“Tracce banali. La solita pedagogia obbligatoria”

Nell’Italia dei congiuntivi sciancati ecco i temi per l’esame di Maturità scelti dall’ex ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli. Il nuovo governo, con Luigi Di Maio, zoppica d’anacoluti, di fossi e di sarebbi. Ma il vecchio che fu – con l’uscente Fedeli, digiuna di scuole alte – precipita, nella peggiore delle ipotesi, nella botola dei luoghi comune, nella migliore, invece, in quella di Google. E, infatti, ecco la pedagogia obbligatoria. Buona – al più – per Europa, il quotidiano che fu dei dem renziani.

Ed ecco il menu: Costituzione, Alcide De Gasperi, Aldo Moro e clonazione. Capitoli che sembrano ripetere il sentito dire nel pissi pissi della blogosfera mentre la traccia di letteratura – su Giorgio Bassani, Il Giardino dei Finzi Contini – resta solo per lo spunto storico, la memoria delle Leggi Razziali, ma replica quello che, ahinoi, da sempre affligge l’inutilità della scuola italiana: proporre autori le cui pagine difficilmente arrivano (o, arriveranno mai) sui banchi. Già accadde, citiamo a memoria, con Dino Campana e con Giuseppe Tomasi di Lampedusa, due grandissimi protagonisti della letteratura, neppure più contemporanei, convocati nelle tracce ministeriali per infiocchettare il disbrigo di un tema ma mai e poi mai studiati nei licei. E così accade per tutto quel patrimonio di civiltà e di segno la cui eredità, mai e poi mai, segue i percorsi della didattica. Basti pensare allo sciagurato passaggio di Mariastelluccia Gelmini in viale Trastevere – dove ha sede il ministero – quando nell’Italia del Melodramma e del Rinascimento, giusto per buttarla in teatro e in pittura, fece strame delle cattedre di educazione musicale e arte.

Farina di chissà quale splendido sacco spicca, tra le tracce di ieri, un gioiello di tema. Eccolo: “I diversi volti della solitudine nell’arte e nella letteratura”. Un percorso che da La vita solitaria di Francesco Petrarca ad Alda Merini, da Salvatore Quasimodo a Luigi Pirandello fino a Emily Dickinson, con le icone di Giovanni Fattori, Edvard Munch e Edward Hopper, offre ai ragazzi la possibilità di uno scavo interiore decisamente coerente con i loro sentimenti, i loro veri interessi e gli entusiasmi propri della giovinezza (quella dove la solitudine è oggetto di una sempre affollata messa in scena). Quella del liceo, nessuno ci fa caso, è la stagione coetanea ai Cecco Angiolieri, il Fedez di oggi, il chissà chi di domani, il poeta qualunque pronto a ruggire in ogni aula magna. Quella del liceo, tutti siamo indifferenti, è l’occasione delle occasioni per inzupparsi d’emozioni e di rabbie. E i diversi volti della solitudine sono spesso maschere.

Molto bello anche il tema sul legame fra le masse e la propaganda, “La creatività e la dote umana dell’immaginazione” e però – considerata la fatica degli eroici insegnanti – è così fuori tema rispetto a ogni tototema da far venire l’acquolina a un giornale, e non a un laboratorio scolastico. Come una scuola che non serve, ahinoi, è la scuola che solo per un giorno – anzi, la vigilia, la notte degli esami – si presenta da protagonista nella comunità. Tutto quello che poi vive di parole, segni e ricerca – quella letteratura, quell’arte e quella scienza con cui si costruisce la giornata sociale d’Italia – abita fuori dal recinto scolastico. Altrimenti non si registrerebbe la vergogna cui si destina il deficit sempre più sfacciato di tutti i saperi.

I temi, comunque. Un tema da dare – una traccia che ci permettiamo di suggerire – è “Contro la scuola”. Giovanni Papini, un altro grandissimo della nostra letteratura, ci fece un libro. Potrebbe essere domani – il prossimo anno, appunto – la proposta di esercitazione per la licenza liceale. Se ne ricaverebbe una miniera di informazioni. Scritto dai ragazzi – l’insieme degli elaborati – sarebbe il grande romanzo di un equivoco sociale e, certo, anche sentimentale. Sarebbe la pietra angolare su cui costruire – grazie ai motivi, agli spunti, alle rabbie – la vera definitiva riforma.

“È Xylella a uccidere gli ulivi”. Ma non ci sono certezze

Egregio Direttore, domenica 17 giugno il Fatto ha pubblicato un articolo di Pietro Perrino riguardante l’epidemia di Xylella. L’origine dell’epidemia, i suoi effetti sulle piante di ulivo e le indicazioni per limitarne il più possibile i danni e la diffusione sono stati trattati esaustivamente in numerosi articoli su riviste scientifiche, incluso un recente studio nel quale sono stati riprodotti in laboratorio i sintomi osservati negli uliveti. I ritardi con i quali gli amministratori pubblici hanno preso in considerazione i dati forniti dagli scienziati sono stati sottolineati lo scorso anno dalla rivista Nature.

L’Accademia dei Lincei ha eseguito un’approfondita analisi che ha incluso visite sul posto e colloqui con ricercatori e tecnici direttamente impegnati nei luoghi di diffusione dell’epidemia. A seguito di tale analisi e della letteratura disponibile, è stato prodotto un documento dettagliato che riporta: “L’agente causale della malattia è Xylella fastidiosa, una conclusione che abbiamo accettato come non più discutibile. Tutti gli isolati di Xylella all’analisi molecolare sono riconducibili a un identico genotipo: Xylella fastidiosa subsp. pauca e sequenza tipo ST53, denominato ceppo CoDiRO per distinguerlo da altri ceppi pauca. La loro omogeneità molecolare sostiene l’origine della malattia da una unica e recente fonte di infezione. I vettori della malattia sono gli insetti e le piante che dai vivai vengono trasportate in nuovi impianti olivicoli. La significatività di eventuali concause associate a un ruolo primario – o meno diretto – della Xylella, è sfortunatamente poco accertabile poiché i dati disponibili sull’effetto di una pluralità di interventi agrotecnici e di condizioni ambientali sono a dir poco scarsi. Sono, nel contesto, giustificate le risposte negative dell’ESFA alle proposte di cause infettive primarie, biotiche e abiotiche, alternative all’infezione batterica”.

Siamo a dir poco stupiti che il Vostro giornale dia credito a fantasiose spiegazioni alternative, che in questo caso coinvolgono in modo sconclusionato addirittura Louis Pasteur e la fisica quantistica, molto oltre il limite del ridicolo. Siamo preoccupati dal proliferare di teorie antiscientifiche nel web, ma confidiamo sempre che i mezzi di comunicazione responsabili sappiano riconoscere la loro infondatezza. Questo non è sempre il caso. Articoli come quello pubblicato causano un enorme danno, non solo alla lotta contro questa epidemia ma anche alla possibilità che cittadini si formino un’opinione su basi razionali.

Gruppo di Lavoro Sibv-Siga. Roberto Bassi, Università di Verona; Teodoro Cardi, CREA; Felice Cervone, Università di Roma; Fabio Fornara, Università di Milano; Piero Morandini, Università di Milano; Michele Morgante, Università di Udine; Pierdomenico Perata, Scuola Superiore di Sant’Anna; Mario Pezzotti, Università di Verona e Presidente SIGA; Daniele Rosellini, Università di Perugia; Andrea Schubert, Università di Torino; Roberto Tuberosa, Università di Bologna; Ignazio Verde, CREA; Alessandro Vitale, CNR

 

Su Xylella, il batterio che ha colpito gli ulivi salentini e ritenuto il principale sospettato di causare la malattia CoDiRO, ne sono state dette tante. Poche le prove scientifiche a sostegno di molte affermazioni. In questa assenza di certezze proliferano i tentativi più disparati (e anche azzardati) di cercare spiegazioni. Ma vanno fissati alcuni punti fermi. Per dire cosa è scienza e cosa non lo è, la comunità scientifica applica un primo filtro, quello del peer reviewed (la revisione degli studi da parte di esperti internazionali). Quando lo supera, una ricerca appare in una rivista internazionale di settore. Ne segue la discussione dei risultati nella comunità scientifica e la replicazione, da parte di altri ricercatori, della ricerca in questione per verificarne i risultati. Ma se una ricerca non supera quel primo filtro, non viene neanche presa in considerazione.

Su Xylella, la stessa Accademia dei Lincei, la più antica società scientifica del mondo, ha preso per buoni risultati mai sottoposti al peer review. Nel giugno 2016, in un rapporto linceo si legge che “l’agente causale della malattia è Xylella fastidiosa, una conclusione che abbiamo accettato come non più discutibile” sebbene non ci fosse alcuna ricerca revisionata a sostegno di tale affermazione. Tra gli autori anche Roberto Bassi dell’università di Verona, tra i firmatari della lettera al Fatto . Lo ha fatto anche Nature: il 7 giugno 2017, la giornalista Alison Abbott scriveva “i ricercatori hanno stabilito che [Xylella] ha causato il CoDiRO”, sebbene in assenza di una pubblicazione scientifica.

Il primo (e unico) studio revisionato che ha cercato di dimostrare il nesso Xylella-CoDiRO è apparso solo nel dicembre 2017 su Scientific Report, rivista del gruppo Nature. L’obiettivo era verificare i 4 postulati di Koch che servono a stabilire se un agente (Xylella) sia causa di una malattia (il CoDiRO). Rappresenta certamente un passo avanti. L’esperimento però conta poche decine di piante. Un solo studio e su pochi esemplari non basta per accertare un fatto scientifico con certezza: ogni ricerca va replicata e ampliata a un numero di campioni statisticamente consistente. Lo studio ha un difetto non da poco: non si preoccupa di spiegare come mai su 350mila campionamenti effettuati dalla Regione Puglia su piante prevalentemente sintomatiche, Xylella sia presente solo nel 2% dei casi (come risulta da un comunicato della Regione Puglia) quando il 1° postulato di Koch chiede il 100% di presenza del batterio su piante sintomatiche e 0% su quelle sane. In Puglia esistono piante sintomatiche dove Xylella non c’è, e piante sane dove invece Xylella è presente. Perchè? Lo studio non lo spiega. Per gli epidemiologi sentiti dal Fatto la compresenza di sintomi e batterio è necessaria per ipotizzare che sia quel batterio, da solo, a causare la malattia. In caso contrario, si parla solo di fattore di rischio. La scienza ha il dovere di spiegare i dati del monitoraggio, che è frutto di una decisione politica ma rappresenta oggi la più grande mole di dati su Xylella del mondo.

La ricerca di Scientific Report invece non li considera. Dà conto solo di 58 piante sintomatiche prese dalla zona infetta, risultate tutte positive a Xylella (dove la correlazione è cioè del 100% come prevede il 1° postulato, ma non si chiarisce con che criterio siano state scelte le 58 piante). Da 51 di esse si è riuscito a estrarre il batterio e crescerlo in coltura, come prevede il 2° postulato. Poi si è proceduto a re-iniettare il batterio in 10 piante sane per 4 varietà di ulivo. Ma i risultati sono disomogenei: “A un mese dall’inoculo, la percentuale di piante che si sono infettate varia dal 40 al 70% a seconda della varietà”, si legge. E il batterio non sembra riuscire a colonizzare gli ulivi: a distanza di 3 mesi, solo in 11 su 40 si riscontra la presenza di Xylella a qualche centimetro dal punto dove è stata iniettata. Di 40 esemplari sani a cui è stato iniettato il batterio, solo 12 hanno sviluppato sintomi tipici del CoDiRO dopo 14 mesi. Il 3° postulato di Koch vorrebbe che comparissero in tutti. Lo studio conclude che “i dati supportano una forte relazione causale tra l’infezione batterica e la presenza della malattia CoDiRO negli ulivi infetti” ma restano tante questioni da spiegare per avere risultati che, già nel 2016, si volevano “non più discutibili”. In primis, i dati emersi dal monitoraggio regionale.

 

“Così capovolgo il monumento del Duce”

Da monumenti del Duce ad ammonimenti contro le dittature. “Dal 2014 nessuno manifesta più davanti al monumento alla Vittoria”, racconta lo storico Hannes Obermair. Uno dei cinque saggi che sono riusciti a ‘disinnescare’ i simboli che dividevano Bolzano: “C’era chi li difendeva a spada tratta e chi proponeva di distruggerli”, spiega Obermair. A Bolzano hanno scelto la terza via: li hanno lasciati, ma ci hanno aggiunto le parole (e un museo). Un anello rosso luminoso intorno alle colonne del monumento alla Vittoria: “Un monumento, una città, due dittature”. Passi di notte davanti alla sagoma marmorea, incombente, e lo sguardo ti si ferma sulle parole. Così davanti al bassorilievo del Duce in piazza del Tribunale vedi le parole di Hannah Arendt: “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Sei costretto a pensare a quei due fascismi che, soprattutto qui, hanno prodotto tanto odio. E qualche figura grande, su entrambi i fronti, “come Josef Mayr-Nusser – racconta Francesco Comina autore del libro L’uomo che disse no a Hitler – padre di famiglia che morì per non aver giurato al Führer”.

Così Bolzano e l’Alto Adige non si riducono a quella divisione: italiani e sudtirolesi. Però sarebbe un errore tacerla: pare un pendolo, in ogni tempo c’è qualcuno che prevale. Prima furono gli italiani a schiacciare i sudtirolesi. Oggi la situazione sembra essersi capovolta. Basta guardare il mondo dei giornali: il Dolomiten, storica testata di lingua tedesca, e l’italiano Alto Adige. Sono entrambi controllati dalla famiglia Ebner (così come il Trentino di Trento) che è presente anche nelle emittenti Südtirol 1 e Radio Tirol. Michl Ebner, esponente del Südtiroler Volkspartei è anche presidente della Camera di Commercio. Così è anche l’economia: basta leggere la classifica dei cinquanta più ricchi della provincia pubblicata dal periodico Ff. Gli italiani si contano sulle dita di una mano. Il paradosso è che le chiavi del potere ai sudtirolesi le hanno consegnate gli italiani (che in provincia sono il 25,8%, ma a Bolzano città pesano per il 73%). Perché in Parlamento a Roma i voti della Svp sono decisivi e corteggiati. Per ultimo dal Pd. La riforma costituzionale – bocciata dal referendum – dava agli altoatesini un peso tre volte maggiore rispetto ai cittadini di altre regioni. Poi c’è stato il rinnovo della concessione all’Autobrennero, dove gli enti locali – quindi la Svp – la fanno da padrone. Passando per il controllo locale di Agenzia delle Entrate e perfino del personale dei Tribunali. Fino all’accordo per cui gli atti di indagine della Corte dei Conti possono essere compiuti da personale della Provincia (che sarebbe la controllata). Le leve del potere sono in mano ai sudtirolesi. Che fino alle politiche erano alleati del Pd. Ma adesso, c’è chi giura, stanno già guardando alla Lega. I partiti italiani hanno bisogno dei voti Svp a Roma. E sembrano arrendersi: in Alto Adige loro governano meglio di noi.

Mille metri dentro la roccia la grande fresa trova l’Africa

L’Africa comincia qui. Una riga scura nella roccia, a mille metri di profondità sotto le montagne di Fortezza, in Alto Adige. Alla faccia di sudtirolesi e italiani che in superficie lottano per il confine. Con buona pace dei leghisti. Sono loro gli invasori.

La fresa che scava il tunnel ferroviario del Brennero ha trovato l’Africa sotto le Alpi: “Guarda come cambia la roccia”, indica Thomas Albarello (Bbt, Brennero Basis Tunnel) che segue la costruzione della grande galleria. Qui puoi toccare con la mano i due continenti che si incontrano: da una parte il granito della placca africana, dall’altra la roccia tenera del margine europeo.

Ci vuole un attimo perché le pupille si abituino: fuori la luce abbacinante di giugno. Dentro il buio. Ma dopo qualche istante, scopri un mondo: il grande cantiere che giorno e notte lavora per completare l’opera da 8,38 miliardi entro il 2027. È un groviglio di gallerie dove si muovono camion e lavorano – solo nel primo tratto – 600 persone. Poi improvvisamente la volta della galleria si apre come una cattedrale, alta decine di metri. Albarello mostra la mappa del più grande cantiere d’Europa: “Da Fortezza a Tulfes (Innsbruck) sono 64 chilometri. Ma bisogna scavare un tunnel per ogni direzione e la galleria di servizio. Totale: 190 chilometri. Più 40 di tunnel ausiliari, e siamo a 230. Ne abbiamo realizzato il 36%”.

Il viaggio nelle viscere della montagna procede, il tunnel si stringe intorno a te, pochi metri, appena lo spazio per passare tra le pareti e la grande fresa: un verme d’acciaio lungo trecento metri. Avanti, avanti insieme con gli operai. Nella galleria del treno si va avanti con l’esplosivo. Ogni tanto senti arrivare il botto, lo spostamento d’aria. D’un tratto ti ricordi dove sei: i tuoi ottanta chili contro milioni di tonnellate di pietra. La montagna intorno barrisce, gocciola, cigola, picchia. Allora la mano ti va verso il torace dove ti hanno sistemato un transponder per ritrovarti casomai succedesse qualcosa. Gli operai sembrano abituati anche se nel cunicolo hanno sistemato una cappelletta.

Intanto il tunnel procede: “Dieci, quindici metri al giorno”, spiega Alberto Paddeu del consorzio Btc che realizza gli scavi. Mancano dieci anni all’appuntamento. Ma non è come per il Tav della Valsusa. Il tunnel del Brennero è andato avanti senza troppi clamori. “Abbiamo coinvolto la popolazione”, spiega Albarello. Oggi è il giorno di apertura al pubblico. Sembrano superate le preoccupazioni sullo smaltimento del materiale estratto: 21 milioni di metri cubi che finiranno in gran parte in una vicina depressione. Ma sull’utilità dell’opera ci si divide eccome: “Solo tra Innsbruck e Fortezza il tunnel farà risparmiare 55 minuti ai passeggeri e 75 alle merci. Ma riducendo la pendenza saranno possibili convogli più lunghi e capienti. Quindi più merce con costi minori. Così si sposterà il traffico dall’autostrada alla ferrovia”, sostiene Albarello. Verdi e M5S altoatesini non sono convinti: vero, oggi meno del 30% delle merci viaggia su rotaia. Ma si poteva, sostengono, potenziare la vecchia linea e spostare il traffico in Svizzera. E poi, si dice, il tunnel servirà a poco se non si lavora sul resto della linea: il tratto da Fortezza a Ponte Gardena, circa 30 chilometri, è in fase di progettazione. Si sta anche studiando il nodo di Bolzano, ma a Trento e Rovereto la situazione sembra più in alto mare.

Ma i dubbi non riguardano soltanto l’opera. C’è il potere che ruota intorno. Vedi il caso di Konrad Bergmeister, uomo dalle tante poltrone. Quello che Luis Durnwalder (Svp) aveva immaginato come suo successore alla Provincia di Bolzano. Bergmeister, titolare di un grande studio ingegneristico, è stato nominato presidente della parte austriaca di Bbt. Intanto è presidente della fondazione Sparkasse che controlla la banca cassaforte dell’Alto Adige. Ancora: è stato presidente dell’università di Bolzano e direttore dell’autostrada del Brennero. A sollevare la questione di opportunità erano stati i Cinque Stelle con il deputato, oggi ministro, Riccardo Fraccaro, e il consigliere provinciale, Paul Köllensperger: “Lo studio Bergmeister tra il giugno 2001 e il gennaio 2014 ha ricevuto 4,17 milioni di incarichi dalla ripartizione provinciale Strade e infrastrutture. In tutto 69 incarichi”. Fraccaro definiva il tunnel “inutile e costosissimo”. Ma pochi giorni fa il neoministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli (M5S) ha parlato di una “sfida fondamentale”. Caso chiuso, anche se i Cinque Stelle altoatesini sono stati presi in contropiede: il tunnel si farà.

Italiani, ladini e sudtirolesi uniti in nome di Egger, Totti del ghiaccio

Un disco da vedere. Ecco l’hockey. “È lo sport di Bolzano, più del calcio dove siamo arrivati alla serie C”, sorride Dieter Knoll, amministratore delegato dell’Hc Bolzano. Che è un po’ come la Juventus dell’Hockey. Basta guardare la bacheca: 19 scudetti, 2 coppe Ebel, 4 Supercoppe e un rosario di titoli che non finisce più.

Ecco, immaginate che un bel giorno la Juve andasse a giocare in un campionato europeo e lasciasse la Serie A. Nell’hockey è successo: “Era il 2014, il campionato stava andando a pezzi, allora abbiamo chiesto alla Federazione l’autorizzazione di giocare nel campionato mitteleuropeo, la Coppa Ebel”, racconta Knoll, discendente di una dinastia di amanti dell’hockey. “Da mio nonno giocatore che poi partì per la guerra e fu costretto a lasciare i pattini. Da quando da bocia (ragazzino, ndr) andavo con mio papà alle partite”.

Sono passati cinque anni dall’addio del Bolzano. La serie A di hockey non esiste più. Dopo il Bolzano altre storiche big se ne sono andate (Alleghe, Cortina, Milano), tutte finite nell’Alps League che riunisce quel che resta della nostra serie A e la B austriaca. Il Bolzano è l’unica italiana nella Ebel, lega privata dove incontra 8 squadre austriache, una croata, una ungherese, una ceca. Chissà se finirà così in altri sport. E chissà se sia una vittoria degli sponsor o un segno dello sport che supera i confini.

Il Bolzano va forte: due vittorie in cinque campionati. L’ultima nel 2018. “E siamo la squadra con il bilancio meno ricco: 2 milioni contro 8 per esempio della Red Bull di Salisburgo”. Non è uno sport ricco l’hockey: un giocatore spunta un ingaggio da 25mila a 45mila euro. Spesso, finite le partite, i giocatori fanno un altro lavoro. “Venite a vedere le partite, vi innamorerete”, giura Knoll, “è uno sport fisico. E velocissimo. In pochi secondi si passa da un attacco a un gol in contropiede”.

Vero. Ma ora voltate le spalle al campo e guardate il pubblico dello stadio di Bolzano: 7mila persone per le grandi occasioni. Forse soltanto qui la città è davvero unita: “Fuori fate pure politica, ma qui dentro c’è soltanto lo sport. La convivenza tra italiani, sudtirolesi e ladini”, è il chiodo fisso di Knoll. La destra italiana – Casa Pound – ha cercato di prendersi la curva. Non c’è riuscita. Perché tra i giocatori non si guarda il passaporto. Come Alexander Egger, il Francesco Totti del Bolzano, che ha smesso dopo 800 partite. Quando il disco va in gol non te ne importa niente se chi segna parla italiano o tedesco.

Vendesi Bolzano

“Possiamo mettere il Bolero di Ravel a tutto volume”. La musica invade corridoi vuoti, androni silenziosi, decine di appartamenti deserti. Gabriella Cecchelin e il marito Bruno Lorenzi sono rimasti gli unici occupanti del grande condominio di via Garibaldi 20, a due passi dal duomo di Bolzano.

Sul citofono trovi soltanto il loro nome, accanto a 51 targhette vuote. Gabriella e Bruno, come due superstiti di un’epidemia. Ma che cosa è successo? “Il palazzo è stato comprato dalle società di René Benko, un giovane magnate austriaco che vuole radere tutto al suolo per costruire un nuovo quartiere. Ma noi non ce ne vogliamo andare. Questa è la nostra casa, da quando più di quarant’anni fa ci siamo sposati”, racconta Gabriella, 78 anni. È in pensione, dopo una vita da assistente sociale. Alle pareti della casa quadri e ricordi di viaggi in mezzo mondo. Una vita. Già, due pensionati contro un giovane miliardario.

Per capire cosa sta succedendo a Bolzano bisogna partire da qui. E affacciarsi alla finestra: gru e cantieri dappertutto. In questa terra modello di cura per il territorio. Con

i palazzi antichi color pastello e i gerani alle finestre affacciate su via Portici. Bolzano da sempre ai vertici per qualità della vita.

Gabriella Cecchelin indica sotto la sua finestra: alberghi, palazzi degli anni Sessanta. Sparirà tutto. È il progetto Walther Park: nasceranno un centro commerciale, case, un albergo e 800 posti auto. Tutto griffato dall’archistar David Chipperfield, con uno stile che ricorda Shanghai.

“Benko si sta comprando mezza città. Ma quasi nessuno sembra chiedersi chi sia. E dove abbia preso i soldi. Se siano suoi o se lui sia il collettore di denaro altrui”, si domanda Riccardo Dello Sbarba, consigliere provinciale dei Verdi.

Siamo accanto a piazza Walther, cuore del capoluogo altoatesino. Qui è sbarcato Benko con i suoi potenti amici: Niki Lauda, per dirne uno, che è venuto due anni fa per sponsorizzare il progetto. Non solo lui: “C’è Oscar Farinetti (che dovrebbe realizzare qui un negozio di Eataly) e ha un progetto con Benko a Monaco”, ricorda Heinz Peter Hager, braccio destro dell’imprenditore in Italia. Nonché noto commercialista, con il quartier generale in un palazzo da sogno nel centro storico. Hager snocciola i dati: “Benko a Bolzano investirà quasi 700 milioni”. Walther Park da solo vale 400 milioni. Basta guardare il plastico: il vecchio centro è colorato di grigio. In mezzo un’enorme macchia grande quasi quanto il resto. La città si era divisa sul progetto, nel 2016 si ricorse a un referendum. Benko vinse con il 64,39%. Ma c’è anche il progetto di Gries, dove Benko ha acquistato la vecchia cantina dei viticoltori (ricostruita altrove) e sta realizzando dieci palazzi per 130 appartamenti (60 milioni). Per non dire della funivia che Benko realizzerà per collegare la città con l’altura del Virgolo che domina il centro. Si parla di almeno 10mila metri cubi. Non basta: dietro la stazione – sempre in centro – la ferrovia libererà ettari di terreno. È il progetto dell’Areale che vale 381 milioni di opere pubbliche e 537 di residenziale, terziario e commerciale. Si attende la gara. “Benko è interessato”, fa cadere lì Hager. “Alla città i progetti porteranno 125 milioni”, spiega Hager. Ma torna l’impressione di una città ‘comprata’. E la domanda: chi è Benko? Le biografie ufficiali raccontano del figlio di un dipendente pubblico e di una maestra nella vicina Innsbruck. Studiava Economia, ma a 17 anni il college gli andava stretto e René si lanciò nel business immobiliare. “Capì l’affare delle soffitte. Un fiuto eccezionale”, racconta Hager. Poi fondò la Signa e in una manciata di anni diventò tra i più ricchi d’Austria, con 3,5 miliardi di patrimonio.

Una storia di successo con qualche inciampo. Nel 2012 Benko viene accusato insieme con il suo consulente fiscale austriaco. Una storia che dall’Austria passa alla Croazia e arriva in Italia: Benko, sostengono i magistrati viennesi, avrebbe pattuito 150mila euro con il premier croato Ivo Sanader perché intercedesse presso Silvio Berlusconi. Riferisce Hager: “Secondo l’accusa, il Cavaliere avrebbe dovuto risolvere i problemi di Benko con il fisco italiano”. Ma è successo davvero? “Figuratevi!”. Non ci sono prove che Berlusconi – non toccato dall’inchiesta – sia stato contattato. Ma Benko e il suo commercialista, riferiscono le cronache, sono stati condannati in Austria a un anno con la condizionale. E il fisco italiano? “Il contenzioso è stato chiuso con una rottamazione da 20 milioni”, spiega Hager. Ma a Bolzano c’è chi solleva altre domande: “Benko ha ottenuto finanziamenti per 70 milioni dalla Volksbank, ma è tutto garantito dalla capogruppo”, riferisce sempre Hager. Parliamo di uno dei tre istituti bancari locali, insieme con la Sparkasse e la Raiffeisen. Ma il presidente del collegio sindacale della banca è lo stesso Hager. Così come qualcuno ha sollevato il caso delle operazioni immobiliari che Hager ha intrapreso insieme con Otmar Michaeler, il presidente della banca. Hager conferma: “Abbiamo realizzato dei progetti insieme. Tutto trasparente e regolare”. Niente di illegale. Ma Benko e i suoi alleati hanno messo fondamenta profonde a Bolzano. Basta vedere le foto dove brinda con Luis Durnwalder, padre della Svp (Südtiroler Volkspartei), partito sudtirolese che comanda da decenni.

Bolzano rischia di cambiare faccia. O meglio, di avere due facce. C’è il centro storico modello. C’è Bolzano Alta: una funivia in pochi minuti ti porta in una città di prati e montagne, dove la mattina Irene, 7 anni, va a scuola prendendo un trenino che attraversa boschi e incrocia cervi. Ma c’è l’altra Bolzano, delle periferie a sud che premono alle porte del centro: palazzi e quartieri persi tra i centri commerciali. “Abbiamo già due complessi, il Twenty (25mila metri quadrati più altri 10mila da realizzare) e il Centrum (19mila)”, attacca Paul Köllensperger, consigliere provinciale M5S. Aggiunge: “Poi ci sono i 22mila metri quadrati di Walther Park. E infine l’Aspiag (35mila metri quadrati) che per adesso è bloccato. Tutto per una città di 105mila abitanti”.

Intanto in Provincia sta arrivando la nuova legge urbanistica. Proprio in periodo elettorale – si vota in autunno – una coincidenza che preoccupa Dello Sbarba: “Nel Sud Tirolo solo il 5,5% del territorio è utilizzabile. C’è una pressione enorme su aree che dovrebbero essere intoccabili. In dieci anni le costruzioni in queste zone sono aumentate del 32%”. E ora ecco la nuova legge: “Avvicinandosi alle elezioni è stata stravolta con 163 emendamenti su 106 articoli”. A trarne vantaggio sarebbero soprattutto imprese, albergatori e agricoltori, tradizionali elettori Svp. E poi ci sono quelle norme che in passato erano state soprannominate “lex Benko”. Proprio perché rischiano di lasciare il governo del territorio agli imprenditori, più che ai sindaci. Oggi, attaccano i Verdi, con la nuova legge la disciplina sarà applicabile a tutta la Provincia.

Il verde soffice dei prati rischia di essere sostituito dalla moquette degli outlet.

Il ridicolo derby buonisti contro “cattivisti”

Se i giornali sono – come in effetti è sensato che sia – lo specchio del dibattito pubblico (e della classe dirigente), il livello a cui siamo scaduti è francamente sconfortante. Con non trascurabile frequenza leggiamo invettive sui social network, cloaca maxima dei peggiori istinti: non si capisce però da quale pulpito arrivi la predica, vista la capacità di analisi e contributo di chi esercita “professioni intellettuali” e dispensa opinioni sui media. I temi complessi come quello dell’immigrazione sono la miglior cartina di tornasole: il massimo dello sforzo è una ridicola guerra per bande buonisti/cattivisti. I bimbi che vengono separati dai genitori alle frontiere meridionali degli Stati Uniti sono l’ultimo esempio. Come si fa a liquidare come buonista chi s’indigna per il pianto di un piccolo separato dalla mamma? E, parimenti, come si può ridurre una questione epocale alla foto di un bambino? Le storie dei singoli sono sempre importanti, eppure non si può ricondurre l’universale al particolare cercando di trarne conclusioni sensate. Nei giorni dell’Aquarius, sui social spopolavano foto di bambini sbarcati in Italia sui barconi con commenti tipo “con questo governo lui non sarebbe qui”. I bambini, come ha scritto giustamente sul Corriere Massimo Gramellini, hanno sempre ragione: è la ragione della speranza, dell’innocenza, del diritto a un futuro.

Ma allora, se restiamo al livello del cuore, non c’è differenza tra un uomo che scappa da una guerra e uno che scappa dalla fame. Eppure sentiamo – anche da sinistra – fare continuamente riferimento a chi scappa da Paesi in cui ci sono conflitti, gli altri (che non hanno diritto di asilo) non esistono. I leghisti s’indignano quando sentono parlare di profughi climatici perché pensano che si parli di meteoropatici o gente che non sopporta il caldo in assenza di condizionatori di ultima generazione: ovviamente ci si riferisce al fatto che i più poveri si trovano nelle regioni più calde del pianeta, che sono anche le più vulnerabili ai cambiamenti climatici (siccità, carestie). Storicamente, dall’uomo di Neanderthal in poi, sono stati proprio i cambiamenti del clima a innescare i processi migratori. E ancora: come ha ben spiegato in un’intervista a Repubblica Aboubakar Soumahoro, bracciante e sindacalista ivoriano all’indomani dell0omicidio di Soumayla Sacko in Calabria, i migranti non arrivano solo sui barconi, quelli semplicemente si vedono di più. Moltissimi arrivano con regolare visto turistico. E sempre lui fa notare come la questione centrale sia il cortocircuito creato dallo sfruttamento: la manodopera a basso costo va bene finché lavora per 30 euro (12 ore di lavoro), e questo consente di abbassare i costi del prodotto e aumentare i margini di guadagno. Poi, dopo che ha finito di lavorare, il bracciante deve sparire e non farsi vedere. È evidente che qui gli slogan possono poco, sono solo rumore di fondo a cui però ci siamo assuefatti. La classe dirigente si limita a dare aria alla bocca, se un ministro della Repubblica – ponendo un tema di legalità nelle aree di marginalità a maggior rischio come sono oggettivamente i campi rom – si lascia andare a un razzismo da bar dello sport (“I rom italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”). Ma chi, come la maggioranza dei commentatori indignati, da parte di un membro del governo pretende uno standing diverso (e magari anche il rispetto della Costituzione) non dovrebbe limitarsi a dire “brutto cattivo”, invocando l’umanità. I toni di Matteo Salvini sono inaccettabili, ma senza sottovalutare quel che può fare l’incitamento all’odio, bisogna pretendere soluzioni condivise e possibilmente lungimiranti a problemi tanto complessi. Certo, per questo bisognerebbe studiare (e pure collegare il cervello con la bocca).

Che il Pd non sia di sinistra lo dicono i fatti

Caro Matteo Renzi, domenica è riapparso in tv dalla Annunziata, scamiciato in contesto bucolico, con grata fiorita alle spalle al posto dei “rampicanti” parlamentari, tanto da far balenare il definitivo ritiro a vita privata. Niente, non riesce proprio a farsi da parte, a creare quel vuoto di sé che – solo, forse – potrebbe generare nostalgia, desiderio, “in fondo, non era così male”, “se tornasse”…

Stavolta, almeno, capiamo le ragioni: col caos sullo stadio della Roma che lambisce anche i cinquestelle (i coinvolgimenti Pd ben più sostanziosi e Milano e Sala non menano più scandalo, complici gli omissis mediatici), e soprattutto la linea dura sui migranti e la chiusura dei porti, può tirare acqua al suo mulino, cercando di riconquistare quell’elettorato di sinistra fuggito da lei verso il Sol dell’Avvenire tra le stelle grilline.

Eccola dunque, in stile Giorgione Orto e Cucina, ma con la modernità degli hashtag da Benji e Fede, a menare fendenti contro Salvini il “bullo”, i 5stelle e i loro elettori che si sono fatti abbindolare da fascisti in camicia rossa.

Eccola twittare con spavalderia: “Un abbraccio affettuoso ai filosofi, attori, cantanti che ci dicevano: il Pd non è di sinistra, M5S invece si. Adesso vi guida Salvini, avete fatto la guerra al Matteo sbagliato #altracosa #inmezzora”. A parte il “sì” senza accento, non all’altezza di una (presunta) preparazione che nessuno ha messo in dubbio quando da Firenze fu elevato a Palazzo Chigi; a parte il vago riferimento a fantomatici “filosofi, attori, cantanti”, con cui voleva essere elegante, denotando in realtà i suoi di punti di riferimento: intellettuali e star system (con gli uni compresi nell’altro, visto che ormai sono passati dalle torri d’avorio a ripetitori e compensi tv), invece delle persone comuni che vivono nella realtà e non nei media; a parte tutto questo, sono qui per rassicurarla: il Pd non è di sinistra. So che molti elettori 5Stelle vengono da sinistra e hanno i capelli dritti a vedere Via Almirante o Via Dall’Italia ai migranti.

So che ora aspettano, incrociando le dita e aggrappandosi al contratto di governo, al premier Conte, ai diritti dei rider, al superamento delle ingiustizie commesse (tipo Jobs Act o legge Fornero) o alle cose non fatte (tipo taglio dei vitalizi) dal suo governo e dal Pd.

So che, se non sanno dove andrà il governo giallo-verde – se Salvini fagociterà Di Maio su immigrazione, rom, sicurezza, condono fiscale, contanti e via a “destreggiare” – sanno però che il partito che lei ha guidato alla disfatta, fiaccandone le anime più di sinistra, portate in dote al Nazareno da Berlusconi, Verdini, Alfano, e anticipando molte di queste misure (Minniti, l’aumento delle soglie sull’uso del contante, la voluntary disclosure…), era tutto fuorché di sinistra. Non che la piega destrorsa del Pd sia cominciata con lei – sarebbe attribuirle troppi (de)meriti – ma sicuramente lei ha tolto qualunque dubbio.

Caro Renzi, a dire “il Pd non è di sinistra”, sono i fatti, gli elettori e anche i suoi compagni di partito che, proprio per quella ragione, se ne sono andati. I 5Stelle? Vedremo. Nel frattempo sono finiti tra le braccia di Salvini perché lei, invece di farsi da parte, gli ha detto no. Dunque non sia umile, non le si addice: questo governo è anche (de)merito suo.

Un cordiale saluto.

Un brano di Bassani da solo non basta

Itemi della maturità: che gioia veder proposto come analisi del testo un brano dal Giardino dei Finzi-Contini dell’immenso Giorgio Bassani. Ma è goccia di rugiada nel mare in tempesta della scuola italiana. Li avete mai letti da cima a fondo, invece, cari docenti, i testi delle riforme che si sono succedute negli ultimi venti anni? E non vi siete accorti che nella gigantesca massa di istruzioni e nello scivolamento verso l’ossessione degli anglicismi e delle sigle astruse, culminate con la “Buona Scuola”, e appunto nella raffica di comandamenti che a eseguirli ci vorrebbero tempi didattici centuplicati, è sancita la distruzione del principio fondamentale dell’insegnamento?

Che gli studenti stanno a scuola per imparare, e i docenti per insegnare. Già svilito su giornali o riviste o tivù, dove la partecipazione attiva del pubblico o del lettore si spinge, ad esempio, a recensire libri anche quando non ci siano le capacità necessarie. Fareste eseguire un’operazione di cataratta a un portantino invece che a un oculista? No. Così come a mal partito si troverebbe l’oculista svolgendo il mestiere del portantino. Ma nel mondo della cultura sta succedendo di tutto, in nome della libertà di parole in libertà e dello spontaneismo: la conoscenza della materia e la professionalità sono state messe nel ripostiglio di strofinacci e scope.

Mi limiterò tuttavia a parlare delle scuole superiori, dove ho insegnato a lungo a partire dal 1966 e della disciplina che insegnavo, cioè l’Italiano. Bene, la lezione ex cathedra è stata il pilastro della riforma gentiliana, durata negli anni e arrivata fino al mio tempo. Mentre, se la riforma stessa aveva il difetto del classismo (primi i licei classici, secondi gli scientifici, poi il resto), essa mirava tuttavia alla formazione delle personalità attraverso la cultura e la oggi tanto dispregiata epistemofilia, il desiderio di sapere che un professore appassionato, che sappia coinvolgere, trasmette allo studente. Oggi, salvo gli istituti professionali, relegati ancora nel ghetto, le scuole superiori si chiamano tutte licei, ma si tratta di puro nominalismo. Cresce, invece, il livellamento verso il basso, l’esaltazione del saper fare al posto del sapere (ah, l’alternanza scuola-lavoro, con l’enorme quantità delle ore dedicate a quest’ultimo: spesso lavori futili o inutili o di puro sfruttamento!), nonché la distruzione dello storicismo, lo strumento principale che possa dare ai ragazzi il senso della continuità non solo della cultura ma della vita umana nei tempi. Per contro, si esalta un eterno presente: senza passato, senza futuro.

Lezione frontale è parola e prassi da usare con cautela, vocabolo da circolo di carbonari. Mi diceva una volta una prof: quando devo spiegare un autore accendo la mia bella lavagna luminosa (altra iattura) e via con le immagini. Forse inconsapevole che l’incrocio fra i testi di un autore, ove possibile, come nel caso delle poesie, letti in classe, e la parola dell’autore stesso ripresa attraverso il discorso dell’insegnante, abituano alla riflessione e alla critica. Il fine ultimo: la scoperta del senso profondo del testo, e di quell’aura che costituisce, quando c’è, il carattere magico non dello scrittore come persona (campo della critica biografica), ma di quell’“in sé e insieme altro da sé” che è l’autore proiettato nella sua opera. Ecco, questo facevo in classe, leggendo ad alta voce i testi, commentando, spiegando, spesso mettendo in atto un primo tentativo di letteratura comparata (vizio principale delle antologie, non dare la necessaria importanza alle letterature straniere). Era, per gli studenti, un momento solo in apparenza passivo. Ascoltare vuole anche dire immagazzinare nozioni, rifletterci sopra, confrontare le impressioni di chi insegna con le proprie. Vivere il testo come qualcosa di concreto e non come un penso assegnato a casa.

Solo in un secondo momento, magari anche dopo un mese o più di lezioni ex cathedra, arrivava il giorno in cui la lezione poteva diventare dibattito aperto a tutte le voci. Ma, prima, l’apprendistato era inevitabile, e l’alternanza di questi due momenti doveva continuare tutto l’anno. Nel tempo, con alcune classi, le più dotate, dopo qualche lezione su singoli canti di Dante, si giungeva al punto in cui, divisa la classe in gruppetti, ognuno di loro, dopo essersi incontrati più volte a casa e avere analizzato il canto in questione, ne riferivano in classe, davanti ai compagni e all’insegnante. Il lavoro collettivo, insomma, era una conquista per gradi. Insieme a questo, all’inizio d’anno, un’altra cosa mi pareva fondamentale: dare quella che tra la prima e la terza liceo classico gli studenti chiamavano ammiccando “la famosa lista”. Una lista di 100 libri di narrativa da leggere in tre anni. Ma su questo tema converrà più ampiamente tornare. E, se Bassani è un grande, da solo, tanto più ridotto a un brano, non basta.

Mail box

La sinistra perduta della battaglia di Algeri

La “sinistra disintegrata” è passata dall’internazionalismo proletario a quello extracomunitario.

Nessuno spiegherà mai a quei popoli chi erano Lumumba e Cabral. Nessuno farà vedere loro il film La battaglia di Algeri.

I popoli devono potersi liberare a casa propria diventando padroni delle loro ricchezze. Fuggire da un campo di concentramento per finire in un lager a raccogliere pomodori sotto la guida dei caporali e con la benevole tolleranza dei vari governi di centrosinistra non migliora assolutamente la loro vita. I nostri partigiani non fuggivano dal nazifascismo, loro restavano a combatterlo. Basta con le illusioni.

Michel Giuntini

 

Il freno di premier e Di Maio sulle azioni di Salvini

Che Salvini faccia di tutto per essere sotto i riflettori, grazie anche all’attenzione dei media, è chiaro. Che, come ministro dell’Interno, abbia a che fare con una situazione difficile come quella dei migranti, è anche vero; che, però, ci metta molto del suo per alzare i toni, è altrettanto vero.

La proposta del censimento dei rom con eventuale rimpatrio dei non in regola, non poteva che scatenare la opposizione del Pd. Ma la reazione del triumvirato che guida il Paese, ovvero del vicepremier Di Maio e del premier Conte, è stata decisiva per bloccare lo spaccone leghista.

E, allora, l’anomalia di tre premier alla guida del Paese non è detto sia negativa, grazie alla marcatura stretta e reciproca fra i tre.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

La coscienza sporca sulle intestazioni stradali

A Campobasso dalla fine della guerra le giunte comunali sono sempre state a maggioranza democristiana, tuttavia, tra i tanti difetti, esse non avevano avuto quello di intitolare strade a notabili fascisti. Tra il 1995 e il 2005 si ebbero le prime giunte di sinistra e di centro sinistra con sindaco Pds e con esse purtroppo la intestazione di una strada a un massimo esponente del fascismo locale Vincenzo Ludovico Fraticelli.

Come si vede a Campobasso, quod non fecerunt barbari fecerunt barberini e il Pd non può elevare oggi i suoi “alti lai” contro il tentativo (fortunatamente abortito) di dedicare al “fucilatore” fascista Almirante una strada della Capitale da parte della giunta Raggi.

Carlo de Lisio

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo “Dalla Coca Cola a Parnasi. Trucchi e donazioni di Eyu” pubblicato sul Fatto Quotidiano di ieri, a firma di Luigi Franco e Thomas Mackinson, viene accostato il nome di Filippo Taddei a un finanziamento ricevuto dalla fondazione Eyu. Nello specifico, la fondazione avrebbe ricevuto da Manutencoop un contributo finalizzato, tra l’altro, a offrire “gettoni per i relatori” nell’evento intitolato “Le città del futuro” al quale Filippo Taddei ha partecipato in qualità di relatore. Teniamo a chiarire che la predetta relazione non ha ricevuto alcun emolumento, come del resto qualunque altra partecipazione ad un’iniziativa pubblica da parte di Filippo Taddei, in qualità di responsabile economia e lavoro del Partito Democratico. L’impegno pubblico di Filippo Taddei, come responsabile nazionale del Partito Democratico, è stato svolto sempre ed interamente a titolo gratuito, con l’unica remunerazione rappresentata dall’onore di partecipare alla vita pubblica del proprio Paese.

avv. Salvatore Tesoriero

Non abbiamo mai scritto che l’on. Taddei abbia ricevuto un gettone per la partecipazione come relatore all’evento menzionato nel nostro articolo. Se lo avessimo fatto, del resto, avremmo indicato anche la relativa cifra. In ogni caso diamo volentieri notizia della precisazione, a beneficio del lettore.

Thomas Mackinson

 

In relazione all’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano il 18 giugno dal titolo: “Parchi, non è un paese per ambientalisti”, apprendo con sorpresa di essere definito “dagli addetti ai lavori” come il “killer dei direttori naturalisti”.

Chiarisco di non aver mai affermato che sia “un guaio sapere di conservazione della natura ed aver preso decisioni per difendere un parco”, sono cose che non penso minimamente e che contraddirebbero ciò che sono e ciò che ho fatto per tutta la mia vita. Non penso nemmeno che il direttore di un parco “dovrebbe essere un burocrate al servizio del politico”.

E veniamo al caso della dottoressa Zanichelli. Nel 2015 io ero, come oggi, presidente del Pnat. Facemmo la selezione per direttore e nella terna da inviare al ministro Galletti inserimmo la dottoressa Zanichelli, che poi fu scelta dal ministro stesso. Quest’anno si è ripetuta la stessa procedura, con la differenza che le domande arrivate sono state 67 e il consiglio ha ritenuto che tra le migliori tre non ci fosse la stessa Zanichelli. Tutto qui, una cosa normalissima e trasparente.

Questi tre sono in assoluto i più bravi? Certo che no. Sono stati così ritenuti dal consiglio direttivo del parco. Il ct dell’Argentina alla prima partita del mondiale ha fatto giocare Aguero e non Higuain. Questo vuol dire che Higuain non è un grande centravanti? No davvero, ma di centravanti ne gioca uno e chi deve scegliere sceglie…

Giampiero Sammuri
(Presidente Federparchi)