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DIRITTO DI REPLICA

A proposito dell’articolo “Contratto e salario minimo: il piano Di Maio per i rider” del 15 giugno, Subito, azienda interamente italiana, vuole chiarire la sua posizione di employer.

Dal 2007 ad oggi il numero dei dipendenti è cresciuto del 43,4% media annua, passando da 4 a 147 dipendenti in 10 anni. Il 40% degli assunti lavora in Prodotto e Tecnologia, due aree aziendali che richiedono competenze specializzate. Subito ha il 98% di contratti a tempo indeterminato, l’1% di stage e solamente l’1% di contratti di somministrazione.

Ufficio stampa Subito.it

 

Nella grafica a corredo dell’articolo “Contratto e salario minimo: il piano Di Maio per i rider” le informazioni relative a Just Eat non sono corrette. Just Eat Italia conta circa 90 dipendenti, per la maggior parte a tempo indeterminato (oltre l’80%) e non abbiamo contratti di collaborazione coordinata e continuativa in essere. Dal giugno 2015 a oggi, siamo cresciuti come numero di dipendenti, dell’80% circa. Per quanto riguarda i rider invece, Just Eat è un marketplace, non una società di consegne. Ciò significa che le consegne vengono svolte in autonomia dai ristoranti o tramite partner di logistica con i propri rider. I nostri partner di logistica utilizzano per i loro rider, per la maggior parte, contratti co.co.co. Just Eat non ha pertanto collaboratori con contratti co.co.co.

Ufficio stampa Just Eat

 

Ringrazio per le precisazioni che però non smentiscono quanto scritto. I numeri dell’articolo e dell’infografica sono presi da una ricerca Inapp firmata da Dario Guarascio e Stefano Sacchi. I dati del paper, relativi al 2016, vengono da bilanci certificati (banca dati Aida di Bureau Van Dijk) o dalle comunicazioni obbligatorie (ministero del Lavoro). Quindi i dati sono ufficiali, e corretti, salvo che i bilanci siano non veritieri oppure siano state inviate da parte dell’azienda comunicazioni non veritiere al ministero.

Subito.it quindi integra i dati con informazioni più aggiornate che però non smentiscono quelle del paper. E Just Eat conferma di non stipulare direttamente co.co.co. con i rider ma di avere con loro un rapporto indiretto, tramite una società ausiliaria. Degli avviamenti totali tra il 2012 e il 2017 di Just Eat, 94 sono stati a tempo determinato, a fronte di 69 a tempo indeterminato.

Ste. Fel.

 

Si inviano alcune precisazioni per conto di Emergency, in riferimento all’articolo scritto da Mimmo Calopresti e pubblicato suIl Fatto Quotidiano, il 12 giugno, dal titolo “Don Roberto, prete tra gli schiavi “niri”’. In particolare, parto dalla frase nella quale siamo citati (“Di queste persone non gliene importa niente a nessuno. Ho visto passare tutti da qui, dalla Caritas a Emergency, nessuno è stato capace di fare niente. Tutti si occupano del loro orticello, nessuno di questo piccolo mondo di disperati”) perché, seppur sia positivo che si parli della condizione dei braccianti che vivono e lavorano nella Piana di Gioia Tauro, le informazioni riportate sul nostro operato non sono corrette.

Nel 2011 abbiamo iniziato a lavorare nella piana di Gioia Tauro con un ambulatorio mobile che prestava assistenza soprattutto ai migranti impegnati come braccianti nelle campagne della Piana. Nel 2013 Emergency ha aperto un Poliambulatorio a Polistena, dove offre gratuitamente servizi di medicina di base e specialistica, educazione sanitaria e orientamento socio-sanitario per facilitare l’accesso al sistema sanitario a chi ne ha bisogno. Lo fa impiegando professionisti, iscritti ai relativi ordini professionali, personale volontario, mediatori culturali. Seguiamo i protocolli (quindi regole e responsabilità) sanciti con le istituzioni. Ancora oggi, la maggioranza dei nostri pazienti è costituita dai braccianti agricoli.

Nel nostro Poliambulatorio garantiamo una continuità assistenziale di base a tutti coloro che hanno difficoltà ad accedere al Servizio Sanitario Nazionale, per ragioni legislative, amministrative o linguistico-culturali, e facciamo educazione alla salute mediante la prevenzione e l’educazione sanitaria. Cerchiamo inoltre di promuovere l’integrazione dei pazienti nel sistema sanitario attraverso un servizio di orientamento e la creazione di una rete con le istituzioni e con le altre associazioni presenti sul territorio.

È veroche l’ospedale pubblico è lontano ed è difficile arrivarci. È per questo che Emergency ha predisposto un servizio navetta che, tre volte al giorno, effettua circa 10 fermate – vicino alla tendopoli di San Ferdinando, i container di Rosarno o in altri insediamenti che lei cita all’interno del suo articolo – che arriva direttamente al nostro Poliambulatorio.

Ad oggi Emergency ha assistito oltre 4.000 persone a Polistena. Sono 7 anni che è presente per offrire cure gratuite e informare l’opinione pubblica rispetto alle condizioni dei braccianti. Come potrà immaginare, ci è dispiaciuto leggere quel pezzo dell’articolo perché vorremmo che venisse riconosciuto lo sforzo dei medici e dei volontari che lavorano con noi per garantire un diritto fondamentale a queste persone.

Rossella Palma, Ufficio stampa di emergency

 

Certo non era mia intenzione e credo neanche di don Roberto, perché io riporto parole sue, di non riconoscere gli sforzi di Emergency o di altri che intervengono e portano aiuto in quella situazione disgraziata. Però oggi la situazione è disastrosa e non mi sembra in via di soluzione.

Io credo che un presidio sanitario in quella zona sia necessario, come necessarie sarebbero molte altre strutture, uno sportello amministrativo per esempio. Non ultimi dei servizi igienici decenti e dei luoghi dove potersi lavare a fine giornata di lavoro.

Mimmo Calopresti

La distorsione della storia e il nostro conto aperto con il fascismo

Le indicazioni stradali in Italianon sempre sono precise e la provincia di Viterbo non fa eccezione. Trovandomi a dover raggiungere un paesotto, devo affidarmi alle indicazioni del navigatore. “Percorrere la circonvallazione Gi Almirante” dice perentoria e atona la voce femminile. Come? Al boia Almirante, al rastrellatore capo di bambini ebrei e ragazzi partigiani è dedicata una strada? Al capo di quel partito fascista che ha votato contro la Costituzione democratica e che ha fornito tanti adepti al terrorismo stragista più sanguinario d’Europa? È mai possibile? Lo è, in questa Italietta affetta da Alzheimer progressivo. Nel 2014 la Provincia di Latina (città fondata col nome di Littoria durante il fascismo) decise di dedicargli una rotonda a Borgo Sabotino; su casa.it si trova un’offerta di vendita di villetta a schiera in via Giorgio Almirante a Frignano (Caserta). Ma digitando su Google “Via Giorgio Almirante” si apre una tendina che indica che ce ne sono parecchie: a Lecce, Trani, Civitanova Marche, Montesilvano (Pescara), Foggia, Trieste, Pescantina (Verona), Sestu (Cagliari), Ragusa. E chissà quante altre… Il sindaco di Affile (Roma) è stato condannato per apologia di fascismo, ma il mausoleo dedicato al criminale di guerra Graziani è ancora lì. Ormai siamo tutti né di destra né di sinistra.

Caro Sergio, noi italiani abbiamo sempre un conto aperto con la memoria, con le nostre responsabilità, con gli atti che compiamo e con quelli che omettiamo. Il giudizio, negli anni, viene corroso dalla pietà, dalla misericordia, da quel perdono che da virtù cristiana si trasforma in vizio endemico. La figura di Giorgio Almirante è indiscutibilmente legata al suo sostegno alle idee razziali, e poi ai provvedimenti e poi ai rastrellamenti che sono macchia indelebile della nostra coscienza civile. E anche se nel prosieguo della propria vita, nel periodo più avanzato della maturità, fu ritenuto – anche da parte di alcuni dirigenti del Pci – avversario leale, le sue responsabilità non sono sottoponibili a revisione. Invece si procede, oramai abbastanza consapevolmente, nel dare equivalenza a chi combatté il fascismo per dare la democrazia all’Italia e a chi invece vi resistette con le armi per negarla. Gli uni pari agli altri, nel deserto di una valutazione storica indiscutibile. Cosicché singoli paesi e città, a seconda degli orientamenti politici delle singole amministrazioni, tributano o anche revocano onori come se fosse nella disponibilità di ciascuno torcere la storia a proprio piacimento.

Più della metà dei bosniaci oggi vuole entrare nell’Ue

Il 56,52 per cento dei bosniaci voterebbe a favore al referendum sull’adesione del Paese all’Unione europea. È il risultato di un sondaggio organizzato dalla Direzione per le integrazioni europee in seno al governo, secondo quanto riferisce l’agenzia Fena. Il consenso europeo dei cittadini è molto più ridotto nella Republika Srpska (Rs, entità a maggioranza serba di Bosnia), il 30,3%, rispetto alla Federazione croato-musulmana e al Distretto di Brcko, dove i favorevoli alla Ue sono rispettivamente il 70,6% e 75,5%. Rispetto ai sondaggi dei due anni precedenti, è aumentato il numero di coloro che non sanno o non rispondono.

Corsico, Assane Diallo ucciso per 5 euro. Il killer: “Non mi pento”

Un’esecuzione spietata, di fronte a una richiesta esigua di denaro: cinque euro. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per Fabrizio Butà, 47 anni, il killer di Assane Diallo, il buttafuori senegalese freddato sabato notte a Corsico, nel Milanese con dieci colpi di pistola, sei dei quali in faccia. “Non mi pento di quello che ho fatto perché Assane mi ha sfidato”, ha detto il reo confesso durante l’interrogatorio nella caserma dei carabinieri di Corsico che hanno risolto il caso in meno di 24 ore. Un uomo “spietato e impulsivo” è descritto Butà che aveva già scontato anni di carcere per aver ammazzato un uomo, nel ’98 a Milano, con un fucile a canne mozze.

Testata al giornalista, Roberto Spada condannato a sei anni

Sei anni di reclusione per Roberto Spada e il suo guardaspalle Ruben Nelson Alvez del Puerto, responsabile dell’aggressione ai giornalisti Daniele Piervincenzi e Edoardo Anselmi lo scorso 7 novembre. La procura aveva chiesto per entrambi nove anni e otto mesi per violenza privata e lesioni aggravate dal metodo mafioso riconosciuti dai giudici. È stata “un’aggressione plateale e ostentata, lucidamente pianificata da Spada, con la quale il boss ha voluto dare una prova della sua forza sul territorio”, aveva sottolineato nella requisitoria il pm Giovanni Musarò. Piervincenzi e Anselmi vennero aggrediti mentre realizzavano un’intervista sui rapporti tra il clan Spada e CasaPound. Spada sferrò una testata all’intervistatore fratturandogli il setto nasale e inseguì i due giovani colpendoli con un bastone: “Se avesse inteso solo picchiare Piervincenzi senza fare cosa plateale e cercare un ritorno in termini di prestigio – sostiene Musarò – Spada lo avrebbe aggredito all’interno della palestra, contando sul fido Rubén Alvez. Invece lo ha fatto in strada, davanti a tutti”.

Risarcimenti truffaldini: i 122 furbetti del terremoto

Furbizia e intelligenza non sono sinonimi. Il furbo cerca sempre di fare il proprio interesse senza poter contare sull’intelligenza per valutarne le conseguenze. Per i 122 furbetti fin qui accertati dal comando della Guardia di Finanza di Camerino le conseguenze sono arrivate e sono pesanti. L’inchiesta Anubi (dal nome del dio egizio con la testa di sciacallo) coordinata dal Procuratore capo di Macerata Giovanni Giorgio, dopo quasi un anno di indagini certosine ha accertato quelli che, dietro autocertificazione, hanno usufruito illecitamente dell’erogazione del contributo di autonoma sistemazione. Contributo previsto per coloro che hanno avuto lesionata e definita inagibile la casa dove vivevano abitualmente al momento del sisma. E non quella dove erano residenti, né tantomeno la seconda casa o casa delle vacanze estive che dir si voglia. Contributo che va da 400 euro per ogni componente del nucleo famigliare fino a un massimo di 900 euro. “Il requisito era avere abituale e continuativa dimora presso uno dei comuni colpiti dal sisma, non bastava possedere una casa da queste parti e neppure essere residenti in una casa di questi comuni” come ci spiega il capitano della Guardia di Finanza di Camerino, Antonio Di Paolo. I 120 indagati hanno truffato lo Stato per un totale di 900 milioni di euro. “Le modalità di indagini sono state diverse, abbiamo verificato i luoghi di lavoro di chi usufruiva del contributo, la residenza del loro medico curante, in quale luogo erano soliti fare prelievi con il bancomat fino a richiedere alle Poste Italiane l’elenco del servizio ‘seguimi’ per verificare dove ricevevano la corrispondenza, tant’è che abbiamo scoperto che molti, al momento del sisma, la ricevevano a Roma o in altre città, dove effettivamente vivevano” continua il capitano Di Palo.

I reati contestati vanno dall’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato a falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico all’inosservanza di provvedimenti dell’autorità fino alla truffa aggravata per conseguimento di erogazione pubblica. Fra i furbetti anche professionisti come un dentista romano, un dipendente delle FS, un imprenditore che vive e lavora all’estero che nell’autocertificazione ha indicato un nucleo familiare di 5 persone, fra cui 2 oltre i 65 anni e 2 portatori di handicap in modo da arrivare a percepire 1.300 euro al mese per 15 mesi per un totale di ben 19.500 euro. O come chi aveva affittato la casa a studenti e addirittura a chi continuava a vivere nella casa inagibile. E anche un lavoratore dell’Est che da ottobre 2016 fino a 15 giorni fa, quando è stato scoperto, si è finto terremotato per usufruire di vitto e alloggio gratuiti presso uno degli hotel della costa con un esborso dallo Stato di 22 mila euro. Reati gravi resi ancora più odiosi di fronte alla drammaticità del sisma che ha spezzato vite umane e privato migliaia di persone della loro casa. “I controlli sulla spesa pubblica sono per me una priorità assoluta”, ha sottolineato il comandante provinciale della GdF di Macerata, Amedeo Gravina.

Berdini: “Ho lasciato a causa dello stadio”. Peccato non sia vero

Gentile direttore, nell’editoriale di sabato intitolato “Tor di Balle”, vengono elencate una serie di falsità sul mio conto che devono essere prontamente rettificate. Afferma Travaglio che vado raccontando in giro “e perfino a verbale davanti ai pm, di essere stato cacciato perché contrario allo stadio”. Il direttore afferma dunque che ho addirittura mentito ai pm, assumendosi una responsabilità gravissima di cui verificheremo eventuali risvolti. Purtroppo per lui, costruisce la mia posizione attraverso una serie di falsi. Non è infatti assolutamente vero che smentii l’intervista La Stampa. Affermai al contrario immediatamente che rappresentava il mio pensiero. Non ho smentito dunque nulla e, sottolineo, non esisteva nessun video.

La chiacchierata mi è stata estorta fraudolentemente nascondendo il registratore. Altro che video. Ho chiesto scusa pubblicamente per un’unica frase offensiva verso Virginia Raggi, inessenziale però rispetto ai giudizi di opacità e incapacità che davo sui 5Stelle. Giudizio oggi condiviso dalla città intera e tragicamente svelato dall’inchiesta in corso. Il motivo delle dimissioni sta soltanto nella vicenda stadio. Il 13.2.2017 in conclusione di un mio articolo ospitato proprio dal Fatto Quotidiano (prima e seconda pagina), definivo il progetto di Parnasi e soci “la più grande speculazione immobiliare del momento in Europa” e che avevo lavorato per riportare il progetto nelle regole del piano. Se avesse letto il suo giornale, Travaglio avrebbe evitato di riportare una citazione altrui in cui ribadivo la stessa posizione, l’unica che mi imponeva il mio ruolo di pubblico ufficiale. Travaglio omette infatti di dire che l’area di Tor di Valle è edificabile per circa 100 metri quadrati e che un assessore deve rispettare la legge. Assicurai più volte alla Roma che ero disposto ad approvare il progetto dello stadio nel più rigoroso rispetto del piano regolatore. Senza il minimo aumento di volumetria.

La risposta era sempre la stessa, e cioè che “non ci sarebbero stati gli equilibri economici”. Non sono a favore dell’urbanistica “contrattata” che cambia i valori economici dei terreni attraverso trattative opache. È infatti in quello stagno maleodorante che si possono annidare mediatori e corruttori della pubblica moralità. Insieme al compianto Ferdinando Imposimato avevamo insistito per la revoca dell’interesse pubblico a realizzare lo stadio a Tor di Valle e l’avvocato Lanzalone arrivò proprio per smontare quella limpida proposta. Così, quando il sindaco Raggi mi scavalcò affidandosi a Lanzalone per cercare quell’equilibrio economico tanto voluto da Parnasi e che io non condividevo, ho preferito lasciare la poco commendevole compagnia dei mediatori. Questa è la verità.

Affermare dunque – come fa Travaglio in conclusione – che la mia posizione è “esattamente ciò che fecero la Raggi e Lanzalone” è un falso vergognoso. Io non avrei mutato di un euro il valore dei terreni di Parnasi e soci. Raggi e Lanzalone ne hanno raddoppiato il valore, e stiamo parlando di decine e decine di milioni. Non possiamo poi meravigliarci che una parte di quelle plusvalenze potessero servire, come si dedurrebbe dall’inchiesta in corso, per alimentare la giostra delle mazzette. La pubblica morale si difende rispettando le regole, non ingaggiando mediatori.

Ps. In altri articoli il direttore Travaglio afferma –vedo che lo fa in questi giorni anche il sindaco Raggi – che non avrei preso alcun atto contrario allo stadio. Falso anche questo. Agli inizi di dicembre 2016 il mio assessorato consegnò in Conferenza dei servizi un parere urbanistico negativo. Non so come lo abbiano superato nelle successive sedute e sono anzi curioso di scoprirne i motivi.

Paolo Berdini

 

Purtroppo le falsità sono tutte di Berdini. Ed è un peccato, per un urbanista del suo calibro, la cui nomina nella giunta Raggi avevamo salutato con grande favore perché aveva destato grandi aspettative, poi purtroppo deluse. Da quando divenne assessore, non si è mai capito se avesse un sosia che si spacciava per lui o se a parlare fosse proprio il Berdini originale. Tipo quando criticò il no alle Olimpiadi, peraltro preannunciato da Raggi e M5S in campagna elettorale, sorprendendo chi lo credeva un ambientalista. O quando, sullo stadio della Roma, disse un sì condizionato alla riduzione delle volumetrie, salvo poi raccontare che era sempre stato contrario tout court, pur se nel frattempo le cubature erano state dimezzate grazie anche alla mediazione Lanzalone (non certo grazie alla sua opera di assessore, di cui in Conferenza dei servizi fu rinvenuto un parere critico iniziale e poi quasi più nessuna traccia operativa). O quando lanciò l’idea di spostare l’impianto alla Romanina o a Tor Vergata, aree molto appetite dai costruttori Scarpellini e Caltagirone.

Quanto alle sue dimissioni (perché fu Berdini a dimettersi: non una, ma due volte), lo stadio c’entra poco o nulla. Basta leggere – sono reperibili online – le cronache del febbraio 2017. L’8.2 La Stampa

pubblica uno “sfogo” di Berdini che attacca e offende Virginia Raggi, come sindaca e come donna, e i colleghi di giunta (“impreparata strutturalmente”, “amante” di Salvatore Romeo, circondata da “una banda”, “una corte dei miracoli” di cui non si rendeva conto di far parte anche lui).

Berdini rassegna le dimissioni, chiede scusa alla sindaca col capo cosparso di cenere e le spiega di aver detto quelle cose senza pensarle a un paio di amici al bar, ignaro che il cronista origliasse alle sue spalle. La Raggi accettò le scuse e lo perdonò, respingendo le dimissioni con riserva, visti i tanti dossier urbanistici aperti in quel momento, stadio in primis. Ma l’indomani si scoprì che Berdini aveva raccontato altre balle: La Stampa

pubblicò l’audio (non il video) della conversazione, che dimostrava come l’assessore avesse parlato non a due amici al bar, ma direttamente al cronista. A quel punto anche l’ultimo filo di fiducia fra sindaca e assessore si spezzò. Ma Berdini tentò di metterci una pezza con un’intervista a Repubblica

, parlando di “una conversazione carpita dolosamente da uno sconosciuto che non si è nemmeno presentato come giornalista… solo alla fine mi sono insospettito. E lui ha ammesso di fare il precario a La Stampa

” e gridando al complotto mediatico contro la giunta Raggi che lui tanto apprezzava perché stava ripristinando la legalità: “Ci stanno massacrando, un vero e proprio linciaggio mediatico che si sta scatenando proprio nel momento in cui l’amministrazione comunale prende importanti decisioni che cambiano il modo di governare questa città”.

Purtroppo fu sbugiardato per la terza volta da un nuovo audio in cui diceva al cronista: “Mo’ fa’ conto quello che penso io, che rimane veramente fra noi, poi lo utilizzi: un anonimo che ti ha detto… Cioè questi erano amanti”. Quindi: Berdini sapeva fin da subito di parlare con un giornalista; gli parlava per far uscire la “notizia” (falsa) della liaison Raggi-Romeo; e tentava di usare il cronista per sputtanare la sua sindaca come fonte anonima, lanciando il sasso e nascondendo la mano.

A quel punto la Raggi accettò le sue dimissioni (e sfido qualunque sindaco al mondo a tenersi un simile assessore). Non per lo stadio (altrimenti l’avrebbe cacciato molto prima), ma per le ripetute bugie che lo rendevano totalmente inaffidabile. Berdini però – come ci ricorda con un memorabile autogol – tentò disperatamente di restare a bordo scrivendo una lettera al Fatto

, pubblicata il 13.2, in cui non diceva nulla di quelle che oggi, col senno di poi, chiama “opacità e incapacità”, né dei “mediatori” in odor di mazzette, ma al contrario: piagnucolava per la “criminosa macchina del fango” (peraltro attivata da lui), l’“accanimento mediatico” e l’“intervista truffa”; elencava tutti gli interventi della giunta Raggi per riportare la legalità nella Capitale; elogiava la sindaca e la sua squadra perché “l’‘inetta’ giunta Raggi ha ripristinato la trasparenza richiesta dall’Anac” sugli “appalti pubblici”; assicurava che “questa sistematica azione di recupero di legalità e trasparenza non si è mai fermata”; e si metteva a disposizione sullo stadio per “riportare il progetto nelle regole del Piano regolatore” (si spera non per i “100 metri quadrati edificabili” di cui vaneggia, ma almeno per i 110 mila metri cubi previsti dal Prg).

Nessun cenno a Lanzalone, consulente del Campidoglio da più di un mese, ora spacciato – sempre col senno di poi – per la causa scatenante di una “cacciata” che Berdini racconta ai giornali e ai pm, ma che non è mai avvenuta se non nella sua fertile fantasia. O in quella del suo omonimo sosia.

Marco Travaglio

Sì della Procura al concordato Atac. Tocca al tribunale

Il percorso del concordato preventivo per evitare il fallimento di Atac, l’azienda del trasporto pubblico del Campidoglio, fa un passo in avanti verso l’approvazione. Ieri la Procura di Roma ha depositato un parere positivo alla documentazione presentata il 30 maggio scorso presso la sezione fallimentare del Tribunale, sostenendo di fatto che è preferibile far andare avanti il piano di rientro dal debito di 1,4 miliardi dell’azienda partecipata piuttosto che ipotizzare lo scenario peggiore, l’amministrazione controllata, che metterebbe a rischio 11.700 posti di lavoro. Da valutare la piena fattibilità del dossier presentato dall’azienda, che prevede di incrementare gli incassi tramite l’acquisto di 600 nuovi autobus entro il 2021 e vendere uno stock di immobili per incassare oltre 90 milioni di euro. Con i maggiori introiti Atac stima di pagare i creditori privilegiati nel 2019 e il 30% dei crediti chirografari entro il 2022. Ora la parola tornerà al Tribunale fallimentare e, in caso di disco verde, passerà al voto dell’assemblea dei creditori.

L’Ufo di Putin: sangue e milioni, ma che bello!

Sembra un’astronave atterrata nel cuore di San Pietroburgo, dallo Sputnik in giù i russi hanno sempre avuto un debole per lo spazio. Lo fosse davvero, probabilmente sarebbe costato meno: 13 anni di lavori, 8 vite umane, 43 miliardi di rubli che al cambio fanno poco meno di 600 milioni di euro ma con la svalutazione (e gli extra) valgono anche di più. Alcuni dicono un miliardo, altri addirittura un miliardo e mezzo, oltre il record del nuovo Wembley di Londra. Centro nevralgico dei Mondiali di Russia, che ha speso miliardi in impianti e presto non saprà che farsene, il Krestovsky Stadium forse è il più caro del pianeta: un monumento a tutti i mali del Paese e al gigantismo di questa manifestazione. “Il nostro orgoglio”, sintetizzano le autorità locali.

Bello è bello. Di più, grandioso: collocato nell’omonima isola, circondato dalle acque, di notte si illumina di colori fluorescenti. Si estende su oltre 80 ettari di superficie, praticamente il doppio di qualsiasi stadio normale.

È l’unico impianto che ha sia il tetto che il terreno mobile: il primo si chiude in caso di pioggia o freddo in inverno, il secondo scorre ed esce dalle tribune, per ospitare concerti ed esporre l’erba al sole. Gli spalti sono poggiati sul campo, i seggiolini comodissimi ed ergonomici, la visuale perfetta da ogni punto. Disegnato dall’architetto giapponese Kurokawa nel 2004, quando nessuno ancora pensava di ospitare i Mondiali, doveva esser pronto in 3 anni, invece il suo autore non ha fatto in tempo a vederlo: è morto prima.

Qui ancora si chiedono come sia stato possibile perdere completamente il controllo di un progetto in origine da soli 300 milioni, interamente privati (avrebbe dovuto pagare la famosa Gazprom). Da tutti gli scandali, inchieste (ancora in corso) e contenziosi è venuto fuori un solo arrestato: Marat Oganesyan, ex vice-governatore di San Pietroburgo, accusato di aver intascato centinaia di migliaia di euro con un contratto falso di schermi tv. Il classico capro espiatorio. Le vere colpe vanno ricercate nella corruzione a ogni livello, nella svalutazione del rublo, nella disorganizzazione.

Nel 2010 la costruzione sembrava a buon punto, ma la Russia si aggiudicò i Mondiali e il progetto fu completamente rivisto per adeguarsi ai requisiti Fifa, portando la capacità da 50 mila a 65 mila spettatori (per lo Zenit sarà dura riempirlo). Così i lavori si sono fermati per 2 anni e sono ripartiti quasi da zero: intanto lo stadio era divenuto ufficialmente un investimento pubblico, col governo locale costretto a tagliare fondi a scuole e ospedali.

Fino all’ultimo ci sono stati allagamenti, cedimenti, problemi di ogni genere. Al primo test sul terreno, a esempio, si è scoperto che il manto inferiore era troppo duro e il pallone rimbalzava come una pallina magica: da rifare. I seggiolini, abbandonati per anni alle intemperie in attesa del montaggio, si sono rovinati e hanno dovuto essere riacquistati. Otto operai sono morti lavorando in violazione di tutte le norme di sicurezza. Un altro è stato sparato alla testa dopo un alterco con un autista impazzito di una betoniera. A un certo punto sull’isola è arrivato persino un gruppo di sacerdoti ortodossi, a benedire i cantieri maledetti. “Il Krestovsky è come un grande buco nero, in cui qualsiasi cosa può accadere”, raccontano gli abitanti del quartiere. Nel bene e nel male, lo stadio è entrato nell’immaginario collettivo e divenuto un nuovo simbolo di San Pietroburgo. “È un valore aggiunto per la nostra squadra, lo Zenit, e per la nostra città che ora non ha nulla da invidiare a Mosca”, ci dice Pavel Belov, presidente del Comitato sportivo di San Pietroburgo. E gli scandali, gli sprechi, le inchieste? “Acqua passata, purtroppo sono cose che capitano ogni tanto. Ma per noi l’importante è avere finalmente il nostro stadio: non è bellissimo?”.

Stadio, la Raggi torna dai pm “Così ho scelto Lanzalone”

Virginia Raggi torna dai pm. La sindaca di Roma ieri è stata risentita come persona informata sui fatti nell’inchiesta su Luca Parnasi, l’immobiliarista romano arrestato con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione. La sindaca per 45 minuti ha risposto alle domande del pm Barbara Zuin e dell’aggiunto Paolo Ielo. La seconda convocazione era mirata a sciogliere i dubbi dei pm su alcune contraddizioni tra la versione della sindaca e quella fornita nell’interrogatorio da Luca Lanzalone, l’avvocato finito ai domiciliari per corruzione.

Venerdì scorso, quando è stata sentita la prima volta, Virginia Raggi aveva spiegato che Lanzalone gli era stato consigliato dall’attuale ministro della giustizia Alfonso Bonafede e da Riccardo Fraccaro, ministro per i rapporti con il Parlamento. L’avvocato genovese invece avrebbe detto – secondo alcune indiscrezioni – di essere stato scelto direttamente da Virginia Raggi. Chiarito questo primo punto, la sindaca poi ha dovuto chiarire le attività concretamente svolte da Lanzalone. Il punto è rilevante perché il direttore generale del comune, Franco Giampaoletti, sentito venerdì scorso, aveva sostenuto che l’attività di Lanzalone si era affievolita negli ultimi mesi.

I pm vogliono dimostrare la qualifica di pubblico ufficiale di fatto di Lanzalone, senza la quale cadrebbe l’accusa di corruzione. Di qui l’attenzione alle modalità della nomina e alle mansioni di fatto. I pm puntano a dimostrare che Virginia Raggi non solo ha voluto Lanzalone ma ha anche lasciato che di fatto continuasse a occuparsi per lei dello stadio, nonostante la mancata formalizzazione dell’incarico, data l’opposizione dell’Avvocatura del Comune.

Lanzalone si potrebbe difendere smontando la sua qualifica pubblica. Potrebbe sostenere di non essersi più interessato dello stadio dopo la mancata formalizzazione dell’incarico, se non come presidente Acea. Un modo per sostenere che le consulenze propostegli da Luca Parnasi possono essere in conflitto di interesse ma non rappresentano una forma di corruzione, essendo successive al ruolo poi sfumato.

Di qui l’importanza della nomina e delle mansioni. I pm potrebbero contestare comunque la corruzione almeno nella forma ‘susseguente’. Lanzalone in questa ottica avrebbe asservito la sua funzione nel 2017 quando di fatto si occupava di stadio per il sindaco e poi sarebbe stato ‘retribuito’ un anno dopo da Parnasi con le consulenze. L’accusa reggerebbe però se, almeno nel 2017, Lanzalone fosse stato un pubblico ufficiale.

Ecco perché ieri Virginia Raggi ha dovuto rispondere ancora sulla sua scelta. La stessa domanda che per ironia della sorte è stata posta da Lilli Gruber, a poche centinaia di metri di distanza ad Alfonso Bonafede. Ospite di Otto e mezzo negli studi de La7, il ministro ha risposto: “Lanzalone lo ha scelto il sindaco Raggi. Gliel’abbiamo presentato sia io sia Riccardo Fraccaro”.