I sopravvissuti a bordo della Diciotti: “Noi aggrappati ai morti”

Aggrappati ai cadaveri per rimanere a galla. L’ennesimo racconto dell’orrore nel Mediterraneo centrale arriva dalla voce di chi è sopravvissuto dalla banchina del porto di Pozzallo. I migranti sono sbarcati martedì sera dalla nave Diciotti della Guardia Costiera che ha raccolto anche i 42 soccorsi da nave Trenton della Marina Usa al largo della Libia una settimana fa. E sono loro a raccontare che, sul gommone in cui viaggiavano, c’erano 110 persone. Dunque quelli finiti in fondo al mare sarebbero almeno una settantina, compreso lo scafista, una donna incinta e anche una neonata di pochi mesi e la sua giovanissima madre. Cifre confermate da più fonti: “Il gommone all’improvviso si è bucato al centro – hanno detto alcune donne superstiti – e si è spezzato in due… è stata la fine… abbiamo visto le nostre sorelle annegare davanti ai nostri occhi, senza potere fare nulla”. I dettagli del naufragio arrivano nel giorno di un’altra tragedia del mare in Libia dove sono stati recuperati dalla marinale libica i corpi di sei migranti. Cinque sopravvissuti sono stati salvati e trasferiti all’ospedale di Janzur. A bordo del Diciotti c’era anche il cadavere di un uomo: è morto a bordo del Vos Thalassa, il 16 giugno scorso.

Orbán chiude le porte: nella Costituzione vietato accogliere gli stranieri

L’Ungheria chiude le porte ai migranti economici e impone una stretta sulle richieste di asilo modificando la Costituzione. In più, il Parlamento approva la cosiddetta legge “Stop Soros” che prevede il carcere fino a un anno per chi aiuta rifugiati e richiedenti asilo. Così una delle principali promesse elettorali di Viktor Orbán, il premier nazionalpopulista al suo terzo mandato consecutivo, diventa realtà. E la novità blinda di fatto il suo “no” alle quote obbligatorie sui migranti che vorrebbe imporre Bruxelles.

L’emendamento alla Costituzione è passato con 159 sì e 15 contrari. Nel testo si legge che “collocare cittadini stranieri sul territorio del Paese è vietato, salva l’autorizzazione del Parlamento”. Una scelta che poteva contare sulla maggioranza di 2/3 ottenuta dal partito di Orbán alle ultime elezioni, utile anche per cambiare la Costituzione senza troppi problemi, e portata avanti nonostante gli avvertimenti dei principali giuristi costituzionalisti: il diritto internazionale prevale su quello nazionale, anche se inserito nella carta costituzionale, hanno ammonito.

La modifica della Costituzione prevede anche una limitazione del diritto di manifestazione (non saranno possibili cortei e sit in davanti alle residenze dei politici), l’obbligo della “difesa della cristianità” e l’istituzione di tribunali speciali (nominati dal governo) chiamati a giudicare gli atti amministrativi dello Stato.

Papa, Repubblicani e Melania piegano Trump: “Stop a separazione dei bimbi”

Accerchiato, anche in famiglia. Il presidente americano Donald Trump si trova costretto a intervenire sulla vicenda dei minori separati dai genitori illegali al confine con il Messico e annuncia: “Vogliamo tenere le famiglie unite, firmerò qualcosa presto”. Dichiarazioni per rintuzzare le critiche che gli sono arrivate a raffica: dal Papa, dagli stessi Repubblicani, e dalla moglie Melania: quei filmati con i bimbi in lacrime chiusi in gabbia mostrati dalle televisioni, sollecitavano una reazione appropriata.

Così. Secondo la Cnn, dietro la svolta di Trump sui baby migranti – The Donald aveva giustificato le separazioni con motivi legislativi – ci sarebbe stata la pressione silenziosa ma efficace di Melania. Un dirigente della Casa Bianca citato dall’emittente ha confermato che la first lady avrebbe lavorato per diversi giorni dietro le quinte cercando di far capire al marito l’importanza di tenere insieme le famiglie di immigrati, che vengono colti dalla border patrol a entrare dal Messico senza permessi. Dal 19 aprile al 31 maggio sono oltre 2.300 i bambini che sono stati separati dai genitori. Troppi per Paul Ryan, capogruppo dei repubblicani alla Camera Usa, che ha annunciato un intervento oggi in aula per sottoporre al voto un progetto di legge per fermare le separazioni.

“Con la nostra legge, quando le persone saranno perseguite per avere attraversato illegalmente la frontiera, le famiglie resteranno unite durante tutta la procedura legale, sotto l’autorità della Sicurezza interna”, ha dichiarato lo speaker della Camera bassa del Congresso, dove i repubblicani hanno la maggioranza. Il progetto di legge dovrà poi passare al Senato, dove il Gop ha un vantaggio minimo: 51 contro 49 ma l’argomento non dovrebbe trovare opposizione, prima di ricevere il via libera definitivo del presidente. Papa Francesco ha definito “immorali” le scene dei piccoli in lacrime e chiusi nelle gabbie, e anche il mondo del jet set si è mostrato indignato: la coppia George e Amal Clooney ha donato 100 mila dollari a un’associazione per la difesa dei bambini migranti; la Young Center for Immigrant Children’s Rights ha confermato di aver ricevuto ieri un “sostegno generoso” dai coniugi Clooney e dalla loro Foundation for Justice. Chi, del resto, non vorrebbe difendere i bimbi centroamericani? Fa chic e non impegna, soprattutto contro il cattivo Trump.

Palermo, l’hotspot della discordia allo Zen

Il Viminale l’ha previsto da un anno, ma la città l’ha bocciato senza appello, e adesso le sorti dell’hotspot da 400 posti (costo, 7 milioni di euro) previsto nella periferia nord di Palermo, a fondo Gabriele dello Zen, sono affidate al dialogo tra Matteo Salvini e Totò Cordaro, ex cuffariano, assessore siciliano al territorio che non si è ancora pronunciato: “Ne parlerò con Salvini’’ ha detto, dopo che il progetto è stato bocciato dal consiglio comunale (che ha negato la variante urbanistica) e dal presidente della Commissione regionale antimafia Claudio Fava.

“Al di là dell’apparente neutralità dell’etichetta burocratica – ha detto Fava – serve solo a riconsegnare a regimi non democratici migliaia di uomini e donne. Una pratica inaccettabile”. Sull’hotspot è dunque scontro tra Stato e Comune, dopo che tutti i problemi sembravano risolti: la Sovrintendenza aveva fornito un parere positivo, nonostante sotto quel terreno scorrano gli storici qanat, i tubi dell’acquedotto arabo risalenti a 1200 anni fa, e il sindaco Orlando fino ad un mese fa era possibilista (“a Palermo non è prevista la realizzazione di alcun hotspot, ma soltanto una struttura di supporto alle operazioni di identificazione dei migranti che arrivano nella nostra città’’). Poi è arrivato il governo Conte ed è mutata la posizione del primo cittadino, che in un primo tempo aveva offerto il territorio comunale per la realizzazione dell’hotspot, come ha svelato l’ex consigliere comunale Nadia Spallitta: “È stato il capo dipartimento per l’immigrazione, Gerarda Pantalone, in audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti, a dire che il Comune di Palermo ha dato la disponibilità di realizzare un hotspot per 150 posti.

E dalla lettura del verbale emerge con chiarezza che l’ulteriore creazione di centri di prima e di seconda accoglienza deriva da un’adesione volontaria dei comuni attraverso un percorso che coinvolge le Regioni e l’Anci”, il cui presidente è, appunto, Leoluca Orlando che oggi guida lo schieramento compatto nel dire no, come fa Nicola Fratoianni, di Sinistra Italiana “ai campi di concentramento, alla clandestinizzazione dei profughi, all’idea che la sicurezza sia fatta di muri, fili spinati e stragi di esseri umani’’.

E se Vito Lo Monaco, presidente del centro Pio La Torre, paragona l’hotspot dello Zen al Cara di Mineo (“lì non c’era caporalato, ed è arrivato il lavoro nero, non c’era prostituzione e si sono riempite le strade di prostitute ed è arrivata anche la mafia, come attesta il processo di Mafia Capitale’’), a Lampedusa il sindaco Totò Martello chiede la chiusura dell’hotspot perché “inutile”, visto che “180 immigrati girano liberamente per le strade del paese compiendo furti e molestie sessuali alle turiste’’.

“Fa terrorismo psicologico – replica l’ex sindaco Giusy Nicolini – c’è stato solo un furto di due mele e non mi risultano fastidi di alcun tipo alle turiste di cui Lampedusa per ora è piena’’.

Tagli all’accoglienza da 35 a 20 euro: programmi e rischi

V oleva mandare a casa cinquecentomila “clandestini” ma gli hanno detto che non si può salvo firmare costosi accordi con i Paesi d’origine che hanno nessuna intenzione di riprenderseli (ci sono accordi solo con Tunisia, Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia).

Voleva chiudere i porti alle navi delle Ong individuate come “nemico” e l’ha fatto con l’Aquarius, però ha capito che un provvedimento generale magari piacerebbe a chi l’ha votato e a chi potrebbe votarlo ma fa a cazzotti con le convenzioni internazionali firmate dal nostro Paese. E allora a Matteo Salvini resta “il business dell’immigrazione”, cioè dell’accoglienza, quantificato in 5 miliardi di euro l’anno anche se in realtà per l’accoglienza vera e propria quest’anno la spesa dovrebbe aggirarsi tra i 3,2 e i 3,4 miliardi di euro (ma con il soccorso in mare e l’assistenza sanitaria si potrebbe arrivare a 5).

L’obiettivo del ministro dell’Interno è dunque “dare una bella sforbiciata” alle spese per i Centri di prima accoglienza, i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) e quelli del circuito Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati).

I famigerati 35 euro al giorno, in media, che naturalmente non vanno agli stranieri se non in minima parte (2,50 di pocket money) ma agli italiani che si occupano, bene o male, di assisterli. Gli ospiti, a fine aprile (dati del Def), erano 25.657 nel circuito Sprar gestito dagli enti locali che rappresenta la seconda accoglienza – lunga, perché una pratica per l’asilo o la protezione umanitaria dura dai 10 ai 36 mesi –, ma quasi 140 mila erano ancora nei Cas e quasi 9 mila nei Centri di prima accoglienza dove invece la permanenza dovrebbe essere breve.

“Stanno scadendo i bandi delle Prefetture – confermava ieri il sottosegretario leghista agli Interni Stefano Candiani – e faremo nuove linee guida per i prossimi, riducendo i costi da 35 a 20 euro al giorno ridurremo anche i partecipanti ai bandi”. Ci sta lavorando, da settimane, la prefetta Gerarda Pantalone, capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero. Che, come conferma Candiani, ha studiato i sistemi di accoglienza di altri Paesi europei per concludere che la sforbiciata è possibile.

Come tutto il resto è più facile a dirsi che a farsi. Perché 35 euro al giorno sono una gran bella cifra se i centri, specie di grandi dimensioni come alcuni Cas, in genere si limitano a dare vitto e alloggio. Molto meno per il circuito Sprar, nato nel 2002, che in una logica di sistema dovrebbe crescere a scapito dell’accoglienza straordinaria, dove agli ospiti stranieri si offrono anche corsi di italiano, mediatori culturali, l’assistenza psicologica e legale, a volte formazione professionale, stage e tirocini.

“Tagliare e basta può favorire le strutture di grandi dimensioni fino a 300 ospiti, come molti Cas, che realizzano economie di scala, ma sono anche quelle che creano problemi sul territorio e non dovrebbero affatto piacere al ministro Salvini”, osserva Simone Andreotti, presidente di In Migrazione che gestisce un centro Sprar per 20 richiedenti asilo. Il sistema è nato in modo disordinato, i bandi li hanno fatti i prefetti provincia per provincia finché il ministro Marco Minniti ha cercato di uniformare i Cas. “Bisogna capire come faranno questi bandi in futuro – prosegue Andreotti – perché la cattiva gestione si previene formulando capitolati precisi e facendo controlli capillari. Per esempio, se sono richieste 6 ore di italiano a settimana, senza indicare per quante persone, uno può cavarsela pagando un solo insegnante. E lo stesso vale per qualsiasi altra attività”.

Conte fiuta il trappole Ue. “No” al vertice-precotto

Prima ancora che dagli squilibri economici, l’Europa sta uscendo consumata dal conflitto tra Stati membri sui migranti. L’Italia si prepara allo scontro frontale con Germania e Francia. Il premier Giuseppe Conte sta valutando la possibilità di disertare il vertice sull’immigrazione di domenica a Bruxelles, nel quale l’Italia dovrebbe sedersi al tavolo con altri 7 Paesi, tra cui Francia e Germania. Le decisioni però sono già state prese altrove: a 4 giorni dal meeting circola già una bozza della dichiarazione finale. Ricalca la linea di Meseberg, dove martedì Merkel e Macron hanno trovato un’intesa sui cosiddetti “movimenti secondari”: la possibilità di ricollocare i richiedenti asilo nel primo paese dove sono stati registrati. Ancora una norma che penalizza gli Stati di frontiera: Grecia, Spagna e Italia.

Ieri sera Conte ha incontrato a Palazzo Chigi i vicepremier Salvini e Di Maio e i ministri degli Esteri e degli Affari europei, Enzo Moavero e Paolo Savona. Sulla linea, totale sintonia: il presidente del Consiglio, “profondamente irritato”, non firmerà accordi preconfezionati. Salvini lo invita a non partire nemmeno: “Se andiamo a Bruxelles a prendere il compitino già preparato da francesi e tedeschi, Conte fa bene a risparmiare i soldi del viaggio”, ha suggerito durante Porta a Porta.

Prima della sortita da Vespa – e prima del vertice a Palazzo Chigi – Salvini si era già preso i riflettori, incontrando al Viminale gli omologhi austriaci: il vicepremier Heinz Christian Strache e il ministro dell’Interno Herbert Kickl; due leader del Partito della Libertà (destra nazionalista). L’obiettivo: saldare “l’alleanza dei volenterosi”, che arruola anche il ministro dell’interno bavarese Horst Seehofer (che minaccia la Merkel di far cadere il governo se non cambia linea sull’immigrazione).

Salvini non predilige la diplomazia, preferisce alzare l’asticella: “L’aria sta cambiando, confidiamo nel buonsenso dei colleghi europei. Non vorremmo arrivare a ridiscutere il finanziamento italiano all’Unione europea…”. Ovvero i famosi “20 miliardi” che l’Italia versa a Bruxelles ogni anno (in verità dal 2000 la media è di 14 miliardi).

Anche gli austriaci hanno parole d’ordine energiche: Strache ha definito “malate” le politiche della Merkel. Il suo collega Kickl ha promesso una “rivoluzione copernicana” sull’immigrazione. Salvini ha riassunto ancora una volta le priorità italiane: “Vogliamo che l’Europa si impegni a proteggere le sue frontiere esterne. Se qualcuno crede che l’Italia debba continuare ad essere un campo profughi, non ha capito bene”. A una domanda sui blocchi navali al largo delle coste libiche, risponde con una smorfia e una parziale ammissione: “L’Ue deve usare più uomini e mezzi nel Mediterraneo. In questo momento l’operazione Themis consiste in 32 navi: 30 sono italiane. Non vedo cosa ci sia di europeo. L’Europa deve spendere meglio e di più per difendere le frontiere esterne. Lo si fa in Turchia, perché no nel Mediterraneo?”.

La priorità è fermare gli sbarchi. La stessa ribadita nel pomeriggio da Conte al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk: “Gli ho anticipato – ha detto il premier – che non siamo disponibili a discutere dei ‘secondary movements’ senza prima aver affrontato l’emergenza dei ‘primary movements’ che l’Italia si ritrova ad affrontare da sola”. Ovvero: niente ricollocamenti se non ci si occupa degli sbarchi.

Gli accordi dell’ex ministro Minniti con la Libia hanno fatto crollare il numero degli arrivi in Italia, ma in questi giorni le partenze si stanno di nuovo intensificando. Si teme un rapido ritorno ai livelli di guardia. La soglia di attenzione al Viminale è molto alta. Salvini è pronto a partire per la Libia. Succederà “a giorni”, dice.

Il primo obiettivo l’ha portato a casa: il governo si è schierato sulla linea dura – la sua – senza defezioni. E ciò malgrado qualche mal di pancia nel Movimento 5 Stelle. Il ministro delle Infrastrutture Toninelli ha preso le distanze dalla linea del governo sulla vicenda Aquarius: “Non vi è stato alcun atto formale di chiusura dei porti italiani”. Piuttosto una decisione politica del ministro dell’Interno. E Fico, presidente grillino della Camera, ha rimbrottato un deputato di Fratelli d’Italia che citava uno slogan di Salvini: “Usi un linguaggio più consono. I migranti non fanno la pacchia”.

E poi c’è la posizione molto chiara del presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, oltre al rituale invito all’Europa a non lasciar sola l’Italia, ha sottolineato i “doveri di solidarietà” che vincolano anche il governo e “le norme sancite dal diritto internazionale relative all’accoglienza di chi ha diritto a protezione”. Per Salvini e il governo Conte il solo argine di giornata.

Operazione Lavatrice

Se la Rai fosse un acquario o un rettilario, varrebbe la pena di pagare il biglietto e sedersi lì davanti in osservazione, per godersi uno spettacolo che nessun cinema, teatro, serie tv sono in grado di offrire. Purtroppo bisogna accontentarsi degli spifferi che escono dai corridoi di Viale Mazzini e Saxa Rubra: alcuni troppo belli per essere veri e altri troppo veri per essere belli. Provate a immaginare centinaia di tapini paracadutati o promossi nel ventennio berlusconiano perché credevano – o almeno così dicevano – nella famosa rivoluzione liberale: foto di Silvio sulla scrivania, bandierone di Forza Italia a coprire il tricolore e – per le donne – farfallina dorata di ordinanza appesa alla catenina al posto del crocifisso. Poi venne giù tutto e si scoprirono tutti montiani o bersaniani. Poi rivenne giù tutto e si convertirono, con gran consumo di lingue, costole e rotule, al renzismo. Andavano alle Leopolde, vestivano Zara come la Boschi, portavano i boccoli à la Madia, stravedevano per la rottamazione (altrui), erano sempre al telefono con Epurator Anzaldi senza mai muovere un sopracciglio alle cacciate di Gabanelli, Berlinguer, Giannini e Giletti. Pensavano che la pacchia durasse almeno vent’anni, per riposare un po’ le lingue, le costole e le rotule fino alla pensione. Invece il 4 marzo è di nuovo crollato tutto e ora rieccoli lì a cercarsi un posto al sole sul carro dei nuovi vincitori.

Dei 5Stelle non sanno chi chiamare: mezzibusti grillini non se ne conoscono e Freccero, indicato in Cda dal M5S, non risponde a ordini (e manco ne riceve). Quindi passano da un Matteo all’altro e si buttano tutti sulla Lega, che proprio nuova non è visto che nacque nel lontano 1989 e sbarcò al governo, e dunque in Rai, nel lontano ’94 per non andarsene più. I più avvantaggiati sono i leghisti: gli basta passare da bossian-maroniani a salviniani-isoardiani e il gioco è fatto. Ma pure i berlusconidi non se la passano male: il Caimano resta pur sempre alleato del Cazzaro Verde, anche se questo gli mette le corna per un po’ con l’odiato Di Maio. E poi Salvini è uno di bocca buona e stomaco forte: nella Lega-non-più-Nord sta riciclando fior di fascisti della Roma ladrona, di vecchi arnesi Ancien Régime siciliani e calabresi. Non buttando via niente e può digerire senza neppure un ruttino qualche forzista da riporto. Dell’Operazione Riciclaggio s’è incaricato Gennaro Sangiuliano, eterno vicedirettore del Tg1 fin dal 2009 (èra Minzolini), che ha messo su una specie di tintoria per l’ammollo, il lavaggio e la riverniciatura degli ex berlusconiani folgorati – il 4 marzo sera – sulla via del salvinismo.

Lui, Genny ’a Poltrona, in queste cose è maestro: il primo a passare in tintoria fu proprio lui. Da giovane era fascista: nel profilo Fb pubblica una sua foto da studente con Almirante con scritto “Credo nelle mie idee”, che peraltro sono molte. Subito dopo infatti si scoprì liberale e divenne direttore de L’Opinione del mezzogiorno per grazia ricevuta del ministro della Malasanità De Lorenzo. La svolta moderata di Fini con An non lo colse impreparato: finiano di osservanza Gasparri (suo testimone di nozze dieci giorni fa), ma anche un po’ Laboccetta. Infatti, essendo gasparriano e laboccettiano, se la tira da intellettuale e scrive libri: dalla storia del Terzo Reich alla stroncatura di Hillary Clinton alle agiografie di Trump e Putin. Intanto passa al Roma di Tatarella e poi a Libero, come vice di Feltri. Quando Fini molla B., Genny molla Fini e resta con B. E si inabissa per un po’, infatti conserva la poltrona anche con Orfeo, messo lì dal governo Monti e poi promosso da Renzi addirittura a dg. Appena Matteo nostro perde il referendum, Genny rimette fuori il capino ed esalta la vittoria del No paragonandola a quelle della Brexit e di Trump: “Una triade hegeliana di riappropriazione della sovranità”. Strano: il Tg1 di cui è vicedirettore era spalmato sul Sì. Il 6 marzo, con ben due giorni di ritardo sulla vittoria grillo-leghista, posta su Fb un selfie con Salvini (“caro amico”) e altre foto che ritraggono Matteo suo sprofondato nella lettura della sua Putin story. Ora, in suo nome, recluta truppe cammellate per la squadra leghista-sovranista che dovrà prendere il potere nella nuova Rai, ma forse l’ha già preso, visto che i Genny Boys sono lì da più di una vita e sanno già dove mettere le mani, al contrario dei grillini, che rischiano anche qui di non toccare palla.

Salvini, immemore del contratto di governo che promette una Rai senza partiti, ha già detto che questi tg non gli piacciono. E in effetti sono tutti renziani e fanno pure ribrezzo, ma definirli “come quelli degli anni 20 e 30” è un po’ eccessivo: anche perché negli anni 20 e 30 la televisione non era stata ancora inventata. Genny, in qualità di storico, glielo spiegherà. Sempreché Matteo suo abbia tempo da perdere, fra una sparata e una processione di postulanti che chiedono un posto al sole. O al sòla. Si racconta che il problema di Elisa Isoardi, in piena crisi mistica, non sia che posta su Instagram preghiere alla Madonna: è che si crede lei stessa la Madonna, perché non era mai stata così salutata, osannata e santificata in vita sua. Si narra financo che il direttore già renzianissimo di un tg, non proprio il primo, si sia fatto presentare a Salvini da un autore della Isoardi. Ed è tutto un cercare zie, cugini, cognati, conoscenti, parrucchiere, truccatrici della First Sciura per avere un contatto, e magari un contratto. Non vale più neppure la regola del fu bipolarismo, raccontata a suo tempo da Francesco Storace, che dalla Vigilanza ne aveva viste tante: quella dei mezzibusti che conservavano e all’occorrenza esibivano la foto di un nonno fascista alla marcia su Roma e quella dell’altro nonno (o forse era sempre lo stesso) partigiano rosso al collo. Ma si può vivere così?

Red Bull lascia Renault per Honda

Dopo 12 anni, 57 vittorie e 8 Mondiali vinti la Red Bull abbandona i motori Renault per passare a Honda fino al 2020. “Questo accordo pluriennale con Honda segna l’inizio di una fase entusiasmante negli sforzi della Red Bull per competere non solo per le vittorie nei Gran Premi, ma anche per quello che è sempre il nostro obiettivo, il titolo mondiale”: ha dichiarato il team principal di Red Bull Christian Horner. Meno entusiasta la dichiarazione sull’argomento di Renault F1, che si limita a parlare di uno sviluppo naturale del rapporto fra le due case. Red Bull segue la sorella “Toro Rosso” che aveva fatto la stessa scelta l’anno scorso.

“Regole sì, soldi no. Ma resistiamo”. “In crisi di idee, non si rischia mai”

 

Caro direttore, ho reagito molto male alla lettura di un articolo del 15 giugno, riguardante l’attività teatrale italiana della prossima stagione a firma di Camilla Tagliabue. Nell’occhiello: “I teatri riscrivono i soliti classici, riallestiscono vecchi spettacoli, e i big si gemellano tra loro”. Oddio! Riscrivere i soliti classici, riallestire vecchi spettacoli e gemellarsi, forse per aver qualche risorsa in più, non è pratica da deprecare, ed è consuetudine nei paesi d’Europa in cui si riconosce l’indiscusso valore dello spettacolo come fattore indispensabile per lo sviluppo della cultura! Il teatro è cultura. Da noi se ne parla poco e male, controvoglia e con sufficienza, o noia. È stato aperto mesi fa, sulle pagine della rivista culturale del Corriere della Sera, un deprimente dibattito sullo stato del teatro. Si sono nominati i problemi sterilmente, ne hanno dibattuto scrittori annoiati e rancorosi, intellettuali poco informati e pretenziosi. Ma in questo modo i problemi si amplificano, si diffondono. E restano irrisolti. Non sarebbe più interessante far conoscere ciò che accade realmente nell’Italia dei teatri, nonostante la grave crisi economica? Il teatro oggi resiste alle trappole di un sistema di regole, formule, parametri dentro cui si perde, perde la propria ragione di essere.

Eppure il pubblico aumenta, e non solo quello attratto da musical, o personaggi-mito, ma aumenta proprio quello della prosa, delle nuove proposte, dei nuovi linguaggi. Camilla Tagliabue fonda la sua valutazione negativa sul fatto che i principali teatri italiani fanno operazioni indotte solo da banali logiche ministeriali, adottano escamotage per far quadrare i conti. Ma non si può liquidare così la faccenda e dare un’immagine generale dello stato del teatro in Italia asfittico, triste, noioso. Esausto. Mi spiace che il pezzo non dedichi uno spazio allo sforzo di molte realtà italiane che per la prossima stagione hanno messo sul piatto proposte di spettacoli nuovi, coraggiosi. Genova per esempio, ha addirittura visto nascere con lo stupore di tutti, una fusione tra il Teatro Stabile e il Teatro dell’Archivolto che stava per soccombere. Hanno presentato una stagione con 67 titoli tutt’altro che scontati. Brescia può contare su un numero sempre crescente di abbonati (più di 6mila, con 100mila spettatori nella stagione passata). Ma perchè non parlare di Parma, di Firenze che addirittura ha affidato ai giovani usciti dalla scuola la direzione del teatro Nicolini, ma anche dei teatri siciliani che tornano ad essere virtuosi, e Novara e Vignola… Chi le scrive è un’attrice che da anni crede nel teatro e resiste e si consola ripensando ai versi di un amato poeta greco: “Forse chissà, là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia lo storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo” (Ghiannis Ritzos). Qui forse ho esagerato con la retorica!!! Chiedo venia. Con sincera stima.

Elisabetta Pozzi

 

Gentile signora Pozzi, grazie per l’attenzione e l’appassionata risposta. Che il teatro italiano sia in crisi non lo dicono solo i cronisti e i critici, il Fatto Quotidiano o il Corriere della Sera, lo certificano i numeri: ancora nel 2016 “quasi l’80 per cento degli italiani non è mai stato a teatro e nei piccoli comuni la percentuale sale all’86,2 per cento” (Istat). Inoltre, il 20 per cento di coloro che frequentano i palcoscenici è composto soprattutto da bambini e ragazzi, ovvero le scolaresche, spesso cooptate. Gli spettatori sono in aumento (risibile: +3,78% nel 2016, Siae): a maggior ragione i teatri – almeno i più blasonati e foraggiati – potrebbero rischiare, proponendo, ad esempio, vera drammaturgia contemporanea, non romanzi riscritti da autori viventi per soddisfare i parametri ministeriali, da una parte, e non spaventare il pubblico, dall’altra. La critica non può che rivolgersi innanzitutto a loro, i primi della classe, quali sono i sei teatri “spulciati”, anche perché erano gli unici (o quasi) ad aver presentato le stagioni 18/19, a differenza di quelli che Lei cita: Parma, Novara e Vignola non hanno ancora un cartellone; Firenze e Genova l’hanno reso noto dopo l’uscita del pezzo; Brescia non è stata presa in considerazione per ragioni geografiche. Quanto ai “teatri siciliani che tornano a essere virtuosi”, lo speriamo tutti, pur continuando a denunciarne i pesanti debiti.

Il pezzo si concentrava sulla pars destruens, è vero, ma solo da qui è poi possibile dedicarsi alla pars construens: difficile risolvere i problemi senza neppure nominarli.

Camilla Tagliabue

Un sottomarino giallo capace di rendere buoni i Biechi Blu

Giusto cinquant’anni fa, inabissandosi per oceani tutti loro, i Beatles attraversarono acque insondabili. Il Mare del Tempo. Il Mare della Scienza. Il Mare dei Mostri. Il Mare del Niente. Il Mare delle Teste. E poi il Mare dei Buchi. C’era da raggiungere Pepperland, dove una volta era tutto bello e poi no. Colpa dei Blue Meanies, i Biechi Blu, umanoidi non poco bruttini con stivalacci alti, che secondo alcuni erano stati pure responsabili del crollo di Pompei. Se i Biechi portarono nel Paese di Pepelandia desolazione e distruzione, i quattro Fab Four riportarono la pace. La gioia. E financo la buona musica. Un trionfo tale che perfino i Biechi Blu si lasciarono intortare da tutta quella melassa, unendosi nel concerto finale proprio ai Beatles, in un ostentatissimo lieto fine con tanto di guest star dotto-clownesca: l’“uomo inesistente”, chiamato “Geremia” nella versione italiana. Yellow Submarine, il film di animazione diretto da George Dunning, compie mezzo secolo. In Inghilterra e Irlanda, completamente restaurato, il film tornerà pure sulle sale a luglio. In Italia l’editore Gallucci ha appena pubblicato due libri, intitolati entrambi Yellow Submarine. Un albo illustrato e un pop-up a fisarmonica, con i disegni originali di Heinz Edelmann e i testi della band di Liverpool. La traduzione è stata affidata a Franco Nasi, già traduttore di Roger McGough, il poeta collaboratore dei Beatles che ha lavorato anche alla realizzazione del film. La forza principale della pellicola risiede ancora nella tecnica che si discosta profondamente dallo stile Disney. L’animazione non insegue il realismo, quanto piuttosto lo psichedelico. Soprattutto la sequenza che riguarda Lucy in the Sky with Diamonds. Fu un film molto impegnativo per Dunning. Ci lavorò undici mesi, sovrintendendo a più di duecento artisti. Prodotto da Gran Bretagna e Canada, l’opera contiene quindici brani dei Beatles. Nel disco omonimo, uscito a gennaio ’69 dopo il ben più importante White Album, ne vennero inseriti solo sei. Tra questi, solo quattro erano inediti: All Together Now, Only A Northern Song, It’s All Too Much, Hey Bulldog. Le altre due canzoni inserite furono Yellow Submarine, uscita due anni prima in Revolver, e All You Need Is Love, proposta come singolo nel 1967. Il lato B della colonna sonora, che vendette bene ma non benissimo, proponeva brani strumentali per orchestra, scritti e arrangiati per il film da George Martin. La canzone chiave è All You Need Is Love: l’amore inteso non solo come balsamo, ma come sentimento in grado di sconfiggere tutto. Persino i Biechi Blu, che a inizio film sono insopportabili e alla fine paiono quasi Fabio Fazio che intervista Renzi. Lungi dall’essere l’opera migliore dei Beatles, Yellow Submarine resta un momento significativo non solo per comprendere il clima dell’epoca, impastato com’era di flower power e rivoluzione, ma anche per capire come i Beatles fossero in grado di fare tutto e l’esatto contrario.

In privato cominciavano già a detestarsi, e il pressoché contemporaneo White Album sembra davvero un disco (straordinario) di un’altra band, ma in pubblico cercavano di presentarsi ancora come santi e peccatori. Detto che i due libri Gallucci sono deliziosi, resta da dire che la canzone Yellow Submarine – scritta solo da McCartney – vanta non poche particolarità. Il canto diversamente indimenticabile di Ringo Starr. Il fatto che fu il primo 45 giri che uscì prima dell’uscita del disco: fino ad allora i “singoli” uscivano dopo. L’accusa di essere stata scritta sotto gli effetti dell’LSD: McCartney, al contrario, ha sempre detto che nacque come canzone per bambini. I rumori inseriti quasi a casaccio da Lennon: campane, tamburi, parole in tedesco. Marianne Faithfull e Pattie Boyd (la Layla di Clapton) ai cori. E la coincidenza tra uscita della canzone (5 agosto 1966) e apice della polemica per la nota frase di Lennon: “Ormai i Beatles sono più famosi di Gesù”. Anche per questo non vendette uno sproposito.