Palinsesti estivi. La Rai perde servizio pubblico e opportunità (vedi Mondiali)

Premetto che sono uno scarso frequentatore della Tv. A dire il vero preferisco la lettura di quotidiani. Tuttavia, mi sia concesso di lamentarmi per la pessima caratteristica dei programmi Rai che si ripete da alcuni anni: a partire dai primi di giugno fino a settembre. L’emittente di Stato non fa altro che mandare in onda metodicamente e sistematicamente la stravecchia fiction di “Don Matteo“. Per non parlare di altri palinsesti scialbi e sicuramente non piacevoli. Ho l’impressione che i dirigenti Rai pensino che moltissimi italiani siano del tutto rincorbelliti. Mi chiedo, dopo questa mia doglianza, se sia giusto e giustificato continuare a pagare il canone Rai.

Franco Petraglia

Gentile Petraglia, da trent’anni – e ancora di più negli ultimi dieci con l’avvento di Sky & C. – la Rai non opera in un mercato monopolista e non ha intenzione di risolvere – sul punto va coinvolta la politica – la natura ibrida della sua missione: è un po’ privata perché raccoglie la pubblicità e assai pubblica perché incassa il canone.

Oltre a una ipotetica sciatteria aziendale, a una pessima abitudine ormai inscalfibile, gli investimenti di Viale Mazzini – come quelli dei concorrenti nazionali e internazionali – si concentrano sui mesi autunnali e invernali, fino all’inizio di primavera, perché in quel periodo c’è il numero maggiore di pubblico a casa e il maggiore numero di inserzioni pubblicitarie in giro. Così d’estate il palinsesto è pieno di repliche e programmi di seconda fascia.

La mia non è una giustificazione, ma una spiegazione per non farsi cullare dai rassicuranti luoghi comuni. Viale Mazzini, però, potrebbe sfruttare i tre mesi estivi per sperimentare e far crescere talenti interni e, comunque, dovrebbe informare sempre con la stessa intensità (l’informazione è una ragione fondante del servizio pubblico). Ai suoi dubbi, ne aggiungo uno: la Rai ha sbagliato a lasciare a Mediaset i diritti per il Mondiale di calcio in Russia. Chi conosce il calcio sa che non è soltanto uno sport e il Mondiale, in particolare, è un frammento di storia di tanti Paesi e tante culture. Il Biscione della famiglia Berlusconi sbanca l’Auditel ogni sera e anche di pomeriggio, Viale Mazzini soffre, l’agonia durerà trenta giorni.

Ps. Il canone va pagato.

Carlo Tecce

Cassa Depositi, le fondazioni candidano Tononi

Le fondazioniazioniste di Cassa Depositi e Prestiti hanno candidato Massimo Tononi, Alessandra Ruzzu e Matteo Melley per il cda della Cassa. L’indicazione, che segue le aspettative dei giorni scorsi, è emersa dopo una riunione degli enti. Tononi, ex banchiere di Goldman Sachs e di Monte dei Paschi oggi consigliere di Mediobanca e presidente di Prysmian, sarà proposto come presidente, carica che spetta appunto alle fondazioni. Candidato anche Matteo Melley (presidente di fondazione Carispezia e di Cdp Immobiliare) e Alessandra Ruzzu, già in consiglio per conto della fondazione Banco di Sardegna (gruppo Bper). Tononi e Melley sono due fedelissimi del presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti. Nei prossimi giorni sono attesi i nomi per il cda da parte del Mef che formeranno una lista unica con quelli delle fondazioni nell’assemblea di Cassa del 28 giugno. Il Tesoro, azionista di maggioranza, dovrà indicare l’ad per il quale si sono fatti i nomi di Massimo Sarmi e Dario Scannapieco, preferito dai Cinquestelle quest’ultimo (vicepresidente della Bei) e dalla Lega il primo, al vertice di Poste italiane per un decennio. Possibile anche la nomina di un direttore generale interno.

Il ristorante della ’ndrangheta nel grattacielo di Cl a Milano

La ’ndrangheta a Milano mira ai piani alti e alla cucina gourmet. Ultimo piano, appunto, del grattacielo World Join Center, prima opera della nuova città verticale. È il 2010. Via via arriveranno strutture come quelle di Porta Nuova e di City Life. Il grande traino è l’Expo. L’opera si trova in via Achille Papa 30, non distante dalla vecchia Fiera, ed è stata eretta con il marchio di Comunione e liberazione. All’epoca in Regione siede ancora Roberto Formigoni. Il progetto porta la firma di uno studio che aveva tra i propri soci Antonio Intiglietta e Maurizio Filotto, figure di rilievo della Compagnia delle opere (Cdo), braccio finanziario di Cl. L’opera andrà a dama senza inciampi giudiziari e nessun collegamento con affari mafiosi. Ancora oggi molte società di Intiglietta hanno sede al Wjc.

Nel 2015 l’ultimo piano viene dato alla Unico Milano, una srl che fa ristorazione e ha anche lavorato all’interno di Expo nel settore dello streetfood. Nascerà il ristorante omonimo, con tanto di sito che pubblicizza non solo vedute mozzafiato ma anche i piatti di rinomati chef, citati con lode dalla guida Michelin. Il mix è, nemmeno a dirlo, goloso. Gli emissari delle ’ndrine nel Nord Italia fanno rotta sul Wjc. Nel 2014 tra i soci della Unico c’è la Fipra immobiliare detenuta al 50% da Massimiliano Ficarra. Lo stesso che alla fine del 2016 comparirà con nome e cognome negli assetti di Unico e con il 55% delle quote. Ficarra, classe ‘69, professione ragioniere, interessi nel Comasco e residenza a Gioia Tauro, viene indicato da una informativa dei carabinieri di Como “legato” alla potente cosca Piromalli-Molè. Con lui parte della sua famiglia. Nessuno, però, finirà indagato né condannato per reati di mafia.

L’indagine Arcobaleno del 2009 sulla ‘ndrangheta a Fino Mornasco sarà, infatti, archiviata dopo la richiesta della Dda milanese. La presenza mafiosa in quel territorio verrà confermata, però, nel 2014 dall’inchiesta Insubria, ma non coinvolgerà i Ficarra. Eppure le carte di Arcobaleno, secondo la Dia e poi la Prefettura, descrivono il profilo dei protagonisti che hanno tentato di prendersi la Unico Milano. Tentativo di infiltrazione mafiosa che oggi si è tradotto nell’ordinanza di revoca della licenza a carico di Pietro Genovese, nato a Simeri Crichi (Catanzaro), amministratore della Unico Milano. Provvedimento amministrativo che non riguarda i proprietari dei muri né chi ha costruito. Genovese è già socio di minoranza nel 2014 con la Immobiliare Piemme e tale resterà. Il 13 giugno scorso la Prefettura ha inviato al Comune l’ordine di revoca della Scia (licenza,ndr). Nell’atto si legge che “Genovese non è più in possesso di requisiti morali”. Spiega David Gentili, presidente della Commissione antimafia del Comune: “Il Piano anticorruzione prevede l’informativa antimafia per la Scia commerciale. Gli indicatori sono quelli previsti per le segnalazioni di operazioni sospette e altri decisivi suggeriti dalla Dia”.

Il 28 maggio, il Tribunale di Como emette un decreto di sequestro preventivo a carico di Massimiliano Ficarra “proprietario della Unico Milano”. Il provvedimento è legato a un’inchiesta che coinvolge Ficarra e altre 21 persone per reati fiscali. La parte “mafiosa” spetta alla Prefettura di Milano e a quanto emerge dall’indagine Arcobaleno. Qui, viene spiegato dai carabinieri, 6 componenti della famiglia Ficarra, tra cui Massimiliano e il cugino Domenico, ritenuto capo del sodalizio, vengono denunciati “per aver fatto parte di un’associazione mafiosa legata alla potente cosca di ’ndrangheta dei Molè-Piromalli di Gioia Tauro”. Il collegamento in Calabria è il “pregiudicato” Gaetano Mazzitelli, ritenuto, con il fratello Domenico, vicino ai Molè. Su Massimiliano Ficarra i militari annotano: “È un ragioniere, affidabile e ubiquo, al servizio (…) di varie famiglie criminali di accreditata appartenenza ‘ndranghetista tra cui Gaetano Mazzitelli (…). Egli emerge come individuo abituato a manovrare in quegli ambienti. Si occupa dei rapporti con i funzionari bancari, con commercialisti, tiene la contabilità delle compagini societarie riconducibili, in via diretta e indiretta alla famiglia Ficarra”.

Nel Comasco frequenta persone vicine a Bartolomeo Iaconis, ritenuto dagli investigatori contiguo alla locale di ‘ndrangheta a Fino Mornasco. A Gioia Tauro abita nella stessa via dove risiede Mazzitelli. Nel 2010, spiegano i carabinieri, Ficarra si spenderà per le elezioni di un consigliere regionale nella tornata calabrese. La “Ficarra organization”, stando agli atti, tiene sotto scacco imprenditori locali. Il denaro ricavato finisce in Calabria. Diverse le consegne a Mazzitelli, alcune tentate a Milano in un noto studio immobiliare. Nel 2014, poi, l’arrivo dei broker della ‘ndrangheta sul tetto di Milano.

La sede del Mattino in vendita sul Messaggero: sciopero

Oggi come ieri il quotidiano di Napoli Il Mattino non è in edicola. Secondo giorno di sciopero dei giornalisti. Il motivo è nell’inserzione pubblicata ieri a pagina 5 de Il Messaggero, l’altro giornale di punta del gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone. Mezza pagina dell’agenzia immobiliare Gabetti con l’annuncio della messa in vendita dell’immobile di via Chiatamone 65, che ospita dal 1962 la sede del quotidiano nel cuore della città. “La manifestazione di interesse può essere formulata entro il 20.07.2018”. L’editore, proprietario sia della testata che della palazzina di quattro piani, ha deciso di trasferire a settembre Il Mattino presso altri uffici di proprietà del gruppo, in periferia, nella Torre Francesco al Centro Direzionale. Sul punto si è aperta una vertenza tra Cdr e azienda. Poi la scoperta, per caso, dell’annuncio di vendita su una pagina del Mattino. Lo sciopero, deciso a giornale quasi ultimato, ne ha impedito la stampa e l’invio in edicola, e ha scongiurato la diffusione dell’inserzione a Napoli. Ma non a Roma, sul Messaggero, dove è uscita regolarmente.

Chieppa a Chigi con la condanna per vessazioni

Altissimo profilo e una brutta macchia. Il nuovo segretario generale della Presidenza del Consiglio è Roberto Chieppa, già presidente di sezione del Consiglio di Stato e segretario generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Sarà lui a lavorare fianco a fianco con il premier Giuseppe Conte e a guidare la macchina burocratica da 2.000 e passa dipendenti. Al suo curriculum specchiato però di recente s’è aggiunta la macchia di una condanna per vessazioni sul lavoro nei confronti di un sottoposto. In termini medico-legali si chiama straining ed è una forma attenuata di mobbing, un illecito civile per il quale il super-segretario ha proposto appello.

Gli è stata inferta il 20 marzo scorso dalla III sezione Lavoro. Il giudice Sigismina Rossi ha riconosciuto come provate le condotte del segretario dell’Agcm che porteranno alla “mortificazione” – si legge nella sentenza di undici pagine – del proprio subordinato gerarchico, tra demansionamenti e trasferimenti che porteranno nel tempo a una “retrocessione professionale che non può che ricondursi a una ritorsione” nei confronti del sottoposto sgradito. E stabilisce per la vittima un risarcimento di 16 mila euro.

Della sentenza si apprende ora, quando il nome di Chieppa rimbomba a Palazzo Chigi, anche perché il giudice non aveva accolto la richiesta di pubblicazione della stessa su organi di stampa. La vicenda è però delicata, tanto che perfino gli avvocati della “vittima” declinano l’invito a parlarne, così come il neosegretario alla Pcdm. L’ufficio stampa dell’Agcm fa però sapere che il giudice ha escluso il mobbing e riconosciuto solo in parte le doglianze del lavoratore. Che a maggio è stato proposto appello e che “la stessa sentenza riconosce che si tratta pur sempre di episodi che rientrano nella normale gestione del personale”.

Resta il fatto che Chieppa sarà presto riferimento essenziale del premier Conte per la gestione di una ventina di dipartimenti, una dozzina di uffici di diretta collaborazione e 2.300 dipendenti. Preferito ad altri nomi, spinto secondo indiscrezioni soprattutto dal plenipotenziario leghista Giorgetti, viene appunto dall’Autorità garante della concorrenza dove da oltre sei anni si assiste a una guerra che lo contrappone a Paolo Saba, dirigente responsabile della Direzione generale tutela del consumatore. Nel 2015 il signor Saba trascina il segretario generale, difeso dall’avvocatura di Stato, davanti al giudice del lavoro. Vuol vederlo riconosciuta la sua autonoma responsabilità, mentre in altra sede aveva già contestato quella datoriale per “omessa tutela dell’integrità fisica e della personalità”. Lamenta una condotta “dolosamente persecutoria” nei suoi confronti, volta a emarginarlo e azzerarne la dignità professionale con reiterare ostilità, demansionamenti, trasferimenti, nonché vessazioni e ostilità personali. Condotte tali da provocargli “un danno biologico consistente in sofferenze fisiche e psichiche”. Chiede 40mila euro di risarcimento e di essere reintegrato nelle funzioni che gli erano state sottratte (fu spostato da una direzione generale a una semplice, ma per decisione del collegio e non del solo Chieppa, fa sapere l’Agcm). Esaminati perizie e documenti il giudice riconosce le ragioni del sottoposto insieme a un danno da sindrome ansioso-depressiva quantificato in 16.217. Condanna poi il neosegretario generale al pagamento di 2.500 euro di spese legali.

Corre in Europa: la lenta (ri)discesa in campo di B.

Si candiderà alle elezioni europee. Nella primavera del 2019. Questo è l’orizzonte a cui Silvio Berlusconi guarda per rilanciare Forza Italia, in grande difficoltà davanti all’arrembaggio di Matteo Salvini. Un’operazione in cui sarà coadiuvato da colui che verrà presto nominato vicepresidente del partito, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Mentre per l’altro ruolo cardine, quello di coordinatore di Forza Italia, Berlusconi punterà su Adriano Galliani, anche se per la carica è in corsa pure Mara Carfagna. Sembra però che il leader azzurro voglia affidare l’incarico all’ex dirigente del Milan, da poco arrivato in Senato nelle file dei forzisti. “Mi piacerebbe occuparmi di sport”, aveva detto Galliani prima delle elezioni, quando sembrava che il centrodestra dovesse stravincere. Per lui dunque si profilava il dicastero dello Sport, ma poi le cose sono andate diversamente.

Con Galliani coordinatore, Berlusconi punta a dare al ruolo una funzione più organizzativa che politica, con un occhio particolare al territorio. A completare il nuovo organigramma – annunciato dall’ex Cav. l’11 giugno scorso con una lettera al Corriere in cui descriveva “la svolta di Forza Italia” – sarà un direttorio composto dalle due capogruppo Mariastella Gelmini e Annamaria Bernini, dalla presidente del Senato Alberti Casellati e dalla vicepresidente della Camera Carfagna, poi Paolo Romani, Renato Brunetta e Sestino Giacomoni. Ma potrebbe entrare anche Anna Grazia Calabria.

Ripartire dal Parlamento europeo, dunque. E non da quello italiano, dove numerosi forzisti erano pronti a sacrificarsi e dimettersi, così da consentire un suo ingresso con elezioni suppletive. Ma il leader ha preferito soprassedere. E guardare al 2019. Per due motivi. Da una parte l’elezione in Europa (non facilissima, visto che si vota con le preferenze) è considerata la giusta ribalta internazionale per la sua riabilitazione politica. Ma c’è anche una seconda considerazione. Gli eurodeputati godono di una piena immunità parlamentare, che potrebbe risultare assai utile visti i procedimenti giudiziari ancora in corso: il rinvio a giudizio per il Ruby-ter, l’inchiesta sulla corruzione degli ex senatori Razzi e Scilipoti, il procedimento per le stragi di mafia del 1992-93.

Nel partito intanto si soffre, per il calo di consensi (FI secondo i sondaggi sta tra l’8 e il 9,5%) e il potere attrattivo della Lega di Salvini. “Più di dieci parlamentari forzisti vogliono passare con noi, ma non è nostro interesse coltivare questi movimenti”, rivela Giancarlo Giorgetti su Panorama. “Se qui non ci diamo una mossa, non mangeremo il panettone e non arriviamo manco alla granita…”, si è lasciato sfuggire nei giorni scorsi Giorgio Mulè. Che farà il suo ingresso nel nuovo ufficio di presidenza insieme a Licia Ronzulli e Alberto Barachini, ovvero l’attuale macchina di comunicazione del partito. Ma il pensiero di Berlusconi è chiaro. “Questo è il momento magico di Salvini, come nel 2014 è stato per Renzi. Qualsiasi cosa noi facessimo ora sarebbe inutile, se non controproducente. Aspettiamo e con l’autunno, quando il governo inizierà a mostrare la corda sui temi economici, allora sarà il momento di agire”, è il ragionamento che l’ex Cav. ha fatto a diversi interlocutori. Nel partito, però, il malcontento è alle stelle: senza una linea politica chiara le truppe sono allo sbando e il morale è sotto i tacchi.

Per risollevarlo non basterà incassare la presidenza della Vigilanza Rai, probabilmente con Maurizio Gasparri. Oggi, dopo più di venti giorni, Berlusconi sarà a Roma e domani andrà a Viterbo per sostenere il candidato di centrodestra Giovanni Arena. Già, domenica ci sono i ballottaggi.

L’avvocato Vaglio (indagato) relatore sulla diffamazione

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, Virginia Raggi, il presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito e il presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma, Mauro Vaglio nel frattempo indagato nell’ambito dell’inchiesta su Luca Parnasi. Tutti sono invitati a un convegno sulla “diffamazione a mezzo stampa, nuove prospettive di riforma legislativa” che si terrà lunedì prossimo. Evidentemente il convegno è stato organizzato prima che l’inchiesta sfociasse in alcuni arresti. E chissà ora chi parteciperà. Vaglio è solo indagato per false fatture: secondo l’accusa “in qualità di materiale compilatore della fattura per operazioni oggettivamente inesistenti, al fine di consentire alla Eurnova Srl (di cui Parnasi era presidente del Cda, ndr) o ad altra società del gruppo Parnasi, destinataria della stessa, di evadere le imposte sui redditi in termini di maggiore Iva a credito e maggiori costi deducibili, emetteva una fattura, relativa ad attività professionale di fatto mai eseguita per l’importo di 15 mila euro”. Il denaro, secondo i pm, era legato al finanziamento della campagna elettorale di Vaglio, candidato per il M5s al collegio uninominale 3 di Roma per il Senato. Non è stato eletto.

“Con noi è stato corretto e professionale”

“Il rapporto di Luca Lanzalone con il Comune di Genova è stato corretto e professionale. Lanzalone da noi non ha ricevuto alcun compenso, perché il contratto prevedeva che sarebbe stato pagato se fosse nata la società di cui si stava occupando. E non è successo”.

Parla Marco Doria, sindaco di Genova (centrosinistra) fino al 2017. Dal Comune del capoluogo ligure, come ha ricostruito ieri La Verità, oltre a Lanzalone erano passate altre due figure poi arrivate nel Campidoglio di Virginia Raggi: ci sono Pier Paolo Mileti e Franco Giampaoletti, già direttore generale nell’amministrazione genovese. Una circostanza, questo triplice passaggio dalla Liguria a Roma, cui è estraneo Doria – oggi tornato alla sua attività di professore universitario – che accetta di ricostruire il rapporto con Lanzalone in Comune.

Professor Doria, com’è entrato in contatto con Lanzalone?

Ci eravamo conosciuti durante la mia campagna elettorale del 2012. L’avvocato aveva partecipato ad alcuni appuntamenti.

Com’era nata l’idea di contattarlo di nuovo?

Avendolo conosciuto come professionista ho pensato, all’epoca della questione della banca genovese Carige, di chiedergli un parere assolutamente informale sulla questione delle fondazioni bancarie. Ricordo che Lanzalone mi scrisse una mail molto precisa. Un appunto. Tutto qui. Niente di formale.

Ma negli anni successivi l’avvocato tornò a lavorare con voi. Chi glielo segnalò?

Ci stavamo occupando della questione della municipalizzata Amiu e della multiutility Iren. L’idea era che dovesse nascere una nuova società. Era una questione molto delicata, bisognava scrivere un nuovo statuto in cui fosse garantito il ruolo del Comune di Genova, per esempio nell’indicazione del presidente.

Così avete pensato di rivolgervi a Lanzalone…

Fu una persona di cui mi fidavo a dirmi che Lanzalone aveva svolto lo stesso lavoro, mi pare di ricordare, nella vicenda della società A2A e di un gruppo di municipalizzate lombarde. Così lo interpellammo.

E lui svolse il suo compito?

Certamente. Predispose, con professionalità e competenza, lo statuto affiancando con ruolo tecnico-giuridico, e mai politico, la squadra dell’amministrazione.

Quanto fu pagato?

Niente.

Era un incarico gratuito?

No, c’era un regolare contratto. Ma prevedeva, come spesso in questi casi, una retribuzione soltanto nel caso che la società fosse effettivamente nata.

Ma il consiglio comunale genovese, nel febbraio 2017, bocciò la fusione tra Amiu e Iren…

La società non nacque, quindi Lanzalone non ottenne il compenso. Questi erano gli accordi.

Mr. Wolf si difende: “Con Raggi parlavo soltanto di Acea”

Luca Lanzalone è un avvocato e lo si capisce da come si sta difendendo dall’accusa di essere stato corrrotto da Luca Parnasi. Per uscire dagli arresti domiciliari deve riuscire a convincere i giudici che – anche se ha accettato le proposte di consulenze da Parnasi – non aveva alcun ruolo e alcun potere pubblico in Campidoglio per quanto riguarda le questioni che interessavano l’imprenditore: in testa lo stadio della Roma.

E questo ha cercato di dimostrare il legale genovese durante l’interrogatorio di garanzia di venerdì davanti al Gip Maria Paola Tomaselli, fornendo una versione abbastanza in linea con quanto detto da Virginia Raggi.

Lanzalone vuole dimostrare che, quando prendeva consulenze da Parnasi, era di casa in Campidoglio ma solo per parlare di Acea, della quale è stato nominato presidente. Una difesa che traballa un po’ alla fine dell’interrogatorio quando la pm Barbara Zuin gli mette sotto il naso la trascrizione di una conversazione del 28 maggio con il dg della As Roma, Mauro Baldissoni. “Lei conclude la conversazione dicendo: ‘Adesso vediamo le osservazioni, vediamo cosa ci mandano, facciamo le controdeduzioni e manteniamo il termine, cioè manteniamo il ritmo che ci siamo dati’ – contesta la pm – ecco lei esprime diciamo una determinazione dell’amministrazione, cioè di seguire un iter”. Lanzalone prova a ribattere: “Dottoressa, sono termini di legge”. E la pm lo inchioda con l’uso della prima persona plurale: “Sì, però io non direi ‘manteniamo il ritmo che ci siamo dati’, per il Comune, se sto parlando con un interlocutore terzo, come se io fossi il Comune”.

La difesa di Lanzalone è da subito e per tutto l’interrogatorio la stessa: “nel comune di Roma non ho mai avuto alcun incarico formale. All’inizio della vicenda stadio ho avuto una richiesta di prestare un’assistenza preliminare, che poi per varie ragioni non si è concretizzata in un contratto, in relazione alla delibera che è stata assunta a marzo 2017, mi pare, dopodiché io con la vicenda stadio francamente da quel momento lì non ho mai partecipato ad alcun atto del Comune”. E le telefonate in cui si accenna a quel tema? “Per curiosità e per interesse avendola, come dire, partorita all’inizio saltuariamente mi informavo sullo stato della questione”.

Quindi Lanzalone al più sarebbe un avvocato che ha saputo far fruttare le relazioni con il M5S per portare a casa la nomina a presidente Acea da 144 mila euro lordi l’anno e poi per avere proposte di incarichi per il suo studio. Un furbo professionista che magari ha nascosto incarichi e relazioni ai M5S, però non un corrotto.

Parnasi, spiega Lanzalone, lo ha conosciuto all’inizio del 2017 durante una riunione all’assessorato all’urbanistica, ai tempi di Berdini. “C’erano tutti, Parnasi, Baldissoni, insomma c’erano quaranta persone tra amministrazione e proponenti”. La scintilla però non scocca subito: “iniziai a rivederlo dopo che mi trasferii a Roma, quindi dopo la soluzione della carica in Acea (cioé la nomina a presidente, Ndr) abbastanza saltuariamente, una volta ogni 10, 15 giorni”.

Il problema dell’accusa è connettere questo lontano embrione di ruolo pubblico sullo stadio alla proposta di consulenze private che arriva da Parnasi solo poco prima di aprile del 2018, per altre vicende urbanistiche nei comuni di Pomezia e Marino. Lui gira la proposta di un incarico al socio dello studio, Luciano Costantini. Però ci sarebbe stato un riverbero nelle sue tasche. Lui stesso all’inizio dell’interrogatorio dice ai magistrati che dallo studio associato con Costantini prende i dividendi: “abbiamo una ripartizione periodica mensile e poi ogni tanto le ripartizioni annuali (…) più o meno mensilmente 14 mila euro noi ripartiamo”.

Le consulenze di Parnasi ai colleghi non venivano date direttamente a Lanzalone proprio per il suo ruolo in Acea, “per ragioni di opportunità, (…) cioè il presidente della società coartata non può andare in un comune a discutere una (inc.) al Tar, (…) non c’è nessun divieto però sarebbe oggettivamente inopportuno e sbagliato”.

Lanzalone dice che continuava ad avere rapporti con il comune di Roma ma solo come presidente Acea: “la sindaca era quella che ho visto molto meno in assoluto, perché poi i problemi con la sindaca erano più che magari mi segnalava per messaggio che le arrivava qualche segnalazione dal territorio che c’era la perdita d’acqua (…) l’assessore Montuori, il vicesindaco Bergamo, io con loro ho parlato sempre e solo di Acea”. L’avvocato genovese sfida i pm a leggere i messaggini: “Troverete centinaia di WhatsApp sui due telefoni che riguardano specifiche questioni tecniche inerenti Acea, di nasoni, elettricità, parchi, teatri e così via”.

Il messaggio di Calaiò: “Mi raccomando”. Il Parma rischia la A

C’era scritto: ”Ei pippein non rompete il cazzein venerdì mi raccomando amico mio”. E ancora: “Dillo anche a Claudiein”. “Soprattutto con rapporto che avete con me”. Per questi messaggi Whatsapp dell’attaccante Emanuele Calaiò al difensore dello Spezia Filippo De Col, a quattro giorni dalla partita decisiva che ha regalato al Parma la promozione diretta in Serie A, la società emiliana è stata deferita per responsabilità oggettiva insieme al suo giocatore. Il triplo salto mortale dai Dilettanti, fra i quali il club era precipitato dopo il fallimento del 2015, è a rischio. Per la Procura sono “atti diretti ad alterare il regolare svolgimento e il risultato finale della gara suddetta, tentando di ottenere un minor impegno agonistico da parte dei calciatori dello Spezia Calcio, signori Filippo De Col e Claudio Terzi“. Sono stati invece archiviati i messaggi di Fabio Ceravolo, altro attaccante del Parma, ad Alberto Masi, anche lui difensore dello Spezia. Il processo davanti al Tribunale federale si aprirà entro una decina di giorni. Erano stati i giocatori spezzini, spinti dalla società dopo che uno dei due aveva letto un messaggio nello spogliatoio, a raccontare tutto alla Procura.