Domani si insediano le Commissioni parlamentari permanenti. Lega e Cinque Stelle stanno ancora lavorando per arrivare a una quadra. Il problema principale riguarda le 5 Commissioni che spettano alle opposizioni. Ieri c’è stata una riunione dei capigruppo di Pd, FI, Fratelli d’Italia e Leu alla Camera. Il Pd rivendica fermamente il Copasir per Lorenzo Guerini. Fabio Rampelli (FdI) ha ribadito che quella presidenza la vogliono loro. Più che altro un modo per alzare il prezzo, visto che in realtà puntano alla Giunta per le elezioni e le autorizzazioni del Senato. Per FI sarebbe certa la Vigilanza Rai per Maurizio Gasparri. Il problema è la divisione delle Giunte alla Camera. Leu vuole quella per le elezioni. FI punta a quella per le Autorizzazioni per Paolo Francesco Sisto. Se il Pd non fa un passo indietro per la seconda presidenza, l’accordo potrebbe allargarsi alle Commissioni speciali. Curiosità: la Lega rivendica la guida della Bilancio per Alberto Bagnai. I Cinque Stelle vorrebbero Giulia Sarti alla Giustizia alla Camera. C’è un posto per Enrico Laus, ex presidente del Consiglio regionale del Piemonte e candidato al Senato, nella Commissione Lavoro: anche se la sua cooperativa pagava salari da fame ai dipendenti.
Bonafede non sceglie nella corrente di Davigo
Colpo di scena in via Arenula. È proprio il caso di dirlo, visti articoli di stampa e voci di corridoio che impazzavano in queste settimane. Il neo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha nominato come suo capo di Gabinetto Fulvio Baldi, di Unicost, la corrente centrista e maggioritaria della magistratura.
Dunque, nel ruolo chiave del ministero non c’è un magistrato di Autonomia e Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo.
Baldi, sia pure non in prima linea dentro Unicost, è comunque membro della corrente che rappresenta di più le toghe di questi anni ma anche quella più accusata di muoversi con logiche da lottizzazione per le nomine dentro al Csm. Baldi ha pure fatto parte della Giunta dell’Anm in passato. Quindi, la scelta di Bonafede, a torto o a ragione, dai magistrati, almeno a caldo, viene vista come un segnale “distensivo”, “di volontà di dialogo con tutti”. Così ci dicono in diversi, anche di altre correnti. E pensare che era stato detto, dopo il giuramento di Bonafede al Quirinale, che la prima telefonata era stata a Davigo che gli avrebbe dettato la linea. A dire il vero, Bonafede nel primo incontro che ha voluto fare, con i dipendenti del ministero aveva smentito e aveva dichiarato che si era solo sentito con il presidente dell’Anm Francesco Minisci per la vergognosa tendopoli di Bari dove sono costretti ad operare pm, giudici e avvocati.
Ma come si è arrivati alla scelta di Baldi? Pare proprio che non ci siano state alte ingerenze correntizie. Che Bonafede ha letto molti curricula e ha pensato anche ad altri magistrati, ma un paio hanno declinato. Baldi, fino a oggi in Cassazione, si dice sia stato suggerito a Bonafede da esponenti M5s campani che lo hanno apprezzato quando era magistrato ad Avellino e a Salerno, dove torna spesso, essendo la sua terra di origine Toghe di diverse correnti lo dipingono come un magistrato “perbene”, “preparato”, “equilibrato”. Orientamento? “Democratico”, risponde chi lo conosce da tempo. Entrato nella magistratura nel 1992, attualmente è sostituto procuratore generale della Cassazione. È stato pm ad Avellino fino al 1997, pretore a Salerno fino al giugno 1999 e sempre a Salerno, giudice del Tribunale fino al 2001.
Dalla sua Campania è arrivato a Roma, al Csm dove è stato magistrato della Segreteria e dell’Ufficio Studi fino al 2007. Dal 2008, a soli quarant’anni è approdato in Cassazione: prima al Massimario, come coordinatore del settore penale e ora in procura generale. Ad affiancare Baldi ci saranno due vice capo di gabinetto: Leonardo Pucci, giudice del lavoro ad Arezzo e Gianluca Massaro, giudice del tribunale di Siena.
A Chigi hanno un segretario generale: Roberto Chieppa
Forse è la volta buona. L’espressione appartiene al renzismo, ma è perfetta per riassumere le trattative a Palazzo Chigi per la scelta del segretario generale, la figura al vertice della macchina burocratica. Dopo la quasi nomina e la rapida caduta di Giuseppe Busia, che il premier aveva spedito a Chigi per un giro di ricognizione mentre era al G7 in Canada, pare raggiunto il compromesso tra Giuseppe Conte e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti: il romano Roberto Chieppa (classe ‘66), consigliere di Stato, è il favorito per l’indicazione a segretario generale, da sette anni ricopre la stessa carica – il mandato è in scadenza – all’Antitrust.
Così Paolo Aquilanti può lasciare Chigi e prendere servizio proprio al Consiglio di Stato. Palazzo Spada è da sempre – e lo sarà pure con questo governo – la fucina di alti dirigenti e capi di gabinetto, nonché punto di riferimento per Conte, che per quattro anni è stato il vice di Pajno al Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Chieppa è la sintesi – dopo la bocciatura di Busia – tra le preferenze del premier e quelle di Giorgetti, il politico leghista più abile nel palazzo, già stracolmo di deleghe pesanti, dal Cipe allo Sport.
Def, la trattativa con l’Ue può valere 10 miliardi
Il governo punta a ottenere uno spazio fiscale da circa 10 miliardi per la legge di Bilancio 2019. Da ieri è partito l’iter che porterà il ministro dell’Economia Giovanni Tria a trattare con Bruxelles per evitare la riduzione del deficit prevista per il prossimo anno. Il compromesso possibile potrebbe però essere più basso, circa 8 miliardi.
Ieri Camera e Senato hanno approvato le risoluzioni di maggioranza al Documento di economia e finanza (Def) che fa da base per la legge di Bilancio che verrà presentata in autunno. Il testo punta a rivedere i deficit del triennio 2019-2021 con l’obiettivo di acquisire “spazi maggiori di finanza pubblica”, ponendo le basi per un nuovo rinvio del pareggio di bilancio, dal 2020 al 2021. Il Def “tabellare”, cioè senza gli effetti degli interventi legislativi, presentato ad aprile dal vecchio governo prevede che il deficit cali dall’1,6% del Pil del 2018 allo 0,8% nel 2019, per azzerarsi nel 2020: una stretta fiscale da 30 miliardi. Il rinvio del pareggio di bilancio, previsto dal fiscal compact e recepito in Costituzione, non sarà una novità visto che è già stato fatto quattro volte dai vecchi governi.
Alla Camera, Tria ha spiegato che il governo si impegna a ridurre il debito pubblico e negoziare con l’Europa livelli di deficit che consentano di sostenere, tramite gli investimenti pubblici, un’economia che crescerà ma “a ritmi più contenuti che nel 2017”. E che il calo del debito sarà “la condizione di forza per rivendicare una svolta decisiva”: lo scorporo della spesa per investimenti dal calcolo del deficit. Domani e venerdì il ministro sarà in Lussemburgo alla riunione dei ministri economici dell’Ue e dell’eurozona. L’obiettivo, a quanto filtra, è portare il deficit 2019 al 2% (dallo 0,8% oggi previsto), quasi mezzo punto di Pil in più rispetto al 2018. Uno spazio fiscale da quasi 10 miliardi, risorse che verrebbero utilizzate per sterilizzare gli aumenti Iva previsti il prossimo anno (12,5 miliardi) che le risoluzioni indicano come impegno prioritario. “Dovranno essere sostituiti da misure alternative”, ha spiegato il relatore del Def al Senato, Alberto Bagnai (Lega). La base di partenza per ottenere il via libera europeo è il rallentamento della crescita. Il Def prevede che il Pil salga dell’1,5% nel 2018 e dell’1,4 nel 2019. Secondo Tria è un quadro ormai “obsoleto” visti i segnali di rallentamento e i rischi di una guerra commerciale. Il piano è convincere Bruxelles che per centrare gli obiettivi servirà un rilancio vero degli investimenti pubblici.
Almeno per ora siamo lontani dagli obiettivi iniziali di portare il deficit/Pil poco sotto il limite del 3% fissato da Maastricht e più vicini allo schema già usato dai governi Renzi e Gentiloni di negoziare spazi di bilancio. “Valuteremo, ma le regole non sono cambiate”, hanno fatto sapere all’Ansa “fonti Ue”. Quelle che per Bruxelles imporrebbero all’Italia una correzione da 10 miliardi. Al Tesoro filtra ottimismo sul fatto che l’Ue possa accettare almeno un deficit all’1,5%, uguale a quello 2018. In questo modo nella manovra d’autunno, che parte da 25 miliardi, ci sarebbe spazio per interventi da circa 10 miliardi, come la riduzione delle tasse alle imprese, ritocchi alla riforma Fornero e risorse ai centri per l’impiego. Potrebbe invece arrivare subito una misura annunciata ieri da Luigi Di Maio: un fondo per alzare le pensioni minime alimentato dal taglio di quelle d’oro e dei vitalizi col ricalcolo contributivo: “Ne ho parlato con il pressidente dell’Inps Tito Boeri. Spero di portarlo al primo consiglio dei ministri utile”. Il piano Boeri prevedeva un incasso di 4 miliardi dalle pensioni alte e di 150 milioni dai vitalizi.
La trattativa sulla flessibilità si intreccerà con quella sulla governance dell’eurozona al Consiglio Ue di fine giugno. Francia e Germania propongono soluzioni dannose per l’Italia (tetto al possesso titoli di Stato per le banche e vigilanza fiscale affidata al Fondo salva stati). Il nuovo governo vuole evitare la linea seguita dai precedenti esecutivi, che hanno accettato riforme penalizzanti in cambio di maggiori spazi fiscali.
Non è l’effetto Lega a demolire la casa sinti ma il volere dei giudici
“Dalle parole ai fatti”. Matteo Salvini parla (anzi twitta) di una casa abusiva costruita dai nomadi sinti a Carmagnola, in provincia di Torino. E demolita per “ristabilire la legalità”, come ha commentato la sindaca Ivana Gaveglio.
In realtà l’effetto-Lega ha poco a che fare con quanto successo ieri: è il risultato di un percorso più lungo, iniziato con l’iter giudiziario ancora nel 2008. L’autorizzazione all’abbattimento è arrivata lo scorso 11 maggio, con la decisione della Cassazione che ha ritenuto inammissibile l’ultimo ricorso presentato. Lo sgombero è stato disposto venerdì scorso dalla procura di Asti.
Nella casa, all’interno di un campo abusivo, fino a poco tempo fa abitavano due adulti. I loro ultimi effetti personali gli sono stati messi a disposizione prima dello smantellamento dei locali.
Nel suo tweet Salvini – sempre riferendosi alla casa demolita – usa anche lo slogan “Prima gli italiani”. Peccato che i sinti piemontesi siano loro stessi italiani, discendenti da comunità che si sono stabilite in zona intorno al Cinquecento.
L’ultimo azzardo di Matteo: espellere i Rom non è possibile
Matteo Salvini insiste. Dopo il parziale passo indietro della sera precedente, ieri è tornato a parlare di una schedatura della popolazione Rom in Italia: “Il censimento se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è razzismo. Io non mollo e vado dritto!”, ha scritto sui social network. In serata, un’altra capriola: “Non è la priorità”.
Quanti sono i rom in Italia?
Secondo l’Istat nel nostro Paese sono identificate come Rom, Sinti o Caminanti tra le 110 e le 170mila persone. Per l’Associazione 21 luglio sono tra le 120 e le 180mila. La schiacciante maggioranza non vive in campi nomadi ma in abitazioni comuni, come si legge nel rapporto 2017 dell’associazione. I Rom in emergenza abitativa sono circa 26 mila: “vivono in baraccopoli formali e informali o nei centri di raccolta monoetnici”. In sostanza le persone di etnia Rom che vivono in condizioni di “degrado” sono pari allo 0,04% della popolazione italiana. Nel 2016 erano 28 mila. La diminuzione dipende “dalle drammatiche condizioni di vita all’interno di questi insediamenti che hanno spinto alcuni degli abitanti a spostarsi in altri Paesi o a tornare nelle città di origine”. Roma è la città con il più alto numero di insediamenti: 17, di cui 6 formali e 11 “tollerati”.
È possibile espellere Rom e Sinti dall’Italia?
Secondo un’indagine Info Data del Sole 24 Ore pubblicata nel 2015, sono italiani (per lo più da diverse generazioni) circa 70mila cittadini di origine rom e sinta, poco meno della metà del totale.
Sono italiani anche il 48% degli abitanti delle baraccopoli “formali”, ovvero gestite dalle amministrazioni locali (dati Associazione 21 luglio). Negli insediamenti informali (dove vivono meno di 10mila persone) l’86% della popolazione è di origine romena, dunque comunitaria: non possono essere espulsi. Sono 9.600, infine, i Rom e Sinti fuggiti dalla guerra nei paesi dell’ex Jugoslavia. Circa 3mila di loro, il 30%, è “a rischio apolidia”. Gli apolidi non hanno cittadinanza: nemmeno loro possono essere espulsi.
Ci sono mai stati censimenti della popolazione rom?
Un censimento su base etnica è vietato dai princìpi costituzionali. L’articolo 3 stabilisce: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Nel 2008 il ministro dell’Interno Roberto Maroni dispose nel pacchetto sicurezza un censimento degli insediamenti rom – non dell’intera popolazione – che prevedeva identificazione, fotosegnalazione e rilievo delle impronte digitali degli abitanti dei campi. Dopo le critiche – tra gli altri – di Unione europea, Onu, Garante della Privacy, il censimento è stato effettuato solo nei campi di Roma, Napoli e Milano e senza raccogliere le impronte digitali dei minori (“tranne rarissimi casi concordati con il Tribunale dei minori”, secondo l’ex presidente di Unicef Vincenzo Spadafora). Alla fine le persone censite sono state 12.346, di cui 5.436 minori. Nel 2009 il Tar del Lazio ha definito parzialmente illegittimo il decreto Maroni: “L’autorità di pubblica sicurezza può disporre rilievi segnaletici solo nei confronti di persone pericolose o sospette o nei confronti di coloro che non siano in grado o si rifiutino di provare la loro identità” (articolo 4 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza).
Qual è la posizione del governo?
Ieri è stata specificata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte: “Nessuno ha in mente di fare schedature su base etnica, che sarebbero peraltro incostituzionali in quanto palesemente discriminatori”. Anche il vicepremier Luigi Di Maio ieri si è concesso una battuta sul censimento: “Il primo che faremo è quello dei raccomandati della pubblica amministrazione, anche in Rai”.
Come si sono comportati gli altri governi?
Nessuno ha mai proposto il censimento dell’intera popolazione Rom. L’ultimo esecutivo a promettere un’“indagine nazionale sul numero e la condizione degli insediamenti di Rom, Sinti e Caminanti” è stato il governo Renzi nel 2015, tramite la sottosegretaria al Lavoro Franca Biondelli (Pd).
Ricognizioni e mappature dei campi rom vengono regolarmente promosse dalle amministrazioni delle principali città italiane (tra le altre, le giunte Moratti e Pisapia a Milano, le giunte Marino e Raggi a Roma, la giunta Appendino a Torino).
È successo: Siri non disponibile
Va bene che tra Carroccio e Cinque Stelle il rapporto è un po’ così. Ma il leghista Armando Siri, apostolo della flat tax, esagera. Perché non ricordarsi che Danilo Toninelli è il ministro a 5Stelle dei Trasporti è già piuttosto bizzarro. Ma diventa un atto surrealista nel caso di Siri, che di Toninelli è sottosegretario. Magari sarà stata una censura psichica, come direbbe chi ne sa. O forse solo un po’ di caldo mischiato alle fatiche di governo. Sta di fatto che ieri durante Tagadà, su La7, il buon Siri è andato in confusione. E dire che la conduttrice Tiziana Panella stava interrogando gli ospiti su un innocuo giochino. Ossia chiedeva loro di scoprire il ministro “misterioso”, da indovinare tramite un paio di indizi: un computer e una divisa militare. Il dem Franco Mirabelli è rapido: “È Toninelli”. Ma Siri smentisce: “Toninelli non è ministro”. Imbarazzo e gelo in studio. “Come non è ministro?” chiede il senatore del Pd. E il leghista persevera, tre volte: “Non è ministro?”. “Certo che è ministro – ribadisce Mirabelli – È alle Infrastrutture”. Siri balbetta: “Alle Infrastrutture c’è… c’è…”, ribatte Siri. “C’è Toninelli”, risponde il senatore. E il sottosegretario alla fine cede: “Ah, sì, Toninelli, scusa. Mi sono confuso, perché ho visto la divisa della Polizia e intendevo dire che Toninelli non era della Polizia, ma era carabiniere”. Così è se vi pare, Siri.
Milano i censimenti li fa da dieci anni
L’ha detto al suo solito modo, Matteo Salvini, per accarezzare le pulsioni razziste che gli portano voti: “Mi sto facendo preparare un dossier sulla questione rom in Italia”, per fare quello che “fu definito censimento” e che oggi potrebbe essere chiamato “anagrafe o fotografia della situazione”.
Le schedature su base etnica sono pratiche razziste proibite dalla Costituzione. Ma i censimenti dei campi nomadi sono sempre stati fatti dalle amministrazioni pubbliche, per quantificare il fenomeno e per aiutare a predisporre interventi di aiuto e, insieme, di ripristino della legalità. A Milano li hanno fatti il centrodestra di Letizia Moratti e il centrosinistra di Giuliano Pisapia. L’ultimo lo ha realizzato, poche settimane fa, addirittura la Caritas ambrosiana, con l’aiuto dell’università Milano Bicocca.
“Non parlo delle cazzate di Salvini”, dice l’assessore alle politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino, che nel 2012, sindaco Pisapia, realizzò un censimento dei rom in accordo con l’allora assessore alla sicurezza Marco Granelli. “Il censimento della popolazione rom a Milano proposto da me e dall’assessore Granelli nel 2012 non c’entra niente con quello proposto da Salvini. Noi abbiamo stilato un elenco delle persone presenti nei cosiddetti campi rom, qua siamo invece di fronte a un censimento su base etnica”.
Non è facile cogliere le differenze, a parte le intonazioni della voce e le buone intenzioni che animavano Granelli, il quale nel luglio 2012 dichiarava: “Palazzo Marino avvia un censimento dei 2.500 rom in città, ordinato per famiglie, non per luoghi di insediamento come in passato, così potremo assicurarci che non ci siano nuovi arrivi dall’estero e da altre città, che vogliamo scongiurare”. È del 2008, invece, il censimento voluto da Riccardo De Corato, vicesindaco di Letizia Moratti, che nel giugno di dieci anni fa annunciava: “Prosegue l’azione di censimento dei campi nomadi regolari, prevista nell’ordinanza di nomina del prefetto Lombardi a commissario straordinario. Interventi importanti per sapere chi vive negli insediamenti comunali, che si affiancano ai costanti controlli dei campi abusivi”. De Corato vantava anche un primo bilancio: “Una decina di operazioni, abbattute 25 baracche e due villette, 14 denunce, 14 accompagnamenti in questura, oltre 300 persone controllate, decine di allontanamenti”.
Quello appena terminato oggi a Milano è invece il censimento dei nomadi “invisibili” realizzato dalla Caritas ambrosiana. Ha rilevato 2.700 persone insediate in 134 villaggi abusivi. “Vivono in zone insalubri”, racconta suor Claudia Biondi, responsabile dell’area Rom di Caritas ambrosiana, “senza acqua e senza elettricità”. “L’invisibilità è una loro strategia di sopravvivenza”, spiega il direttore della Caritas Luciano Gualzetti, “noi abbiamo voluto accendere una luce perché si trovino delle soluzioni. L’integrazione è possibile. L’accompagnamento sociale favorisce la legalità, come mostrano le esperienze modello, che sono da valorizzare”.
Il sospetto del M5S: Salvini le spara grosse per rompere
Il socio di governo che non vogliono chiamare alleato spara e rispara. Un giorno annuncia che chiuderà i porti, un altro che abolirà il tetto all’uso dei contanti, e ora giura di voler censire i rom. “Su questo non mollo e vado dritto, prima gli italiani e la loro sicurezza” strilla anche ieri. Per poi smussare in serata (“non è una priorità”) come da ripetuto copione. Ma nei Cinque Stelle ormai si dilata il sospetto. Il dubbio che il segretario della Lega alzi di continuo l’asticella per succhiare consenso innanzitutto a loro, e poi precipitare entro pochi mesi a nuove urne. Così da potersi risedere al tavolo da primo partito e primo leader. Magari senza avere davanti il Luigi Di Maio che ai suoi ripete: “Il vincolo dei due mandati non si tocca”. Ergo, in caso di voto anche a breve lui e molti altri non potrebbero ricandidarsi. Cattivi pensieri, forse.
Oppure “una semplice lettura della situazione”, come riassume un maggiorente del Movimento. Che ricorda il sondaggio su La7 di due giorni fa, quello che dà conto della Lega che per la prima volta scavalca il M5S. E dentro Montecitorio scandisce le sue convinzioni: “Nel 2019 torneremo a votare, Salvini si libererà appena avrà l’occasione giusta”. Il pretesto, per far saltare il banco. “D’altronde lui è in perenne campagna elettorale” sussurrano dentro i 5Stelle. Dove il detonare del caso Lanzalone è stata un’altra miccia per attaccare il capo, Di Maio. A cui rimproverano di subìre il ministro dell’Interno e la sua loquacità da annunciatore seriale. Che gioca a fare il presidente del Consiglio, con buona pace di Giuseppe Conte.
Il vicepremier dei 5Stelle lo sa. E lunedì ha preteso che Salvini correggesse la rotta sul censimento dei rom. E non a caso in serata Di Maio aveva sibilato che “quella cosa Salvini non può farla, perché è incostituzionale”. Un modo per rivendicare l’intervento. Ma ieri il leghista è entrato di nuovo a gamba tesa. E Di Maio a Porta a Porta non si è scomposto: “Censire su base razziale non si può fare. Ma sull’immigrazione siamo compattissimi, la musica è cambiata”. Però il clima nel M5S è quello che è. Con la rabbia di tanti eletti, che annunciano per domani un’assemblea congiunta “calda”, dove torneranno a lamentarsi per le nomine. Quelle dei nuovi membri dei Direttivi, “calati dall’alto senza consultarci”. E quelle di governo, “in alcuni casi incomprensibili”. Senza spazio per i tantissimi nuovi parlamentari. Ma sull’assemblea incomberà anche il peso del rapporto sbilanciato con il Carroccio. Dall’altra parte, la percezione della Lega è quella di avere il coltello dalla parte del manico. “Così facendo, Salvini fa crescere il nostro consenso – dicono i suoi – Dove porterà? Mah, vedremo”. E le elezioni non sono un tabù. Nel centrodestra raccontano che il progetto di Salvini sia quello di trasformare la coalizione via via in un partito unico. E prepararsi a nuove elezioni, dal governo. Per questo, continua ad andare dritto.
Mentre Conte lavora a un pre-vertice in previsione del Consiglio europeo, Salvini oggi incontrerà il vicecancelliere austriaco Heinz-Christian Strache e il suo omologo agli Interni del governo di Vienna, Herbert Kickl.
Una rete parallela, una politica estera alternativa. Non è stata casuale la scelta dei ministeri. Perché gli annunci choc dal Viminale non costano nulla. Mentre invece ieri il ministro dell’Economia Tria ha fissato dei paletti molto stretti per reddito di cittadinanza e flat tax. Di certo Salvini non abbasserà il tiro. E se agli alleati di governo non andrà bene, li sfiderà a chiudere l’esperienza. D’altronde il sottosegretario a Palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti, al Fatto solo qualche giorno fa diceva: “Questo governo lo hanno voluto più che altro le opposizioni”. Così alla domanda “quanto dura?”, uno dei big del Carroccio rispondeva: “L’estate”. Forse una provocazione. Di sicuro un segnale. Dalla Lega che si tiene le mani libere.
Prevenuti preventivi
Fa notizia il sondaggio del TgLa7 sul sorpasso della Lega sui 5Stelle, che farebbero bene a rifletterci: non perché i sondaggi debbano orientare la politica, ma perché i loro elettori sono molto più esigenti degli altri. Sia sulla coerenza (dal “mai con la Lega” al governo con la Lega). Sia sulla questione morale: infatti sono gli unici a indignarsi per lo scandalo Parnasi (che ha pagato politici e fondazioni di quasi tutti i parti, tranne quelli del M5S, ma è bastato l’arresto del superconsulente Lanzalone per far scattare l’allarme, peraltro sacrosanto). Per recuperare il terreno perduto non basterà dunque rubare la scena a Salvini (mission impossible, al momento, anche se alla lunga due-tre sparate al giorno potrebbero stufare): servono segnali concreti e immediati di cambiamento sui temi cari alla base: lavoro, diseguaglianze, legalità, trasparenza, casta.
Ma il sondaggio contiene anche un elemento interessante che non ha fatto notizia: 5Stelle e Lega insieme, premiati il 4 marzo dal 50% di votanti, oggi sfiorano il 60%. Quasi la stessa percentuale di consensi (57% e rotti) che il sondaggio di Ilvo Diamanti per Repubblica accredita al governo Conte. Eppure, a parte il no all’Aquarius, molti annunci, troppe sparate di ministri incontinenti e tre vertici internazionali del neopremier Conte (G7, Parigi e Berlino), il governo in 20 giorni non ha ancora fatto nulla. Si dirà: è proprio per questo. Quando poi, dall’iperuranio delle promesse, si atterrerà sulla dura realtà dei fatti e dei conti, la luna di miele finirà. Può darsi. Ma il vasto consenso dell’esecutivo gialloverde dipende anche da altri fattori. Anzitutto dalle aspettative terrificanti che, nell’establishment nazionale e internazionale e sui media sottostanti, ne avevano accompagnato la gestazione e la nascita. Con un fastidioso retrogusto di guerra preventiva, prevenuta e doppiopesista.
Ve lo vedete Conte? Appena indicato da Di Maio e avallato da Salvini, il professore foggiano fu dipinto come un utile idiota, un taroccatore di curriculum, un mezzo impostore, un re travicello incompetente e buono a nulla che ci avrebbe coperti di ridicolo nel mondo: “Ve lo immaginate – era il ritornello – nei vertici con Trump, Macron e Merkel?”. Il caso ha voluto che li incontrasse subito tutti e tre e ops! Niente corna, cucù, smargiassate, gaffe, frasi sessiste alle signore, battutacce, figuracce, selfie, give me five, mani in tasca, discorsi maccheronici in lingue sconosciute. Parla l’inglese, un po’ meno il francese, sa qualcosa di tedesco, ma soprattutto conosce l’italiano. Sta al posto suo.
Dice poco, ma quel poco lo dice benino. Non sarà un granché, ma viste le profezie di sventura (e i precedenti), è grasso che cola.
Il contratto, orrore! Quando M5S e Lega firmarono il contratto alla tedesca (seppur molto meno dettagliato di quello Cdu-Spd), fu scandalo generale. Ma come, un contratto?! Non si usa, non si fa, è incostituzionale, dove andremo a finire. Detto dagli stessi che non fecero un plissè quando Renzi e B. (l’uno teoricamente al governo e l’altro teoricamente all’opposizione) firmarono un patto segreto al Nazareno per riformare la Costituzione, la legge elettorale e chissà cos’altro. Il contratto gialloverde invece è pubblico, dunque brutto. Anzi, invece di commentare quello firmato da Di Maio e Salvini, si continua ad analizzare la bozza provvisoria e apocrifa uscita sull’Huffington Post. Ora si scopre che il contratto vero è utile: per zittire Fontana e Salvini che delirano di coppie gay, legge 194 e censimenti razziali sui Rom (“non sono nel contratto”).
Savona che paura! Ricordate Paolo Savona? È il diabolico professore che, se fosse diventato ministro dell’Economia, ci avrebbe portati ipso facto fuori dall’euro, bruciando tutti i nostri sudati risparmi. Così assicurava Mattarella, che a causa sua rispedì a casa Conte rimpiazzandolo con Cottarelli per un paio di minuti, spalleggiato da trombette e tromboni a mezzo stampa. Ora Savona è ministro degli Affari europei: il trampolino ideale per farsi esplodere sull’Ue e sull’euro. Ma il satanico prof, dispettoso com’è, non ne ha alcuna intenzione e anzi le sue dichiarazioni paiono piuttosto rassicuranti. Se gliel’avessero chiesto prima, anziché fargli il processo alle intenzioni, avremmo risparmiato tempo, tensioni e qualche punto di spread.
Brrr lo spread! E lo spread impazzito? E le Borse in picchiata? E la bocciatura dei mercati? E il rischio Grecia dietro l’angolo? E la Troika in marcia al Brennero? Era tutta colpa del governo Conte e della maggioranza populista. Oggi non se ne parla più, perché è tornata la calma: sarà merito del governo Conte e della maggioranza populista? O forse il casino dipendeva dall’incertezza sul governo, più che dai suoi ministri?
Santa Spagna. Un anno fa il ministro dell’Interno Minniti (Pd) dichiarava: “Sarei orgoglioso se una e una soltanto fra le navi che operano nel Mediterraneo, anziché in Italia, andasse in un altro porto europeo” (28.6.2017). E voleva chiudere i porti alle navi delle Ong, bloccato all’ultimo dal collega Delrio. Applausi da giornaloni, Gentiloni, Mattarella, Vaticano e Renzi al ministro di centrosinistra che scopriva la legalità e le cantava all’Europa indifferente. Ora, col governo Conte, la sua speranza che una nave sbarchi in un porto non italiano (Valencia) s’è avverata. Cambiando almeno il clima nell’Ue (per i trattati si vedrà). Non servono applausi, che anzi sarebbero fuori luogo, trattandosi di persone costrette a vagare sulle acque agitate del Mediterraneo. Ma i titoli “Grazie Spagna” (Repubblica) e “Spagnoli brava gente” (La Stampa) per un Paese che spara sui migranti, non ne fa entrare nessuno, poi ne prende 500 contro le centinaia di migliaia dell’Italia, fanno specie. Anzi, pena.
Rai, arrivano i mostri. “I 5Stelle vogliono prendersi la Rai” (Giornale), “Le mire dei Cinquestelle su Rai3” (Repubblica). La Rai è tutta nelle mani dei renziani, che hanno occupato – senz’aver mai avuto la maggioranza dei votanti – le tre reti e i tre tg. E fatto cacciare, nel silenzio generale, Gabanelli, Giannini e Giletti. Noi speriamo che i 5Stelle (sulla Lega contiamo poco) tengano fede al contratto ed evitino di occupare non dico le tre reti e i tre tg, ma pure uno strapuntino. E mettano gente brava e senza tessere, in attesa di riformare la Rai perché mai più nessuno sia nominato da un partito. Ma chi avallò la berlusconizzazione e/o la renzizzazione dovrebbe tacere: qualunque cosa facciano, i gialloverdi non potranno eguagliare i renzusconiani.
Tutti ladri. Luca Parnasi ha pagato politici Pd e FI (arrestati perché erano fondi illeciti), e due fondazioni del Pd e della Lega (nessun arresto perché erano fondi leciti, anche se nascosti: tant’è che sono emersi dalle intercettazioni, non dai bilanci). Nessun politico 5Stelle. Vi pare possibile leggere decine di titoloni sui soldi ai 5Stelle (inesistenti), sul “sistema Raggi” (non indagata, dunque deve dimettersi) e sui fondi alla Lega (leciti ma non trasparenti), e nessuno sui fondi al Pd e a Sala (leciti ma non trasparenti)? Il massimo sforzo di Repubblica sul tema è un sommarietto sotto il titolone “L’opa di Parnasi sul governo M5S-Lega: ‘Al Carroccio 200mila’”). Questo: “E spuntano 50mila euro di finanziamento lecito per Sala”. A dire il vero è lecito anche quello alla Lega. Ma il Pd è come Dash: lava più bianco. E i suoi soldi, alla peggio, “spuntano”.
C’è pm e pm. Ieri il Csm, in scadenza fra 19 giorni, ha proseguito imperterrito la sua guerra al pm Woodcock, reo di avere scoperchiato lo scandalo Consip, disturbando i manovratori renziani. Lo accusano di non aver indagato per tempo Vannoni e di avergli ricordato il dovere dei testi di dire la verità. Invece per i pm di Roma che non indagarono Renzi e De Benedetti per l’insider trading sul decreto banche, ma in compenso sono occhiutissimi su tutto quanto accade in Campidoglio, nemmeno un buffetto. Quando vi dicono che “sono tutti uguali”, fatevi una risata.