Il cuore “bruciato” durante una gastroscopia: l’incredibile morte di Mauro Pianta

Un macchinario medico surriscaldato avrebbe ustionato il cuore nel corso di un esame piuttosto semplice. Questa sarebbe la causa della morte di Mauro Pianta, 47 anni, giornalista che ha perso la vita dopo aver subito una gastroscopia a radiofrequenza all’ospedale Molinette di Torino il 4 aprile scorso. Dall’autopsia eseguita pochi giorni dopo il decesso era emerso che l’uomo aveva avuto un’emorragia cardiaca, ma dopo un nuovo controllo, avvenuto martedì pomeriggio, sarebbe emersa l’origine di tutto. Secondo alcune anticipazioni dell’esame istologico disposto dalla procura (pm Elisa Buffa), dall’analisi dei tessuti del cuore sono emerse tracce simili a ustioni, ma anche una certa “fragilità” del cuore di Pianta. A questo punto si ipotizza che l’apparecchiatura utilizzata alle Molinette, dotata di un rilevatore di calore, non abbia funzionato a dovere anche perché nel corso della gastroscopia tutti i valori del paziente erano a norma e le sue condizioni di salute sembravano non aver alcuna controindicazione all’intervento con cui doveva essere rimossa una piccola ernia iatale.

Dopo la morte del giornalista la Procura aveva subito messo sotto inchiesta un gastroenterologo e un’anestesista. L’ipotesi di reato nei loro confronti è omicidio colposo. Si è trattato, però, di un atto dovuto per verificare se ci fosse una relazione tra la morte e il controllo medico, programmato da tempo per curare un’ernia iatica, o se fosse una fatalità. Se la morte fosse stata davvero provocata dal surriscaldamento del macchinario per la gastroscopia, allora la posizione del medico e dell’anestesista sarebbe alleggerita. Pianta, a lungo collaboratore de La Stampa e di recente passato al Corriere Torino, ha lasciato una moglie e due figli piccoli.

Lo strano caso di “Arteven”, l’associazione senza concorrenti nei teatri del Veneto

È possibile che un’associazione culturale che riceve finanziamenti regionali e statali si occupi della programmazione teatrale del Veneto senza che l’incarico segua le procedure di trasparenza e anticorruzione previste dal nuovo codice degli appalti? Sì, in Veneto è possibile. Arteven assolve a questo compito, non solo per piccoli comuni, ma anche per Venezia, Verona, Padova, Vicenza e per teatri importanti come il Toniolo e il Momo di Mestre di proprietà dell’amministrazione comunale. Tutto con la procedura negoziata, senza l’apertura a offerte di altri concorrenti. L’avvocato Davide Scano, che fu candidato per i 5S a sindaco di Venezia, ha presentato un esposto-denuncia alla Corte dei Conti del Veneto che rischia di aprire il pentolone dell’azienda culturale che opera in un’ottantina di enti e strutture teatrali, nonché dei suoi intrecci con la politica.

Il punto di partenza è la programmazione delle stagioni teatrali di prosa e danza nei teatri mestrini. L’”attività gestionale – scrive Scano – è affidata quasi completamente all’esterno con il coinvolgimento di un ristretto gruppo di imprese private che, di anno in anno, sono divenute di fatto monopoliste”. E cita le determinazioni del dirigente del settore cultura del Comune di Venezia che lo scorso anno (e nei quattro precedenti) ha affidato l’organizzazione ad Arteven. Per legge dovrebbero essere invitate almeno cinque società, salvo eccezioni. E proprio a queste fanno riferimento le decisioni comunali, ovvero al fatto che “lo scopo dell’appalto consiste nell’acquisizione di una rappresentazione artistica unica e la concorrenza è assente per motivi tecnici e il valore è inferiore alla soglia di rilevanza comunitaria” che è di 750 mila euro.

Scano contesta questi requisiti. L’importo per l’organizzazione è di 237 mila euro, quindi sotto la soglia, in realtà non vengono calcolati i proventi dei biglietti, che restano a favore della società organizzatrice. Scrive Scano. “In questo caso sembra vi sia stata un’arbitraria ed ingiustificata riduzione della base d’appalto, con conseguente elusione dell’obbligo di indire una gara sopra soglia. L’importo risultante dalla sommatoria del prezzo pattuito (a carico del Comune) e dei biglietti/abbonamenti stimati per la stagione 2017-18 avrebbe superato abbondantemente la soglia di 750 mila euro”. Secondo l’esponente M5S il valore sarebbe di circa un milione, a cui vanno aggiunti altri benefici contrattuali (personale, pubblicità, ufficio stampa). Ma viene contestato anche che ci si trovi in presenza di un servizio “infungibile”, ovvero l’organizzazione “di una rappresentazione artistica unica”, ove “la concorrenza è assente per motivi tecnici”. Invece la concorrenza di società private esiste, ma non è valorizzata.

Nel cda di Arteven siedono tre persone con una connotazione politica ben precisa. Il presidente Leandro Comacchio è stato cronista de La Padania, segretario della Lega Nord a Padova e assessore alla cultura nella giunta Bitonci. Massimo Zuin è stato consigliere e assessore comunale Pd a Mira. Pierangelo Molena è stato dal 2010 al 2014 capo della segreteria di Sandro Simoniato (Pd) vicesindaco e assessore al bilancio del Comune di Venezia. La Regione ha finanziato Arteven con 500 mila euro all’anno dal 2013 al 2016 e con 350 mila euro nel 2017 e altri finanziamenti sono arrivati dal Ministero.

Poveri voi ragazzi, costretti a temini da inserto culturale

Poveri ragazzi, avete tutta la nostra simpatia. Vi viene inflitto un tormento inutile, che tornerà nelle vostre notti in forma di incubo e non vi abbandonerà più come senso insieme della vostra inadeguatezza e della violenza della vita. E per soprammercato, di ritorno da quel massacro, col sonno addosso e ancora l’immotivata paura nel cuore per ciò che avete scritto, dunque per l’irreparabile, vi toccano le nostre paturnie di sadici scuolesenti, tutti a elogiare la scemenza ministeriale che vi è toccata quest’anno, con predilezione per quei temini da inserto culturale tutti incentrati sul “senso civico” e la “critica sociale” che da un po’ di anni a questa parte vi toccano in sorte.

Il tema d’italiano alla maturità è la macchia di Rorschach della Nazione, la cartina di tornasole dell’Italia mentale, che in quelle quattro-cinque tracce deposita tutte le sue nevrosi, i suoi tic, i suoi birignao, i suoi complessi di colpa, il suo analfabetismo funzionale (Tullio De Mauro diceva che affligge due terzi della popolazione), e in quel suo saper leggere e scrivere ma non comprendere davvero, si sente in diritto di piegare il vostro legno ancora tenero al suo afflato per il politicamente corretto.

Come se voi foste una versione migliore di noi stessi, bambolotti insufflati di genio italico, miniature di futuri statisti, e doveste svolgere i vostri/nostri compitini di impegno morale con destrezza, come piccoli balilla educati alla democrazia. Giusto per citare qualche tema degli ultimi anni: i versi “ecologici” di Giorgio Caproni, il rapporto padre-figlio (tema renzian-recalcatiano), la premio Nobel Malala e la sua frase “Le penne sono le nostre armi più potenti”, come se la classe dirigente volesse davvero che le vostre penne fossero potenti, e non fosse sempre stato lo scopo della scuola così come voluta dalla politica la pastorizzazione di ogni talento, la sterilizzazione di ogni differenza.

Se fossi stata commissario d’esame e un maturando avesse scritto per tema uno degli articoli che gli “operatori culturali” hanno dedicato ai temi di quest’anno (tutti in brodo di giuggiole per il tema sulla solitudine, con la poesia di Alda Merini famosa perché molto condivisa su Facebook), forse non l’avrei bocciato, ma gli avrei consigliato di non cedere al desiderio di essere come tutti, lo avrei incoraggiato a conquistarsi la sua voce, piuttosto che quella condivisa dal gregge dei mezzi-colti, a rendere la sua penna un’arma potente e non una protesi da inzuppare nell’acquasantiera del concesso, del decente, del presentabile.

Per scadere nella volgare attualità: le tracce sono state decise dal Miur della diplomata media Fedeli (motivo per cui sarebbe più corretto, in omaggio a lei e a chi le curava il sito, chiamarle “traccie”). Lasciando stare la faccenda dei titoli senza i quali ella si è arrogata questo diritto (forse in virtù della massima di Oscar Wilde: un esame è una domanda fatta da uno scemo a cui un saggio non saprebbe rispondere), è buffo che una delle tracce tiri in ballo la Costituzione, quella che il partito della Fedeli voleva cambiare, e nel suo articolo 3, quello che riguarda la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e che da decenni viene sistematicamente negato e calpestato a partire proprio dalla scuola, da ultimo dalla Buona scuola renziana, un obbrobrio aziendalista e classista che non era venuto in mente nemmeno a Berlusconi.

Sempre De Mauro: le “diseguaglianze (sociali) danno luogo a diseguaglianze di trattamento che producono risultati diseguali, da cui nascono diseguali capacità di orientarsi nei percorsi scolastici… da cui si determinano diseguali possibilità di inserimento nel lavoro e nella vita sociale”.

Coraggio, ragazzi: lottate per ottenere la vostra voce e pretendere libertà e uguaglianza, ché noi presto, come con Sanremo, ci stancheremmo di parlare di voi e passeremo ad altro.

Della versione resterà l’incontro con Aristotele

Con ogni esame di maturità si propone la vecchia questione dell’utilità di far tradurre da una lingua morta un brano di duemila anni fa. Le repliche, per lo più difensive, spesso non centrano il bersaglio, adducendo la supposta perfezione ineguagliabile dei classici, o la loro natura di pietra angolare della “nostra” cultura. La versione scelta quest’anno, un passo dall’Etica Nicomachea di Aristotele, fornisce un buon esempio. È un testo abbastanza semplice, non fosse per un fastidioso problema filologico (il genitivo boethèias – lo ricordino i commissari – è quasi incomprensibile, e invale la lezione boètheia o boethèi), e per un’ellittica citazione di Omero (“due che vanno insieme <l’uno prima dell’altro vede cos’è meglio>”).

Il brano, che apre il libro VIII dedicato all’amicizia, offrirebbe infiniti spunti a chi volesse studiare lo sviluppo di quel concetto da Cicerone ad Agostino a Montaigne, a chi volesse indagare le radici dell’idea di carità in san Tommaso, o anche – sul piano più politico – a chi volesse rivendicare l’importanza dell’amicizia tra i cittadini nella tenuta degli Stati, da Jean Bodin a Paul Ricoeur. Tuttavia, il solo atto di confrontarsi con le nude parole del filosofo antico ha un valore in sé, che nessuna traduzione e nessun discorso storico-culturale possono sostituire: i maturandi del 2018 forse non dimenticheranno la paronomasia con cui Aristotele denuncia l’inutilità della prosperità (euetería) se non si può grazie ad essa fare del bene (euerghesía); si ricorderanno di queste righe che predicano la necessità dell’affetto quando un loro vecchio avrà bisogno di cure, anzi di terapie (presbytèrois pros therapèian); saranno sull’avviso quando qualcuno dirà loro che una comunità si fonda solo sulla giustizia (dikaiosyne) e non anche sull’amicizia che diviene concordia (omònoia, come la grande piazza di Atene, e quella di Parigi) e previene la stasis, che non è qui la “stasi” ma il conflitto intestino.

I diciottenni di oggi potranno ricordarsi della frase con cui l’antico filosofo estende il concetto di amicizia oltre gli animali e “quelli della stessa razza”, e ne fa una questione universale: “si può vedere nelle peregrinazioni come ogni uomo sia per l’uomo un essere familiare e amico”. Il testo ha qui due neutri, oikèion e philon, nel senso che l’uomo che incontra l’uomo durante un viaggio o un vagabondaggio è per sua natura una “cosa” amica, una “realtà” familiare e d’aiuto – concetti non proprio obsoleti; e da qui partiranno Derrida e Levinas per la loro teoria dell’ospitalità. Teorie, punti di vista, filosofie: non verità indiscutibili, ma basi per pensare.

Il confronto con il greco e il latino offre un’esperienza intellettuale unica, qualunque cosa si decida di fare nella vita, e uno strumento inesauribile di comprensione e critica del mondo circostante. In tal senso, questo tipo di prova non è più inattuale del funzionamento delle macchine per mattonelle o del concetto di “qualità” in àmbito turistico e alberghiero. Il punto vero di questi esami, come dell’intero processo educativo, sta nel riempirli di senso, per chi li sostiene e per chi li somministra. E questo senso non si recupera con le predelle alle cattedre, con l’obbligo di alzarsi in piedi quando entra il professore, o con simili nostalgiche corbellerie: si recupera dando una vera centralità all’istruzione – umanistica, scientifica e tecnica – nel discorso pubblico; mostrando come questa roba, con gli aoristi e i sillogismi e gli asintòti, tocchi da vicino il mondo in cui viviamo; dando reale dignità agli edifici in cui il sapere viene trasmesso (dai banchi ai cessi); dotando gli istituti di attrezzature aggiornate e favorendo il legame con il mondo del lavoro là dove esso ha un senso e non dove serve come foglia di fico; selezionando gli insegnanti che sanno, e non quelli che fingono di sapere.

È una scommessa difficile, e la stiamo perdendo; ma è anche la più importante.

Pro & Contro – La maturità serve ancora?

Aristotele con un brano dall’Etica Nicomachea per greco al Classico. Un problema sul funzionamento di una macchina per la produzione industriale delle mattonelle – e uno più tradizionale sullo studio di una funzione – per matematica allo Scientifico. La seconda prova della maturità si è svolta ieri, è scelta dal ministero ed è diversa in base all’indirizzo di studi. Al liceo delle Scienze umane è uscita una traccia sui diritti umani e a quello Linguistico, per inglese, un brano del premio Nobel Kazuo Ishiguro. Le terze prove, scelte da ogni commissione, sono lunedì. Slittano a mercoledì nelle città dove si vota per il ballottaggio.

Falso, via al processo Raggi: sentenza entro la primavera

Potrebbe chiudersi entro la prossima primavera il processo al sindaco di Roma Virginia Raggi accusata di falso documentale per la nomina di Renato Marra, fratello del più noto Raffaele. Ieri, alla prima udienza a cui non era presente la sindaca, il giudice monocratico Roberto Ranazzi ha espresso la sua intenzione di andare a sentenza velocemente. “Ho ottenuto dal presidente del tribunale di portare questo processo anche nella fase pre-feriale, quindi andremo avanti per tutto luglio e saremmo anche disponibili a chiudere il procedimento entro il 30 luglio”. Una ipotesi che però è tramontata quasi subito alla luce dei testi citati dall’accusa e dalla difesa che porteranno, necessariamente, il processo a dopo l’estate. La prossima udienza è stata fissata al 16 luglio. Poi il 18 luglio verrà sentita Maria Rosaria Turchi, ex responsabile dell’ufficio anticorruzione del Comune. Alla Raggi i pm contestano di aver dichiarato alla Turchi di avere deciso da sola la nomina di Marra senza coinvolgere il fratello. Per questa vicenda Raffaele Marra è già sotto processo per l’accusa di abuso d’ufficio. Tra i testimoni della difesa anche il vicesindaco Bergamo e l’assessore Frongia. Il Comune non si è costituito parte civile.

“A Lanzalone dagli 50 mila euro”

Il tentativo di procurare consulenze a Luca Lanzalone. E l’acquisto di una villa in Grecia. Emerge dalle intercettazioni di Luca Parnasi. È il 4 giugno scorso, Parnasi parla con Paolo Fiorentino, ad della banca genovese Carige. Era stato Sandro, il noto costruttore padre di Luca, a farli incontrare quasi chiedendo a Fiorentino di seguire con spirito protettivo quel figlio un po’ “esuberante”. Luca Parnasi tocca l’argomento Lanzalone: “Tu fagli fare qualcosa anche a Lanzalone, dagli 50… 30.000 euro di consulenza … fagli fare una cazzata! Costruiamo questo percorso a tutto tondo! Così quando è il momento…”. Carige – estranea all’inchiesta come Fiorentino – smentisce: “Non abbiamo dato consulenze a Lanzalone”. Fiorentino con il Fatto aggiunge: “Conoscevo Lanzalone come presidente di Acea. Era una persona emergente”.

Ma la conversazione tra Parnasi e Fiorentino contiene un altro passaggio: “Parnasi – riassumono i carabinieri – consiglia di lavorare sulla villa o su una caparra… Parnasi dice che può fare una caparra o un finanziamento su una banca greca, secondo una tecnicalità con cui poi si perde tutto. Fanno fare un contratto da un avvocato greco”, ipotizza Parnasi “e caricano lì. Parnasi dice che la costruiscono là, e incassano la cosa entro l’anno”. Fiorentino ricorda così quel passaggio: “Credo che Parnasi volesse fare un acquisto immobiliare in Grecia. Si rivolse a me perché conosco persone impegnate nel settore immobiliare greco. Quella conversazione non ha avuto seguito”. Fiorentino e Carige sottolineano: “Parnasi ha chiesto finanziamenti a Carige, ma non ne ha avuti”.

Intanto l’inchiesta si arricchisce delle dichiarazioni di Luca Caporilli, “dirigente di Eurnova” (di cui era presidente Parnasi che si è dimesso ieri): è finora l’unico che fa ammissioni. Caporilli era finito in carcere, con Parnasi e altri quattro. Davanti al pm Barbara Zuin, ha dichiarato: “Parnasi non ha mai fatto mistero con noi collaboratori della necessità di finanziare i partiti per lavorare. Io non mi sono mai occupato del finanziamento ai politici e dell’erogazione di somme di denaro a soggetti pubblici, ma sapevo che molti di loro richiedevano denaro e che Parnasi accettava le loro richieste. Io non mi sono occupato dei finanziamenti perciò non so se siano stati fatti lecitamente o illecitamente”.

Sul ruolo di Lanzalone spiega: “È il referente del Comune per lo Stadio e lo è stato sin dall’inizio del 2017, fino al giorno del nostro arresto”. Un’affermazione importante per l’accusa che vuole dimostrare che l’avvocato genovese era consulente di fatto del Campidoglio. Anche il dg dell’As Roma, Mauro Baldassoni, sentito come persona informata sui fatti, ha parlato del ruolo di Lanzalone per il Comune nella questione stadio: “Praticamente fino al momento in cui è stato arrestato”, anche se poi ha aggiunto: “Il suo ruolo è diminuito d’intensità nel tempo (…) è grandemente scemato a seguito della chiusura della conferenza dei servizi, ma era lui il nostro interlocutore”.

Lanzalone ha dato una versione opposta: il suo ruolo in Comune sarebbe terminato nel marzo 2017. Successivamente avrebbe parlato dello stadio solo per curiosità.

Inchiesta Stadio, i carabinieri: “Indagare sulla fondazione Pd”

La Procura non vuole fermare la costruzione dello stadio della Roma. “I pm ci hanno assicurato che non ci sono elementi che possano bloccare la procedura dello stadio”, hanno dichiarato i difensori del costruttore Luca Parnasi, arrestato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Gli avvocati Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini hanno fatto queste dichiarazioni in tarda mattinata dopo un colloquio con i magistrati. La Procura non ha smentito. Intanto le indagini continuano. A ritmo pressante per quanto riguarda gli arrestati, più blando per i fatti non contestati ma di interesse investigativo per i Carabinieri.

In particolare il Nucleo Investigativo ha consegnato il 19 giugno alla pm Barbara Zuin una nota per chiedere alla Procura di svolgere “ulteriori approfondimenti investigativi” su una serie di movimenti del conto corrente della società Immobiliare Pentapigna di Parnasi. L’informativa riguarda ‘presunte erogazioni in favore di partiti politici’, su 24 pagine quattro sono dedicate ai 150 mila euro pagati dalla società di Parnasi alla Fondazione Eyu, legata al Pd. Due pagine sono dedicate invece alle ‘acquisizioni relative a Radio Padania’.

L’associazione Più Voci, vicina alla Lega ha incassato 250 mila euro nel 2015. Parlando di questa erogazione, con un collaboratore, Parnasi il 26 marzo “precisa” “di creare una giustificazione contabile retrodatata in virtù della quale sia possibile sostenere che l’erogazione sia avvenuta in favore di Radio Padania”. Poi i Carabinieri riportano la conversazione in cui Parnasi dice, il 14 febbraio 2018, che “Per la Lega erano 100 e 100”.

Per rispondere alle tante domande poste dalle intercettazioni sulle dazioni a Più Voci e alla Fondazione Eyu, la Procura potrebbe chiedere di acquisire le carte presso i due enti. Soprattutto nel caso di Eyu sarebbe importante capire quando è stato commissionato, quanto è costato, da chi è stato eseguito e soprattutto cosa c’è scritto in questo pregevole studio.

I pm romani però in questo momento hanno ben altro per la testa. Il loro problema principale è difendere l’ordinanza di arresto nei confronti dell’avvocato del M5S Luca Lanzalone, del costruttore Luca Parnasi e degli altri arrestati di vari colori e professioni. I soldi dati alla Fondazione Eyu presieduta dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, come anche quelli elargiti all’associazione vicina alla Lega Nord, non sono una priorità.

Nella nota dei Carabinieri ci sono le intercettazioni di quattro telefonate che riguardano i 150 mila euro, comprensivi di Iva, che la società di Parnasi, paga a cavallo delle elezioni a Eyu.

Il 21 febbraio ci sono tre telefonate tra il commercialista del gruppo Parnasi, Gianluca Talone, e il fund raiser della Fondazione, Domenico Petrolo. I Carabinieri sintetizzano e sottolineano queste due frasi di Petrolo: “in passato era stata utilizzata altra forma, la donazione, nella quale l’Iva non andava calcolata” e poi “perché essendo cambiato lo schema da donazione dove l’Iva non c’è a… ovviamente cambia tutto”.

Poi i Carabinieri riportano una telefonata del 27 febbraio e sottolineano che “Petrolo invita (Talone) a fare il pagamento perché li aiuta molto in quanto sono gli ultimi giorni”. Per i Carabinieri la spiegazione potrebbe essere nella vicinanza tra i pagamenti e le elezioni: “probabilmente riferito agli ultimi giorni della campagna elettorale”. Durante gli arresti, il 13 giugno scorso gli investigatori hanno sequestrato la fattura del 22 febbraio 2018. L’importo è 122 mila e 950 più Iva per 150 mila euro totali. L’oggetto è “Progetto di ricerca ‘Casa: il rapporto degli italiani con il concetto di proprietà, come da contratto sottoscritto tra le parti”. Sarà il contratto di cui parlano al telefono Talone e Petrolo il 21 febbraio? Il contratto nelle carte allegate all’informativa non c’è. Ci sono invece i bonifici: il primo marzo, tre giorni prima delle elezioni, arrivano 100 mila euro come acconto. Il saldo è il 5 marzo, dopo le elezioni. Il Corriere della Sera ha intervistato due ricercatrici di Bologna che sarebbero state pagate in tutto 7 mila euro per una ricerca del 2015 per la Fondazione Eyu su un tema simile. Il presidente di Eyu, Francesco Bonifazi, però ha minacciato querele e ha dichiarato che lo studio sarebbe costato 40 mila euro. Chissà se la Procura è curiosa di leggerlo.

I costi della burocrazia

Tra i costi inevitabili dell’accoglienza c’è quello per analizzare la domanda di asilo che quasi tutti i migranti presentano, anche quelli che sanno di non avere diritto alla permanenza per ragioni umanitarie. Secondo la Corte dei conti, il costo medio (per lo Stato) in questi anni risulta di 203,95 euro per ciascuna domanda in media, senza contare gli aggravi per eventuali gradi di giudizio successivi. La cifra è calcolata nell’arco di 9 anni, dal 2008 al 2016, durante i quali sono state esaminate 340.048 pratiche costate 69,3 milioni di euro. Sugli esiti delle pratiche, le percentuali del 2016 rispecchiano la media ormai consolidata: in quell’anno 123.600 persone hanno chiesto asilo, sono state esaminate 91.102 di cui è stato respinto il 56 per cento, cioè quelle presentate dai cosiddetti migranti economici. Inoltre, solo il 13 per cento delle domande accolte (che sono state 36.660) ha visto riconosciuto lo status di rifugiato, mentre il 35 per cento dei soggetti ha ottenuto la protezione sussidiaria e il 52 quella umanitaria.

I conti misteriosi dietro i 35 euro al giorno per ciascun migrante

Ma 35 euro al giorno per migrante sono tanti o pochi? Il ministro dell’Interno Matteo Salvini vuole fare tagli lineari, l’altro vicepremier, Luigi Di Maio (M5S) dice che “dobbiamo ridurre il business dell’immigrazione” e per farlo “iniziamo a far rendicontare i fondi dell’accoglienza ai soggetti che li gestiscono: cooperative, società, associazioni”.

Sarebbe già un primo passo, perché dietro quella cifra simbolica di costo per migrante, c’è una grande confusione. Si cita spesso il dato nel Documento di economia e finanza: 4,3 miliardi nel 2017 per “soccorso, assistenza sanitaria, accoglienza”. Quasi il 70 per cento di questa spesa – 2,8 miliardi – deriva dall’accoglienza, il soccorso in mare pesa il 19 per cento. L’anno prima, secondo la Corte dei conti, era di 1,7 miliardi. Una ricerca della Banca d’Italia di Rosario Maria Ballatore, che si basa su dati 2014-2015, stima che il costo giornaliero per individuo è di circa 30 euro. I tre quarti dei soldi vengono impiegati per le strutture temporanee, soltanto il 24,3 per cento per la rete Sprar, la rete degli enti locali per la protezione dei rifugiati.

Capire dove e come si può risparmiare non è facile. La Corte dei conti ha provato a indagare sulle inefficienze (che talvolta consentono ruberie) ma ha faticato anche a raccogliere le informazioni. Se consideriamo una provincia relativamente virtuosa come quella di Treviso, scopriamo strane disparità di costo tra un operatore dell’accoglienza e l’altro. La Nova Facility, per esempio, può ospitare 859 persone e spende per nutrire i migranti di cui si occupa 7,83 euro al giorno. Il piccolo consorzio Restituire sociale può gestire soltanto 7 persone, ma per queste spende 26,58 euro al giorno per pasti o alimenti.

Soltanto una questione di economie di scala, con i costi medi che si abbattono al crescere del numero di ospiti? Sembra che sia soprattutto discrezionalità visto che un’altra cooperativa di taglia media, Hilal, per 230 persone spende per i pasti soltanto 3,87 euro a migrante, la metà della grande Nova Facility. Il risultato è che qualche cooperativa o società sostiene costi che azzerano quasi il margine di profitto, perché vicini ai 35 euro al giorno erogati dallo Stato per ogni migrante, mentre altre riescono ad avere costi complessivi di soli 18 euro scarsi (guarda caso sono anche le cooperative che spendono meno per il cibo agli ospiti).

In altre Province, come Avellino, è impossibile sapere come vengono spesi i fondi trasferiti dal governo, perché società e cooperative non comunicano neppure i propri costi alla Corte dei conti.
A Prato c’è chi sostiene di spendere 12 euro soltanto per il pernottamento degli ospiti, mentre la diocesi di Prato ha un costo complessivo per persona per tutti i servizi di soli 13,99 euro, agli antipodi c’è il consorzio Astir con 34,35 euro. È comunque meglio che all’inizio dell’ondata migratoria quando, nel 20’13, si registravano costi medi per migrante che andavano dai 4,97 euro al giorno in Sicilia agli 11,63 della Puglia ai 56,16 dell’Emilia Romagna (il record è stato toccato nel centro di identificazione ed espulsione di Modena con 167,81 euro a testa al giorno). Inutile illudersi che i soldi si possano recuperare con le ispezioni che sanzionano chi viola gli standard minimi: i controlli sono rari e le somme incassate di poche migliaia di euro.

La gestione in perenne emergenza spinge le Regioni ad affidare i contratti per la gestione dei migranti senza gara. Nel 2017 la Lombardia ha usato l’affidamento diretto nel 18 per cento delle 1507 procedure che ha gestito, il Veneto il 12, la Toscana il 13.

Parte del problema deriva dal rifiuto di molti enti locali di fare la loro parte nell’accoglienza diffusa sul territorio che segue la prima fase di identificazione e scrematura: la commissione di inchiesta parlamentare sul sistema di accoglienza, nella scorsa legislatura, stigmatizzava che al 30 novembre gli enti locali nel sistema Sprar avessero accolto solo 24.972 persone invece delle 31.270 previste, una differenza di 6.302 posti. Meno funziona il sistema pubblico, più opportunità d’affari ci sono per i privati. Ridurre i costi è sicuramente possibile, capire esattamente dove tagliare molto difficile.