Il botteghino alla prova costume: troppo magro

Agosto sala mia non ti conosco. Senza assonanza, vale per giugno e luglio. L’estate non fa bene al cinema, ma solo da Trieste in giù: habitat naturale dei blockbuster Oltreoceano, solido terreno d’incasso Oltralpe, al contrario, in Italia sventola bandiera bianca. Una resa incondizionata: la siccità interessa domanda e offerta – come l’uovo e la gallina, chi s’è decimata prima? – e la fruizione in sala appare sempre più un’occupazione stagionale per gli addetti e un consumo autunno-inverno per gli spettatori. Problema ulteriore, quest’estate arriva dopo un 1° gennaio-31 maggio da brividi, capace di far rimpiangere il pur pietoso periodo del 2017: gli incassi (272 milioni di euro) registrano un -6,78%, le presenze (42 milioni) addirittura un -11,92%, l’unico segno positivo viene dal cinema italiano che con il 30,7% nel primo semestre registra un lusinghiero +34,7% sul 2017. Al più, dunque, è guerra tra poveri.

I dati diffusi dalla Fice (Federazione cinema d’essai), che prova a contrastare il deserto con una “Estate d’autore” di prime visioni, inibiscono persino l’ottimismo della volontà: tutti al mare, al parco, davanti ai Mondiali orfani d’Italia, sicché A casa tutti bene, per citare il primo incasso tricolore del semestre (regia di Gabriele Muccino, 1.423.193 biglietti staccati), al cinema chi li ha visti. E va sempre peggio: presenze a giugno 2017 giù del 19,6% sul 2016, ad agosto del 23,8%. Se i francesi con 45,7 milioni di presenze nel trimestre più caldo hanno staccato il 21,8% dei biglietti dell’intero 2017, noi ci fermiamo a 10,6 milioni per un miserevole 11,5%: non meravigliamoci poi se al botteghino – 209 milioni di ticket nel 2017 contro i nostri 92,3 – ci doppiano. Già gravato dall’esser pari, il 2018 può affondare: l’estate deteriore del 2012 potrà essere peggiorata? Lo dicono in tanti, e Jurassic World – Il regno distrutto che senza fasti se la comanda al box office rischia di essere la mosca bianca su un giugno-agosto di…, e avete capito. “Speriamo di cambiare rotta, ma l’orizzonte è buio”, osserva Carlo Bernaschi, capitano dell’esercizio di lungo corso, oggi presidente dell’Anem che rappresenta i multiplex.

Se d’abitudine il comparto guarda Oltralpe, Bernaschi scavalla i Pirenei: “Dobbiamo fare pressing, affinché blockbuster, animazioni e grossi titoli escano anche da noi come in Spagna. Al contrario, Jurassic World è l’unico: ce ne fosse uno ogni 15 giorni, il problema sarebbe risolto”. Per capirci, il cartoon Hotel Transylvania 3 in Italia esce con Warner Bros. il 23 agosto, in Spagna il 13 luglio; Mission: Impossible 6 da noi il 29 agosto con Fox, da loro il 27 luglio; Ant-Man and the Wasp con Disney il 14 agosto a Roma, a Madrid il 20 luglio. Insomma, l’estate ha delle ragioni cinematografiche che la ragione italiana fatica a comprendere: ritardo cognitivo o realpolitik? Società quali Medusa, Bim, Videa e Vision vanno in bianco per tre mesi, Lucky Red ad agosto ha un solo titolo, I Feel Pretty, che per giunta esce con Universal, ma il patron Andrea Occhipinti, a capo dei distributori dell’Anica, rettifica il quadro di Bernaschi: “La situazione è complessa, bastasse metterci i film sarebbe fantastico, ma non è così. È un problema culturale: se faccio uscire un film a giugno, chi non è dell’ambiente mi dice ‘Non ci credi, vero?’. Tradizionalmente l’estate è degli americani, le major raddoppiano le loro quote di mercato, e la Spagna che ha meno abitanti ma più multiplex ha capitalizzato quest’offerta e ritrovato una domanda importante: è la strada giusta”.

Bisogna fare presto, esorta Bernaschi, perché “con quattro spettatori in una sala da 300 posti non copri nemmeno le spese ordinarie. E se il personale per quattro mesi l’anno deve starsene a casa come i balneari, che si fa?”. Mario Lorini, da poco alla guida dell’Anec (Associazione nazionale esercenti), pensa positivo, promette che “un’estate così non si vedrà più” ed elogia la ritrovata unità dell’esercizio: “Noi e i distributori, insieme possiamo farcela”. Linea comune, “cambiare le abitudini, non individuali ma collettive, perché con un mercato che dura solo otto mesi abbiamo tutti da perderci: sarà difficile all’inizio, ma alla penuria estiva oggi – rileva Occhipinti – fa seguito il sovraffollamento, e la conseguente cannibalizzazione, delle uscite. Abbiamo la tenitura più bassa d’Europa, vogliamo voltare pagina?”. Il presidente dell’Anica, Francesco Rutelli sottoscrive, rimanda all’exemplum spagnolo, loda la sinergia del comparto e insieme stigmatizza il rischio della parcellizzazione: “L’estate va sanata, e lo faremo. Ma si stagliano altri pericoli: incombe la colonizzazione da parte della Silicon Valley, dovremo stringere alleanze, e solo se compatti non verremo travolti”.

Il “cammino” di Iter: realizzazione entro il 2035

Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor) è basato su un progetto da 22 miliardi di euro già in fase avanzata di realizzazione. Finanziamenti provengono da Unione europea, Usa, India, Corea del Sud, Cina, Giappone e Russia. Ossia più dell’80% del Pil mondiale, con l’Europa che fa la parte del leone finanziando il 45% dell’opera. Lo scopo è dimostrare la fattibilità tecnica e scientifica della reazione di fusione non nel nucleo di una stella, ma tra le pareti di un cilindro da 280 mila tonnellate di cemento armato che dovrebbe contenere i 150 milioni di gradi sprigionati dalla fusione. Gli obiettivi dell’Iter sono la realizzazione di un reattore a fusione in grado di produrre più energia di quanta ne venga consumata e in grado di sostenere la fusione nucleare per un tempo superiore ai pochi secondi degli esperimenti analoghi. Il compito di produrre energia elettrica sfruttabile è invece assegnato al progetto successivo, chiamato Demo (Demonstrating fusion power reactor), più grande e costoso di Iter.

Il mostro del “sole sulla terra” e il riscatto degli atomici italiani

Ricreare in laboratorio l’energia che tiene accese le stelle. O, se preferite, riuscire a realizzare il sole sulla terra. Sembra la trama di un fantasy è invece un progetto da 22 miliardi di euro già in fase avanzata di realizzazione. Questo il sogno visionario degli ingegneri nucleari: dimostrare la fattibilità tecnica e scientifica della reazione di fusione non nel nucleo di una stella, ma tra le pareti di un cilindro da 280 mila tonnellate di cemento armato che dovrebbe contenere i 150 milioni di gradi sprigionati dalla fusione. Se pensate che sia impossibile siete in netta minoranza, visto che al progetto partecipa praticamente tutto il mondo: Unione europea, Usa, India, Corea del Sud, Cina, Giappone e Russia. Ossia più dell’80% del Pil mondiale, con l’Europa che fa la parte del leone finanziando il 45% dell’opera. Il progetto è stato chiamato Iter è ha un doppio significato. È l’acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor, ma rimanda anche alla parola latina che significa “percorso”, “cammino”. Quello che nel 2035 dovrebbe portare alla produzione di energia pulita a basso costo attraverso un reattore a fusione nucleare di tipo sperimentale. Vuol dire che nessuno ha mai provato finora una simile impresa, ma che tutti i partecipanti confidano nella sua riuscita sulla base delle evidenze scientifiche fin qui raccolte.

Iter ha un cuore tricolore perché molta della tecnologia sofisticata necessaria è fornita da aziende e ingegneri nucleari italiani che lavorano all’impianto che si trova nel sud della Francia, a Cadarache, un’ora d’auto da Marsiglia, immersa nella verde campagna della Provenza. Una costruzione che di certo non si può definire a basso impatto, ma senza nessun contraccolpo sulla comunità locale che ha anzi accolto i lavoratori e le famiglie, aprendo addirittura una scuola internazionale dedicata a loro. Una situazione un po’ diversa da quella italiana che con i due referendum fece tramontare il futuro del nucleare italiano costringendo alla diaspora gli ingegneri. Che in Francia hanno trovato in molti casi una nuova vita professionale. È il caso di Sergio Orlandi, laurea alla scuola Sant’Anna di Pisa, lunga carriera in Ansaldo nucleare fino ad arrivare al vertice e adesso a capo del più grande e delicato dipartimento di Iter, quello d’ingegneria d’impianto. Che così racconta il suo esordio a Iter: “Nel 2013 sono stato chiamato per un colloquio e sono stato scelto. Così ho ricominciato a 57 anni un’avventura sfidante al massimo, perché non c’è niente di facile in questo progetto”.

Giornate lavorative che durano 13-14 ore e un primo problema non da poco. “La cosa più difficile è stata farsi accettare da italiano, con il nucleare cancellato nel nostro Paese di fatto sembravo una nota stonata”. Ma per lui, profugo della Libia nato a Tripoli ed espulso da Gheddafi con tutta la famiglia, dimostrare di essere l’opposto degli stereotipi è stata una passeggiata. E quando spiega in cosa consiste il progetto si sente tutta la passione, la curiosità e la competenza che l’hanno portato a costruire centrali nucleari in tutto il mondo. “È una centrale al limite dello scibile umano, ma basata su tecnologie ben conosciute. L’idea è di avere energia per tutti perché deuterio e trizio (gli elementi alla base della fusione) sono prodotti disponibili in natura e l’acqua di mare ne è la principale sorgente. Sono tecnologie che già ripagano lo sforzo economico e sono trasferibili immediatamente in altri campi della scienza e della tecnologia come l’aeronautica o l’aerospaziale”.

Anche sul fronte delle scorie radioattive la fusione ha dei vantaggi rispetto alla tradizionale fissione nucleare. “I rifiuti generati dalla fusione nucleare (principalmente il trizio) sono caratterizzati da tempi di dimezzamento nel decadimento radioattivo dell’ordine di qualche decina di anni”.

Antonella Donadio è segretario generale della camera di commercio italiana di Marsiglia e così racconta l’impatto per il sistema industriale italiano: “Siamo stati coinvolti sin dalle fasi iniziali del progetto realizzando varie azioni di promozione con Enea, Confindustria e altri enti, organizzando visite guidate al sito e incontri tra aziende locali e italiane interessate alle gare d’appalto”.

Per Alessandro Giovine, console generale d’Italia a Marsiglia, Iter tiene alta la bandiera italiana: “Da parte del consolato sosteniamo e diamo tutto il supporto organizzativo assicurando una presenza istituzionale costante e adeguata al livello del progetto”. Un livello stellare.

Ryad e il “dispetto” alla Mezzaluna sciita: una pioggia di bombe sui ribelli Houthi

Da cinque giorni Hudaida, la città portuale yemenita sotto il controllo dei ribelli sciiti Houthi, finanziati ed equipaggiati dall’Iran e dal partito armato libanese Hezbollah, è sotto incessanti bombardamenti.

Le bombe che stanno “letteralmente piovendo sulla testa dei civili non si fermano neanche di notte”, dicono alcuni giornalisti locali, e hanno costretto migliaia di persone ad abbandonare le loro case. A prenderle di mira sono gli aerei della coalizione guidata dai sauditi e dagli Emirati Arabi, armati di ordigni fabbricati anche in Italia (il secondo paese per commesse belliche, dopo gli Usa, con Ryad, ndr) che sostengono dall’alto l’offensiva dell’esercito regolare yemenita.

Dopo tre anni di guerra che ha provocato una crisi umanitaria inedita per mancanza di viveri e medicinali, lo Yemen – il paese più povero dell’area mediorientale – è flagellato dal colera e da altre malattie scomparse in Occidente. Infezioni che potrebbero espandersi ulteriormente se i sauditi, dopo aver conquistato il porto, lo chiuderanno nuovamente. Era già successo lo scorso anno, ma, sotto la pressione dell’Onu, era stato riaperto. La scorsa settimana, l’inviato speciale delle Nazioni Unite non era però riuscito a convincere i sauditi a evitare l’offensiva.

Hudaida ha più di mezzo milione di abitanti, il 70 per cento dei quali in grave stato di malnutrizione. Si tratta dell’unico porto finora conquistato dai ribelli e la sua caduta rappresenterebbe una vittoria importante per la coalizione arabo sunnita che sostiene il governo eletto in esilio, nel sud dello Yemen. Se gli Houti ne usciranno sconfitti, l’Arabia Saudita interromperebbe il consolidamento della cosiddetta Mezzaluna sciita che va da Teheran alla Siria e di conseguenza al Mediterraneo.

La perdita di Hudaida indebolirà decisamente gli Houthi tagliando le linee di rifornimento dalla città portuale del Mar Rosso alla loro roccaforte, la capitale Sanaa, conquistata nel 2015. Al contrario avvantaggerà la coalizione del Golfo che, nonostante le armi e la potenza di fuoco superiori, non è riuscita a sconfiggerli in una guerra che ha finora ucciso più di 10.000 persone. Per i combattenti Houthi non controllare più il porto di Hudaida significa vedere bloccati i rifornimenti di armi che arrivano dall’Iran e da Beirut via mare, e perdere uno strumento di ricatto per costringere l’Arabia Saudita a sedersi, al tavolo dei negoziati. In un post sui social media, Anwar Gargash, il ministro di Stato degli Emirati Arabi Uniti per gli affari esteri, ha affermato che una vittoria della coalizione a Hudaida “porterà gli Houthi al tavolo dei negoziati”.

Stephane Dujarric, portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha detto che circa 26.000 persone hanno cercato sicurezza nei propri distretti o in altre parti del governatorato di Hudaida.

Trump: “Migranti illegali, è necessario togliergli i figli ma studiamo altre opzioni”

“Voglio risolvere la separazione delle famiglie e non voglio che i bambini siano sottratti ai loro genitori, ma quando persegui gli adulti per il loro arrivo illegale, bisogna togliere loro i figli”. Così il presidente americano Donald Trump ha sostenuto la validità dell’intervento al confine con il Messico, parlando a una platea di imprenditori. Sulla separazione delle famiglie l’Amministrazione Trump ha ricevuto parecchie critiche. Ma The Donald ribatte: “Dal 2014, quasi mezzo milione di immigrati illegali sono stati rilasciati negli Stati Uniti. A spese, enormi, dei contribuenti”. Tuttavia il tycoon ha dichiarato che chiederà al Congresso di avere l’opzione che consenta alle forze dell’ordine di detenere genitori e figli insieme come unità familiare. Il Messico ha definito “disumana” la politica della Casa Bianca, di separare i bambini migranti dai genitori arrestati al confine.

Ricchi, perdenti e minacciati: i tristi Mondiali dei Sauditi

Presi a pallonate dai russi, minacciati dal governo, con l’aereo in fiamme e attesi da una dura sfida contro l’Uruguay in cui non possono permettersi un’altra umiliazione: poveri sauditi, il loro Mondiale si sta trasformando in un incubo. Per carità, proprio poveri non sono: alla Federcalcio, finanziata dai petrodollari del governo, i soldi non sono mai mancati, e nemmeno l’ambizione di diventare una potenza del pallone, soprattutto a livello geopolitico, ma almeno un po’ anche sul campo. Per questo certe figuracce internazionali non sono ammissibili. E i colpevoli devono pagare.

Loro sono l’altra faccia del torneo di Russia: morale sotto i tacchi, niente festa in strada, ma una vigilia cupa e carica di cattivi presagi. Il problema non è tanto l’eliminazione (ormai quasi scontata), ma l’accoglienza che li attende a casa. Dopo il 5-0 all’esordio con la Russia il ministro dello Sport, Turki al-Sheikh, ha attaccato la squadra. “Abbiamo fatto di tutto per loro, coperto le spese per anni e preso i migliori allenatori. Questi risultati sono inaccettabili”.

Per poi puntare il dito contro tre giocatori, il portiere al-Mayouf, il difensore Hawsawi e l’attaccante al-Sahlawi, per cui si sono diffuse voci di una non meglio precisata “punizione”: c’è chi ha parlato di “reprimenda” pubblica o provvedimenti disciplinari, chi (probabilmente esagerando) si è spinto addirittura a ipotizzare pene corporali. Tanto che la Federazione si è sentita in dovere di intervenire, chiedendo pubblicamente scusa a sua “eccellenza” e precisando che le sue parole erano state mal riportate.

Con le dovute proporzioni, sembra di essere tornati ai tempi dello Zaire del ’74, quando i giocatori africani dopo il 9-0 subito dalla Jugoslavia ricevettero la visita poco amichevole degli emissari del dittatore Mobutu. L’immagine di Mwepu che, terrorizzato dalle minacce, spazza a gioco fermo una punizione in favore del Brasile, è entrata nella storia dei Mondiali.

Qui nessuno rischia la vita, ma intanto l’aria nel ritiro di San Pietroburgo si è fatta pesante: zero tifosi (in Russia non ce ne sono), musi lunghi durante l’allenamento, prima annullato e poi aperto al pubblico per 10 minuti.

Bocche cucite, solo qualche cronista arrivato da Ryad si lascia sfuggire un commento, sottovoce e di nascosto: “Pare che quattro giocatori non metteranno più piede in campo”. Due, guarda caso, sono quelli citati dal ministro.

Come se non bastasse, lunedì nel volo verso Rostov (dove oggi si giocherà la sfida decisiva) un uccello è finito nel reattore dell’aereo, causando un incendio in fase di atterraggio e un bello spavento a tutti i giocatori. Più che dall’incidente, però, la squadra sembra preoccupata soprattutto dalle conseguenze politiche di un’altra goleada.

L’Arabia, che ha sempre avuto una discreta tradizione calcistica, vuole tornare a essere una potenza asiatica e per questo sta spendendo un patrimonio: l’anno scorso ha mandato i suoi migliori giocatori nella Liga spagnola, in cantiere c’è un programma di investimenti sui ragazzini dai 12 ai 16 anni. Ma oggi la la nazionale è la peggiore del Mondiale, e i vicini-nemici del Qatar non hanno perso l’occasione per deriderla durante la telecronaca della partita con la Russia, mentre in tribuna Putin consolava il principe Mohammad bin Salman.

E ora arriva la sfida contro Cavani e Suarez, che in giornata possono segnare a raffica a chiunque, figuriamoci a loro. “Per noi adesso conta più la prestazione del risultato”, ha spiegato il ct argentino Pizzi, pure lui sulla graticola.

“Speriamo di perdere con dignità e non subire troppi gol”, commenta un po’ rassegnato un giornalista al seguito della squadra. “Me lo auguro per loro”.

 

Cacciati e “mazziati”: risarcimento milionario per i blocchi ai cancelli

Hanno perso il lavoro durante la scorsa estate e adesso si ritrovano anche con il liquidatore della loro ex azienda che vuole un milione di euro di risarcimento. Quella che sembra una storia assurda è esattamente quanto sta succedendo in questi giorni a 26 operai licenziati ad agosto 2017 dalla Tmm, impresa che a Pontedera (Pisa) produceva marmitte per la Piaggio.

Dal giorno in cui lo stabilimento è stato chiuso – dieci mesi fa – sono in presidio permanente fuori dai cancelli e, in questo periodo, si sono sempre opposti alla vendita dei macchinari. Sperano ancora che qualche investitore si faccia avanti per far ripartire la fabbrica e in questo modo ne hanno voluto difendere l’integrità dal tentativo di smantellamento per il quale è stato incaricato il liquidatore. Quest’ultimo, però, è stato intransigente e si è rivolto al giudice affinché li condanni al pagamento di 37 mila euro a testa e ordini loro di smobilitare. Oltre ai 26 lavoratori, è stato citato in giudizio anche il segretario della Fiom di Pisa Marco Comparini, che ha commentato incredulo: “Ogni volta che hanno tentato di far uscire macchinari dall’azienda – spiega al Fatto – noi ci siamo opposti ma non ci sono state prepotenze e prevaricazioni, c’erano sempre le forze dell’ordine a gestire l’ordine pubblico”. Il liquidatore, il commercialista Roberto Dell’Omodarme, è intervenuto sul Tirreno per giustificare la sua iniziativa: “Dobbiamo vendere i macchinari – ha detto – per pagare i creditori. Dopo i tentativi pacifici siamo stati costretti a passare alle vie legali”. Secondo il professionista, il blocco dei lavoratori avrebbe creato danni: sostiene di essere stato costretto a usare guardie giurate per sorvegliare l’area, oltre ai problemi derivanti dalla mancata vendita, e quantifica tutto questo nell’imponente cifra di un milione di euro. In tanti si sono schierati a favore degli ex operai, a partire dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che si è detto pronto ad autodenunciarsi, perché ammette di aver partecipato anche lui alle manifestazioni in difesa dello stabilimento.

Sono circa 80 i lavoratori lasciati a casa dopo la chiusura della Tmm di Pontedera, ma solo in 26 sono rimasti a “pattugliare” il vecchio stabilimento con la Fiom. In queste settimane sono impegnati nella fondazione di una cooperativa per reimpiegarsi con l’aiuto di un’altra azienda, ma nel frattempo hanno sempre tenuto vivo il presidio su quello che fino ad agosto è stato il loro luogo di lavoro. “Se il progetto della coop va in porto – afferma Comparini – siamo pronti a lasciare il presidio; fino a quel giorno però non possiamo abbandonare la speranza che rinasca la Tmm”.

Il manifesto no-global di Stiglitz adattato all’epoca di Trump

 

Nel 2002 con “La globalizzazione e i suoi oppositori” il premio Nobel Joseph Stiglitz diventa il punto di riferimento di quel movimento che allora si chiamava no-global e che, col senno di poi, era la versione di sinistra degli attuali sovranisti. Già allora Stiglitz spiegava perché la globalizzazione era ”insostenibile”: anche se i benefici per i Paesi nel loro complesso erano evidenti, i costi all’interno erano distribuiti in modo diseguale. Considerare il malcontento materia da psichiatri invece che da economisti e politici ha generato disastri. Einaudi pubblica ora una versione aggiornata ed espansa di quel libro, con un sottotitolo eloquente: “Antiglobalizzazione dell’era di Trump”. La tesi di Stiglitz è che dopo Trump niente sarà più lo stesso: gli Stati Uniti non sono più il partner affidabile del passato, ma una controparte aggressiva di Paesi troppo deboli per opporsi e quel simulacro di Stato di diritto internazionale che si reggeva sul Wto e altre fragili istituzioni è definitivamente crollato.

 

È ora di scegliere tra due idee opposte di Europa

Durante la crisi l’Unione europea ha dato prova di grande attivismo. Incalzati dalle emergenze che si susseguivano, i dirigenti europei hanno varato provvedimenti volti nelle intenzioni a rafforzare l’Unione. Riforme a volte incomplete, non sempre coerenti tra loro, e spesso contrarie alla logica economica. Esse hanno tuttavia provato che se esiste la volontà politica l’architettura istituzionale dell’Unione può essere riformata piuttosto rapidamente.

Ora che l’economia si avvia sul cammino della ripresa, è più che mai necessario rimettere mano alla governance della zona euro, per assicurarsi che quando la prossima crisi colpirà siano in campo gli strumenti necessari per evitare divergenze e tensioni insostenibili.

Nel dibattito emergono due visioni opposte. La prima, che ha dominato anche durante la crisi, si basa sulla convinzione che l’Unione è capace di assorbire gli choc solo se i rischi macroeconomici sono ridotti in ogni Paese membro attraverso riforme e disciplina fiscale, che consentano alle forze di mercato di operare liberamente per portare alla convergenza con i partner. La seconda visione ritiene che, per quanto in profondità si possa riformare l’economia, è velleitario immaginare che gli shock asimmetrici possano essere completamente assorbiti dai Paesi che li subiscono; occorrono quindi dei meccanismi di condivisione del rischio tra i diversi paesi, che replichino almeno in parte quelli che sono naturalmente presenti in uno Stato federale.

In linea di principio, un insieme di istituzioni che puntino ad aumentare la resilienza dei singoli Paesi e allo stesso tempo garantiscano la stabilità macroeconomica dell’Unione attraverso meccanismi di stabilizzazione condivisi, sembrerebbe l’unico cammino percorribile. Tuttavia, la concezione della politica economica che ha preso piede in Europa durante la crisi è incentrata sull’ottimalità dei meccanismi di mercato di matrice neoclassica, e in quanto tale non ammette la coesistenza di riduzione e condivisione del rischio. Le riforme strutturali volte a rendere i mercati più flessibili e il rispetto delle regole fiscali consentirebbero a ciascun Paese di assorbire gli choc macroeconomici con conseguenze nulle o limitate per i vicini. La condivisione del rischio sarebbe quindi ridondante. I governi tedeschi difendono proprio questa visione: qualunque meccanismo che preveda trasferimenti tra Paesi membri dovrebbe vedere la luce solo una volta che fosse garantito il rispetto delle regole da parte dei Paesi più indisciplinati, che quindi dovrebbero “mettere ordine in casa propria” prima di accedere alla solidarietà dei loro colleghi. È per questo che, per esempio, l’unione bancaria è nata monca, dotata di un meccanismo di risoluzione (cioè di gestione dei fallimenti bancari) e di una supervisione unica, ma priva dell’assicurazione dei depositi europea che sola può evitare il ripetersi di crisi bancarie.

Lo scenario più probabile è che Francia e Germania si accordino su una serie di misure che a grandi linee ricalcano la recente proposta di un gruppo di influenti economisti dei due Paesi. Un sistema cioè centrato sulla riduzione del rischio (soprattutto bancario) in ogni Paese membro, con alcuni argini che evitino contagi in caso di crisi, e un simbolico ammontare di condivisione del rischio. Le norme prudenziali sarebbero riviste in modo da penalizzare le istituzioni finanziarie che detengano montanti eccessivi di titoli sovrani di un solo Paese, come è il caso per le banche italiane (obbligate durante la crisi ad assorbire i nostri titoli del Tesoro di cui si stavano precipitosamente liberando le banche dei Paesi del Nord); solo allora si completerebbe l’unione bancaria con un’assicurazione comune dei depositi la cui copertura probabilmente sarebbe solo parziale. Il legame perverso tra Stati e banche sarebbe ulteriormente indebolito introducendo un meccanismo di ristrutturazione del debito (bail-in) che minimizzerebbe i rischi di contagio. Infine, il Meccanismo europeo di stabilità, il fondo creato in tutta fretta per gestire i piani di salvataggio durante la crisi, verrebbe trasformato in un Fondo monetario europeo destinato a soccorrere i Paesi in crisi, imponendo forti condizionalità, nel quadro di regole fiscali che sarebbero probabilmente cambiate solo marginalmente. I mercati, la cui efficienza non è messa in dubbio, sarebbero in grado di valutare correttamente il rischio di ogni paese, e di disciplinare i governi attraverso gli spread.

L’Italia avrebbe tutto da perdere da riforme improntate a questi principi. Il nostro settore bancario riuscirebbe a fatica ad assorbire premi di rischio differenziati e i rendimenti sui titoli italiani, meno appetibili di quelli degli altri paesi, schizzerebbero alle stelle minacciando la stabilità delle nostre finanze pubbliche.

Sembrerebbe più appropriata una concezione di stampo keynesiano, che affida alla mano pubblica il compito di interagire con i mercati attraverso un mix d’incentivi, regolamentazione e interventi diretti, al fine di garantire la stabilità del sistema. Alcune di queste politiche e istituzioni potrebbero essere efficacemente mantenute a livello nazionale (ad esempio attraverso regole fiscali che consentano una ritrovata autonomia della politica fiscale); altre a livello sovranazionale. Riduzione e condivisione del rischio potrebbero allora completarsi a vicenda, e la disciplina di mercato sarebbe solo uno dei molti meccanismi al lavoro per garantire una crescita più sostenibile e la resilienza dell’eurozona in caso di choc. Questa concezione meno fondamentalista è oggi minoritaria. Ma in economia il pendolo può oscillare rapidamente.

Arezzo, bancarotta: la sentenza slitta a settembre

La sentenza del gup di Arezzo sulla bancarotta di banca Etruria slitta a settembre: non ci sono più i tempi per il verdetto entro luglio. È il senso dell’udienza nella quale l’ex direttore generale Luca Bronchi, uno dei quattro imputati che ha optato per il rito abbreviato, ha affrontato il tema della sua difesa quello della liquidazione da 1,2 milioni (700 mila euro netti) che la banca gli concesse dopo la rottura del rapporto con l’ultimo presidente Lorenzo Rosi e il Cda. Per l’accusa è bancarotta per distrazione, perchè quei soldi non dovevano essere pagati. Siamo nel marzo 2016, agli albori dell’inchiesta, con l’iscrizione nel registro degli indagati di tutto il cda dell’epoca, di Rosi e dello stesso Bronchi. Il gup corresse poi parzialmente il tiro, una parte della liquidazione (300 mila euro) era legittima, ma tutto il resto era una distrazione da bancarotta per la quale dispose il sequestro dei 400 mila euro residui. La responsabilità, però, non era del Cda ma solo di Rosi e Bronchi.