Non bastano più i bassi consumi: ora c’è la potenza

Da anni Toyota Gazoo Racing rincorreva il trionfo alla 24 Ore di Le Mans: dopo i tentativi falliti, la gloria è arrivata la scorsa domenica. Nella celebre endurance francese il costruttore ha conquistato una doppietta, mettendo sul gradino più alto del podio l’equipaggio di Kazuki Nakajima, Sébastien Buemi e Fernando Alonso: i tre si sono alternati alla guida del bolide TS050 Hybrid, prototipo ibrido con un carico tecnologico che ha poco da invidiare alle monoposto di Formula 1. Con l’occasione Toyota ha annunciato che la TS050 Hybrid presterà la sua meccanica a una supercar stradale (anticipata dal concept “Gr Super Sport”) da prezzo e prestazioni stellari: nel telaio monoscocca di fibra di carbonio è piazzato un motore V6 2.4 biturbo a iniezione diretta, abbinato a due motogeneratori elettrici, uno per asse. La potenza complessiva oscilla attorno ai 1.000 Cv, scaricati a terra dalle quattro ruote motrici. Fra le altre supercar che usano la tecnologia ibrida per esaltare le prestazioni c’è la Bmw i8 plug-in hybrid: costruita attorno a una scocca in fibra di carbonio, vanta una potenza complessiva di 374 Cv e 570 Nm di coppia motrice. Il suo sistema propulsivo prevede un 3 cilindri 1.5 turbo da 231 Cv accoppiato a un motore elettrico da 143 Cv, alimentato da batterie al litio da 11,6 kWh.

Disponibile con carrozzeria coupé e spider, la vettura scatta da 0 a 100 all’ora nell’ordine dei 4,5 secondi, tocca una velocità massima autolimitata a 250 km/h, con emissioni di CO2 comprese fra 42 e 46 g/km. Il consumo medio omologato oscilla tra 1,9 e 2,1 l/100 km e il veicolo può viaggiare in modalità totalmente elettrica per circa 54 km; a patto di non superare la velocità di 120 km/h. Prezzi da 148 mila euro. Ancora più esclusiva (200 mila euro di listino) l’affascinante Honda Nsx: vanta architettura con motore centrale, racchiuso in un telaio Space-Frame in alluminio. A spingere la vettura c’è un propulsore ibrido che abbina un V6 biturbo di 3,5 litri di cilindrata da oltre 500 Cv a tre motori elettrici, due collegati all’asse anteriore e uno a presa diretta che agisce direttamente sull’albero a gomiti dell’endotermico. Un quartetto integrato da un cambio automatico doppia frizione a 9 rapporti: la potenza complessiva è di 581 Cv, mentre la coppia motrice tocca quota 646 Nm.

L’auto si fa in tre: mild, full e plug-in

Ormai, buona parte dei costruttori di auto offre modelli che abbinano al motore endotermico una qualche forma di elettrificazione. Quelle più avanzate possono marciare per qualche decina di chilometri senza consumare una goccia di carburante. Ecco una rassegna dei livelli di tecnologia ibrida, con i modelli in vendita sul mercato.

Mild hybrid. Si tratta di una soluzione leggera ed economica: la sua componentistica presenta pesi e ingombri minori rispetto alle più sofisticate full hybrid e plug-in hybrid; ciò si traduce in costi di produzione inferiori e, di conseguenza, in un prezzo di acquisto più basso per il cliente. Questa elettrificazione è presente su modelli come Suzuki Swift o nuova Jeep Wrangler. Il mild hybrid si compone di un piccolo motore/generatore elettrico (che rimpiazza il tradizionale alternatore o il volano, entrambi collegati al motore termico) e di un impianto a 48 Volt.

In marcia, quando si toglie il piede dall’acceleratore, l’energia prodotta durante le decelerazioni viene recuperata e immagazzinata in una batteria dedicata: viene poi utilizzata per avviare il propulsore endotermico e per alimentare il motogeneratore stesso, che supporta l’unità termica durante le partenze e le accelerazioni. Sfruttando un convertitore, poi, l’energia recuperata può essere inviata anche alla batteria convenzionale a 12 Volt, che alimenta i vari accessori del veicolo: ciò permette di limitare i consumi e il “lavoro” del motore a benzina.

Full hybrid. Nomen omen: è un sistema più complesso rispetto al mild e sfrutta un motore elettrico principale, abbastanza potente per consentire all’auto di marciare, per pochi chilometri, con la sola spinta elettrica. Un motogeneratore secondario si attiva quando si solleva il piede dall’acceleratore, utilizzando l’energia cinetica per produrre corrente elettrica, che finisce in un accumulatore dedicato: la coppia resistente che ne deriva, contribuisce a rallentare la vettura (si parla, quindi, di “frenata rigenerativa”). Nelle fasi di partenza, il motore elettrico principale supporta l’endotermico. Selezionando una specifica modalità di marcia, è il solo elettromotore a far muovere il veicolo.

Tuttavia, l’autonomia elettrica è limitata dalla ridotta capacità della batteria: si percorrono solo un paio di chilometri a emissioni zero. Il propulsore elettrico funziona grazie alla presenza di un inverter, che converte la corrente continua dell’accumulatore dedicato in corrente alternata, necessaria per alimentare l’elettromotore. Inoltre, l’inverter varia i parametri di ampiezza e frequenza della corrente, regolando la potenza erogata dal motore a zero emissioni. Buona parte delle ibride Toyota, come Yaris e CH-R, sfrutta questo sistema.

Plug-in hybrid. Nasce come diretta evoluzione del sistema full: la filosofia di funzionamento è simile, ma il plug-in consente di aumentare notevolmente l’autonomia di marcia in modalità puramente elettrica. Il plug-in hybrid presenta un accumulatore dedicato al motore elettrico di dimensioni superiori rispetto a quello presente sulle full hybrid: oltre a ricaricarsi parzialmente nelle decelerazioni, può essere rifornito esternamente, collegando l’auto a una colonnina di ricarica o a una presa di corrente. Questo permette di percorre distanza di alcune decine di chilometri con la sola trazione elettrica, a patto di non superare determinate velocità, non essere troppo rudi con l’acceleratore e ricordarsi di ricaricare la batteria con una sorgente di corrente esterna una volta giunti a destinazione (perché la capacità della batteria dedicata è troppo grande per rifornirla completamente con le sole decelerazioni). Esempi di veicoli ibridi plug-in sono modelli come la Toyota Prius plug-in o la coreana Kia Niro Phev.

Insooma, l’ibrido dà il meglio di sé in ambito urbano per via delle frenate e ripartenze continue. Funziona discretamente pure sui percorsi misti, mentre in autostrada (con velocità di crociera costante e scarse decelerazioni/frenate) la sua resa è meno determinante.

A scuola da Toyota per imparare a guidare pulito

Che Toyota punti molto sull’ibrido è chiaro da tempo: mentre le altre case automobilistiche hanno cominciato a sviluppare questa tecnologia solo negli ultimi anni (per fronteggiare le sempre più severe norme sulle emissioni nocive), il colosso giapponese è presente sul mercato con i suoi modelli hybrid già dal lontano 1997, quando debuttò la prima edizione della Prius. Una sfida tecnologica che la casa giapponese ha deciso di valorizzare con la creazione della Hybrid School, un programma dedicato ai clienti che vogliono ottenere il massimo dell’efficienza dalla loro auto ibrida. I corsi, totalmente gratuiti, si svolgono nelle concessionarie e si suddividono in tre momenti: una presentazione tecnica in aula, un test drive con la propria automobile ibrida a fianco di un istruttore e una sessione di domande e risposte con il personale specializzato. In questo percorso, i partecipanti avranno modo di scoprire a fondo, con il supporto dei professionisti della Hybrid School, i segreti per sfruttare al meglio il comparto elettrico dell’auto e abbattere i consumi di carburante. Lo scopo ultimo? Formare “piloti di auto ibride” o, perlomeno, acquirenti più consapevoli.

In aula vengono approfonditi i concetti di frenata rigenerativa (che serve per ricaricare la batteria), veleggiamento e utilizzo della brake mode: sfruttarli a dovere consente pure di limitare l’impatto ambientale dell’auto. I nuovi clienti di un modello ibrido Toyota verranno, quindi, contattati entro tre mesi dall’acquisto del veicolo per essere inseriti nel programma, che avrà cadenza trimestrale.

La svolta dell’ibrido. Il verde è in rampa di lancio

C’è chi lo considera una testa di ponte verso l’elettrificazione completa, chi invece un’alternativa concreta da subito alle motorizzazioni tradizionali, come quelle a gasolio. Probabilmente l’ibrido è entrambe le cose, e qualche altra ancora. Il primo passo è stato quello di lasciare al palo l’elettrico puro, ancora alle prese con i soliti problemi di autonomia (ma qui la situazione sta migliorando) e carenza di infrastrutture (qui meno), e rosicchiare qualche decimale al diesel ritagliandosi una quota di mercato accettabile almeno nel vecchio continente: nel 2017 era del 3% (in nord America del 2,6% e in Cina dell’1%, per una media mondiale del 2,9%) e valeva circa 300 mila veicoli, mentre da gennaio a maggio di quest’anno è già salita al 3,7%. Il riferimento è, nondimeno, alle vetture in commercio con le diverse tecnologie disponibili (mild hybrid, full hybrid, plug-in hybrid).

A fare da traino ci sono Paesi come Norvegia, Finlandia, Svezia e, nel suo piccolo, Islanda, aiutati da norme fiscali che favoriscono la doppia motorizzazione a differenza di quanto avviene da noi in Italia, dove comunque si è in linea con la media europea a livello di numeri. E dove qualcosa potrebbe cambiare, in meglio, se è vero che nel contratto di governo M5S-Lega sono contemplati incentivi statali per l’acquisto di auto ibride, oltre che elettriche.

Come vedremo nel dettaglio più avanti in queste pagine, esistono diversi tipi di ibrido. Quello attualmente percepito come sostituto naturale dei motori a combustione è il full hybrid, che tra l’altro permette di viaggiare anche in modalità elettrica pura per brevi tragitti. Su questo fronte, nella classifica delle vetture più vendute nei primi cinque mesi dell’anno in Europa c’è un dominio quasi imbarazzante del gruppo Toyota, con modelli come C-HR, Yaris, Auris e Rav4 ai primi posti, seguiti dalle coreane Kia Niro e Hyundai Ioniq, quindi da Lexus Nx e ancora Toyota con la Prius, l’antesignana di tutte le ibride lanciata in Giappone nell’ormai lontano 1997 e arrivata sulle piazze mondiali col nuovo millennio.

C’è infine il plug-in, il cosiddetto ibrido “alla spina” ricaricabile appunto da presa domestica, colonnina o wall-box, i cui numeri sono ancora bassi e che coinvolge principalmente (ma non solo) marchi premium, anche perché sfrutta un tipo di tecnologia più costosa e dunque meno conveniente per i generalisti. Parlando di automobili più vendute da gennaio a maggio 2018, in questo caso la prima è il Mitsubishi Outlander, seguita da Volkswagen Passat, Bmw Serie 2 Active Tourer, Bmw Serie 3, Volkswagen Golf, Mercedes Glc, Audi A3 e Volvo XC90.

Starship 9, da Urania alla musica da film

“Devi sempre rovistare nella tua memoria musicale: qualcosa uscirà”. Ed è quello che hanno fatto gli Starship 9, duo romano formato da Ernesto Cornetta e Fabio Fraschini, le cui comuni radici musicali affondano nell’universo delle colonne sonore italiane degli anni 70 e in particolare quelle prodotte dalla romana Cinevox Record (Morricone, Goblin, Piovani, Ortolani), la stessa che ora pubblica il loro omonimo disco d’esordio. Con un’estetica che si rifà alle copertine dei libri di fantascienza Urania – quelli con il cerchio rosso a mo’ di oblò lunare che divenne il simbolo della collana –, il sound degli Starship 9 crea atmosfere pop e psichedeliche d’ispirazione retrò che toccano corde sonore “stellari”. I 12 brani (segnaliamo Home Again, Andromeda e Stelvio FM), si fondono in una ottima miscela sonora, anche se resta criticabile la scelta del vocoder, che rende il tutto poco originale: come ebbe a dire il loro mentore, Stelvio Cipriani, il futuro della musica da film, purtroppo, riposa tutto al passato.

Pietropaoli rilegge Woodstock, 50 anni dopo

Acinquant’anni di distanza, Woodstock continua a essere fotografia di un’epoca, evento culminante, e finale, di un sentire collettivo diverso che sembrava destinato a cambiare la storia. Gli anni trascorsi forniscono ora la possibilità di tornare a guardarlo finalmente liberi dalle nebbie del mito.

Infatti, se della cultura alternativa che nell’agosto 1969 portò oltre cinquecentomila giovani a Bethel – anonima cittadina rurale dello Stato di New York – oggi non resta praticamente nulla, i linguaggi musicali nati allora hanno invece lasciato il segno aprendo la strada alle sonorità di oggi.

Con “Woodstock Reloaded” Enzo Pietropaoli (tornato per l’occasione al basso elettrico) ne “ricarica” la forza, e in qualità di leader del “Wire Trio” – con lui Enrico Zanisi (pianoforte e tasteire) e Alessandro Paternesi (batteria) – entra in quel mondo per riportarne a galla le emozioni, “attualizzandole”.

Nasce così un racconto in musica che, partendo da “Soul Sacrifice”, attraversa le sonorità ribelli di “With A Little Help From My Friends” e “See Me Feel Me/Listening To You”, l’essenzialità di “Hey Joe” , le tinte marcatamente blues di “Summertime” nell’interpretazione di Janis Joplin, continua con “Proud Mary”, “Swing Low Sweet Chariot” e “I Want To Take You Higer” per poi chiudersi con la riuscita sintesi di “Back Home” (Pietropaoli).

“Non vuole essere e non è una proposta di cover, piuttosto rilettura originale, una sorta di ‘aggiornamento’ di quelle lontane emozioni” sottolinea il Trio.

“Gli artisti presi in considerazione – Santana, The Who, Janis Joplin, Joan Baez, Joe Cocker, Creedence Clearwater Revival, Jimi Hendrix, Sly And The Family Stone – rappresentano, a mio modo di vedere – aggiunge Pietropaoli – le punte più significative di quei quattro giorni, a volte per ragioni musicali, a volte di costume, o per come hanno rappresentato quel movimento culturale”.

Ottimo, da avere.

Pearl Jam in Italia ma nel mirino c’è sempre Trump

Eddie era di passaggio a New York quando un fan, incontrandolo per strada, gli porse una palla da baseball da firmare. Vedder, sfegatato tifoso dei Chicago Cubs, accettò di buon grado. Ma su quella palla c’era già l’autografo di Chris Cornell, leader dei Soundgarden, morto suicida un anno fa. Eddie cominciò a piangere a dirotto, mormorando di quanto gli mancasse l’amico. Il ragazzo gli regalò la palla: “Capisco quanto significa per te. Tienila tu”. Accadeva qualche settimana fa, e in questa storia c’è tutto il paradosso del grunge. Eccoli, gli eroi rock della Generazione X, formatisi tra la seconda metà degli anni Ottanta e i Novanta, costretti a combattere contro il demone del mal di vivere. Oggi, quelli che non si sono arresi raddoppiano gli sforzi, sul palco e in studio, in nome dei “fratelli” che hanno gettato la spugna. Basta osservare la furia di Dave Grohl: i rapporti con Cobain saranno stati pure tesi al tempo dei Nirvana, ma ora Dave incendia il pianeta con i suoi Foo Fighters. E Vedder (che da ragazzo aveva flirtato spesso con l’idea di togliersi la vita) porta avanti la fiaccola anche per conto di Cornell, il sodale che lo aveva coinvolto, decenni fa, nel supergruppo dei Temple of the Dog, nato per onorare un altro “caduto”, Andrew Wood dei Mother Love Bone. Poche band al mondo possono vantare integrità artistica e umana come i Pearl Jam. Venerdì il loro tour europeo passerà dagli I-Days di Milano, il 24 saranno allo Stadio Euganeo di Padova e il 26 occuperanno l’Olimpico. Con l’Italia, e Roma in particolare, il rapporto di Eddie e dei suoi è sempre stato speciale. Anche se nel ’93, quando al Flaminio aprirono la serata per gli U2, fu scontro dialettico con un pubblico impaziente di ascoltare i dublinesi. Qualcuno alzò un cartello con la scritta “Fuck you” e Vedder rispose: “Sapete cosa? Voi fottete me e tra poco Bono fotterà voi!”. Ma con la Capitale era già amore: un anno più tardi il frontman dei Pearl Jam avrebbe sposato la fidanzata storica Beth Liebling in Campidoglio (salvo divorziare poco dopo), e non era raro beccarlo mentre si esibiva a sorpresa nei club di Testaccio con musicisti romani, al prezzo di una buona bottiglia di rosso. Due decenni più tardi, elaborati indicibili lutti (come la tragedia al Festival di Roskilde nel 2000, quando nella calca sotto al palco morirono nove ragazzi) i Pearl Jam sono ancora in missione per conto del grande rock, e degli amici che non ce l’hanno fatta. Non solo le rockstar: ad Amsterdam, giorni fa, hanno dedicato lo show allo chef Anthony Bourdain.

E poi c’è da tirare colpi tosti a Trump, come dimostra l’ultimo solidissimo singolo “Can’t deny me”. C’è anche un verso della canzone stampato sulle magliette ufficiali del tour: “Condizione critica” per gli Usa, scritto sotto la foto dei marines che alzano la bandiera a stelle e strisce a Iwo Jima. Ma la bandiera è rovesciata. Mirate al presidente, con o senza mazza da baseball.

Un pulmino per lo strega

E siamo sul pulmino, in un clima da gita scolastica, veniamo dal Festival Letteratura di Salerno diretti a I luoghi della scrittura di San Benedetto del Tronto. Due delle varie tappe di un tour (ci porterà anche a San Pietroburgo) in cui sono coinvolti i candidati al Premio Strega che da dodici sono ora ridotti a cinque, tre donne e due uomini (avevo scritto “maschi”, ma D’Amicis e Balzano, qui sul pulmino, mi dicono che discrimino. E allora sia: “uomini”).

Da quando è scattata la candidatura, la mia vita (e suppongo, dalle loro corse e dai loro aggiustamenti di orario, ritardi e capriole per essere presenti, anche quella degli altri) è tutto un prepara la valigia, disfa la valigia, parti, torna, riparti, mentre il cellulare squilla in continuazione. È la casa editrice che informa: tizio ti vota, tizia non ti vota, quell’altro dice sì, poi dice no, poi forse. Corri corri. E si confondono i treni, e ci si ritrova a Perugia mentre si doveva essere a Firenze. E ci si chiede se è proprio questo il compito di uno scrittore, questa disponibilità a essere presenti su un palco, a esporsi.

Quattro anni chiusa a scrivere un libro per poi essere proiettata in un universo collettivo e scanzonato, dove siamo incredibilmente tutti rivali e tutti amici in fila di posizionamento in cinquina: Helena Janecezk, con La ragazza con la Leica (Guanda); Marco Balzano con Resto qui (Einaudi); io con La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Neri Pozza); Lia Levi con Stasera è già domani (e/o); Carlo D’Amicis con Il gioco (Mondadori). Ci siamo stipati sul pulmino in compagnia di Luca, giovane autista tatuato, che ci racconta come ha fatto a perdere cento chili diventando bellissimo (ma non chiedetemi di più, perché mi sono subito distratta); del Magister Stefano Petrocchi, vale a dire il direttore della Fondazione Bellonci, colui che ha il polso delle cose, ma che se ne sta arroccato fra gentile riserbo e paterno incoraggiamento della truppa; e infine, last but not least, della problem-solver Serena. Più tardi ne imparerò anche il cognome (Ferraiolo), ma per tutti lei è Serena e basta, dolcemente indispensabile.

Adesso non immaginatevi fra noi sorrisi stiracchiati, frecciatine e colpi bassi, non andate a ripescare quella vecchia canzone di Francesco De Gregori in cui si dice di scrittori “ipocriti e gelosi come gatti” (Poeti per l’estate, 1985). Ma no. Noi ci siamo solo studiati un po’, quando ancora eravamo in dodici. Poi ci siamo confrontati per stendere un comunicato unitario in difesa di una politica d’accoglienza trovando un non facile accordo (“firmano grandi appelli per la guerra e la fame”, aiuto!) e ora siamo in cinque e tocca andare d’accordo.

Tocca dimenticare che, mentre noi civilmente parliamo in pubblico dei nostri libri, alle nostre spalle ferve un accanito lavoro editoriale che mira a conquistare voti, a rubarseli l’un l’altro, a spostare preferenze in un sistema “politico” che col valore o disvalore dei libri, a questo punto della partita, ha poco a vedere. È la tessitura sapiente delle relazioni a vincere, delle garanzie reciproche e, per fortuna – ogni tanto – anche dei diversi gusti letterari. Lo Strega è sempre stato così, anche ai tempi della “mia” Ginzburg e della sua grande generazione.

Intanto noi siamo qui sul pulmino e simpatizziamo. Con Helena siamo andate a comprare abbronzanti sperando ci scappi un bagno al mare fra un incontro e l’altro. Con Marco giovane padre (come mio figlio) ci conosciamo da tempi non sospetti e gli ho persino prestato l’unica matita disponibile, dentro al pulmino, nascosta nella mia borsa (speriamo me la restituisca. Abbiamo entrambi l’abitudine di sottolineare i libri.

Ora lui sta leggendo Gli aquiloni di Romain Gary e io Selva oscura di Nicole Krauss). Con Carlo scopriamo che conosce mio marito da quando era ragazzo e lavorava con lui alla RadioTre di Enzo Forcella! Ma dimmi tu… E con Lia è tutto molto facile. Lia è una donna diretta e comunicativa dall’alto dei suoi splendidi ottantacinque anni. Siamo contenti tutti quanti che i giovani abbiano scelto lei per il loro Strega. Ci è sembrato il miglior segno di intesa fra generazioni distanti.

Eppure siamo competitors, come si dice. Anche qui sul pulmino, e anche se la parola ci fa ridere quando ce la buttiamo addosso l’un l’altro. Ma siamo pure gente di mondo, sempre come si dice e sempre sul pulmino. Gente che conosce le regole del gioco, e gente che però ama De Gregori e finisce perversamente a canticchiarsi in testa quella canzone: “Vanno a due a due i poeti verso chissà che luna… sognano di vittorie e premi letterari, pugnalano alle spalle gli amici più cari….”.

Ahi ahi, speriamo proprio di no.

La7 e Giletti: tutti al servizio delle vendette di Corona

Qualche settimana fa, Massimo Giletti mi aveva invitata a un confronto con Fabrizio Corona nella sua trasmissione, Non è l’arena su La7. Gli avevo risposto che non avevo nulla su cui confrontarmi e ribadito in una successiva telefonata che se Corona esiste è per quelli come lui e che non avrei partecipato al teatrino imbastito sul pluricondannato in cerca di riabilitazione mediatica.
Qui finisce la premessa necessaria per comprendere il resto, che è la storia non di un pluricondannato in cerca di quello che ha ottenuto (titoloni e attenzione), ma di una furbata televisiva mascherata da confronto tv che è stata una celebrazione del galeotto maltrattato dal sistema giudiziario italiano.

Se Corona è prevedibile, chi ha stupito di più è Massimo Giletti, il vero colpevole di un momento televisivo sconclusionato e diseducativo. Intanto sfugge perché da settimane andasse in onda uno spot in cui Corona pubblicizzava la sua presenza a Non è l’arena come fosse stato l’eroe tornato dal fronte. Sfugge il perché in studio sia stato accolto con applausi e ovazioni un personaggio che ha subito condanne per reati che vanno dall’estorsione alla bancarotta alla corruzione e che sta ancora scontando una pena. Sfugge anche il perché un giornalista e conduttore nei giorni precedenti si sia lasciato fotografare con indosso la t-shirt del nuovo marchio di Corona e in palestra con lui per finire su Chi e nelle storie di Instagram del suo ospite.

Quello che viene definito un “processo a Corona” è stato in realtà un processo che Corona ha fatto in tv a tutti coloro che sono colpevoli di non aver eretto una statua in giardino in suo onore. A quelli che magari si sono stancati di vedere la stampa che gli fa il pediluvio regalandogli spazio e interviste, e raccontando Corona per quello che è: uno che da anni entra ed esce dalla galera perché commette reati. Fine.

A incalzarlo una Armata Bracalone dell’opinionismo, nessuno capace di contraddirlo, nessuno con minima conoscenza della sua storia processuale. Giampiero Mughini è riuscito a farsi dileggiare per il suo aspetto e le scarse vendite dei suoi libri in uno slancio masochistico commovente. Nunzia De Girolamo che ha balbettato cose a caso su quanto la morale non c’entri nulla con la giustizia. Alessandro Cecchi Paone non pervenuto. Klaus Davi diceva cose sensate quindi ha parlato un secondo. Francesca Barra, forte delle sue note battaglie per la legalità, lo difendeva con argomenti tipo “vabbè ma chi nello spettacolo non ha preso soldi in nero?”. L’avvocato Ivano Chiesa, poi, si è fatto dire da Corona che “ormai è una celebrità grazie a me” e “prende 6000 clienti grazie a me”. Corona è convinto di portare benefici a chiunque gli si avvicini. Bisognerebbe chiedere a quelli a cui deve soldi. O alla famiglia.

Poi è toccato a Don Antonio Mazzi che, vista la sua ricerca spasmodica del famoso da riabilitare nelle sue comunità, se l’è anche cercata. “Don Mazzi si fa pubblicità col mio nome, se facciamo un’inchiesta sulle sue comunità entriamo in un argomento che non finiamo più”. Poi le accuse nei confronti della questura di via Moscova, a Milano, che Corona il bullo ha minacciato così: “Gliela farò pagare”. Notare che i poliziotti di Moscova sarebbero colpevoli di essere andati ad arrestarlo a casa nonostante lui avesse garantito di consegnarsi due ore dopo. Nessuno del parterre che gli abbia detto una cosina semplice, tipo: “L’ultima volta che hanno aspettato due ore per arrestarti, poi sono dovuti venire a riprenderti in Portogallo”. Così come nessuno che, ai suoi continui “sono uno che guadagnava 5 milioni l’anno”, gli abbia rammentato che tanto un genio dell’imprenditoria non è, visto che le sue società sono fallite per bancarotta. E nessuno che quando ha proclamato tronfio “ho rivoluzionato il fotogiornalismo in Italia” gli abbia spiegato che sì, in effetti, andare a vendere le foto di David Trezeguet a Trezeguet o tentare di venderle a Francesco Coco e Adriano anziché ai giornali è stata estorsione, più che rivoluzione. Toccante poi il filmato in cui Corona fa un tuffo al mare perché il mare è simbolo di libertà, cosa che ha ricordato un po’ a tutti Enzo Tortora che ritorna a Portobello dopo l’immonda carcerazione e altre ingiustizie di cui Corona è degno rappresentante. Toccante la sua frase “La morale va predicata non praticata!” che è probabilmente un lapsus di quelli memorabili.

Poi si arriva a me e, per certi versi, è la parte più incredibile. Nel luglio del 2016, su Il Fatto avevo scritto una lunga inchiesta su Corona durante l’affidamento in prova. Avevo raccontato di suoi compensi in nero e di come in molti ritenessero la casa della collaboratrice Francesca Persi la sua cassaforte. Di come il calciatore Giuseppe Sculli fosse andato a reclamare dei soldi che Corona gli doveva. Corona era libero, avrebbe potuto contestare l’articolo ma se ne stette ben zitto. Era luglio, a ottobre ci fu la perquisizione in casa Persi e il ritrovamento di 1,7 milioni nel controsoffitto. Quindi avevo scritto la verità. Corona da Giletti l’ha raccontata così: “La Lucarelli, una non giornalista, fa un’inchiesta che non potrebbe fare in cui scrive che Corona ha milioni di euro nascosti in quella casa. Secondo voi quando in questo momento che c’è crisi, che la gente ammazza per 5 euro, quando uno dice che Corona ha milioni di euro in casa, cosa ti vengono a fare? Un’estorsione! E tu giornalista hai il peso della parola e della scrittura non lo devi dire questo!”. Nessuno gli ha ricordato che per quei soldi nascosti è stato condannato per evasione fiscale e che dire che gli ho causato un’estorsione è come dire che dovevo tacere un presunto reato per non causargli problemi accessori.

Segue poi l’acme. Corona: “La Lucarelli ha accanimento e frustrazione e anche gelosia perché non ci sono mai stato, anni e anni che vuole il mio corpo e non glielo do”. Le due mancate deputate ridono, gli uomini tacciono. Giletti si dissocia. Peccato che il programma fosse registrato e la miglior dissociazione, nonché l’unica credibile, sarebbe stata il taglio della frase becera e sessista nei miei confronti. In più, il giorno dopo, Corona pubblica gli sms ricevuti da Giletti “Vai, siamo in tendenza su twitter!”, “Hai fatto diventare La7 prima rete nazionale! Vai Fabrizio!”. Tutto questo accade mentre mi trovo a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia, nel Mar Morto. E vi dirò: pensavo che questo fosse davvero il punto più basso della terra, ma Non è l’arena domenica sera è riuscita a scendere più giù. Tocca aggiornare i geologi.

Tav: guerra tra governatore Pd, Lega e M5s

La Torino-Lione è “interesse di tutti” ma non farla, o anche solo ritardarla, “potrebbe accrescere l’isolamento o la marginalizzazione del Piemonte e di Torino rispetto ad altre parti dell’Italia del nord”. Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, avvia l’offensiva per ribadire le ragioni del Tav. Il primo atto è stato un incontro con i neo eletti parlamentari piemontesi, nel Palazzo della Regione. Una riunione disertata dai rappresentanti dei partiti del governo nazionale, M5s e Lega. Un’assenza annunciata che però ha riacceso le polemiche. “L’esempio che arriva dal governo non è di rispetto istituzionale”, ha detto Chiamparino, attaccando Matteo Salvin. Per Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera e segretario della Lega in Piemonte, “se un governatore fantasma si ricorda di esistere solo per attaccare Salvin, significa che l’incontro sulle infrastrutture era un pretesto”. Mentre per il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli non c’è “nessuna mancanza di rispetto istituzionale al presidente della Regione. Sa che il mio ministero sta lavorando alacremente per una project review di certe opere della sua regione. E quando sarà il momento saremo noi a convocare un tavolo”.