Coldiretti: 2,7 milioni di italiani costretti alla mensa per i poveri

Ogni anno buttiamo via alimenti per 16 miliardi di euro, eppure sono 2,7 milioni gli italiani costretti a chiedere aiuto per mangiare. Sono i due volti della povertà alimentare secondo una ricerca Coldiretti presentata ieri a Torino. Ad avere problemi per mangiare sono oltre la metà dei 5 milioni di residenti che, secondo l’Istat, si trovano in una condizione di povertà assoluta. Nel 2017 circa 2,7 milioni di persone hanno beneficiato degli aiuti alimentari – precisa la Coldiretti – attraverso l’accesso alle mense dei poveri o molto più frequentemente con pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli. Eppure buttiamo una quantità enorme di cibo, soprattutto in casa: gli sprechi domestici, secondo la Coldiretti, rappresentano in valore ben il 54% del totale e sono superiori a quelli nella ristorazione (21%), nella distribuzione commerciale (15%), nell’agricoltura (8%) e nella trasformazione (2%).

Ecco il piano Di Maio: diritti e contratto ai rider-schiavi

È iniziata, a botte di dichiarazioni ai giornali e post sui social, la guerra tra Luigi Di Maio e Foodora. Uno scontro al quale, adesso, parteciperanno anche tutte le altre app del cibo a domicilio: oggi saranno tutte ricevute al ministero del Lavoro per discutere sul decreto che conterrà la stretta sui contratti precari dei ciclo-fattorini. Sul provvedimento promesso dal ministro finora si è espressa soltanto Foodora – definendolo “insostenibile” e minacciando di lasciare l’Italia in caso di approvazione – ma è chiaro che non piaccia nemmeno alle aziende concorrenti, le quali si troverebbero dalla sera alla mattina a fronteggiare un forte aumento dei loro costi di produzione. Durante l’incontro di oggi, quindi, proveranno a far cambiare idea a Di Maio.

Intanto l’amministratore delegato della tedesca Foodora è già passato alle maniere forti. Il primo avvertimento è arrivato sabato sulle pagine del Fatto Quotidiano; in quell’occasione i vertici della piattaforma hanno parlato di un rischio di “soffocamento dell’intero settore” che sarebbe causato dalle misure proposte da Di Maio. In un‘intervista pubblicata ieri sul Corriere della Sera, poi, sono stati ancora più diretti: “Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate – ha detto l’ad Gianluca Cocco – dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo, fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia”. Secondo l’amministratore, le norme che stanno per arrivare entro la fine di giugno denoterebbero “una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle”.

Accuse dalle quali il ministro si è difeso su Facebook: “Ho tutta la volontà di favorire la crescita di nuove attività legate alla gig economy e nessuno vuole demonizzare – ha scritto in un post – Ma ho il dovere di tutelare i ragazzi che lavorano in questo settore. I riders oggi sono il simbolo di una generazione abbandonata dallo Stato”. A queste parole è seguita una controreplica di Cocco: “Siamo contenti che adesso il ministro dichiari di voler favorire la crescita delle attività della gig economy – ha affermato – Ascolteremo con grande interesse le sue proposte per la crescita. La tutela dei rider è la nostra priorità da sempre, insieme a quella di far crescere l’azienda. Credo che la migliore tutela per questi ragazzi sia offrire un mercato del lavoro attivo e vivace, pieno di opportunità e con le tutele massime possibili, sempre tenendo a mente la sostenibilità del modello”. Secondo l’ad di Foodora, quelle offerte dalla sua azienda sono già le “tutele più alte del settore”.

In effetti è così, ma più per demeriti delle concorrenti che per meriti propri. L’app tedesca, a differenza delle altre, applica ai suoi fattorini contratti co.co.co.: significa inquadrare i rider a metà tra il lavoro autonomo e quello subordinato, riconoscendo contributi Inps e un’assicurazione sugli infortuni. Il pagamento, però, resta a cottimo e non supera i 3,60 euro per ogni consegna. Le altre app, come Deliveroo e Glovo, instaurano rapporti di collaborazione occasionale o a partita Iva, quindi senza alcun contratto e solo la prima ha stipulato un’assicurazione privata per proteggere i ragazzi in caso di incidenti o danni ai terzi. JustEat, invece, ha un modello di business che non prevede alcun rapporto diretto con i fattorini, che vengono reclutati dai ristoratori o da partner logistici.

Insomma, parliamo di un settore nel quale vige l’anarchia, il livello di tutela varia da azienda ad azienda e comunque in nessuna di esse raggiunge il massimo. Quindi Luigi Di Maio ha intenzione di mettere ordine creando un quadro di regole comune a tutti. Il punto di partenza consisterà nel riconoscere ai lavoratori delle app la qualità di dipendente: avranno quindi diritto a un salario minimo, mai inferiore a quanto previsto dai contratti collettivi del settore, e a un periodo di “disconnessione” di almeno undici ore consecutive ogni ventiquattro.

Foodora e le altre saranno anche costrette a informare i loro rider “sulle modalità di formazione, elaborazione dell’eventuale rating reputazionale, e sugli effetti che tale valutazione ha sul rapporto di lavoro”. Le aziende hanno sempre giustificato l’uso di contratti ultra-flessibili dicendo che i collaboratori sono nella maggior parte dei casi studenti che arrotondano. Non la pensano così quelli che si sono riuniti in associazioni, hanno rivendicato maggiori tutele e ora hanno il ministro del Lavoro dalla loro parte.

Si attendono nuove intercettazioni. Sarà ascoltato Malagò

Nuove carte, intercettazioni inedite e risultanze investigative che potrebbero comportare altri scossoni nel mondo della politica. Quella che inizia oggi si annuncia come una settimana importante per la maxinchiesta della Procura capitolina sul nuovo stadio della Roma. Nei prossimi giorni, infatti, gli inquirenti depositeranno ulteriore materiale investigativo che potrebbe fornire nuovi elementi su quello che l’accusa considera il “sistema Parnasi”, in particolare sul modus con cui è stata finanziata la politica, e sul ruolo di Luca Lanzalone, consulente di fatto dell’amministrazione guidata da Raggi nell’ambito del progetto per l’impianto di Tor di Valle. Proseguirà anche l’attività istruttoria: hanno già chiesto di essere ascoltati il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e proprio le due figure-chiave dell’inchiesta, Lanzalone e Parnasi. Non è escluso che possano essere convocati dagli inquirenti pure gli altri indagati, in totale sarebbero circa 27 persone tra politici, funzionari pubblici e professionisti.

Natale fa bene a candidarsi, ma doveva opporsi al filtro ai cronisti alla Camera

Gentile direttore, leggo con interesse sul vostro giornale le questioni poste sulla candidatura del giornalista Roberto Natale come settimo componente del Cda Rai, di elezione interna. Fa molto piacere apprendere dalla risposta di Natale al vostro giornale, che ci sono giornalisti pronti a “rappresentare le ragioni del servizio pubblico”. Tuttavia, si rimane perplessi quando lo stesso interessato scrive che le ragioni del servizio pubblico “mai sono state così poco popolari come oggi tra i decisori politici”.

Occorre fare una breve pausa per i non addetti al mestiere. Vi è una differenza tra il ruolo del giornalista, che cerca e racconta notizie, e quello di portavoce o addetto stampa – tanto più se ricopre ruoli apicali – che di fatto fornisce e addomestica notizie a favore di una migliore immagine del suo datore di lavoro. Dipendente Rai dal 1988, Natale, è stato nella scorsa legislatura portavoce della presidente della Camera Laura Boldrini. Capita. Le porte girevoli tra addetti alla comunicazione e giornalisti sono frequenti, e questo non aiuta a chiarire i distinti ruoli professionali. Ma non è questo il punto. Negli anni della presidenza Boldrini l’accreditamento alle Camere, regolato dai colleghi (sic!) dell’Associazione Stampa Parlamentare – un atto che tutti si aspettano essere solo formale, una volta accertata la finalità dell’accesso per l’esercizio della libertà di informazione – è stato esperito da diversi colleghi come un vero e proprio filtro. Diversi giornalisti hanno lamentato situazioni discriminatorie, e sono stati costretti ad appellarsi all’Ordine dei giornalisti e ai sindacati. Ora, non è difficile comprendere che alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica i giornalisti dovrebbero poter accedere prescindendo dalle presunte opinioni personali o delle testate per le quali lavorano. Il rischio discriminazione in questo settore non può non sorprendere. L’ipotesi che oggi a rappresentare il servizio pubblico sia proprio chi ha mostrato una sensibilità alquanto modesta, dovrebbe far riflettere.

È bello comunque immaginare che il collega Roberto Natale sia entusiasta di lavorare in un ambiente evoluto, con scambi di opinioni aperte, anche tra categorie professionali diverse, e che mai come oggi è vivace il dibattito sulla legittimità di rappresentanza.

Giornalista

Bisignani, l’eterno Gattopardo dalla P2 a Parnasi e Mr.Wolf

Tomo tomo, cacchio cacchio, per dirla alla Totò, il faccendiere Luigi Bisignani ha ripreso ieri la sua copiosa attività pubblicistica sul Tempo di Roma (gruppo Angelucci con Denis Verdini supervisore editoriale) e si è messo a discettare sul “giustizialismo sommario” dei grillini che potrebbe favorire l’ascesa del nuovo duce italiano, Matteo Salvini.

Sì, è lo stesso Bisignani che dalla scorsa settimana è indagato per concorso in tentata corruzione nell’inchiesta Parnasi-Lanzalone sullo stadio della Roma. Già piduista e cattomassone; indi postino democristiano della maxitangente Enimont in Vaticano; infine esecutore della scatola nera del berlusconismo (la fatidica P4) come fedelissimo di Gianni Letta, il faccendiere due volte pregiudicato è l’eterno prezzemolo dell’oscurità andreottiana che avvolge la Capitale mammona. La conferma che questo non sarà mai un Paese normale nonché il simbolo di un affarismo atavico che tenta di risucchiare e normalizzare i potenti di turno.

Ché Bisignani sarà anche anti-grillino sul Tempo ma quando si tratta di fare un favore all’ormai noto Luca Lanzalone gli brillano gli occhi per la gioia: “Questa è una bellissima cosa, ci provo subito”. La vicenda è un dettaglio laterale ma illumina la scena perché come i mafiosi, certi imprenditori e faccendieri non optano mai per un ruolo di opposizione. Il palazzinaro Parnasi vuole compiacere Lanzalone e questi gli chiede un favore: togliere un riferimento personale (in pratica il nome dell’amante) da un articolo pubblicato su Dagospia. E qui Lanzalone paga il suo provincialismo ligure: anziché mettere una distanza di sicurezza tra lui e Bisignani confida a Parnasi che l’ex piduista è “un soggetto curioso” e a quel punto, annotano i magistrati, il costruttore rivendica un “rapporto quasi filiale” con il faccendiere “perché lo ha preso in braccio quando è nato”. Più pragmaticamente gli inquirenti aggiungono anche che Bisignani è a libro paga del palazzinaro.

Consigli, suggerimenti, relazioni: la solita storia del peggior Gattopardo italico. Mai nulla alla luce del sole. L’entusiasmo parnasiano per aver adescato Lanzalone insieme con Bisignani è questo: “Mi ero intitolato la possibilità di dargli una e dargli una mano con te perché gli ho detto ‘guarda io poi ti ci porto a parlare, perché Luigi è la persona… tu troverai una persona che è un giornalista di altissima qualità (sic! Bisignani è stato radiato dall’ordine dei giornalisti, ndr), con cui tu devi avere rapporti, perché se vuoi mediare posizioni importanti…’”.

Ma la vicenda che racconta meglio il materialismo trasversale di Bisignani e del suo quasi figlio Parnasi è quella della candidatura di Nunzio Luciano, presidente della Cassa forense, nelle liste di Forza Italia alle Politiche del 4 marzo. Questo è anche l’episodio per cui il faccendiere è indagato: per i magistrati, lui e Parnasi avrebbero “programmato di corrompere” Luciano offrendogli “un considerevole contributo alla sua campagna elettorale” in cambio di quote da acquistare, come presidente della Cassa forense, del famigerato progetto Ecovillage dell’imprenditore.

A Bisignani, dunque, Parnasi spiega che Luciano gli ha chiesto una mano per la candidatura con Berlusconi. Aggiunge anche, il costruttore, che Luciano vuole fare il parlamentare ma non il sottosegretario perché così può mantenere l’incarico di presidente della Cassa forense. Quando si dicono gli interessi del Paese.

È il 9 gennaio di quest’anno. La questione è portare Luciano da “Gianni” e battezzarlo. Presumibilmente Gianni Letta. Il filo lettiano trova riscontro in un passaggio della lunga conversazione tra Parnasi e Bisignani del 9 gennaio. L’ex piduista va al sodo: “La domanda da fare è questa! Che rapporto ha lui con (incomprensibile) sta segando tutti gli avvocati… tutti! Ha un peso pazzesco! Al punto che Letta non si siede neanche al tavolo delle trattative! Io ’sta roba la seguo minuto per minuto, ora per ora”. Il nome incomprensibile nell’intercettazione dovrebbe essere quello di Niccolo Ghedini, grande regista delle liste azzurre. Alla fine Luciano viene candidato ma non è eletto.

Una settimana dopo, Parnasi chiede a Bisignani chi sostenere alle elezioni del 4 marzo: “Luigi dice che sosterranno Renzi e Berlusconi e poi la quarta gamba e specifica “quella è proprio nostra eh… Cesa, Fitto… quella roba lì”. Renzusconismo puro di Sistema. Che viene fuori a livello nazionale quando Parnasi si rivolge a Bisignani per l’articolo dell’Espresso sui soldi dati alla fondazione leghista. Da faccendiere esperto, Bisignani gli dice di non rispondere e di “cavalcare la cosa” perché “tutti pensano che tu sei vicino a Bonifazi”, tesoriere del Pd e pilastro del giglio magico renziano. Non si butta via mai niente, prima regola.

Ma mi faccia il piacere

Cecchinato e cecchino. “#Cecchinato impressionante. Un quarto set da urlo, un quarto di finale che ricorderemo al #RolandGarros2018” (Matteo Renzi, senatore Pd, Twitter, 5.6). Poteva farcela, poi sono arrivati i complimenti di Renzi. Povero Cecchinato, participio passato.

Prof e profeta. “Dal prof.#Conte alla Camera un intervento ‘imbarazzante’ per pochezza, genericità, banalità. Assenza di visione e di qualsiasi progettualità. L’immagine di un uomo catapultato in un incarico più grande di lui. Davvero non possiamo rassegnarci a lasciare l’Italia in quelle mani” (Piero Fassino, deputato Pd, Twitter, 6.6). Quindi è sicuro: Conte dura almeno cinque anni.

Faccio l’accento svedese. “Prima di bloccare la Torino-Lione devono passare sul mio corpo” (Sergio Chiamparino, governatore Pd del Piemonte, 5.6). Fassino, è lei?

Salvirante. “Ci sono via Marx, via Togliatti e via Stalingrado, non vedo quale sarebbe il problema” (Matteo Salvini, Lega, ministro dell’Interno, sul veto della Raggi a una via intestata ad Almirante, 15.6). Il problema è che Almirante era un fascista e un razzista, Marx è un filosofo e Stalingrado è una città.

A loro insaputa. “La retromarcia M5S su Almirante: ‘Non tutti i nostri lo conoscevano. Eleonora Guadagno: ‘Qualcuno non ha focalizzato bene chi era il personaggio politico a cui stavamo dedicando una piazza’” (Repubblica, 16.6). Era meglio se dicevano di sapere chi era.

Onan il Barbaro. “Trento. Salvini dovrà tenere lo sguardo ben fisso sull’uomo che si masturba a Canazei. Lo chiede la parlamentare della Lega Stefania Segnana alla luce del fatto che il 38enne filmato a febbraio, con un telefonino mentre si masturbava di nascosto in una corriera, sarebbe risultato ‘recidivo’. La Procura ha preferito dargli i domiciliari ‘per pericolo di reiterazione del fatto’. Per l’on. Segnana una vittoria da imputare alla Lega” (Il Dolomiti, citato da nonleggerlo.it, 9.6). Sono soddisfazioni.

Agenzia Sticazzi. “E comunque nessuno ha notato che dopo una settimana di dieta e di camminate veloci ho perso qualche etto. Mi preparo per #FronteRepubblicano (speriamo che le elezioni siano in là perché il metabolismo non aiuta). Buonanotte” (Carlo Calenda, Pd, ex ministro dello Sviluppo economico, Twitter, 5.6). Buono a sapersi, mo’ me lo segno.

Quelli bravi. “Nuovo record del debito. Ad aprile toccata quota 2.311 miliardi” (Messaggero,16.6). Poi purtroppo sono arrivati gli incapaci.

Quelli buoni. “Io stesso, con realpolitik di cui mi sono anche vergognato, ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino, voglio vedere cosa succede per il nostro governo” (Edoardo Albinati, scrittore, 14.6). Com’è umano, lei.

Vergogna/1. “Giuseppe Conte, altro che ‘avvocato del popolo’: ecco chi erano i suoi clienti… Finora il premier si è distinto soprattutto per aver difeso gli interessi milionari di grandi aziende” (l’Espresso, 9.6). Incredibile: un civilista che difende aziende. Dove andremo a finire, signora mia.

Vergogna/2. “In almeno un caso Conte è diventato il professionista di fiducia di un uomo d’affari come Giuseppe Saggese, arrestato con l’accusa di essersi arricchito facendo la cresta sulle tasse pagate dai cittadini ai loro comuni di residenza” (ibidem). Incredibile, un avvocato difende un arrestato. E non, per dire, madre Teresa di Calcutta. Non c’è più religione.

Vergogna/3. “Navigano invece col vento in poppa le società della famiglia pugliese Marseglia, con cui il presidente del Consiglio vanta stretti rapporti personali e professionali. Partito come produttore di olio, Leonardo Marseglia, salentino, adesso tira le fila di un gruppo con quasi un miliardo di attivo … Non solo oleifici, ma alberghi, centri turistici, immobili di pregio… Gran parte degli utili provengono dalla produzione di energia, grazie a centrali elettriche, alcune alimentate a biomasse” (ibidem). Quindi Conte assiste pure imprenditori incensurati col vento in poppa e dunque ricchi. I quali, anzichè avvalersi di un astrofisico, si rivolgono a un avvocato. Non so se mi spiego.

Vergogna/4. “I profitti del gruppo Marseglia derivano in buona parte dalla produzione di elettricità da fonti cosiddette pulite. Un’attività che gode di generosi incentivi statali, fissati per legge” (ibidem). Ecco: non bastando le energie pulite (preferite inspiegabilmente a quelle sporche), pure gli incentivi. Glieli avrà fatti avere di straforo il governo Conte qualche anno prima di insediarsi. E ho detto tutto.

Il titolo della settimana. “Chiesa e sinistra, a Brescia il Pd resiste” (Repubblica, 12.6). Torna lo Stato Pontificio, wow!

Wolf-Lanzalone, il capitalismo di pranzi e cene

L’inchiesta romana sulla lama dell’avvocato Luca Lanzalone nel burro del muro anti-corruzione pentastellato, conferma una regola aurea: ai reati pensino i magistrati, la politica si occupi dei comportamenti leciti ma lo stesso ripugnanti, i selfie che la classe dirigente italiana consegna ai propri figli a testimonianza imperitura di come hanno fatto a lasciargli un Paese sfasciato. Che cosa fa l’immobiliarista Luca Parnasi il 5 marzo, cioè il giorno in cui si conoscono i risultati delle elezioni trionfali per il M5S? Va a pranzo a casa di Pietro Salini, il più importante costruttore italiano. I due non si sono mai incontrati prima, come tiene a precisare lo stesso Salini. A organizzare l’evento è un amico comune, l’immancabile Luigi Bisignani, propiziatore della qualunque la cui vitalità non sembra minimamente intaccata dalla fatica del doppio lavoro, power broker e imputato permanente effettivo.

Parnasi è molto più giovane di Salini. Salini è molto più ricco di Parnasi. Bisignani, per valorizzare la figura del giovanotto, ne cita l’impresa più illustre: “Lui è riuscito con la Raggi, è l’unico…”. Sì, Parnasi ha realizzato il sogno di molti imprenditori da due anni a questa parte: ha costruito una relazione con il Campidoglio grillino, passaggio obbligato per costruire un domani relazioni con il governo pentaleghista. Molti non ci dormono la notte. Una specie di caccia al tesoro a base di “ho incontrato uno che conosce il cognato della parrucchiera della Raggi”. Poi, trovato il bandolo, tutto un intreccio di pranzi, cene, riunioni, ammiccamenti, lusinghe, proposte. Lo chiamano “lavorare”, come se fosse un artigianato di alto bordo. E in effetti c’è un pezzo della classe dirigente italiana che vive così, propiziando rapide ascese sociali o manageriali di farabutti senza valore.

Nel giorno del trionfo di Di Maio e Salvini, Bisignani omaggia dunque l’amico Salini presentandogli l’uomo che, attraverso Lanzalone, può sussurrare alla Raggi. Anche Parnasi ha un dono per il collega più ricco e potente di lui: la relazione con Lanzalone. Così ricostruiscono gli inquirenti: “Parnasi chiede a Salini se ha mai avuto rapporti con i 5 stelle e Salini risponde di no. (…) Parnasi prosegue dicendo che ‘io ho buoni rapporti con loro e se ti fa piacere… io organizzerei un giorno una colazione facciamo da me o dove credi… con una persona che tu devi conoscere… persona molto intelligente… che io ho conosciuto… che è colui che ha risolto veramente il tema dello stadio di calcio della Roma che si chiama, ormai siamo diventati amici”.

Salini lo gela. Dice che non gli interessa e che lui evita questi incontri, e consiglia al giovane collega “di stare molto attento… perché il giorno dopo ti trovi che hai incontrato quello che è finito lì che ti dice… e fai una brutta fine… cioè senza una ragione non incontro nessuno!”. Parnasi prende atto che il suo dono è rifiutato ma ringrazia: “È un bell’insegnamento questo”.

Tutti dovremmo dire grazie a Salini per la lezione. Non dice “io questi incontri non li faccio perché puzzano di disonesto”. Però dice che non ne ha bisogno e che per incontrare Lanzalone ha bisogno di una ragione, anche formale, come quando ha parlato con Matteo Renzi del ponte sullo Stretto. Così Salini conferma che il capitalismo di relazione all’italiana ha ormai il suo core business nelle relazioni fine a se stesse, o utili solo per aggirare l’etica e le leggi. Anche in America il mercato è inquinato dal crony capitalism, dal sistema degli amici. In Italia il caso Parnasi – indebitato ma capace di relazioni da pari a pari con le banche creditrici – dimostra però che lorsignori il capitalismo se lo sono mangiato. Gli sono rimasti solo i pranzi e le cene.

Twitter@giorgiomeletti

Il Regno di Dio è qui nel quotidiano, basta saperlo riconoscere

In quel tempo, Gesù diceva (alla folla): “Così è il Regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”.

Diceva: “A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”.Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa. (Marco 4,26-34)

L’insegnamento evangelico mediante parabole tende a radicare l’uditore nella vita quotidiana, in modo da rendere facile per tutti, attraverso esempi pastorizi o agricoli e della vita di tutti i giorni, passare alla storia di Dio e alla proposta del Suo Regno fatte da Gesù. L’opzione della fede e l’atteggiamento spirituale che essa esige, non sono frutto di ansie, di efficientismo e di attivismo imposti al nostro pensare e al nostro agire: le leggi che reggono il Regno di Dio e quelle che alimentano la vita dei viventi sono simili. Reale e spirituale coincidono nel nostro rapporto con Dio. Le due brevissime parabole odierne attraverso un linguaggio inadeguato pretendono esprimere però qualcosa che va oltre e più in profondità; mantengono un linguaggio aperto ad altre possibili relazioni. Non svolgendo tutto il discorso, le parabole inducono a pensare alla conclusione. Ci fanno riflettere, inquietano e coinvolgono nel legame fra Regno di Dio e vita umana.

La prima parabola, propria di Marco, sposta l’attenzione dal seminatore al terreno, descrive il seme che cresce da sé: produce da sé, per energia e armonia autonome, spontaneamente. Il seme non fa sforzo, il terreno non fatica, il seminatore stesso non lo sa, tutto avviene secondo la legge della vita. Quando è maturo, il frutto si offre alla falce per la mietitura. Anche il grano si offre per diventare pane buono per la tavola dell’uomo, per la fame di qualcuno. Gesù non si rivolge all’annunciatore, ma al discepolo che deve far tesoro della Parola che ascolta. Essa opera, fa maturare una libertà per il Regno che attraversa tribolazioni e persecuzioni. La fede, paziente e resistendo ad ogni smentita, genera un cuore leale, buono e perseverante.

La seconda parabola del granello di senape pone all’attenzione il contrasto tra la piccolezza del punto di partenza – il più piccolo granello – e la continuità nella grandezza del punto di crescita, la più grande di tutte le piante tale da accogliere gli uccelli tra i grandi rami. Il Regno grandioso è presente in questo piccolo seme. La vita, la predicazione e la risurrezione di Cristo, che continua nella Chiesa e nella piccola comunità cristiana, è l’occasione dell’incontro con la salvezza. Il Regno di Dio è questo seme! Si tratta di prendere seriamente le occasioni che si offrono qui e ora, quotidiane o straordinarie. Bisogna apprezzare il significato decisivo del tempo presente. Ogni esistenza umana, che diventa grande agli occhi di Dio, è capace di accogliere tra i suoi forti rami ogni uomo bisognoso, di farsi prossimo, di essere vita per la vita del mondo. Il Regno di Dio è qui nel quotidiano, ma sempre in un contrasto di accoglienza e di rifiuto, di successi e insuccessi, tra crescita e vita. Il credente sa riconoscere in questo la presenza di Dio e si lascia fare da lui. Sa però che non ci si può risparmiare.

A coloro che hanno la vista corta il Seminatore (o il Padrone della messe o della vigna) sembra uno sprecone, ma nell’attività di Dio non c’è spreco, come nella gratuità dell’amore di Cristo.

Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Gli ordini di Salvini e il silenzio dei 5S

Gli esseri umani si dividono in buoni e cattivi da una parte, e in Lega e Cinque Stelle dall’altra. Tra il primo gruppo, che contiene i peggiori, i migliori, ma anche i mediocri e gli indifferenti, c’è un intero repertorio che, nei secoli, la letteratura, il teatro, la religione, le vicende militari e politiche, ci hanno tramandato. Il caso Lega e il caso Cinque Stelle sono diversi e unici. La Lega, fin dalle sue origini, era culturalmente sprovvista di tutto e campava politicamente, ma anche materialmente, a carico del finto benefattore Berlusconi, che aveva visto subito i benefici che avrebbe potuto trarre da un simile vuoto culturale e morale.

La Lega, infatti, portava in dote al partito affittuario la voglia di spaccare l’Italia. Si è impegnata subito a farlo invocando la secessione. La minaccia di secessione faceva comodo al finto benefattore perché distorceva e dirottava ogni discorso politico ed economico su possibili cambiamenti e modernizzazioni del Paese, creava un immenso disordine, lasciava ai senza politica molto tempo libero per curare i propri interessi (e anche i conflitti di interessi più vistosi). Quando la secessione si è spenta perché tutta Milano era tenuta in piedi da gente del Sud, il partito, che era entrato in Parlamento con il nome “per la Secessione della Padania” (annunciando cioè un progetto di reato per un’area inesistente) si è dedicato temporaneamente alla denigrazione degli italiani meridionali (verificare i verbali di Camera e Senato, fino a tutto il secondo governo Berlusconi, in cui il leghista Maroni era già ministro dell’Interno) dello Stato (“Roma Ladrona” non era uno slogan contro la corruzione della Capitale, ma per incoraggiare l’inutilità e anzi la stupidità di pagare le tasse), una stagione politica conclusa con l’intimare agli italiani (da parte di un uomo di governo) di mettere il tricolore “nel cesso”. Bossi, volgare e disinibito, faceva ridere, ma il gruppo direttivo della Lega, che dura tuttora, aveva ambizioni più grandi. E qui si colloca il vero eroe della Lega. Già a metà degli anni 90, quando sarebbe stato difficile parlare di invasione, quando la maggioranza degli italiani dichiarava sentimenti di solidarietà per i profughi, Mario Borghezio, deputato della Lega, ha scoperto i negri. È lui che ha guidato una pattuglia di “guardie padane” (c’era anche la divisa) a dar fuoco ai giacigli di poveri cristi che dormivano sotto i ponti della Dora a Torino. C’è una sentenza passata in giudicato, e c’è un modo di agire che, da quel momento, diventerà tipico della Lega: far male quando è possibile o almeno spingere via e umiliare, lasciando per esempio col piatto vuoto i bambini che, dopo la paura di morire in mare, sono approdati in scuole leghiste. Memorabile il caso del piccolo paese di Adro, dove il sindaco Lencini ha lasciato i bambini immigrati digiuni, e un altro Lencini, imprenditore dello stesso paese, ha deciso di pagare la mensa scolastica per tutti i bambini, locali e immigrati. Intanto due personaggi da dimenticare hanno scritto l’unica legge esistente sull’immigrazione. È la Bossi-Fini, considerata assurda, disumana, crudele e inapplicabile da quasi tutti i giuristi. Nel frattempo il ministro dell’Interno della “Italia invasa” è stato per oltre un decennio il leghista Maroni che ha svolto da leghista il suo compito: per gli immigrati niente. Pochi anni dopo la fine del governo Maroni arriva il governo Salvini, e l’impegno si è incrudelito: fermare e cacciare. Salvini però, per onorare la sua personalità esuberante, decide di avere un potere pieno, da non discutere. E senza consultarsi con nessuno, chiude il mare.

Accanto ai leghisti, nell’unione forgiata da un contratto che dovrebbe governare l’Italia, ci sono i Cinque Stelle. Il mistero è ancora più fitto. I Cinque Stelle sembrano privi della consistenza corporea e della pesantezza fisica con cui i leghisti gravano sull’Italia. Resterà nella storia, forse non quella politica ma nelle storie di fantasmi, la figura di Di Maio, che passa in silenzio sul fondo di Palazzo Chigi, mentre il suo omologo ha chiuso i porti, ha abbandonato quattro navi (che trasportano profughi esausti, feriti, donne incinte, bambini, alcuni cadaveri che vengono rigettati in mare), ha rotto i rapporti con la Francia, ha manovrato la spaccatura della Germania (ministro dell’Interno tedesco contro la Merkel), ha sanzionato il legame con i governi filofascisti di Orbán e Kurz. Nel silenzio dei Cinque Stelle, presenti come ologrammi che mimano ministri, deputati e governo, una nave in cui la maggioranza dei profughi sono donne (donne incinte), bambini e adulti bisognosi di cure immediate, è stata condannata da Salvini padrone a traversare una violenta tempesta per 700 miglia (è la distanza dal porto spagnolo che ha accettato lo sbarco) mentre era a 30 miglia dalle coste italiane. Ma chi è Salvini che tiene al guinzaglio Di Maio? E chi è Di Maio, così soggetto al padrone?