“C’era un patto per spartirsi i fondi”

Spese “stravaganti ed eccentriche” di cui balzava all’occhio “la natura indebita rispetto alle finalità istituzionali”. Un sistema che si fondava su un “tacito accordo”, “spartitorio” e “criminoso”, e su “una scelta cosciente e volontaria” basata sulla “reciproca conoscenza dell’illegittimità dei rimborsi”. I consiglieri regionali del Piemonte, in quegli anni, avevano a disposizione un budget extra di 4-5 mila euro al mese, destinato in teoria a finalità istituzionali, ma che di fatto non era sottoposto ad alcun controllo. I capigruppo, deputati alle verifiche, avevano per i giudici piena “consapevolezza” di quanto accadesse, ma chiudevano un occhio. Il loro comportamento, scrivono i magistrati, aveva “connotazioni omissive sia all’inizio che nella fase finale” di quel processo.

Sono queste le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Torino che lo scorso dicembre ha portato alla condanna di una ventina di ex eletti del consiglio regionale piemontese, tra cui anche l’ex governatore Roberto Cota.

Fra gli imputati c’era anche Angelo Burzi, storico esponente locale di Forza Italia, scomparso in circostanze tragiche: si è tolto la vita il giorno di Natale dell’anno scorso, dopo la condanna a tre anni (la più alta). Un gesto dimostrativo, legato proprio alla vicenda giudiziaria che lo aveva coinvolto. Per quei fatti Burzi non aveva mai smesso di dichiarare la propria estraneità alle accuse: “Io sono certo di essere totalmente innocente – aveva lasciato scritto in un biglietto –. Siccome arrendermi non è mai stata un’opzione, esprimo la mia protesta più forte interrompendo il gioco, abbandonando il campo in modo definitivo”.

Nella sentenza, Burzi risponde in due vesti: prima quella di consigliere, diretto beneficiario di 10 mila euro di rimborsi indebiti; poi di capogruppo, per l’omesso controllo su spese del suo gruppo. “Burzi, in buona sostanza – si legge nel provvedimento – beneficiava di elargizioni illecite nell’ambito di un sistema che mirava a consentire una massiccia violazione delle regole di destinazione del fondo, portando a rimborso spese non inerenti al vincolo di scopo, nella piena consapevolezza che il capogruppo, omettendo ogni controllo, ne avrebbe autorizzato il pagamento, secondo un modello che aveva visto protagonisti tutti i soggetti del gruppo consiliare eletto nel 2010”.

E una volta alla guida del gruppo “Progett’azione”, aveva secondo i giudici replicato lo stesso sistema, che ben conosceva da “politico di lungo corso” quale era. Tra le spese citate nella sentenza, e avallate senza controllo, ci sono il lavaggio della macchina, spese in pelletteria, ristoranti, colombe, sigarette di cioccolato, e i pasti seriali di una consigliera sempre nello stesso ristorante sotto casa.

Altro ricorso: la Casta vuole i vitalizi interi e gli arretrati

Puff! C’è voluta un po’ di fatica, ma alla fine l’hanno spuntata: a forza di insistere con i ricorsi, gli ex parlamentari son pronti a riprendersi quello a cui han dovuto rinunciare per poco più di un paio d’anni, l’agognato vitalizio sforbiciato dal 2019. A far due conti, metà di quel taglio – in totale 67,8 milioni di euro all’anno, 339 milioni a legislatura tra Camera e Senato – sta tornando nelle loro tasche. E ora spetta alla Consulta decidere se riavranno pure gli arretrati. O nella migliore delle previsioni tutto, ma proprio tutto il malloppo: lo deciderà la Corte presieduta oggi da Giuliano Amato, titolare del trattamento che spetta a ogni ex che si rispetti. Se la decisione arriverà dopo settembre, data in cui l’ex braccio destro di Bettino Craxi andrà in pensione, poco male: anche l’altro giudice costituzionale Augusto Barbera, in pole per la successione, è baciato dal diritto al vitalizio.

Ma riavvolgiamo il nastro. Montecitorio sta ricalcolando gli assegni degli ex deputati dopo che il tribunalino interno presieduto dal dem Alberto Losacco ha smontato pezzo dopo pezzo la delibera sui tagli: prima cancellando per i beneficiari dei trattamenti la necessità di dover dimostrare di non percepire altri redditi di importo superiore all’assegno sociale e di avere patologie di una certa gravità per ottenere una mitigazione della stretta. E poi, a dicembre, bocciando i criteri che erano alla base della sforbiciata.

La scorsa settimana si è scoperto cosa costa superare l’algoritmo messo a punto dall’Istat e dall’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, che aveva originariamente abbattuto gli importi, specie per gli ex deputati che hanno goduto più a lungo del vitalizio calcolato con il metodo retributivo: una ventina di milioni di euro all’anno che andranno a rimpinguare gli assegni di Lorsignori dimezzando i risparmi (45,7 milioni) previsti per l’amministrazione di Montecitorio. Che si è riservata di fare appello al collegio di secondo grado presieduto dall’ex pentastellato (ora in Alternativa) Andrea Colletti (molto poco propenso ad allargare le maglie della delibera sui tagli) anche se in molti son pronti a scommettere che la Camera non farà ricorso, con il risultato di poter definitivamente incamerare al bilancio i risparmi, per quanto dimezzati rispetto ai piani iniziali.

E al Senato? Stessa solfa: il taglio in vigore dal 1º gennaio 2019 è stato annullato grazie alla giustizia interna di Palazzo Madama a cui si erano rivolti gli ex senatori lamentando la lesione dei loro diritti. In questo caso, però, si tratta di sentenza definitiva che mette una pietra tombale sui risparmi inizialmente ipotizzati: 22 milioni di euro all’anno che dovrebbero diventare la metà dal momento che si tratta di una decisione gemella rispetto a quella di Montecitorio.

Si dirà: meglio di niente. E invece no. Perché Lorsignori sperano di fare tombola grazie alla Corte costituzionale. Chiamata intanto a decidere se il Senato dovrà pure sganciare gli arretrati, ossia le differenze non corrisposte dall’entrata in vigore della delibera. Ma soprattutto a decidere se il ricalcolo contributivo è stato fin dal principio legittimo nei suoi presupposti.

Il Consiglio di Giurisdizione presieduto dal forzista Luigi Vitali e di cui sono anche componenti Valeria Valente del Pd, Alberto Balboni di Fratelli d’Italia e i due leghisti Pasquale Pepe e Ugo Grassi, ha infatti ritenuto “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della legge del 1994 nella parte in cui, nel sopprimere qualsiasi regime fiscale particolare per i vitalizi degli ex parlamentari, non prevede altresì che queste prestazioni vanno disciplinate nel rispetto dei principi generali in materia previdenziale”. Tra cui i limiti posti al legislatore “nell’individuazione dei parametri per determinare i vitalizi e con essi i limiti per un eventuale adeguamento”.

E ancora. “Egualmente ritiene non manifestamente infondata la questione di legittimità della delibera di Palazzo Madama del 2018 nella parte in cui viola i principi di proporzionalità e ragionevolezza nella (ri)determinazione retroattiva” degli assegni.

La Corte costituzionale non dovrà invece pronunciarsi sulla richiesta di aumentare gli assegni con l’applicazione integrale del metodo contributivo come ai bei vecchi tempi: alcuni ex senatori che avevano fatto ricorso avevano chiesto persino questo. Senza ritegno.

Gaffe e gag: la diplomazia è una farsa

Sceneggiate al confine, parlamentari sconfessati dalla Farnesina, sindaci che accolgono l’invito di un giornale e si intestano una marcia per la pace in territorio di guerra. È la diplomazia alle vongole, le relazioni internazionali che diventano cinepanettone (dire commedia all’italiana sarebbe un’offesa per il glorioso genere). Pur di coccolare il proprio ego, molti parlamentari si stanno esponendo a pernacchie mondiali. E la cosa sorprendente è che qualcuno sembra non avere ancora imparato la lezione.

Già, perché mentre finalmente il Parlamento annuncia – ormai ultimo della fila – che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parlerà in videoconferenza alle Camere martedì 22, non mancano le iniziative individuali. Ieri, attraverso un’intervista al Riformista, il sindaco di Firenze Dario Nardella si è detto pronto a “partire” e “guidare il corteo” pacifista a Kiev: “Va dato un segnale di vicinanza tra i popoli ed è giusto che siano i sindaci a guidare una lunga marcia per la pace”. Qualche ora più tardi, forse resosi conto di aver esagerato (si può davvero organizzare una marcia in una città sotto assedio proponendola con tre righe sul Riformista?), Nardella ha cambiato tono: “Al momento non prevediamo iniziative, che saranno valutate solo in linea con le iniziative diplomatiche ufficiali”.

Ecco, la diplomazia ufficiale. Tre giorni fa, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha scritto ai presidenti delle Camere e ai leader di partito per scoraggiare gite e scampagnate tra Polonia, Ucraina e Russia, che fossero per motivi personali o umanitari (lodevoli, ma fuori luogo soprattutto se a fini elettorali). E invece si è capito che parecchi eletti non hanno intenzione di rinunciare – Repubblica cita, tra gli altri partenti, i dem Mino Taricco e Francesco Giacobbe – mentre l’eurodeputato Pd Francesco Majorino ha acconsentito per lo meno che il viaggio si fermi al confine tra Polonia e Ucraina.

Proprio lì dove dieci giorni fa, Matteo Salvini è stato sbertucciato in mondovisione, col sindaco polacco a sventolargli in faccia una maglietta di Putin. Un clamoroso autogol comunicativo, ma anche un segnale che pure la solidarietà va ragionata. E invece è notizia di ieri che l’Italia si impegnerà per la ricostruzione del teatro di Mariupol, bombardato dai Russi. Con uno slancio di annuncite, ci ha pensato il ministro della Cultura Dario Franceschini a rasserenare gli ucraini: “L’Italia è pronta a ricostruire il teatro di Mariupol. Approvata dal Consiglio dei ministri la mia proposta di offrire all’Ucraina mezzi e risorse per riedificarlo appena sarà possibile. I teatri di ogni Paese appartengono a tutta l’umanità”. D’altra parte siamo famosi per la celerità dei lavori pubblici: è ora di esportare tanta efficienza.

La guerra del giorno dopo. Conte rimprovera i 5 Stelle

Per dirla con le parole di un Cinque Stelle che alle litigate del giorno dopo c’ha fatto il callo, la lezione è semplice: “Qui la sintesi politica la troviamo solo a casini scoppiati”. È andata così anche stavolta, con il voto che mercoledì ha visto il Movimento dare il via libera all’aumento delle spese militari del 2 per cento. Un ordine del giorno passato praticamente all’unanimità (solo Alternativa c’è, Sinistra Italiana e ManifestA hanno votato contro) e da cui ieri mattina il leader Giuseppe Conte ha voluto in parte prendere le distanze: “Non riesco a non esser franco e dico onestamente che quel voto non mi ha entusiasmato”, ha ammesso, provando a spiegare le motivazioni dei deputati che hanno detto sì: “È un semplice adeguamento a un impegno già preso”.

Ne fa una questione “tecnica” – più o meno come accadde prima di Natale sul voto in Giunta che salvò Matteo Renzi – relativa a impegni internazionali, in verità ormai vecchi di quasi un decennio e a cui di certo non si adempie con un semplice ordine del giorno. Ma che la questione sia filata tutt’altro che liscia lo dimostra il fatto che già oggi, Conte discuterà via Zoom con i parlamentari che si occupano di Difesa della linea da tenere nelle prossime occasioni, a cominciare dal voto sui sindacati militari che approderà a breve in Parlamento. Onde evitare, è il senso dell’iniziativa, che ci siano nuove “forzature” da parte di deputati e senatori. Gli eletti alla Camera e a Palazzo Madama, va detto, sulle faccende che riguardano armi e divise hanno sensibilità assai diverse. “Non sono tecnici” (riecco l’annosa questione), bollano da Montecitorio gli “sprovveduti” colleghi senatori. “Non rispettano la linea che il Movimento ha sempre avuto su questi temi”, è la replica da palazzo Madama che, per dire, ha come capogruppo in commissione Esteri il “pacifista” Gianluca Ferrara (qui accanto potete leggere qual è la sua posizione sul conflitto tra Russa e Ucraina, ndr).

Insomma, Conte al solito è tra due fuochi e certo non ha aiutato che sia mancato il confronto con gli eletti prima del voto. Solo “problemi di agenda”, lo difendono dalla Camera. Anche se chi ha seguito la vicenda ammette: “Alla fine sono stati Aresta e Rizzo (relatore e capogruppo M5S in commissione Difesa, ndr) a decidere di votare sì all’ordine del giorno, sulla base della linea tenuta fin qui: ma Conte se l’è trovato sui giornali e non l’ha presa bene”. Non è d’accordo, come prevedibile, il relatore Giovanni Aresta che, ricordando come “con il presidente Conte ci sia sempre stata possibilità di trovare una sintesi”, invita anche a “leggere il testo dell’ordine del giorno”, per evitare semplificazioni: “L’aumento delle spese non riguarda solo gli armamenti, ma incide anche sul personale civile e militare del comparto Difesa”. Certo è che, nella riunione di oggi, andrà affrontato anche il tema di come i 5 Stelle, in questa partita della guerra, abbiano stentato a far sentire una voce fuori dal coro. Ieri, al di là dei tanti assenti in Parlamento, solo due deputati M5S hanno votato contro –mentre altri due si sono astenuti – al decreto che dà il via libera al (secretato) invio delle armi a Kiev. Per gli eletti, la dimostrazione che il gruppo è unito. Sul merito, magari, litigheranno un altro giorno.

La 4ª dose per tutti Pfizer: “Necessaria” ma Speranza frena

“In questo momento non ci sono evidenze scientifiche che portano a dirci che sia necessaria la quarta dose del vaccino per tutti”. Lo ha detto ieri il ministro della Salute, Roberto Speranza, aggiungendo che “siamo partiti con i fragili e stiamo valutando l’ipotesi di una quarta dose a fasce generazionali più avanzate”.

Parole che, nel complesso, si inseriscono in una diffidenza piuttosto diffusa nel mondo scientifico riguardo alla necessità immediata di programmare una quarta dose generalizzata di vaccino anti-Covid: “Nel complesso dei dati pubblicati – sostiene Antonio Cassone già Direttore di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità – non ci sono basi scientifiche robuste per l’uso della quarta dose in soggetti giovani e generalmente sani”. Ma Albert Bourla, Ceo della Pfizer, è su tutt’altra posizione: “La quarta dose dovrà essere estesa a tutti entro la fine dell’anno”.

In effetti la protezione con la terza dose, secondo le proiezioni iniziali, sarebbe dovuta durare 5-10 anni. La quarta dovrebbe compensare proprio il calo protettivo della terza dopo pochi mesi, ma sarebbe basata sempre sullo stesso virus di due anni fa: “Usare questi vaccini contro il ceppo di Wuhan per proteggere da Omicron – ancora Cassone – è un nonsense, un obbrobrio immunologico. Ormai il virus è diverso”.

L’ultimo studio israeliano apparso sul New England Journal of Medicine valuta la risposta immunitaria e la protezione contro l’infezione e il contagio di una quarta dose Pfizer- BioNTech o Moderna quattro mesi dopo la terza dose: “Abbiamo osservato – si legge – una bassa efficacia del vaccino contro le infezioni così come carichi virali relativamente alti che suggeriscono che coloro che erano infetti erano anche contagiosi”. L’efficacia del vaccino contro qualsiasi infezione era del 30% per Pfizer e dell’11% per Moderna. Stando alla pubblicazione – con tutti i limiti di un singolo studio –, una quarta vaccinazione di giovani sani può avere solo benefici ridotti. Per quanto riguarda l’efficacia per la prevenzione della malattia sintomatica, la protezione che si attesta al 43% per Pfizer, e al 31% per Moderna. In questo studio le popolazioni più anziane e vulnerabili non sono state valutate, ma bisogna chiedersi quale sarà e quanto durerà la protezione della quarta dose per gli anziani e i fragili. Ancora non è chiaro. Un altro aspetto sul quale è necessario interrogarsi è come possa rispondere il nostro sistema immunitario a una sollecitazione continua con lo stesso antigene: “Si è molto discusso di questi aspetti anche per la terza dose – prosegue Cassone –, di sicuro non è un bene un continuo richiamo a pochi mesi di distanza, si rischiano anergia e paralisi immunitaria. Le risposte di una dose a 3-4 mesi si sono sempre rivelate meno efficaci di un richiamo a 8-10 e più”.

In questo contesto è interessante valutare gli investimenti preventivi di altri Paesi. La Germania prevede di spendere fino a 2,8 miliardi di euro per garantire che i big player farmaceutici di vaccini dispongano di una capacità sufficiente per rifornire Berlino di dosi fino al 2029. E in Italia? “La nostra fortuna, per così dire – conclude Cassone – è che al momento sia Omicron A1 che A2 sono meno aggressive di Delta; ma questi vaccini non sono in grado di fermare Omicron, che è si meno aggressiva, ma non totalmente benigna, quindi potremmo avere questo autunno numeri molto alti di infezioni che risparmieranno probabilmente molti, ma saranno pericolose per i fragili non immunizzati”.

 

Il favore alle Spa quotate: la norma sulle assemblee

Lo stato di emergenza legato al Covid terminerà il 31 marzo. Ma non cesserà la regola introdotta nel marzo 2020 con il decreto Cura Italia che consente alle società di svolgere le assemblee dei soci a porte chiuse, senza la presenza fisica degli azionisti.

La questione è importante, soprattutto per le società quotate in Borsa, che hanno migliaia di azionisti. Per il terzo anno consecutivo i soci dovranno rimanere a casa in occasione dell’assemblea in cui si discutono il bilancio e i compensi dei vertici. È l’unica occasione che hanno i soci di minoranza delle quotate di far sentire la propria voce. Anche quest’anno le minoranze saranno silenziate. I soci possono solo inviare domande scritte. Le società daranno risposte scritte, pubblicate prima dell’assemblea. Per partecipare i soci hanno solo una possibilità, a parte il voto per corrispondenza che c’era già prima del Covid: dare una delega con istruzioni di voto al “rappresentante designato” dalle società. L’assemblea diventa come una riunione tra amici, tra poche persone, il presidente, qualche consigliere e sindaco, il notaio.

La regola aveva senso per ridurre il rischio di contagio nella fase più acuta della pandemia, anche se già allora c’erano state critiche per il soffocamento della discussione. In origine era stata prevista per le assemblee “convocate entro il 31 luglio 2020”. Poi è stata più volte prorogata, fino a fine 2021. La regola ha meno senso oggi, ma per le società quotate è più comodo continuare a fare le assemblee senza gli azionisti. Non ci sono polemiche, non c’è imbarazzo dei vertici per domande fuori dal coro. Di fronte a risposte evasive i soci non possono replicare. Le società hanno meno costi e perdite di tempo. C’è meno democrazia.

Perché questo può avvenire se cade lo stato di emergenza? Perché la norma sulle porte chiuse è stata prorogata fino al 31 luglio 2022, dal decreto Milleproroghe di fine anno. Tutte le assemblee già convocate dai cda per aprile sono a porte chiuse. Tim è tra le prime, il 7 aprile: “Anche quest’anno – dice la società – l’assemblea si svolgerà nel rispetto della disciplina volta a mitigare il rischio di contagio e l’intervento dei soci sarà consentito esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla società…”. Così l’assemblea che deve discutere il bilancio 2021, con 8,7 miliardi di perdita, sarà più scorrevole. I soci possono affidare il voto allo Studio Legale Trevisan & Associati. L’avvocato Dario Trevisan è uno dei più gettonati tra i rappresentanti designati dalle società. Ta i clienti anche Eni, Mediobanca e Snam. Il nome più ricorrente è quello della società Computershare, che si occupa anche di Enel, Intesa e Generali, già incaricata per le assemblee di Inwit (6 aprile), Unicredit (8 aprile), Mps (12 aprile), Acea (27 aprile), Unipol (28 aprile), Atlantia (29 aprile). La Sogefi dei figli di Carlo De Benedetti si affida allo Studio Segre Srl (22 aprile), Amplifon alla Aholding Srl di Ivrea (22 aprile), Coima Res alla Spafid, fiduciaria controllata da Mediobanca (21 aprile), Italgas a Georgeson Srl (26 aprile).

Attenzione: le società non sono obbligate a fare l’assemblea a porte chiuse. La norma (prorogata) del Cura Italia non vieta l’accesso fisico ai soci e consente di organizzare interventi in videoconferenza. Ma le società non lo fanno. C’è stata una deroga, l’assemblea della Juventus il 29 ottobre 2021 è stata a porte aperte, sugli spalti dell’Allianz Stadium. C’era da discutere un aumento di capitale di 400 milioni.

All’estero, invece, si muovono diversamente, come in Francia. L’immobiliare Covivio, di cui è principale azionista e vicepresidente Leonardo Del Vecchio, ha convocato i soci a Parigi per il 21 aprile, al Pavillon Gabriel, a porte aperte. Da noi si va avanti con il rappresentante unico. Fa rima con pensiero unico…

Liberi tutti da maggio. Via anche l’obbligo mascherine al chiuso

È ufficiale: il governo ha deciso che dal primo maggio l’epidemia di Covid-19 sarà da considerarsi terminata, ma per alcuni aspetti la fine può dirsi anticipata al 31 marzo. Poi si entrerà in una fase endemica che non giustificherà più nessuna delle restrizioni (mascherine al chiuso comprese) cui siamo stati abituati in questi due anni. Questo, in sintesi e fatti i debiti scongiuri, è il contenuto del nuovo decreto approvato all’unanimità ieri dal Cdm, che ha definito una road map per la fine delle restrizioni.

Fine emergenza Nessuna proroga

Come già annunciato tempo fa dal premier Draghi, lo stato di emergenza introdotto dal governo Conte-2 il 31 gennaio 2020, scadrà il 31 marzo e non sarà prorogato.

Addio al green pass base Ingresso libero

Dal 1º aprile si potrà entrare liberamente in negozi e attività commerciali, uffici pubblici, poste e banche. E si potrà partecipare senza vincoli a spettacoli e feste all’aperto e visitare musei e mostre. Per poter fare altrettanto su aerei, treni, navi, mezzi pubblici, stadi e – soprattutto – luoghi di lavoro, bisognerà aspettare il 1º maggio.

Super pass in scadenza Poi basterà il tampone

Dal primo aprile sarà possibile cenare nei ristoranti all’aperto, salire su treni, aerei, navi e mezzi pubblici anche se non vaccinati, ma comunque in possesso di un pass base rilasciato dopo un tampone negativo. Dal primo maggio, invece, stop al super green pass per cenare al chiuso (una mozione della Lega, respinta, chiedeva di anticipare a Pasqua) e accedere a piscine, palestre e spettacoli al chiuso.

Indossare le Ffp2 Quando scade l’obbligo

Fino al 30 aprile sarà obbligatorio indossare mascherine Ffp2 al cinema, a teatro, ai concerti, allo stadio e a bordo di treni, aerei, navi e mezzi pubblici.

Il vero liberi tutti Via le mascherine al chiuso

La norma che farà più discutere. Il governo ha deciso che dal primo di maggio non sarà più obbligatorio indossare dispositivi di protezione individuale nei luoghi chiusi.

Contatti con positivi Tutti in autosorveglianza

Dal primo di aprile, chiunque abbia avuto un contatto stretto con una persona positiva, dovrà – indipendentemente dal proprio stato vaccinale – sottoporsi al regime di autosorveglianza (mascherine Ffp2 al chiuso e in luoghi affollati e obbligo di tampone solo in caso di insorgenza di sintomi) per dieci giorni. Finisce l’epoca delle quarantene da contatto. Resta l’isolamento per i contagiati.

A scuola Vaccinati o non vaccinati è uguale

Nella scuola primaria e secondaria, l’attività didattica prosegue in presenza per tutti (senza distinzione tra vaccinati e non vaccinati) fino a quando non viene superata quota quattro casi di positività in classe, con il solo obbligo di mascherine per dieci giorni dall’ultimo contatto con il soggetto positivo.

Obbligo vaccinale L’ultima scadenza

Il 15 giugno scadrà l’obbligo vaccinale per gli over 50, così come per gli operatori della scuola e delle forze dell’ordine. Dal primo maggio però non dovranno mostrare il super green pass e non rischieranno la sospensione da lavoro e stipendio: solo la multa di 100 euro. Resta invece tutto com’è per gli operatori sanitari e delle Rsa.

Figliuolo passa la mano Poteri alla Difesa

Il Commissario straordinario all’emergenza generale Francesco Paolo Figliuolo cesserà dalla sue funzioni il 31 marzo. Fino al 31 dicembre 2022 sarà istituita al ministero della Difesa un’Unità per il completamento della campagna vaccinale. Dal 2023 le competenze passeranno alla Salute. Cessa le sue funzioni, sempre dal primo di aprile, anche il Comitato tecnico scientifico.

Smart working proroga al 30.06

È stata prorogata al 30 giugno la possibilità di ricorrere allo smart working nel settore privato anche senza l’accordo individuale tra datore e lavoratore. Fino ad allora non cambieranno le regole vigenti del regime semplificato. Prorogato al 30 giugno il lavoro agile per i “fragili”.

Contratti in scadenza Deroga per 50 mila a scuola

Il Consiglio dei ministri, infine, in deroga alla fine dello stato di emergenza che ne avrebbe decretato la scadenza, ha dato il via libera alla proroga fino al termine delle lezioni di circa 50 mila tra docenti e personale amministrativo sul cosiddetto organico assunto a causa dell’emergenza Covid.

Caso Mezzojuso, Giletti non andrà a processo

Il conduttore televisivo Massimo Giletti non andrà a processo nella causa per diffamazione che lo vedeva contrapposto a Salvatore Giardina, ex sindaco di Mezzojuso. Il giudice monocratico del Tribunale di Termini Imerese, Giuseppina Turrisi, ha infatti annullato “per mancanza di querela della persona offesa” il decreto di citazione a giudizio con cui la procura aveva aperto la strada al processo: a presentare la denuncia, infatti, non fu personalmente il sindaco, ma un consigliere comunale a nome dell’amministrazione. Il quale, peraltro, non aveva titolo per farlo, poiché alla data di presentazione della querela sia la Giunta che il Consiglio Comunale di Mezzojuso erano stati sciolti per mafia.

Amara, pm di Brescia: “Archiviare la Pedio”

La Procuradi Brescia ha chiesto l’archiviazione del procuratore aggiunto di Milano, Laura Pedio, accusata di omissione di atti di ufficio sia per il caso dei verbali di Piero Amara sulla presunta loggia “Ungheria” sia per la gestione nel fascicolo sul “falso complotto” dell’ex manager dell’Eni, Vicenzo Armanna. Intanto va avanti l’inchiesta nei confronti di un altro aggiunto milanese, Fabio De Pasquale, e del pm Sergio Spadaro, accusati di rifiuto di atti d’ufficio per un presunto mancato deposito di prove utili alla difesa nel processo Eni-Shell/Nigeria. A Milano, intanto, si avvicina a quota 20 il numero dei fascicoli aperti per accertare se Amara abbia o meno calunniato le persone che a suo dire avrebbero fatto parte di “Ungheria”.

Carceri, Cartabia tira dritto: Renoldi al Dap. Petralia mandato in pensione per fargli posto

Carlo Renoldi è il nuovo capo del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all’unanimità. La settimana scorsa, nella stessa sede, la questione non era stata esaminata perché M5S e Lega avevano provato ancora una volta a dissuadere la ministra della Giustizia, Marta Cartabia. Le due forze di maggioranza si erano schierate pubblicamente contro la nomina dopo che il Fatto aveva rivelato alcune posizioni espresse dal magistrato candidato a succedere a Dino Petralia. Quest’ultimo è andato in pensione in anticipo non per fare il nonno, come ha detto diplomaticamente in una recente intervista, ma perché – hanno rivelato al Fatto fonti qualificate – la ministra lo voleva fuori dal Dap. La tempistica è chiara: a dicembre la Cartabia ha chiesto a Petralia un passo indietro, chiedendogli di farlo “solo dopo il voto per il presidente della Repubblica, senza rumore”. E così è stato. Petralia ha annunciato la sua scelta ai primi di febbraio, pochi giorni dopo la riconferma di Sergio Mattarella al Quirinale. Tre settimane più tardi la ministra ha scelto Renoldi.

Consigliere di Cassazione, ex giudice di Sorveglianza, Renoldi è stato subissato di critiche dai familiari delle vittime di mafia, a cominciare da Maria Falcone e Salvatore Borsellino, e di pezzi della maggioranza di governo, per le dichiarazioni espresse in un convegno. Tre giorni fa, in commissione Giustizia del Senato, la ministra, al senatore Alberto Balboni, di Fdi, che criticava la sua scelta, ha risposto piccata che non si sarebbe fatta condizionare: “Non mi affido alle opinioni di un giornale, vediamolo lavorare, dopo ne riparliamo”. “Restiamo perplessi e preoccupati – ha commentato Giulia Sarti, M5S, membro della commissione Giustizia della Camera –. È un magistrato di grande capacità, ma la sua nomina potrebbe risultare non perfettamente in linea con le peculiari esigenze del Dap”.

Che cosa ha detto Renoldi nel luglio del 2020? Che l’antimafia contraria alla modifica dell’ergastolo ostativo ai benefici per mafiosi non collaboratori e contraria pure a un allentamento del 41-bis è “arroccata nel culto dei martiri”, popolata com’è da “figure animate da un giustizialismo ottuso” perché ritengono che boss non collaboratori siano “irriducibili” e che l’ostativo o il 41-bis nulla hanno a che fare con il giusto fine rieducativo della pena. Concetti difficili da accettare per le vittime e per le loro famiglie.