Scorta, le 3 lettere di Ingroia: “Così lo Stato mi lascia solo”

Dopo 27 anni di vita sotto scorta. Dopo due settimane dalle sentenze di condanna al processo sulla trattativa Stato-mafia. Antonio Ingroia, che dell’indagine sulla trattativa è stato l’iniziatore, è lasciato senza protezione. Lo ha denunciato il magistrato Nino Di Matteo. “Ingroia è in pericolo, perché Cosa nostra non revoca le sue condanne a morte”.

A decidere la soppressione della scorta all’ex magistrato, oggi avvocato difensore di collaboratori di giustizia, è stato agli inizi di maggio l’Ucis, l’ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, d’intesa con le prefetture di Roma e di Palermo. Ingroia ha reagito in silenzio, cercando di spiegare le sue preoccupazioni con alcune lettere inviate al ministero dell’Interno.

La prima lettera, del 16 maggio 2018, è per il ministro Marco Minniti e il capo della Polizia Franco Gabrielli. “Lo scrivente, pur nel rispetto delle competenze e della responsabilità degli Organi preposti alla verifica e alla valutazione della sussistenza dei presupposti per il mantenimento o la revoca del sistema di protezione già disposto, non può nascondere di essere rimasto sorpreso”. Ingroia ricorda che “nel 2009, Domenico Raccuglia, il boss allora latitante, vicino a Matteo Messina Denaro”, venne arrestato “nei pressi della mia casa di campagna, a Calatafimi, mentre stava preparando un attentato nei miei confronti”.

Più recentemente, “appena cinque anni fa, il collaboratore di giustizia Marco Marino ha riferito al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo di Reggio Calabria che Cosa nostra e la ’Ndrangheta nel 2011 stavano preparando un attentato per uccidermi in relazione alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, facendomi saltare in aria con venti chili di esplosivo”.

Non solo le indagini del passato come magistrato, ma anche l’attività presente come avvocato mettono a rischio Ingroia. Per esempio, la difesa “del collaboratore di giustizia Armando Palmeri” nel processo di Reggio Calabria sulla ’Ndrangheta stragista.

La seconda lettera, del 4 giugno, è mandata al nuovo ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “Il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico ha riferito di specifici e concreti progetti omicidiari concepiti nei confronti dello scrivente e del pm Di Matteo, temporaneamente accantonati solo in quanto all’epoca di difficile realizzazione”.

Ecco che cosa dichiarava D’Amico nel 2015: “I servizi segreti volevano morto prima il dottore Ingroia, poi non ci sono riusciti. Questo lo hanno trattato i servizi segreti, hanno mandato l’ambasciata a Provenzano, non ci sono riusciti. Perché Provenzano non voleva più le bombe e quindi il dottore Di Matteo o prima il dottore Ingroia dovevano essere uccisi tramite, tanto per dire, agguati, solo con un agguato, non con le bombe. E quindi aspettavano questo, praticamente questo, da un momento all’altro”.

Quanto a Totò Riina, continua Ingroia, “faccio riferimento all’intercettazione ambientale registrata il 26 agosto 2013 nel carcere di Milano-Opera. Riina, parlando con un altro detenuto, definiva la mia persona il Re dei cornuti, espressione gergale di ostilità, molto diffusa nel mondo criminale, con la quale si manifestava il disprezzo e l’odio del Capo dei capi nei miei confronti”.

La terza lettera, del 21 giugno, è ancora per il ministro Salvini e per il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia (del Movimento 5 Stelle). Chiede “una rivalutazione aggiornata della situazione di pericolo cui lo scrivente ritiene di essere attualmente ancora esposto”. La “improvvisa e totale rimozione di ogni dispositivo di protezione potrebbe essere interpretato dalle organizzazioni mafiose e in particolare dai boss che ho più perseguito in questi anni – da Matteo Messina Denaro ai fratelli Graviano agli stessi corleonesi facenti capo a Leoluca Bagarella, nonché ai capi della ’Ndrangheta – un segnale di abbandono e di isolamento da parte dello Stato nei confronti di chi per almeno 25 anni è stato percepito, a torto o a ragione, come un simbolo della lotta alla mafia, quale uomo delle Istituzioni e servitore dello Stato”.

“Paradossale e grottesca”, conclude Ingroia, la nuova misura di protezione decisa il 20 giugno: un “controllo dinamico a orari convenuti che consiste nell’assistenza, da parte dell’equipaggio di una volante della polizia, in occasione della mia uscita e rientro da casa, misura intuitivamente del tutto inutile”.

Il Coniglio Inferiore

Per non dimenticare in che mani eravamo, basta un’occhiata ai due ultimi avamposti del defunto renzismo: la Rai e il Csm. Alla Rai, tutta renzizzata per quattro anni, stanno diventando tutti leghisti: se davvero, come sembra, Salvini vuole cacciare i renziani, deve sbrigarsi, perché rischia di non trovarne più nemmeno uno. Quanto al Csm, è in scadenza: il 9 luglio i 9 mila magistrati italiani eleggeranno i nuovi membri laici, poi il Parlamento eleggerà quelli togati e il nuovo Plenum si insedierà a settembre. Però il Consiglio morente ha ricevuto a suo tempo un preciso mandato: fucilare il pm napoletano Henry John Woodcock, reo di avere scoperchiato lo scandalo numero 1 dell’ultima legislatura (le manovre su Consip per truccare il più grande appalto d’Europa, roba da 2,7 miliardi, e le fughe di notizie politico-istituzionali per rovinare l’indagine e salvare dai guai amici e parenti di Renzi). Per mesi Woodcock è stato ricoperto di sterco, con accuse penali (poi archiviate), azioni disciplinari e pratiche per trasferirlo d’ufficio e di funzione (in gran parte sfumate) e vergognose campagne di stampa. Alla fine la montagna ha partorito il topolino: un processetto disciplinare con due accuse-burla: non aver indagato Filippo Vannoni, amico e consigliere di Renzi nonché presidente di Publiacqua, per sentirlo come teste e minacciarlo d’arresto per falsa testimonianza; aver parlato al telefono con la giornalista Liana Milella, che poi pubblicò il colloquio (tra l’altro ammettendo di non essere stata autorizzata a farlo), su questioni estranee all’oggetto dell’inchiesta (ormai passata a Roma), cioè sui famosi errori di trascrizione del capitano del Noe Gianpaolo Scafarto.

Due barzellette che non porterebbero al Csm nessun pm d’Italia, salvo che si chiami Woodcock o Di Matteo o Robledo. Siccome però il mandato è chiaro – colpire Woodcock per educarne 9 mila – il Csm prosegue a spron battuto, con mosse che, se non fossero inquietanti, sarebbero ridicole. Tipo ascoltare Vannoni sulla sua audizione a Napoli di fine 2016, quando accusò Lotti di averlo avvertito delle indagini Consip, che lui comunicò all’allora Ad Luigi Marroni, che a sua volta fece rimuovere le cimici del Noe dagli uffici. Poi Vannoni fu indagato per favoreggiamento a Roma e, risentito dai pm capitolini, ritrattò le accuse a Lotti, sostenendo che il cattivo Woodcock l’aveva intimidito facendogli dire ciò che non voleva. Il suo racconto è così comico che non meriterebbe commenti: Vannoni, travestito da anarchico Pinelli, racconta di aver dovuto attendere mezz’ora al freddo in anticamera.

E poi di aver subìto ogni sorta di pressioni in una stanza caldissima (l’effetto freddo-caldo è letale), dove Woodcock gli fumava in faccia una sigaretta dietro l’altra, gli indicava Poggioreale fuori dalla finestra promettendogli una vacanza in cella, gli mostrava dei “fili elettrici” sotto la porta per fargli capire che era intercettato e, in coro con Scafarto e altri carabinieri, gli ripeteva “confessa confessa!”, “Renzi Renzi!”, “Lotti Lotti!”. Finché lui, poverino, crollò e scappò via senza leggere il verbale che aveva firmato. E corse a Roma ad avvertire Lotti di averlo accusato falsamente, ma senza fargli parola delle violenze subìte. Ora, altri testimoni hanno raccontato che quel giorno Vannoni giunse in ritardo all’appuntamento col pm, dunque niente anticamera al freddo; Woodcock non ha mai fumato sigarette (fumava il sigaro, ma da anni ha smesso); a Poggioreale – purtroppo– i falsi testimoni non possono più finirci dal 1995, quando fu abolita la legge Falcone sull’arresto in flagranza di chi mente ai giudici sotto giuramento; che Lotti sia una delle talpe della fuga di notizie su Consip non lo dice solo Vannoni, ma pure Marroni, mai indagato e sempre ritenuto credibile dai pm di Napoli e Roma (infatti è stato subito cacciato da Consip dal governo Pd, mentre l’indagato Vannoni resta a piè fermo a Publiacqua). Del resto, se Vannoni non ebbe notizie riservate da Lotti, ma le spifferò – come conferma nella ritrattazione – a Marroni, chi gliele aveva raccontate? Il suo mignolo? L’uccellino? Lo Spirito Santo? Mistero buffo. Infatti i pm di Roma credono alla sua prima versione, non certo alla ritrattazione, avvenuta quando era già indagato, dunque poteva mentire. Il Csm invece, per giudicare un pm non indagato, anzi totalmente scagionato, chi sente? Un indagato che non solo può mentire, ma ha sicuramente mentito: o nell’audizione a Napoli o nella ritrattazione a Roma. E lo mette a confronto con Scafarto, appena uscito vincitore dalla Cassazione, che l’ha reintegrato nell’Arma e ha demolito le accuse dei pm romani: niente falsi in atto pubblico, solo errori in buona fede.

Insomma, il presunto complotto di Consip, sventolato per mesi da Renzi per comprensibili motivi famigliari e rilanciato dalla stampa serva, è miseramente evaporato. Ma gli unici che continuano a crederci sono un bel pezzo di Csm, giornali clandestini come Il Dubbio e ovviamente Renzi. Che ora, sul suo sito, rilancia il pezzo del Dubbio “Consip è stato un complotto” come oro colato, dando per buone tutte le baggianate già smontate dai pm di Roma e dalla Cassazione. E chiede che le audizioni di testimoni siano videoregistrate. Noi, una volta tanto, siamo d’accordo con lui. Avremmo visto volentieri il video della sua audizione (come teste, mica come indagato: ci mancherebbe) dinanzi ai pm di Roma a proposito della sua soffiata a De Benedetti sul decreto banche, che fece guadagnare all’Ingegnere 600 mila euro in Borsa. Purtroppo la riforma Renzi, sfortunatamente venutagli in mente ora che non è più premier, non era in vigore. Però ci accontentiamo del verbale: ce ne procura gentilmente una copia?

Le antiche divinità egizie sono drogate, depresse e vivono in grigie periferie

È molto difficile spiegare a chi non l’ha già letto perché Anubi di Marco Taddei e Simone Angelini è diventato un caso editoriale, successo di passaparola per le edizioni GRRRz e ora celebrato come graphic novel fondamentale da una nuova edizione per Coconino Press, che manda in libreria anche il sequel, Horus. La trama è un grande classico: divinità senza ormai più fedeli, in questo caso Anubi e Horus dell’Egitto dei faraoni, che consumano un’eternità di irrilevanza tra gli umani che un tempo li veneravano. Ci sono migliaia di pagine di comics americani che rispondono a questa sinossi. Ma Taddei e Angelini hanno immaginato qualcosa di diverso, un mondo che ricorda le periferie di Gipi, ma senza quell’anarchica irriverenza toscana dell’autore di Unastoria. Qui la periferia è non-luogo, spazi bianchi, squadrati, bar anonimi, personaggi senza storia, la droga è un approdo quasi obbligato, per fuggire da una quotidianità che, quella sì, non lascia scampo. E così resta sempre il sospetto se questo Anubi o questo Horus, che si fa di eroina nelle prime pagine del sequel per riconnettersi con il suo mondo ancestrale, non sono altro che proiezioni distorte di qualche ragazzo che ha esagerato con siringhe e pasticche. Ci sono scene che potrebbero essere umoristiche, anche per il tratto, ma non si ride mai. E quello che rimane, al netto delle bevute con un immortale William Burroughs e un tossico che cerca di salvarsi lavorando alla cassa di un supermercato, è un senso di angoscia e di solitudine che si condensa nella scena di Anubi (ha la testa nera da cane e occhi a stella) che mangia da solo in cucina mentre i genitori guardano la tv. Quando finisce si danno il cambio.

 

 

Cercare un lavoro può essere un’attività divertente

Zerocalcare macerie prime sei mesi dopo è un fumetto, scritto appunto da Zerocalcare. Il racconto è il seguito di Zerocalcare macerie prime, che va letto prima di questo libro. La storia inizia con il protagonista, Zerocalcare, che va a pranzo con i suoi amici da cinghiale, suo grande compagno, a cui oltretutto è nato un figlio. La storia a volte è interrotta da pagine che raccontano di un ragazzino immaginario. Diciamo che il libro narra di come i giovani oggi non hanno un lavoro, e cercano costantemente un modo di trovare qualche soldo. Infatti nel libro Zerocalcare e i suoi amici stanno lavorando a un bando per fare dei progetti nelle scuole. Questo libro mi è stato regalato al compleanno, e lo devo ammettere, all’inizio ero un po’ scettico, pensavo che fosse un fumetto da grandi, e anche un po’ noioso. Poi invece mi è piaciuto davvero molto, perché ha molte scene divertenti. Ma la cosa che mi ha affascinato di più sono i dialoghi tra Zerocalcare e i suoi amici. Poi nel libro non c’è solo il protagonista, ci sono tutti i suoi amici e la sua coscienza, raffigurata come un armadillo. I miei personaggi preferiti, inoltre, sono: Secco, grande amico del protagonista, ultras nato e fissato con le bombe carta, e l’Armadillo, la coscienza di Zerocalcare, che ogni volta che parla fa morire dalle risate. Subito dopo aver finito il primo libro ho comprato il secondo e ho deciso di farci una recensione.

 

Quando il giallo diventa letteratura: le indagini di Balzic in Pennsylvania

Come scrivere dialoghi perfetti. Per la serie: “Devi sapere quando apparire debole, Petrolac. E devi sapere come. Devi esercitarti – ehi, non sto scherzando – devi prendere un grosso specchio a figura intera ed esercitarti a sembrare cattivo e ancora di più a sembrare un maledetto chierichetto storpio”. Petrolac è un poliziotto di Rocksburg, Pennsylvania, e a parlargli è il suo capo Mario Balzic, di sangue italiano e serbo. Un investigatore dal metodo memorabile, che fonde vita e letteratura. Ché a inventarlo è K.C. Constantine, per anni il misterioso pseudonimo dell’americano Carl Kosak, grandissimo maestro di scrittura. Leggerlo è una lezione, non solo un piacere: tutto al posto giusto, non un aggettivo di più, figuriamoci gli avverbi.

Nelle serie di Balzic, Il mistero dell’orto di Rocksburg (traduzione di Nicola Manuppelli) apre gli Ottanta che hanno preparato la crisi della globalizzazione di oggi. Ah, quante cose ci sono dentro questo romanzo, dalle violenze domestiche all’immigrazione (stavolta noi italiani). Col suo metodo emotivo, il capo della polizia tenta di aiutare Frances Romanelli, conosciuta quando era una bimba e poi non incontrata più.

Il marito Jimmy, un autentico “coglione”, cioè uno che vuole sempre avere ragione, ha perso il lavoro in miniera e scompare di continuo. E tra i dialoghi tra il poliziotto e la donna ce n’è uno da sottolineare a matita, come quando Frances descrive la distanza tra lei e il padre, siciliano e sindacalista duro delle miniere: “Beh, questo è mio padre. È alto solo un metro e sessanta o qualcosa del genere, ma mi ha sempre ricordato i soffitti alti di una grande chiesa”.

 

Così l’Europa impressionò gli Stati Uniti

Proprio come il brillante avvocato e rampollo newyorchese Newland Archer de L’età dell’innocenza di Edith Wharton, sono molti i ricchi negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento, figli della Gilded Age (l’età dorata). Le giovani ereditiere soprattutto, ma anche i facoltosi giovanotti, partono per l’Europa in cerca di squattrinati nobili da sposare (e mantenere) per fregiarsi del titolo di baronessa, contessa, ranghi inesistenti in America che non conosce la nobiltà di lignaggio.

L’Europa è però anche il luogo in cui scoprono l’arte moderna: i palazzi della nobiltà inglese e francese dove venivano ricevuti pullulano di mercanti d’arte parigini (i migliori, all’epoca, basti pensare a Paul Durand-Ruel) e di artisti da lanciare alla ribalta. Racconta oggi questo fenomeno culturale la mostra Impressionismo e Avanguardie. Capolavori dal Philadelphia Museum of Art al Palazzo Reale di Milano fino al 2 settembre (a cura di Jennifer Thompson e Matthew Affron, conservatori del museo americano), che ospita ben 50, alcune per la prima volta in Italia, delle 250 mila opere dal patrimonio stabile del PMoA. Perché anche dall’antica Philadelphia, che tra XIX e XX secolo è in espansione, i ricchi industriali dei crescenti settori tessile, ferroviario e metallurgico partono per l’Europa. Come Alexander Cassat (fratello della pittrice Mary), il pioniere. Grazie alla sua collezione privata l’America scopre l’Impressionismo e le Avanguardie artistiche che guizzano in Europa, vi figurano: Degas (di cui oggi in mostra La classe di danza, 1880), Monet (Il sentiero riparato, 1873 e Il ponte giapponese, 1874), Manet (Ritratto di Isabelle Lemonnier, 1877 e Marina in Olanda, 1872).

I ricchi americani salvano anche gli artisti dall’indigenza: come Louise e Walter Arenberg che fanno la fortuna di Paul Klee – a Milano oggi Carnevale al villaggio (1926) – e dello scultore rumeno Constantin Brâncusi di cui possiamo apprezzare esposta l’affabulante scultura Il bacio (1916); Brâncusi che, dalla Romania, giunge a Parigi poverissimo nel 1904 addirittura a piedi.

Ma oltre a testimoniare lo scambio culturale tra continenti, ciascuna opera svela pure la passione di chi l’acquista: L’atleta di Rodin (1904) raffigura la schiena muscolosa e il volto meditabondo di Samuel White (ricco industriale) che insieme alla moglie Vera, regala al PMoA un’importante collezione di cui oggi ammiriamo: Cesta di pesci (1910) e Natura morta (1936) di Braque e Quartier du FouràAuvers-sur-Oise (1874) di Cézanne.

Impressionismo e Avanguardie – Fino al 2 settembre Palazzo Reale, Milano

Storie di eremiti che salvano il mondo

Esiste, trasversale alle epoche, una comunità segreta di individui legati da una specie di vocazione all’assenza, o al silenzio, o all’esilio (magari in casa propria), all’eremitaggio. Individui che possono appartenere indifferentemente ai mondi del genio o della demenza, ma tutti accomunati, ancora, da un desiderio di diserzione agli obblighi del mondo e da un profondo disagio dell’averci a che fare. Dei geni, scrive da tempo Vittorio Giacopini, uno dei più profondi, capziosi e interessanti scrittori italiani, che in questo suo ultimo libro, Il manuale dell’eremita, appena pubblicato da edizioni dell’asino, ritrae come in uno Spoon river straniante e malinconico alcuni sconfitti che gli sono rimasti incastrati in testa: dall’artigiano dei “sogni artificiali” Georges Méliès, finito dalla gloria del cinema, che d’un tratto non volle più saperne della sua magia astrusa, a vendere dolciumi e giocattoli per strada, a Ludwig Wittgenstein, “schizofrenico stilita”, uno che “ha passato tutta la vita a sabotarsi”, al James Joyce pre-Ulisse, fotografato nel 1906 nella desolazione scarna di una Roma che lo disgusta (è “la più vecchia stupida puttana di città che abbia mai incontrato”), impegnato a scrivere solo elenchi.

Giacopini è un patito della sparizione. Il genio Bobby Fischer era lo scomparso ne Il re in fuga; nell’Arte dell’inganno, era B.Traven, il misterioso autore de Il tesoro della Sierra madre, un non-individuo che sparisce in Messico nascondendo la sua “vera” identità, forse quella di Ret Marut, agitatore anarchico nella Repubblica Bavarese dei Consigli del 1919.

Sono tutti, quelli che Giacopini ritrae con penna inattuale e mai “alla moda”, personaggi dediti alla diserzione come il Bartleby di Melville, che nel suo “preferire di no” ostinato, calmo, privo di passione, racchiude la sua attitudine all’impartecipazione; individui “neutri” rispetto al mondo, simili alle nature morte di Morandi o ai personaggi di Alberto Savinio (“L’impartecipazione modifica il loro corpo, spiana i loro tratti, li neutralizza. I loro occhi sono come velati da una membrana. La faccia contenuta dentro una ineffabile guaina”). E a Morandi Giacopini dedica il ritratto più bello, scritto in sottrazione, con una prosa simile a un vetro; una scrittura-patina simile a quella che avvolge gli oggetti che il pittore, recluso nella sua casa di via Fondazza con madre e sorelle, dipinge incessantemente: “Bottiglie, ciotole, barattoli di latta, qualche rara conchiglia, vasi panciuti o vasi col collo storto, una sfera rugosa, una lampada a petrolio, la compostiera”. Un microcosmo che “si ripete sempre, ottusamente, in un gioco infinito di variazioni, lievi slittamenti di spazio”, nella claustrofilia morbosa.

“Dipingo perché ho paura delle parole”, diceva Morandi, e Giacopini non gli crede (“troppo facile”). La storia dell’arte e della letteratura sono piene di questi mattoidi solitari che si abbrutiscono, rinunciano a vivere, vagano inselvatichiti dalla loro fissazione. E pure hanno donato al mondo ciò che di più prezioso (non) possiede. E mai come leggendo Giacopini, appassionato di geni in lotta coi demoni, appare chiaro il precetto di Leonardo Da Vinci: “Selvatico è colui che si salva”.

 

Andrée Ruth Shammah: “Essere se stessi è difficile, oggi ci si muove in mandrie”

Lunedì Andrée Ruth Shammah compirà 70 anni, di cui 50 di teatro, di cui quasi tutti al Salone di via Pier Lombardo a Milano, da lei fondato nel 1972 insieme con Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella e Gian Maurizio Fercioni.

C’è di che far festa, anche perché il Parenti “vive un momento di grazia, non solo sul palco ma nel rapporto col pubblico. Benché nessun politico ne parli mai, il teatro resta una nicchia di qualità. A teatro non si fa solo teatro: si fanno dibattiti, si presentano libri, si discute di musica”. Voi avete anche i Bagni Misteriosi… “Stiamo cercando in tutti i modi di fare ‘tuffo e spettacolo’, ma ancora non siamo riusciti a mischiare il pubblico”.

Pur non sentendosi – “per niente” – la donna più influente del teatro italiano, Shammah è una delle pochissime a ricoprire ruoli dirigenziali, su e giù dal palco. Esiste disparità di genere tra teatranti? “Io non so più nemmeno se sono una donna, non so più cosa significhi. Una volta dicevo che una regista, una direttrice, ha senso dell’accoglienza, sa tenere la gente insieme, tratta il teatro come una casa. Lo penso ancora, però mi sembra un discorso vuoto. Io ho fatto molta fatica: se fossi stata un uomo ne avrei fatta meno? Non lo so. Forse è la libertà che si paga, più che il sesso: una persona che vuole essere se stessa, senza soggiacere a schieramenti o identificazioni, fa fatica perché oggi ci si muove a mandrie: si è tutti di qua o di là; tutti contro o pro qualcuno”.

Le stagioni teatrali sono sempre più lunghe: la creatività sta traslocando dai festival alla città? “Il Parenti è stato il primo a proporre una rassegna estiva dentro il teatro. Ora lo stanno facendo in tanti perché gli enti pubblici non organizzano più nulla… Poi, la differenza tra ricerca e classici non regge: anche il teatro pubblico ora fa ricerca. Forse oggi è più originale mettere in scena Cechov come l’ha scritto Cechov”.

 

 

Ben tre nuove interpretazioni per la regina Meryl Streep

Prima di promuovere l’uscita dei molto attesi Mamma Mia! Here We Go Again e Mary Poppins Returns, Meryl Streep reciterà in estate con Gary Oldman e Antonio Banderas in The Laundromat, un nuovo film di Steven Soderbergh incentrato sul cosiddetto scandalo Panama Papers. Scott Z. Burns ha scritto un copione tratto da Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite di Jake Bernstein dove si racconta la scoperta avvenuta nel 2015, grazie a un informatore anonimo, di un fascicolo riservato digitalizzato composto da oltre 11 milioni di documenti confidenziali. Al loro interno le esplosive rivelazioni delle attività illecite di uno studio legale panamense e di un sistema globale di conti offshore, lavaggio di denaro sporco e altre attività criminali riconducibili a facoltosi correntisti di tutto il mondo.

Il romanzo premio Pulitzer di Donna Tartt Il cardellino è diventato un film diretto da John Crowley (autore tre anni fa del notevole Brooklyn) e interpretato da Ansel Elgort, il giovane protagonista di Baby Driver–Il Genio della Fuga, oltre che da Sarah Paulson, Nicole Kidman, Finn Wolfhard e Jeffrey Wright. Il tredicenne Theo, sopravvissuto a un attentato al Metropolitan Museum di New York, in cui ha perso la vita sua madre, viene accolto in una ricca famiglia di un compagno di scuola in un attico di Park Avenue. Troverà consolazione ai suoi tormenti solo in un piccolo quadro che lo affascina e che lo avvolgerà col tempo in un vortice di eventi tra salotti eleganti, amori e criminalità, prigioniero di un’incontrollabile pulsione autodistruttiva.

Brian De Palma sta scrivendo un horror che dirigerà tra un anno, affrontando il tema delle molestie a Hollywood e ambientandolo durante il Toronto Film Festival.

 

È arrivata l’estate o è solo un sogno?

È arrivata l’estate, e i teatranti sono sul pezzo, ovunque rifilandoci il Sogno di una notte di mezza estate. Da Torino a Roma, da Firenze a Milano, sono almeno cinque gli allestimenti in corso: l’ultimo sarà quello di Riccardo Cavallo al Globe; il primo è stato quello di Filippo Renda alla Sala Fontana; in mezzo ci stanno le versioni di Elena Serra, sul prato all’inglese steso dentro al Carignano, e di Serdar Bilis al Goldoni, con gli attori della Scuola Oltrarno.

La messinscena giocoforza più originale si è appena vista, però, al Piccolo, affollato di adulti non accompagnati (da minori) e di bambini calamitati da pupazzi e corde, motivetti classici e fondali cartonati, neanche fossero magici schermi del pc: tutti zitti, ché sul palco recitano sessanta marionette della Compagnia Carlo Colla e Figli.

Il Sogno è il terzo titolo shakespeariano dei Colla, dopo La tempesta (1985) e Macbeth (2007), realizzato a partire dagli ultimi appunti di Eugenio Monti Colla, morto a novembre, e diretto da Franco Citterio e Giovanni Schiavolin, con le musiche di Danilo Lorenzini.

Consapevole del proprio magnetismo, l’ensemble può permettersi di correre via sulla trama – talvolta difficile da seguire per chi non la conosce –, condensando la pièce in un’ora e mezza: sospese tra sonno e veglia, bosco e città, sogno e realtà stanno quattro coppie di spasimanti, mal assortite o litigiosissime. C’è Elena, ad esempio, che ama Demetrio, il quale ama Ermia, la quale ama Lisandro, ma è osteggiata dal padre, e perciò fugge da Atene portandosi dietro tutti.

Nella foresta, regno di Titania e Oberon, gli intrecci amorosi si fanno e disfanno sotto l’effetto di fattucchierie e pozioni, burle e vendette, incantesimi e “incantamenti” sin improbabili, che spingono l’avvenente regina delle fate tra le braccia di un puzzolente uomo-asino.

Se al cuore della commedia sta l’amore – la cui essenza è di “essere sempre impedito” –, alla testa sta il teatro, ovvero il gioco metateatrale tanto caro a Shakespeare, la recita nella recita che una raffazzonata compagnia di artigiani vuole allestire durante le nozze di Ippolita e Teseo: qui – straordinari – gli attori non possono non essere a loro volta marionettisti, imbastendo sul palco il palco del loro minuscolo teatrino. Il gioco viene portato alle estreme conseguenze in un finale esplosivo che ha per protagonisti il buffone Puck e tutta la schiera degli 11 marionettisti: quelli veri, in carne e ossa.

In attesa di conoscere riprese e tournée dello spettacolo, in autunno dovrebbe finalmente aprire il Museo delle Marionette negli spazi milanesi dell’ex Ansaldo: lì i Colla trasferiranno il laboratorio, visibile al pubblico, e la loro preziosa collezione di oltre 35mila pezzi.

 

Le recite dei Colla sono finite ieri, ma gli altri allestimenti continuano: alla Sala Fontana di Milano fino al 24 giugno; al Goldoni di Firenze fino al 28 giugno; al Carignano di Torino dal 26 giugno al 22 luglio; al Globe di Roma dall’8 al 26 agosto –Sogno di una notte di mezza estate William Shakespeare