Comunicato sindacale

Non possiamo che rallegrarci della circostanza che, nelle casse dell’Editoriale Il Fatto Spa, ci fossero risorse tali da indurre gli azionisti, compresi i soci giornalisti, ad assegnarsi, lo scorso maggio, un dividendo di due milioni di euro. Tutto ciò è soprattutto merito di chi lavora senza risparmio nel giornale, nel sito, nel mensile, nella produzione di libri e, dal 2017, anche di contenuti televisivi. Desta tuttavia qualche perplessità, al di là della legittimità formale che non è in discussione, la scelta di dividere tra gli azionisti anche la riserva straordinaria che non viene certamente prosciugata (restano oltre 3,5 milioni), ma che poteva essere impiegata per aumentare già quest’anno la produzione e accrescerne la qualità.

Un azionista che investì 100 mila euro nel 2009, infatti, ha incassato da allora 1,5 milioni. Da almeno tre anni, però, l’azienda non paga il premio di produzione annuale e ci invita ad accettare sacrifici in nome del comune interesse ogni volta che poniamo il problema degli orari di lavoro che, per molti di noi, superano qualsiasi limite contrattuale e sottolineiamo le carenze d’organico, nonché la situazione di collaboratori inquadrati e retribuiti in modo inadeguato.

Non è un caso, del resto, che la presidente Cinzia Monteverdi e il direttore Marco Travaglio abbiano annunciato l’intenzione di devolvere metà degli utili a progetti di interesse aziendale. Li ringraziamo, attendiamo di conoscere nel dettaglio i progetti in questione e siamo certi che l’azienda aderirà alla richiesta dei Comitati di redazione di aprire al più presto un confronto sui progetti di rafforzamento dell’offerta editoriale del Fatto Quotidiano e per individuare tempi e modalità attraverso le quali anche i giornalisti del Fatto Quotidiano, de ilfattoquotidiano.it e di Millennium potranno beneficiare della prosperità che hanno creato.

 

È con discreto stupore che la Società Editoriale Il Fatto legge il comunicato dell’assemblea di redazione del Fatto Quotidiano e del Fattoquotidiano.it

che interviene sulle decisioni adottate, in piena legittimità, dall’assemblea degli azionisti. Si tratta di un’interferenza senza precedenti perché nessuna società editoriale fa le sue scelte sulla base delle richieste della rappresentanza sindacale. Quando non motivate da disposizioni contenute nel contratto nazionale di lavoro. In questi anni, i rapporti tra l’azienda e i comitati di redazione sono stati improntati a un clima di reciproca collaborazione e con ampi investimenti documentabili sulle redazioni. La Società porterà avanti i propri piani di sviluppo deliberati: certamente tenendo conto come sempre ha fatto delle persone che ci lavorano, ma rispettando anche gli interessi degli azionisti che hanno fondato la società per azioni, Società Editoriale Il Fatto.

Presidente e amministratore delegatoSocietà Editoriale Il Fatto

Arrestato il capo di Audi: il dieselgate arriva ai piani alti

Lo scandalo dieselgate porta in carcere anche gli “intoccabili” come Rupert Stadler, fino a ieri pomeriggio amministratore delegato di Audi, uno dei marchi del gruppo Volkswagen. Il manager, le cui spalle erano state ripetutamente coperte dalle famiglie Porsche e Piech – che attraverso la finanziaria Porsche SE controllano il colosso di Wolfsburg – guidava la casa dei quattro anelli dal 2007. Lunedì scorso, mentre era a colloquio con il ministro federale dei Trasporti, Andreas Scheuer, gli era stata perquisita l’abitazione nell’ambito dell’inchiesta sul dieselgate (11 milioni di veicoli coinvolti). Ieri mattina è stato arrestato su richiesta della Procura di Monaco II che teme un occultamento delle prove. Il gruppo, che da un paio di mesi aveva avvicendato il numero uno Matthias Müller con Herbert Diess, ha reagito velocemente rimpiazzandolo con il capo delle vendite e del marketing, Bram Schott.

Nato a Rotterdam il 12 luglio 1961, il manager ha lavorato per 5 anni anche in Italia: tra il 2006 e il 2011 è stato il capo di Mercedes nel Belpaese.

Stadler dovrebbe venire sentito al più tardi nella giornata di domani. L’ormai ex numero uno di Audi è indagato con l’accusa di frode e di aver avallato l’utilizzo di certificazioni false. Negli Usa sono già stati condannati due manager di Volkswagen, mentre in Germania erano stati tenuti in stato di custodia cautelare un ingegnere italiano (il primo arrestato nel paese nell’ambito del dieselgate) e il responsabile dello sviluppo motori, Ulrich Weiss, entrambi ex di Audi. A complicare la posizione di Stadler sarebbero state soprattutto le dichiarazioni di quest’ultimo. Non è chiaro se e cosa abbiano detto agli inquirenti Wolfgang Hatz, che si trova ancora in carcere, e Jörg Kerner, arrestato ad aprile.

Dopo la recente sanzione da un miliardo di euro comminata al gruppo dalla Procura di Braunschweig (5 milioni per omesso controllo e 995 come risarcimento per gli indebiti vantaggi ottenuti grazie alla manipolazione dei sistemi di emissione), Volkswagen era sembrata ottimista. E questo malgrado il paradosso che la somma sia destinata a venire incassata dal secondo azionista, cioè il Land della Bassa Sassonia, che ha addirittura un diritto di veto e che è rappresentato nel Consiglio di Sorveglianza.

Con il fermo di Stadler l’inchiesta tedesca sul dieselgate raggiunge i piani alti. Gli inquirenti avrebbero le prove che il manager era informato della presenza di dispositivi illegali e non sarebbe intervenuto per vietarne l’uso. Recentemente ad Audi è stato imposto dall’Ufficio federale dei Trasporti (Kba) il richiamo di 60.000 Audi A6 e A7 con motori a gasolio Euro 6 della generazione che viene sostituita in queste settimane da quella nuova. E se negli Stati Uniti e in Germania gli ossidi di azoto portano in galera, in Italia (o Francia) le maglie della rete sembrano essere più larghe. L’ex ministro Graziano Delrio era intervenuto a difesa di Fiat Chrysler escludendo qualsiasi privilegio al gruppo quando il collega tedesco Alexander Dobrindt aveva denunciato la presenza di una funzione tecnicamente non spiegabile scoperta dalla Kba su alcuni modelli del gruppo. Il contenzioso era stato chiuso dopo un incontro tra la cancelliera Angela Merkel ed il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ma aveva suscitato anche l’interesse dell’Unione Europea, che aveva chiesto chiarimenti. Dobrindt aveva successivamente ritirato le accuse e Fca aveva ricambiato con un richiamo volontario. In ogni caso, secondo il Council for Clean Transportation, le cui verifiche avevano condotto alla scoperta del dieselgate, le auto a gasolio della Fiat detengono il poco invidiabile primato di sforamenti nella classe Euro 6.

Sulle emissioni anche la magistratura italiana ha rilevato una certa “pigrizia” politica. Di sicuro per quanto riguarda i classici filtri antiparticolato (Fap) omologati anche senza le previste prove di durabilità, che vengono invece imposti a sistemi alternativi. Secondo i magistrati “la normativa di settore è stata scritta chiaramente per consentire l’omologa solo di sistemi tipo Fap penalizzando gli altri”, aveva scritto il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. “Il rilascio delle autorizzazioni dei Fap è avvenuto per anni, e si ha modo di ritenere avvenga ancora, senza alcuna verifica del corretto funzionamento dei suddetti sistemi nel lungo periodo”, aveva aggiunto.

Il pubblico ministero Giorgio Orano, che ha chiesto l’archiviazione, sostiene che “salute pubblica e bene ambientale avrebbero dovuto e potuto essere salvaguardate dai ministeri di Salute e Ambiente, che invece sono rimasti totalmente inerti”.

Dissidente espulso, il leader M5S in aula al processo

Arriva ed esceda un ingresso secondario per dribblare i cronisti, e voilà, alle 9 il vicepremier Luigi Di Maio è in un’aula del Tribunale di Napoli Nord a deporre al processo per diffamazione contro Angelo Ferrillo. I due si stringono la mano per un attimo. Ferrillo è un ex attivista del M5s famoso per le battaglie contro i roghi tossici, espulso per aver insultato su Facebook un non meglio precisato “truffatore e fallito” nel pieno della bagarre delle primarie per le Regionarie 2015. Gianroberto Casaleggio si riconobbe e querelò, la Casaleggio Associati si è costituita parte civile. Ferrillo così ci rimise la candidatura al consiglio campano. Di Maio ricorda: “Era attivista della Terra dei Fuochi, come me”. E su Casaleggio: “È stato complicatissimo sopperire alla sua perdita, ma ce l’abbiamo fatta, oggi il M5s è al governo”. Ferrillo fu espulso per la querela? “Non ricordo”. Il processo ha visto sfilare come testi Casaleggio jr, Di Battista, Grillo, e sta sviscerando i meccanismi di selezione dei pentastellati e i retroscena della gestione della (vecchia) piattaforma on line. A settembre forse il verdetto.

Google sfida Amazon e guarda alla Cina

Google guarda alla Cina, dove i suoi prodotti fiore all’occhiello sono bloccati dal 2010. Sfidando Amazon, Mountain View acquista per 550 milioni di dollari una quota, meno dell’1%, in JD.com e avvia una collaborazione con il colosso cinese dell’ecommerce. Google compra circa 27 milioni di nuove azioni emesse da JD.com che, a sua volta, inizierà a vendere i suoi prodotti su Google Shopping e collaborerà con la società della Silicon Valley anche su altri progetti ecommerce in Europa, nel sud est asiatico e negli Usa. L’acquisizione è l’ultima silenziosa mossa in ordine temporale di Mountain View in Cina, da dove il suo motore di ricerca è assente dal 2010, dopo la decisione della società di fare un passo indietro e non censurare più, come richiesto da Pechino, i risultati delle ricerche effettuate.

“I Bitcoin consumano energia come la Svizzera”

Il Bitcoin e le criptovalute rischiano di creare un “disastro ambientale”. A lanciare l’allarme è la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri), la banca centrale delle banche centrali, mettendo nero su bianco le perplessità già espresse sulle valute digitali. La bocciatura arriva nel giorno in cui Square, l’app di pagamenti guidata da Jack Dorsey, ottiene da New York la BitLicense, licenza con la quale può consentire ai suoi clienti nello stato di acquistare e vendere Bitcoin. Il rapporto della Bri è una doccia fredda sul mercato. La banca definisce il Bitcoin non sicuro e soggetto a un’eccessiva manipolazione. E lo accusa di consumare troppa energia: “L’utilizzo di energia per il mining di Bitcoin è pari a quello di economie di taglia media come la Svizzera. E anche altre criptovalute usano molta elettricità”.

“Caro ministro, occhio: col lavoro subordinato perderò la mia libertà”

Pubblichiamo la lettera di un fattorino a Luigi Di Maio.

Spettabile ministro, mi chiamo Piercarlo e faccio il rider per Deliveroo, le scrivo perché faccio parte di quelle migliaia di rider silenziosi che fin qui si sono limitati a guardare, mentre altri protestavano e si autoeleggevano rappresentanti di questa professione. Ho letto la bozza del suo decreto, e personalmente, credo sia sbagliata.

Il nostro non è un lavoro subordinato, ma soprattutto se fosse un lavoro subordinato non potremmo avere la flessibilità di cui disponiamo oggi. Cerco di spiegarle come funziona, almeno per Deliveroo, la piattaforma per cui io lavoro. Oggi posso scegliere (con anticipo di una settimana) quando lavorare, se lavorare un’ora, zero, o 50 (previa disponibilità). Posso ridurre, a un minuto prima dell’inizio, una o più di una delle ore che ho prenotato, senza ricevere né ammonimenti, né richiami, né danni di reputazione nel rating. Posso inoltre, in caso di necessità, aggiungere un’ora non prenotata, per esempio per sostituire qualcuno, o per aumentata necessità. Con un contratto subordinato la mia libertà sparirebbe, diventerebbe un normale lavoro, con un capo che mi dà i turni, e io che devo accettarli, mi piaccia o meno.

Deliveroo applica un sistema di cottimo (che lei vuole abolire) con garanzia di minimo orario. Deliveroo paga 5 euro lordi a consegna (4 netti), con garanzia di fornire al rider 1,5 ordini ogni ora. Se, per mancanza di ordini non ci si arriva, Deliveroo riconoscerà comunque l’equivalente: 7,5 euro lordi (6 netti).

A maggio ho lavorato 58,4 ore, in base alle mia disponibilità, cancellando alcune ore prenotate per motivi personali (Deliveroo è il mio secondo lavoro). Ho incassato 574,58 euro lordi (459,67 netti), a fronte di 76 ordini consegnati (1,3 consegne di media ogni ora). In sostanza ho ricevuto una paga di circa 10 euro lordi l’ora (7,85 netti). Paga che, le posso assicurare, è superiore a molti lavori. Giusto ieri alla mia migliore amica è stato offerto un full time di 8 ore per 5 giorni a settimana, più reperibilità weekend, per 400 euro, ma non fa notizia: non era un rider, era un lavoro di segreteria.

Ieri sera ho fatto 10 ordini in tre ore e ho percepito 48 euro netti, mance comprese, ossia più di 15 euro l’ora. Con un pagamento a ore, mettiamo 6 euro l’ora, avrei preso solo quelli, che mi impegnassi o meno.

Esiste un mondo di ciclofattorini che vive davvero di un precariato intollerabile, ma non sono le app, è il nero. Spesso i ristoranti per cui consegno per Deliveroo mi chiedono se voglio fare anche le consegne per loro autonomamente, e la proposta è sempre quella, 2 euro in nero a consegna, disponibilità 24/7, ti chiamo, vieni, e consegni.

Servono miglioramenti anche per le app di delivery, certo che sì: serve garantire assicurazione infortuni, e RC per tutti, con premi uguali per tutti. Serve garantire un minimo orario, serve togliere quel vergognoso tetto di 5.000 euro lordi l’anno che oggi la legge impone per le prestazioni occasionali. Bisogna valutare con l’Inps una soluzione per riconoscere le ore lavorate. Serve garantire trasparenza sull’eventuale rating del rider (come già oggi fanno alcune app), ma la prego, non snaturi ciò che è, ovvero un lavoro flessibile, che permette a migliaia di persone di poter aumentare le proprie entrate in assoluta e totale libertà.

Ho creduto molti anni fa nel Movimento di cui lei oggi è capo politico, proprio perché era diverso, non era ipocrita, sapeva capire più di altri i cambiamenti della società, le nuove esigenze e le nuove professioni, perché non tutti vogliono stare in catena di montaggio sotto un capo che detta ordini, ci sono anche persone che nella vita fanno e hanno fatto scelte diverse, e suo compito è tutelare anche noi, non solo i dipendenti.

Piercarlo, fattorino di Deliveroo

Rider, tavolo con le aziende Di Maio “congela” il decreto

Tra Luigi Di Maio e Foodora è scoppiata una pace momentanea. Dopo lo scontro di domenica, ieri il ministro del Lavoro ha ricevuto le piattaforme di food delivery e offerto un patto per la tregua: la proposta, accolta da tutti, è di avviare un tavolo di contrattazione tra rappresentanti dei rider – sindacati confederali e autonomi – e aziende. Cercare un accordo e, se non dovesse arrivare, rispolverare il decreto. La bozza c’è, contiene il riconoscimento della subordinazione e altre tutele per i ciclo-fattorini, ma per ora viene accantonata. Servirà a ricordare a Foodora e le altre che, senza accordo, il governo è pronto a intervenire. Di Maio vuole chiudere la questione in breve, sperando di arrivare al “primo contratto nazionale della gig economy”. Agli incontri saranno invitati anche Cgil, Cisl e Uil nonostante lo stesso ministro ricordi che “molti ragazzi non si sentono rappresentati dai sindacati”. Le associazioni dei rider sono favorevoli alla contrattazione e sperano che Di Maio sia di parola nel caso dovesse saltare il tavolo, anche se temono finisca con un accordo solo tra aziende e confederali. Questi ultimi ricordano che già l’ultimo contratto della logistica prevede la figura del rider e sostengono che basterebbe applicarlo a tutti.

Le reazioni delle imprese sono positive. Da Foodora si dicono “pronti a lavorare insieme per il migliore sviluppo del business così da assicurare le migliori opportunità ai rider”. Matteo Sarzana, general manager di Deliveroo Italia, dice sì al tavolo ma insiste sulla necessità di mantenere un livello di flessibilità che, secondo lui, è richiesta dai rider stessi. JustEat spiega di aver coinvolto i suoi due principali partner logistici (ossia le aziende che contrattualizzano i fattorini). “Abbiamo sempre previsto l’assunzione come dipendenti dei rider – spiega Alessandro Lazzaroni, ad di Domino’s Pizza – e già applichiamo il contratto nazionale dei pubblici esercizi. Chiediamo una regolarizzazione del settore che preveda una corretta competizione”.

Con il “decreto dignità” dovrebbero arrivare diverse novità sul mercato del lavoro, a partire dalle modifiche al “decreto Poletti”: saranno ridotti da 5 a 4 i rinnovi massimi per i contratti a tempo determinato (resta il limite dei 36 mesi) e reintrodotta la causale (per esigenze tecniche, organizzative o produttive), da applicare anche ai rapporti in somministrazione: l’obiettivo sarà evitare il proliferare di contratti molto brevi. Non è invece previsto il ritorno dell’articolo 18 (e, per ora, quello dei vecchi voucher).

Salvini, il Cazzaro coerente: più le spara, più piace

Ha dichiarato guerra a Malta e alla Tunisia. Ha avuto tensioni con Spagna e Germania. Si è scontrato di brutto con Parigi. Ha chiuso i porti. Vuole censire i rom. Lo chiamano fascista. Ora, in chiara trance agonistica, a conferma che per lui il protezionismo non riguarda solo l’immigrazione ma pure il commercio, dopo le navi Ong se la prende col riso cambogiano, la carne “imbottita dagli ormoni” che arriva dall’area Mercosur (America Meridionale), gli accordi commerciali che riguardano i cereali asiatici e il Ceta tra Canada e Unione europea. Salvini non sta fermo mai, polarizza i pareri e ruba la scena a tutti. Al Pd, che del resto se la ruba da sola. Al centrodestra, che senza di lui non esiste. E ai 5 Stelle, che hanno più parlamentari di lui ma che vengono sistematicamente messi in ombra dal “collega di contratto”. Più alza il tiro e più Salvini cresce, nei consensi e nei sondaggi. Così come Di Maio non ha sbagliato nulla a ridosso del 4 marzo, lo stesso sta accadendo a Salvini. Il quale, pur avendo quasi tutti i media contro, sta superando la fase d’oro che ebbe Renzi nel 2014. L’ex (?) segretario del Pd era oltremodo più celebrato di Salvini da stampa e tivù, ma avendo molto meno talento e scaltrezza ha dilapidato tutto in pochi anni. Quanto durerà la perenne ascesa di Salvini? Non è dato saperlo. Si possono però indicare alcuni motivi di tale successo.

– La classe dirigente. La Lega è il partito più vecchio in Parlamento e, per questo, Salvini non è solo. È il dux indiscusso del partito, ma nel frattempo si sono formati dirigenti e testimonial buoni per i salotti televisivi. Di Maio non ha questa fortuna. Quanto ai renziani, agonizzano anche per la smisurata pochezza del “giglio magico” e derivati.

– La boria di chi lo critica. Più Salvini viene criticato dai Lerner & Boldrini, noti amici del proletariato che hanno reso la sinistra una conventicola anacronistica, elitaria, politicamente gonza e numericamente inesistente, e più il leader della Lega cresce. Un po’ perché è furbo e un po’ perché ad attaccarlo ci sono (anche) quelli che non ne beccano una dal ’56. Ma ancora pontificano.

– Il cinismo e il menefreghismo. La vicenda Parnasi tocca anche la Lega, ma lui fa finta di nulla. Ecco: non è che Salvini faccia finta. È che proprio non gliene frega nulla sul serio.

– La supponenza. Salvini piace al suo pubblico (è un pubblico: non un elettorato) anche per quegli spigoli che ripugnano gli Augias & Zucconi. Se lui sfotte il rivale o fa la battutaccia, i suoi si gasano. Se Renzi stava sulle palle anche in virtù della sua immotivatissima arroganza, Salvini funziona anche in virtù della sua arroganza.

– La coerenza. Salvini, ora che è al governo, fa esattamente quel che aveva promesso. È uno strano tipo di politico: una sorta di Cazzaro Coerente. Quindi un ossimoro. Quello prima di lui prometteva di essere “più grillino dei grillini”, poi è andato al governo ed è stato più gattopardo dei gattopardi. Salvini, anche al governo, fa Salvini.

– Il momento storico. Sono gli anni di Orbán e Trump. Se Marx nascesse oggi, si suiciderebbe.

– Il rischio. Salvini gioca sempre a poker e vive di rilanci. Al momento vince ogni volta. La sua reale bravura si capirà quando inciamperà. E prima o poi inciamperà.

Potrei andare avanti a lungo, ma la rubrica sta finendo. Così aggiungo solo un ultimo motivo: Salvini vince perché la “sinistra”, quando legge articoli come questo, li scambia non per quel che sono, ovvero analisi imparziali e disilluse (nonché mediamente angosciate), ma per blasfemi attestati di stima. Fenomeni. E intanto Salvini cresce.

Lanzalone, i 5S e l’assenza di democrazia

Caro direttore, sono tra coloro che, ogni giorno di più, si convincono che il Movimento 5 Stelle abbia fatto un pessimo affare ad andare al governo con la Lega di Salvini. Ho già indicato le ragioni morali, culturali e politiche: vorrei qua riflettere sulle modalità attraverso le quali ha preso forma questa fatale decisione. Perché queste modalità sono le stesse che hanno portato un Luca Lanzalone ad avere un ruolo centrale nella vita del Movimento (con la scrittura dello Statuto), nel governo della città di Roma (con la guida dell’Acea) e poi un qualche ruolo (tuttora non chiaro) nella stessa genesi di questo governo.

Al netto di speculazioni e ipotesi, risulta con certezza che Luigi Di Maio gli abbia affidato l’interlocuzione con la sinistra del Partito democratico (dove certo non avrebbe avuto gran materia per far danno, si potrebbe amaramente ironizzare). Tutto ciò non grazie ad amicizie personali, ma al buon lavoro che Lanzalone avrebbe compiuto come consulente legale della giunta Nogarin a Livorno. Il finale tragicomico del Lanzalone in manette (tragico per l’inemendabilità dell’Italia, comico per le grida di “onestà” che in perfetta buona fede hanno accompagnato una simile parabola) getta ora su questa traiettoria una luce sinistra. Ma non è questo il punto. Il punto è la democrazia. Molto si è discusso (e giustamente) dell’assenza di democrazia all’interno del Movimento: ma oggi si raccolgono i frutti di quella assenza. E non sul piano ideale, ma su quello pratico.

Perché in assenza di una vera dinamica democratica interna, la selezione della classe dirigente interna, e dunque di un possibile ceto di governo, non può che essere affidata a dinamiche che nel migliore dei casi appaiono non solo arbitrarie, ma puramente casuali, spesso oltre il limite del ridicolo. L’illusione che il posto della democrazia possa essere preso da competenza+onestà si è drammaticamente infranta sugli scogli prima del governo di Roma, poi di quello nazionale.

E se l’esilissima figura di Conte capo del governo sottoposto ai suoi due vice è il simbolo massimo di questo fallimento nella selezione di una classe dirigente, l’ascesa fulminea e la rovinosa caduta di Lanzalone rischiano di rappresentarne la norma. Quanti altri casi analoghi, infatti, covano sotto la cenere, in attesa di venire scoperti? Quanti altri Lanzalone hanno già approfittato della totale scalabilità del treno a 5 Stelle? Un treno che, rinunciando al gioco democratico con cui diventare, attraverso il consenso, capostazione, controllore o capotreno, si espone alla possibilità che ogni passeggero prenda i comandi del locomotore e lo dirotti verso i propri fini. D’altra parte, è proprio il rigetto di ogni dinamica democratica ad aver spinto Di Maio nel tunnel dal quale ora il Movimento non può uscire senza un bagno di sangue elettorale (avendo ormai perso per sempre i voti di sinistra e rischiando di cedere una gran parte di quelli di destra al vero capo del governo, Salvini). Perché in un partito democratico la leadership dovrebbe essere sempre contendibile: e invece la designazione dall’alto con cui Di Maio è stato unto si è dovuta bilanciare con la bizzarra trovata del mandato unico e irripetibile. Un’unicità che lo ha spinto ad andare al governo col diavolo, pur di farlo subito: salvo scoprire che il diavolo, come sempre, ti chiede in cambio l’anima.

Il Partito democratico o Liberi e Uguali (per non parlare di Forza Italia) sono fulgidi esempi di non-democrazia di fatto. Ma la scelta di eludere il problema per paura di finire così, ha spinto a una sorta di autocastrazione che ha lasciato potenti solo i Lanzalone di turno. E che poi i Lanzalone scrivano nientemeno che lo Statuto del Movimento è una sorta di allegoria della sostituzione della democrazia con la consorteria. La lezione che i 5 stelle dovrebbe imparare è dura, e assai ben nota: la democrazia è il sistema peggiore che abbiamo. Tranne tutti gli altri.

Una nuova stagione di guerra alle mafie?

“Contrasteremo con ogni mezzo le mafie, aggredendo le loro finanze e la loro economia”. Nel chiedere la fiducia al Senato, con tono perentorio, il premier Giuseppe Conte annuncia una della sfide del nuovo governo. Simbolicamente è un passo avanti dopo il “silenzio” di tanti partiti in campagna elettorale; nonostante i clan siano ancora una zavorra per l’economia, i diritti e la democrazia.

Tuttavia si poteva dire qualcosa in più sul come coltivare certi intenti. Le otto righe che il “contratto di governo” dedica al tema non paiono svelare programmi ambiziosi. Gli spunti su “scambio politico-mafioso” e confisca, tutti da “vestire”, evocano istituti noti da tempo. L’auspicio è che, prima di tutto, ci si interroghi sull’idoneità delle attuali risorse normative e istituzionali a fronteggiare anche la nuova vocazione “mercatista” e transnazionale dei clan. Il sistema di contrasto vigente è stato pensato per una mafia “predatoria”. Sul tipo Cosa Nostra anni 80. Una potente struttura d’ordine radicata sul territorio. Che, grazie a un predominio ambientale fondato sull’intimidazione, taglieggia e condiziona imprese e commerci. E, con lo stesso metodo, offre ai politici sostegno elettorale in cambio di una compartecipazione nella spartizione del denaro pubblico (appalti) e protezione per i rischi giudiziari. Su questa realtà, nel 1982, è sorto un sistema di leggi speciali che si è perfezionato col tempo. Al centro sta il reato di associazione mafiosa (416 bis), la cui contestazione: giustifica regole ad hoc su intercettazioni, agenti sotto copertura, premi di collaborazione; attiva strutture investigativo-giudiziarie dedicate (Dia, Dda, Pna); dà ampi poteri di confisca dei patrimoni conquistati con la violenza. Ancora in molte realtà del Sud, a Ostia o in enclavi calabresi dell’Emilia quelle leggi si mostrano efficaci. Lo sono meno verso élite mafiose che hanno cambiato strategia, anche per l’impoverimento delle aree di provenienza e la contrazione della spesa pubblica. Coi patrimoni accumulati fanno affari senza intimidazioni, delocalizzando le loro attività. Secondo recenti indagini nel Nord Italia, sono le imprese locali “a chiedere” beni e servizi ai clan per abbattere i costi di un mercato sempre più competitivo. Ad esempio nello smaltimento di rifiuti o nella produzione manifatturiera. I boss, in questi casi, aderiscono a cricche in cui mondi diversi mettono in comune risorse politiche ed economiche. Si tratta di alleanze di interessi. Non c’è bisogno di esteriorizzare il metodo intimidatorio della “casa madre”, dato essenziale del reato di 416 bis. Tanto che la Cassazione si è rivelata oscillante nell’applicarlo alla cosiddetta “mafia silente” del Nord. Per i clan in trasferta c’è, dunque, un problema di obsolescenza dell’attuale 416 bis. Con il pericolo di inutilizzabilità di tutte le misure a esso collegate (“doppio binario”). Lo rilevano, da tempo, non solo diversi magistrati e poliziotti, ma anche professori di Diritto e criminologi. Sono allarmi che suggeriscono una rimodulazione del reato di 416 bis o interpretazioni adeguatrici. Oltre al metodo violento, la norma dovrebbe valorizzare la capacità dei clan di fare network, combinando l’uso spregiudicato delle potestà amministrative con disinvolte iniziative imprenditoriali, tramite corruzione, riciclaggio, evasione fiscale. Per questo, a legislazione invariata, è una priorità distribuire le eccellenze investigative su criminalità economica e nelle pubbliche amministrazioni anche in aree di non tradizionale radicamento mafioso. Oggi si è più vulnerabili ai clan laddove mancano poliziotti e magistrati esperti. E, in certe materie, non sono tanti in circolazione.

Ma le nostre mafie vanno anche stanate oltre i confini nazionali. Non solo per i traffici di droga e di esseri umani, per loro assai lucrosi. Un rapporto Europol del 2017 parla di boss italiani che ormai investono nell’economia legale dei Paesi europei, soprattutto nei settori finanziario e immobiliare. Eppure si avverte un disinteresse diffuso della politica sulla adesione dell’Italia alla Procura Europea (Eppo), che sarà operativa dal 2021. Non è un buon segnale se si pensa che la novità dovrà rafforzare la cooperazione giudiziaria tra diversi Paesi, per colpire meglio i reati utili alla mafia mercatista e ai suoi complici: frodi fiscali, falsi in bilancio, corruzione, riciclaggio. Per impedire che l’economia liberale sia inquinata da quella criminale, con gravi danni per la società, non bastano le illusioni degli slogan né gli inasprimenti di pena per qualche reato (peraltro già molto rigorose con associati mafiosi, concorrenti esterni e complici, compresi i politici). Vanno piuttosto aggiornate alleanze internazionali, analisi dei fenomeni e pensiero giuridico. Una nuova frontiera, quindi, che richiede investimenti nelle migliori risorse istituzionali, professionali e culturali del Paese. E determinazione a misurarsi con nemici insospettabili.