La malafede del cardinale salviniano che attacca “Avvenire” e “Fatto”

Come segnalato più volte da queste parti, il pasciuto cardinale americano di nome Raymond Leo Burke (nella foto) è il condottiero fariseo della destra clericale che guida l’assalto al pontificato di Francesco. Un vero antipapa che fomenta la rivolta a più livelli, dai Cavalieri di Malta alla protesta teologica con un’adesione arida alla Dottrina.

Non a caso, aduso più a predicare l’odio che l’amore, Burke viene descritto dal suo “collega” cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga come “un povero uomo, un uomo deluso perché voleva il potere e lo ha perso”. Entusiasta di Trump, il cardinale tradizionalista è diventato il riferimento principale della Chiesa che piace a Matteo Salvini: i due si sono pure incontrati nello scorso fine settimana. Questa la premessa. Ché il cardinale Burke venerdì scorso ha attaccato Avvenire citando il Fatto. Tutto risale al 7 aprile scorso.

Quel giorno Burke organizza l’ennesimo raduno contro Francesco cui partecipa un redivivo Marcello Pera, capofila dei teocon. Il Chierico ne riferisce sul Fatto del 9 aprile e soprattutto dà conto di una clamorosa intervista del pasciuto Burke del 5 aprile.

Un’intervista in cui questi tempi cupi della Chiesa di Bergoglio, a detta del cardinale americano, richiamano addirittura il paragrafo 675 del Catechismo, quello che annuncia l’Apocalisse e la manifestazione dell’Anticristo.

Il giorno successivo la segnalazione del Fatto viene ripresa dal teologo Gianni Gennari nella sua rubrica su Avvenire, che si sofferma sull’ultima frontiera della “rete tradizionalista arcigna e ciarliera”. La reazione di Burke arriva dopo oltre due mesi, venerdì scorso, in una lettera al quotidiano della Cei: smentisce se stesso, scrive che Gennari “avrebbe attinto la notizia de relato dal Fatto Quotidiano” e pretende “pubbliche scuse”.

Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, non solo conferma ma chiede a Burke: “Chi si scuserà per aver alimentato, anche attraverso una ‘rete arcigna e ciarliera’ distesa attraverso internet, confusione e divisione nella Chiesa e contro il Successore di Pietro? Chi riparerà, e come?”.

Ma quale Cr7, c’è Mandragora

A.A.A. Avviso urgente: attenzione, rischio spopolamento ai Mondiali di Russia! E le minacce dell’Isis non c’entrano, tranquilli. C’entra l’Italia. Pur essendo partiti con indiscusso appeal, i mondiali 2018 rischiano fin da ora di cedere il passo, mediaticamente parlando, all’irresistibile richiamo del calciomercato made in Italy: e il fuggi fuggi di operatori e addetti ai lavori da Mosca a Milano è già cominciato perché al mondiale ci sono ottimi giocatori, è vero, ma fuoriclasse come quelli che abbiamo qui in Italia nemmeno a parlarne.

Non ci credete? Alzi la mano l’appassionato di pallone che in questi primi giorni di mondiale non abbia mai sentito nominare Golovin, la nuova stella del calcio russo. Nessuna mano alzata? Infatti. Il giorno della partita inaugurale, Russia-Arabia Saudita 5-0, del 22enne Golovin si è parlato come di una via di mezzo tra Di Stefano e Zidane e non c’è dubbio che il giovane centrocampista del Cska Mosca possegga qualità immense. “Tutto il mondo vuole Golovin”, hanno titolato giornali e siti specializzati dopo la sontuosa “prima” del numero 17 russo. Ma qui, per l’appunto, casca l’asino. Sabato, e cioè due giorni fa, la Gazzetta dello Sport (ma avremmo potuto leggerlo su Tuttosport, sul Corriere dello Sport, sulle pagine sportive dei più importanti quotidiani d’informazione e avremmo potuto sentirlo dire su Sky, Mediaset Premium, Sportitalia e via elencando) la Gazzetta, dicevamo, a pagina 12 titolava a 9 colonne: “Boom Golovin: Juve in allerta” e dopo averci spiegato che “La trattativa entra nel vivo: ma si teme il rischio asta”, entrava nei dettagli dell’avviatissima operazione: “Il Cska chiede 25 milioni, bianconeri fermi a 15 più bonus”. Ora, detto che la stessa Juve, per cedere uno scarto come Lemina al Southampton pretese e ricevette 17 milioni più 3 di bonus, qualche dubbio sulla quotazione al ribasso data a Golovin al lettore era venuta; poi però il suo sguardo è finito sull’articolo sotto e ogni mistero è stato spazzato via. “Pressing Monaco su Mandragora: pronti 20 milioni” urlava il taglio basso, anch’esso a 9 colonne, della rosea. E insomma, ricapitolando: ai mondiali di Russia ci sarebbe questa nuova super stella in predicato di vestire dal prossimo agosto la maglia della Juventus, ossia Golovin, per il quale il club bianconero offre 15 milioni più bonus; mentre in Italia, su qualche spiaggia della costiera amalfitana (lui è nato a Napoli), si sta godendo le vacanze Rolando Mandragora, proprietà Juventus, che dopo aver giocato nel Crotone ed essere retrocesso dalla A alla B è pronto per essere ceduto al Monaco per 20 milioni: 5 più di Golovin, e questo vi dice tutto.

Perché se Golovin, nuovo astro del firmamento calcistico mondiale, vale 15 milioni, la domanda che sorge spontanea è: quale incommensurabile campione potrà mai essere Rolando Mandragora, 36 presenze e 2 gol nel Crotone, che di milioni ne vale già 20? E soprattutto: come ha fatto la nazionale azzurra a non qualificarsi al mondiale se i campionissimi li avevamo noi, da Mandragora a De Sciglio, da Rugani a Zappacosta, da Criscito a D’Ambrosio, da Bernardeschi a Zaza, mica scartine come Ramos e Marcelo, Kimmich e Hummels, Hazard e Leswandowski, Messi e Cristiano Ronaldo? Presto il mistero doloroso ci verrà svelato. È la stampa bellezza!

La terza medicina esiste: poesia e paesaggi aiutano

La modernità in medicina ha contribuito ad allungare di molto la vita media, ma molti sono insoddisfatti e cercano rimedio in antichi rimedi. Assistiamo al ritorno dell’arcaico anche nel trattamento delle malattie. La mia idea è che bisogna diffidare sia delle medicina allopatica che delle cosidette medicine alternative. E comunque bisogna diffidare di chi le mette in contrapposizione. È evidente che una grave depressione può essere pericolosa senza l’uso di farmaci, ma è anche evidente che consigliare lunghe camminate può essere di grande aiuto per una persona depressa.

Spesso si accusa la medicina allopatica che nasce dalla lezione ippocratica di essere troppo positivista, di considerare il corpo come un aggregato di organi, di lavorare sulla lesione, di essere poco attenta al fondo magico in cui siamo bagnati. A queste accuse la medicina “ufficiale” risponde accusando le terapie alternative di essere basate su nulla e di guarire delle malattie che spesso guarirebbero da sole. Allora la questione è l’impazienza. E anche l’idea che abbiamo della malattia. L’ansia può essere spenta con gli ansiolitici, ma può essere vista come un integratore di vivacità intellettuale. Il sintomo nevrotico può essere consegnato allo psicoanalista, ma può essere anche usato come strumento di conoscenza. Noi non dobbiamo mai dimenticare che siamo corpo, dunque natura, ma siamo anche mondo interno, fantasma, fantasia incessante su noi stessi e sugli altri. Allora bisognerebbe dire di cosa parliamo quando parliamo di cure e di malattie. Forse la prima medicina è proprio la lingua, forse l’ospedale che manca è l’ospedale della lingua.

Le persone si ammalano quando reprimono le loro emozioni, quando non riescono a dare una forma linguistica a quello che sentono. E allora poesia e canto sono sicuramente da aggiungere ad agopuntura, reiki, digitopressione, feng shui, ayurveda, medicine dei vecchi indiani d’America, omeopatia, fiori di Bach, cromoterapia, cristalloterapia, aromaterapia, ecc. E allora i segnatori, gli omeopati, gli osteopati, i massaggiatori, gli erboristi, tutta la schiera dei guaritori dovrebbe accogliere nel proprio alveo anche i poeti e i suonatori. La poesia è letteralmente un farmaco, nel senso che per chi scrive è al tempo stesso veleno e rimedio.

Allora ci vuole una terza medicina, qualcosa di simile al terzo paesaggio di cui parla Gilles Clement. La terza medicina non esclude nulla, compreso il fatto che in molti casi non bisogna curare, non bisogna intervenire. Non bisogna medicalizzare. Bisogna ricordarsi che nell’uomo c’è un bisogno di salute e c’è un bisogno di malattia. Ha senso stare bene ma ha senso anche stare male. Kafka una volta scrisse questa frase: “Mi ruppi una gamba. Fu il più bel giorno della mia vita”. Allora la terza medicina può tenere insieme il dermatologo e il paesologo. Guardare la pelle infiammata e guardare il paesaggio. Ci vuole il ministero della salute, ci vogliono gli ospedali, ma ci vorrebbe anche il ministero dello sguardo. Non sappiamo più guardare, non sappiamo più parlare. E ci sono molte malattie accentuate dalla penuria di parole, dalla penuria di sguardo.

Molte malattie entrano nel nostro corpo dagli occhi: bisogna considerare che gli occhi sono un pezzo di cervello a contatto col mondo esterno. La terza medicina dice che ci sono i virus, ma ci sono anche le immaginazioni: un virus entra nel corpo, ma per farci ammalare ha bisogno di una qualche complicità dell’immaginazione. Ognuno di noi dispone di un sabotatore interno. E questo sabotatore è un nemico che spesso proiettiamo all’esterno vedendo tutto il male fuori di noi. Bisogna saperci fare col sabotatore, sapere che vuole il nostro male, ma anche il nostro bene. Nelle storie amorose il sabotatore è sempre all’opera e magari fa in modo che ci allontaniamo da una certa persona che può farci del male, ma anche il bene va allontanato quando siamo interessati a farci del male.

Insomma, dipende dal punto in cui siamo, la questione è vedere, vedersi. Una medicina che non consideri l’esistenza del sabotatore è una cosa povera. E poco importa allora che il farmaco sia naturale o sintetizzato chimicamente. La questione è parlare col sabotatore, senza ricorrere necessariamente alla psicoterapia. La terza medicina considera l’amicizia, la rivoluzione, la preghiera, la gentilezza, l’ansia stessa come forme di terapia. Perfino la morte è una forma di terapia. Noi se combattiamo la morte non saremo mai sani. La morte è un mistero scandaloso che richiede pensiero più che rimozione. Il pensiero della morte esso stesso può essere una forma di guarigione. Perfino la vecchiaia è una forma di terapia: pensare in termini ossessivi di rallentare la vecchiaia rende molti corpi fatuamente giovanili. La cura del corpo si può fare in piazza più che in palestra, si può fare a letto, oltre che sul lettino dell’analista. La terza medicina non ti vuole guarire, ti ricorda che ti deve succedere qualcosa: un amore, un disagio, una letizia, una sventura. Nel paesaggio del tuo corpo spunta una cisti, come spunta un desiderio. Importante è essere nel centro di se stessi, considerare che ogni evento, ogni situazione contiene una qualche forma di perfezione. Tu sei la tua paura e il tuo delirio, sei la tua depressione e il tuo fervore, sei qualcosa e sei niente.

Parchi: non è un Paese per gli ambientalisti

Questa è la storia di una di noi, anche se lei non è nata per caso in via Gluck si tratta di una ambientalista che più volte ha difeso il territorio da sfregi e speculazioni. E proprio per questo motivo sta pagando il prezzo di una carriera mortificata dai potenti. Franca Zanichelli, direttore ancora fino a luglio del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano, ultima naturalista alla guida di un Parco nazionale e unica donna in quel ruolo. Ma questa è anche la storia di Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi, conosciuto tra gli addetti ai lavori come il “killer dei direttori naturalisti”.

Nel curriculum di Franca Zanichelli c’è l’episodio di qualche anno fa, quando si oppose con tutte le sue forze alla costruzione di una strada in zona franosa nel comune di Marciana Marina, luogo prediletto per il raro gabbiano corso che proprio sull’Isola d’Elba tenta di nidificare. Ecco, toccava a Sammuri toglierla, con questo curriculum, dalla terna di possibili direttori avanzata al Ministero dell’Ambiente (era ancora in carica Gian Luca Galletti) e il presidente di Federparchi, già assessore alla caccia a Grosseto, non si è tirato indietro: eliminata anche se alla pensione per la Zanichelli mancano due anni e mezzo. Nel frattempo la direttrice ambientalista ha fatto domanda per il Parco del Delta del Po Emilia Romagna.

Qui si è scontrata contro una legge regionale che ribalta il concetto di meritocrazia affidando alla politica l’ultima parola sul vertice del Parco, nonostante qualsiasi concorso tecnico vinto o non vinto. Infatti, risultata prima al colloquio tecnico, distanziando di parecchio i concorrenti, la Zanichelli si è schiantata sul secondo colloquio davanti ad amministratori e politici locali del Comitato esecutivo del Parco.

Così, il sospetto tra esperti e addetti ai lavori di prestigio è questo: “Guai a saperne di conservazione della natura e aver preso decisioni per difendere il territorio del Parco. Secondo questa visione distorta che fanno passare per scelte di sinistra, il Pd renziano, di cui Sammuri è seguace, il direttore deve essere un semplice burocrate al servizio del politico e soprattutto un soggetto che mai possa contrastare le scelte degli amministratori”. Sammuri, carriera politica tra Grosseto e provincia dal Pci al Pd, è stato in prima fila per chiedere l’approvazione della legge cosiddetta “sfasciaparchi” bloccata dalla Gruppo dei 30 che ha trovato sponda parlamentare, nella scorsa legislatura, nel Movimento 5 Stelle e in Sinistra italiana.

Secondo il Gruppo dei 30 la legge, “voluta fortemente dai renziani, avrebbe trasformato i Parchi nazionali in una sorta di Pro loco. Addirittura volevano che la nomina dei presidenti avvenisse senza alcun titolo concernente la conservazione della natura nei curricula. Si passava, piuttosto, a una non meglio precisata esperienza di tipo gestionale”. Pericolo scampato ma, come si è visto, quello che non entra dalla porta può presentarsi dalla finestra.

È il caso dell’Emilia Romagna che ha approvato nel 2017, appunto, la sua legge regionale che ha consentito ai politici di liquidare la Zanichelli dal ruolo di direttore del Parco del Delta del Po emiliano-romagnolo nonostante un punteggio complessivo di 87/100 contro i 79/100 della vincitrice Maria Pia Pagliarusco. Tra le motivazioni avanzate dalla commissione: Franca Zanichelli ha solo esperienza in Parchi nazionali, non regionali. Che, già di per sè, fa ridere, ma è falsa: la stessa è stata, infatti, presidente per 11 anni del Parco regionale del Taro. Il caso Zanichelli è simbolico ma non è l’unico: i migliori naturalisti italiani sono stati eliminati uno a uno, da Giorgio Boscagli al Parco delle foreste Casentinesi (Arezzo) a Franco Perco al Parco dei Monti Sibillini (Macerata): negli ultimi anni è stata una vera strage. In nome di una politica a braccietto con la burocrazia, se è vero che la direttrice del settore Conservazione natura del Ministero dell’Ambiente, Carmela Giarratano, si rifiuta categoricamente di dialogare con i direttori dei Parchi, ricevendo solo i presidenti benedetti dalla politica.

Auto schiaccia due persone: un morto e un ferito

Una persona è morta e un’altra è rimasta gravemente ferita. È questo il bilancio di un drammatico incidente avvenuto nella serata di ieri a bordo di un traghetto in partenza dallo scalo “Immacolatella”, nel porto di Napoli. Un’autovettura, precipitando da un ponte dell’imbarcazione, ha schiacciato due stranieri – si tratta di due cittadini indonesiani – che erano diretti a Palermo. Per il primo, purtroppo, non c’è stato nulla da fare. Il secondo, invece, ferito in maniera grave, è stato soccorso e trasferito in ospedale. Sul posto sono arrivate le forze dell’ordine che stanno lavorando per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto.

Nei momenti dell’incidente l’area portuale era molto affollata perché era in corso la manifestazione “Porto Aperto”, che naturalmente è stata subito sospesa. È stata anche cancellata l’esibizione di un gruppo musicale. Il presidente dell’Autorità di sistema Portuale del Tirreno Centrale, Pietro Spirito, ha testimoniato “solidarietà e vicinanza alla vittima e alla persona ferita”.

Macedonia-Grecia Accordo “storico”. Ma la piazza protesta

Con la firma ieri di un accordo da tutti definito “storico”, Macedonia e Grecia hanno posto fine dopo 27 anni alla disputa sul nome del Paese ex jugoslavo, che si chiamerà d’ora in avanti “Repubblica di Macedonia del nord”. L’intesa – che dovrà essere ratificata dai rispettivi parlamenti, e in Macedonia anche da un referendum popolare in autunno oltre che con emendamenti alla costituzione – se da una parte elimina il blocco di Atene al cammino di Skopje verso Ue e Nato, dall’altra è tuttavia avversata duramente dalle opposizioni conservatrici e nazionaliste in entrambi i Paesi, dove quotidianamente si registrano manifestazioni di protesta, segnate spesso da incidenti e scontri con la polizia. Ieri sul versante greco del confine, a Pisoderi, ci sono stati 14 feriti.

L’accusa, analoga e speculare, è di aver fatto troppe concessioni all’altra parte. Lo stesso presidente macedone, il conservatore Gjorgje Ivanov, ha detto più volte che non intende firmare la relativa legge di ratifica del parlamento, sostenendo che l’accordo sul nome è anticostituzionale e dannoso per il Paese.

La cerimonia ufficiale di firma del documento sul nome e su un partenariato strategico fra Skopje e Atene, si è svolta ieri mattina a Psaridis, sul versante greco del lago di Prespa, al confine fra i due Paesi. Un luogo simbolico e che per i macedoni ha anche un significato storico perchè legato all’inizio della lotta partigiana di liberazione dal nazifascismo durante la seconda guerra mondiale. Successivamente le due delegazioni si sono spostate in battello a Oteshevo, sulla sponda macedone del lago di Prespa, dove un pranzo ufficiale ha siglato la nuova amicizia greco-macedone. A firmare l’accordo sono stati i due ministri degli esteri, il macedone Nikola Dimitrov e il greco Nikos Kotzias, alla presenza dei premier Zoran Zaev e Alexis Tsipras. In Grecia oltre il 70% della popolazione è contrario all’uso del termine “Macedonia” nel nuovo nome del Paese vicino.

Diallo, 54 anni e una figlia di 11 Freddato a Corsico da 10 spari

“Quello al chiosco gli aveva dato del negro di m…, aveva urlato che lui era razzista, che era nipote di Mussolini, io lo avevo avvertito di non andarci più”. Urla disperata Olivia, la moglie di Assane Diallo, il senegalese di 54 anni ucciso sabato alle 22,54 in via delle Querce nel quartiere Lavagna di Corsico nel Milanese. La donna, madre di una figlia di 11 anni, racconta che il venerdì il marito avrebbe avuto una discussione con un “italiano tutto tatuato”. Che i due sarebbero arrivati anche alle mani. “Io volevo andarmene da questo paese razzista e ora me lo hanno ammazzato”. E così si arriva a sabato sera, con Assane che passa la serata al bar Erica in via Curiel. Poi esce, si avvia nel parchetto dietro al locale. E qui viene colpito. Chi spara scarica un intero caricatore di una semiautomatica 9 per 21. Dodici colpi, dieci a segno, sette sparati in testa e da distanza ravvicinata, quando l’uomo era già steso a terra senza vita.

Un’esecuzione, senza dubbio. Dalle modalità, forse un po’ troppo impetuose per incasellarle in un regolamento di conti tra gente di malavita. Diallo, con precedenti che risalgono a venti anni fa per spendita di denaro falso, in questo periodo non lavorava. Frequentava il chiosco e il bar. Viene descritto come una persona che si faceva rispettare. Venerdì durante il litigio, dicono i testimoni, avrebbe urlato. L’altro per tutta risposta avrebbe detto: “Vuoi vedere che ti sparo per prima io”.

In passato il senegalese ha lavorato nel mondo dei locali notturni come buttafuori. Il bar Erica lo frequentava ogni sera. Sempre elegante, giacca, camicia bianca, pantaloni scuri. “Non doveva andarci”, dirà la moglie. Lei sostiene il movente razzista. Non la pensano così i carabinieri di Corsico diretti dal comandante Pasquale Puca, anche se le frasi razziste e su Mussolini ieri sono state confermate dagli stessi avventori del chiosco. Allo stato la pista maggiormente battuta è quella del mondo della droga e della malavita in generale.

Chi ha sparato, secondo gli inquirenti, non è chi ha litigato venerdì sera. L’assassino, che sarebbe già stato identificato, ma che allo stato non si trova ancora, viene detto dagli inquirenti, è un pregiudicato che si è fatto qualche anno di galera. Tornato sul territorio e rientrato nel giro ha preteso un “rispetto” che, evidentemente il senegalese non ha ricambiato. Nonostante il milieu sia quello dello spaccio al dettaglio e non certo quello della malavita organizzata, la vittima non ha alcun precedente specifico. Solo voci di quartiere che lasciano il tempo che trovano in un’inchiesta difficile perché svolta in un ambiente omertoso. Non vi sono testimoni. Nessuno parla. Solo ieri mattina, davanti ai palazzi popolari di via delle Querce qualcuno si è lasciato andare.

“Ma quale razzismo – spiega un ragazzo – , quello si era messo in un brutto giro. Alla fine se l’è cercata”. Diallo con la moglie e la figlia abitava al quartiere Tessera di Cesano Boscone altro comune dormitorio che confina con Corsico. “Negli ultimi tempi – racconta un’anziana residente – sono tantissimi gli stranieri che si sono trasferiti qua, spesso litigano tra loro, gli italiani sono stufi, a volte intolleranti”. Questo però, secondo i carabinieri, non è un motivo per spiegare l’omicidio. Nel frattempo, ieri, i militari hanno eseguito diverse perquisizioni e ascoltato alcune persone in caserma. È stata trovata anche una pistola semiautomatica in un locale non distante dal luogo dell’omicidio. Secondo i primi rilievi potrebbe essere collegata all’esecuzione di sabato sera. Sempre in questa zona, il 30 maggio scorso, è stato ferito gravemente con una coltellata al collo e al braccio Carlo Bonanno, figlio di Luigi, uomo legato a Cosa nostra, storicamente radicato a Cesano Boscone, legato anche ai potenti clan della ‘ndrangheta lombarda e ai loro narcos.

“Io, baby-soldato agli inferi per i soldi di Boko Haram”

Ibrahim è stato arrestato sette mesi fa dalla polizia a Diffa, l’ultima cittadina raggiunta da una strada asfaltata nel sud-est del Niger. Da allora è rinchiuso nella sezione minorile del carcere civile della capitale Niamey; ha 16 anni, indossa una maglia bucata del Borussia Dortmund, pantaloni neri strappati e non ha le scarpe. Ibrahim è uno dei 60 detenuti “ospitati” in questo cortile infernale di pochi metri quadrati. Sul volto placido l’ombra di un dramma immane e una cicatrice che divide in due la faccia: “Sono stato arrestato di notte, la polizia dice che sono un affiliato di Boko Haram, ma io non so neppure chi siano queste persone. Sono dentro senza aver fatto nulla”.

L’epicentro delle scorribande del gruppo terroristico che si ispira al Califfato, comprende pure la provincia di Diffa, dove la settimana scorsa un attentato ha provocato 12 vittime. Area di confini tribolati, Camerun, Chad e Nigeria ad un passo. Una terra di nessuno dove è facile fare proseliti, manovalanza innocente da trasformare in ragazzini-soldato. Se la polizia ha arrestato Ibrahim, qualche sospetto dovrà pur esserci ed in effetti, messo alle strette, il sedicenne inizia a raccontare: “Stavo a zonzo senza fare nulla, vivevo in strada, la mia famiglia non so che fine abbia fatto. Un giorno si sono presentati degli uomini e mi hanno chiesto se volessi guadagnare dei soldi. Ci addestravano, io però non ho mai sparato e ucciso nessuno”.

Chi entra qui dentro si incattivisce ancora di più. La sezione per i minori è un quadrato grande come un campo da pallavolo con un muro di cinta alto cinque metri, ricavato nell’area del penitenziario per adulti. L’amministrazione penitenziaria nigerina fornisce ai reclusi un solo pasto giornaliero: riso vecchio diventato solido, da tagliare col coltello, irrorato da una salsa verdastra e rivoltante. A parte il sabato quando i volontari della sezione di Niamey di Sant’Egidio portano verdure fresche, biscotti, bevande. I dormitori, tre stanze anguste, a terra solo coperte, un bugliolo in comune, mura scrostate e un tanfo nauseabondo: “Sono entrato così come mi vedi, non ci passano sapone per lavarci, vestiti. Neppure una zanzariera. Di notte ci chiudono dentro queste stanze infestate di insetti, si muore di caldo”. Rashid ha appena 11 anni, addosso un paio di pantaloncini e il volto da bambino: “Sono qui dentro per il furto di in telefonino”.

Abdul, 15 anni, maliano di Gao, in Niger c’è finito per caso. Un altro dei tanti bambini di strada, abbandonato dalla famiglia. Tiene gli occhi semichiusi, sembra drogato, ha la voce roca ed è difficile capirlo quando parla, anche per Djibril, il traduttore, l’unico a parlare francese. La sua pena è di tre anni, tra le più alte: “Mi hanno messo in mezzo quei bastardi” dice Abdul. Djibril appunto, 16 anni, il più colto del gruppo, l’aria da leader, una sorta di “inquadrato” capace di imporre le sue regole: “Non dovevo essere qui, è stato un colossale errore. Purtroppo in Niger hai torto anche quando hai ragione”.

In realtà, ammetterà più tardi, Djibril è in carcere per la quarta volta, alle spalle una serie di delitti da criminale sfegatato. Musa, al contrario, sa bene perché si trova lì dentro e cosa lo aspetta. Tra pochi mesi compirà 18 anni e il suo destino è passare nella sezione adulti della prigione. Due anni fa circa, al termine di una rissa violenta, c’è scappato il morto.

Anche Nasser voleva cambiare vita, purtroppo pochi mesi fa nessuno ha capito la gravità delle sue condizioni di salute. Un mattino non si è svegliato e i suoi compagni di cella lo hanno trovato supino, con gli occhi spalancati e una smorfia di dolore disegnata sul volto.

Benvenuti al capolinea dei migranti-fantasma

Omar prepara il tè versando dall’alto la prelibata bevanda da un bicchiere al birrade, il tipico pentolino tuareg, con estrema abilità, senza versarne una goccia. Da queste parti è un rito ripetuto più volte ogni giorno. Otto uomini, seduti in circolo all’esterno di un’abitazione di fango all’imbrunire di una giornata di sole cocente, discutono sulla situazione del nord-est del Niger, tra transito di migranti, la rabbia per un isolamento indotto, una strada che assomiglia ad un calvario e le risorse del ricco sottosuolo di cui non restano tracce di profitto. Il tè, servito in piccoli bicchieri decorati, emana un buon aroma e Omar ne narra il senso attraverso le fasi dell’esistenza: “Forte per la vita, dolce come l’amore e soave per accompagnarci verso la morte”.

Secondo i parametri internazionali, il Niger occupa stabilmente le ultime posizioni nelle classifiche di povertà, mortalità infantile, crescita e così via. Eppure rappresenta un Paese-chiave nell’Africa sub sahariana, fulcro delle rotte migratorie verso il Mediterraneo. L’Italia lo ha capito tardi e adesso paga le sue incertezze strategiche e il cambio di esecutivo, sebbene gli errori del passato siano evidenti. La missione militare in Niger, nascosta prima e confermata alla fine dello scorso anno, è congelata. I 500 uomini da indirizzare proprio tra Niamey e la provincia di Agadez non sono mai atterrati nel Sahel, a parte un mini-contingente, quaranta uomini in tutto, bloccati in un’area della base americana nell’aeroporto della capitale. Se l’Italia tentenna, altri operano a pieno regime, specie sul delicato tema dei viaggi della speranza. L’Onu e le altre organizzazioni umanitarie ne sono consapevoli e nel cuore del deserto, qui ad Agadez, hanno realizzato centri di transito per profughi da e per la Libia. Ad occuparsene è una delle sue agenzie, l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, anche attraverso mirati piani di rimpatrio assistito.

A Tripoli e in Libia, dove si stima ci sia un bacino di almeno mezzo milione di uomini, donne e minori pronti a salire sui barconi, vengono organizzati voli periodici per riportare le persone nei rispettivi Paesi d’origine: Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal ecc. Chi aderisce viene riportato a casa gratis, ma dice addio alla speranza di arrivare in Europa. Ad Agadez ci finisce chi non è riuscito ad arrivare in Libia, chi è stato fermato prima, lungo le rotte mortali del deserto. Centri di transito, compound aperti, dove sbrigare le pratiche documentali prima di salire a bordo degli autobus delle linee nigerine, convenzionati con l’Oim, pronti a partire verso le rispettive destinazioni. Su una lavagna all’interno dell’ufficio del centro principale c’è la lista, paese per paese, con le rispettive presenze. Lista in continuo aggiornamento. I giovani, “costretti” ad attendere il loro destino, passano le giornate seguendo il ritmo sonnacchioso del clima desertico, tra i riposi nelle ore calde e le partite di calcio il pomeriggio.

Le strategie della Francia e dell’Italia per bloccare i loro tentativi di imbarcarsi verso l’Europa hanno prodotto soltanto un blocco temporaneo delle rotte migratorie attraverso il deserto del Niger. I viaggi dei migranti non si sono mai fermati del tutto. L’Oim da tempo si occupa di loro. Il caso più particolare è quello di un gruppo di sudanesi, fermi in uno dei centri di Agadez da mesi. La loro “detenzione” è causata dalla mancanza di accordi col Paese d’origine. Non potendo rientrare e non avendo risorse per muoversi in autonomia, lì dentro attendono tempi migliori.

Le condizioni di vita sono precarie, stivati dentro un’area dismessa, un capannone centrale e l’esterno esposto ai raggi roventi del sole. Unica protezione, l’ombra garantita dall’enorme chioma di un albero sotto la quale cercano refrigerio. Se i migranti piangono, i nigerini di Agadez, Arlit e dei villaggi tuareg non ridono. Un terzo dei francesi sfrutta l’energia nucleare che arriva dalle riserve nigerine di uranio di Arlit, eppure qui l’elettricità funziona a singhiozzo: “Mettetevi nei nostri panni, siamo depredati dalle compagnie straniere per l’estrazione di uranio, oro e coltan, a cui lo Stato concede tutto”. Mohtar Alassan, tuareg originario di Tchirozerine, ha lavorato come guida turistica e oggi fa il traduttore per compagnie e rappresentanze militari che pullulano nei dintorni di Agadez. Parla correttamente tre lingue e ha un forte senso di appartenenza: “Mio padre ha lavorato nella miniera di uranio di Arlit dagli anni ’70, quando l’azienda si chiamava C.a., Compagnia Atomica, poi Cogema e infine Areva. Ricordo la polvere gialla che lo accompagnava a casa, di un giallo così forte che quasi accecava. La polvere della morte che poi lo ha ucciso. Siamo poveri, non ci sono strade, non c’è futuro”. L’alternativa è partire e tentare la fortuna in Europa? “No, i tuareg non scappano. È una questione di dignità”.

L’ultima bega per le i tuareg è la Rta, Route Tahoua-Arlit, l’unica via carrozzabile che mantiene il collegamento tra la provincia di Agadez e il resto del paese. Tracciata settant’anni fa dai francesi, oggi non restano che sparuti pezzi di asfalto. Il resto sono voragini, frane e piste di sabbia. La Rta è solo un troncone della grande Strada del Deserto che dovrebbe collegare Algeri alle sponde nigeriane del Pacifico. Un libro dei sogni insomma, di cui esistono progetti, presunti finanziamenti e proclami. Di fatto, la Desert Road non vedrà mai la luce. Diverso il discorso della Rta, il cui avvio dei lavori è stato più volte annunciato dal governo del presidente Issifou. I cantieri sono ancora al palo, la strada continua a restare un vero e proprio calvario e gli abitanti sono sul piede di guerra: “Siamo pronti alla mobilitazione, ne abbiamo abbastanza. Senza strada siamo isolati, inoltre si verificano continui incidenti, a volte mortali. Presto bloccheremo la strada, sarà una protesta clamorosa”, promette Boutali Ad Tchiwerin, una delle anime del dissenso.