Rimpatri in Tunisia, ricorsi a Strasburgo: “Diritti umani violati”

L’Arci e l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) hanno presentato ieri tre ricorsi alla Corte di Strasburgo contro la “detenzione arbitraria” e il “respingimento collettivo” dei cittadini tunisini da parte del governo italiano, in violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In base all’accordo con la Tunisia del 2011 ogni settimana circa 80 tunisini arrivati illegalmente vengono rimpatriati con due voli charter da Palermo. “Negli hot spot di Lampedusa e in numero minore di Pozzallo (Ragusa) i tunisini vengono rinchiusi in modo illegale e illegittimo senza mai avere informazioni sulla richiesta d’asilo e la loro condizione giuridica – ha detto Lucia Gennari, avvocatessa Asgi –, classificati come migranti economici e avviati al rimpatrio con modalità semplificate. Gli viene dato un decreto di respingimento differito da firmare, emesso dal questore, del quale nessun giudice valuta la legittimità”. In Tunisia, secondo le testimonianze raccolte, li attendono vessazioni fisiche e psicologiche. “I trattenimenti negli hot spot ad esempio avvengono senza alcuna base giuridica – ha detto Loredana Leo, legale Asgi – e il respingimento differito viola il diritto a un ricorso effettivo”.

Cucchi, il carabiniere accusatore protesta. La ministra Trenta apre: “Parlerò con lui”

Racconta di non avercela fatta a restare indifferente a quel dolore che trasudava dalla faccia di Ilaria Cucchi mentre dalla tv chiedeva: “Chi sa parli, giustizia per Stefano”. L’appuntato scelto Riccardo Casamassima, 40 anni di cui 20 nell’Arma, ha guardato la moglie, la carabiniera Maria Rosati, e insieme hanno deciso di testimoniare. “Da quel momento ho subito molti provvedimenti disciplinari fino alla notizia, arrivata due giorni fa del trasferimento alla Scuola Allievi Ufficiali”, scrive Casamassima su Facebook. “Sarò allontanato da casa e demansionato, andrò a lavorare a scuola dopo essere stato per 20 anni in strada. È scandaloso. Chiedo un incontro con il comandante generale Nistri e con i vertici del governo affinché venga bloccato il trasferimento”.

La ministra della Difesa Elisabetta Trenta si dice disponibile “a parlare con lui”. “Sicuramente – ha detto Trenta – ci sono dei fraintendimenti e quello che dice nel video va approfondito”. L’Arma, in un comunicato, spiega che “il suo trasferimento fa fronte a una situazione di disagio psicologico, che Casamassima ha più volte rappresentato anche pubblicamente, avvertito per la presenza nella stessa caserma di uno dei militari da lui chiamati in causa per il caso Cucchi e di un altro che avrebbe usato parole offensive nei suoi riguardi”.

Fu infatti il maresciallo Roberto Mandolini, imputato di falso e calunnia nel processo per la morte di Cucchi, a raccontargli alla presenza della moglie: “È successo un casino hanno menato un arrestato, a Cucchi”. Ilaria Cucchi difende Casamassima, “trasferito – dice – alla scuola allievi con demansionamento umiliante e consistente decurtazione dello stipendio. L’ho sentito in lacrime, disperato. Avvilita e rassegnata la compagna Maria Rosati. Cari generali Nistri e Mariuccia, era proprio necessario tutto questo, dopo quanto è emerso durante il processo?” si chiede Ilaria. “Dopo tutto quanto avete sentito riferire in udienza dai vostri sottoposti, dalle intercettazioni, verbali falsi, depistaggi, scarico di responsabilità, l’unica cosa che vi preoccupate di fare è quella di mettere in croce Casamassima e Rosati? Io amo e rispetto l’Arma dei Carabinieri “ continua “La prossima udienza del 11 luglio dovranno sfilare di fronte ai Giudici tanti suoi colleghi, saranno ben consci di quel che è successo a lui. Da più parti ci viene raccomandata cautela e prudenza, ci viene detto di stare attenti” e conclude: ”Lei, Generale Nistri, ci ha detto che “tutti hanno scheletri nell’armadio”. Beh, caro Generale, noi non li abbiamo, a meno che qualcuno non ce li metta. Ma questa è fantascienza. La saluto con enorme rispetto. L’Arma è sempre nei secoli fedele ai Cittadini. Alla Democrazia ed alla Repubblica”. L’Arma le risponde esprimendo “solidarietà alla famiglia Cucchi nel convincimento che ogni varabiniere chiamato a deporre, in questo come in qualsiasi altro procedimento, deve sempre riferire la verità, nella serena consapevolezza di adempiere al proprio dovere”.

Ong, archiviate le accuse a Proactiva e Sea Watch

Non c’è stato alcun reato, ma soprattutto non ci sono collegamenti con i trafficanti libici né condotte di favoreggiamento all’immigrazione clandestina: accogliendo la richiesta del pm Geri Ferrara della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, il gip Guglielmo Nicastro ha archiviato l’inchiesta palermitana nei confronti di due Ong presenti nel Mediterraneo, la tedesca Sea Watch e la spagnola Proactiva Open Arms, proprietaria della nave Golfo Azzurro. Entrambe in passato avevano denunciato numerosi episodi di contrasto in mare con la Guardia costiera libica ma le indagini non hanno rilevato alcuna condotta costituente reato. “Nella richiesta di archiviazione – dice il pm Ferrara – abbiamo svolto un’accurata analisi della normativa applicabile e della giurisprudenza, entrambe interamente recepite dal gip’’.

Sono tre le Ong tuttora indagate dalla Procura di Trapani, in un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina giunta alle ultime battute della prima tranche, quella nata ldal sequestro della nave Juventa della ong tedesca Jugend Rettet. Intese con gli scafisti, ostacolo continuo alle indagini, violazione delle regole di ingaggio e restituzione dei gommoni ai trafficanti sono le condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, contestate al comandante e ad alcuni membri dell’equipaggio. Dal sequestro della nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms compiuto a Pozzallo lo scorso marzo e firmato dal procuratore catanese Carmelo Zuccaro è nata la seconda inchiesta siciliana sulle Ong che ipotizzava l’associazione per delinquere, ma l’accusa è poi caduta.

La denuncia di 2 migranti: “Spari in nome di Salvini”

L’11 giugno è il giorno in cui quotidiani e tg aprono con l’annuncio di Matteo Salvini che chiuderà i porti e impedirà l’attracco in Italia dell’Aquarius, la nave carica di 629 migranti che poi ha fatto rotta su Valencia. Le parole del ministro dell’Interno provocano un putiferio di reazioni e piombano a gamba tesa sui social, dove diventano l’occasione per scatenare pulsioni razziste.

Caserta, ore 22 dell’11 giugno: Daby e Sekou, due giovani del Mali, stanno rincasando a piedi. All’incrocio tra viale Lincoln e via Salvatore Commaia, secondo la loro ricostruzione, vengono avvicinati da una Panda nera con a bordo tre ragazzi. Dall’automobile qualcuno spara due colpi di pistola ad aria compressa verso i due giovani africani, gridando “Salvini, Salvini, Salvini!”. Daby viene ferito all’addome, Sekou viene solo sfiorato.

La denuncia in polizia viene formalizzata solo dopo due giorni, è allegato un referto medico di due giorni di prognosi. Ed è un problema, perché decorse 48 ore, gran parte delle immagini delle telecamere di sorveglianza sono state già cancellate e gli inquirenti hanno difficoltà a trovare riscontri. Per il momento ci si attiene a quanto narrato dai due immigrati, beneficiari del progetto Sprar del Comune di Caserta, gestito dal Centro Sociale Ex Canapificio assieme alla Comunità Rut delle Suore orsoline e alla Caritas.

La vicenda diviene pubblica soltanto ieri tramite un comunicato del Centro Ex Canapificio. Fonti inquirenti ritengono credibile la denuncia e spiegano che la cronaca di Caserta purtroppo registra diversi episodi di sparatorie coi pallini ad aria compressa. Le due vittime, ricordano, sono immigrati ben integrati sul territorio che non hanno mai creato problemi. Massima prudenza, però, sull’eventuale movente razziale. Che Salvini commenta così: “Ho letto la notizia, da giornalista inviterei tutti a notare che la fonte è un centro sociale. Insomma, fossi in voi qualche verifica più approfondita mi sembra doverosa”.

Ieri Daby ha incontrato i cronisti in un’improvvisata conferenza stampa. Aveva la testa coperta da un cappuccio. Una “precauzione”, dice. “Siamo da tempo qua e ringraziamo il progetto Sprar che ci ha ospitato. Abbiamo imparato l’italiano e anche altre cose, ma da qualche giorno la situazione sembra pesante, soprattutto con il nuovo ministro dell’Interno”.

Per l’avvocato Ida Grasso, che assieme al collega Francesco Pugliatti ha accompagnato Daby in Questura, “l’impressione è che qualcuno negli ultimi giorni stia avvelenando i pozzi. Il clima è diverso, è palpabile. Adesso erano ‘solo’ pallini ma cosa ci dobbiamo aspettare?”. Eppure, secondo Gianluca Castaldi, della Caritas, “esiste un sistema Caserta che tutti quanti ci invidiano, che va oltre l’integrazione. Qui siamo riusciti, per esempio, a collaborare con le famiglie facendo portare ai migranti i bambini a scuola. Ditemi cosa più di questo significa dare fiducia al prossimo. Quello che è successo speriamo sia solo un episodio”.

Daby lo racconta così: “Venivo da casa di un amico dove ero stato ospitato è passata una Panda nera che ha fatto dapprima un paio di giri; dopo ho sentito degli spari. Ho visto che la persona che stava accanto al guidatore sparava gridando ‘Salvini, Salvini, Salvini’. Siamo scappati, avevo paura e non ho realizzato subito che ero stato ferito. Me ne sono accorto dopo quando stavo a casa”.

“Invitiamo il ministro Salvini – spiegano in una nota i responsabili del Centro Sociale Ex Canapificio – e l’intero governo a prendere spunto da questo episodio per interrogarsi sulle scelte da fare e propagandare, così come speriamo che i rappresentanti istituzionali eletti possano presentare interrogazioni parlamentari per chiarire ciò che è accaduto e che le forze dell’ordine agiscano adeguatamente”.

Rousseau, bilancio pubblico (e in rosso)

L’obiettivo è duplice. Rilanciare sulla trasparenza mentre infuria il caso Lanzalone. E far uscire dalle secche Davide Casaleggio, incartatosi sulla sua cena a Roma di martedì scorso, a cui ha partecipato anche l’ex presidente dell’Acea, quello che “era all’altro tavolo” secondo il figlio di Gianroberto. Così ecco che l’associazione Rousseau, emanazione di Casaleggio junior, pubblica sul blog il bilancio e l’elenco dei finanziatori: ma solo con le iniziali di ognuno.

Poi lo invia per raccomandata alla Commissione di garanzia per la trasparenza della Camera (ma sempre con le iniziali per i sostenitori). Però è improbabile che a Montecitorio possano conservarlo, visto che si riferisce a un’associazione e non a un partito. La certezza sono i numeri del bilancio, che raccontano di ricavi per 357.000 euro, “grazie principalmente alle donazioni (di 29 euro in media) dei sostenitori e degli iscritti”, come scrive l’associazione (ma una donazione ha superato i 5mila euro). A fronte però di 493.000 euro di costi.

Ergo, nel 2017 l’associazione ha chiuso con un disavanzo di 135mila euro. “Non c’è nessuna norma che obbliga l’associazione Rousseau a depositare il bilancio alla Camera – rivendicano da Milano – noi lo facciamo perché non abbiamo nulla da nascondere. Pretendiamo identica trasparenza da parte di tutte le fondazioni e associazioni legate ai partiti. Luigi Di Maio ha annunciato che il governo del cambiamento farà una norma in tal senso”. E da qui si torna al Di Maio che lunedì all’Huffington Post ha lanciato la sua proposta: “Una banca dati che contenga le informazioni sui finanziamenti ai partiti e alle fondazioni ad esso riconducibili relativa almeno alle ultime due legislature. Se non sarà possibile, istituiremo un registro accessibile su richiesta”.

Un annuncio a cui ora dovranno seguire i fatti. Ieri Di Maio ha chiesto ai suoi uffici di cominciare a lavorarci. E in fretta, visto lo scenario.

Dalla Coca Cola a Parnasi: trucchi e donazioni di Eyu

Il Pd fa il Jobs Act, la fondazione del Pd poi lo spiega. A pagamento, con corsi di formazione da 2.300 ad azienda, Iva esclusa. Relatori? Ex ministri e onorevoli del Pd, compreso il padre della legge, l’economista liberal ed ex sottosegretario Tommaso Nannicini. Nel giugno 2016 Renzi, premier e segretario Pd, andava allo stabilimento della Coca Cola di Marcianise, in provincia di Caserta. Davanti al board italiano della multinazionale giurava che sua figlia “non sa scegliere tra Fanta e Coca”. La company da 35 miliardi di fatturato e 3 mila dipendenti in Italia sceglieva proprio la Fondazione Eyu come “partner tecnico” per valutare 10 progetti di “inclusione sociale”. E versava nelle sue casse 25 mila euro.

Tutto questo non è nell’inchiesta sullo stadio della Roma che ha portato agli arresti il costruttore Parnasi. Ma dice qualcosa sui conti e i movimenti della Fondazione prima che a rimpolparne le casse, nel pieno dell’ultima campagna elettorale, arrivasse quel versamento da 123 mila euro più Iva, di cui si è saputo solo grazie alle intercettazioni, e ormai al centro di una contesa: sarebbe il corrispettivo per uno studio sul rapporto tra gli italiani e la casa, solo che lo studio è costato secondo il Corriere soltanto 7 mila euro. Eyu ha smentito in serata annunciando di aver querelato il quotidiano di via Solferino perché “confonde il concetto di ‘costo’ con quello di valore, quest’ultimo (come risulta dagli atti) ammonta a 39.000 euro, mentre 7.000 sono una parte dei costi di realizzazione”.

Di sicuro quel versamento ha avuto un positivo impatto per i conti della Fondazione: l’esercizio 2016 (ultimo bilancio disponibile) si era chiuso con una perdita di 177 mila euro. I soldi di Parnasi, in tutto 150 mila euro, sono stati un toccasana. Ma non gli unici.

Ha ragione, anzi, il tesorie​​re Pd e presidente Eyu Francesco Bonifazi quando rivendica che non è una “scatola vuota” per finanziare il Pd ma “piena”: “Una fondazione riconosciuta presso la Prefettura di Roma e che, per la qualità delle iniziative e degli approfondimenti che ha svolto, dopo un vaglio di sei mesi è stata ammessa all’interno della Feps (Foundation for European Progressive Studies)”.

Lo statuto parla di “scopi di utilità e di coesione sociale, e di promozione dello sviluppo economico”. Ma la fondazione – nata nell’ottobre 2014 anche per acquisire una parte delle azioni dell’Unità – si muove piuttosto come un comitato d’affari, un contenitore per donazioni che offre “servizi” a pagamento. Tra i circa 400 mila euro raccolti a vario titolo nel 2016 ci sono ad esempio i 50 mila euro versati da Manutencoop per l’organizzazione di un evento intitolato “Le città del futuro”, in programma il 27 ottobre di quell’anno a Bologna. Il versamento – fanno sapere dallo storico colosso delle cooperative – “era per le attività di organizzazione, quali il catering, l’affitto della sala, la promozione media e i gettoni per i relatori”, molti dei quali esponenti del Pd, come il renziano Filippo Taddei, in quel momento responsabile Economia del partito oltre che coordinatore del comitato scientifico della fondazione. Per ammissione della stessa Manutencoop negli ultimi dieci anni è l’unico versamento effettuato a una fondazione legata alla politica per l’organizzazione di un evento.

Nel 2017 le cose per Eyu vanno ancora meglio, il bilancio previsionale 2017 prevede entrate in forte crescita: 520 mila euro da erogazioni liberali e 320 mila ricavi da studi commissionati e organizzazione eventi. Se il Pd è in rosso, la fondazione Open è stata chiusa, il nuovo collettore di fondi è proprio Eyu. Fondazione più vicina a Renzi che al partito e potenziale veicolo per traghettare il suo gruppo dirigente verso un nuovo soggetto politico, senza il peso dei debiti di quello vecchio.

Hai voglia a dire che è normale, però. Specie se risultasse vero che a evadere commesse di studi, ricerche, seminari, premi ed eventi sono anche dipendenti del Pd in cassa integrazione. A sollevare il dubbio è un tweet di Luca Di Bartolomei, ex responsabile Sport dei dem. La ricerca di riscontri non è agevole. Domenico Petrolo è il responsabile del fundraising della fondazione. Sull’Huffington Post dice di lavorare al dipartimento Cultura del Pd. Non indagato, era colui che si adoperava per ricevere i soldi versati da Parnasi per lo studio. Alla domanda se sia sia uno dei 174 dipendenti in cassa integrazione, non risponde. Ammette invece di esserlo Eleonora Caione, sul sito di Eyu indicata come addetta al fundraising. Il tesoriere Bonifazi sostiene però che le informazioni sul sito non sono aggiornate e che la dipendente negli ultimi mesi è tornata nei ranghi del Pd dopo un periodo di distacco presso la fondazione. Alla domanda se ci siano lavoratori in cassa impiegati in Eyu, il suo presidente e tesoriere Pd non risponde.

Il dirigente arrestato: “Sì, abbiamo pagato un funzionario”

“Davamo soldi, dazioni ad almeno un funzionario pubblico responsabile dei pareri al progetto” sullo stadio. È Luca Caporilli, dirigente collaboratore di Luca Parnasi dal 2011, a fornire ai pm i primi riscontri sull’inchiesta sullo stadio della Roma. Un primo interrogatorio in procura venerdì scorso, un altro ieri di quasi quattro ore, in cui Caporilli – in carcere da mercoledì 13 – ha affermato che al tavolo delle trattative per il progetto dello stadio Lanzalone rappresentava il Campidoglio”. Caporilli avrebbe fatto le prime ammissioni: “Ho dato soldi in favore di almeno un funzionario pubblico”. Una versione che contrasta invece con la strategia difensiva finora adottata da Luca Lanzalone, ex presidente dell’Alcea: “Io alla vicenda dello stadio non ho mai partecipato”, ha dichiarato nell’interrogatorio di garanzia. Lanzalone avrebbe respinto l’accusa della Procura che lo ha indicato come consulente de facto del Campidoglio nella trattativa per l’abbattimento delle cubature nel progetto per la struttura che dovrebbe sorgere a Tor di Valle.

Civita si difende: “Non ho ricevuto proposte indecenti”

“Luca Parnasi lo conoscevo, ma a me non ha mai fatto nessuna proposta indecente: il mio errore è stato chiedergli aiuto per mio figlio”.

L’ex assessore regionale del Pd e attuale consigliere Michele Civita si riferisce all’imprenditore in carcere per l’inchiesta sullo stadio della Roma. Civita, agli arresti domiciliari, è stato interrogato nei giorni scorsi e ha assicurato che non ha mai ricevuto finanziamenti per la sua campagna elettorale.

“Non mi ha mai fatto nessuna proposta indecente – ha assicurato Civita durante l’interrogatorio – perché sapeva come la pensavo”. “Se io avessi pensato che i miei incontri con Parnasi fossero legati allo stadio della Roma – ha aggiunto l’ex consigliere – non lo avrei mai incontrato”.

Ma Civita ha ammesso anche “un errore” (così come lo ha definito lui stesso): “Ho chiesto un aiuto professionale a Parnasi per mio figlio”, ma la richiesta alla fine “non ha avuto alcun seguito”.

Al termine dell’interrogatorio, gli avvocati difensori hanno depositato della documentazione e hanno chiesto la revoca degli arresti domiciliari.

Baldissoni, dg della Roma: “Lanzalone nostro interlocutore fino al suo arresto”

Fino a quando Luca Lanzalone è stato di fatto “l’uomo dello stadio” per il Comune di Roma? Fino a quando è stato “funzionario di fatto”? Dalla risposta dipende il ricorso in Cassazione che i difensori di Lanzalone e Luca Parnasi proporranno per fare annullare gli arresti.

La Procura contesta come corruzione le proposte di consulenze per lo studio di Lanzalone. Ma il punto è capire se, quando questo è accaduto, Lanzalone fosse pubblico ufficiale o ci fosse un nesso con il ruolo passato. I pm hanno posto la domanda al direttore generale dell’As Roma Mauro Baldissoni, convocato venerdì come persona informata sui fatti: “Praticamente fino al momento in cui è stato arrestato”, ha risposto. Un bel colpo per l’accusa anche se Baldissoni ha aggiunto: “Il suo ruolo è diminuito d’intensità nel tempo (…) è grandemente scemato a seguito della chiusura della conferenza dei servizi, ma era lui il nostro interlocutore ed era a lui che ci rivolgevamo”.

Chi ha presentato Lanzalone come “uomo del Comune”? Il Dg qui segna un altro punto per i pm: la Raggi in persona. Baldissoni spiega di aver conosciuto Lanzalone “intorno a dicembre 2016, quando ci è stato presentato dalla sindaca, come il loro consulente che si occupava degli aspetti tecnico amministrativi del dossier stadio”. Secondo Baldissoni, Lanzalone ha partecipato a “due o tre riunioni”. Una il mese scorso “nello stesso studio di Giampaoletti, dg del Comune”.

E proprio Giampaoletti, direttore generale del Campidoglio da marzo del 2017, è un altro testimone chiave. “A comunicarmi la volontà dell’amministrazione per conoscermi al fine della selezioni come dg – ha spiegato ai pm – è stato Lanzalone”. Gianpaoletti di Lanzalone dice anche: “Lo conosco dai tempi di Genova (…) era consulente a titolo gratuito nominato dal sindaco Doria, e con lui ho un buon rapporto di amicizia”. A Roma Lanzalone, prosegue il Dg del Comune, sullo stadio ha partecipato “a due o tre incontri tra privati proponenti e parti pubbliche. Interveniva a supporto della parte pubblica, nella sua funzione di consulente”.

A differenza di Baldissoni, Gianpaoletti colloca l’ultimo incontro “tra fine 2017 e inizio del 2018”. I pm però gli leggono una telefonata tra Baldissoni e Lanzalone del 28 maggio. Commentando con il Dg della Roma una riunione tra lo stesso Baldissoni e Giampaoletti, Lanzalone dice “di aver avuto notizie del contenuto della riunione da Giampaoletti”. Perché gli raccontava le riunioni se non era più l’uomo del Comune sullo stadio? Sull’episodio Giampaoletti dice di non avere ricordi precisi.

Bonafede sentito dai pm sulla nomina di Mr. Wolf

Alfonso Bonafede è stato convocato in Procura, per parlare delle cose che Matteo Renzi vorrebbe chiedergli al Senato. Qualche giorno prima che Lanzalone finisse ai domiciliari con l’accusa di essere stato corrotto dal costruttore Luca Parnasi, ben prima che l’ex premier invocasse l’audizione del ministro in Parlamento per spiegare i suoi rapporti con l’avvocato targato M5s, Bonafede è stato ascoltato in gran segreto.

Il procuratore Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e la sostituta Barbara Zuin hanno convocato il ministro della Giustizia con tempi e modi che possono essere letti come un segno di attenzione: l’esame del ministro oggi, dopo gli arresti, avrebbe avuto ben altro risalto. Ma anche un gesto per salvaguardare la ‘neutralità’ del ricordo: una cosa è chiedere a un politico dei suoi rapporti con un consulente e una cosa è chiedergli di un arrestato. Lo scopo dei pm era chiarire modi e tempi della scelta e della nomina, poi fallita, dell’avvocato incaricato di seguire la vicenda stadio.

Il neoministro (ovviamente estraneo alle indagini) ha spiegato come Lanzalone arrivò in Campidoglio: “L’ho presentato io alla Raggi, ma lo ha scelto lei”, aveva già detto e ripeterà ospite del programma di Lilli Gruber Otto e mezzo. I magistrati gli hanno poi chiesto delle riunioni sullo stadio alle quali Bonafede e l’attuale ministro dei rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, parteciparono nel 2017, con Lanzalone.

Bonafede ha spiegato l’attivismo sulla scena romana con l’appartenenza di entrambi i ministri odierni a una sorta di comitato enti locali del Movimento.

A domande simili sull’arrivo di Lanzalone ha risposto anche la sindaca Virginia Raggi, convocata due volte dai pm Ielo e Zuin. Nella prima audizione, venerdì pomeriggio, la sindaca di Roma ha spiegato: “Non ricordo se a dicembre 2016 o a gennaio 2017, comunque sono stata io a chiedere a Fraccaro e Bonafede – responsabili del gruppo enti locali – di poter parlare con il consulente del Comune di Livorno che si era occupato del concordato preventivo Ams. Ritenevo necessario il suo contributo per la definizione di alcune questioni giuridiche che riguardavano alcune partecipate del Comune di Roma. Abbiamo avuto alcuni incontri esplorativi per capire se fosse possibile avviare un rapporto di consulenza. Se non ricordo male all’inizio non intendevo investirlo anche della questione stadio, ma poiché non riuscivo ad avere risposte concrete con Berdini (ex assessore, ndr) – il quale riteneva che la conferenza dei servizi sarebbe stata chiusa con un parere negativo e così il problema stadio sarebbe stato risolto – ho pensato di avvalermi di Lanzalone anche per avere il suo supporto quale consulente nell’affrontare le questioni giuridiche inerenti il percorso per l’approvazione dello stadio”.

A detta di Virginia Raggi, l’avvocato “ha iniziato a svolgere un ruolo di consulenza giuridica alla parte pubblica da me rappresentata e interna al mio partito. Poichè la sua presenza era più assidua (nei mesi di febbraio-marzo 2017) proposi di formalizzare l’accordo con un incarico di consulenza”. Mai formalizzato. La sindaca chiede infatti un parere all’avvocatura del Campidoglio che non concede l’ok: “Io non avevo altre strade per formalizzare il contributo che Lanzalone stava dando al Comune, ma l’affiancamento è continuato, benchè con minore intensità. Abbiamo ripreso più intensamente i nostri rapporti in occasione della sua nomina quale presidente di Acea”.

Attenzione. Il punto è fondamentale. Questo punto del verbale offre un appiglio alla difesa di Lanzalone. Le consulenze offerte da Parnasi possono essere contestate come corruzione se l’avvocato continuava a occuparsi dello stadio come pubblico ufficiale ‘di fatto’ del Comune e non come presidente ‘di diritto’ di Acea.

I pm poi chiedono: “lei era a conoscenza dei rapporti di Lanzalone con Luca Parnasi?”. La risposta della Raggi è: “Nessuno di noi era a conoscenza dei rapporti così frequenti e intensi del Lanzalone con Parnasi che ho appreso dalla stampa”.

Poi i pm tornano sul punto del ruolo pubblico che vorrebbero inchiodare mediante la partecipazione di Lanzalone alle riunioni. Però Raggi non li aiuta molto: “Ricordo che c’è stata una riunione in Campidoglio con (l’assessore, ndr) Montuori, e forse la Iorio e Calabrese (consiglieri M5S, ndr) e Montuori ci disse che se avessimo dimezzato i tempi saremmo stati esposti ai rischi di ricorsi sulla procedura e decidemmo che sarebbe stato meglio seguire la procedura ordinaria. Non ricordo se Lanzalone abbia o meno presenziato a questa riunione, ma poichè la problematica era giuridica e Lanzalone ci ha assistito in tutto l’aspetto giuridico, non sarei sorpresa se lui fosse stato presente.

Io non partecipavo – prosegue Virginia Raggi – ai tavoli tecnici quindi non se se Lanzalone sia stato o meno presente in tali occasioni”. Poi i pm gli fanno leggere le telefonate del 5, 10, 28 maggio e 12 giugno (dal verbale nn si comprende chi fossero gli interlocutori) e la sindaca replica: “Non ricordo della presenza del Lanzalone in tali circostanze e del contributo dato”.

Ancora i pm: “vedeva Lanzalone in Campidoglio?”. Virginia Raggi replica: “sì lo vedevo spesso in Comune, passava ogni 10, 15 giorni ma non ne osservavo la stranezza, poichè comunque era presidente di Acea”.