L’effetto annuncio sgonfia il condono: incasso 7 miliardi

Giovanni Tria ha un problema non da poco. L’annuncio di Matteo Salvini sul condono per le cartelle di Equitalia sta agitando il ministero dell’Economia. E per un motivo semplice: questo tipo di misure non si annuncia per mesi, ma si studia rapidamente per evitare che chi ha debiti col fisco, nell’attesa, smetta di pagare. E il timore è che si stia già verificando, anche perché le stime che girano al Tesoro sugli effetti della misura sono lontanissime dalle aspettative leghiste.

Ieri il Fatto ha dato conto del fastidio del ministro dell’Economia per l’uscita del vicepremier Salvini che ha svelato che la “chiusura delle cartelle sotto i 100 mila euro” è l’ipotesi definita “pace fiscale” dal contratto di governo, che ipotizza il “definitivo smaltimento della mole di debiti iscritti a ruolo, difficilmente riscuotibili”. Le aliquote ipotizzate sono tre: del 6 e 15% (la stessa della flat tax) per chi è in situazioni eccezionali e involontarie di difficoltà economica e del 25%. Vista la difficoltà di identificare per legge i requisiti di buona fede fiscale per le prime due, la terza sarà la più usata. Forse non è un caso. È la stessa aliquota della sanatoria sulle cartelle varata nel 2002 dal governo Berlusconi. Era parte di un mega condono studiato da Giulio Tremonti da 34 miliardi (meno di 28 davvero incassati). Secondo i piani della Lega, ipotizzati dal teorico della flat tax verde Armando Siri, il provvedimento dovrebbe fruttare 40-60 miliardi, utili a coprire i costi della riforma fiscale. Ma i dati non tornano. Per questo nelle scorse settimane la Lega ha provato a convincere i 5Stelle a riproporre l’intero pacchetto dei tempi di B. (studiato in caso di vittoria del centrodestra) ma l’alleato ha posto il veto. Da allora ha premuto sempre più sul tema, facendo filtrare continue accelerazioni.

I numeri della Lega non tornano per tre motivi. La misura del 2002 portò a un’adesione media dell’8,9% per i ruoli più recenti (quelli dell’ultimo anno) che calava progressivamente più ci si allontanava nel tempo. Degli 817 miliardi non ancora riscossi che compongono il “magazzino” di Equitalia solo 84 sono davvero aggredibili, più o meno la cifra delle somme iscritte a ruolo ogni anno. Con i tassi di adesione simili al 2002 non si andrebbe oltre i 6-7 miliardi il primo anno, di cui però lo Stato incasserebbe il 25%: poco meno di 2 miliardi subito, che calerebbero nel tempo.

Anche allargando a tutte le cartelle emesse dal 2001, la cifra finale non superera i 12 miliardi. E qui nasce il secondo problema. Quella cifra sarebbe alla portata se non ci fosse stata la rottamazione delle cartelle dei governi Renzi-Gentiloni: la prima ha fatto incassare 6,5 miliardi nel 2017; quella bis si è appena conclusa con 900mila adesioni (l’Agenzia delle Entrate sta inviando le lettere con il conto da pagare) e a bilancio è previsto un incasso di due miliardi nel 2018-2019. Insomma, il grosso di quanto si poteva ottenere è già stato incassato.

Secondo i primi calcoli la nuova misura non porterebbe così in cassa più di 10 miliardi, cifra che però non può essere usata interamente a copertura di nuove misure perché deve scontare anche l’effetto del mancato gettito sui ruoli più recenti, dove invece di incassare l’intera somma dovuta a Equitalia (come nella rottamazione, che esclude solo sanzioni e interessi) il fisco ne porterebbe a casa solo un quarto. Tirate le somme rimangono 6-7 miliardi di coperture “reali”, un decimo di quelle stimate dalla Lega.

È da qui che nasce la grande prudenza del ministero e, in parallelo, l’insofferenza di Salvini. Le uscite del vicepremier servono a mettere pressione per arrivare a un testo il prima possibile, già in estate. Il guaio è che hanno dato il segnale che il governo prepara una nuova sanatoria molto più vantaggiosa della rottamazione, con cui peraltro si andrebbe a sovrapporre. Se si partisse subito, per dire, i 2 miliardi previsti non arriverebbero. Così si paralizza la riscossione, la vera paura dei tecnici dell’amministrazione fiscale. A quel punto il governo sarà costretto a varare la “pace fiscale” per scongiurare gli effetti innescati dal suo stesso annuncio.

Di Maio avverte i parlamentari: “Niente piagnistei”

“Ascolto consigli, non piagnistei”. È lo “schiaffo” di Luigi Di Maio ai parlamentari dei Cinque Stelle, riuniti ieri sera alla Camera per un’assemblea congiunta che si preannunciava come molto agitata, con diversi eletti che prima della riunione invocavano un cambio delle regole e ragionavano su una raccolta di firme proprio per modificare i regolamenti dei gruppi. E il vicepremier e capo politico del M5S si è regolato di conseguenza, attaccando nel discorso che ha aperto l’assemblea: “Dobbiamo cambiare il Paese, non il Movimento. Ora siamo al governo, non abbiamo più scuse”. Quindi niente modifiche alle regole o nuove strutture di raccordo, che pure molti chiedono. Piuttosto, Di Maio pretende disciplina e risultati: “Adesso dobbiamo fare i fatti e cambiare il Paese, e i fatti li fanno anche i parlamentari che devono lavorare nelle commissioni e approvare le leggi”. D’altronde, assicura il vicepremier, “questo governo ha il consenso più alto degli ultimi 60 anni”. Frase che ha scatenato applausi. Ma nella pancia del Movimento il disagio resta forte.

Roma: via Almirante, Fratelli d’Italia fa saltare lo stop

Nuovo capitolo della vicenda riguardante la controversa intitolazione all’esponente della Repubblica Sociale Giorgio Almirante di una via della Capitale. Ieri, infatti, il gruppo capitolino di Fratelli d’Italia si è riunito per un flash mob in Campidoglio nell’aula Giulio Cesare per protestare contro la decisione di Virginia Raggi di presentare una contromozione pentastellata al fine di bloccare l’inserimento del nome dell’ex leader MSI nella toponomastica della città. I consiglieri di FdI sono riusciti a far slittare il voto non approvando il nuovo ordine del giorno presentato in consiglio. Immediate le reazioni degli altri partiti politici con il Pd che ha intonato “Bella Ciao” ed esposto striscioni e il vicecapogruppo in Campidoglio dei cinquestelle Giuliano Pacelli che dichiarato: ”Con questa scelta Fratelli d’Italia si mostra alla città per quello che è. Non firmando (la mozione, ndr) stanno tacitamente dicendo ai cittadini che non prendono le distanze dal fascismo e da persone che si sono esposte con idee antisemite e razziste. Porteremo la mozione in aula il prossimo martedì. Roma è e resterà orgogliosamente antifascista”.

Sanità, maxi-sequestro a Formigoni

Quella lombarda è la sanità pubblica migliore d’Italia. Eppure a questo settore strategico, per molti anni, sono state sottratte illecitamente risorse enormi. Denaro che, come ha dimostrato l’inchiesta Maugeri, doveva servire per curare i pazienti e che invece, in parte, è andato a pagare le utilità di Roberto Formigoni. Ma c’è di più: con il loro comportamento Formigoni e altri hanno prodotto un danno alla sanità lombarda da più di 59 milioni di euro. Il calcolo è stato fatto dalla Procura regionale della Corte dei conti che ieri ha anche disposto un sequestro conservativo a carico dell’ex governatore per 5 milioni (oltre a 15 immobili), ovvero il valore della corruzione dell’ex Celeste. Il prossimo 11 luglio dovrà essere convalidato dal giudice. Il pacchetto “utilità Formigoni”, riguarda i noti viaggi, le vacanze in barca, le ville in Sardegna e poi anche contributi elettorali. Tra le voci da sequestrare, i giudici mettono anche i “crediti” per le cariche istituzionali. In sostanza “i vitalizi”: l’assegno da ex deputato ed ex senatore, la pensione da parlamentare europeo, il “vitalizio” e la “indennità di fine mandato” da ex Governatore. Al centro dell’inchiesta i rimborsi erogati dalla Regione alla Fondazione Maugeri per le “funzioni non tariffabili”. La Maugeri, dal 1998 al 2010 ha ricevuto dalla Regione 162 milioni. Denaro che, in parte, sarà retrocesso per creare fondi neri, utili a corrompere i pubblici ufficiali. Tra questi lo stesso Formigoni che “si è adoperato per deviare la funzione pubblica a fini privati”. Le retrocessioni fatte superano i 70 milioni. Un sistema illecito, reso possibile da “una protezione globale” data da Formigoni ai vertici di Maugeri, i quali inviavano i loro “agevolatori” in Regione per riunione ristrette. Erano i noti “caffè sanità”. Formigoni, che ha bollato come “fake news” la notizia di ieri, attende la sentenza d’appello. L’accusa, poche settimane fa, ha chiesto di aumentare la pena, portandola dai 6 anni del primo grado a 7 anni e 6 mesi.

Il Salvini del giorno: attacco a Saviano

Da quando fa il ministro va così: provvedimenti di qualche genere pochini, titoli sui giornali parecchi. Ieri, però, il ministro dell’Interno è passato dalle legittime battaglie politiche su questo o quello (in genere immigrazione) alla sostanziale messa in stato d’accusa di uno scrittore finito sotto scorta per le minacce ricevute dalla camorra.

Si tratta, ovviamente, di Roberto Saviano, uomo che (non è un mistero) non ha molta simpatia per Matteo Salvini. Il leader della Lega ieri mattina se n’è andato ad Agorà su Raitre e, interrogato su una sua dichiarazione di un anno fa ( “se andiamo al governo a Saviano gli leviamo l’inutile scorta”), ha risposto in veste di ministro: “Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero…”. Comunque, “Roberto Saviano è l’ultimo dei miei problemi: gli mando un bacione se ci sta guardando. È una persona che mi provoca tanta tenerezza e tanto affetto, ma è giusto valutare come gli italiani spendono i loro soldi”. Frasi (quasi) corrette nella forma, quanto minacciose nella sostanza: un ministro dell’Interno toglie di fatto il suo sostegno a un uomo minacciato dalle mafie.

Le parole di Salvini hanno innescato un profluvio di critiche, compresa quella del suo predecessore Marco Minniti: “Le scorte non si danno e non si tolgono in tv”. Lo stesso Salvini è stato poi costretto a precisare: “Non sono io a decidere sulle scorte, ci sono organismi preposti”.

Ovviamente anche Saviano ha voluto dire la sua e, per così dire, non ha risollevato il tono della discussione. “E secondo te, Salvini, io sono felice di vivere così da 11 anni, minacciato dalla camorra e dai narcos messicani? Buffone”, è la replica dello scrittore affidata a un video su Facebook: “Salvini è il ministro della malavita. È stato eletto in Calabria e in un suo comizio a Rosarno in prima fila c’erano uomini della cosca Pesce. Lui, da codardo, non ha detto niente contro la ’ndrangheta. Salvini restituisca i soldi della maxi-truffa della Lega ai danni della Repubblica italiana e poi parli del denaro che gli italiani devono sapere come viene speso”.

Alla fine Saviano ha ripreso l’invito già diffuso qualche giorno fa a “silenziare” il ministro: “Togliamo al ministro della malavita, la possibilità di continuare ad armare odio e disprezzo”. La cosa non è sembrata scalfire più di tanto l’interessato: “Gli insulti dei chiacchieroni Macron e Saviano non mi toccano, anzi mi fanno forza”.

Pilatesco il Guardasigilli Alfonso Bonafede: “Non commento: le scorte sono competenza del Viminale”. Indirette le parole di Roberto Fico, l’unico grillino a smarcarsi da Salvini: “Chi ha avuto il coraggio di denunciare e opporsi alla criminalità organizzata deve essere protetto dallo Stato”. E avanti così, fino alla trovata acchiappa-titoli di oggi.

Il governo chiarisca: il male peggiore è l’isolamento

Nino Di Matteo, in un incontro organizzato da Nando dalla Chiesa, ha rivelato fatti assai rilevanti che hanno di recente riguardato Antonio Ingroia. L’intervento di Di Matteo è raccontato su questo giornale da Gianni Barbacetto. In sintesi si tratta delle modalità con cui è stato soppresso il servizio di scorta imposto ad Ingroia per anni per ragioni di sicurezza.

Va subito detto che questi fatti non erano (per quanto ne so) pubblici. Segno che Ingroia, nonostante la difficile situazione, ha comunque saputo dimostrare riserbo e rispetto istituzionali. Cosa non da poco di questi tempi, caratterizzati da intemperanze e atteggiamenti oltranzisti e arroganti, tenuti per di più con euforica allegria.

Tutti dovrebbero sapere, nel nostro paese, chi è stato Ingroia. Ma siccome noi soffriamo spesso di amnesia, conviene ricordarlo. Magistrato operante sul versante antimafia prima a Marsala e poi per oltre vent’anni a Palermo, allievo di Borsellino e Falcone, dopo le stragi del 1992 (il selvaggio attacco di Cosa nostra al cuore dello Stato) Ingroia – come magistrato della Procura di Palermo – è stato uno dei protagonisti del riscatto dello Stato. Un componente della “squadra” che (con la collaborazione di altre forze, quelle di polizia giudiziaria in particolare) nel rispetto assoluto delle regole seppe fare “resistenza” al tentativo feroce della mafia di trasformare la democrazia in poltiglia. Ha condotto numerosi importanti processi su un’infinità di mafiosi “doc” appartenenti all’ala militare di Cosa nostra, ma anche processi sul lato oscuro quanto nevralgico, dei rapporti della criminalità con pezzi del potere legale. Un elenco completo sarebbe lunghissimo, quindi impossibile in questa sede, per cui ricordo solo alcuni casi: Bruno Contrada, Marcello dell’Utri e via via fino al processo sulla “trattativa Stato-mafia”, di recente conclusosi con sentenze di condanna in primo grado. Quanto basta, comunque, per comprendere come Ingroia – per il suo lavoro – sia stimato e apprezzato da tanti (innanzitutto quelli che come me hanno avuto l’opportunità di lavorare con lui), ma anche odiato e osteggiato da tantissimi altri, fino al punto di divenire spesso bersaglio di attacchi ingiusti e di infami campagne diffamatorie.

Nella intervista del 10 agosto 1982 (rilasciata a Giorgio Bocca da Carlo Alberto dalla Chiesa, pochi giorni prima di essere ucciso dalla mafia, il 3 settembre a Palermo), il prefetto antimafia ebbe tra le altre cose a dire: “Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”.

Ecco, Ingroia ha lasciato la magistratura, per cui (anche ammesso che l’appartenenza a questa categoria conferisca davvero “potenza” e che Ingroia sia stato fra i “potenti”) ora “potente” non lo è più. Ma in questo momento, proprio a seguito degli avvenimenti riferiti da Di Matteo e Barbacetto, egli mi sembra – oltre che ancora esposto a pericolo – assai isolato. L’ammonimento di Dalla Chiesa non va quindi sottovalutato. Spero che il “governo del Cambiamento” voglia riconsiderare con scrupolo – senza trincerarsi dietro cortine burocratiche – la vicenda (nata nella passata legislatura), spiegando bene all’opinione pubblica le sue scelte. La stessa esigenza di rigore che si coglie perché sia cancellato ogni dubbio di logiche un po’ di bottega nel caso – inopinatamente sollevato in Tv – della scorta di Saviano.

Tolta la scorta a Ingroia. Di Matteo: “È in pericolo”

Il magistrato Nino Di Matteo pesa le parole: “La mafia e i potenti che colludono con la mafia non dimenticano”. Eppure – annuncia in una manifestazione pubblica a Milano – lo Stato ha deciso di togliere la scorta ad Antonio Ingroia. Ora avvocato, già giovane collaboratore di Paolo Borsellino, Ingroia è stato il pm palermitano che ha avviato le indagini sulla trattativa tra Stato e mafia, poi portate a processo da Di Matteo, il quale il 20 aprile 2018 ha ottenuto la condanna in primo grado di uomini delle istituzioni come Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, di boss di Cosa nostra come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà e del “mediatore” Marcello Dell’Utri.

“Possono passare gli anni, ma Cosa Nostra non dimentica”, gli fa eco Francesco Del Bene, con lui pm in quel processo, “la revoca della protezione a Ingroia fa orrore”. E il sociologo Nando dalla Chiesa, sul palco della Camera del Lavoro milanese insieme a Di Matteo e Del Bene, aggiunge: “Sembra che sotto la decisione burocratica di revocare la scorta a Ingroia ci sia una rappresaglia nei confronti di un magistrato che ha dato fastidio”.

I fatti. Un paio di settimane dopo la sentenza sulla trattativa, agli inizi di maggio, a Ingroia arriva una lettera del prefetto di Palermo. Con linguaggio burocratico gli comunica che, d’intesa con il prefetto di Roma, l’Ucis, l’ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, ha valutato che non esiste più per lui “una concreta e attuale esposizione a pericoli o minacce”, dunque gli viene revocata la protezione.

L’ex magistrato ha la scorta dal 1991, quando lavorava a fianco di Borsellino, dunque da 27 anni. Nel tempo è più volte cambiata l’intensità della protezione, passando dal secondo al quarto livello di rischio. Negli ultimi anni si era ridotta a soli due uomini che lo scortavano però in tutti i suoi spostamenti.

Un paio di giorni dopo la lettera del prefetto di Palermo, come annunciato, la scorta scompare. Il 16 maggio Ingroia scrive all’allora ministro dell’Interno del governo di Paolo Gentiloni, Marco Minniti, e al capo della Polizia, Franco Gabrielli.

L’ex magistrato non contesta la scelta dell’Ufficio interforze, non discute la decisione presa dagli organi che hanno la competenza – ma anche la responsabilità – di quella scelta, ci tiene però a lasciare traccia scritta che non solo è rimasto sorpreso dalla decisione, ma anche che non la condivide. Sia chiaro, a futura memoria, che non c’è stato il suo assenso alla sospensione della protezione. Perché alcuni segnali di pericolo restano a suo avviso attuali.

Ci sono anni di indagini a Palermo su Cosa nostra, che Cosa nostra non dimentica. E ci sono fatti più recenti. Totò Riina, intercettato in carcere prima della sua morte, ha definito Ingroia “il re dei cornuti”, mentre raccontava al suo interlocutore la condanna a morte decretata per Di Matteo. Un collaboratore di giustizia, Marco Marino, ha riferito al procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, impegnato nel processo che potrebbe essere chiamato “Trattativa 2”, sulla partecipazione delle cosche calabresi alla strategia stragista, che Cosa nostra e la ’ndrangheta avevano insieme condannato a morte Ingroia con il proposito di farlo saltare in aria con venti chili di esplosivo. L’attentato non c’è stato, ma i mafiosi, si sa, difficilmente revocano le condanne a morte. Un altro “pentito”, Carmelo D’Amico, ha riferito che nel 2015 anche i servizi segreti ce l’avevano con Ingroia e Di Matteo.

C’è il passato di magistrato a mettere in pericolo Ingroia, ma anche il presente di avvocato di parte civile e difensore di collaboratori di giustizia in processi di mafia in corso. Come quello per l’uccisione di due carabinieri, Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, uccisi nel 1994. Ai suoi numeri arrivano di tanto in tanto misteriose telefonate mute. Ancor più inquietante una telefonata parlante, invece, fatta allo studio di Ingroia da una delle figlie di Totò Riina che chiedeva con insistenza di parlare personalmente con l’ex magistrato.

Il ministro uscente Minniti passa la palla al capo della polizia e al nuovo governo. A questo punto Ingroia manda una lettera, il 4 giugno, al nuovo ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una ulteriore, datata 21 giugno, la invia a Salvini e al suo sottosegretario Carlo Sibilia, del Movimento 5 stelle. Chiede di essere ricevuto per spiegare di persona. Nessuna risposta. Una concessione però gli viene fatta, gli viene assegnata una “protezione di vigilanza dinamica a orari convenuti”: se comunica per tempo via email quando esce di casa, per quell’ora arriva un’auto della polizia che si piazza sotto casa. Una protezione ritenuta dagli esperti del tutto inefficace, in presenza di pericoli seri.

“Ci sono personaggi della politica che restano sotto scorta”, ricorda Nino Di Matteo, “e alcuni da anni non hanno più alcun ruolo pubblico. Ingroia invece è lasciato senza protezione”. I nomi non li fa, ma non sono difficili da ricostruire: Maria Elena Boschi, Massimo D’Alema, Nichi Vendola e tanti altri girano protetti. Antonio Ingroia, colui che ha dato il via alle indagini sui rapporti incestuosi tra mafia e Stato, è invece lasciato solo.

L’allarme di Fava: “Scarcerato il fratello di Messina Denaro”

Nel trapanese sono stati scarcerati, o stanno per esserlo, 59 mafiosi per fine pena e tra questi c’è anche Salvatore Messina Denaro (nella foto), il fratello del boss latitante Matteo Messina Denaro”. Lo ha detto il presidente della commissione parlamentare Antimafia dell’Assemblea regionale Siciliana Claudio Fava, incontrando i giornalisti a conclusione delle audizioni tenute in Prefettura a Trapani. L’Antimafia ha ascoltato il Prefetto, il capo della Procura, i vertici di carabinieri, polizia, guardia di finanza e Dia, e i commissari prefettizi del Comune di Castelvetrano, sciolto lo scorso anno per mafia.

“La presenza della massoneria in questa provincia – ha aggiunto Fava – continua ad avere, come ha avuto in passato dalla Loggia Iside 2 in poi, una funzione di raccordo forte, una sorta di camera di compensazione all’interno della quale continuano a incontrarsi, a sovrapporsi, a darsi manforte, interessi legali e illegali che vengono da diversi ambienti”.

Mozzarelle con sorpresa: aghi da cucito nel latticino

Si era messa a tavola e aveva dato il primo morso alla mozzarella che aveva appena comprato al supermercato Esselunga vicino casa quando ha visto due aghi da cucito infilzati dentro il latticino. Un grande spavento e poi la denuncia immediata ai carabinieri della stazione di Campo di Marte di Firenze.

Protagonista della spiacevole vicenda una studentessa di 23 anni di origini pugliesi che mercoledì sera si è accorta dei due aghi metallici mentre tagliava la mozzarella di marca Mukki.

Dopo i primi accertamenti, i carabinieri hanno scoperto che la confezione incriminata faceva parte di un lotto di 3.840 mozzarelle in 1.920 confezioni da 125 grammi con scadenza 29.06.2018 prodotte nello stabilimento Valcolatte di Pontenure (Piacenza).

Le 600 destinate a Esselunga sono già state ritirate dal mercato mentre le restanti 3.240, distribuite ad altri rivenditori, sono state “richiamate”.

Secondo le prime indagini dei carabinieri del Nas coordinate dalla Procura di Firenze, la confezione comprata dalla studentessa al supermercato di via Masaccio (zona stadio) non era bucata e quindi nessuno avrebbe inserito gli aghi da cucito dall’esterno.

Dopo la scoperta, la giovane studentessa universitaria ha raccontato ai carabinieri che inizialmente non si era accorta di niente e che la mozzarella “aveva un sapore normale”.

Nel frattempo Mukki ha escluso ogni tipo di “contaminazione” e ha provveduto a ritirare il prodotto in via precauzionale dando così la possibilità ai clienti che lo avessero già acquistato di richiederne la sostituzione.

Economia aziendale, la cattedra è a bilancio da due anni, ma il posto è ancora vacante

Due ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, un’inchiesta della procura di Pisa con 3 professori indagati, 8 membri della commissione che hanno abbandonato in corsa, ma soprattutto un grande nulla di fatto. Il concorso indetto due anni fa per la cattedra di Economia Aziendale dell’Università di Pisa è diventato un incubo per i concorrenti e adesso è arrivata pure la beffa finale: nel consiglio di Dipartimento del 28 maggio non c’è stata alcuna “chiamata” per il nuovo ordinario di Economia Aziendale nonostante l’Università avesse già certificato la necessità di almeno un nuovo docente e messo a bilancio le relative coperture finanziarie. Eppure, una graduatoria dei concorrenti era già stata stilata e ad arrivare prima era stata la ricercatrice livornese Giulia Romano, 39 anni con un passato in Consob, grazie alle otto pubblicazioni in riviste di fascia A e undici di “impact factor” per un totale di 76 punti. Dietro di lei il professor Simone Lazzini (72 punti), vincitore del primo concorso terminato il 27 ottobre 2016 e poi annullato dal Tar dopo il ricorso di Romano che aveva anche sporto denuncia in Procura accusando i commissari di aver cucito un bando “su misura” del vincitore. “È una vicenda inquietante – dice al Fatto Quotidiano Anna Iuliano, segretario locale del sindacato del Comitato nazionale universitario – e oltre al danno c’è anche la beffa: se entro luglio non arriverà alcuna nomina, per quel ruolo nei prossimi due anni non si potrà chiamare nessun altro. Non si possono chiedere le risorse e poi non assumere nessuno”. Il rettore Paolo Mencarella invece scarica la responsabilità sui colleghi del dipartimento di Economia: “come mai si è giunti a questa ‘non decisione’ andrebbe chiesto a quei docenti che hanno preferito non avvalersi del giudizio tecnico della Commissione di Concorso, di fatto interrompendo il procedimento di chiamata. Come Rettore ho adottato i provvedimenti più idonei per assicurare il rispetto della legalità”.