Amianto, 6 mila vittime nel 2017. In Italia 40 milioni di tonnellate

Le morti per amianto continuano ad aumentare: nel 2017 sono state 6.000 a causa dei lunghi tempi di latenza delle malattie provocate dalle sottilissime particelle liberate dal minerale, largamente utilizzato fino agli anni ’80. Mentre i decessi sono destinati a raggiungere il picco intorno al 2030, sono ancora 40 milioni le tonnellate di amianto da bonificare. È quanto emerge dal “Libro Bianco delle morti di amianto in Italia”, dell’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona). “Propongo una cabina di regia unica sull’amianto. Servono risposte: sulla mappatura, sul monitoraggio, sulle bonifiche, sulla ricerca”, commenta il ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

Tra le malattie da amianto, la più comune è il tumore del polmone, responsabile di 3.600 delle 6.000 morti del 2017, seguita dal mesotelioma (1.800) e asbestosi (600). Per il presidente dell’Ona, Ezio Bonanni, “nei prossimi 10 anni potrebbe portare a più di 60.000 morti”.

 

Dazi, Trump minaccia la Cina con altri 200 miliardi. Borse giù

Donald Trump lancia un nuovo affondo al Made in China: nel mirino ci sono 200 miliardi di dollari di prodotti, che si aggiungono ai 50 dei nei giorni scorsi e che potrebbero salire a un totale di 450, l’89% dell’import americano dalla Cina nel 2017 se Pechino dovesse reagire. La Cina ha bollato come “ricatto” quello di Trump e le Borse mondiali sono affondate. Le piazze finanziarie asiatiche hanno chiuso in profondo rosso, con Shanghai che ha perso il 3,03%. In territorio negativo anche l’Europa, che comunque ha contenuto le perdite. Non si è salvata neanche Wall Street, con il Dow Jones che ha bruciato tutti i guadagni del 2018.

La minaccia americana di nuovi dazi contro la Cina è arrivata nel giorno della nuova visita – la terza in tre mesi – del leader nordcoreano Kim Jong-un a Pechino per incontrare il presidente Xi Jinping. Una visita inattesa che rischia di alimentare i sospetti di Trump proprio sul ruolo di Xi nelle trattative fra Washington e Pyongyang: la Cina è infatti da un lato il maggiore partner commerciale degli Stati Uniti e dall’altro l’attore più importante su cui Trump può contare per la campagna di massima pressione su Kim per l’abbandono dell’arsenale nucleare. “Quella fra Stati Uniti e Cina è solo una disputa commerciale, niente di più”, ha tagliato corto Peter Navarro, il consigliere commerciale di Trump, definendo il piano di dazi del presidente “coraggioso” e “visionario”. Le trattative con Pechino, ha spiegato, non hanno finora condotto a nulla in termini di riduzione degli squilibri e di protezione della proprietà intellettuale: “La Cina ha da perdere molto più di noi in questa partita, comunque restiamo disponibili a trattare”. Trump ha ordinato al Dipartimento del Commercio di individuare i prodotti cinesi che potrebbero essere colpiti da nuove tariffe del 10%. “Le ultime azioni della Cina indicano chiaramente la sua determinazione a svantaggiare in maniera permanente e ingiusta gli Stati Uniti. Questo è inaccettabile”, ha tuonato il presidente americano senza risparmiare critiche anche a Canada e Messico, con i quali gli Usa sono impegnati a rivedere l’accordo di libero scambio del Nafta.

Etruria e il patto occulto tra Corriere e Repubblica

Un accordo segreto tra i due maggiori quotidiani italiani. Un intreccio tra potere, affari e grandi giornali, che ha tra i suoi protagonisti la massoneria toscana, con la sua banca di riferimento, Banca Etruria. E’ ricostruendo la storia di quest’ultima, che un collettivo di giornalisti d’inchiesta che si firma con lo pseudonimo di Lucio Giunio Bruto, svela al grande pubblico, nel libro “La Banda Etruria”, maneggi e accordi di cui sui giornali non si è parlato.

Di Banca Etruria sono note soprattutto le vicende del crack da un miliardo del 2015, con i risparmiatori truffati e i conflitti d’interesse della ministra aretina del governo Renzi, Maria Elena Boschi, che si interessava delle sorti della banca dissetata mentre il padre Pierluigi ne era amministratore e vicepresidente. Meno noto è il fatto che Etruria sia stata la banca di riferimento della loggia P2, la consorteria criminale guidata da Licio Gelli, sul cui conto corrente affluivano le quote degli affiliati. Ed è tra le carte sequestrate a Gelli nel 1981 dai magistrati di Milano, che gli autori hanno scovato lo strano documento che riguarda Eugenio Scalfari, fondatore con Carlo Caracciolo del gruppo che edita L’Espresso e la Repubblica, giornale di cui Scalfari è stato per 20 anni direttore ed è tutt’ora editorialista. Il documento, datato 5 luglio 1979 ha per titolo “Accordo gruppo Rizzoli-Caracciolo/Scalfari”. In pratica, un’intesa tra i due principali quotidiani italiani (l’altro è il Corriere), da sempre antagonisti e con linee politiche diverse, della cui concorrenza dovrebbe beneficiare il pluralismo dell’informazione. Vi si legge che i due gruppi concordano di realizzare “operazioni di acquisizione di testate locali”; che agiranno insieme “nella risoluzione dei problemi particolari dell’industria giornalistica, quali la sistemazione di alcune grandi testate”; metteranno in atto “la più stretta collaborazione nella risoluzione dei nodi strutturali del settore ed in particolare su alcuni temi di fondo quali la legge sull’editoria, il rapporto con le televisioni, il problema della distribuzione, le politiche federative, le politiche dei prezzi”. Per la Rizzoli l’accordo è sottoscritto dai due piduisti Angelo Rizzoli, editore, e Brunio Tassan Din, direttore generale.

Sentito il 13 maggio 1981 dai giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo, Scalfari confermerà gli incontri con Rizzoli e Tassan Din e la firma dell’accordo, a Roma, nella sede Rizzoli. Dichiarando però di non sapere come i documenti fossero finiti in possesso di Licio Gelli. Il radicale Massimo Teodori, della Comissione parlamentare sulla P2 ha scritto: “La pressione della P2 aumentava nel settore della stampa con l’intento non solo di controllare completamente il gruppo Rizzoli, ma anche di allargare il sistema delle alleanze sulla base di tregue e di spartizioni monopolistiche. La singolarità del patto sta nell’accordo per un terreno segreto di trattativa e di alleanza. Se si era sentita la necessità di mantenere il patto segreto, è ipotizzabile che l’accordo economico fra i due gruppi riflettesse un’intesa politica più sostanziale”.

La prima firma sull’accordo è di quello stesso Scalfari che anni dopo celebrerà il premier Renzi, al punto da paragonarlo a Giovanni Giolitti. E Repubblica è lo stesso giornale (poi andato a nozze con la Stampa del gruppo Fca) che l’editore Carlo De Benedetti schiererà a favore della riforma costituzionale renziano-berlusconiana. Un tentativo di rafforzare l’esecutivo e diminuire il controllo democratico dal basso, che appare, insieme a un più stretto controllo della stampa, soprattutto quella locale, tra i punti del “Piano di rinascita democratica”, il progetto politico di Gelli.

Lavoro sempre più precario: il fenomeno dei mini contratti

Mese dopo mese il mercato del lavoro è sempre più precario. Trend confermato dai dati trimestrali della “Nota congiunta sulle tendenze dell’occupazione” a cura di Istat, Inps e Inaill diffusa ieri.

Rispetto allo stesso periodo del 2017, i numeri del primo trimestre 2018 mostrano una lieve crescita dell’occupazione trainata da una domanda delle imprese che si rivolge nel 94% dei casi a posizioni a termine: 492 mila su 522 mila posti di lavoro creati. Guardando ai lavoratori, la distribuzione della nuova occupazione per classe di età conferma quanto visto in questi anni: l’aumento dell’occupazione si concentra tra chi ha più di 50 anni. Sono ancora gli occupati nella fascia 35-49 anni a subire una ingente riduzione, pari a 227 mila unità in un anno, che non sembra bilanciata da un aumento dei disoccupati o degli inattivi e neppure da un drastico calo anagrafico, cioè degli individui in quella classe di età, visto che questo genere di variazioni sono già scontate dalle elaborazioni dell’Istat. Una spiegazione potrebbe venire dal fattore emigrazione, che ha raggiunto negli ultimi anni livelli simili al dopoguerra. Leggendo i dati lungo la distribuzione per genere, invece, emerge un aumento per entrambe le componenti di cui quello femminile è il più marcato. Non è un caso, visto che storicamente le donne ricoprono posizioni di lavoro meno stabili e più precarie.

Ulteriori dettagli arrivano dai dati Inps sulla distribuzione della nuova occupazione in base alla dimensione delle imprese che assumono: sono quelle piccole, fino a 9 dipendenti, a creare più lavoro in questo periodo (rappresentano il 41% dei posti creati, mentre le grandi imprese oltre i 50 dipendenti si fermano al 33%). Anche questa non è una sorpresa considerando che in Italia il 90% delle imprese dichiara non più di cinque dipendenti. Il dato peggiore arriva dalla distribuzione per settori economici, curata invece dall’Istat: alla fine del primo trimestre 2018, l’occupazione dipendente si distribuisce per il 71% dei casi nei servizi, il resto nell’industria (8,2 contro 4,4 milioni di occupati). È un campanello d’allarme per il sistema economico dal momento che metà degli occupati lavora in servizi di scarsa produttività come commercio e grande distribuzione, logistica e servizi di alloggio e ristorazione. Un trend da Paese che si sta deindustrializzando senza che la perdita di posti di lavoro nell’industria venga compensato da lavori ad alto contenuto di innovazione.

Oggi la questione più urgente è però un’altra e riguarda le 338 mila persone occupate in somministrazione, cioè il lavoro in affitto gestito dalle agenzie interinali. Un meccanismo con cui le imprese risparmiano sui costi ed esternalizzano le proprie relazioni industriali, i cui numeri sono in crescita: i lavoratori “somminisitrati” sono aumentati del 23,4% in un solo anno. Un fenomeno che segmenta ulteriormente un mercato dove il lavoro sembra sempre più considerato come un fattore usa e getta. Calcolando la durata dei rapporti di lavoro in somministrazione (informazione che non c’è nella nota ma rintracciabile nei dati del Ministero del Lavoro), si scopre che nel 76% dei casi i contratti non durano più di un mese, addirittura meno di due giorni nel 32% dei casi. Una fotografia simile ma meno impietosa riguarda i rapporti di lavoro a termine in generale, che nel 36% dei casi non durano più di un mese e solo nel 22% dei casi vanno oltre l’anno.

Questi numeri mostrano che le imprese italiane, scarsamente produttive, provano a gestire la debole ripresa risparmiando sul costo del lavoro, che si riflette sull’aumento della precarietà. A questo fenomeno dei mini contratti sembra essere incollata la discussione aperta al Ministero del Lavoro nel decreto dignità sul ripristino delle causali per motivare il ricorso ai lavoratori a termine. Se da un alto è vero che la reintroduzione della causale potrebbe ridurre la possibilità di ricorrere a contratti brevissimi, servirà intervenire anche per evitare che le imprese aggirino l’ostacolo ricorrendo alla somminsitrazione, dove i contratti godono di diverse deroghe rispetto a quelli tradizioni.

Conti sempre più in agonia. Le aziende del calcio sono in eterno fuorigioco

E se il calcio italiano, oggi grande assente ai Mondiali la vetrina più importante del football globale, non fosse altro che una straordinaria metafora del sistema Paese? Una sorta di specchio fedele dei vizi e delle virtù dell’italica patria? In fondo è lo sport più popolare per antonomasia, catalizza passioni se non fedi calcistiche. Ma è nei suoi risultati economico-finanziari, nei suoi conti, che le similitudini con le gioie e le disgrazie della Repubblica si fanno calzanti. Ricco e sfavillante nei suoi ingaggi e nelle sue finanze private, gracile nei suoi conti pubblici.

Che il calcio sia affare ricco per i suoi protagonisti che scendono in campo ogni domenica è indubbio. Così come è un fatto che i conti privati delle famiglie italiane brillino di ricchezza, sicuramente in parte nascosta e mal distribuita, ma presente. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane veleggia da anni attorno ai 4mila miliardi. Il doppio del debito pubblico italiano. Soldi investiti in conti correnti, Btp, azioni, fondi comuni, polizze. Ricchezza cumulata dalle generazioni e tenuta lì come un tesoretto capitalizzato per l’avvenire. Con nonni e capifamiglia che con quel tesoretto sostengono la generazione dei millennials, precaria nel lavoro e precaria nell’esistenza.

Come non pensare agli stipendi dei calciatori. Stipendi dorati che insieme ai costi vari finiscono per valere tutto il monte ricavi del calcio professionistico italiano. L’ultimo rapporto Pwc Arel sul pianeta calcio ci dice proprio questo. Nell’ultima stagione 2016-2017 il calcio professionistico italiano (Serie A, B, Lega Pro) ha avuto un giro d’affari di 3,2 miliardi di euro, tutti mangiati dai costi che si sono attestati a 3,35 miliardi. Se fosse un’industria come un’altra peccherebbe e molto in efficienza. Da anni il calcio nel suo insieme produce solo perdite. I costi finiscono puntualmente per superare i ricavi, complice il forte peso degli stipendi dei calciatori. Negli ultimi 5 anni il calcio professionistico ha cumulato perdite per quasi 1,7 miliardi. Con perdite attestatesi mediamente a un valore medio annuo che pesa per il 10% dei ricavi. Ogni 100 euro prodotte il calcio ne brucia 10. Un’industria che produce costantemente deficit. Un po’ come la Repubblica che finisce ogni anno in perdita per quei 70 miliardi che costa la spesa per interessi sul debito. Già il debito. È proprio qui che la similitudine con i conti pubblici italiani si fa calzante. I debiti del calcio superano costantemente i ricavi. Un po’ come quel rapporto debito/Pil che affanna da sempre l’Italia. L’anno scorso i debiti cumulati del calcio sono saliti a quota 4 miliardi. Valgono il 120% dei totale dei ricavi aggregati. Pesano sul conto economico per la spesa sugli interessi come accade per i conti pubblici italiani. Anche qui la similitudine è imbarazzante. I conti pubblici italiani da anni chiudono con un avanzo primario (rapporto tra entrate e uscite) positivo, ma vanno in rosso per la spesa per interessi che vale 70 miliardi. Ebbene per il calcio funziona uguale. Tra entrate e uscite ordinarie il saldo è stato positivo nell’ultima stagione per 39 milioni di euro. Ma poi vanno sottratti gli interessi sul debito costati ben 95 milioni di euro e voilà il risultato di bilancio finisce in deficit. Quel debito è come un’ipoteca sul futuro. Vale per la Repubblica, vale per il calcio.

Altra costante è il livello di sottocapitalizzazione della pelota italica. Un po’ come il livello di scarsa patrimonializzazione che connota il sistema industriale italiano. Ebbene a fronte di 4 miliardi di debiti totali, il capitale che li sostiene è solo di 358 milioni. Meno del 10%. Con un livello di rapporto debito equity che assomiglia alla struttura patrimoniale di molte pmi italiane, dove l’imprenditore mette capitale di rischio per 10 e si indebita per 90. Tra l’altro c’è stato nell’ultima stagione un forte miglioramento della struttura finanziaria. Ci sono stati anni passati in cui il capitale delle società calcistiche pesava tra il 2 e il 5% del passivo. Capitalismo calcistico senza capitali verrebbe da dire. Un vizietto mutuato evidentemente dalla struttura finanziaria di molte imprese che vanno a leva finanziaria in modo dissennato attingendo a piene mani al debito bancario. Il calcio italiano sotto il profilo finanziario non ci fa una bella figura. Debiti che valgono il 120% del giro d’affari. Capitale tenuto ai minimi termini e costi totali che finiscono per mangiarsi tutti i ricavi producendo ogni anno che passa solo perdite.

Il confronto con altri paesi è impietoso. Mentre la nostra serie A chiude in perdita costante da anni, le serie maggiori tedesche e spagnole grondano profitti ogni stagione (ad esempio la Serie A inglese ha chiuso con un miliardo di sterline di utili). Non solo ma a livello di struttura patrimoniale il calcio degli altri Stati non ha il livello di sotto-patrimonializzazione che connota l’Italia. Mentre come abbiamo visto il calcio italico vanta capitale su debiti che non va oltre (quando va bene) il 10%, il calcio degli altri non lesina risorse proprie. Il calcio tedesco ha capitale che vale il 40% del passivo. In Spagna le società hanno patrimonio al 25% delle passività e in Inghilterra il patrimonio dei club vale il 36% del bilancio. Anni luce lontani dal mesto calcio italico scoppiettante quanto a immagine e campioni, gracile quanto a debiti, perdite à go-go e capitali che mancano costantemente all’appello.

Le porte un po’ troppo girevoli del Tesoro

Dalla segreteria tecnica del ministro dell’Economia a un fondo americano che si occupa di medie imprese ma anche di titoli di Stato italiani: Fabrizio Pagani lascia il Tesoro e passa al fondo di investimento Muzinich. Tutto normale? Per la legge italiana sembra di sì. In America queste si chiamano revolving door, porte girevoli, e vengono regolate per evitare che l’attività di un pubblico ufficiale possa essere influenzata dalla prospettiva di fare favori oggi per monetizzarli domani, a incarico cessato. In Italia è tutto lecito. Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, due ex ministri del Tesoro, oggi lavorano con banche d’affari che con il Tesoro fanno molti affari, Morgan Stanley e Jp Morgan.

Pagani, 51 anni, è arrivato in quota Enrico Letta nel 2013, in questi anni è stato pagato dall’Ocse, il centro studi di Parigi di cui è rimasto dipendente. Per il ministero ha lavorato gratis, se si esclude il gettone da consigliere Eni (130.000 euro all’anno) che non era obbligato a restituire, visto che non è mai stato dipendente del Tesoro.

Ora Pagani potrà portare il suo capitale di relazioni e conoscenze al fondo Muzinich. E al posto di direttore generale del ministero, cui ambiva anche lo stesso Pagani, potrebbe arrivare Antonio Guglielmi da Mediobanca, vulcanico analista molto stimato dai Cinque Stelle. Anche qui: tutto normale e tutto lecito. Ma forse sarebbe ora di preoccuparsi di normare i passaggi dal settore privato al pubblico e viceversa anche e soprattutto per queste posizioni. Il conflitto di interessi non c’è soltanto per i politici e per i ministri che, almeno sulla carta, non possono passare subito ad aziende del settore di cui si occupavano (vincolo poco efficace, Gianni De Gennaro è passato dal fare il sottosegretario all’Intelligence a Finmeccanica, Lapo Pistelli dal ministero degli Esteri all’Eni ecc.). Anche per prevenire altri casi come quello Lanzalone-stadio della Roma.

Intelligenza artificiale: folle corsa per risolvere un dilemma etico

In Estonia è legale testare le auto che si guidano da sole in strada. La nazione più digitalizzata al mondo punta aprovarne tra le 3 mila e le 5 mila l’anno prossimo. “Qui – spiega Marten Kaevats, biondo ragazzone di 33 anni con gli occhiali da sole in testa e un completo con le toppe ai gomiti, che è consigliere del primo ministro per il digitale ma anche responsabile dei progetti di Intelligenza Artificiale – stiamo avviando una task force che si occupi della cosiddetta ‘responsabilità dell’algoritmo’”. Il concetto è il seguente: quando si sperimenta un prototipo, una innovazione tecnologica, qualcosa può andare storto. E quando quel qualcosa va storto, la responsabilità ricade sull’azienda che sta effettuando la sperimentazione. Con il rischio, secondo chi teorizza la “responsabilità dell’algoritmo”, che l’evoluzione tecnologica si areni per il timore del danno.

Ad esempio è stato svelato che l’incidente di Uber (una donna investita da una delle auto in test per la guida autonoma) era dipeso da un cosiddetto “falso positivo”: i sensori dell’auto avevano rilevato la presenza di qualcosa, ma avevano deciso di ignorarla forse scambiandola per un ostacolo non rilevante come una busta di plastica. “Per le auto – spiega Kaevats – di solito i governi intervengono modificando le leggi stradali. Noi non vogliamo risolvere il problema della responsabilità in ogni singolo settore ma a livello generale. È una questione filosofica, morale, etica”.

Non solo posti di lavoro, quindi. Se le auto a guida autonoma sono troppo poco umane, c’è anche il problema opposto: a inizio maggio, alla conferenza degli sviluppatori di Google è stato presentato Duplex, una evoluzione dell’assistente vocale di Mountain View in grado di telefonare con una voce fin troppo umana. Riproduceva esitazioni, mugugni, battutine di spirito, intercalari. Aveva prenotato un tavolo al ristorante e una pedicure. Docenti universitari, opinionisti, analisti, si erano indignati. “Orripilante – aveva twittato Zeynep Tufekci, professoressa alla University of North Carolina studiosa dell’impatto delle tecnologie sulla società – Google Assistant che fa telefonate fingendo di essere umano e non dicendo di essere un bot… La Silicon Valley è eticamente persa, alla deriva”. Il confine tra intelligenza artificiale e umanità si assottiglia: che l’innovazione di Google&C. rischi di arenarsi proprio sul tema etico?

In gioco c’è molto. Secondo BoAML Research (della banca d’investimento Bank of America Merrill Lynch), data la grande quantità di informazioni digitali globali acquisite in volumi sempre crescenti – il 90% di tutti i dati digitali è stato creato negli ultimi due anni – ci sono enormi opportunità di mercato per l’Intelligenza artificiale e si dovrebbero raggiungere 127 miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 3,6 miliardi nel 2016. L’anno scorso, 12 miliardi di dollari sono stati investiti su hardware, software e servizi focalizzati sull’Intelligenza artificiale, una cifra che potrebbe raggiungere quasi 60 miliardi di dollari entro il 2021. I big della tecnologia, poi, da Google ad Apple, Facebook, Twitter, Intel e Microsoft hanno acquisito dal 2012 oltre 250 aziende private che utilizzano algoritmi per l’Intelligenza artificiale, 37 solo nel primo trimestre del 2017. Inoltre, a fine aprile la Commissione europea ha presentato una serie di misure per promuovere ricerca e sviluppo: 2 miliardi di euro entro il 2020 per favorire un investimento da parte dei settori pubblico e privato di almeno 20 miliardi di euro.

Inoltre, la Commissione europea ha nominato 52 persone – 30 uomini e 22 donne – selezionate da un pool di 500 esperti di Bosch, Bmw, Bayer e Axa e ricercatori di Google, Ibm, Nokia, Zalando e Santander per l’High level group on artificial intelligence (Hlg AI) per un gruppo di esperti di alto livello che si riunirà per la prima volta il 27 giugno e che dovrà formulare le linee guida etiche sull’uso dell’AI e le raccomandazioni sui principi da seguire nello sviluppo di questa tecnologia. Quattro gli italiani: Stefano Quintarelli, ex parlamentare e presidente del comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia digitale, Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell’informazione a Oxford, Andrea Renda, ricercatore del Ceps esperto di innovazione digitale, e la ricercatrice dell’Ibm sull’intelligenza artificiale Francesca Rossi, docente in congedo dell’Università di Padova.

Sul tema, non c’è solo la questione della responsabilità. L’altra sfida fondamentale sarà lottare per rendere gli algoritmi trasparenti, permettere a chiunque di capire come funzionano: come spiega l’accademico e data scientist di Microsoft, Miguel González-Fierro in un suo paper dal titolo Le dieci questioni etiche dell’Intelligenza artificiale e i robot, gli algoritmi elaborano i loro risultati sulla base della qualità dei dati che vengono utilizzati per addestrare e far funzionare il software. Software a cui vengono affidati incarichi spesso delicati, proprio in virtù della loro presunta oggettività, dalla selezione del personale alla elaborazione di turni. Il rischio, spiega Fierro, è che i dati siano intrisi degli stessi pregiudizi umani e che dovrebbero invece essere in grado di superare.

“Quando programmiamo questi algoritmi, dobbiamo essere consapevoli dei loro limiti, trasparenti con gli utenti, spiegando come funziona l’algoritmo”. Nella speranza che qualcuno sia in grado di capirlo.

Human Technopole, finalmente arriva il nuovo direttore

Ora sì che è ufficiale: il nuovo direttore dello Human Technopole, il centro di ricerca voluto dal governo Renzi sulle aree dell’Expo di Milano, è Iain Mattaj, biochimico scozzese attualmente dg dello European Molecular Biology Laboratory (EMBL) di Heidelberg in Germania con mandato in scadenza. La nomina di Mattaj ai vertici dello HT ha costituito un giallo nei mesi scorsi: più volte annunciata dai giornaloni italiani e dallo stesso HT il 17 febbraio 2018 – ”individuato il nuovo direttore dello HT” recitava un comunicato stampa – era sempre stata smentita dallo stesso Mattaj: era tra i candidati alla posizione, ma al tempo non aveva ricevuto alcuna offerta ufficiale, come aveva spiegato al Fatto. In una email interna ad Embl di ieri che il Fatto ha potuto visionare, Mattaj scrive che si insidierà allo HT il 1 gennaio 2019. “Dato che HT è un istituto nuovo, è presto per dire che tipo di ricerca verrà condotta,” scrive. “Ma spero di mantenere stretti contatti personali e istituzionali con Embl così da favorire il trasferimento del clima internazionale e dell’eccellenza durante la fase di costruzione dello HT,” si legge.

Al via gli esami di maturità: ammesso il 96% degli studenti

Maturità, si parte. Oggi, con la prova di italiano, iniziano gli esami per oltre 500 mila studenti. Ieri il ministero dell’Istruzione ha diffuso i primi dati: 12.865 le commissioni coinvolte, per un totale di 25.606 classi. I candidati iscritti sono 509.307, di cui 492.698 interni. Nel complesso positive le percentuali di studenti ammessi che sono il 96%. Brilla, fra le regioni, la Basilicata al 97% mentre a fare da fanalino di coda è la Sardegna con il 91%.

Ovviamente è confermato il divieto tassativo per i candidati di utilizzare cellulari, smartphone, pc e qualsiasi altra apparecchiatura elettronica (si pensi agli smartwatch) che sia in grado di collegarsi a internet o di riprodurre file e immagini. Incluse le calcolatrici scientifiche presenti sulla lista del ministero. I test proseguiranno giovedì 21 con la seconda prova e lunedì 25 con la terza. Il ministro dell’Istruzione sarà nelle zone delle Marche colpite dal terremoto.

“Una misura ingiusta e indiscriminata”

“Il bonus cultura, così come è stato finora, è propagandistico, una scelta politica senza reale utilità culturale”: Tomaso Montanari è uno storico dell’arte e presidente di Libertà e Giustizia.

Quali sono i problemi dei 500 euro dati ai neodiciottenni?

È una misura ingiusta perché dà lo stesso contributo, a pioggia, sia al figlio di un multimiliardario che a quello di un operaio. Anacronistico se si considera che siamo in un Paese di forti disuguaglianze sociali.

C’è poi la questione legata al fatto che possano essere spesi tanto per i musei che per i concerti.

È assurdo pensare di mettere sullo stesso piano una visita agli Uffizi di Firenze con un film di Vanzina, un concerto di musica di De André con quello di un neomelodico napoletano. Poi c’è il problema legato al tipo di mercato.

Cioè?

Questi 500 euro sono un sostegno a un mercato culturale che è libero e che come tale non si capisce perché debba godere di un aiuto di Stato. Esiste oltretutto uno stato, un sistema pubblico, che è a sua volta produttore di cultura e sul quale si potrebbe investire di più.

In che modo?

Con i soldi che hanno finanziato il bonus cultura si sarebbe potuta garantire l’entrata gratuita ai musei italiani pubblici e creare tra le persone e le opere d’arte lo stesso rapporto che in Gran Bretagna.

Quale?

Se in pausa pranzo vuoi entrare al museo e ammirare un Rembrandt per dieci minuti, puoi farlo. Franceschini ha preferito promuovere le domeniche gratis, ma le immagini della ressa che si crea ogni volta mostrano come diventi impossibile godere davvero delle opere. Sfido chiunque a chiedere a un turista uscito dalla Reggia di Caserta in una domenica gratuita cosa ricordi di ciò che ha visto.

Insomma, l’idea è poter andare al museo per guardare un quadro al giorno?

Esatto. E promuovere così un dialogo diretto anche con la singola opera: è possibile solo garantendo accesso gratuito. Ovviamente si tratta di scelte. Per finanziare le domeniche gratuite, si è scelto di eliminare l’entrata gratuita per gli over 65, pensionati che ne avrebbero diritto dopo una vita di lavoro ma che, soprattutto, potrebbero accompagnare al museo i nipoti. Così è un duro colpo all’alleanza generazionale.

Non basta il bonus ad avvicinare i giovani alla cultura?

No. I musei devono essere il luogo dove i giovani possono trovare ciò che non trovano altrove, sul web, sui social o in tv. Devono essere luoghi vivi ma non nel senso di luoghi in cui organizzare sfilate di moda ed eventi mondani, bensì luoghi in cui addetti un po’ più grandi di loro (e non schiavizzati) siano in grado di parlare una lingua viva e di comunicare ragioni forti per cui amare l’arte. Quindi non lo specchio del narcisismo, bensì una finestra su un mondo che non si trova altrove.