Più spesa pubblica per i poveri, ma anche meno Stato e tasse

“È ora di dire che i cittadini italiani hanno diritto a un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato, hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora si ritrovino disoccupati; hanno diritto a una pensione dignitosa; hanno diritto a pagare in maniera semplice tasse eque”. In queste parole del discorso di insediamento di Giuseppe Conte c’è la sintesi di un approccio tipicamente populista all’economia: la promessa di uno Stato pesante, che aumenta la spesa pubblica per correggere disuguaglianze a beneficio dei bisognosi, ma al contempo anche la promessa di uno Stato minimo, che impone meno tasse, che limita i controlli (via lo spesometro, gli studi di settore, i limiti al contante…). Come tenere insieme queste due politiche economiche di senso opposto?

L’ipotesi più probabile è che si trovino compromessi, realizzando nell’immediato solo una piccola parte di quanto promesso. L’alternativa è provare a fare tutto, violando i vincoli europei sulla riduzione del deficit e sul contenimento del debito. Sarà decisivo capire quanto peso avrà il ministro degli Affari europei Paolo Savona e il suo sottosegretario, Luciano Barra Caracciolo, i due componenti più apertamente critici sull’euro e l’Ue del governo Conte.

Le regole del gioco si rispettano, però non è detto accada sempre

Quando i populisti vanno al potere hanno due opzioni. La prima: accettano i limiti che le istituzioni e la democrazia liberale pongono al loro slancio di adottare subito politiche radicali e dai risultati immediati. La seconda: non accettano qui limiti, piegano le istituzioni alle loro esigenze, salvano la democrazia ma non il liberalismo. Come ha riassunto Fareed Zakaria, il liberalismo è il governo della legge, la democrazia è il governo della maggioranza. Viktor Orbàn è l’esempio di un populista che, una volta al potere, in Ungheria ha sottomesso magistratura, poteri economici e media per assicurarsi che nessuno potesse sfidarlo. Alexis Tsipras in Grecia, invece, dal 2015 continua ad applicare il programma di austerità negoziato con l’Ue come i suoi predecessori.

Lega e Cinque Stelle imiteranno Orbàn o Tsipras? Nel lungo negoziato sul governo tutti si sono dimostrati rispettosi delle istituzioni. Ma nel momento di massima tensione, con l’incarico di formare l’esecutivo affidato a Carlo Cottarelli, i Cinque Stelle hanno subito chiesto l’impeachment del capo dello Stato, salvo poi cambiare idea. E Salvini, finora prudente, ha come modello di leader Vladimir Putin e sui migranti ha già dimostrato di essere disposto a piegare le regole fino al limite della violazione. Più difficoltà incontreranno, più Lega e Cinque Stelle saranno tentati dall’attribuire i loro problemi alle istituzioni, europee e italiane.

Social, televisione e giornali: gli intermediari non servono

Il populismo è anche stile di comunicazione. I Cinque Stelle e la Lega non sono certo i primi ad averlo adottato, anzi si sono inseriti in una lunga tradizione di tentativi da parte dei leader di entrare in contatto diretto con i propri elettori. É ormai preistoria il videomessaggio di Silvio Berlusconi nel 1994, ma anche il suo “contratto con gli italiani” (precursore di quello tra Salvini e Di Maio) nel 2011. Più di recente Matteo Renzi da leader del Pd e da presidente del Consiglio ha evitato ogni filtro: dichiarazioni via Twitter, lunghe dirette Facebook per rispondere ai cittadini, una newsletter per raccontare i suoi successi senza bisogno di giornalisti. Matteo Salvini ha soltanto spinto all’estremo questo approccio, con una diretta social quasi senza interruzioni che accompagna una presenza assidua nei talk show. Discorso diverso per i Cinque Stelle. Fanno da sempre un uso massiccio del web (sui social e dal blog delle Stelle che ha preso il posto di quello di Beppe Grillo), ma nella marcia verso il governo la loro comunicazione è diventata sempre più centralizzata e coordinata sotto la regia di Rocco Casalino che amministra interviste e presenze nei talk show. In questo i Cinque Stelle si sono allontanati dagli schemi della comunicazione populista per diventare più simili a un partito tradizionale novecentesco.

Lotta di casta, non di classe. Ma il popolo è diviso in due

I progressisti di tutto il mondo, Italia inclusa, in questi decenni hanno celebrato la diversità: di cultura, di genere (unioni civili), di provenienza geografica (immigrati e generazione Erasmus), di classe, di lingua. “Splendidi principi di pedagogia morale ma basi disastrose per una politica democratica nella nostra epoca ideologica”, osserva lo storico americano Mark Lilla. Perché se a essere celebrati sono i diversi, chi si considera invece “normale” viene trascurato. E allora Lega e Cinque Stelle si sono messi alla testa di questa “maggioranza silenziosa”: Salvini ha abbandonato i propositi federalisti per trasformare il partito in un movimento sovranista e identitario, Di Maio ha fatto evolvere un Movimento che nasceva per occuparsi di temi molto specifici (ambiente, corruzione ecc.) in una forza che ambisce a rappresentare l’intera società italiana, “casta” esclusa.

Eppure queste due forze che, come nella sintesi di Jan-Werner Mueller di Princeton, vogliono poter dire “noi siamo il cento per cento” rappresentano in realtà due popoli diversi con esigenze contrapposte, stando ai risultati elettorali. La Lega il Nord che cresce a ritmi tedeschi, i Cinque Stelle il Mezzogiorno stagnante. Difficile adottare provvedimenti simbolici o di politica economica che non facciano emergere questa diversità di esigenze e di priorità nell’elettorato. L’illusione comunitaria di una società omogenea è molto volatile.

Anti-establishment, tranne quando serve qualche tecnico

La retorica anti-élite di Lega e Cinque Stelle è da manuale di scienza politica: nessun movimento populista si sottrae. La Lega contesta soprattutto i tecnocrati di Bruxelles (poiché è stata al governo nazionale fino al 2011 ed è al potere nelle Regioni più ricche non può contestare tutta la classe politica in blocco). Luigi Di Maio e i Cinque Stelle sono più liberi di attaccare la “casta”, la “politica degli amici degli amici”, i “conciliaboli tra i leader” (Conte nel suo primo discorso), il sistema dell’informazione considerato sempre ostile. Anche se lo slogan “uno vale uno” è stato da tempo abbandonato, resta il principio che la politica non ha bisogno di politici di professione, ma di persone oneste che applicano soluzioni semplici e realizzabili troppo a lungo trascurate soltanto per garantire profitti anche illeciti a piccole minoranze corrotte.

Eppure Lega e Cinque Stelle hanno fatto scelte sul governo in contrasto con questi pilastri del populismo: come ministro degli Esteri hanno chiamato un ex funzionario di alto livello della Commissione Ue (Enzo Moavero Milanesi), al Tesoro è andato un professore che si presenta come garante del rispetto degli impegni di bilancio europei (Giovanni Tria) e molti dei capi di gabinetto nominati appartengono proprio a quelle potenti burocrazie cui i Cinque Stelle negavano ogni utilità.

Salvini trascina le folle, ma Grillo ha abdicato al tranquillo Di Maio

In Italia il Fronte dell’uomo qualunque, tra il 1944 e il 1948, e in Francia fra il 1953 e il 1956 il poujadismo si reggono su leader carismatici e insostituibili: il giornalista Guglielmo Giannini e il leader dei commercianti Pierre Poujade. Sono loro a incarnare programma, ideologia e proposta politica, in una dimensione fisica. Anche tutto il populismo sudamericano si fonda sul leader, da Juan Domingo Peròn in Argentina a Hugo Chavez e Nicolàs Maduro in Venezuela.

La Lega ha un leader, Matteo Salvini, che per molti aspetto ricorda i tradizionali capi carismatici, ma pur sempre nel contesto di un partito tradizionale che ha organi direttivi, un congresso e una leadership contendibile (nel 2017 Salvini ha vinto le primarie con l’82,7 per cento dei voti).

I Cinque Stelle sono un caso senza omologhi: il leader carismatico – Beppe Grillo – ha di fatto abbandonato il partito. L’altro trascinatore di folle, dalla retorica che ricorda quella dei populisti tradizionali, è Alessandro Di Battista, ma anche lui ha lasciato il Parlamento e di è messo di lato. Resta Luigi Di Maio che usa toni, argomenti e concetti populisti ma ha costruito il suo profilo pubblico sulla pacatezza e le cravatte rassicuranti, più da leader centrista che anti-sistema. Quanto a Giuseppe Conte, il premier si è presentato come “avvocato del popolo” ma non è certo un leader carismatico.

Quella volta che zia Marisa, una di noi, diventò premier

A larga maggioranza, con un lungo applauso, zia Marisa divenne capo del governo. Per l’occasione mise il giro di perle di allevamento regalo de pòro Antonino, il marito che fuma fuma, te saluto. Le opposizioni non si opposero troppo, riconoscendo nel chiuso delle segrete stanze che la bonomia e la semplicità di zia Marisa erano molto più piacevoli dei fumosi, approfonditi dibattiti con cui si sterminavano i coglioni a vicenda. Vuoi mettere col linguaggio pane al pane della sora Marisa (genuina com’era non volle rinunciare all’affettuoso appellativo con cui era popolare nel quartiere, quando vennero al negozio a chiederle di non occuparsi più di ricotta e olive in salamoia per dedicarsi al governo del Paese).

Un Paese che aveva un disperato bisogno di dare un calcio definitivo alle camarille politichesi con cui la povera gente veniva raggirata da intellettuali puzza al naso coll’attico in centro e il dammuso a Pantelleria. Zia Marisa era la risposta, zia Marisa era la riscossa. La sua reazione alla proposta di presiedere il governo (“Ma chi, io? Ma che siete matti? E al negozzio chi ce sta?”) fece versare fiumi d’inchiostro a firme illustri che vi riconobbero “finalmente ben altro dai mestieranti dell’autocelebrazione nutrita di un abnorme Sé, che involati negli spotlight del Paese di sopra, hanno orrore di quello di sotto, che invece dovrebbero tutelare”. Quando zia Marisa, incuriosita ma dotata di solida onestà popolare (“Prima fateme servì ’sti signori”), arrivato il turno degli esponenti della maggioranza, in fila dietro tre edili che si facevano farcire la pizza bianca, rispose: “Vabbè, ma che dovrei fa’?”, tutti i capigruppo si convinsero di avere fatto centro: zia Marisa non sa un cazzo, zia Marisa è post ideologica, zia Marisa è una de noi. Ma non furono loro a convincerla ad accettare l’incarico. Zia Marisa titubava, confidando i suoi dubbi alla sarta del terzo piano, facendo scrivere fiumi di inchiostro a firme illustri che riconobbero nell’esitazione di sora Marisa “la palpitazione condivisa dell’umiltà di fronte all’onere, l’ammissione socratica di non sapere, merce rara in questa sciagurata ribalta tracimante stregoni con la ricetta salvifica, salvifica solo per i loro conti correnti”. Furono i nipotini Russell e Naomi a convincerla, contenti di vederla in tv, còri de zia. “Vabbè, ce vado e ve saluto co’ la mano”. Quando si levò le scarpe in Parlamento – “Scusate, ma me fanno male le cipolle, me dovevo operà, ma c’ho paura” – al brusìo si sostituì l’ovazione crescente, che esplose in un sol rombo con tutti i parlamentari della maggioranza che la imitarono, sottobanco anche qualcuno della minoranza.

Fiumi di inchiostro furono scritti da firme illustri: “Chiaro in quel gesto apparentemente ingenuo il rimando a Kruscev, la scarpa dell’uomo del popolo sbattuta davanti ai burocrati dell’Onu”. Pasoliniano e commovente quel “C’ho paura”, abbiamo un leader che parla il linguaggio della gente. Era ora”. Zia Marisa piacque al popolo che finalmente si riconosceva nel capo del governo. Zia Marisa piacque a papa Francesco. Zia Marisa piacque a chi odiava il populismo ma aveva il mutuo da pagare. Zia Marisa trionfò. Al G8 chiese alla Merkel se era rumena perché somigliava tanto “a quella che viè a pulì le scale” e fece gridare al riequilibrio orgoglioso dei rapporti col partner germanico. Zia Marisa era buona, come solo una buona zia sa essere. Non era arida, non stava là a fare i conti in tasca al Paese. Se c’era da dare, dava. L’Italia fece bancarotta in quattro mesi e accettò l’annessione alla Grecia. Zia Marisa disse che in Grecia c’era stata in viaggio di nozze con Antonino, pioveva poco e il mare era trasparente. La gente capì finalmente il discorso di un politico e nessuno si dispiacque mai.

Cosa rende populista il governo. E cosa no

Il governo Conte è populista? E se sì, quanto? Il nuovo premier, Giuseppe Conte, nel discorso di insediamento, ha rivendicato con orgoglio per la sua maggioranza Lega-M5S l’etichetta di populista e di anti-sistema, “se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente” e se antisistema significa “mirare a introdurre un nuovo sistema che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene, queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni”.

Ogni politologo ha la sua definizione di populismo. In una famosa conferenza del 1967 a Londra il filosofo Isaiah Berlin ha illustrato il “complesso di Cenerentola” mai superato dagli studiosi del populismo: “Esiste una scarpa – la parola ‘populismo’ – per la quale da qualche parte esiste un piede. Ci sono tutti i tipi di piede che quasi le si adattano (…) ma il principe sta sempre in cerca con la scarpa e da qualche parte, ne siamo sicuri, aspetta un limbo chiamato populismo puro”. Nella realtà, il “populismo puro” non si trova mai. Tra i politologi non c’è accordo su che cosa si debba cercare: un’ideologia coerente, una mentalità, uno stile di comunicazione, un tipo di leadership? O forse tutte queste cose insieme? Però al populismo si applica una vecchia battuta riferita alla pornografia: nessuno sa definirla, ma quando la vedi la riconosci.

In questi ultimi anni vari studiosi hanno sviscerato aspetti caratterizzanti: Yves Meny e Yves Surel l’ideologia populista (sovranità del popolo, tradimento delle élite governanti ed espropriazione del popolo sovrano, aspirazione al ritorno all’està dell’oro della vera democrazia), Marco Tarchi la “mentalità populista”, cioè la sfiducia nella rappresentanza e il mito di un popolo che deve imporre le sue istanze troppo a lungo trascurate. Jan-Werner Mueller ha sottolineato la dimensione anti-pluralista (chi si considera rappresentante di tutto il popolo finisce per considerare tutte le posizioni diverse dalle proprie contro il popolo), Yascha Mounk avverte il rischio che una democrazia populista diventi illiberale. In queste pagine cerchiamo di analizzare il governo Conte (o Salvimaio) per capire se e quanto è populista.

I dodici finalisti: “Il governo riapra i nostri porti”

“Non è usando 629 persone inermi in ostaggio e infrangendo la legge del mare – tanto antica quanto quella civiltà di cui siamo così orgogliosi – che si deve pretendere ciò che invece va ottenuto nelle sedi della comunità internazionale”. Gli scrittori italiani cominciano a prendere posizione, o almeno l’hanno fatto finora i dodici finalisti al Premio Strega (Balzano, Carabba, D’Amicis, Ferreri, Janeczeck, Levi, Malaj, Melandri, Nanetti, Petrignani, Pomella, Selvetella), che hanno scritto una lettera su quanto sta avvenendo nel Mediterraneo. “I nostri dodici libri ‘si parlano’, quasi come una polifonia dell’Italia: una fotografia dei cambiamenti che toccano le identità di genere o la realtà di un paese divenuto terra d’immigrazione, una presa in carica della memoria che ci lega alla storia terribile del secolo passato dalla quale, tuttavia, è nata la Repubblica. Non abbiamo potuto fare a meno di seguire con angoscia la vicenda dei migranti soccorsi a bordo dell’Aquarius”. Da qui le richieste: “Che sia immediatamente revocato l’ordine di chiusura dei porti e che il governo italiano partecipi alla votazione il 28 giugno a Bruxelles e voti un chiaro Sì alla proposta di modifica degli accordi di Dublino sulla prima accoglienza”.

Il lato B della Spagna “buona”. Via chi non ha diritto all’asilo

“Welcome home“, benvenuti a casa. Forse. L’odissea delle 630 persone – una in più rispetto al primo conteggio – costrette a una “crociera” forzata di otto giorni si è conclusa ieri mattina, poco dopo il sorgere del sole, sul molo 1 del porto di Valencia. Ma non è detto che si tratti di un viaggio di sola andata. Non è detto che si tratti di un regalo, visto che la Spagna ha ribadito di non voler abdicare alle severe leggi che regolano il diritto d’asilo e che quindi potrebbe espellere tutti i migranti economici.

Ironia della sorte, la prima nave ad attraccare è stata la Dattilo, e cioè un’unità della Guardia Costiera italiana, carica di 274 migranti che il nostro Stato non ha voluto. Ironia cinica, visto che, dal momento in cui si mette piede a bordo di un’imbarcazione militare, tecnicamente si è su suolo italiano. Tra loro, c’erano anche 60 minori non accompagnati provenienti – ha fatto sapere l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati – da Eritrea, Etiopia e Sudan.

Poi è stata la volta dell’Aquarius, con il suo carico di 106 anime che, alla vista – finalmente – della terraferma, hanno cantato e ballato ringraziando ciascuno il proprio dio. Tutto documentato dalle telecamere dei volontari delle organizzazioni umanitarie presenti a bordo.

E infine ha attraccato la Orione, la nave della Marina con le ultime 249 persone.

Le operazioni di sbarco sono proseguite più a lungo del previsto, poiché su ogni imbarcazione sono saliti i medici dotati di mascherine e termometro a infrarossi per scongiurare la presenza di malattie infettive. Come si sapeva, invece, molti migranti avevano riportato lesioni non gravi da carburante. Cinque di loro sono dovuti scendere in sedia a rotelle e in tutto sono 44 le persone che sono state trasportati in ospedale. Tra loro anche una donna incinta.

Nonostante la fatica, lo stress e soprattutto la stanchezza, l’aria che si respirava era, comunque, lieta. Lo striscione di benvenuto tradotto in quattro lingue ha fatto da contraltare alla maglietta indossata da un uomo di nome Mok: “Mi fido della Spagna”. Ad accoglierli c’era un team di oltre duemila persone, tra cui mille volontari della Croce Rossa, 400 della Policia Nacional, cento della Guardia civil e 470 traduttori. Nonostante questo, non è stato facile far comprendere ai migranti cosa succederà adesso.

Dopo il tentativo di identificazione da parte della polizia – nessuno, come sempre accade, si è presentato con i documenti – a ognuno di loro sono stati, infatti, consegnati tre moduli: il primo, per chiedere un permesso di 45 giorni per motivi umanitari; il secondo, una pre-domanda di protezione internazionale, per un appuntamento, con data e ora, in cui formalizzare la richiesta di rifugio; il terzo, la stessa cosa ma con destinazione Francia, dopo che sabato scorso Parigi si è detta disponibile ad accoglierne un numero non ancora precisato: “Valuteremo caso per caso”, ha reso noto il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux.

Gli avvocati delle Ong che hanno seguito le operazioni hanno fatto sapere che quest’ultima opzione è stata preferita dai 43 algerini e dagli 11 marocchini presenti a bordo, le due nazionalità che la Spagna espelle rapidamente in virtù degli accordi bilaterali con i Paesi d’origine.

E gli altri? Ventisei nazionalità in tutto, provenienti da Africa, Afghanistan, Bangladesh e Pakistan: non è affatto scontato che tutti abbiano diritto all’asilo. Anzi. Nel caso in cui, terminati i 45 giorni di permesso, fossero poi valutate negativamente le richieste di protezione, la nazione che ha mostrato al mondo come si accolgono le persone potrebbe essere la stessa a ricacciarle indietro. Nessuna deroga, neanche da parte del governo di Sanchez.

Ipotesi, questa, che però non ferma le Ong: mentre Lifeline e Seefuchs, le due navi olandesi che Salvini ha già respinto prima ancora di vederle all’orizzonte, continuano a rimanere al largo della Libia, Medici senza Frontiere ha ribadito con un tweet che “fino a che i governi europei non si prenderanno le proprie responsabilità, Aquarius sarà obbligata a continuare a condurre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”.