Affidatevi tutti: l’amore può diventare violenza

Non si vince per caso un Leone d’Argento alla regia e un Leone del Futuro, per di più attribuiti da due distinte giurie. È riuscito a Jusqu’à la garde, opera prima del francese classe 1979 Xavier Legrand, l’anno scorso alla 74esima Mostra di Venezia. Titolo italiano L’affido, inquadra Miriam (Léa Drucker, brava) e Antoine Besson (Denis Ménochet, perfetto): divorziati, lottano per la custodia del figlio minorenne Julien (Thomas Gioria). La donna vorrebbe proteggerlo da un padre – sostiene – violento, ma il giudice si pronuncia per l’affido congiunto: la parabola familiare diverrà criminale, e a farne le spese sarà per primo il bambino.

Con una materia così ultrasensibile, brutale e lancinante tra le mani si può solo filmare all’opposto: piano, calmo, misurato, il racconto raffredda la storia, aguzza la vista, elude il melenso, sicché il manicheismo non trova campo, il pathos additivi, le scene madri residenza. È difficile girare così, ancor più all’esordio: Legrand controlla mezzi e temi con la perizia dell’autore consumato, e allarga il compasso tra la rappresentazione della violenza, inesorabile, e la violenza della rappresentazione, compassata. È un movimento davvero sinfonico, sotteso dalla bravura degli interpreti, dall’ambiguità ostinata del plot e, sopra tutto, dal procedere per sottrazione della drammaturgia: tra ardite ellissi, coraggiose omissioni, non detti e non uditi, lo spettatore sa di non sapere, e prima la mancata onniscienza, poi la progressione della suspense incollano alla poltroncina, senza rimedio.

Ma Antoine è davvero un mostro? Non ha forse Miriam qualche colpa? E Julien è la vittima predestinata? Interrogativi affidati a un’opera in odore di perfezione, cadenzata dal metronomo dell’umano, calmierata da un’idea di cinema che non ha bisogno di esibire ed esibirsi per provarsi necessaria, urgente. Anche sceneggiatore in solitaria, Legrand ci sbatte in faccia con stile un vulnus strappato alla cronaca, a quel che leggiamo e vediamo, purtroppo, ogni giorno: l’avvio in medias res dà per intesa questa agenda familiare, questa enciclopedia femminicida e va oltre, avocando al cinema l’indagine emotiva del fenomeno.

Oltre le semplificazioni e le iperboli mediatiche, ci sentiamo minacciati come Miriam, braccati come Julien, perché L’affido lavora sottotraccia ma con pugna a debilitare il nostro scetticismo, a sospendere la nostra incredulità sine die: sì, questa violenza accade, ha nome e cognome, il violento ha condiviso l’amore, ancora condivide il sangue, ed è escalation efferata, ineluttabile, irrazionale.

Non è solo un dramma sociale, ma un affondo psicologico, Jusqu’à la garde, e trascurarlo, fraintenderlo, ridurlo a compitino sarebbe disdicevole: i festival possono tenere fede alla propria missione, l’estate al cinema può riservare valenti sorprese, dunque, fidatevi, anzi, affidatevi.

@fpontiggia1

“Con #MeToo è finito il dominio del maschio”

Il riscatto della memoria, il bisogno di voltarsi indietro e ripercorrere le proprie orme, fare i conti con gli inevitabili rimpianti e la necessità di scrivere come atto di celebrazione della vita. Per lungo tempo i lettori italiani hanno colpevolmente ignorato la prosa di Annie Ernaux; un oblio da cui è stata salvata grazie all’opera de L’Orma editore che ha ritradotto i suoi libri, riproponendoli in un mercato editoriale stanco e affollato.

Una scommessa ardita e vinta, grazie alla comunità online, “Billy il vizio di leggere” – guidata da Angelo Di Liberto e Carlo Cacciatore – che ha posizionato Il Posto in classifica nazionale. Da allora, libro dopo libro (Gli anni, L’altra figlia, Memoria di ragazza, Una donna) Ernaux è stata celebrata e oggi a Lignano Sabbiadoro riceverà il Premio Hemingway per la Letteratura nel corso della trentaquattresima edizione dedicata al poeta Pierluigi Cappello, membro della giuria scomparso lo scorso autunno.

Dal #MeToo ai rimpianti, “dalla dominazione maschile culturalmente accettata” alla questione Nobel, l’autrice francese, nata a Lillebonne il 1° settembre del 1940, non si tira indietro, non volta lo sguardo, non si rifugia dietro formule vane e diplomatiche. In questo tempo offuscato da fake news e trending topic corriamo il rischio di perdere di vista l’essenziale, abbiamo bisogno di voci capaci di leggere il nostro tempo. Annie Ernaux è una di queste.

Madame Ernaux, oggi viviamo in una società misogina?

Viviamo in una società che per secoli è stata segnata dalla dominazione maschile. Preferisco usare questa parola, piuttosto che misoginia, perché l’amore per le donne non è mai libero da forme di dominio, come dimostra Don Giovanni!

Negli ultimi mesi, il #metoo è stato al centro dei media. Cosa ne pensa?

Nel corso del Ventesimo secolo le donne occidentali hanno preso coscienza dell’ineguaglianza della loro condizione e hanno ottenuto la libertà di contraccezione e di aborto. È stata una rivoluzione per l’umanità: improvvisamente era possibile avere una vita sessuale libera, come quella degli uomini. Gli uomini hanno spesso considerato legittimo molestare o forzare una ‘cagna’ perché lei indossa una gonna corta o magari, ha accettato di bere qualcosa a casa. Per quaranta, cinquanta anni, le donne hanno continuato a tacere, provando vergogna nei confronti delle proprie madri, pur conducendo una vita completamente diversa da loro. Ecco, il movimento #metoo è questo: il rifiuto, chiaro e inequivocabile della dominazione sessuale maschile sino a oggi implicitamente accettata dalla società. Credo che oggi la concezione stessa della virilità sia al centro del dibattito.

Restando sull’attualità, il dibattito sui migranti ha diviso l’opinione pubblica. Pensa che il presidente Macron abbia fatto bene ad attaccare l’Italia?

Il trattamento dei migranti da parte dell’Europa è uno scandalo e nel caso dell’Aquarius ha compiuto un grande passo verso la disumanità. Non ho alcuna simpatia, a dir poco, per il nuovo governo italiano, ma il suo rifiuto di ospitare oltre seicento rifugiati ha messo sotto scacco il resto dell’Europa. Siamo onesti, l’Europa ha lasciato l’Italia e la Grecia da sole a gestire l’intero afflusso di migranti. Macron ha perso l’occasione per stare zitto, il suo atteggiamento era sia ipocrita che vigliacco, timoroso di alienarsi il pubblico francese.

Condivide la decisione di non assegnare il premio Nobel quest’anno?

Non sono mai stata sufficientemente interessata al premio Nobel – che, sottolineiamolo, ha assegnato il suo premio a quattordici donne in più di cento anni – per avere una mia opinione…

Ne “Il Posto” scrive, “la memoria fa resistenza”. Ha dei rimpianti?

Nel complesso, no, non ho rimpianti per il corso della mia vita, proprio come recita quella famosa canzone di Edith Piaf. Invece, se penso ai miei genitori tutto cambia e mi sento in colpa per le mie azioni nei loro confronti.

Scrivendo, lei elimina le parole superflue. È la sua voce naturale?

Non so cosa significa ‘voce naturale’, non credo di possederne una. Scrivendo non mi lascio mai andare ad un flusso spontaneo. Io ‘fisso’ delle immagini interiori, dei ricordi, cercando di trovare le parole che possano trasmetterle, i pensieri che nascono. Scrivendo ho sempre la tendenza ad eliminare, tendo alla sottrazione di ciò che non è essenziale.

Cosa significa scrivere per lei: catarsi, missione, ossessione?

Tutte e tre, senza dubbio. Ho bisogno di scrivere, di essere utile contro il tempo che corre via. Se mi chiedesse, ‘che cosa è venuta a fare in questo mondo?’, la risposta migliore sarebbe: scrivere, testimoniare una vita, un’epoca.

Qual è il compito della letteratura, madame Ernaux?

Per me – non pretendo di parlare in generale – significa aprirsi a pensieri ed emozioni che non provavamo prima di aprire un libro.

Abusi senza frontiere: cure in cambio di sesso

“Un collega anziano mi disse: ‘È così semplice barattare medicine con queste ragazze facili in Liberia’. Lasciava intendere che molte delle ragazzine che avevano perso i genitori durante l’epidemia di Ebola, avrebbero detto sì a qualsiasi richiesta sessuale in cambio di farmaci”. La voce è quella di un’attrice, perché le testimoni (tutte donne ed ex dipendenti) di questi presunti abusi temono ripercussioni gravi sulla loro carriera, se la loro identità venisse scoperta. Ma le accuse, lanciate dal Victoria Derbyshire Show su Bbc 2, appaiono circostanziate: alcuni dipendenti di progetti di Médecins Sans Frontières in Africa avrebbero “pagato prostitute locali” durante la loro permanenza.

Un comportamento proibito dal codice di condotta della charity – e malgrado questo, secondo le accusatrici, estremamente diffuso fra i dipendenti della logistica – ma finora non sarebbe stato coinvolto nessuno fra medici e paramedici. Una testimone ha raccontato di un collega che, in Kenya, portava ragazze molto giovani, di cui si diceva fossero prostitute, nelle abitazioni dello staff. “Accadeva regolarmente ed era implicito che fossero lí per il sesso”.

E ancora: “Soprattutto nel caso dei colleghi più anziani c’era decisamente abuso di potere. Erano lì da molto tempo e approfittavano del loro status di operatori umanitari occidentali. Si comportavano come predatori, certi dell’impunità”.

Un’altra donna ha raccontato di essere stata lei a subire molestie, e che quando le ha riportate al suo superiore sarebbe stata minacciata di licenziamento. Le ex dipendenti di MSF sentite dalla Bbc sarebbero otto, tutte concordi nel definire il clima della charity “tossico” e le molestie sessuali istituzionalizzate. Accuse gravi, ancora tutte da provare, che però MSF non ha respinto a priori. In un comunicato ieri l’organizzazione si è detta “dispiaciuta per eventuali casi di abusi, molestie o maltrattamenti”. E la direttrice esecutiva Vickie Hawkins ha ammesso: “Abbiamo delle procedure per facilitare le denunce, ma sappiamo di dover fare di più per assicurarci che siano conosciute, e utilizzate in piena sicurezza”.

A febbraio, MSF aveva rivelato di aver licenziato 19 dipendenti per molestie sessuali: rivelazioni seguite all’enorme scandalo sessuale che aveva appena travolto un’altra charity, Oxfam, accusata di aver coperto gli abusi sessuali del suo capo-missione ad Haiti. Oxfam ha annunciato il prezzo aggiornato di quell’insabbiamento: un buco di 16 milioni di sterline in mancate donazioni e, di conseguenza, tagli al personale e a nuove missioni.

Mondiali Banzai: il senso dell’ultrà per la disciplina

San Pietroburgo

Nel Bushido, il codice d’onore dei samurai, la cortesia vale quanto forza e coraggio: senza rispetto, un uomo è poco più che un animale. Figuriamoci sugli spalti di uno stadio, dove ci si abbandona agli istinti più ferini. Il Giappone quel principio lo ha applicato pure al calcio: implacabili sul campo, civilissimi in tribuna che lasciano linda e ripulita dopo la partita.

In patria la Nazionale porta il soprannome di “Samurai Blu” e in questi giorni ai Mondiali di Russia hanno scoperto perché. All’esordio i nipponici hanno battuto a sorpresa per 2-1 la Colombia, conquistando il primo storico successo contro una formazione sudamericana. Avrebbero avuto mille ragioni per abbandonarsi alla gioia, come fanno più o meno tutte le tifoserie da queste parti, russi compresi, lasciando ai tanti volontari del servizio d’ordine il compito di rimettere a posto. Invece al fischio finale, prima di andare a festeggiare, si sono messi a ripulire gli spalti dello stadio di Saransk che li aveva ospitati.

Scopette in mano, sacchi della spazzatura, persino qualche straccio: non hanno lasciato una carta per terra, mentre i fan avversari venivano beccati a nascondere alcolici dentro a un binocolo per ubriacarsi durante il match, tanto da costringere il governo colombiano a richiamarli a un comportamento decoroso.

Il gesto ha fatto il giro del mondo, proprio come quello dei supporter del Senegal, che hanno fatto lo stesso dopo la vittoria contro la Polonia. Domenica le due squadre si incontreranno a Ekaterinburg, in quello che è già stato ribattezzato come il derby delle tifoserie più educate, ma in palio ci sarà più che il “premio simpatia” del torneo: la testa del girone e la possibilità di qualificarsi agli ottavi di finale.

All’estero il calcio giapponese continua a essere guardato con curiosità e un filo di supponenza: il mito di Holly & Benji e le esultanze un po’ strampalate fanno il paio con l’attitudine a correre all’impazzata e un rispetto ossequioso della disciplina, distanti dalla concezione occidentale del pallone. In realtà è già da molto che la Nazionale nipponica vale più di un manga: almeno due decenni, da cui si qualifica ininterrottamente ai Mondiali (questa è la sesta edizione di fila). Sono lontani anche i tempi di Hidetoshi Nakata, sbarcato in Italia come un fenomeno da baraccone a fine anni 90 e poi rivelatosi calciatore vero: dalla stella Kagawa al capitano Hasebe, passando per il l’“italiano” Nagatomo (ancora di proprietà dell’Inter), oggi oltre la metà dei convocati gioca in Europa. Serie A, Premier League, Spagna, soprattutto Bundesliga tedesca dove si è formata una piccola colonia: sono arrivati ovunque, imparando la nostra tattica, senza rinunciare ai loro principi. In Russia possono eguagliare il loro miglior risultato mondiale (gli ottavi) già centrato nell’edizione di casa del 2002 e nel 2010. Anche se continuano a farci sorridere con le loro bizzarrie, non sono più cartoni animati: al massimo la versione calcistica dei samurai.

I bimbi messicani e la fata Melania

Melania Trump è la fata dei bambini migranti, in quest’America un po’ da incubo e un po’ da fiaba dei piccoli separati dai genitori alla frontiera, dove le mamme first ladies prevalgono sulla cattiva dagli occhi di ghiaccio Kristje Nielsen, la responsabile della sicurezza interna e della tolleranza zero.

Melania prima convince il marito a ‘metterci il cuore’, revocando la prassi di smembrare le famiglie all’ingresso negli Stati Uniti degli immigrati illegali; poi vola in Texas, in una struttura d’accoglienza di bambini al confine con il Messico, per rendersi conto di persona della situazione e per chiedere “che cosa posso fare per aiutare a ricongiungere i bambini con i loro genitori”. Rispetto a domenica, quando era uscita allo scoperto una prima volta, denunciando la separazione dei bambini dai familiari, la mossa della first lady, questa volta, pare condivisa, o almeno avallata, dal marito presidente. “Mia moglie, la first lady, è al confine perché è molto preoccupata, come lo siamo tutti”, dice Donald Trump a margine di una riunione di gabinetto alla Casa Bianca.

All’ordine del giorno, c’è pure la riforma dell’immigrazione, di cui si continua a discutere, ancora senza un’intesa, in Congresso. La situazione al confine con il Messico secondo Trump è stata “un grande caos e un problema per troppi anni”; e lo stallo in Congresso è colpa dei democratici.

Ieri la Camera ha respinto il testo di legge sull’immigrazione presentato dall’area conservatrice dei repubblicani, che includeva il finanziamento per il muro alla frontiera, e sulla regolarizzazione dei cosiddetti dreamers prevedeva soltanto un intervento temporaneo.

Stimolata dai media e messa in difficoltà dall’attivismo di Melania, Ivanka Trump, ‘prima figlia’ e consigliere del presidente, con competenza sulla politica della famiglia, sostiene che, dopo l’ordine che blocca le separazioni, “è l’ora di focalizzarsi sul ricongiungimento rapido e sicuro” di bambini e genitori che sono stati separati. Le interpretazioni sulla valenza dell’ordine restano contraddittorie: c’è chi ritiene non sani le situazioni pregresse, ma riguardi solo nuovi casi.

Melania evita posizioni incendiarie: pensa che “la legge dev’essere rispettata”: dice la sua portavoce Stephanie Grisham, rispondendo a una domanda sulla politica di ‘tolleranza zero’ introdotta dall’Amministrazione Trump. A chi evoca la storia da migrante della first lady, una modella slovena, la Grisham ricorda che Melania entrò “legalmente” negli Usa “e pensa che tutti dovrebbero fare così”. Icone dello ‘show-biz’ come Bruce Springsteen e media di qualità come Time Magazine partecipano alla crociata dell’indignazione contro la separazione dei bambini dai genitori. Time ci fa la copertina: una bimba si dispera in lacrime e il presidente la guarda corrucciato.

Hamas, l’Idf e la guerra degli aquiloni a Gaza

Da oltre due mesi, i palestinesi nella Striscia di Gaza stanno facendo volare aquiloni, palloncini di compleanno e preservativi in lattice gonfiati di elio verso Israele, facendo affidamento sulla dolce brezza costiera del Mediterraneo per spingerli oltre la Barriera al confine. Per quanto possano sembrare banali, queste armi non sono uno scherzo. E stanno per innescare un’escalation dagli esiti imprevedibili: la “guerra degli aquiloni” potrebbe portare rapidamente a un conflitto vero.

La maggior parte di questi “velivoli” trasporta buste di rete metallica che contengono un pezzo di carbone bruciato o stracci imbevuti di olio, che hanno acceso centinaia di incendi nel sud di Israele, distruggendo migliaia di ettari di terra e provocando danni per milioni di shekel. Gli aquiloni sono di diverse dimensioni e quasi tutti fatti a mano. Tre pezzi di legno che si intersecano, legati al centro con un pezzo di filo, formano una cornice esagonale, che è coperta da un pezzo di plastica. I palloncini sono invece disponibili in due varietà principali: quelli di compleanno e preservativi in lattice gonfiati con l’elio. “I love you”, c’era scritto su un pallone a cui è stato attaccato un piccolo contenitore esplosivo che è atterrato su un’autostrada nel sud di Israele la scorsa settimana. Il traffico è stato bloccato fino a quando un poliziotto non l’ha fatto esplodere in condizioni controllate.

L’uso dei preservativi in lattice gonfiati con l’elio solleva anche un’altra questione. Da dove provengono? I condom a Gaza sono stati generalmente forniti da organizzazioni locali palestinesi o attraverso programmi internazionali. L’Oms – ha voluto precisare un suo portavoce – non fornisce né distribuisce preservativi nella Striscia.

Il danno psicologico causato dagli incendi, ben visibili lungo il confine della Striscia, è peggiore di qualsiasi danno reale fatto. La vista deprimente dei raccolti bruciati spinge l’opinione pubblica israeliana a premere sul governo di Benjamin Netanyahu – ieri la moglie del premier, Sara, è stata rinviata a giudizio per frode – perché faccia qualcosa. Ma Hamas avverte, se colpite chi lancia aquiloni, torneremo a sparare missili. Come avvenuto lunedì notte quando sono stati sparati 45 missili in poche ore.

I militari contro i kite-bomb hanno usato droni e altre soluzioni hi-tech, con qualche effetto positivo, ma in ogni caso di aquiloni – lanciati dall’interno della Striscia, al di là della portata dei cecchini israeliani – ne arrivano a decine ogni giorno. Alcuni ministri hanno suggerito come deterrente di riprendere le “uccisioni mirate” dei leader di Hamas. Ma l’Idf ritiene che questa misura, che implicherebbe attacchi aerei – con caccia, droni o elicotteri – sarebbe sproporzionata. Hamas reagirebbe con i suoi missili e la “guerra degli aquiloni” diventerebbe una guerra vera come quella del 2014.

Nonostante il via libera della Corte Suprema che ha definito i “lanciatori di aquiloni” un obiettivo militare legittimo, l’Idf dice che non si può uccidere un gruppo di persone bombardando dal cielo solo perché qualcuno coinvolto lancio di kite-bomb può essere tra la folla.

Nel frattempo i politici israeliani hanno iniziato a discutere pubblicamente sulla legalità nel colpire i “lanciatori”, piuttosto che sparare colpi di avvertimento. L’ex comandante del Fronte Sud, il generale Yoav Galant – oggi deputato del partito centrista Kulanu – dice che “sarebbe un errore molto grave sparare in modo deliberato a un bambino di 8 anni”. Gli ha replicato il ministro dell’Istruzione Naftali Bennett, capo del partito dei coloni: “Se qualcuno spara alla tua famiglia gli spari, se qualcuno manda palloni incendiari gli spari”. “È così, ovvio – conclude Bennett –, che non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo”.

Troppa cocaina nei fiumi, allarme per i pesci “drogati”

Le tracce di cocaina presenti nei fiumi, soprattutto vicino alle grandi città, sono sufficienti a provocare effetti nei pesci, che potrebbero metterne in pericolo la sopravvivenza, come nel caso delle anguille. Lo afferma uno studio coordinato da Anna Capaldo dell’Università Federico II di Napoli, pubblicato da Science of the Total Environment. I ricercatori hanno messo alcune anguille europee in delle vasche con una concentrazione di cocaina pari a quella trovata nei tratti urbani di alcuni fiumi, come ad esempio il Tamigi, analizzandone poi le carni. La droga si era accumulata nel cervello, nei muscoli, nella pelle e in altri tessuti. I muscoli in particolare sono risultati danneggiati e con cambiamenti negli ormoni presenti, e il problema è rimasto anche dopo dieci giorni di “riabilitazione” in vasca senza cocaina. “Abbiamo scelto le anguille perchè sono in pericolo di estinzione e per il fatto che sono pesci grassi, il che favorisce l’accumulazione delle sostanze”, spiega all’Ansa Capasso. In linea teorica i danni potrebbero riguardare anche altri pesci. Invece sulle conseguenze per l’uomo la ricercatrice è cauta. “Non sappiamo cosa succede quando l’animale muore e l’effetto che ha la cottura. Servono altre ricerche”.

“La Cannabis leggera fa male”. Governo al bivio: vietare o no?

Il Consiglio Superiore della Sanità ha messo la cannabis leggera, quella che contiene una percentuale di sostanza psicotropa (Thc) inferiore allo 0,2%, di fronte a un bivio: nei prossimi mesi si capirà se sarà vietata o finalmente regolamentata. Vendita e consumo finora sono stati possibili perché non c’è una legge che li vieti né una che li consenta. È chiaramente permessa solo la coltivazione seppur in mancanza di una filiera controllata, tassata e normata, come invece per il tabacco. Chi è nel mercato della canapa chiede regole e chiarezza entro cui muoversi, proprio mentre l’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, valuta la declassificazione della sua pericolosità.

Il parere al Consiglio superiore di sanità (Css) era stato richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute. È arrivato ad aprile: nel testo, l’organo consultivo raccomanda “che siano attivate (…) in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita”. La pericolosità non può essere esclusa: “Per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili”. Impossibile quindi sapere quanto ne è stata assunta e quindi valutare “gli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine”. Mancano, poi, studi approfonditi. “Non è stato valutato il rischio al consumo in relazione a età, presenza di patologie, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sull’attenzione”.

La coltivazione di canapa industriale in Italia è prevista dalla legge 242/2016 che, secondo il Css, non include “la produzione delle infiorescenze (da cui si ricava la cannabis light, ndr) né la libera vendita”. Il 22 maggio scorso, però, è stata emanata una circolare interpretativa del ministero dell’Agricoltura che supera il parere perché stabilisce che “pur non essendo citate espressamente dalla legge n. 242 del 2016 né tra le finalità della coltura né tra i suoi possibili usi, le infiorescenze rientrano tra le coltivazioni destinate al florovivaismo, purché derivino da una delle varietà ammesse”. Citazione che vulgata vuole mancante per volere del centrodestra durante la discussione della legge in commissione. Ieri il ministro della Salute, Giulia Grillo, ha fatto sapere di attendere il parere dell’avvocatura di Stato.

Il mercato. I negozi che vendono cannabis light “per uso tecnico” (perché non esiste la vendita destinata specificamente al fumo) nascono al ritmo di uno a settimana. Luca Morola, fondatore di Easy Joint, la maggiore azienda specializzata nella cannabis leggera in Italia e che nell’ultimo anno si è fatto carico della sensibilizzazione sul tema e di una vera e propria operazione di lobbying a livello istituzionale, spiega che ci sono almeno 700 aziende agricole che la coltivano con cui ha contatti e che potrebbero quindi tranquillamente essere il triplo. La sola Easy Joint serve almeno 500 punti vendita, gli sono arrivate 450 richieste di apertura di punti vendita in franchising (ne ha concesse solo sei) e secondo l’unico studio sul potenziale di mercato pubblicato al momento, il valore attuale è di circa 50 milioni di euro. La coltivazione della canapa occupa circa 5mila ettari, tra indoor e outdoor. “Siamo nati perché sembrava non ci fosse possibilità di vendere le infiorescenze della canapa industriale – spiega – e abbiamo voluto creare massa critica”. I pareri sono percepiti come importanti punti di svolta: “Mi auguro che dopo quello dell’avvocatura, la ministra abbia tutti gli elementi per aprire un tavolo tecnico. Bisogna riconoscere esistenza e resistenza di questo mercato”.

ClaudioPrevatiello è il rappresentante nazionale del settore floravivaismo per Anga, Giovani di Confagricoltura: “La filiera della canapa è in forte crescita ed è molto più vasta della cannabis light, per la quale sarà l’avvocatura di Stato a stabilire se ci sia una base normativa per il divieto”. Il timore è che stigmatizzarla danneggi tutto il mercato della canapa, dall’estrazione di altri principi alla biofibra.

“Perciò è ancora più importante normare in fretta”. A febbraio i principali sindacati agricoli italiani erano alla Camera a chiedere leggi certe. Intanto hanno avviato un percorso di autoregolamentazione con linee guida depositate la settimana scorsa che saranno adottate a breve. Anche se è ammessa solo la coltivazione dei semi autorizzati dall’Ue, manca infatti una filiera di controlli sulla produzione. E sulle polemiche di chi sostiene avvicini alle sostanze illegali? “Se il principio attivo drogante, perché sia tale, deve essere a un certo valore significa che studi e analisi riconosciuti hanno stabilito sia così – conclude Marola di Easy Joint – tanto che questi limiti sono stati recepiti e stabiliti per legge da Italia e Ue”.

L’animismo finanziario nel castello di Meseberg

Noi siamo attenti studiosi dei fenomeni paranormali connessi ad alcuni nuovi protagonisti delle istituzioni. Nelle scorse settimane eravamo stati edotti circa le conseguenze nefaste di nominare Paolo Savona (tuono) a qualsiasi carica: colui-che-non-può-essere-nominato è in grado di distruggere l’Eurozona (Mattarella) e, diceva La Stampa, diventasse ministro “un minuto dopo cesserebbe di esistere la presidenza della Repubblica” (è ancora lì, ndr). Fortunatamente, al Tesoro è andato Giovanni Tria (musica d’angeli), l’uomo che con un’intervista al Corriere fece “rimbalzare Piazza Affari” (MF) e abbassare lo spread. Ieri, però, né le deleghe tolte a Savona (tuono) dal collega Moavero (cori dei Monti), né la riuscita imitazione di Padoan da parte di Tria (musica d’angeli) hanno potuto attenuare il terrore dei mercati per l’elezione di Claudio Borghi (tuono) e Alberto Bagnai (tuono) nientemeno che a presidenti di commissione (fulmine) coi noti superpoteri tipo gestire calendario e audizioni in accordo coi capigruppo. È chiaro, ci informano le agenzie, che così lo spread sale e la Borsa scende: e pensate il giorno in cui Savona (tuono) andrà in audizione da Borghi o Bagnai (tuoni e fulmini)… Ora, senza voler distogliere gli aborigeni 2.0 dall’animismo finanziario, né ricordare ai distratti che Merkel-Macron hanno appena messo nel mirino la stabilità dell’Italia (Dichiarazione di Meseberg), ma qualcuno pensa davvero che tuoni e fulmini guidati da un algoritmo (o da una mano) siano compatibili con la democrazia?

Cosa farà il governo del tecnopolo voluto da Matteo?

La domanda che tutti a Milano hanno paura di fare ad alta voce è: il nuovo governo continuerà a finanziare Human Technopole, considerato un progetto ultrarenziano? Oppure l’alleanza Cinquestelle-Lega chiuderà il rubinetto da cui dovrebbero sgorgare 150 milioni di euro all’anno per dieci anni, per un totale di 1 miliardo e mezzo? Human Technopole (Ht) è stato presentato da Matteo Renzi in persona, nell’autunno 2015, come l’idea in grado di riempire il buco nero di Expo: chiusa l’esposizione universale, non si sapeva come utilizzare l’area su cui si era svolta. Area preziosa, visto che era stata pagata a caro prezzo ai privati (per la prima volta nella storie degli Expo) e poi vi era stato investito oltre 1 miliardo di soldi pubblici. Ecco l’ideona renziana: farci su un supercentro di ricerca sul genoma, un fighissimo istituto multidisciplinare dedicato alle scienze della vita. Questo centro (30 mila mq), insieme alle facoltà scientifiche dell’università Statale che dovrebbero essere trasferite da Città studi(150 mila mq), occuperà una parte dell’area Expo, circa un quarto, e costituirà la parte pubblica del progetto che ora è stato chiamato Mind (Milano Innovation District).

Human Technopole e Statale saranno pagati con soldi pubblici, ma saranno il favo di miele in grado di attirare – almeno secondo le speranza degli ideatori del piano – tanti orsi golosi, cioè decine di investitori privati, soprattutto aziende hi-tech e farmaceutiche, che correranno entusiasti a occupare il resto dei terreni, portando tanti soldi per ripagare almeno in parte gli investimenti pubblici fatti per Expo (in totale oltre 2 miliardi di euro) e dare vita a un grande parco scientifico e tecnologico: Mind, appunto, che sarà costruito con la regia di Lendlease, la società privata australiana che ha vinto la gara per “sviluppare” l’area e che la gestirà per 99 anni, insieme alla società pubblica Arexpo (governo, Regione, Comune di Milano).

“I soldi ci sono. Sono stati già stanziati”, rassicura il presidente di Human Technopole, Marco Simoni. I primi fondi sono già stati decisi dal governo Renzi ed erogati dal governo Gentiloni e continueranno ad affluire in modo automatico nei prossimi dieci anni. Ma siamo proprio sicuri? Non c’è nulla di automatico, in Italia, e non si può dire gatto finché non ce l’hai nel sacco. I Cinquestelle “di lotta” sono stati assai critici nei confronti dei progetti Expo e post-Expo e assai contrari al trasferimento dell’università da Città studi. I Cinquestelle “di governo” saranno più malleabili? A leggere la carte dell’inchiesta romana sullo stadio, si scopre che il Mr. Wolfe del M5S, Luca Lanzalone, girava i palazzi del potere dicendo: “Dovete concordare con me i nomi”, anche quelli di Human Technopole. Ma non sappiamo se fossero solo tentativi dell’allampanato avvocato che tendeva un po’ ad allargarsi. Di certo Lanzalone non ha scelto il direttore scientifico, il professor Iain Mattaj, selezionato con un concorso internazionale.

La Lega è più coinvolta nel progetto, visto che il presidente di Arexpo, Giuseppe Bonomi, è di area leghista ed era addirittura in predicato di diventare ministro del governo Conte. È stato finora il regista dell’operazione sull’area Expo e non sarà certo lui a frenare gli stanziamenti che, indebolendo Human Technopole, potrebbero bloccare l’intera operazione. Gli uffici bianchissimi di Ht dentro Palazzo Italia, all’ombra del sopravvissuto Albero della vita, cominciano a essere abitati dai primi dipendenti e ricercatori della Fondazione. Tra un anno saranno 300, a regime, nel 2024, saranno oltre 1.300. A meno che… il rubinetto si chiuda.