Nessuno è nemico del pd quanto il pd

Secondo gli ultimi sondaggi, Lega e 5 Stelle raccolgono poco meno del 60% dell’elettorato italiano. Più o meno la stessa cifra del gradimento nei confronti di Conte. Lo spostamento a destra del governo giallo-verde potrebbe aprire praterie a sinistra, che è invece sempre più in crisi. Potere al popolo grida sui social ma non sfonda nella vita reale. LeU esiste solo nei sogni migliori della Boldrini. E il Pd agonizza con agio atarassico, continuando a sbagliare tutto.

– Aereo di Stato. Conte parte per il Canada e i renziani gridano che è come Renzi: “Altro che lotta alla casta!”. Peccato che Conte non abbia mai usato il Renzi Air Force One, bensì il volo di Stato per risparmiare: se avesse usato quelli di linea, avrebbe speso di più.

– Asilo Mariuccia. Non c’è nulla in natura più vuoto del renzismo. Era così anche quando questa categoria del pensiero del nulla vinceva. Figuriamoci ora che perde. Semplicemente leggendarie le continue risse sui social. Per esempio Anna Ascani che attacca Francesco Nicodemo, in una tenera faida tra pretoriani in disarmo. Di pregio anche lo scazzo tra Calenda e Boccia, col primo che tratta il secondo da dissestato neuronale e poi dice come nulla fosse che il Pd sbaglia a stare sempre sui social a criticare Salvini. Ovvero quel che fa ogni giorno Calenda, il cui bipolarismo politico è sempre più in gran spolvero.

– Il tenero Orlando. Orlando, non proprio uno scapigliato, è arrivato a dire che il Pd non esiste più e quando esiste (al Sud) sarebbe quasi meglio che non esistesse. L’ex ministro della Giustizia è tra i pochi che cercano di elaborare il lutto. Il guaio è che quasi tutti i suoi colleghi non si sono neanche accorti del trapasso.

– Dagli a Casalino. Grandi polemiche per Casalino che porta via Conte, per non farlo rispondere ai giornalisti in Canada. Sdegno trasversale. Okay. Però, quando lo faceva Sensi con Renzi, si trattava di un’abile mossa del “Richelieu di Matteo”.

– “Dovete riferire in aula”. Ogni volta che capita qualcosa, Renzi o un suo emissario dicono che “il ministro deve riferire in aula”. Prima era la Trenta, poi Bonafede. Poi sarà la volta di Mandrake. Tanto per buttare la palla in tribuna e vedere l’effetto che fa.

– Il terribile Parnasi. Parnasi è stato scelto dalle giunte Marino e Zingaretti, gli unici politici in galera sono di Pd e Forza Italia. E da Parnasi han preso soldi praticamente tutti, a partire dal Pd, tranne i 5Stelle. Ma il Pd attacca i 5Stelle su Parnasi. È bellissimo.

– “Che vergogna chiudere i porti”. Ovvero quello che voleva fare Minniti, ministro Pd, e poi non ha fatto per mancanza di coraggio e presenza di Delrio.

– “Che brava la Spagna!”. Quella stessa Spagna che spara ai migranti e prende molti meno migranti dell’Italia. Ma di colpo diventa il Bengodi, se va contro il governo.

– “Salvini è un bullo”. Che è anche vero, ma se lo dice Renzi, la quintessenza del bullo che non ce l’ha fatta, allora viene da ridere. O da piangere.

– Gli stessi in tivù. Dopo il disastro del 4 marzo, il Pd manda ancora in tivù i Migliore e Romano, al cui confronto Fedriga è Churchill. Nessuno invita a non votare il Pd come il Pd.

– Lo zimbellamento di Conte. Il Pd ha trattato sin dall’inizio Conte neanche fosse il Poro Asciugamano. Ovviamente ha fatto il gioco di Conte, che senza strafare si sta rivelando una sorta di Gentiloni più sbarazzino: un democristiano rassicurante, perfetto per piacere a un elettorato stanco e disilluso.

– Renzi Tafazzi. Renzi è il più grande grillo-leghista inconsapevole della galassia. Se il Pd vuole rinascere, deve nasconderlo e non farlo vedere mai più a nessuno. Un’idea carina sarebbe rinchiuderlo nel bar di Rignano, dove potrebbe ricordare i bei tempi sorseggiando gazzosa con Lotti e mordicchiando liquirizia con Bonifazi. Alti livelli.

Lo stadio non serve quindi si deve fare

Cominciamo col fatto più semplice, quello che ha dato inizio a una sorta di “Mafia Capitale 2”: lo stadio della Roma. Qualcuno dovrebbe spiegarci perché mai nella Capitale la Roma dovrebbe costruirsi un nuovo stadio quando uno stadio già c’è, efficiente e sufficiente. Qualcuno dovrebbe spiegarci perché mai si dovrebbe fare questo nuovo stadio quando negli stessi uffici amministrativi della Capitale, nel 2017, si riteneva che sarebbe stato “una schifezza”.

Così lo definiva Carlo Notarmuzi, titolare dell’ufficio per la concertazione amministrativa. Una schifezza, ma necessaria secondo lo stesso Notarmuzi. Perché necessaria? Elementare Watson. Lo spiega quanto è avvenuto, nel 1990, per lo stadio di San Siro. Secondo i preventivi doveva costare 35 miliardi di lire e invece arrivò a 170, rovinando oltretutto “la Scala del calcio”, il miglior stadio d’Europa insieme a Wembley e al Prater di Vienna. Necessario quindi perché si sapeva che il nuovo stadio avrebbe scatenato gli appetiti illegali di costruttori, amministratori, politici e partiti. La nuova giunta di Virginia Raggi inizialmente si oppose anche perché il nuovo stadio avrebbe distrutto un altro tempio dello sport, l’ippodromo di Tor di Valle. Ma per non fare la parte del nuovo Molotov, il diplomatico sovietico famoso perché diceva niet a tutto, la Raggi, che aveva già dato il suo no alle Olimpiadi, si accontentò di un ragionevole compromesso: il dimezzamento delle cubature in cemento. Ma la sostanza non è cambiata. Gli appetiti si sono ugualmente scatenati dando origine al cosiddetto “caso Parnasi”, il costruttore romano che, come a suo tempo Ligresti, ha le mani dappertutto e su tutto. Ma rispetto alla già grave vicenda Ligresti ci sono due differenze. Parnasi non ha solo “le mani sulla città”, per usare il titolo di un film di Rosi, cioè su Roma, ma anche su Milano e altri centri nevralgici del Paese. La seconda differenza è che qui sono coinvolti tutti, ma proprio tutti, gli strati sociali: partiti, politici, amministratori di ogni rango, palazzinari, imprenditori, brasseur d’affaires, avvocati di grido, docenti universitari, l’Opus Dei. Che Roma sia corrotta e parassitaria lo si sa dai tempi dell’Impero. Ma adesso questa corruzione, discendendo giù per li rami, ha creato metastasi in tutto il Paese.

Lo spartiacque sono state le inchieste di Mani Pulite del 1992-94 quando i magistrati di Milano chiamarono anche “lorsignori” a rispondere a quelle leggi che tutti noi siamo tenuti a rispettare. Per un momento sembrò che questa fosse l’occasione per la nostra classe dirigente per emendarsi di atavici vizi che avevano già fatto capolino fin dai primi anni Sessanta e che poi si erano estesi a tutti i partiti e a buona parte degli imprenditori. Il pool di Milano acquisì una risonanza non solo nazionale ma anche internazionale e l’Italia venne indicata come “Paese esemplare” che sapeva rimediare ai propri atavici difetti. Antonio Di Pietro divenne un eroe nazionale omaggiato e corteggiato da tutti (le famose “dieci domande a Tonino” di un editoriale di Paolo Mieli sul Corriere; il nuovo premier Berlusconi voleva fare di lui il proprio ministro degli Interni). Fu solo un lampo. Bastarono due anni per capovolgere, in un drammatico gioco delle tre tavolette, l’orientamento non solo della classe politica ma anche, attraverso i media berlusconiani e non solo, della popolazione: i magistrati divennero i veri colpevoli, i ladri le vittime e Di Pietro l’uomo più attaccato d’Italia.

Da allora, nel totale disgregamento etico degli italiani, non è venuta a mancare di fatto solo la sanzione penale, ma anche quella, forse ancor più importante, sociale, che pur nei primi anni 90 esisteva ancora. Emblematico è il caso di Luigi Bisignani. Piduista, condannato a due anni e sei mesi di reclusione per reati contro la PA e radiato dall’Ordine dei giornalisti. Si penserebbe che un simile soggetto non avrebbe più potuto metter piede nemmeno nel più marginale degli uffici pubblici. Invece lo ritroviamo coinvolto come consigliere dell’amministratore delegato delle Ferrovie Lorenzo Necci nella cosiddetta “Tangentopoli due”. Diventa poi consigliere di Scaroni presidente dell’Eni, per i suoi rapporti privilegiati con la Libia. Coinvolto poi ancora nella vicenda P4 lo troviamo oggi indagato per lo scandalo dello stadio della Roma. Nel frattempo è diventato editorialista e un ambito ospite dei talk show televisivi.

Adesso nel malcostume generale sono stati coinvolti anche dei rappresentanti dei 5Stelle, i vessilliferi della legalità. Credo che rimontare una situazione del genere che perdura da quasi quarant’anni sia impossibile anche per chi abbia le migliori intenzioni. Come scrissi in un articolo sul Fatto di qualche tempo fa: in Italia ci sarebbero così tante cose da fare, che ormai non c’è più nulla da fare.

Mail Box

 

Il problema di credibilità dei nostri politici a Bruxelles

È giusto e doveroso andare a Bruxelles a protestare e chiedere eguaglianza e giustizia per l’Italia.

Ma non possiamo dimenticare che lassù, ancora prima di ascoltarci, viene in mente a tutti come è governata l’Italia. Si prendano ad esempio lo scandalo delle banche in cui gli stessi politici sono in vari modi compromessi o il debito pubblico, il quale, loro sì, sanno come si è formato. Ogni Paese membro ha un’ambasciata in Italia e gli ambasciatori leggono sui giornali, un giorno sì e l’altro pure, gli scandali che caratterizzano la nostra politica a tutti i livelli.

Allora, come possiamo pensare che prendano sul serio i nostri inviati nonostante sappiano che una parte del nostro popolo è onesto tolte alcune mele marce? Ormai la nostra etichetta l’abbiamo ed è difficile farla dimenticare. Forse li spaventiamo un po’, persino all’idea di averci come colonia.

Gianni Oneto

 

Su Aquarius non ci si fermi ma si vada fino in fondo

Ora il rigore apparentemente applicato nella vicenda Aquarius va esteso. Se il ministro dell’Interno solidarizza con la Coldiretti, quello del Lavoro dovrà mandare gli ispettori del lavoro in ogni contrada delle nostre campagne, da tutti gli associati Coldiretti (d’altra parte il presidente nazionale ha un’azienda di agricoltura sociale) a verificare se le condizioni contrattuali di lavoro sono applicate a tutti i migranti che, schiavizzati, raccolgono la frutta e poi saranno nei vigneti per la vendemmia, al nord e i pomodori e l’ortofrutta al sud.

L’augurio è che siano tutti regolari e che fruiscano dei diritti sindacali minimi e non siano invece nelle mani del caporalato e dello sfruttamento, tenuti al limite della schiavitù. Già verificare come vivano ammassati in vere e proprie bidonville temporanee, prive di ogni servizio, ai margini delle comunità agricole è situazione insostenibile.

Se Di Maio lo farà, probabilmente i raccolti dei soci Coldiretti & C. rimarranno sugli alberi e nei campi.

Lo stesso risultato che si avrebbe se i migranti decidessero di incrociare le braccia. La miglior risposta a Salvini…

Melquiades

 

DIRITTO DI REPLICA

Il richiamo di prima pagina (“Incroci pericolosi. C’era un ristorante della ’ndrangheta nel grattacielo di Cl”), il titolo (“Il ristorante della ’ndrangheta nel grattacielo di Cl a Milano”) e il contenuto di un articolo pubblicato su Il Fatto di ieri chiamano in causa il nome di Comunione e Liberazione con affermazioni false a proposito di una grave vicenda alla quale il movimento è totalmente estraneo. L’accostamento tra Cl (che non è proprietaria del grattacielo in questione, non è stata in alcun modo promotrice della sua edificazione ed è estranea alle attività imprenditoriali che vi hanno sede) e il “ristorante della ’ndrangheta” è infamante.

Desideriamo ribadire, ancora una volta, che la Compagnia delle Opere non è il “braccio finanziario di Cl”: il movimento vive esclusivamente della carità dei suoi membri, e per questo siamo liberi da qualunque istituzione e da qualunque altra forma di finanziamento.

Alberto Savorana Ufficio Stampa di Cl

 

Ci limitiamo a riportare le parole di Giuseppe Gennari, Giudice per le indagini preliminari, nell’ordinanza del 16 gennaio 2013 (Procedimento n. 2392/12 R.G.GIP): “L’associazione Compagnia delle Opere è sorta nel 1986 per iniziativa di soggetti appartenenti agli ambienti del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione (ne è sostanzialmente la propaggine economica) e ha, nel corso degli anni, assunto i connotati di una vastissima rete tra imprenditori e professionisti”. Per ulteriore chiarezza, infine, il progetto del grattacielo Wjc porta la firma anche di uno studio, tra i cui soci, all’epoca, vi erano persone vicine alla Compagnia delle opere.

Davide Milosa

 

L’articolo dal titolo “Dalla Coca Cola a Parnasi: trucchi e donazioni di Eyu”, pubblicato dal Fatto Quotidiano il giorno 20 giugno riporta fatti che non corrispondono alla realtà.

L’ipotesi che il sottoscritto abbia partecipato a corsi di formazione sul Jobs act, per di più corsi ai cui partecipanti è stato richiesto un pagamento, è destituita di qualsiasi fondamento.

Ho partecipato soltanto a un’iniziativa organizzata dalla fondazione Eyu in qualità di relatore in tema di Statuto del lavoro autonomo, iniziativa di approfondimento come tante per cui ovviamente non era prevista alcuna forma di pagamento da parte dei partecipanti.

sen. Tommaso Nannicini

 

La partecipazione del senatore Nannicini al corso di formazione sul Jobs act citato nel nostro articolo è indicata sul sito della fondazione Eyu, dove insieme al calendario sono riportate le tariffe per i partecipanti. Invitiamo pertanto il senatore a inviare analoga precisazione alla fondazione del suo partito.

Non abbiamo invece mai scritto che abbia percepito compensi per tale intervento.

T. Mackinson e L. Franco

 

A proposito dell’articolo di ieri, “Consip, Marroni beffato adesso chiede i danni”, la decadenza di Marroni da ad di Consip risale al 17 giugno 2017, non 2016 come erroneamente indicato per un refuso.

Ste. Fel.

È arrivato il momento di ridurre le aperture domenicali?

Apprendo dai giornali la nuova proposta del vicepremier Luigi Di Maio di vietare l’apertura dei negozi la domenica. Sinceramente l’idea che in futuro una legge di questo tipo possa entrare in vigore mi mette in agitazione: sono madre di due figli e al contempo lavoratrice sei giorni su sette e per me la domenica è l’unico giorno possibile in cui fare una spesa degna di questo nome. Comprendo, d’altro canto, le giuste istanze di commessi e cassieri che si vedono negata la possibilità di passare la domenica con i propri cari. Mi chiedo come si possano conciliare due esigenze così nobili, ma allo stesso tempo così in conflitto.

Gentile Valeria, intanto la sua domanda è generata da una cattiva prova dell’informazione: qualche giornalista in cerca di un titolo ha strappato a Di Maio un “certo” alla domanda se volesse intervenire sulle aperture domenicali. Ma non c’è ancora alcun provvedimento che possiamo commentare, dietro quella parola. Detto questo, il tema si ripresenta in modo ciclico, l’ultima volta è stato per la Pasqua 2017 quando il solito chiacchiericcio di opinionisti (di solito assai distanti sia dalle fatiche del lavoro sia dalle normali esigenze di consumo di una famiglia media) si indignò perché un outlet restava aperto nei giorni della santa festività.

La liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali risale al governo Monti, con il suo primo decreto “salva Italia” a fine 2011 che ha cancellato vincoli che già si stavano indebolendo da anni. Il senso della misura non è rovinare la vita ai dipendenti, ma aumentare il numero di ore di apertura del negozio sperando che questo porti a un aumento dei posti di lavoro o almeno dei salari, oltre che dei consumi. Per tutta la scorsa legislatura uno schieramento trasversale di parlamentari ha cercato di introdurre nuovi cervellotici vincoli, anche per compiacere quei mondi cattolici che contestano le aperture domenicali (questioni di principio e di chiese vuote). Per ora non hanno avuto successo, vedremo se la maggioranza giallo-verde, che pure vuole deregolamentare molto in materia di commercio e fisco, stabilirà vincoli più stringenti.

Mi limito a osservare che chi come me ha orari di lavoro non convenzionali, si riduce spesso a comprare cibo e vestiti di domenica. Ne farei volentieri a meno, ma non ho alternative. Anche le esigenze di noi consumatori dovrebbero essere considerate in questo eterno dibattito.

Il grande fratello del censimento su base quotidiana

“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra”. Così si legge all’inizio di uno dei Vangeli, gli stessi che Matteo Salvini ha sventolato durante un comizio nella scorsa campagna elettorale.

Speriamo che l’idea di censire i rom non gli sia venuta da lì, altrimenti non si tratterebbe che di un primo passo per arrivare a censire tutta la terra, appunto. Per ora il neo ministro degli Interni si limita a voler sapere “da dove vengono, chi sono e dove devono andare” i rom. In questo caso la sua ispirazione potrebbe essere un quadro di Gauguin, il cui titolo era Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?. Il pittore si poneva queste domande non solo in senso metafisico, ma anche personale: quando lo dipinse viveva infatti a Tahiti, nella doppia (e tragica) condizione di emigrato dalla Francia e immigrato in Polinesia.

A dire il vero, chi sono i rom lo dice la parola stessa, che deriva da romaní, la lingua che parlano: cioè, non sono una razza definita biologicamente, ma un’etnia definita linguisticamente, in base al loro comune idioma. Questo farebbero bene a ricordarlo anche coloro che, per contrastare propriamente le mire di Salvini, evocano impropriamente le “leggi razziali”, finendo col fare di ogni erba un letterale “fascio”.

Da dove vengono poi i rom, lo determinano i luoghi in cui si parla la loro lingua: luoghi che sono in buona parte situati in Romania e dintorni. I rom sono dunque di origine europea, e quattro quinti di essi (circa 10 milioni su 12,5) stanno in Paesi europei. Domandare dove devono andare i rom, come fa Salvini, è come domandare dove devono andare gli europei: non ha senso, almeno fino a quando esiste un’Unione europea.

Le polemiche sollevate dalla proposta del ministro hanno suscitato scalpore perché hanno a che fare con i censimenti, le schedature, i dossier e altre pratiche sgradevoli, che ricordano i regimi totalitari dei tempi passati e le loro polizie segrete, dall’Ovra al Kgb. Tutte cose incompatibili con il culto della riservatezza nei tempi moderni, che non solo professiamo, ma di cui pratichiamo quotidianamente i riti con le innumerevoli “firme per la privacy” che dobbiamo apporre nelle occasioni più svariate, e quasi sempre inutili.

Quanto potessero essere pervertite le pratiche di quei regimi lo racconta Solženicyn nel romanzo Il primo cerchio, il cui titolo ha un’ispirazione dantesca. Sta infatti a indicare il limbo nel quale il futuro scrittore era caduto, per aver fatto una battuta su Stalin: era pur sempre il Gulag, che divenne l’argomento della sua opera più famosa, ma almeno si trattava del primo cerchio della versione sovietica dell’Inferno. Questo “trattamento di favore” gli era stato riservato perché Solženicyn era un fisico-matematico, e venne dunque destinato al girone in cui si faceva ricerca scientifica. E lui racconta a che livelli di paranoia fosse giunto Stalin, al quale non bastavano i polverosi faldoni di informative della polizia segreta: voleva avere un meccanismo che fotografasse le persone che passavano dalle porte del Cremlino, e un sistema che rilevasse l’impronta vocale delle telefonate che si facevano o si ricevevano!

Quando Solženicyn andò in esilio negli Stati Uniti, rimase inorridito: il sistema di controllo degli individui nella società americana era di vari ordini di grandezza più capillare di quello dell’Unione Sovietica. E non stupisce che egli, dopo aver criticato al proposito gli Stati Uniti nel discorso per la consegna delle lauree a Harvard nel 1978, non sia più stato invitato in pubblico e si sia ritrovato isolato e dissidente come prima.

Chissà cosa direbbe oggi, 40 anni dopo, vedendo che i pervertiti meccanismi di controllo ai quali aveva lavorato nel Gulag per compiacere la paranoia di Stalin sono stati adottati non solo alla Casa Bianca, ma in qualunque luogo pubblico o privato, dagli aeroporti alle banche. E non è soltanto la nostra immagine che viene registrata dovunque andiamo: anche le nostre conversazioni telefoniche e le nostre mail sono monitorate e classificate, dagli Stati e dalle aziende. Me lo confermò nel 2002 l’ex presidente Francesco Cossiga, un patito dei servizi segreti e dello spionaggio, quando mi disse in un’intervista: “Echelon c’è da sempre: fu fatta nascere insieme alla Nato, dopo la Seconda guerra mondiale. L’hanno costituita i servizi di sicurezza del Regno Unito, degli Stati Uniti, del Canada e dell’Australia, con agenzie fatte di matematici, fisici, linguisti. Non l’hanno aperta ad altri, ma posso dire per esperienza personale che forniscono informazioni anche a noi, ad esempio per quanto riguarda la lotta alla droga e alla mafia”.

Quando gli domandai cosa registrassero, la sua risposta fu: “Ormai tutto ciò che c’è nell’aria! Quello che va per cavo o per fibra ottica deve invece ancora essere intercettato attraverso i servizi, mediante un’intrusione materiale. Ma il vero problema è come utilizzare l’enorme quantità di informazione che si accumula”. La conferma ci viene quando il giorno dopo un attentato possiamo seguire in video le mosse degli attentatori e leggere i loro scambi, anche se spesso ormai è troppo tardi.

La fantomatica privacy è oggi soltanto una chimera, di cui continuiamo a parlare perché, di essa, non ci rimane appunto altro che la parola. Viviamo tutti in un Grande Fratello globale e universale, una specie di commistione fra il 1984 di George Orwell e il Truman Show ispirato a un romanzo di Philip Dick. Siamo sempre e tutti osservati e catalogati, spesso senza che ce ne accorgiamo. Ogni volta che usiamo il bancomat, una carta di credito, il cellulare, un computer, la posta elettronica, un social network, un casello autostradale, un aeroporto, un albergo, i dati registrati e classificati confluiscono in un profilo che finisce ben presto di contenere molte più informazioni su di noi di quante ne conosciamo o ricordiamo noi stessi. Le impronte digitali, la cui evocazione da parte di Salvini ha fatto inorridire i benpensanti, sono regolarmente contenute nei chip dei passaporti elettronici, e in un futuro più o meno prossimo saranno sostituite dalle ben più sofisticate impronte genetiche.

Le informazioni su di noi sono ormai innumerevoli. E il dibattito sollevato da Salvini rischia di non essere altro che una distrazione dello sguardo dal vero problema: che non è tanto, o soltanto, se i rom debbano essere apertamente e ufficialmente censiti, ma se dobbiamo esserlo nascostamente e subdolamente tutti noi. E poiché lo siamo comunque, volenti o nolenti, il problema è anche quale uso si debba fare di queste informazioni censorie.

Giulio Andreotti diceva che l’unico modo di mantenere un segreto è non confidarlo neppure a se stessi. Oggi neppure questo basta più, e spesso i nostri segreti sono conosciuti dagli altri, anche quando rimangono nascosti a noi. Dovremmo preoccuparcene molto, ed evitare il più possibile di collaborare: parafrasando il noto avviso di Miranda, “abbiamo il diritto di rimanere in silenzio, perché ogni cosa che diciamo o facciamo potrà essere usata contro di noi”.

Una Taverna fra gli accademici

La conoscevamo come la senatrice del “voi siete gnente”, da uno dei suoi più celebri discorsi, pronunciati nel corso della scorsa legislatura. Paola Taverna, la più focosa dei Cinque Stelle, è nel frattempo diventata vicepresidente del Senato. E rappresenterà, oggi a mezzogiorno, Palazzo Madama all’adunanza solenne dell’Accademia nazionale dei Lincei, in chiusura dell’anno accademico.

Da una parte ci sarà lei, famosa per i suoi discorsi senza fronzoli, urlati fieramente, con termini in “romanaccio”. Lei che nel 2014 diceva: “Mi scuso se sono poco onorevole, ma sono fatta così, è il cittadino che viene fuori e dice le cose che pensa”.

Dall’altra, ci saranno gli esimi studiosi di una delle istituzioni scientifiche più antiche d’Europa, fondata nel 1603 da Federico Cesi, presieduta in passato da matematici, storici, linguisti, scienziati e fisici, del calibro di Pasquale Villari e Beniamino Segre. E che ebbe un certo Galileo Galilei come uno dei suoi primi soci.

Come una legge del contrappasso, la pasionaria dei Cinque Stelle sarà la rappresentante istituzionale del Senato, nell’incontro con la massima istituzione culturale italiana. Sperando che questa volta non si metta a urlare all’improvviso: “Voi siete gnente”.

La Lega offre a B. il Copasir e un patto sulle nomine Rai

Matteo Salvini non vuole che la guida del Copasir vada al Pd. Per questo sta facendo pressioni sui suoi alleati nella coalizione, adesso all’opposizione. Prima ha cercato di spingere perché alla guida del comitato parlamentare che controlla i servizi segreti ci andasse Fratelli d’Italia. Adesso sta cercando di convincere Silvio Berlusconi a cedere la presidenza della Vigilanza Rai (che il Pd è pronto a lasciargli), alla quale invece l’ex Cavaliere è molto interessato. In cambio, promette di tenere conto dei suoi desiderata per le nomine in Rai. Salvini non è solo in questa battaglia: dentro FI sono in molti a pensare che non è il caso di farsi attaccare perché Berlusconi è in palese conflitto d’interessi. Dall’altra parte, il Pd che aveva puntato quel posto da mesi per Lorenzo Guerini. fa le barricate. Adesso, con lui balla anche Maurizio Gasparri a capo della Vigilanza. Potrebbe toccare a Francesco Verducci del Pd. E per il Copasir a Renato Brunetta o a Paolo Romani.

A questo si aggiunge che Fratelli d’Italia vuole la Giunta per le elezioni e per le immunità parlamentari del Senato per Marsilio. Mentre FI ha puntato per Paolo Sisto la Giunta per le Autorizzazioni della Camera e Leu vorrebbe quella per le Elezioni. Dunque, l’accordo nelle opposizioni non c’è. E questo fa temere che martedì – quando si voterà – la maggioranza possa interferire, decidendo di fatto il risultato. Anche perché FI e Fli sono un’opposizione più nella forma che nella sostanza. Da vedere come si comporteranno i Cinque Stelle. Il partito di Di Maio soffre sempre di più l’alleato di governo. Tanto che nel Pd si ricomincia a ragionare su futuribili alleanze: se la Lega dovesse rompere, i Dem dovrebbero essere pronti a offrire al M5S un’alternativa. Per evitare il voto. Com’è andato l’ultima volta questo tentativo è storia nota.

Ecco le commissioni gialloverdi. Tanti neofiti e i due anti-euro

Si sono spartiti tutto. Con i Cinque Stelle, il primo partito con i loro oltre 300 eletti, che si sono presi 17 presidenze, e la Lega che si è tenuta le restanti 11. E nel compulsare i nomi si legge la preoccupazione del M5S: accontentare qualcuno dei nuovi eletti e dei veterani, lasciati fuori dalle nomine di governo, per provare a calmare le acque agitate nei gruppi parlamentari. Ma a far parlare è soprattutto la nomina alle presidenze delle commissioni economiche di due leghisti e rinomati anti-euro Claudio Borghi e Alberto Bagnai. A cui alcuni analisti collegano il calo di quasi due punti della Borsa di Milano e l’aumento dello spread.

Effetti collaterali delle nomine alle presidenze delle commissioni, con gli alleati di governo che si sono divisi le cariche in base alla regola dell’alternanza (chi ha preso una presidenza alla Camera ha ceduto quella omologa in Senato), con alcune eccezioni.

Poltrone importanti, come rimarca il senatore lucano del M5S Vito Petrocelli: “Il contratto di governo di per sé è una base, scarna su alcuni punti, quindi per noi il Parlamento e le commissioni saranno centrali”. E proprio Petrocelli, anima “rossa” del Movimento, noto anche per i suoi viaggi in delegazione con il Movimento a Mosca e in Venezuela, presiederà la commissione Esteri del Senato. E anche alla Camera la presidenza sarà grillina, con Marta Grande, deputata di Civitavecchia al secondo mandato, ex dissidente “silenziosa”. Una prima eccezione all’alternanza.

“Il Pd nelle commissioni Esteri ha messo tutti i big, a cominciare da Matteo Renzi, perché vuole bloccarci sulla politica estera” sospettano i 5Stelle. Ma conta sicuramente anche la commissione Bilancio, che a Montecitorio sarà presieduta dal leghista Claudio Borghi, mentre a Palazzo Madama verrà guidata dal grillino Daniele Pesco. A presiedere la Finanze di Montecitorio sarà invece la 5Stelle Carla Ruocco, tra i grandi esclusi dal governo. Non voleva invece un posto nell’esecutivo l’economista Alberto Bagnai, presidente della Finanze in Senato per il Carroccio. Appena dopo la sua elezione, il docente universitario ha risposto su Twitter a chi gli attribuisce il tonfo della Borsa: “Consiglieremmo ai mercati di non insistere sulla narrativa ‘abbiamo paura degli euro-scettici’. Tutti sapevano che io e Borghi stavamo per essere nominati”. Altre le preoccupazioni per Nunzia Catalfo, prima firmataria del disegno di legge sul reddito di cittadinanza, neo-presidente della commissione Lavoro del Senato. Un risarcimento, per il mancato ingresso nel governo.

Invece raccontano che abbia tentennato prima di accettare la presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia Sarti. A febbraio aveva traballato parecchio per il caso delle mancate restituzioni. Ma l’hanno recuperata, anche per i suoi ottimi rapporti con il mondo dell’antimafia.

E il suo omologo in Senato sarà il leghista Andrea Ostellari, padovano, avvocato cassazionista, che ha celebrato così: “Questo è un giorno importante perché la Cassazione ha chiuso ogni procedimento contro Franco Birolo, il tabaccaio di Civè (Padova) indagato per essersi difeso contro una banda di rapinatori”. I 5Stelle invece fanno doppietta anche alle Politiche europee, con il tesoriere Sergio Battelli alla Camera ed Ettore Licheri, avvocato al primo mandato, a Palazzo Madama. E un altro neofita a 5Stelle è il senatore Pierpaolo Sileri, medico, eletto alla presidenza della commissione Salute. Ma nel M5S si è trovato spazio anche per un malpancista come Luigi Gallo, vicino a Roberto Fico, alla guida della commissione Cultura di Montecitorio. Infine il deputato leghista Alessandro Morelli, direttore di Radio Padania , presiederà la Trasporti. Lo volevano sottosegretario con delega alle Telecomunicazione: però avrà comunque un ruolo pesante, visto che la sua commissione si occuperà anche dei porti.

La Camera manda tutti al governo. E Di Maio prende l’ex

Ieri l’ufficio di Presidenza della Camera ha deciso i distacchi per cinque capi di gabinetto dei ministeri e una documentarista.

Si tratta di Vito Cozzoli, già in quel ruolo con Federica Guidi, per il ministero dello Sviluppo economico di Di Maio; di Paolo Visca, che sarà il capo di gabinetto a Palazzo Chigi di Matteo Salvini, in quanto vice premier; di Cristiano Ceresani, che da fedelissimo di Maria Elena Boschi andrà a lavorare nel ministero della Famiglia di Lorenzo Fontana; di Giuseppe Renna, già segretario del Copasir, e Alberto Tabacchi, che lavoreranno con Riccardo Fraccaro al ministero dei rapporti con il Parlamento.

La documentarista, Daria Perrotta, lavorerà a Palazzo Chigi con Giancarlo Giorgetti, dopo essere stata lì anche con Maria Elena Boschi.

Nel frattempo, Di Maio ha scelto anche i suoi vice capi di gabinetto. Tra loro c’è anche un ex deputato, Giorgio Sorial, a lui molto vicino.

L’esigenza è quella di portare dentro anche persone storicamente vicine al Movimento e a lui molto vicine.

Leggende fondative: come fu che Romolo stracciò il contratto con Remo e fece Roma

Come mostrano tutte le statistiche e quotazioni di Borsa, le sfere di cristallo e altri articoli e congegni mirati al vaticinio vanno forte sui mercati. E gli analisti concordano: come, se non mediante aruspici e veggenti, prevedere la sorte e gli esiti del governo uno e trino Salvini-Conte-Di Maio?

Nelle aree più arretrate del Paese, anziani negromanti scrutano i fondi di caffè, con risultanze spesso discordi.

Intanto si affannano i formulatori di formule, gli arrotondatori di tavole, i contatori di Repubbliche (1, 2, 3, 4… and counting), i giustificatori di scusanti, gli elogiatori di incompetenze ed altri acrobati. Oppure, ed è l’alternativa preferita dagli intellettuali (populisti e non), si ricorre a sudatissime ricerche d’archivio per rispolverare oscuri e dimenticati testi profetici. Tra i quali emerge il seguente:

“Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. ‘Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli’. Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi. Gli italiani sono l’unico popolo, credo, che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli” (Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini, 1946).

E infatti, raccontano gli storici, i due fratelli Romolo e Remo, dopo aver stipulato fra loro un contratto per la fondazione di Roma, non riuscirono a mettersi d’accordo su chi dovesse esserne il re, e decisero che avrebbe vinto chi vedesse più rapaci dall’alto di un colle.

Remo, dall’Aventino, ne vide sei, e poco dopo Romolo, sul Palatino, ne vide dodici. Il partito di Romolo lo voleva re, perché aveva avuto più “voti”, quello di Remo obiettava che i suoi voti erano meno ma valevano di più perché arrivati prima (Tito Livio).

Invano tentarono una mediazione attraverso uno sconosciuto scelto a caso tra i passanti. Allora Romolo decise di passare all’azione: tracciò con l’aratro il perimetro delle mura di Roma, e al grido di #Prima i Romani! vietò agli stranieri di entrarvi.

E il povero Remo, che magari avrebbe voluto ammettervi qualche migrante dai paraggi, senza tanti complimenti fu ucciso dal fratello (Plutarco). Risultato: Romolo re di Roma, Remo sepolto, il contratto stracciato, il mediatore rispedito a casa nonostante il curriculum. Perché, allora come ora, “è l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende” (B. Mussolini, 1934).