Bonus cultura: paga solo editoria, cinema e concerti

Oltre tre milioni di buoni ritirati nel 2017 per un importo utilizzato di 105 milioni di euro. La spesa maggiore per i libri, seguita da cinema e concerti. Molto marginali musei, eventi e formazione per i quali è stato speso meno dell’1% del finanziamento: è questo il quadro del bonus cultura nel 2017, 500 euro destinati a tutti i neodiciottenni dal 2016 da spendere in attività e prodotti culturali. Dopo giorni di polemiche, petizioni e retorica di opposizione, ieri il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli ha affidato a un post di Facebook la sua seconda dichiarazione di intenti sul bonus cultura. È il gancio per cercare di fare il punto su quanto detto e circolato in questi giorni: a cosa è servito il bonus finora? In quanti ne hanno fatto uso? Aiuta davvero la cultura?

Bonisoli. “I fondi per il 2018 e per il 2019 ci sono – ha detto ieri il ministro Bonisoli integrando quanto sostenuto in una precedente intervista al Corriere – verranno riattivati ed erogati ai nati nel 2000 e nel 2001”. Una conferma che però prevederà alcune condizioni: ha parlato di inserire correttivi in modo graduale, di redigere un programma strutturale per la promozione del consumo culturale, di prevedere progetti di diffusione culturale nelle scuole con incentivi agli acquisti di prodotti e servizi culturali. Il tutto a partire dal 2020. Il dettaglio comunque ancora non c’è: dovrà lavorarci una commissione di esperti.

Problemi. Il governo dovrà comunque rimettere mano alla misura. Nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha infatti bloccato la proroga del bonus per il 2018-2019 perché manca una norma di rango primario che giustifichi l’allungamento dei tempi. Il primo bonus era stato introdotto dalla manovra del 2016, poi attuata dal Dpcm 187/2016 che prevedeva il contributo di 500 euro per chi compiva 18 anni nel 2016. Con la legge di Bilancio 2017, il bonus è stato esteso ai diciottenni dell’anno successivo con un atto di modifica del decreto 187. L’ultima legge di Bilancio, invece, si è limitata a prevedere, nelle tabelle di stanziamento delle risorse finanziarie del ministero dei Beni culturali per il 2018 e il 2019, uno spazio per rinnovare il bonus, ma secondo il Consiglio di Stato non basta: “Non è dato rinvenire alcuna previsione normativa ordinamentale che possa giustificare l’adozione dello strumento”.

Prospettive.Si prospettano quindi un nuovo atto di legge per la proroga e la creazione di un intervento che possa anche sanare la mancanza di “una misura premiale o che consideri le diverse situazioni economiche delle famiglie” ha detto Bonisoli riferendosi al fatto che il bonus sia distribuito a pioggia e non in base al reddito.

I numeri.Secondo i dati forniti dal Mibact, nel 2017, i diciottenni hanno speso circa 70 milioni di euro (su 106) per libri, ebook e audiolibri. Tredici milioni, invece, per “Musica registrata”, 11,5 milioni per i concerti, 9,2 per i biglietti del cinema. Attorno al milione, invece, quanto speso per la formazione e per teatro e danza. La spesa si è divisa in parti eque tra online e negozi fisici, Il plafond totale impegnato per i nati nel 1998 e nel 1999 è stato pari a circa 380 milioni di euro.

Le briciole. Musei, parchi archeologici ed eventi sono stati però il fanalino di coda. Per i musei, sono stati spesi 389.667 euro, per gli eventi 472.687. Nel prospetto del Mibact sulle prospettive per il 2017, a ogni modo, ci si aspettava un totale di spesa pari a circa 163 milioni di euro, quasi 58 in più rispetto a quanto effettivamente utilizzato dai ragazzi.

Mail Box

 

Il censimento altoatesino di cui nessuno parla

Da decenni, in territorio italiano, esiste un censimento etnico contro cui nessuna delle anime belle oggi in subbuglio, si è mai scagliata. Quello che in Alto Adige obbliga i residenti a una dichiarazione di appartenenza etnico/linguistica. Se ti trasferisci in Alto Adige non acquisti automaticamente i diritti costituzionali legati alla rappresentanza politica. Potrai votare per i tuoi rappresentanti in Regione (e Provincia) solo dopo quattro anni di residenza effettiva sul territorio. E dovrai, a ogni censimento decennale, effettuare una scelta di appartenenza linguistico/etnica: tedesco, ladino o italiano. Sei tunisino o cinese, del Mali o albanese? Non importa, dovrai effettuare la dichiarazione di aggregazione al gruppo linguistico/etnico che preferisci. Tale dichiarazione servirà per l’accesso proporzionale agli impieghi pubblici, per ogni tipo di sussidio, per l’assegnazione di alloggi popolari, per sostenere l’esame di bilinguismo, obbligatorio in molte circostanze.

Resteranno inoltre separati per gruppo linguistico, salvo rare eccezioni, scuole di ogni ordine e grado (dalle scuole dell’infanzia alle superiori) e anche le case di riposo. Immaginatevi che succederebbe se chiedessimo lo stesso per i rom: alloggi, scuole o case di riposo solo con la dichiarazione di appartenenza etnica! Ciò che vale per gli italiani in Alto Adige non può valere per i rom nel resto del Paese?

A scanso di equivoci, sono del parere che la separazione dei cittadini in base alla lingua o all’appartenenza etnica sia un sopruso. Ma delle due l’una: o lo è sempre o non lo è mai. L’accondiscendenza dei governi centrali – tutti – verso le bizze di un autonomismo capriccioso, blandito per salvare maggioranze sempre rachitiche e traballanti, non è meno squallida ed opportunista di quella di chi accarezza il pelo degli elettori più esasperati. I censimenti sono sacrosanti, le schedature etnico/linguistiche cozzano contro i principi della nostra Costituzione. Proprio quella per la cui modifica renziana, nel 2016, si è schierato in maggioranza l’elettorato altoatesino, collegio blindato di Maria Elena Boschi.

Giovanna Giugni

 

DIRITTO DI REPLICA

Scrivo in merito ad alcune idiozie sul mio conto scritte da Selvaggia Lucarelli nell’articolo “La7 in ginocchio dal condannato” pubblicato su Il Fatto di ieri. Idiozie aggravate da un offensivo sottotitolo redazionale che suona così: “Barra, Mughini & C. Nessuno degli opinionisti in studio dimostra alcuna conoscenza della vicenda processuale del protagonista”.

Chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare domenica sera ha visto e ascoltato che, lungi dallo stare in ginocchio innanzi a quel ceffo, mi sono azzuffato con Corona dal primo minuto della trasmissione. Siccome da decenni che faccio questo mestiere, sempre ho una serrata consuetudine con gli argomenti di cui parlo, dal primo momento gli ho lanciato che le sentenze che lo riguardano sono numerose e parlano chiaro. Cinque condanne definitive, una imminente. Magistrati che nelle loro sentenze lo descrivono come un individuo particolarmente atto a “delinquere”. Da subito io e lui ci siamo azzuffati e non ci siamo risparmiati insulti, e per quanto quello sia il suo terreno e non il mio. La Lucarelli mente alla grande quando dice che nessuno “gli ha ricordato che per quei suoi soldi nascosti” Corona è stato condannato per evasione fiscale. Questa verità talmente ovvia ed elementare l’ho pronunziata a voce piuttosto alta. Quando gli ho detto delle sue condanne per ricatto ed estorsione l’elegante Corona ha urlato un “Vai a cagare”. A quel punto sono stato sul punto di abbandonare il set. Non l’ho fatto per rispetto a Massimo Giletti, che è un mio vecchio amico.

La Lucarelli ha scritto invece: “A incalzare Corona un’Armata Brancaleone dell’opinionismo, nessuno capace di contraddirlo, nessuno con minima conoscenza della sua storia processuale. Giampiero Mughini è riuscito a farsi dileggiare per il suo aspetto e le scarse vendite dei suoi libri”. Sono affermazioni di cui ho pietà intellettuale e alle quali non replico perché mi hanno insegnato fin da piccolo che a una dama va portato rispetto. Quanto ai miei libri, davvero non è un argomento che possa andare in bocca a “un semianalfabeta” come ho definito in trasmissione il nostro non eroe. Né ad altri semianalfabeti, uomini o donne che siano.

Ps. Aggiungo un fiore da mettere all’occhiello. Mentre Corona blaterava contro la Lucarelli dicendo che “non è una giornalista” due o tre volte gli ho replicato che reputo la Lucarelli “un’ottima giornalista”. Sono stato il solo nello studio a farlo, talmente raro che un giornalista elogi un/una collega. Dubito che lo farò la prossima volta.

Giampiero Mughini

 

Caro Giampiero, mi scuso per averti inserito a torto nel gruppo misto di chi non ha tentato di arginare l’arroganza dell’ospite. E ti ringrazio per avermi difesa da alcune accuse fesse e pretestuose. Semplicemente, mi è parso che anche tu, come gli altri ospiti, avessi una scarsa conoscenza delle vicende processuali di Corona, per cui il dibattito si è spostato sul piano degli insulti, perdendo di credibilità ed efficacia. In questo modo, ahimé, anche tu che potresti e dovresti volare più alto, hai prestato il fianco a un pluricondannato che voleva solo questo. Ti avrei preferito a casa, magari a guardare la partita. Tutto qui.

Selvaggia Lucarelli

Tassazione sulla casa. Imu e Tasi: il colpo di grazia al settore immobiliare

 

Mazzata Imu e Tasi, prima puntata. Incasso previsto: siamo sui 10 miliardi di euro. Praticamente nulla se confrontati ai 2.500 miliardi di debito pubblico, a malapena servono per pagare un ottavo del conto degli interessi che ogni anno ci presentano. Il valore complessivo degli immobili in Italia è calcolato in 3,87 volte il Pil, ovvero 6.227 miliardi di euro. Il gettito di queste due patrimoniali (anche la Tasi lo è in quanto si paga un servizio il cui costo viene quantificato e si tratta di un servizio non richiesto) è quindi 20 miliardi l’anno, ovvero lo 0,32% del valore complessivo. Dal 2011 è, quindi, stato eroso il 2,24% del patrimonio. Una cosa a prima vista tutto sommato risibile, che potrebbe far tacere tutti coloro che gridano al salasso. Effetti collaterali: da quando è stata introdotta questa tassazione di quanto sono crollati i valori di mercato? Gli ottimisti come la Cgia di Mestre hanno calcolato un meno 1.200 miliardi, i pessimisti che seguono le aste giudiziarie arrivano anche a un meno 70% rispetto a quello di perizia, che già solitamente tiene conto di un settore abbondantemente depresso. Tutto questo per raccattare negli ultimi 7 anni appena 140 miseri miliardi. Faccio i miei complimenti a chi ha causato tutto questo e a chi non si è accorto che da questa innovazione chi ci ha perso di più è stato proprio il ministero delle Finanze.

Nando Centelli

 

Gentile Nando, che la casa sia considerata una sorta di bancomat dalla politica non è affatto un mistero: facile tassare chi già si conosce (8 famiglie su 10 vivono nell’immobile di proprietà) rispetto all’affannosa ricerca di chi evade (gli studi più attendibili calcolano che in Italia vengano evasi ogni anno tra i 110 e i 140 miliardi di euro). E che questo sia avvenuto nel pieno della crisi economica – iniziata nel 2007 quando le compravendite sono crollate del 15% – è noto non solo ai centri studi che snocciolano i dati, ma soprattutto ai proprietari di casa che da oltre 30 anni aspettano di vedersi tassare le case in modo più giusto aggiornando i valori catastali delle abitazioni. Ma non è solo “colpa” dell’Imu e della Tasi se i valori di mercato sono crollati. Di sicuro – per far ripartire il settore ancora fermo allo zero virgola – serve una decisa riduzione del carico fiscale, visto che le aliquote (anche se ferme da due anni) sono ai massimi consentiti. Ora il governo giallo-verde si trova a un bivio: mantenere lo status quo o cercare i correttivi. Nel contratto sottoscritto da Lega e M5S c’è il capitolo sul fisco in cui si parla di “contrarietà a misure di tassazione di tipo patrimoniale” e il proposito di “rilanciare il patrimonio edilizio esistente”.

Patrizia De Rubertis

La First Lady riluttante

L’etichetta più calzante che le hanno dato finora, è quella della “first lady riluttante”. Eppure Melania Trump, nata con il cognome di Knavs 48 anni fa in Slovenia, resta uno dei misteri più bizzarri che abbiano mai abitato la Casa Bianca.

Gli enigmi sono perlomeno due, e non di modesta portata: il primo riguarda l’impenetrabile personalità di Melania tout court, ovvero di che cosa si occupi prevalentemente il suo cervello dietro l’alterità che interpreta come un copione in ogni uscita pubblica a cui si conceda, allorché nemmeno si preoccupa di mascherare il feeling da perfetta estranea che trasuda dalla sua elegante silhouette.

Il secondo segreto di Melania è il suo posizionamento nei confronti del marito, dal momento in cui costui è riuscito nell’improbabile impresa alla quale solo lei e pochi altri fanatici all’inizio attribuivano delle chance, ovvero la conquista della presidenza degli Stati Uniti a opera di un imprenditore dalla reputazione discutibile e dai modi impresentabili. Insomma: chi è e che fa?

Questioni di non poco peso, se investono la figura femminile più in vista d’America, colei che ha raccolto l’eredità di un eccellente e al tempo stesso terrificante modello di ruolo come Michelle Obama, perfetto esemplare di donna contemporanea e dominante. Del resto, per coloro che di mestiere fanno i “first ladies’ watchers”, ovvero gli osservatori dei bioritmi della Prima Consorte, non sono tempi facili.

I bioritmi di Melania appaiono per lo più piatti: non c’è, non si sa dove sia, non partecipa, declina l’invito, opta per una visita strettamente personale, quando finalmente si sottomette a presenziare al fianco del marito, lo fa con quella sottilissima ma tenace vena di polemica, una specie astio silenziosamente consumato, che assume i connotati del suo perenne distacco, della mano sottratta alla stretta del coniuge, della risposta sussurrata che ne gela la maschera arancione, al mezzo metro di evidente lontananza, che rende sempre chiara la differenza, la non-appartenenza, perfino una non-adesione che, se non potrà mai essere dichiarata, in questo modo è perlomeno descritta.

Poco alla volta, per chi abbia voglia e tempo di seguire la gelida parabola che descrive il tempo pubblico di Melania Trump, qualcosa si comincia a intuire e si direbbe che l’etichetta a cui vada iscritto il tutto è quella di un difficile, sofferto, ma in un certo senso machiavellico “equilibrio”.

Melania, probabilmente per sua stessa indole, è concentrata nel condurre un gioco difficile: affronta con diligenza la parte che deve sostenere, ma non va mai oltre il dovuto, l’atteso, il previsto. Diventa una affascinante lacuna vivente. Che ovviamente provoca sconcerto, curiosità, interrogativi.

Non partecipa alla campagna elettorale del marito perché, pur conoscendone le doti di sfondamento, ritiene sconsigliabile la sua presa dello Studio Ovale. Non si trasferisce alla Casa Bianca nei tempi prescritti, perché sia i doveri coniugali, che quelli di rappresentanza, che i richiami dell’ambizione, non superano nella sua visione il sottile piacere dell’inscenare una crudele assenza, assaporando il gusto della scusa più solida del mondo: resto a New York per consentire al mio piccolo Barron, appena dodicenne, di concludere l’anno scolastico senza disagi. Un piccolo capolavoro, nella messaggistica per simboli. Del resto, nella nuova casa del presidente circola almeno una figura che non vede l’ora di farle ombra e di sottolineare la sua inadeguatezza al ruolo: Ivanka, l’ambiziosa first daughter, a caccia di riflettori, di opportunità, di un futuro da effettiva superstar.

Melania però declina la sfida, si apparta, si disinteressa al confronto e anche questa è una mossa di una raffinatezza piuttosto squisita, che chiama in causa altre signore della Casa Bianca che scelsero l’ombra alla luce, salvo poi, poco alla volta, rivelare caratterialità e intenzioni tutt’altro che sbiadite. Una per tutte: Laura Bush. Non sarà un caso che proprio in questi giorni la ex-first lady e quella attualmente in carica, siano salite alla ribalta con una posizione comune. La questione è quella rovente degli immigrati clandestini dal Messico e la dolente rappresentazione delle famiglie divise allorché vengono intercettate, con migliaia di bambini, anche piccolissimi, staccati senza misericordia dal contatto coi familiari.

Davanti al racconto delle gabbie piene di cuccioli, di bottigliette d’acqua e di sacchetti di patatine, Laura e Melania sono insorte insieme, compostamente ma con l’insopprimibile vibrazione materna, che diventa più forte di una cannonata: non si fa così, hanno detto, un paese civile non arriva a questo, la questione è importante, ma veder strappare un bambino ai genitori spezza il cuore di qualsiasi donna. Anche il loro. Che dunque lo dicono. E lo dice soprattutto la compagna di colui che governa la grande retata e che la sta usando come fattore di pressione per finalità squisitamente politiche.

L’enigmatica Melania, attraverso i suoi portavoce, esprime il bisogno di parlare: non è poco, perché nessuno l’aveva interrogata al riguardo, non erano attese sue prese di posizione e anzi, vista la malinconia in cui langue “Be Best”, la sua unica iniziativa ufficiale da first lady – una crociata contro il cyberbullismo a cui forse non crede granché nemmeno lei – compie un gesto che non accentua e ribadisce l’imprevedibilità del personaggio. Che ci tiene a sottolineare l’esistenza di quel margine di libertà a cui non rinuncia, al quali anzi è saldamente ancorata: sono qui, sembra dire, cammino per i corridoi di questa vecchia casa estranea, mentre fluttuano gli echi dell’ultimo scandalo che subissa mio marito, si tratti di una nuova pornostar o di un suo gesto clamorosamente ingiurioso appena commesso in un’uscita pubblica, e vivo tutto ciò come in una bolla. Però resisto, perché l’orgoglio per me è importante, perché voglio vedere cosa ci sarà dopo, voglio crescere bene mio figlio e periodicamente mi va di ricordare a tutti che non sono un bell’oggetto di arredamento. Sono una donna con una storia piuttosto straordinaria, capace di convivere coi compromessi, le ambizioni e i silenzi. Ma a cui, il giorno che il desiderio è insopprimibile, piace assumere qualche serio rischio. Parlare, ad esempio. Sentendo rimbombare le mie parole per tutto il pianeta. Perfino nelle sacre stanze del Presidente. Mica per caso sono un’ex-modella slovena che ha percorso una lunghissima strada. Imparando le regole del gioco e come controllarle. Anche io. MeToo.

Le polpette di Salvini per i cani di Pavlov. Tanto i padroni fanno festa

Storiella vecchia ma sempre valida: sul tavolo ci sono dieci panini, il padrone se ne mangia nove, e poi ammonisce i lavoratori: attenti, che il rom vi frega il panino! È un giochetto vecchio come il mondo che paga sempre e porta le classi subalterne a vedere il pericolo sotto di loro e non sopra. Eppure non ci vuole un esperto di flussi di consenso per scoprire il gioco di Salvini: una sparata feroce ed estremista, alti lai e lamentazioni di chi gli si oppone, una minima correzione di rotta per dire: lo avevate già fatto voi. Cos’ho detto di male?

Con una fava, due piccioni: si sposta l’asse del dibattito verso destra (perché non prendersela coi rom? Siamo rom, noi? No, e allora che cazzo ce ne frega?…) e al tempo stesso si fa passare chi si oppone per il vecchio un po’ bolso cane di Pavlov. Il cane di Pavlov, come al solito, ci casca con tutte le scarpe: quando leggi che quelli del Pd si vantano che loro sì avevano fermato i flussi migratori (stoppandoli in confortevoli lager libici), capisci che da lì non si esce, perché si pone un’infamia contro un’infamia e alla fine un popolo spaventato, impoverito, insicuro sul suo futuro, sceglie l’infamia peggiore perché gli sembra quella più tranchant e secca: via le Ong, schediamo i rom, i neri pussa via. La domanda da farsi è: chi riuscirà a fermare questa deriva? Chi si è inventato il daspo per i barboni (decreto Minniti, brutta fotocopia del decreto Maroni del 2008, quello delle “ordinanze creative” che dimostrò come anche i sindaci possono essere parecchio scemi)? Oppure chi oppose al grottesco “aiutiamoli a casa loro” delle destre una ridicola variante: “Aiutiamoli davvero a casa loro” (cfr, Matteo Renzi).

Insomma, sia messo a verbale che è assai difficile opporsi al salvinismo, malattia analfabeta del fascismo, se sei mesi fa si dicevano – con altri toni e vestiti meglio – più o meno le stesse cose. E questo riguarda chi sta in basso, cioè, i capri espiatori, variabili e numerosi, da additare al proprio pubblico plaudente: sei pagato tre euro l’ora, licenziabile a piacere, demansionabile, sfruttabile fino all’osso, ricattabile, umiliabile, ma lasci che qualcuno indirizzi la tua rabbia verso chi sta peggio e non verso chi sta meglio e ti sta derubando. Ti incazzi con un poveraccio che ruba un po’ di rame e ti dimentichi di quello che si è messo in tasca 600.000 euro in una notte grazie a una dritta di Renzi sulle banche popolari. Un classico.

Grazie alle sue armi di distrazione di massa, e al cane di Pavlov che ci casca con tutta la ciotola di crocchini, di Matteo Salvini si finisce a guardare soltanto la vena nazional-manganellista, decisamente schifosa, ma che è solo una delle due fasi. L’altra fase, mentre si picchiano gli ultimi, è lisciare il pelo ai penultimi. L’ovazione ricevuta da Confcommercio, per esempio, chiosava un discorso di Salvini articolato come un semplice sillogismo. Uno: niente limite ai contanti. Due: via l’Imu per i negozi sfitti. Risultato dell’equazione: si affitteranno negozi in nero (contanti); negozi che ufficialmente risulteranno sfitti (quindi esentasse): questo sì che è un regalone, mica due detrazioni piazzate qui e là. E ancora una volta il piccolo Scelba lumbard potrà dire: cos’ho detto di male? Il tetto ai contanti non lo avevate alzato anche voi? Scacco matto.

Finché si starà a questo gioco, Salvini avrà davanti un’autostrada (senza autovelox) e chi non è d’accordo verrà ridicolizzato (compresi quelli che già si sono molto ridicolizzati da soli, travestendo da “gauchiste” politiche da destra liberale) oppure mangiato lentamente (una forza con 32 per cento che si fa comandare a bacchetta da uno col 17). Il cane di Pavlov abbaia, gli altri tutti contenti: il rom non gli ruberà più l’unico panino gentilmente lasciato sul tavolo dal padrone, contento come un agrario nel ’22.

Ruspe e razzismo da debellare con l’integrazione

Quando tutti perdono la testa, mantenere la calma diventa un obbligo. Così mentre ci si accapiglia per una frase oggettivamente razzista del ministro dell’Interno, Matteo Salvini (“i rom italiani purtroppo non possono essere espulsi”), è il caso di chiedersi cosa si può e si deve fare per risolvere la situazione di quasi totale illegalità in cui versano decine di campi nomadi. Consolarsi col fatto che i rom rappresentano meno dell’uno per cento della popolazione italiana e che solo una piccola percentuale di loro delinque non è una risposta alle paure dei cittadini. E non serve nemmeno per garantire un’istruzione e una vita adeguata ai figli di chi vive nelle baraccopoli.

Quello che bisogna invece fare è combattere e reprimere ogni illegalità da chiunque commessa (indipendentemente da etnia o religione) offrendo contemporaneamente a tutti una via per rientrare nel convivere civile. La prima gamba di questa strategia deve essere realizzata non al ministero dell’Interno, ma a quello della Giustizia. Come è noto, alcuni tra i più odiosi reati comuni vengono solitamente commessi sempre dalle stesse persone. Per tutte loro le pene devono essere finalmente certe ed effettive. Inoltre è necessario prendere subito atto che la riforma della custodia cautelare, approvata durante la scorsa legislatura, sta producendo gli effetti previsti nel 2014 dal procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. “Il legislatore – aveva allora detto il magistrato – deve sapere che non si potrà arrestare neppure chi compie delitti di strada, come lo scippo, il furto, fino alla rapina, a meno che uno non entri in banca col kalashnikov. Potremo applicare la carcerazione preventiva solo a chi ha precedenti condanne definitive, forse, ma agli incensurati no. Mi auguro che il Parlamento ci pensi bene, per non trovarsi costretto a tornare sui propri passi al prossimo allarme sulle città insicure o sulla criminalità diffusa”.

Quel Parlamento però non ci ha pensato. E così ha finito per gettare altra benzina sul fuoco del razzismo e dell’intolleranza. Come muoversi allora? La verità è che l’Italia ha bisogno di carceri più moderne e umane, dove la pena venga scontata per davvero e serva per riabilitare il condannato. In Germania, ad esempio, l’80 per cento dei detenuti lavora, quasi sempre all’esterno, ha molte più possibilità rispetto a noi di mantenere i rapporti con la propria famiglia, può fare attività sportive e altro. Le celle sono in genere migliori delle nostre, si studia, si progredisce, ma in carcere ci si sta. Poi c’è la seconda gamba della strategia. Quella per cui l’Unione europea ha versato all’Italia 7 miliardi di euro per il periodo 2014/2020 e che, secondo una denuncia presentata da Marcello Zuinisi dell’associazione nazione rom, sarebbero spariti nel nulla.

Sempre la Germania ci insegna infatti come i rom (nel secolo scorso prima schedati, poi perseguitati e infine barbaramente eliminati dai nazisti) possano essere perfettamente integrati. Spingendo le famiglie a vivere in case di edilizia popolare, dando come a tutti i tedeschi sussidi in caso di disoccupazione e seguendo programmi finanziati dall’Europa. Certo, fare tutto questo è più complicato che dire semplicemente: usiamo la ruspa e sgomberiamo i campi, senza poi sapere dove mandare decine di migliaia di persone. Ma se questo governo vuole davvero dedicarsi al cambiamento e non alla propaganda (per giunta odiosa) deve smettere di parlare e cominciare a fare.

“Mandrakata di James”. “Meglio di totò-truffa”

 

Caro Antonio Padellaro, intanto chiamare, nel tuo articolo del 15 scorso, “Caro Pallotta” un presidente che non c’è mai e non si sa quanti soldi ci metta, mi sembra imbarazzante per un tifoso informato dei fatti. Lo avevi sconsigliato di costruire un nuovo Stadio a Tor di Valle perché si sarebbe trovato contro le Soprintendenze e poi, “superate quelle forche caudine (…), la miriade di enti e associazioni preposti alla giusta tutela di questo o quello”. Tesi, via, un po’ inadeguata al tuo livello, ripresa giorni fa anche da Paolo Conti sul Corriere della Sera evocando terroristicamente “il Signor NO” Adriano La Regina al quale la città deve scavi fondamentali, il restauro dei Fori e quello strutturale del Colosseo, almeno tre Musei archeologici formidabili (Palazzo Altemps, ex Collegio Massimo, Crypta Balbi) e molto altro. Inoltre non puoi togliere alla “miriade di enti e associazioni” la bandiera dell’opposizione vincente al nuovo Stadio, non dell’AS Roma bensì di Mr. Pallotta, per attribuirla a Caltagirone e al suo Il Messaggero, avverso al nuovo Stadio perché fuori dall’affare-Parnasi. Oltre tutto il giornale non è più quello dove scrivevano Gianfranco Amendola, Italo Insolera, Vezio De Lucia, Alfonso Testa, ed è pure meno radicato. “Tor di Valle allo stato attuale appare una operazione speculativa, ci troviamo di fronte a un progetto che prevede 1 milione di metri cubi di cemento di cui solo il 14 per cento è stadio”. Parole della consigliera di opposizione Virginia Raggi. Parole sante. Ma perché in Italia non si può costruire uno stadio di calcio su terreni privati senza attaccarci dietro tanti mc residenziali e direzionali? All’estero si concede alla società sportiva di farsi lo stadio con zona commerciale. Punto. A Roma no, la sindaca Raggi cambia parere radicalmente e costringe a lasciare la Giunta l’assessore Paolo Berdini, urbanista, il quale ha detto e cantato che quella è una zona idrogeologica impraticabile (un’ansa del Tevere, con le idrovore già oggi in funzione), probabilmente archeologica, senza i collegamenti né i trasporti ai quali deve pensare, chissà perché, lo Stato, cioè noantri, a cominciare dal costoso ponte di raccordo.

Vabbè, Lotito ha proposto a suo tempo un suo stadio a Formello in piena area alluvionale del Tevere. Ma anche qui non va molto meglio: all’inaugurazione dell’ippodromo di trotto stavano per sfidarsi Tornese e Crevalcore, cioè due assi (non il Soldatino della pur esilarante Mandrakata). Rimasero in scuderia perché il Tevere aveva inondato la pista. Poco è cambiato da allora. Anzi il Fosso Vallerano invade sovente tutta la vasta area circostante di Decima.

Caro Antonio, tu dici che a Roma è complicato pure aprire un chiosco di bibite. Magari fosse vero. Si apre di tutto e dovunque. L’arredo urbano è angoscioso. Il carico di passato e di bellezza (un bel po’ redditizia peraltro, no?) sarebbe tale da rendere più complesse le cose che a Berlino o a Stoccolma. Tuttavia il più grande investimento culturale italiano dal 1945, il nuovo Auditorium è stato realizzato da Francesco Rutelli, con un forte finanziamento statale, in 6-7 anni, e il complesso continua ad avere pieno successo. All’Olimpico, infine, l’AS Roma paga 2,5 milioni di affitto registrando, in anni di “sciopero” del tifo, il secondo incasso italiano, dopo la Juve, con 31,6 milioni di euro, staccando Inter e Milan. Ma perché dobbiamo farci noi dei problemi ? Per ripianare i debiti di Parnasi e di lor signori?

Vittorio Emiliani

 

Carissimo Vittorio Emiliani (superlativo d’obbligo per evitare che mi accusi, anche, di metterti sullo stesso piano del “caro” Pallotta). Intanto, lasciami essere un po’ sorpreso dal tono inutilmente astioso di questa tua risposta a una lettera che, peraltro, non ti vedeva come destinatario. Intanto, da parte mia nessun “imbarazzo” per quel che riguarda un “presidente che non c’è mai e non si sa quanti soldi ci metta”. Intanto, da una vita verso annualmente, e volentieri, il mio (sostanzioso) obolo di abbonato alle casse della AS Roma. Intanto, non ho mai chiesto un biglietto omaggio (ci mancherebbe altro) e quindi, mi ritengo pienamente in diritto di considerare James Pallotta il “caro” presidente della Roma, a cui nulla personalmente devo. Non penso affatto che Pallotta sia un benefattore (neppure lui lo pensa). È sotto gli occhi di tutti che è arrivato da Boston nella nostra bella città per fare il suo business (di presidenti francescani purtroppo v’è carenza). Se tu però conosci qualcosa di più sull’origine dei soldi che “ci mette”, ti prego, rendi edotti anche noi. Tante volte l’ho (ri)mandato a quel paese per certe sue uscite del piffero. Deploro il fatto che, dopo sei anni al vertice della Roma, non abbia imparato una sola parola d’italiano (perfino il turco Ünder, dopo sei mesi, è più avanti di lui). Come tutti m’incazzo per le cessioni dei campioni (ieri Salah, domani probabilmente Alisson e Nainggolan). Ma nessuno può togliermi il diritto di pensare che senza il presidente amerikano la Roma, tecnicamente fallita, era destinata a ripartire dalla C2, come accaduto a Napoli e Fiorentina. C’è chi si leccava i baffi pensando a partite di cartello come Roma-Puteolana. Io no. Lasciami anche dire che gli american straccions (così gentilmente appellati da qualche romanissima radio) hanno permesso a questa disgraziata squadra di restare stabilmente ai vertici del calcio italiano. E quest’anno anche del calcio europeo. Certo, nel frattempo nulla abbiamo vinto e la cosa (come a tutti) mi rode molto. Sicuramente avremmo alzato prestigiosi trofei se al posto del James brutto, sporco e cattivo ci fosse stato uno di quegli strepitosi personaggi modello Totòtruffa. L’indimenticabile cordata Fioranelli (poi finita in procura). O l’offerta dell’unico miliardario arabo conosciuto costretto a vivere in due camere e cucina. In attesa che munifiche carovane colme di dobloni giungano dall’Oriente a salvare i colori giallorossi dal loro ingrato destino, ti saluto.

PS. Anche sul resto della tua “risposta” avrei qualcosa da eccepire. Ma a che scopo? Benché goda di ottima salute (così spero di te) la mia (più ottimistica) aspettativa di vita non supera i vent’anni, o giù di lì. E dunque, come sempre, godrò (speriamo) della mia Roma comodamente seduto al posto 10, fila 33 della Tribuna Tevere. Mentre a Tor di Valle la splendida struttura dell’architetto Lafuente resterà lì nei secoli indisturbata, tra cumuli di rifiuti e copertoni bruciati, a imperituro ricordo di una mandrakata finita male.

Antonio Padellaro

“Diffamò giudice, Fabrizio Corona deve tornare in carcere”

A Fabrizio Corona deve essere revocato l’affidamento terapeutico e deve tornare in carcere. È la richiesta del sostituto pg Antonio Lamanna al Tribunale di Sorveglianza, proprio all’indomani delle polemioche per l’ospitata tv a “Non è l’Arena” su LA7.. Il sostituto pg ha messo in luce tre elementi che, a suo dire, devono portare i giudici a revocare l’affidamento terapeutico (per dipendenza dalla cocaina) concesso lo scorso febbraio, quando uscì dal carcere dove era tornato nell’autunno 2016 per gli oltre 2,6 milioni in contanti. In particolare, il pg ha sottolineato che Corona ha diffamato la collega Gualtieri, la quale nel processo d’appello sui soldi in contanti (in primo grado l’accusa principale di intestazione fittizia è caduta) ha chiesto di portare la condanna a 2 anni e 9 mesi e di riconoscerlo colpevole di tutti i reati. “Non ha capito un c….'”, ha detto l’ex “fotografo dei vip” davanti alla telecamere lo scorso 5 giugno. In più, il pg ha ricordato che non appena ottenuto l’affidamento, Corona aveva postato foto e video sui social e in quel periodo non poteva farlo e poi era uscito di casa anche per andare in palestra, anche se doveva allontanarsi dall’abitazione solo per andare a curarsi. Poi le prescrizioni sono state allargate.

La carne non fa male, ma non fa leggere bene

Saranno pure assillanti e un po’ ossessivi protettori degli animali, gente con la tendenza all’evangelizzazione, ma di sicuro è difficile non essere d’accordo con quelli della Lav (Lega antivivisezione), specie quando venerdì hanno attaccato la “teatrale grigliata dell’orgoglio carnivoro”, organizzata da Coldiretti a Torino il 16 giugno scorso. In occasione del “Bistecca Day”, infatti, la principale organizzazione degli imprenditori agricoli italiani ha pensato bene di preparare il terreno al sanguinolento evento attaccando vegetariani e vegani. E ha tirato fuori dal cappello un Rapporto Eurispes del gennaio scorso secondo il quale i seguaci della dieta vegana sarebbero scesi dal 3% allo 0,9% di quest’anno.

Solo 460.000 eccentrici, assimilati insensatamente a fruttariani e melariani, si ostinerebbero a seguire la “moda” vegana, mentre oltre un milione di cittadini, comunicava gongolante Coldiretti (e la notizia faceva il giro del web), sarebbero tornati ad abbuffarsi di uova, latte e carne. Peccato però che, andando a vedere quello che c’è scritto nel Rapporto Eurispes, si scopre che il “totale di chi ha optato per un regime vegetariano e vegano si è mantenuto costante, con valori compresi tra il 7 e l’8%”.

In pratica i vegani sono scesi ai valori del 2016, mentre nel 2017 avevano fatto un balzo in avanti a scapito dei vegetariani, a testimonianza di una certa mobilità tra vegetariani e vegani (e non tra vegani e onnivori). Pochi dubbi invece sul fatto che i consumi di carne crollino a picco, mentre aumenta esponenzialmente “l’offerta di prodotti vegani dalla grande distribuzione alla ristorazione anche scolastica”, come scrive sempre LAV. Ma l’operazione “come ti denigro il vegano” si è servita anche di un altro dato, quello secondo cui “il 49,4% degli italiani riterrebbe radicale, fanatica intollerante la dieta vegana”. Se si riprende però il rapporto originale si legge in realtà che il 30,3% la ritiene radicale e il 19,1% fanatica: una bella differenza, ma Coldiretti mette tutto nello stesso calderone, omettendo di dire, tra l’altro, che più della metà degli italiani la ritiene “rispettabile e ammirevole”. Ciliegina sulla torta è infine la scelta di attaccare “le fake news” in Rete sul consumo di latte e carne, visto che non esisterebbe nessuno studio scientifico che provi che mangiare carne sia dannoso. Peccato che qui si combattano le fake news con altre fake news: basti citare, tra i tanti, l’importantissimo documento della International Agency for Research on Cancer del 2015, secondo cui il consumo di carne rossa è “probabilmente cancerogeno” per l’uomo mentre quello di carne lavorata è “cancerogeno”. Meglio farebbe Coldiretti a continuare l’impegno sulla qualità ed eticità degli allevamenti, come ad esempio ha fatto Coop con la furba pubblicità dei suini “senza antibiotici da 4 mesi”, visto che anche chi la carne la mangia è sempre più sensibile alle condizioni degli animali e alla propria salute. Screditare nel 2018 chi non mangia proteine animali sa tanto di battaglia, oltreché grottesca, soprattutto di retroguardia.

Duello Vannoni-Scafarto sulle “minacce” di Woodcock

Stesso fatto, un interrogatorio del 2016 su Consip, ma raccontato in maniera molto diversa. Ieri, al processo disciplinare del Csm a carico dei pm di Napoli Woodcock e Carrano, hanno testimoniato il maggiore dei carabinieri Scafarto e Filippo Vannoni, ex consigliere economico di Renzi, che accusa i magistrati di averlo intimidito durante il suo esame di un anno e mezzo fa. Udienza conclusa con un faccia a faccia senza precedenti e inutile: Scafarto ha detto che fu un esame privo di abusi, Vannoni ha ribadito le sue accuse.

Il primo a testimoniare è stato Scafarto, capitano del Noe dei Carabinieri ai tempi dell’indagine Consip, chiamato a testimoniare su richiesta del sostituto Pg della Cassazione Fresa che già aveva ottenuto di sentire altri ufficiali presenti all’esame del 21.12.2016, quando Vannoni disse di aver saputo da Lotti dell’indagine Consip, di aver avuto un avvertimento da Renzi: “Stai attento a Consip”, e di aver avvisato l’allora ad, Luigi Marroni. Scafarto, come già il maggiore della Gdf Di Giovanni e il maresciallo dei carabinieri Brachetti, testimonia che mai Woodcock (come invece detto ai pm romani da Vannoni) gli indicò dalla finestra il carcere di Poggioreale per intimidirlo. Mai gli furono fatte domande su Renzi e che il nome lo fece spontaneamente Vannoni. Scafarto tentenna su chi ha verbalizzato. Di Giovanni e Brachetti avevano detto: “Woodcock”. Scafarto spiega di non ricordare: “Mi sembra Brachetti anche se di solito è Woodcock che verbalizza”. Può escludere che sia stato lei? “No, non ricordo”.

È il turno di Vannoni, indagato a Roma e testimone al processo disciplinare. Ribadisce le sue accuse ai pm. Se non lo facesse si autoincriminerebbe e cadrebbe la sua ritrattazione alla Procura di Roma: ho accusato Lotti e company solo perché ho subito pressioni, ma non è vero niente. Dice che quel 21 dicembre si lamentò con i pm di aver aspettato al freddo 35 minuti e Woodcock gli avrebbe detto: “Non deve lamentarsi, lei viene da Firenze, città umida. Napoli, invece, ha il sole e indicandomi fuori dalla finestra mi disse che c’era pure Poggioreale. Mi dicevano ‘Confessi, confessi!” E perché fece il nome di Lotti? “Per cavarmi dall’impaccio, Volevo uscire”. A proposito di Lotti, Vannoni conferma che lo incontrò dopo l’interrogatorio a Roma: “Ero sconvolto e gli raccontai di aver fatto il suo nome”, ma non fiata sulle pressioni che dice di aver subito. Come mai non le racconta a Lotti? Vannoni non sa rispondere.

Si prosegue: “C’era fumo nella stanza?”, gli viene chiesto: “Ho visto una sigaretta in mano a Woodock”. Ma il pm non ha mai fumato sigarette, in passato sigari. Anche su questo Scafarto e gli altri ufficiali di Pg smentiscono Vannoni. Il collegio decide il confronto all’americana. Scafarto e Vannoni vengono fatti sedere l’uno di fronte all’altro. Partono le domande del relatore Clivio: Woodcock intimidisce o no Vannoni con Poggioreale? Scafarto: “No”. Vannoni: “Confermo”. È stato fatto credere a Vannoni di essere stato intercettato? Scafarto: “Escludo”. Vannoni: “Mi furono mostrati dei fili elettrici”. Il Csm prende atto delle versioni “largamente divergenti” e fissa la prossima udienza il 5 luglio quando verranno ascoltati i pm di Roma, Ielo e Palazzi, che hanno interrogato Vannoni. Previste pure dichiarazioni spontanee di Woodcock e Carrano. La sentenza forse il 16 luglio.