“Manu” Macron fa l’offeso, ma è soltanto colpa sua

Al cospetto dell’Altissimo, che gli si rivolgerà confidenzialmente dandogli del tu, Emmanuel Macron intimerà: “No, Dio, sei a una cerimonia ufficiale, chiamami Signor Presidente della Repubblica”. Se è vero che “qualunque cosa avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me”. Il cazziatone divino sarà la replica di quello che Monsieur le Président ha impartito a un ragazzino che da dietro le transenne, mentre Egli passava in rassegna la gioventù macroniana come Napoleone a cavallo, s’è azzardato a apostrofarlo: “Come va, Manu?”. L’enarca è tornato indietro e ha redarguito il teppista: “No. Chiamami Signore. Puoi fare l’imbecille ma qui c’è la Marsigliese”. Ora, non che un capo di Stato debba essere interpellato come un benzinaio (e anzi auspichiamo che i benzinai di tutte le etnie siano interpellati col “lei”). Ma a incoraggiare quei modi da bar è stato proprio Macron. Macron e quelli come lui, che nei Paesi in cui il demente storytelling ha rimpiazzato il discorso politico non fanno che intasare i social di messaggi propagandistici finto-empatici tutti incentrati sulla loro persona per mostrarsi costantemente accessibili. Tutti così, questi leaderini moderni: prima disintermediano, degradando la loro immagine pubblica al servizio della comunicazione di sé; prima sorridono, stringono mani, fanno l’occhiolino, firmano autografi come rockstar e pronunciano facezie nei consessi internazionali; poi, se qualcuno che non è un padrone del mondo o del silicio gli si rivolge in modo informale, come loro hanno autorizzato a fare inviando messaggi schizofrenogeni, impartiscono lezioncine di disciplina e onore. Speriamo che il ragazzo, vittima del raggiro, educatissimo nel suo “Sì signore” finale, faccia una scuola d’élite, anzi no: una scuola pubblica, e a tempo debito mandi a casa l’infante di Francia, certamente chiamandolo signore e spiegandogli come ci si comporta quando si ha potere.

Greco silura il Csm: “C’è poca trasparenza”

C’è un intervento di peso sulla “mancanza di trasparenza” dentro al Csm.

Ieri ha lanciato un siluro il procuratore di Milano Francesco Greco, che ha parlato a un convegno dal titolo “L’orgoglio dell’autogoverno: una sfida possibile per i 60 anni del Csm”.

Il procuratore, toga vicina ad Area, la corrente di sinistra, ha detto che “il problema del Csm è un problema serio e se non vogliamo che il populismo giudiziario decolli dobbiamo ricominciare dalla trasparenza nella gestione del Csm, non sappiamo più nulla di quello che avviene all’interno”. Greco ha auspicato che il Consiglio diventi “una casa di vetro”, che la “trasparenza” deve esserci anche nei rapporti “tra Csm e magistrati”, perché “se io ho bisogno di un’informazione dal Csm non so a chi rivolgermi se non al consigliere amico, una pratica questa che poi degenera in favori e clientelismo”.

E in merito alla trasparenza Greco ha fatto un riferimento anche al “sistema disciplinare”. Proprio su questo ambito, delicatissimo, i consiglieri di Area al Csm si sono scontrati per molti mesi, con carteggi riservati, con il vicepresidente Giovanni Legnini in merito ai meccanismi di assegnazione dei collegi fra componenti effettivi e supplenti.

Il procuratore di Milano ha anche denunciato “un delirio di controllo degli uffici di primo grado. Io non mi sottraggo al controllo ma voglio che sia garantita l’autonomia e l’indipendenza delle procure e dei tribunali”. Il riferimento sembra proprio alle troppe linee guida prodotte dal Csm che non riguardano solo questioni organizzative ma a volte sconfinano nella giurisdizione, come denunciato anche in un plenum di tempo fa dal togato di Area, Lucio Aschettino.

Le parole di Greco hanno scatenato il putiferio al Csm, che ieri, come di consueto al mercoledì, era riunito in Plenum. Il vicepresidente Legnini si è detto “sorpreso e amareggiato, tanto più considerando la stima e la fiducia nei confronti del procuratore Greco, mia e di tutti i consiglieri. In questi anni abbiamo investito tanto nella trasparenza e non vi è mai stato un livello di conoscibilità e accessibilità alle decisioni del Consiglio come quello di oggi. Ogni atto è pubblico, motivato e conoscibile. Dopodiché, tutto è migliorabile, e sono certo che si potrà proseguire sulla strada che noi abbiamo già intrapreso e percorso”.

In Plenum gli interventi più piccati sono stati quelli del togato di Unicost Luca Palamara e dei laici di centrosinistra Giuseppe Fanfani e Paola Balducci. In sostanza hanno espresso una forte riprovazione per il giudizio di Greco e hanno detto che bisogna tutelare il Consiglio.

Consip, Marroni beffato adesso chiede i danni

Il grande accusatore dell’ex ministro Luca Lotti e dei vertici dei carabinieri nel caso Consip, cioè Luigi Marroni, non soltanto ha confermato le accuse sulla fuga di notizie a ogni interrogatorio, ma ora chiede i danni: l’ex amministratore delegato della Consip ha presentato una richiesta per risarcimento danni contro il ministero del Tesoro, suo azionista di riferimento in Consip, per 10 milioni di euro.

L’episodio che Marroni contesta risale al 17 giugno 2016, quando si dimettono insieme il presidente di Consip Luigi Ferrara e Marialaura Ferrigno facendo decadere così tutta la struttura di vertice, incluso lo stesso Marroni. Quella mossa disperata serviva a evitare che il Senato discutesse alcune mozioni che avrebbero messo in forte imbarazzo il Pd e il governo, all’epoca entrambi guidati da Matteo Renzi.

L’esecutivo avrebbe dovuto scegliere se proteggere il ministro Lotti, accusato da Marroni di essere responsabile della fuga di notizie che ha contribuito a compromettere l’inchiesta Consip che arrivava fino al padre di Renzi, oppure se difendere un dirigente – all’epoca di provata fede renziana – nominato al vertice della Centrale acquisti della Pubblica amministrazione soltanto un anno prima.

Il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, con il suo capo di gabinetto Roberto Garofoli (rimasto al suo posto col governo Conte), provano ad aggirare il problema e fanno dimettere Ferrara e Ferrigno, così da cancellare il problema Marroni.

Il manager, già assessore alla Sanità della Regione Toscana, ha poi provato a trovare altri lavori, nel pubblico come nel privato, ma non ci è riuscito. Difficile trovare opportunità quando si hanno come nemici Renzi e tutto il Giglio magico e dopo aver parlato con i pubblici ministeri da accusatore.

Luigi Ferrara invece è rimasto al suo posto, anche ora che è indagato dalla Procura di Roma per false informazioni ai pm: è tuttora dirigente del ministero del Tesoro, dove ricopre l’incarico di capo del dipartimento Affari generali, quello a cui risponde la Consip.

Quando era ancora presidente di Consip, nella sua veste di capo dipartimento, aveva anche favorito la promozione di una funzionaria incaricata proprio di vigilare sulla Consip, Susanna La Cecilia, con un bando apposito. Tutto regolare per il Tesoro e la Corte dei Conti, ma la nomina è stata contestata dal sindacato interno Uil-Pa. La propensione di Ferrara per il doppio ruolo però è rimasta anche dopo aver lasciato la presidenza Consip. A difendere il ministero del Tesoro dalla denuncia milionaria di Marroni sarà, come sempre in questi casi, l’avvocatura dello Stato. Che però si rivolge all’amministrazione di competenza per essere supportata nel preparare la difesa.

L’avvocatura ha quindi chiesto al ministero chi si deve occupare di stabilire se le dimissioni di Luigi Ferrara e di Marialaura Ferrigno nel 2017 sono state una scelta legittima del ministro Padoan o una mossa politica che aveva il solo scopo di danneggiare Marroni. E il Tesoro ha risposto con il nome del dirigente che seguirà la questione: il solito Luigi Ferrara, in quanto capo del dipartimento competente su Consip. Chissà cosa pensa il nuovo ministro dell’Economia Giovanni Tria, di tutta questa vicenda. Pare che ancora il dossier del caso non sia arrivato sul suo tavolo. Tra le decisioni che spettano a Tria in questi giorni c’è anche quella che riguarda la conferma di Ferrara nel suo ruolo di capo dipartimento.

Roma e cemento, la storia infinita del nuovo stadio

Chi non vive a Roma forse si è perso qualche puntata: la storia del nuovo stadio della squadra che fu di Francesco Totti, l’As Roma, attraversa ormai tre consiliature e ha coinvolto altrettanti sindaci, da Alemanno a Marino a Raggi. Ecco le tappe principali della vicenda per orientarsi.

30 dicembre 2012. La nuova proprietà americana della As Roma, con James Pallotta, annuncia che lo stadio sorgerà a Tor di Valle. I terreni sono della società Eurnova di Luca Parnasi (comprati nel 2010 per 42 milioni). Il sindaco che comunica la scelta è Gianni Alemanno.

9 dicembre 2013. La As Roma presenta la prima versione del suo progetto per lo stadio: 52 mila posti, ristoranti, museo. Da realizzare con la nuova “legge stadi” in discussione in Parlamento che stabilisce i rapporti tra amministrazione e costruttori.

Aprile 2014. Nasce la società Stadio TdV, partecipata da Parnasi, per realizzare l’opera e affittare gli spazi commerciali.

22 dicembre 2014. L’assemblea capitolina – sotto la giunta Marino (Pd) – approva la delibera decisiva per avviare l’opera. Gli otto consiglieri M5S votano contro. In quella versione, il progetto prevede uno stadio su 49 mila metri quadri e un business park da 336 mila con tre torri e un centro commerciale. Costo totale 1,5 miliardi (privati), 440 milioni servono per pagare le opere pubbliche connesse, tra queste il prolungamento della metro B.

28 aprile 2016. Un mese prima delle elezioni comunali l’Eurnova di Parnasi deposita in Campidoglio il progetto definitivo, con le tre torri disegnate dall’archistar Daniel Libeskind.

15 giugno 2016. Il direttore generale della As Roma, Mauro Baldissoni, avvisa la nuova amministrazione Cinque Stelle: “Se il progetto si blocca faremo causa da milioni di euro”. Virginia Raggi si insedia come sindaco il 22 giugno.

31 gennaio 2017. Alla conferenza dei servizi (Campidoglio, Città metropolitana, Regione Lazio e governo) la giunta Raggi chiede una riduzione delle cubature dell’opera del 20-25 per cento, riducendo l’area commerciale. Il giorno dopo la Raggi deposita un parere “non favorevole” che può cambiare se cambia il progetto.

7 febbraio 2017. L’allora allenatore della Roma, Luciano Spalletti, lancia via Twitter una campagna per sbloccare le trattative: “A Roma va fatto lo stadio, famolo”. Si mobilita anche l’ex capitano della Roma, Francesco Totti.

14 febbraio 2017. Si dimette l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini. Non perle sue opinioni dissenzienti sullo stadio, ma per aver espresso giudizi sprezzanti sul sindaco Raggi in un colloquio con un giornalista della Stampa.

15 febbraio 2017. La capogruppo del Pd in

Campidoglio, Michela Di Biase, presenta un’interrogazione per sapere che ruolo ha “un tale avvocato Luca Lanzalone” nella vicenda dello stadio.

18 febbraio 2017. La soprintendente alle Belle arti del Comune di Roma, Margherita Eichberg, avvia il procedimento per tutelare il vecchio ippodromo di Tor di Valle, colpa di una tribuna (dimenticata dai più) disegnata dall’architetto Julio Garcia Lafuente per le Olimpiadi del 1960.

23 febbraio 2017. Beppe Grillo dice che “lo stadio della Roma è meglio farlo altrove, non a Tor di Valle”. Intanto la giunta Raggi lavora a nuove proposte sulle cubature. L’avvocatura del Campidoglio, in un parere secretato dal sindaco, sostiene che la delibera della giunta Marino del 2014 si può annullare in procedura di autotutela (il potere di cancellare decisioni già prese da passate amministrazioni se considerate lesive dell’interesse pubblico) senza rischiare penali. Per mettersi al riparo da possibili contenziosi, però, è meglio sostituire quella delibera con un’altra che introduce le modifiche invece di limitarsi ad annullarla.

24 febbraio 2017. Il sindaco Raggi, dopo una giornata in ospedale per un malore, riesce a raggiungere un compromesso con le altre parti coinvolte: taglio delle cubature del 50 per cento, cancellato il 60 per cento del business park, via le tre torri e alimentazione energetica con fonti rinnovabili, viene salvato anche un pezzo del vecchio ippodromo di Tor di Valle. Non si farà il “ponte di Traiano”, che avrebbe dovuto collegare Tor di Valle con l’autostrada Roma-Fiumicino. È per questa fase della trattativa che si spendono l’avvocato Luca Lanzalone e i futuri ministri M5S Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede.

7 marzo 2017. La Raggi risponde sul ruolo di Lanzalone: “Il 10 febbraio ha depositato una comunicazione con la quale veniva da me incaricato di seguire alcune vicende, in particolare quella della società Eurnova” di Parnasi. La consulenza doveva essere formalizzata con un accordo con l’assessore all’Urbanistica, ma Berdini si è dimesso, “quindi non ha potuto trovare formalizzazione, la troverà a breve con il nuovo assessore”. Ma non succede.

3 aprile 2017. Il sindaco Raggi indica Luca Lanzalone come nuovo presidente dell’Acea, la società dell’acqua e dell’energia quotata in Borsa e controllata dal Comune.

30 novembre 2017. Cade il vincolo delle Belle arti sull’ippodromo. Si può procedere.

5 dicembre 2017. La Conferenza dei servizi approva il progetto definitivo dello Stadio, nella versione modificata: visto che sono state ridotte le cubature commerciali, anche le opere infrastrutturali a carico dei privati sono inferiori, da 240 a 125 milioni. La giunta Raggi spiega che invece di costruire un’enorme cattedrale nel deserto senza benefici per l’area intorno, degli interventi di riqualificazione beneficerà anche quella remota periferia della Capitale. I punti critici rimangono la sequenza in cui si faranno le opere (se cioè quelle pubbliche saranno pronte insieme a quelle private) e la variante urbanistica necessaria.

10 aprile 2018. L’Assemblea capitolina approva la delibera di indirizzo per la variante urbanistica per la costruzione del ponte dei Congressi, la viabilità accessoria, la sistemazione della banchina del Tevere e l’adeguamento del ponte della Magliana. Tutte opere funzionali alla costruzione dello stadio.

13 giugno 2018. Nove arrestati per corruzione per le operazioni intorno alla vicenda stadio. Lanzalone viene messo ai domiciliari. L’inchiesta non contesta l’irregolarità del progetto dello Stadio.

14 giugno 2018. Lanzalone si dimette dalla presidenza dell’Acea, come richiesto da Luigi Di Maio (M5S).

Copasir, ancora niente accordo. Il Pd fa le barricate

Oggi nasceranno le 28 commissioni parlamentari a guida giallo-verde. Ma è scontro sugli organi di garanzia riservati alle opposizioni: il Partito democratico reclama per sé la presidenza del Comitato sui Servizi segreti e minaccia di bloccare i lavori per l’insediamento anche della Vigilanza Rai e delle Giunte in assenza di garanzie. Infatti, il Pd ha fatto sapere che non fornirà i nomi dei propri componenti nelle commissioni di garanzia, fino a quando la situazione non sarà chiara. Le commissioni di garanzia e le Giunte, che hanno poteri di verifica e controllo, spettano ai gruppi della minoranza parlamentare che si devono accordare per la spartizione dei ruolo apicali. Ma da giorni è in corso una lotta con Fratelli d’Italia che chiede proprio la guida del Comitato per la sicurezza. In casa Pd la preoccupazione nelle ultime ore è cresciuta: il timore è che il centrodestra possa fare asse e votare un esponente di Fdi, “complice”, dicono i Dem, la scelta del M5S di stare alla finestra. I pentastellati infatti avrebbero scelto di astenersi, facilitando la scelta della Lega di schierarsi con gli azzurri e il partito di Meloni.

Usura bancaria, Savona archiviato a Cagliari

Finisce con un’archiviazione del Tribunale di Cagliari la vicenda giudiziaria in cui era coinvolto Paolo Savona, l’attuale ministro degli Affari europei. L’uomo sulla cui nomina il capo di Stato Sergio Mattarella aveva non poche perplessità sfociate in una vera e propria crisi di governo. Ma questa storia è lontana. Savona è stato nominato lo stesso anche se in un altro dicastero rispetto a quello dell’Economia inzialmente prospettato, e nel frattempo incassa un’archiviazione dall’accusa di usura: era indagato in qualità di presidente e legale rappresentante di Unciredit per vicende risalenti al 2005-2008. A denunciarlo erano stati due soci della Edil tl che avevano aperto tre conti corrente sui quali erano maturati interessi che la Banca ha deciso di esigere con un decreto ingiuntivo. La richiesta di archiviazione dei pm è stata accolta dal Gip. Nel decreto è spiegato che, successivamente ai fatti contestati, nel 2009 è intervenuta una norma del governo che di fatto ha cambiato la materia. “Nel caso in cui la legge penale in vigore al momento della commissione del reato e quelle successive adottate prima della condanna siano differenti, il giudice deve applicare quella le cui disposizioni siano più favorevoli al reo”.

Iva, frodi e truffe: l’esercito degli evasori svelato dalle indagini delle Fiamme Gialle

Sono 12.824 le persone del tutto sconosciute al fisco responsabili di aver evaso, nell’ultimo anno e mezzo, 5,8 miliardi di Iva, denunciate all’autorità giudiziaria dalla Guardia di Finanza. Ma i vertici delle Fiamme gialle parlano di “disfatta”, quando l’indice si ferma ai mille grandi evasori finiti nella rete, non i soliti pesci piccoli che si barcamenano per far quadrare la pressione fiscale con il bilancio aziendale.

Tutti insieme, in un anno e mezzo hanno sottratto allo Stato 2 miliardi e 300 milioni di euro (in media, più di 2 milioni ciascuno). E non ci si riferisce a numeri ancora da accertare o a importi da recuperare a tassazione o incassare da parte del fisco, ma (per oltre la metà, pari a 1,3 miliardi di euro) a valori e beni dapprima “congelati” e poi acquisiti in via definitiva (con la confisca) al patrimonio dello Stato. I soggetti definiti “fiscalmente pericolosi”, con patrimoni espressione diretta di gravi reati tributari o economico-finanziari commessi, sono il fiore all’occhiello del rapporto sull’ultimo anno e mezzo presentato dalle Fiamme gialle in occasione del festeggiamento dei 244 anni di vita. I numeri parlano di un miliardo e 300 milioni di euro recuperato dagli evasori che schivavano il fisco con fatture false e soldi all’estero. Ma anche della caccia a corrotti e corruttori nella Pubblica amministrazione: 644 sono finiti in manette per aver truccato appalti per 3 miliardi di euro. Il valore delle gare controllate ammonta a 7,3 miliardi, quelle in cui sono state riscontrate irregolarità è di 2,9 miliardi: il che si traduce nel 40% di irregolarità nell’aggiudicazione delle gare oggetto di indagine.

Arrestati anche 751 tra narcotrafficanti e scafisti che sfruttavano il business della migrazione. Due miliardi sono stati confiscati alle “mafie” e 3 miliardi di euro sono stati intercettati dalle fiamme gialle come riciclaggio di denaro sporco di evasori, corrotti e mafiosi. Nel settore della fiscalità internazionale i casi di evasione scoperti nel 2017 e nei primi 5 mesi del 2018 sono stati 2.120. I reati fiscali denunciati in un anno e mezzo di attività sfiorano i 23mila. “Il 67% di questi – sottolineano le Fiamme gialle – sono rappresentati dagli illeciti più insidiosi e pericolosi per la stabilità economico-finanziaria del Paese e per la libera concorrenza tra imprese: l’emissione di fatture false, la dichiarazione fraudolenta, l’occultamento di documentazione contabile”. Diciassettemila i responsabili individuati, 378 dei quali sono finiti in manette.

La presentazione del rapporto è stata anche l’occasione per ricordare alcune delle più importanti operazioni portate a termine dalla Gdf in questi mesi. Le Fiamme gialle di Brescia, a conclusione di una complessa indagine di polizia giudiziaria nel settore dell’edilizia, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 25 persone responsabili di aver frodato l’Erario utilizzando circa 1,4 miliardi di euro di fatture false. Uno studio di consulenza tributaria e del lavoro ha fornito ai propri clienti una vera e propria “assistenza frodatoria” fiscale e previdenziale, falsificando le contabilità societarie con fatture relative ad operazioni inesistenti realizzate utilizzando i loghi di ignare imprese del settore, per creare fittizi crediti Iva da poter poi utilizzare per compensare reali debiti d’imposta. Nel corso dell’operazione, su disposizione dell’Autorità giudiziaria, sono stati sequestrati beni mobili, immobili, risorse finanziarie e valori per oltre 180 milioni di euro.

Firme contro Di Maio per rifare le regole dei gruppi 5 Stelle

Una raccolta di firme, per cambiare gli statuti dei gruppi parlamentari. E togliere così potere al capo politico, Luigi Di Maio. È la partita che si muove a margine dell’assemblea congiunta dei parlamentari del M5S, prevista per stasera alla Camera, con la presenza dello stesso Di Maio. Atteso da quella che si annuncia come una riunione molto agitata. Perché sul tavolo ci sono mille nodi. A partire dal caso dell’ex presidente di Acea Luca Lanzalone, con molti che puntavano e puntano il dito contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, “reo” di averlo presentato alla sindaca Virginia Raggi. Finito sotto il fuoco anche perché è un pretoriano di Di Maio.

Ma in assemblea in diversi promettono anche e soprattutto di tuonare contro le nomine di governo decise dal capo. Già oggetto di critiche nell’ultima assemblea dei deputati, quella in cui era stato ratificato il nuovo direttivo. In cui soprattutto i nuovi eletti avevano lamentato di essere stati esclusi dall’esecutivo, a scapito dei veterani. E di non aver avuto voce in capitolo sui nomi del direttivo, di fatto calati dall’alto. E così avevano invocato “più condivisione”. Da qui si arriva all’idea della raccolta di firme per cambiare gli statuti, per restituire ai gruppi il potere di nominare i propri organi. Già, perché in base alla normativa attuale, “l’assemblea ratifica a maggioranza assoluta dei propri componenti la nomina del presidente del gruppo proposta dal capo politico”. E sempre il capo può revocare il presidente, e può “proporgli” i nomi del direttivo.

Regole che la pancia del Movimento vuole cambiare, come grimaldello per rimettere in discussione Di Maio. A cui anche molti sodali suggeriscono di delegare. Accettando una nuova struttura che gestisca assieme a lui il Movimento. Facendo da cerniera tra il governo e i parlamentari, e occupandosi dei territori. Un coordinamento largo. “Di almeno dieci persone” sussurra un big. Convinto che “Luigi non possa fare tutto da solo, perché ora è vicepremier e ministro”. Ma Di Maio non è affatto convinto, anzi. Di strutture non vuole sentire parlare. E intende appoggiarsi a parlamentari o referenti territoriali di sua stretta fiducia, che di fatto stanno sostituendo gli ex responsabili degli enti locali, Bonafede e Riccardo Fraccaro. Però che i gruppi sono agitati. Così ieri sera ha inviato una mail a tutti i parlamentari, in cui torna ad accusare “i media che in questi giorni o ci ignorano o ci attaccano”. E questo, sostiene, “ci dice che siamo sulla strada giusta”.

Del resto “il leit motiv è accusarci di essere un governo fascista oppure comunista”. E segue elenco delle proposte del M5S, dalla voglia di “rivedere” il Jobs Act all’immigrazione. Fino a rivendicare: “Da un anno ho sollevato il tema delle Ong che effettuano trasporti e non salvataggi”. Oggi ne parlerà anche in assemblea. Dove però vogliono chiedergli conto anche del Salvini che gioca a fare il premier. Di certo diversi senatori ieri sono apparsi a Montecitorio, per preparare l’assemblea. E forse già per contare le possibili firme per l’assalto agli statuti. Mentre c’è stata tensione sulla scelta di alcuni candidati alle presidenze delle commissioni, Con il senatore Gianluigi Paragone che voleva assolutamente correre per le Attività produttive. Ma alla fine hanno scelto Gianni Girotto.

 

Equitalia, Salvini “condona”. E stavolta fa irritare Tria

Ogni giorno ha la sua pena, o meglio la sua sparata. Nel dettaglio il milionesimo strappo di Matteo Salvini, che dopo aver annunciato la chiusura dei porti, l’abolizione del tetto all’uso dei contanti e il censimento dei rom, rilancia su un altro cavallo di battaglia della Lega, la pace fiscale o condono, per uscire di metafora. “Chiudere subito tutte le cartelle esattoriali di Equitalia per cifre inferiori ai 100 mila euro, per liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse” scandisce Salvini da Roma, a margine della celebrazione per il 244° anniversario della fondazione della Guardia di Finanza. Rivolgendosi al governo in cui è vicepremier e ministro dell’Interno quasi da esterno: “Ora tocca al governo semplificare il sistema fiscale e ridurre le tasse”.

Sta di fatto però che il declamare del segretario della Lega irrita gli alleati di fatto, i Cinque Stelle. Ma soprattutto, raccontano da via XX settembre, disturba oltremodo il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che ascolta Salvini in diretta, seduto a pochi metri da lui. E che ore dopo esterna ai suoi il disappunto. Ed è il mal di pancia dello stesso ministro che due giorni fa alla Camera, nella discussione sul Def, aveva pronunciato un discorso in cui ribadiva come priorità il calo del debito, parlando genericamente dell’esigenza di una riduzione e semplificazione fiscale, senza citare dritto la flat tax che è un totem del Carroccio. E comunque “le misure arriveranno in modo progressivo con le necessarie coperture” aveva precisato Tria. Parole che nella Lega non hanno esattamente gradito. Così ecco il Salvini di ieri mattina sulle cartelle. Forse casuale. O forse no. Magari volutamente dritto, per ricordare al ministro e al governo tutto che lui è quello che le tasse le vuole abbattere, in qualsiasi forma si presentino.

Anche se in serata a Porta a Porta il segretario del Carroccio giura: “Con Tria non potrei arrabbiarmi neanche volendo”. E la flat tax? “Spero sia operativa dall’anno prossimo” risponde Salvini. Però fuori microfono ci sono le voci di dentro. “Intervenire ogni giorno anche su argomenti che non sono quelli del Viminale può disturbare il ministro competente” sibilano dal Movimento.

E d’altronde in chiaro c’è proprio Tria, che nel discorso alla Guardia di Finanza suona note un po’ diverse da quelle salviniane: “L’azione del governo sarà nella consapevolezza che solo da un contrasto efficace dell’illegalità possono derivare maggiori risorse per ridurre la pressione fiscale”. Applausi di rito. Poi però c’è il contratto di governo, la bussola vera o presunta dell’esecutivo gialloverde. Che sul tema recita: “Il miglioramento delle procedure di riscossione passa inevitabilmente dal definitivo smaltimento della mole di debiti iscritti a ruolo, datati e difficilmente riscuotibili per insolvenza dei contribuenti”, Perciò, serve la “pace fiscale” con i contribuenti, “in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica”. Questo il contratto, che non prevede un tetto. E ieri mattina lo ha fissato Salvini, a quota 100mila euro. Mentre circola l’ipotesi di tre aliquote per la sanatoria: del 6 per cento, 15 e una terza al 20-25. Con quella intermedia che sarebbe dello stesso livello della flat tax. Dal Carroccio continuano a sostenere che la misura porterebbe in dote dai 40 ai 60 miliardi, cifra che però molti esperti bollano come assolutamente esagerata.

Mentre la certezza è che in questi giorni è nel vivo la rottamazione bis delle cartelle varata dal governo Gentiloni. L’Agenzia delle entrate ha ricevuto 950mila richieste di adesione, a cui sta rispondendo con lettere a ciascun contribuente di cui abbia accettato la richiesta (la gran parte), in cui precisa quanto dovrà versare. Però ora c’è Salvini con la sua pace fiscale. E l’ovvio timore è che molti rinuncino a pagare le rate della rottamazione bis (la prima è a luglio), con disastrose conseguenze per il gettito, visto che dalla rottamazione si prevede di ricavare circa due miliardi. Ma per inquadrare la questione è utile anche l’audizione nella commissione Finanze della Camera del direttore dell’Agenzia delle entrate-Riscossione, Ernesto Ruffini, del 6 aprile 2017.

Ruffini spiegava che le cartelle sotto i 100mila euro di valore sono il 96 per cento. E tra queste il 53,6 per cento arriva a mille euro, e il 20,4 non supera i 5mila. Insomma, la partita della rottamazione si gioca quasi tutta sotto i 100mila euro. Il tetto di Salvini, l’uomo degli strappi.

Un 19enne ghanese si impicca nel campo di Calais

Era arrivato a Calais da qualche settimana, con la speranza probabilmente di raggiungere l’Inghilterra, ma la disperazione lo ha sopraffatto. Un ghanese di 19 anni si è impiccato nel centro di accoglienza ed esame Croisilles proprio n el giorno in cui aveva appuntamento con lo psicologo. Il suicidio risale al 12 giugno scorso ma è stata rivelata solo ieri dall’associazione La Vie Active che gestisce il centro. Per l’Ong Médecins du Monde è il segno che “le sofferenze psicologiche dei migranti sono reali”. Il direttore generale dell’associazione, Guillume Alexandre, ha riferito che il ragazzo si è tolto la vita in una “parte abbandonata” del centro di accoglienza. Il Centre Primo Levi e Médecins du Monde hanno pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati un rapporto sulla sofferenza psicologica dei migranti. “Le sofferenze legate all’esilio sono reali”, ha dichiarato alla stampa francese Patricia Belliard, coordinatrice medica a Calais e Dunkerque: fra le paure più profonde, quella di tornare nel primo Paese di ingresso dell’Ue, secondo le regole imposte dal Trattato di Dublino.