Benevento, la grande truffa del “re dei rifugiati”

Grazie ai 35 euro al giorno a migrante che il governo Conte vorrebbe ridurre a 20, un signore di 48 anni, Paolo Di Donato, il dominus del consorzio Maleventum di Benevento, che è arrivato ad ospitare quasi 1.000 immigrati (diversi però esistevano solo sulla carta di firme fasulle con la stessa calligrafia), scorazzava in Ferrari e vantava un reddito di 475.000 euro. Lo hanno arrestato ieri, messo ai domiciliari con accuse di truffa e di aver messo in piedi una rete di corruzione e di talpe che lo avvertivano dei controlli e lo salvavano dal rischio chiusura di 13 centri di accoglienza dove i rifugiati, secondo il verbale di un dipendente assunto tramite “l’amichevole intervento di Sandra Lonardo” (la signora Mastella) e costretto a lavorare 80 ore a settimana per 1.300 euro al mese, venivano nutriti “con latte allungato con acqua altrimenti non bastava per tutti”.

Forse anche per questo Di Donato vinceva appalti al ribasso, 28 euro invece di 35 (in pochi anni il Consorzio ha ricevuto 12 milioni), prezzi stracciati con centri di accoglienza in strutture fatiscenti e senza acqua calda. Persino in un ex centro di macellazione dei conigli, come documenta nel gennaio 2017 un video de ilfattoquotidiano.it, e in una struttura in contrada Madonna della Salute finita nel mirino di un esposto della Cgil e di una nota di Altrabenevento, chiusa dai Nas dopo la scoperta di un certificato di agibilità fasullo.

“È notorio (che è falso, ndr), pure le pietre…” diceva al telefono un funzionario della prefettura, Felice Panzone, anche lui ai domiciliari. Panzone era l’uomo centrale della “rete”. Lavorava allo smistamento dei nuovi arrivi, decideva appalti, quote di rifugiati e centri dove smistarli. Il controllore che giocava nella squadra dei controllati. Che li informa che il 5 febbraio 2016 arriva una ispezione a sorpresa del commissariato rifugiati dell’Onu e telefona a tutti i cetri: “Passate la cera”. Panzone ha capito l’andazzo e come si diventa ricchi col business rifugiati, lo spiega al telefono a una signora: “Tuo figlio vuole guadagnare 10000 euro al mese? È semplice: 10 migranti, 10.000 euro al mese lordi, utili 30-35%, tu me lo mandi, io gli spiego come si fa e gli faccio aprire un centro dì accoglienza a Benevento. (…) Sembra che faccio lo spaccariello, ma è la verità…”.

Di Donato l’andazzo lo ha capito pure meglio. È chiamato “il re dei migranti”, ostenta ricchezza e amicizie influenti in politica, spaccone pure davanti agli uomini della Digos che lo hanno registrato di nascosto dire “persone che stanno vicino ad Alfano mi hanno detto di non parlare male della Prefettura… però Giovà… (il poliziotto che lo sta registrando, ndr) mò sono venuto a sapere che l’indagine che state facendo voi Digos…”. Già, sapeva di essere indagato. Era stato avvisato da un carabiniere al quale prestava un appartamento per gli incontri con l’amica, e da un dipendente della Procura che accedeva ai registri informatici. Un personaggio che meriterebbe un racconto a parte: ogni tanto si assentava fraudolentamente per fare il corriere di occhiali, sul suo profilo Facebook ha scritto di appartenere “ai servizi segreti della Procura” (?) e di aver fatto la scorta all’Antimafia di Catanzaro. Chissà se è vero.

Invece era vero che Di Donato parlava con uomini di Alfano. Nelle 79 pagine dell’ordinanza chiesta otto mesi fa e ottenuta ieri dal pm Filomena Rosa – inchiesta coordinata dal procuratore capo Aldo Policastro e dall’aggiunto Giovanni Conzo, nata da un succoso esposto anonimo – spunta un’intercettazione con Luigi Barone, capo della segreteria dell’allora sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, Ncd come il ministro dell’Interno dell’epoca, Angelino Alfano. Di Donato informa Barone di aver saputo dei controlli dei Nas. Poi subito dopo chiama Panzone. Per eliminare ogni irregolarità nei centri prima dell’arrivo dei Nas.

Nuova battaglia con le Ong, Conte e la Merkel fanno pace

È il giorno dei “live” su Facebook, delle parole di fuoco e delle accuse incrociate sulle Ong impegnate nei salvataggi dei migranti nel Mar Mediterraneo centrale, nel mirino – con due interventi pubblici – dei ministri Matteo Salvini e Danilo Toninelli, e della pace scoppiata con Angela Merkel sulla bozza di accordo Ue sull’immigrazione annunciato via social dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Archiviato, per ora, il caso Aquarius, tocca alla piccola Ong tedesca Mission Lifeline, di Dresda, in azione in questi giorni con la nave Lifeline nelle acque tra l’Italia e la Libia.

A mezzogiorno, Salvini ha annunciato la chiusura dei porti italiani per l’imbarcazione con 224 migranti a bordo salvati nei giorni scorsi: “Avete fatto un atto di forza non ascoltando la Guardia costiera italiana e libica? Bene, questo carico di esseri umani ve lo portate in Olanda, fate il giro un po’ largo”, ha dichiarato Salvini durante la diretta video su Facebook. Nel pomeriggio, Danilo Toninelli va oltre denunciando la presunta irregolarità del registro della nave e annunciando l’imminente sequestro. Un’operazione che potrebbe scattare già in queste ore, dopo un trasbordo dei migranti. Già ieri sera le motovedette italiane erano in viaggio verso la Lifeline, che attualmente si trova in acque internazionali.

Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture – a capo della Guardia costiera – ha mostrato durante la diretta la comunicazione ricevuta dalle autorità marittime olandesi. Il testo – che il Fatto Quotidiano ha potuto consultare – spiega che la Ong “utilizza un certificato internazionale ICP per imbarcazioni da diporto che può essere usato per dimostrare la proprietà del vascello quando viaggia all’estero”. Esisterebbe, dunque, un documento ufficiale della nave, ma che non rappresenterebbe una reale attestazione di bandiera: “Questo documento non può essere interpretato come base per una nazionalità olandese, né costituisce il diritto di utilizzare bandiera del Regno dell’Olanda, come definito dall’articolo 91 dell’Unclos”, scrive nella comunicazione ufficiale il Rescue Coordination Center della Guardia costiera dei Paesi bassi.

Toninelli ha poi anche accusato l’ong di non essere attrezzata per i salvataggi in mare e di avere una capienza per sole 50 persone. La Ong ha risposto con un comunicato stampa: “La Lifeline era la nave meglio attrezzata nell’area delle operazioni al momento del naufragio. Al contrario le motovedette della cosiddetta Guardia costiera libica non sono equipaggiate adeguatamente, senza giubbetti di salvataggio per le persone da salvare”. Mission Lifeline ha poi aggiunto di essere attualmente in viaggio verso Nord, senza ancora un porto assegnato e di aspettarsi “una situazione simile all’Aquarius”. Nessun commento è arrivato dai tedeschi in merito al paventato sequestro.

Intanto, sempre nel pomeriggio di ieri, il premier Conte ha pubblicato un post sul suo profilo Facebook sulla fase di preparazione del vertice europeo sulla gestione delle frontiere e dei rifugiati: “Ho appena ricevuto una telefonata dalla Cancelliera Angela Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione”. Il presidente del Consiglio ha quindi aggiunto di aver ricevuto un chiarimento da Berlino: “C’è stato un misunderstanding, la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata. Domenica, al centro della discussione sull’immigrazione, ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte degli altri Paesi”. Dal vertice non uscirà un “testo scritto, ma solo un summary delle questioni affrontate e sulle quali continueremo a discutere al consiglio europeo della prossima settimana”, ha concluso Giuseppe Conte.

S.

Mentre il premier Giuseppe Conte ottiene il primo successo internazionale, incassando dalla Merkel la retromarcia di Berlino e Parigi sulla bozza d’accordo Ue che ancora una volta penalizzava l’Italia sui migranti, il vicepremier Matteo S. s’incarica puntualmente di oscurarlo con la sua sparata quotidiana a costo zero e a danno mille (per l’Italia e alla lunga anche per lui). Stavolta ce l’ha con Roberto Saviano, che si è permesso di criticarlo: “Saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”. La tentazione ormai è quella di ignorare tutto ciò che esce dalla bocca del cosiddetto ministro dell’Interno, che muore dalla voglia di dominare ogni santo giorno le aperture di tg e giornali. E di concentrarci sui fatti e gli atti concreti, finora pochini (almeno da parte sua). Presto inaugureremo la rubrichetta “Il Cazzaro Verde”, per riportare le sue quotidiane scemenze e incontinenze alle dimensioni che meritano: 10 righe. Il che non vuol dire mettergli il silenziatore sulle questioni di sostanza. Per esempio, l’annunciato e poi ritirato censimento etnico sui Rom: è vero che non porterebbe ad alcun risultato pratico neppure se si facesse (i Rom sono un po’ italiani, un po’ romeni, un po’ slavi, dunque comunitari, ergo nemmeno uno – anche volendo – può essere espulso), ma solo a evocarlo già produce nuovo razzismo a buon mercato nella nostra società avvelenata.

Queste sono le critiche da muovere a Salvini: non gridare ogni giorno al fascismo, magari senza riconoscere i risultati ottenuti dal governo (come lo storico precedente di un posto non italiano, ma spagnolo, che accoglie migranti dalla nave di un’Ong). Idem per la polemica sulla scorta di Saviano, che non è la solita flatulenza uscita dal buco sbagliato: è una questione di sostanza che ci portiamo dietro dai tempi di Giovanni Falcone, quando alcuni signorini molto perbenino del suo quartiere nel centro di Palermo si misero a strillare perché, signora mia, tutte quelle sirene li innervosivano. Qualche tempo dopo, forse per non disturbare altri sensibilissimi cittadini, forse per ragioni più inconfessabili, il prefetto e il questore pensarono bene di non vietare i parcheggi in via D’Amelio, dove abitava l’anziana madre di Paolo Borsellino. Col risultato di agevolare il lavoro dei killer mafiosi, che poterono posteggiarvi indisturbati la Fiat 126 imbottita di tritolo e farla esplodere al suo arrivo il 19 luglio 1992. Sulle scorte non si scherza.

Saviano non è l’oracolo di Delfi (nessuno lo è) e si può tranquillamente dissentire da lui, come ogni tanto amichevolmente facciamo anche noi. Sui migranti criticò la linea dura di Minniti e ora critica la linea durissima di S.: tutto gli si può dire, tranne che non sia coerente o agisca per conto terzi. Ai tempi del governo Renzi, criticò i silenzi del presunto rottamatore sulle mafie e chiese le dimissioni della Boschi per i conflitti d’interessi su Etruria, beccandosi gli insulti dei rottweiler pidini (Rondolino lo paragonò sull’Unità a un “mafiosetto di quartiere” nel silenzio di tutti, compreso il suo giornale, ma non del Fatto). Ora S. vuole rispondergli nel merito, opponendogli le sue ragioni (vere o presunte)? Lo faccia. Ma la smetta di tirare in ballo la sua scorta (non è la prima volta che lo fa). Perché Roberto non se l’è data da solo. Perché chiunque ce l’abbia fa una vita di merda. E perché non si può minacciare di levarla a chi dissente. Altrimenti è un ricatto, minaccioso e pericoloso: se mi elogi ti proteggo, se mi critichi ti lascio ammazzare. E nessun uomo delle istituzioni – parrà strano, ma anche S. da 21 giorni lo è – può permettersi questi messaggi mafiosetti: lo Stato non è roba sua, e nemmeno le forze dell’ordine o le scorte. Che vanno assegnate a chi è in pericolo, per i più svariati motivi, a prescindere da chi è e come la pensa. A questo proposito, ieri il pm antimafia Nino Di Matteo ha rivelato a un convegno che il suo ex collega Antonio Ingroia è senza scorta da maggio. Guardacaso gliel’hanno tolta 15 giorni dopo le condanne degli imputati all’ultimo processo istruito da lui: quello sulla trattativa Stato-mafia. Stiamo parlando di un ex pm molto noto e riconoscibile che per 35 anni ha dato la caccia ai mafiosi e anche ai loro complici nelle istituzioni, nei servizi segreti, nella politica, nell’economia (facendo condannare in via definitiva, fra gli altri, Bruno Contrada e Marcello Dell’Utri). Che molti mafiosi (e non solo mafiosi) lo vogliano morto, non è un mistero per nessuno. Chi ha deciso, ai tempi supplementari del governo Gentiloni e del ministro Minniti, di lasciare Ingroia senz’alcuna protezione? Sappiamo benissimo che il pensionamento o le dimissioni di un magistrato non bastano a metterlo al sicuro: le condanne a morte delle mafie durano in eterno, qualunque cosa facciano i condannati (Falcone fu ucciso quand’era fuori servizio, prestato al ministero della Giustizia). Quindi il nuovo governo, nella persona di S., provveda subito, senza neppure porsi il problema delle idee di Ingroia, che sono affar suo. E, se tiene alla poltrona, provi a ricordare quel che accadde a un suo predecessore: il ministro dell’Interno Claudio Scajola, che nel 2002 dovette dimettersi per aver definito “rompicoglioni” il professor Marco Biagi, consulente del suo governo, appena ammazzato come un cane mentre tornava a casa in bicicletta sotto i portici di Bologna, dopo aver ripetutamente segnalato al Viminale le minacce subìte e chiesto invano protezione. Anche Ingroia e Saviano sono “rompicoglioni”. E a noi, per solidarietà di categoria, i rompicoglioni piacciono un sacco. Li preferiamo vivi.

A che ora doveva essere la rivoluzione?

Esce oggi in libreria per Chiarelettere “C’era una volta la rivoluzione. Il Sessantotto e i dieci anni che sconvolsero il mondo” di Jacopo Fo e Sergio Parini. Ne pubblichiamo l’introduzione.

Brutta storia gli slogan. Con la scusa della rima (senza rima che slogan è?) ti costringono a essere un po’ troppo estremista, o ottimista. “Fascisti! borghesi! Ancora pochi mesi!”. Lo sapevamo che non era vero. Noi, saggi, eravamo convinti che ci sarebbe voluto almeno qualche anno. Ma così la rima non c’era. Comunque noi eravamo fermamente convinti che entro breve tempo ce l’avremmo fatta. La rivoluzione stava vincendo in tutto il mondo. Il Sessantotto era stato un’esplosione planetaria di rivolta contro la violenza, la povertà, lo sfruttamento e il colonialismo: America, Germania, Francia, Messico. Dalla Cina arrivava il messaggio che “ribellarsi è giusto”. Il Vietnam e Cuba dimostravano che il popolo, se è unito e combattivo, può fare il culo a chiunque, compresa la prima superpotenza planetaria. In Cile, per la prima volta in un paese sudamericano, le sinistre erano al potere. L’Africa era in rivolta. In Spagna e in Grecia si lottava duramente contro il fascismo. Ci sentivamo parte di un Movimento mondiale, in marcia inarrestabile. Vivevamo ogni corteo come un tutt’uno con l’offensiva dei vietcong.

L’universo era diviso in due. Di qua i buoni: noi. Di là i cattivi: loro, cioè i reazionari, che fossero insegnanti o “padroni”, fascisti o democristiani. O anche revisionisti. Come i russi, che avevano tradito il comunismo e ci avevano disgustato invadendo la Cecoslovacchia. O quelli del Pci, che sembravano più impegnati a darci addosso che a lottare con noi. Ci avevano provato, i revisionisti, a fare le riforme. Niente da fare, tutto era stato inghiottito dalla grande palude democristiana.

Prendiamo la scuola. Noi chiedevamo cambiamenti radicali. Eliminare il nozionismo e la selezione classista che permetteva di andare avanti negli studi solo chi aveva i mezzi culturali ed economici per farlo. Gli altri, fuori. Ben pochi non borghesi arrivavano all’università.

E il “potere” come aveva reagito alle nostre richieste (espresse all’inizio in modo molto educato)? In un solo modo: chiusura totale e repressione dura. Prima sospensioni e bocciature, poi espulsioni dalle scuole, polizia, manganellate, arresti, morti, fino alle stragi per fermare il Movimento studentesco e operaio.

Se questa è la reazione, rivoluzione! Volete la guerra?

E guerra sia!

Oggi lo sanno anche i paracarri che negli anni Settanta in Italia non c’erano le condizioni per fare una rivoluzione marxista. All’epoca noi non lo sapevamo. Potevamo fare qualcosa di diverso che tentare la rivoluzione, all’occorrenza, anche violenta? Certo. Gandhi in India c’è riuscito. I colonialisti inglesi sparavano e lui rispondeva con la non violenza. Un mito, ma in Occidente non ha mai attecchito gran che.

Eravamo cresciuti guardando i film western. Non c’era niente di più giusto che sparare ai cattivi. I nostri eroi erano Che Guevara e Mao. E poi non è che nasce un Gandhi ogni cinque minuti. In Italia non è mai nato.

E se è nato, non se n’è accorto nessuno.

“Celestino VI come Francesco: un papa odiato per le riforme”

Un papa progressista e riformatore se non rivoluzionario, odiato dalla destra clericale e tradizionalista. Realtà e romanzo.

Da un lato papa Francesco, dall’altro Celestino VI, pontefice regnante nell’ultimo magistrale teo-thriller di Glenn Cooper, nella serie che ruota attorno a Cal Donovan, il professore di Harvard bello e libertino e considerato di casa nel Vaticano delle riforme. La trama si basa su un’intuizione geniale: tre quindicenni di nome Maria che in tre posti diversi del mondo – Filippine, Perù, Irlanda – sono rimaste incinte. Tre vergini, folgorate da un’improvvisa luce e da una voce: “Sei stata scelta”. Le tre Marie vengono poi rapite da una banda clericale che le usa per uno scisma nella Chiesa cattolica. E toccherà a Donovan indagare: miracolo o complotto?

Mister Cooper, come l’è venuta questa idea?

È stata l’evoluzione dei libri precedenti con Donovan protagonista. Certo, questa è più insolita ma già avevo scritto di un prete con le stigmate (Il segno della croce, ndr).

La gente crede nei miracoli, meglio ci vuole credere.

Sono stati una scoperta anche per me i miracoli. Nel corso delle ricerche per questo libro mi sono imbattuto in un dato: il 90 per cento dei cristiani, non solo i cattolici, crede nei miracoli. Per loro è un vero culto, sono convinti che il divino influenzi la vita.

Non ha mai pensato di offendere i sentimenti dei credenti?

Ci penso sempre da quando ho cominciato la serie di Donovan, ma non ho mai ricevuto email di persone che si sentono offese e protestano. Chi legge capisce che il mio obiettivo è esplorare, non altro.

Lei crede?

Non glielo dico. Su questo non voglio rivelare nulla, me lo tengo per me.

Celestino VI è assediato dalla destra tradizionalista proprio come Francesco.

Celestino ricorda molto Francesco. Diciamo che è lui. Però lei introduce una scena inquietante: piazza San Pietro vuota all’udienza del mercoledì perché c’è stato uno scisma nel nome delle Tre Vergini.

Invece sarà difficile far fuori Francesco, vedo improbabile una vittoria dei suoi avversari. Per fare uno scisma ci vorrebbe un evento eclatante come le Tre Vergini. E Francesco morirà da papa, non si dimetterà come Ratzinger.

Eppure è quello che vogliono i tradizionalisti: dimissioni oppure scisma. Nel libro c’è il cardinale americano George Pole che diventa l’antipapa della Nuova Chiesa Cattolica. Sembra Raymond Leo Burke, il cardinale che guida la destra farisea contro Bergoglio.

So chi è Burke e Pole è proprio lui.

Ah! Nella cospirazione scismatica contro Celestino VI, finanziata da un miliardario, c’è anche il presidente degli Stati Uniti. Il populismo è spesso fondamentalista, da Trump all’ungherese Orban.

Accade quando la religione diventa uno strumento per la politica. C’è anche l’integralismo islamico, non solo cristiano, a dimostrarlo.

Nel suo romanzo il presidente si chiama Griffith. A mio parere, assomiglia però più a Bush junior che a Trump.

Griffith e Bush sono più intelligenti di Trump. Chiunque incontro è più intelligente di Trump. È così stupido, Trump, che se uno scrittore avesse inventato un personaggio come lui non avrebbe mai pubblicato.

Trump ha vari imitatori, compreso Matteo Salvini. Lo conosce?

Certo. He’s the young Trump. Il giovane Trump.

E Di Maio?

(Cooper ride). Mi ricorda Kushner, il genero di Trump.

Torniamo a Dio, meglio alle Tre Vergini. Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, ha scritto che le Tre Marie sono il nome di un famoso panettone. Una sottile stroncatura.

(Altra risata). È la stessa risposta che mi ha dato l’editore italiano. Volevo rendere il titolo originale, The Three Virgins, con le Tre Marie ma mi ha detto che c’è già un panettone e non era il caso.

Adesso che lei è a Roma potrebbe portare il libro al papa.

Mi piacerebbe molto.

Viva Francesco, allora.

Viva Francesco (pronunciato in italiano).

“Vi racconto il mio crimine tra le pagine di un libro”

Ian McEwan compie oggi 70 anni. Per celebrarlo, Einaudi pubblica in Italia il suo racconto “Il mio romanzo viola profumato”, originariamente comparso sul “New Yorker”. Ne riportiamo uno stralcio.

Del mio amico, il romanziere Jocelyn Tarbet, un tempo celebrato, avrete sentito parlare, ma sospetto che il ricordo di lui cominci a sbiadire. […] Di me, di Parker Sparrow, romanziere un tempo oscuro, non avevate invece mai sentito parlare prima che il mio nome venisse collegato pubblicamente al suo. Come i due estremi di un dondolo, i nostri nomi rimangono inseparabili per un esiguo manipolo di bene informati. […] Siete liberi di considerare le poche pagine che seguono come una confessione. Per motivi di completezza, dovrò tornare indietro di una quarantina d’anni, quando le nostre vite procedevano felicemente e in tutto e per tutto di pari passo, e parevano destinate a precipitare verso un futuro condiviso. Studiavamo presso la stessa università e la stessa facoltà – quella di Lettere – e pubblicammo i nostri primi racconti su riviste studentesche che si chiamavano per esempio “Lama nell’occhio” (Ma che razza di nomi erano, quelli?).. Eravamo ambiziosi. Decisi a diventare scrittori. […] Andavamo insieme in vacanza, ci leggevamo a vicenda i racconti sui quali pronunciavamo giudizi generosi e di un’impietosa onestà, facevamo l’amore l’uno con la ragazza dell’altro e, in qualche sporadica circostanza, provammo a ingaggiare una relazione omoerotica. […] Al termine della carriera universitaria […] ci trasferimmo a Londra e affittammo due monolocali a pochi isolati di distanza, a Brixton. […] Continuavamo a vederci regolarmente, a sbronzarci, a leggere ognuno le storie dell’altro e anche a muoverci negli stessi ambienti letterari piacevolmente negletti. […] Eravamo felici. Non conoscevamo ostacoli.

Poi se ne presentarono due. Senza informarmi, Jocelyn scrisse una sceneggiatura televisiva. […] Nulla di tutto questo avrebbe avuto importanza se, nello stesso periodo, io non avessi conosciuto Arabella, un fiore di ragazza inglese, robusta, generosa, serena, la stessa ragazza divertente che ancora oggi è mia moglie. […] A cambiare le cose fu che avemmo un figlio, un maschietto di nome Matt, al cui primo compleanno Arabella e io ci sposammo. Ben presto il monolocale di Brixton cessò di essere una sistemazione adeguata. Ci spostammo più giù, addentrandoci nei quartieri nel sud-ovest di Londra. […] La mia scrittura da freelance non bastava a mantenerci. Mi trovai un impiego part time in un liceo della zona. Arabella rimase incinta di nuovo: adorava essere incinta. Il lavoro al liceo diventò a tempo pieno, e intanto usciva il mio primo romanzo. Ricevette qualche elogio, qualche modesta critica. Sei settimane più tardi uscì il primo di Jocelyn: un successo immediato. […] Lui aveva al suo attivo una ex moglie, una ex scuderia adattata a residenza a Notting Hill, svariate interviste televisive e numerosi servizi fotografici su riviste di costume. […] Si avviava a diventare il portavoce della nostra generazione. Ed ecco il fenomeno prodigioso: la nostra amicizia non ne risentiva affatto. […] Di quando in quando, lui veniva a trovare me e la famiglia. (Alla nascita del nostro quarto, ci eravamo spostati ancora più a nord, a Durham). Di norma, tuttavia, ero io che scendevo a trovare lui e Joliet, la sua seconda moglie. Abitavano a Hampstead, in una grossa villa vittoriana ai margini della brughiera. […] Ma di certo esisteva un divario tra noi che nessuno dei due poteva ignorare. Casa mia a Durham era discretamente comoda, ma strapiena di bambini chiassosi e fredda d’inverno. Un cane e due gatti avevano fatto scempio di moquette e poltrone. La cucina era eternamente ingombra di panni stesi, perché la lavatrice era lì. C’erano ovunque orride finiture in pino chiaro che non trovavamo mai il tempo di sostituire o verniciare. Di rado avevamo più di una bottiglia di vino in casa. I bambini erano uno spasso, ma urlavano e facevano disordine. Vivevamo del mio modesto stipendio e del lavoro part time di Arabella come infermiera.

Non avevamo un soldo da parte, e ci permettevamo pochissimi lussi. Non era facile, da noi, trovare un angolo per leggere un libro in pace. O anche solo trovare un libro. […] Sono abbastanza sicuro che, dopo gli anni di Brixton, non aveva più letto una sola riga di quello che scrivevo. Lui invece mi spediva copie fuori commercio dei suoi romanzi: nove in tutto, contro i miei quattro. Gli scrissi lunghe lettere piene di elogi sui primi due o tre, poi, per amore dell’equilibrio della nostra amicizia, decisi di adeguarmi a lui. Smettemmo di scriverci e di parlarci dei rispettivi libri, e la cosa sembrava starci bene. […] Ed è così che ci ritrovate oltre la metà del cammino, intorno ai cinquant’anni. Jocelyn ormai era una gloria nazionale, e io… be’, non sarebbe stato giusto metterla in termini di fallimento. […]

Sono dunque arrivato al cuore di questa storia, al drastico cambio d’inclinazione del dondolo. Erano i primi di luglio e, come spesso facevo subito dopo la correzione degli esami di fine corso, ero partito da Durham diretto a Hampstead. […] Quella visita tuttavia non sarebbe stata come le altre. Il giorno dopo il mio arrivo, Jocelyn e Joliet partivano per Orvieto per una settimana e io avevo l’incarico di custodire la casa: dar da mangiare al gatto, annaffiare le piante, e approfittare di spazio e silenzio per affrontare le ultime tortuose cinquantotto pagine del mio romanzo. Al mio arrivo, Jocelyn era fuori per commissioni, perciò fu Joliet ad accogliermi. […] Sedemmo in giardino a bere tè e scambiarci le ultime notizie. […] Mi parlò di Jocelyn e dei guai che gli dava il lavoro. Arrivato all’ultima stesura del romanzo, si era abbattuto. Non gli sembrava all’altezza delle sue aspettative ambiziose, perché quello era atteso come un libro importante. Stava malissimo. […] Partirono il mattino dopo. Diedi da mangiare al gatto, mi preparai un secondo caffè, e sistemai il mio lavoro sulla scrivania della stanza per gli ospiti. […] Un’ora piú tardi, senza averlo minimamente deciso, mi dirigevo nello studio di Jocelyn. Chiuso a chiave. […] Voi non ci crederete, ma non avevo nessun piano in mente. Volevo vedere e basta. […]

Titolo originale “My Purple Scented Novel – The Self”. “My Purple Scented Novel” © 2016 Ian McEwan. “The Self “© 2018 Ian McEwan

© 2018 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino. Published by arrangement with Agenzia Letteraria Santachiara. Traduzione di Susanna Basso

Bezos, Buffett e Dimon sfidano Trump sulle assicurazioni sanitarie

Atul Gawande, medico e divulgatore scientifico di successo (e critico nei confronti del sistema sanitario statunitense), è l’amministratore delegato della società assicurativa sanitaria creata da Amazon, JP Morgan e Berkshire Hathaway, che avrà sede a Boston. Jeff Bezos (nella foto), Warren Buffett e Jamie Dimon, tre degli uomini più ricchi d’America e al comando di tre colossi che valgono più di 1.600 miliardi di dollari, hanno unito le forze a gennaio lanciando la sfida alla sanità pubblica. Amazon, Berkshire Hathaway e JP Morgan si sono alleate per creare una società assicurativa sanitaria non profit per ridurre i costi e migliorare i servizi medici. La nuova società sarà destinata inizialmente a prendersi cura dei dipendenti americani dei tre giganti, che sono 1,2 milioni.

Diritti umani Onu, Usa lascia organismo: plauso d’Israele

Israele ha ringraziato il presidente Trump “per la coraggiosa decisione contro l’ipocrisia e le bugie del cosiddetto Consiglio dei diritti umani dell’Onu”. Il premier Benyamin Netanyahu plaude alla decisione americana di lasciare l’organismo, poi arrivano le critiche. L’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley (nella foto) aveva detto: “Prendiamo questa decisione perché il nostro impegno non ci permette di fare più parte di un organismo ipocrita e asservito ai propri interessi, che fa dei diritti umani oggetto di beffa”.

Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International; “Ancora una volta il presidente Trump mostra il suo completo disprezzo per i diritti e le libertà fondamentali che il suo paese pretende di sostenere”. Aggiunge la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: “Gli Stati Uniti hanno inferto un duro colpo alla loro reputazione di difensori dei diritti umani”. La decisione dell’amministrazione Trump non è una novità; dodici anni fa fu il presidente repubblicano George W. Bush a boicottare l’organismo. Gli Stati Uniti rientrarono con il democratico Barack Obama.

L’impresentabile Blatter “riabilitato” da Putin

Ospite inatteso, d’onore o indesiderato: ai Mondiali di Russia 2018 c’è anche Joseph Blatter, ex n.1 della Fifa, squalificato fino al 2021, tuttora sotto inchiesta penale per malversazione nel corso della sua presidenza. Bandito dal mondo del calcio ma invitato da Vladimir Putin per saldare un debito di riconoscenza nei confronti di un amico a cui deve parecchio: se la Coppa del mondo si gioca qui, è anche merito (o colpa) sua.

Per quasi un ventennio, Blatter è stato padre-padrone del calcio mondiale. l’impero è crollato nel 2015, all’indomani dell’ennesima rielezione, sotto i colpi dell’Fbi che portò alla luce un sistema di corruzione diffusa. Oggi Sepp è solo un arzillo 82enne, ma nonostante i guai giudiziari ancora si diverte a stare sotto i riflettori: non poteva perdersi i ‘suoi’ Mondiali di Russia.

È sbarcato a Mosca martedì, prima della gara dei padroni di casa contro l’Egitto che ha guardato nell’hotel a 5 stelle, in compagnia della fidanzata di 28 anni più giovane. Ieri ha assistito a Portogallo-Marocco al Luzniki, rilasciando interviste e stringendo mani all’ingresso dello stadio. Si fermerà un paio di giorni nella speranza di vedere di persona Putin (ancora nulla di confermato, ma intanto ha incontrato Vitaly Mutko, ex ministro dello Sport e capo del comitato organizzatore, coinvolto nello scandalo del doping di Stato russo), venerdì passerà da San Pietroburgo per Brasile-Costa Rica, poi tornerà a casa.

L’apparizione non è passata inosservata. La Fifa, imbarazzata ma impotente di fronte ai desiderata del padrone di casa, ha spiegato che non c’è alcuna violazione della squalifica: “Dipende da cosa fa allo stadio, non abbiamo altri commenti”. Il Cremlino ha minimizzato, precisando che si tratta di una “visita privata”. Il diretto interessato è stato più schietto: “Ho una sospensione, ma posso andare allo stadio come qualsiasi appassionato di calcio. La Fifa sa che sono un ospite del comitato organizzatore, quindi anche un loro ospite”. Già: con Putin (anzi, Vladimir: lui lo chiama per nome) esiste una conoscenza di vecchia data, di recente confermata dal portavoce del presidente, Dimitry Peskov.

Il capo di Stato russo ha sempre coltivato ottime relazioni coi potenti del pallone: oggi è vicino a Gianni Infantino, che lo ha omaggiato all’ultimo congresso Fifa, e in passato lo era a Platini, ma con Blatter c’è un rapporto speciale. Insieme decisero di portare i Mondiali in Russia.

Quando scoppiò lo scandalo nel 2015, Putin fu uno dei pochi a non voltargli le spalle: “Per me merita il Nobel”. Lo aveva invitato a suo tempo a Mosca e non si è rimangiato la parola. Blatter non se l’è fatto ripetere: dispensa pareri sul torneo, attacca la formula a 48 squadre, per il 2030 candida il Regno Unito e per il futuro il Sudamerica. Forse spera ancora di rientrare nel giro, magari grazie all’amico Vladi. Difficile, a 80 anni suonati e con una lunga squalifica sul groppone: anche l’assegnazione della Coppa 2026 al Nord America (lui aveva sponsorizzato il Marocco) dimostra che non conta quasi più nulla. Questi Mondiali, però, restano una sua creatura: li ha plasmati a sua immagine e convenienza, portati in giro per il globo, trasformati in una macchina da soldi che tiene in piedi la Fifa: perché stupirsi della sua presenza?

“Ci conducono dritti alla cronaca ed è giusto così”

Sembrano scritte per noi più che per i ragazzi che affronteranno la vita dopo la prova burocratica della maturità raggiunta. Ogni tema offerto al pensiero infatti trasmigra nell’età della penna di chi lo svolge, lo spiega e lo dipana. E certo fa effetto leggerle tutte insieme queste tracce scolastiche, perché ci conducono in un modo o nell’altro dritte alla cronaca, a questo incredibile presente che ci è venuto addosso, del quale non abbiamo ancora misura esatta ma forse impaurito stupore.

Le leggi razziali sono esistite per davvero in Italia, non è magia nera di Giorgio Bassani e di razza, razzismo, xenofobia, cioè paura e ossessione dello straniero, dell’altro, del diverso, dibattiamo in queste ore interrogandoci su cosa stiamo facendo e – soprattutto – dove stiamo andando. Stiamo sprofondando verso l’abisso della metà del Novecento oppure, abituati all’età dell’iperbole, dell’estremo, carichiamo di senso anche le nuvole che attraversano il cielo e fantastichiamo il peggio perché del meglio non c’è più speranza? Razzismo è una parola che ci fa ancora vergognare eppure il suo significato che appariva fino a qualche anno fa perfetto nella sua rotonda illuminazione dell’atteggiamento ripugnante, oggi viene rimodellato, svuotato, svitato dal posto in cui stava e acquista un nuovo senso, una nuova legittimazione. Questo io scriverei se fossi tra i banchi di scuola.

Lo scriverei io, che di anni ne ho tanti di più dei diciotto di chi invece è lì a provare la sua esperienza solenne di scrittura e anche la dimensione della propria conoscenza e naturalmente l’esito non sarebbe uguale. Gli occhi di una ragazza hanno sempre visto il mondo a colori e nella diversità, nella ricchezza di quel che è lontano da noi, sono cresciuti. E i diciotto anni che li separano dalla loro nascita sono stati vuoti di guerre e di violenze domestiche, e il sapore acre del terrorismo conosciuto sotto il nome dell’Isis è un passaggio appena nei mille video che attraversano la loro vita, nei frame con cui compongono e dispongono i desideri e le speranze.

È però la nuova solitudine, il senso profondo di una dimensione che accomuna tanti in questo tempo, la parola forte delle tracce scelte. Solitudine che da dimensione individuale è divenuta collettiva, da questione personale a fenomeno di massa, e la “massa” è quel popolo che nel tema più politico gli esaminatori provano a far indagare coniugandolo con un’altra parola forte e per certi aspetti terribile: la propaganda.

Propaganda non è pubblicità con la quale facciamo i conti in ogni istante, che dà ritmo al tempo della solitudine connessa, di Internet che ci fa stare in ogni luogo ma ci toglie da ogni luogo, ci fa sentire partecipi e vicini, connessi con ciascuno eppure distanti, lontani da tutti. Quanti dei nostri amici si ricordano più del nostro compleanno se non è Facebook a segnalarlo? Il clic diviene motore e tutore della nostra esistenza, e la nostra partecipazione alla vita pubblica diviene poltronismo: statica la postura, immobile il punto di vista: noi sempre dietro a un computer.

È solitudine questa? Delle distanze che si accorciano, dei bisogni che si allineano e si alimentano di altri ancora cosa invece ne è, cosa dovremmo dire? Ma la solitudine di un ragazzo non è la medesima di un vecchio, e altra è la dimensione dello stare da solo, del bisogno o del destino che lo condanna o lo premia. La verità è che ogni generazione possiede una grammatica sua e anche un alfabeto nel quale riconoscersi, un’energia da liberare e qualcosa con cui finalmente stupìre, scrivendo e poi correggendo, rigo per rigo, l’ultimo pensiero sistemato per l’ultima volta sui banchi di scuola.