potrebbero colpirlo in momenti e luoghi diversi, per l’Ucis e le Prefetture è adeguata, almeno fino al termine delle verifiche in corso.
Non risultano, sul caso dell’ex pm dell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia, interventi diretti del ministro in carica, Matteo Salvini, che si è insediato il 1° giugno, ha ricevuto una lettera di Ingroia al pari del sottosegretario M5S Carlo Sibilia (datata 4 giugno), ma gli approfondimenti suggeriti da Ingroia erano già in corso. Non risulta neppure che Salvini abbia sollecitato interventi sulla scorta che protegge da dodici anni Roberto Saviano, del quale il ministro dell’Interno ha parlato giovedì facendo intendere ai media e ai suoi tifosi che intendeva privarlo dei suoi angeli custodi: “Saranno le istituzioni competenti – ha detto il leader leghista – a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani”. Le verifiche si fanno ogni tre o sei mesi, non risulta che sia cambiato nulla su Saviano, ma al Viminale c’è chi osserva che il livello 2 a questo punto potrebbe essere eccessivo.
La questione scorte esiste. Non tutte sono ritenute indispensabili, Salvini ha fatto sapere agli uffici che se ne occuperà a settembre ma c’è chi l’ha già fatto. Sotto la gestione Minniti le personalità scortate sono state ridotte da 595 a 560 (meno 5,2%) e altri tagli di dispositivi risalenti all’epoca di Angelino Alfano al Viminale sono stati fin qui “congelati”. Sotto la protezione dell’Ucis ci sono 287 magistrati, in larga parte del pubblico ministero, “ma oggi – osservano al Viminale – spesso i più a rischio sono i giudici dei fallimenti e delle separazioni oltre a quelli che pronunciano le sentenze contro i gruppi criminali più pericolosi”. Ci sono ancora “scorte scandalose”, dicono funzionari e ufficiali che se ne occupano, “personalità che cercano soprattutto un autista, magari anche perché sono protette da tanti anni e da allora non guidano l’auto, neanche fossimo Uber”.
Non solo: tra gli addetti ai lavori si sottolinea che “non tutti i personaggi sotto scorta si comportano, per dire, come il procuratore Nicola Gratteri, che non va al mare, evita i ristoranti e i luoghi affollati perché sa di essere in pericolo. C’è chi dovrebbe essere altrettanto prudente ma va allo stadio e in tanti altri posti più difficili da controllare”.
Monsignor Capella ammette le accuse di pedopornografia
Un altro scandalo travolge un uomo di Chiesa: monsignor Carlo Alberto Capella ha ammesso di fronte al Tribunale vaticano di aver detenuto e scambiato materiale pedopornografico.
Un’accusa aggravata dalla “ingente quantità” del materiale in questione: un numero compreso tra 40 e 55 file (video, foto e disegni). Tutti scambiati attraverso chat tenute con altri utenti del sito Tumblr, che il religioso avrebbe non solo richiesto e ricevuto ma anche a sua volta inviato e diffuso.
Capella ha provato a giustificarsi riconducendo il suo comportamento a una crisi personale dovuta al trasferimento da Roma a Washington – il monsignore era stato in precedenza viceparroco a Milano e poi nel servizio diplomatico della Santa Sede – e ha cercato di ridimensionare i fatti contestualizzandoli in una fase precisa della sua vita ecclesiastica: “Ho sbagliato a sottovalutare la crisi che stavo attraversando”. Oggi la seconda udienza, si va verso un processo lampo: la sentenza potrebbe arrivare già nei prossimi giorni.
La moglie di Biagi: “La morte di Marco è l’unica risposta su queste situazioni”
“Ciò che è accaduto a mio marito è la risposta”. Marina Orlandi, vedova di Marco Biagi, ha sentito le notizie: la decisione di togliere la scorta al pm antimafia Antonio Ingroia. Poi le polemiche sulla protezione al giornalista e scrittore Roberto Saviano, minacciato dalla Camorra. Signora Biagi, che cosa ne pensa? C’è un attimo di silenzio, la moglie del giuslavorista ucciso nel 2002 non è quasi mai intervenuta pubblicamente. Ma non è un silenzio vuoto.
Signora quali possono essere le conseguenze di queste decisioni? “La nostra vicenda… ciò che è accaduto a mio marito è già la risposta”. E il destino di Biagi furono le pallottole che lo uccisero mentre tornava a casa sua, a Bologna, il 19 marzo 2002. Solo, dopo che in ogni modo aveva chiesto allo Stato di essere protetto.
Impossibile in queste ore non pensare alla tragedia di Biagi. Mentre il Viminale ha deciso di togliere la scorta ad Antonio Ingroia che è stato il pm palermitano che ha avviato le indagini sulla trattativa tra Stato e mafia. Portate al processo dal magistrato Nino Di Matteo, il 20 aprile 2018 hanno condotto in primo grado alla condanna di uomini delle istituzioni e boss.
E poi le allusioni del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, alla possibilità che anche a Saviano sia tolta la scorta: “Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”. Un messaggio lanciato nei giorni in cui le polemiche tra Salvini e Saviano sono durissime.
Sì, torna in mente il caso Biagi. Le cinque lettere che il professore scrisse dopo aver ricevuto minacce: all’allora presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, a Roberto Maroni che era ministro del Lavoro, al sottosegretario Maurizio Sacconi, al prefetto di Bologna e al direttore di Confindustria Stefano Parisi. “Per ragioni che ignoro a Roma da dieci giorni è stata revocata la scorta tutela e tutte le volte che vengo nella Capitale sono molto allarmato… Il timore è che si ripeta con me un caso D’Antona”, scrisse.
Andò proprio così. Biagi era senza scorta quella sera che scese dal treno a Bologna. Salì sulla bicicletta e alle 20,07 arrivò davanti alla sua abitazione. Qui tre brigatisti gli spararono sei colpi. Fu la pentita Cinzia Banelli a raccontare: “Se Marco Biagi avesse avuto la scorta non saremmo riusciti ad ucciderlo. Per noi due persone armate costituivano già un problema. Non eravamo abituati ai veri conflitti a fuoco. Avremmo dovuto fare più attenzione, osservare possibili cambiamenti nella situazione del professore. Invece arrivò alla stazione da solo”.
Ma la solitudine dei familiari di Biagi nei confronti dello Stato non era finita. Il 30 giugno 2002 lessero sul Corriere e Il Sole 24 Ore le dichiarazioni dell’allora ministro dell’Interno: “A Bologna – disse Claudio Scajola – hanno colpito Biagi che era senza protezione, ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. E poi vi chiedo: nella trattativa di queste settimane sull’articolo 18 quante persone dovremmo proteggere? Praticamente tutte”. Ma Biagi non era una figura centrale? “Era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. Dopo pochi giorni Scajola si dimise.