“Welcome home“, benvenuti a casa. Forse. L’odissea delle 630 persone – una in più rispetto al primo conteggio – costrette a una “crociera” forzata di otto giorni si è conclusa ieri mattina, poco dopo il sorgere del sole, sul molo 1 del porto di Valencia. Ma non è detto che si tratti di un viaggio di sola andata. Non è detto che si tratti di un regalo, visto che la Spagna ha ribadito di non voler abdicare alle severe leggi che regolano il diritto d’asilo e che quindi potrebbe espellere tutti i migranti economici.
Ironia della sorte, la prima nave ad attraccare è stata la Dattilo, e cioè un’unità della Guardia Costiera italiana, carica di 274 migranti che il nostro Stato non ha voluto. Ironia cinica, visto che, dal momento in cui si mette piede a bordo di un’imbarcazione militare, tecnicamente si è su suolo italiano. Tra loro, c’erano anche 60 minori non accompagnati provenienti – ha fatto sapere l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati – da Eritrea, Etiopia e Sudan.
Poi è stata la volta dell’Aquarius, con il suo carico di 106 anime che, alla vista – finalmente – della terraferma, hanno cantato e ballato ringraziando ciascuno il proprio dio. Tutto documentato dalle telecamere dei volontari delle organizzazioni umanitarie presenti a bordo.
E infine ha attraccato la Orione, la nave della Marina con le ultime 249 persone.
Le operazioni di sbarco sono proseguite più a lungo del previsto, poiché su ogni imbarcazione sono saliti i medici dotati di mascherine e termometro a infrarossi per scongiurare la presenza di malattie infettive. Come si sapeva, invece, molti migranti avevano riportato lesioni non gravi da carburante. Cinque di loro sono dovuti scendere in sedia a rotelle e in tutto sono 44 le persone che sono state trasportati in ospedale. Tra loro anche una donna incinta.
Nonostante la fatica, lo stress e soprattutto la stanchezza, l’aria che si respirava era, comunque, lieta. Lo striscione di benvenuto tradotto in quattro lingue ha fatto da contraltare alla maglietta indossata da un uomo di nome Mok: “Mi fido della Spagna”. Ad accoglierli c’era un team di oltre duemila persone, tra cui mille volontari della Croce Rossa, 400 della Policia Nacional, cento della Guardia civil e 470 traduttori. Nonostante questo, non è stato facile far comprendere ai migranti cosa succederà adesso.
Dopo il tentativo di identificazione da parte della polizia – nessuno, come sempre accade, si è presentato con i documenti – a ognuno di loro sono stati, infatti, consegnati tre moduli: il primo, per chiedere un permesso di 45 giorni per motivi umanitari; il secondo, una pre-domanda di protezione internazionale, per un appuntamento, con data e ora, in cui formalizzare la richiesta di rifugio; il terzo, la stessa cosa ma con destinazione Francia, dopo che sabato scorso Parigi si è detta disponibile ad accoglierne un numero non ancora precisato: “Valuteremo caso per caso”, ha reso noto il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux.
Gli avvocati delle Ong che hanno seguito le operazioni hanno fatto sapere che quest’ultima opzione è stata preferita dai 43 algerini e dagli 11 marocchini presenti a bordo, le due nazionalità che la Spagna espelle rapidamente in virtù degli accordi bilaterali con i Paesi d’origine.
E gli altri? Ventisei nazionalità in tutto, provenienti da Africa, Afghanistan, Bangladesh e Pakistan: non è affatto scontato che tutti abbiano diritto all’asilo. Anzi. Nel caso in cui, terminati i 45 giorni di permesso, fossero poi valutate negativamente le richieste di protezione, la nazione che ha mostrato al mondo come si accolgono le persone potrebbe essere la stessa a ricacciarle indietro. Nessuna deroga, neanche da parte del governo di Sanchez.
Ipotesi, questa, che però non ferma le Ong: mentre Lifeline e Seefuchs, le due navi olandesi che Salvini ha già respinto prima ancora di vederle all’orizzonte, continuano a rimanere al largo della Libia, Medici senza Frontiere ha ribadito con un tweet che “fino a che i governi europei non si prenderanno le proprie responsabilità, Aquarius sarà obbligata a continuare a condurre operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”.