Spese “stravaganti ed eccentriche” di cui balzava all’occhio “la natura indebita rispetto alle finalità istituzionali”. Un sistema che si fondava su un “tacito accordo”, “spartitorio” e “criminoso”, e su “una scelta cosciente e volontaria” basata sulla “reciproca conoscenza dell’illegittimità dei rimborsi”. I consiglieri regionali del Piemonte, in quegli anni, avevano a disposizione un budget extra di 4-5 mila euro al mese, destinato in teoria a finalità istituzionali, ma che di fatto non era sottoposto ad alcun controllo. I capigruppo, deputati alle verifiche, avevano per i giudici piena “consapevolezza” di quanto accadesse, ma chiudevano un occhio. Il loro comportamento, scrivono i magistrati, aveva “connotazioni omissive sia all’inizio che nella fase finale” di quel processo.
Sono queste le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Torino che lo scorso dicembre ha portato alla condanna di una ventina di ex eletti del consiglio regionale piemontese, tra cui anche l’ex governatore Roberto Cota.
Fra gli imputati c’era anche Angelo Burzi, storico esponente locale di Forza Italia, scomparso in circostanze tragiche: si è tolto la vita il giorno di Natale dell’anno scorso, dopo la condanna a tre anni (la più alta). Un gesto dimostrativo, legato proprio alla vicenda giudiziaria che lo aveva coinvolto. Per quei fatti Burzi non aveva mai smesso di dichiarare la propria estraneità alle accuse: “Io sono certo di essere totalmente innocente – aveva lasciato scritto in un biglietto –. Siccome arrendermi non è mai stata un’opzione, esprimo la mia protesta più forte interrompendo il gioco, abbandonando il campo in modo definitivo”.
Nella sentenza, Burzi risponde in due vesti: prima quella di consigliere, diretto beneficiario di 10 mila euro di rimborsi indebiti; poi di capogruppo, per l’omesso controllo su spese del suo gruppo. “Burzi, in buona sostanza – si legge nel provvedimento – beneficiava di elargizioni illecite nell’ambito di un sistema che mirava a consentire una massiccia violazione delle regole di destinazione del fondo, portando a rimborso spese non inerenti al vincolo di scopo, nella piena consapevolezza che il capogruppo, omettendo ogni controllo, ne avrebbe autorizzato il pagamento, secondo un modello che aveva visto protagonisti tutti i soggetti del gruppo consiliare eletto nel 2010”.
E una volta alla guida del gruppo “Progett’azione”, aveva secondo i giudici replicato lo stesso sistema, che ben conosceva da “politico di lungo corso” quale era. Tra le spese citate nella sentenza, e avallate senza controllo, ci sono il lavaggio della macchina, spese in pelletteria, ristoranti, colombe, sigarette di cioccolato, e i pasti seriali di una consigliera sempre nello stesso ristorante sotto casa.