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Quello zio emigrato negli Usa che dopo anni divenne sceriffo

Da tempo lo sbarco dei migranti nel nostro Paese è divenuto un serio problema in quanto le stesse componenti europee non collaborano affatto. Peraltro i controlli, essendo pressappoco inesistenti, generano ulteriori conseguenze negative. Verso la fine dell’Ottocento anche dal nostro Paese ci furono molti nostri emigranti verso gli Usa, tra questi ci fu uno zio di mio padre. Al porto d’arrivo, costoro furono inviati verso i rispettivi luoghi di raccolta, individuati attraverso le carte d’identità di provenienza.

Spesso alcune generalità erano sostituite con altre. Ad esempio il suddetto zio, che si chiamava Romeo Giancola, divenne Rome Ross. Nei giorni successivi fu inviato a Pittsburgh e assunto in polizia di questa città. Dopo molti anni divenne sceriffo. Nell’attuale centro di raccolta italiano, non si potrebbe consegnare a ogni singolo migrante un documento con foto, generalità proprie, Paese di provenienza con nel duplicato che rimane negli archivi delle autorità preposte, le relative impronte digitali?

Roberto Centracchio

 

Chi ha sbagliato in passatoora forse dovrebbe tacere

In molti, in realtà i soliti “pochi”, si affannano nel tentativo di dimostrare la fragilità e l’inconsistenza delle ragioni del largo e sempre più largo consenso che gli italiani offrono al connubio 5Stelle-Lega. La cosa sorprendente è che più si affannano e più rimangono contraddetti dai sondaggi. Fascismo, bullismo, disumanità, barbarie, incompetenza sono stati citati a piene mani ma inutilmente, il popolo bue la pensa al contrario. La popolazione italiana si è bevuta il cervello o qualche ragione evidente esiste?

C’è da osservare che una larghissima parte di quella popolazione fino a ieri aveva sostenuto proprio chi oggi grida e si strappa le vesti. Chi ha tanto errato dovrebbe imporsi di tacere per dimostrare di essere quanto meno intelligente.

Marcello Scalzo

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “Il culto laico della penale così trionfano i costruttori” apparso su Il Fatto Quotidiano del 15 giugno scorso, Salini Impregilo ritiene opportuno precisare quanto segue.

L’affermazione che la più grande impresa di costruzioni italiana partecipi alla gara per l’aggiudicazione di un’opera di strategica importanza internazionale solo per incassare una penale è inutilmente offensiva. La legge regola la possibilità di risoluzione dei contratti e, a tutela della parte contraente che subisce la risoluzione, prevede una serie di garanzie tra cui anche la penale. Tale principio è affermato da leggi in tutti i Paesi del mondo, oltre che dalle prassi diffuse a livello internazionale nel settore delle costruzioni.

Nella specifica questione che riguarda la costruzione del ponte sullo Stretto, la decisione di risolvere il contratto è stata assunta con la promulgazione di una legge ad hoc per privare le società internazionali aggiudicatarie dell’appalto di quanto di loro spettanza, fatto che ha determinato l’inevitabile conseguenza dell’apertura di un ampio contenzioso contro la Pubblica amministrazione ed un forte discredito internazionale presso i governi delle imprese straniere, spagnole e giapponesi, vincitrici dell’appalto.

Dovrebbe essere ovvio che partecipare a gare per l’aggiudicazione di grandi infrastrutture comporta l’assunzione di imponenti oneri economici per i finanziamenti e per il reclutamento di adeguate risorse umane competenti, trattandosi di opere di ingegneria estrema oltre alla rinuncia a perseguire altre opportunità di mercato. L’imponente sforzo è ovviamente, quindi, indirizzato esclusivamente all’ottenimento della commessa ed alla sua realizzazione.

Non avrebbe alcun senso, né industriale né finanziario, l’impegno e la profusione dei mezzi economici necessari per l’ottenimento della sola “penale”. Al contrario, la “penale” è un risarcimento previsto per il danno materiale e di immagine subito dall’azienda.

Salini Costruttori ha acquisito Impregilo attraverso un processo trasparente di Opa il cui prezzo teneva conto tra l’altro degli utili attesi per la realizzazione del Ponte sullo Stretto, opera che non è stata realizzata, non ha generato gli utili che legittimamente ci si aspettava e, al contrario, ha prodotto ingenti danni economici.

Pietro Salini ha incontrato Luca Parnasi, signore che sino al momento dell’applicazione della misura godeva della massima considerazione, una sola volta ovvero in occasione della colazione divenuta inspiegabilmente di dominio pubblico.

Luigi Vianello Corporate Identity and Communication Director Salini Impregilo

 

Il gruppo Salini ha acquisito il controllo dell’Impregilo nel 2012, quando la maggiore impresa di costruzioni italiana già riportava nel bilancio non l’aspettativa di costruire il ponte sullo Stretto di Messina, ma quella di incassare le penali pretese per la mancata costruzione.

Pretese che peraltro la controparte pubblica giudica infondate. È strano che Salini Impregilo oggi giudichi “inutilmente offensiva” una notizia pubblicata 13 anni fa, quando altri erano i proprietari di Impregilo che, di fronte alla pubblicazione di un fatto conclamato, non si offesero per niente.

Giorgio Meletti

Matteo Due, la barzelletta che fa ridere soltanto lui

“Se l’inchiestasi basa su quello che abbiamo letto in queste ore, è il nulla. Non so se ci sono altri elementi”.

Matteo Salvini, ministro degli Interni,
nonché vicepresidente del Consiglio,
in merito all’inchiesta della Procura di Roma
sullo stadio di Tor di Valle

 

Venerdì sera, Matteo Salvini se la ride in tv mentre commenta il lavoro dei magistrati romani. Scherza, sfotte, si sente invulnerabile, in un ventre di vacca. I 200 mila euro versati dal costruttore Parnasi alla Lega? Ah ah, tutto legale. Lui se ne catastrafotte (Cammilleri). Pensate, è il ministro degli Interni, dovrebbe rappresentare “con onore e disciplina” (art. 54 della Costituzione) il governo, le istituzioni. Ma è un problema che neppure lo sfiora quando definisce “il nulla” l’inchiesta della Procura della Capitale. Migliaia di pagine di verbali? Ah ah, il nulla. Ammissioni e dimissioni (il Mr. Wolf di Acea, Lanzalone). Il nulla. Da scompisciarsi. Come dargli torto? Ormai cammina, anzi si libra, sospeso in una nuvola di lodi, celebrazioni, incensamenti. Già prima era tutto un turibolare Matteo Due (spesso gli stessi che avevano turibolato Matteo Uno Renzi). Quanto è bravo, un politico di razza, un profeta. A dirlo erano i suoi amici leghisti, gli elettori con la bava alla bocca, gli italiani (quelli che vengono “prima”) dal grilletto facile. Poi, domenica scorsa, la “vomitevole” decisione di chiudere i porti ai 629 migranti dell’Aquarius e Salvini diventa santo subito. A spellarsi le mani soprattutto quelli che lo hanno sempre considerato un furbacchione, un perdigiorno, un ganassa. Ieri era: uno che non ha mai lavorato in vita sua. Oggi è: lo statista che tutto il mondo ci invidia. Quando dice: la pacchia è finita, subito i massmediologi si arrapano per la genialità del messaggio. Quando definisce “in crociera” quelli dell’Aquarius, “vomitevole” diventa un complimento. Lui gigioneggia: “Mi sono fatto sentire, oggi l’Italia viene rispettata”. Sì, come quello che fa quattro urlacci in una sala: certo che ti sentono ma l’unico risultato è che poi t’insultano. Il “buon cuore” del premier socialista spagnolo Pedro Sánchez ci evita il disprezzo del mondo civilizzato per avere mandato alla deriva una nave di disperati. Infatti, col grande statista non vuole parlarci nessuno. Infatti, Donald Trump ed Emmanuel Macron si sperticano in elogi per Giuseppe Conte chi? Non conta una cippa ma dialogheranno solo con lui. L’uomo del Viminale ci resta male, frigna. Ma il gioco è scoperto. Il mondo ci rispetta (ah ah) ma i migranti continuano a sbarcare sulle coste italiane. Lui si accontenta di aver spezzato le reni alle Ong. Sulla vicenda dello stadio fa il bullo ma “il no so se ci sono altri elementi”, a Testaccio, si chiama strizza. È un demagogo dal fiato corto che lucra sulle disgrazie degli alleati Cinque Stelle. A cui più che la compagnia di qualche mariuolo viene fatta pagare la pretesa di legalità. Come si permettono? Invece, alla Lega di Salvini, con quei precedenti (tanto per dire: una banca padana fallita, il tesoro scomparso del tesoriere) si perdona tutto. Lì la pacchia prosegue. Però, non chiamatelo fascista. Quella fu una tragedia. Questa è una barzelletta che fa ridere solo lui.

Citazione, omaggio o copia/incolla? Le strane assonanze di Takagi&Ketra

Di brani che, per dirla eufemisticamente, prendono a prestito materiale da altri brani la storia della musica è piena. Già tempo addietro notammo, per esempio, che la linea di basso del brano Tutto qui accade dei Negramaro era stata presa di peso da una delle canzoni più belle e celebri dei Cure, Close to me, ma gli esempi potrebbero ovviamente proseguire. L’abitudine del copia/incolla infatti non si ferma mai, e non proprio nuovo a questo genere di sistema sembra essere il duo di dj-producer noti come Takagi&Ketra, che dalla scorsa estate fanno ballare il Paese sulle note di brani come L’esercito del selfie e del più recente Da sola – in the night (performato da Tommaso Paradiso dei The Giornalisti e da Elisa). Entrambi i brani infatti suonano, fin dal primo ascolto, come molto familiari, quasi già sentiti: saranno le atmosfere evocate dai timbri dei sintetizzatori, oppure le batterie, così sfacciatamente anni Ottanta in Da sola – in the night? Non proprio, o meglio, non solo. Già, perché andando oltre familiarità di tipo timbrico e dunque strumentale, quel che a un ascolto più attento emerge sono vere e proprie somiglianze, molto ravvicinate, con interi pezzi melodici, ritmici e armonici di altri brani.

Sembra infatti un vero copia/incolla, come qualcuno aveva già fatto notare, quello tra il brano L’esercito del selfie, laddove la voce di Arisa intona le parole “Ma tu mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi in carne ed ossa” e la melodia intonata da Petula Clark nel ritornello di Chariot (successivamente ripresa, ma dichiaratamente, nel coro I Will follow him del film Sister Act) sulle parole “La plaine, la plaine, la plaine, n’aura plus de frontière”, seguendo una successione ritmico-melodica che il duo di dj e producer italiani Takagi&Ketra ripropone anche come cellula motivica dell’intera linea di basso del brano. Ma non finisce qua. Già, perché il brano sembra strizzare l’occhio anche al tormentone targato Righeira dell’estate 1985, ovvero L’estate sta finendo: adeguatamente trasportati in un’altra tonalità, il rapporto tra gli accordi che danno luogo alla strofa di entrambi i brani è il medesimo, e sia le parole “mi manchi in carne ed ossa” che “quelle che non esistono più” sono rispettivamente intonate su pezzi melodici fin troppo affini a quelli delle parole “L’estate sta finendo” e “e un anno se ne va”. Pura coincidenza, chi lo sa? Ma andiamo oltre, perché quello che ancora nessuno, almeno a quanto ci è dato sapere, aveva fatto notare, riguarda il brano Da sola – in the night, dove si viene a verificare un altro possibile caso di copia/incolla. Se infatti, compiendo anche qui un bel balzo temporale, si va ad ascoltare il brano Don’t you want me dei The Human League (1981), non si potrà non notare una certa affinità tra le melodie delle strofe di entrambi. Insomma, che si tratti di citazione, omaggio o di vero e proprio copia/incolla, di certo c’è che Takagi&Ketra dimostrano di avere una vasta cultura nella musica pop.

“Mio padre per l’Aquarius avrebbe attaccato Macron”

“Mio padre Jean-Claude sarebbe stato il primo a protestare per il respingimento della nave Aquarius: contro l’Italia, ma ancor di più contro la Francia che non ha mosso un dito”. Parola di Sebastien Izzo, figlio del grande scrittore italo-francese morto a 55 anni nel 2000, autore della triologia dell’ex poliziotto Fabio Montale (Casino totale, Chourmo, Solea), di Marinai perduti e de Il sole dei morenti, in Italia tutti editi da e/o. In occasione dell’anniversario della nascita di Jean-Claude Izzo mercoledì SkyArteHd (canale 120, 400 e 106 di Sky) trasmetterà alle 20:25 il documentario Mediterraneo Noir di Silvia Rota e Paolo Borraccetti. Presentato in anteprima al Biografilm Film Festival, le immagini portano lo spettatore tra le strade di Marsiglia con la voce narrante di Fortunato Cerlino, il don Pietro Savastano della serie Gomorra ambientata in quella Napoli che tanto ha in comune col porto francese. La vita dello scrittore è ripercorsa, fra gli altri, proprio dal figlio Sebastien: “Mi manca… che non possa vedere i suoi nipoti”.

Suo padre viveva a Parigi da tempo quando tornò a Marsiglia e le chiese di passare delle serate insieme, di fargli vedere i suoi posti. Cercava i luoghi di Fabio Montale, lei lo sapeva?

Non sospettavo minimamente, mentre mi faceva tutte quelle domande, che stava cercando di costruire l’ambientazione per le storie del suo personaggio.

E quando l’ha scoperto come ha reagito?

Non mi sono arrabbiato ma mi sono molto sorpreso. Lui conosceva bene Marsiglia, ma non sapeva se fosse ormai cambiata e soprattutto, per far sì che il suo romanzo fosse di attualità, non sapeva quali fossero i luoghi alla moda, quelli considerati più importanti, dove la gioventù andava a passare le serate.

Luoghi che ci sono ancora?

Sì, come il Bar des Maraîchers che troviamo molto nei suoi romanzi: non è più lo stesso rispetto a quello descritto del 1995, ma c’è.

Si sente un po’ figlio di Fabio Montale o è un po’ Fabio Montale lei…

No, non c’è nulla di Fabio Montale in me, in mio padre invece sì: come Montale, anche mio padre aveva degli amici a cui era molto legato. E c’è la passione per l’inchiesta, per l’indagine, che accomuna l’ex poliziotto immaginario a mio padre giornalista.

Quante serate avete passato con una bottiglia di Lagavulin, in silenzio?

A bere soltanto, restando totalmente in silenzio, solo una, quella che descrivo nel documentario.

Oggi beve ancora whisky?

Lo bevo ancora, certo non tutti i giorni… Ma mi capita ancora di berlo con piacere.

Cosa le manca di più di suo padre Jean-Claude?

La cosa che mi manca di più è che non possa vedere i miei figli e poi mi manca il confronto con lui, quando parlavamo, ridevamo. Avevamo lo stesso punto di vista sulle cose, non ci siamo mai scontrati. Sono cresciuto in una famiglia di sinistra e continuo a credere nella condivisione e nell’accoglienza. Alla notizia del respingimento dell’Aquarius mio padre sarebbe stato il primo a criticare il governo. Avrebbe scritto un manifesto, più contro il governo francese che contro quello italiano, perché l’Italia si è rifiutata di accogliere l’Aquarius ma la Francia non ha fatto niente, non ha detto niente, ha lasciato fare, ha aspettato che altri si esprimessero.

Macron è stato duro, poi è seguita la distensione…

Sì, ma avrebbe potuto esserlo molto di più se avesse potuto dire: “Noi abbiamo fatto qualcosa”. Ma non ho sentito “li prendiamo noi”.

I libri di suo padre, scritti negli anni 90, sono ancora più attuali perché attraverso Marsiglia, che è una città-mondo, una città meticcia, fanno riflettere sulla necessità di aprire le porte e i porti…

Era avanti sul suo tempo. Il Mediterraneo è rimasto sempre lo stesso, ma il Fronte nazionale era solo una scintilla allora, mentre adesso è un grande movimento, anche a livello europeo.

L’eredità più importante che suo padre ci ha lasciato?

L’invito a restare umani e accoglienti. A battersi sempre contro tutti i partiti fascisti e razzisti.

“Le sere pallose in sezione, le tante verità di Monicelli e la rissa tra Ghini e Placido”

Il buongiorno di Paolo Hendel “Ieri mi sono sparato una gastroscopia e una colonscopia; per risparmiare magari hanno utilizzato lo stesso tubo… Oggi sento l’alito un po’ pesante”. Risultato delle analisi? “Forse ho tre ulcere e un’ernia iatale, a parte questo tutto a posto. Finché c’è la salute…”. C’è tutto. “E per l’esame ti sedano, non ti addormentano, e quando sedano la gente straparla”. Chissà le parolacce. “Una persona che conosco ha rivelato la propria omosessualità in quel dormiveglia”. Anche lei? “No, però appena sveglio ho chiesto conto delle mie dichiarazioni. Non si sa mai”. Gentile, ospitale, a volte goffo nel ruolo di padrone di casa (“Volete qualcosa da bere? Ho preso un po’ di tutto, magari non volete un cazzo”), in alcune sfumature Hendel è ancora oggi l’ossimoro corretto e pacato di un figlio degli anni Settanta, quando l’impegno politico e sociale andava posto davanti a qualunque scelta di vita, anche quando la leggerezza doveva e dovrebbe rappresentare l’asso in una briscola con la carriera da comico.

Ora a 66 anni ha pubblicato un libro: La giovinezza è sopravvalutata.

Direzione 70…

L’idea che tra quattro anni li compirò, mi fa un po’ riflettere: è difficile considerarsi dei giovanottini, però è una stagione della vita, una delle tante, dove è possibile concedersi il dolce far niente.


Se uno se lo può permettere…

È la conditio. C’è un film di Ettore Scola, Maccheroni, dove a un certo punto Mastroianni dice: “Com’è bello perdere tempo”. E aggiungo: è utile anche la voglia di rallentare il ritmo ossessivo, quindi concedersi un buon libro e un videogioco.

Videogioco?

Li amo. Ho comprato una serie di game con il pretesto di regalarli a mia figlia, solo che si scoccia e mi manda a letto: monopolizzo tutto.

È una battuta?

Se lo domandate a lei, il suo sguardo corrucciato non lascerà dubbi sulla risposta.

Il non far niente dove arriva?

Stare sul divano, la televisione accesa, magari cambiare canale senza neanche sapere cosa si guarda, con il solo pretesto di seguire i propri pensieri, anche se i pensieri stessi non sono poi decifrabili.

Noia, mai?

Capitava da ragazzo. Giravo per casa schiavo di una cantilena: “Non so che fare… non so che fare”. Mia nonna si incavolava. Oggi quella noia non c’è più, c’è solo il desiderio di capire qual è lo scopo.

Fino a 30 anni cosa ha combinato?

Ho cominciato tardi quasi tutto, compreso mia figlia, avuta a 54 anni, da primiparo attempato. La prima volta che sono andato a prenderla alle elementari la bidella si è rivolta alla piccola con la frase: “Che bello, c’è”.

Bidella sbadata.

No, aveva ragione. Un’altra volta ho accompagnato mia madre del geriatra. Durante l’attesa lei si alza per andare in bagno, nel frattempo esce il medico, mi vede, e senza alcun dubbio pronuncia la “sentenza”: “Si accomodi”.

Altri “ritardi”?

Mi sono laureato a 44 anni, fuori corso per secoli, pagando fior di tasse universitarie; a 30 e passa sono salito per la prima volta su un palcoscenico, e con la voglia di ridere di me stesso e di quello che non mi convinceva della vita.

Ridere…

Un bisogno fisiologico, come quando scappa la pipì. E ciò che fa paura, che non piace, per esorcizzare, sottrarre il peso dallo stomaco.

Perché solo a 30 anni?

Prima ho passato la stagione dell’impegno politico e della contestazione studentesca.

Con chi stava?

Dentro un limbo, a sinistra del Partito Comunista ma senza riconoscermi in alcuno dei gruppi nazionali ed extraparlamentari; mi muovevo su idee luxemburghiane.

Da leader?

Macché, non mi cagava nessuno. In alcune fasi sono stato vicino al Manifesto, ma neanche tanto. Ripeto: ero luxemburghiano, ci distinguevamo da quel talebano di Lenin, mi piaceva l’idea dell’avanguardia esterna, o del militante politico professionista che poi dirige la classe operaia; temi che se ci penso oggi sorrido.

Neanche sessantottino…

Arrivato in ritardo pure lì, avevo solo 16 anni, me ne sono accorto quando era già passato, ed è un peccato perché si dice sia stato un periodo di grande sesso e droga, mentre quando è toccato a me il sesso e la droga erano derubricate al solo discutere. E per dieci anni.

Infiniti, anni.

Ore e ore chiuso in sezione, quando fumavi di continuo, discutevi di continuo, e poi alle tre di notte scattava il momento del ciclostile per essere pronti a volantinare davanti alle scuole e alle fabbriche.

Bordate di allegria.

Ma quale?

Dopo questi dieci anni?

Meno speranze e più delusioni, mi sono ritrovato con quella voglia incontrollabile di ridere di ciò che avevo combinato.

“Compagni che sbagliano”, ne ha conosciuti?

Ce n’erano, in qualche modo li inquadravo come forma di esasperazione dell’avanguardia esterna. Niente di più sbagliato. Però sono stati anni di fratture, dove la gara era a cercare quello che ci divideva, non i punti di unione; nel 2018 ho assistito a un Pd altrettanto a pezzi.

E si è sentito a casa…

Un senso di nostalgia, ho pensato: ma allora tutti questi anni non sono serviti a un cazzo.

Ridere è un modo di indignarsi?

Due stati d’animo paralleli, e la risata arriva anche a liberarti di un peso; un punto di vista diverso che ribalta la visione. È fondamentale seminare dei sani dubbi.

Un grande “seminatore” è stato Monicelli.

Con lui ho girato qualche piccola cosa in qualche suo grande film, ma l’insegnamento maggiore l’ho ricevuto sul piano umano, sulla vita, su come invecchiare. Quando ti vedeva troppo preso per vicende di relativa importanza, ti ricordava: “La vita è un balocco, non te la prendere”.

Derubricava…

Insegnava a non darsi troppa importanza, a non prendersi necessariamente sul serio. Quando lo chiamavano “maestro” si scocciava e chiedeva se stavamo alle elementari; lui si spacciava per artigiano del cinema e il film era il risultato di un lavoro di gruppo. Di un gruppo di artigiani.

Era esigente sul set?

No, secco, diretto e veloce.

Fino alla fine ha parlato di “balocchi”?

Quando ha compiuto novant’anni ha mutato prospettiva, e al mio richiamo sul balocco, rispondeva: “No, la vita è un depliant”, come a sottolinearne la brevità.

Stupito di come è morto?

Sono rimasto tra l’incazzato e il disperato. Ma lui inorridiva all’idea di non poter usufruire dell’indipendenza, se gli mostravi un po’ di tenerezza legata all’età, ti mandava immediatamente affanculo.

Lei è stato tagliato da uno show di Panariello per un monologo su Vespa.

Sono molto amico di Giorgio, e non so come è realmente andata. È stato un momento difficile, e qualche intoppo c’è stato; per carità, ci ho messo del mio, perché parlare di Vespa su Rai1, è come andare in chiesa e sparare un “moccolo” (bestemmia in dialetto toscano); però chi vede in Vespa un giornalista coraggioso ha forti problemi di lucidità, deve essere sotto l’influsso di droghe pesanti.

In carriera è stato spesso censurato?

A teatro ovviamente no, poi a me piace molto ruotare intorno alla parolaccia, è una sorta di illusione toscana di giocare con gli estremi, e ogni tanto esageriamo.

Quindi?

Ho ricevuto più che altro delle critiche da addetti ai lavori, in realtà ho sempre pensato che se ti metti nei panni di un pover’uomo che parla di ciò che avviene, e punta il dito sulla quotidianità, allora la parolaccia assurge a elemento necessario.

La forzatura sarebbe levarla.

L’aspetto assurdo è fossilizzarsi su quelle due o tre parole. Comunque, più della censura, a volte mi sono auto-limitato, specialmente in tv.

Anche con la Gialappa’s e il suo Carcarlo Pravettoni?

Lì non ero ospite, ma all’interno del programma, e a loro tre devo dire grazie.

È durato solo due anni.

Per l’impostazione del format: ogni due stagioni cambiavano, quindi non è stata una mia scelta. E Carcarlo Pravettoni è nato dalla loro sensibilità e fantasia, insieme a Walter Fontana.

Non da lei?

Dirò di più: quando mi hanno parlato del personaggio e della loro idea, ho risposto “siete pazzi”. Perché non ho mai vestito i panni di personaggi, mi riesce poco, non sono capace a recitare con dialetti diversi, neanche le inflessioni. Poi i dubbi si sono sciolti durante la stesura dei testi.

Battute a raffica.

Andavo lì con tre o quattro pagine piene di idee, dopo mezz’ora di riunione diventavano venti e non riuscivo a stargli dietro: sparavano cazzate da ogni poro, e ci divertivamo da matti.

Nel suo libro divide i toscani in due gruppi: da una parte Dante, Michelangelo, Machiavelli, Padre Balducci, la Hack, dall’altra i cattivi come Pacciani e Verdini. E Renzi?

Lo piazzerei in mezzo ai due gruppi, come traghettatore, ma non ho capito da che lato sta andando.

Roberto Benigni?

Dovrebbe riprendere la vivacità naïf di un tempo… Tanti anni fa ho assistito a un suo monologo in una piazza di Firenze, e ancora oggi posso chiudere gli occhi e sentire il mio stupore davanti a tanta straordinaria bravura.

Il Cioni Mario…

Non pensavo si potesse ridere così della quotidianità. Era ruspante. Ora è diventato una sorta di padre della Patria, con interventi sacrosanti, ma ha perso il graffio di un tempo.

Quando lo ha conosciuto?

Secoli fa insieme con Bertolucci. Anche allora, e a tavola, dilettavo i presenti con i miei check up, diarrea, disfunzione erettile, e Bernardo a un certo punto non si trattiene: “Sono stupito del tuo coraggio nel parlare così della vita privata e senza vergogna”.

Il suo primo film “A ovest di Paperino” era con i Giancattivi…

Una forzatura: allora accompagnavo Davide Riondino nei suoi concerti e tra una canzone e l’altra mi presentavo sul palco vestito da maggiordomo, gli offrivo della frutta, lui rifiutava e io me la spaccavo in testa.

Che frutta?

Una mela, poi l’ananas, infine l’anguria. Tutto giocato sul contrasto, ed era una cagata, forse il pubblico sorrideva per solidarietà umana.

Mal di testa, mai.

Eccome, e forse ne porto ancora le conseguenze.

E nel film?

La contrapposizione è saltata e con un risultato ancor più modesto; spesso ho sbagliato a passare dal teatro, alla tv, al cinema, poi di nuovo teatro…

“Amici miei, come tutto ebbe inizio” è stato uno di questi errori?

I fan storici hanno vissuto quel film come un sacrilegio, più dell’intenzione di chi lo ha scritto e girato; una storia nata dagli stessi autori dei tre Amici precedenti, poi per strada abbiamo perso i riferimenti giusti, compresa la morte di Monicelli.

Il risultato finale?

Un film realizzato con molta attenzione, ricordo ore e ore di attesa, con noi vestiti pesantissimi e solo per attendere la giusta sistemazione delle luci; nel frattempo Giorgio Panariello giocava a poker sul tablet, e poi scattava qualche discussione accesa.

Quanto accesa?

Abbastanza, in particolare la rissa sfiorata tra Michele Placido e Massimo Ghini: i due si sfidavano a colpi di Nastri d’Argento e altri riconoscimenti; un po’ di celodurismo acceso.

Lei rideva.

Più che altro ammutolito, fino a quando li ho visti armarsi di sedie e mi sono preoccupato. Poi tutto è sfumato. Alla fine li ho ringraziati per aver ingannato l’attesa.

Lo farebbe un reality?

Quello che mi preoccupa è che sono sempre nudi, in quel caso gioco svantaggiato.

Da vestito?

Va bene, perché in mutande non sono un granché.

A 66 anni, cosa desidera?

Stare in equilibrio.

(Canta Vasco: “La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia”).

 

L’altra verità di Trump G7-friendly: “Alla faccia dei Fake News media”

“Ho una grande relazionecon Angela Merkel, ma i Fake News media mostrano solo le brutte foto delle negoziazioni di un accordo in cui chiedo cose che nessun altro presidente americano chiederebbe!”, ha twittato Trump, mostrando lo scatto successivo della foto che ha fatto il giro del mondo e mostrava tutti i leader del G7 contro il presidente Usa

Il Mondiale degli ucraini dimenticati in galera

Per molti detenuti nelle carceri russe i Mondiali di calcio sono una valvola di sfogo, una parentesi per distrarsi dalla dura realtà. Nelle galere russe sono rinchiusi però anche 70 cittadini ucraini arrestati negli ultimi 4 anni, da quando Mosca ha annesso unilateralmente la Crimea.

Per loro questi Mondiali rappresentano molti di più: la speranza di sensibilizzare i leader del mondo per ottenere giustizia. Lo ha spiegato attraverso alcune lettere il regista originario della Crimea, Oleg Sentsov, in sciopero della fame dal 14 maggio.

Condannato a 20 anni di carcere duro in Yakuzia per attività eversiva e terrorismo, il giovane regista giudicato da un tribunale militare russo – dopo essere stato trasferito da Simferopoli a Mosca – si è detto “disposto ad andare fino in fondo…”. Tradotto, è intenzionato anche a lasciarsi morire di inedia pur di far conoscere all’opinione pubblica mondiale ciò che lui e gli altri ucraini stanno patendo dietro le sbarre. Senstov e la maggior parte degli altri detenuti ucraini sono stati attivisti di Euromaidan, la cosiddetta rivoluzione della dignità avvenuta a Kiev nel 2013 in cui morirono più di cento manifestanti fino alla fuga del presidente deposto Yanukovich, insediato di fatto per volontà di Putin. La reazione russa portò all’invasione della Crimea, la sua annessione, e alla divisione del Donbass (la zona orientale dell’Ucraina al confine con la Russia, ndr) dove ancora vi sono scontri quotidiani, seppur a bassa intensità, tra separatisti filo Mosca e l’esercito ucraino.

Un conflitto che gli accordi di Minsk 2 non sono riusciti a bloccare. In questi è previsto anche lo scambio dei prigionieri, ma finora è stato quasi del tutto disatteso.

Il mese scorso il famoso cineasta tedesco Wim Wenders, in qualità di presidente dell’European Film Academy, espresse profonda preoccupazione per la sorte del regista ucraino. Tre giorni fa, poche ora prima dell’inizio dei mondiali anche il Parlamento europeo ha sottoposto al presidente, al capo della Commissione e alla Corte europea una mozione per redigere una risoluzione allo scopo di fare pressione sulle autorità russe affinché gli attivisti ucraini, la maggior parte tatari di Crimea, vengano rilasciati.

Si chiede alla Ue “di condannare le violazioni dei diritti umani in Russia e il tentativo di nasconderli dietro la vetrina della Coppa del mondo”. Nonostante il testimone chiave del processo contro Senstov avesse ritrattato la propria testimonianza in quanto estorta con la forza e nonostante le torture inflitte al regista, così come agli altri detenuti – si legge nel testo – il processo è andato avanti e nel 2015 la Corte Suprema russa ha confermato la sentenza. Anche secondo Amnesty International si è trattato di “un processo ingiusto in un tribunale militare” e l’organizzazione umanitaria non governativa sta raccogliendo le firme per chiedere alle autorità russe la sua scarcerazione. Ma Sentsov non ha mai chiesto la propria liberazione, bensì quella dei connazionali, sostenendo che lo sciopero della fame ha lo scopo di attrarre l’attenzione del mondo sui falsi processi ai loro danni. Nel ringraziare i registi e gli attori russi che hanno partecipato alla lettura pubblica dei racconti scritti in carcere, Sentsov, rivolgendosi al famoso collega Zvjaginzev (Leviathan) ha tenuto a precisare: “Invano mi ha descritto come una vittima che aveva bisogno della misericordia del vincitore. Non sono un perdente e non imploro la pietà, bensì la giustizia. Ero ben consapevole di quello che stava succedendo, so perché mi trovo qui, e non mi pento di nulla…”. Prima di Sentsov, il 19 marzo, Volodymyr Balukh è entrato in sciopero della fame. Per Sentsov hanno firmato l’appello anche altri registi pluripremiati tra i quali Ken Loach, noto per la propria fede comunista e, per questo, molto critico nei confronti dell’imperialismo russo riportato in auge da Putin.

La saga islandese e Messi schiacciato dall’icona Ronaldo

Gli uomini del ghiaccio vengono da un mondo incantato, dove il portiere che da ragazzo faceva il regista para un rigore a Leo Messi, il ct è un ex dentista (ma non disdegna di esercitare tuttora), e la Nazionale del Paese meno popoloso a essersi mai qualificata a un Mondiale può pareggiare contro l’Argentina vice-campione in carica. La favola dell’Islanda continua: due anni fa avevano stupito l’Europa, adesso tocca al mondo scoprire i vichinghi del pallone: 1-1 contro l’Argentina al debutto mondiale, nella gara che registra l’ennesima stecca internazionale di Messi.

Schiacciato dalla pressione di dover a tutti i costi emulare il mito di Maradona e rispondere alle prodezze di Cristiano Ronaldo, l’argentino ha straperso la sfida a distanza con il suo alter ego: dopo la tripletta del portoghese contro la Spagna, lui ha fallito il rigore decisivo con la piccola Islanda. Non solo ieri: ne ha sbagliati 5 degli ultimi 10, quasi tutti quando contavano qualcosa, al contrario del suo rivale che si esalta nei momenti più importanti. Ora la sua Albiceleste è già con le spalle al muro in un girone di ferro che comprende anche Croazia e Nigeria: per lui è l’ultima occasione per rompere la maledizione nazionale, altrimenti non potrà essere considerato all’altezza di Maradona. E forse neanche più di Ronaldo.

L’eroe di ieri, invece, si chiama Hannes Haldorsson, 34 anni, portiere dell’Islanda e migliore in campo, non solo per il penalty respinto a Messi sull’1-1. “È un sogno”, ha detto alla fine. Come dargli torto: una decina d’anni fa giocava in terza divisione ed era sul punto di mollare, prima dell’esplosione del fenomeno islandese era più noto per i suoi video su Youtube che per le sue parate. Ma la storia è simile a quella di tanti suoi compagni di squadra, che ieri a Mosca non sono stati da meno. Chiamarli vichinghi sarà pure un luogo comune, ma non è mai stato così appropriato: hanno lottato su ogni pallone dal primo all’ultimo secondo, corso il doppio degli avversari, picchiato il triplo. Pure troppo, visto che in un eccesso di foga agonistica hanno concesso agli avversari un rigore, e un altro abbastanza evidente non è stato fischiato dall’arbitro Marciniak. Avrebbe potuto correggerlo il Var, nel giorno in cui la moviola in campo ha debuttato al Mondiale con il primo, storico rigore assegnato davanti allo schermo a favore della Francia. Ma nemmeno la tecnologia se l’è sentita di rovinare il miracolo islandese.

Difficile definire altrimenti i risultati della Nazionale di un Paese in cui il campionato dura solo 5 mesi, perché nel resto dell’anno fa troppo freddo per giocare a pallone, terra inospitale per il calcio e in fondo per la vita, come dimostra la popolazione di appena 300 mila abitanti. Eppure i successi sono frutto di una programmazione seria, fatta di investimenti su impianti e competenze, che si è unita alla cultura sportiva di questo popolo. La Knattspyrnusamband (la federcalcio locale) ha speso i suoi soldi per costruire campi indoor, dove si può giocare anche al coperto, e mini-campi in ogni scuola: oggi sull’isola c’è un impianto ogni 50 mila abitanti, la media più alta d’Europa. E la generazione d’oro di Haldorsson, ma anche e soprattutto Sigurdsson e Finnbogason (autore del primo gol mondiale), ormai affermati a livello internazionale in Premier League e Bundesliga, non è nata per caso. Avevano già sfiorato la qualificazione ai Mondiali 2014, perdendo solo contro la Croazia allo spareggio, nel 2016 sono arrivati ai quarti agli Europei eliminando l’Inghilterra e ora in Russia se la giocano contro tutti. Non parliamo più di favola: loro non hanno mai fatto tanto sul serio.

“Nazisti coi guanti bianchi”. Bergoglio torna a fare il Papa

La famiglia è “una sola, uomo e donna” ed è “il dono più grande che Dio ha fatto all’umanità”. Papa Francesco esordisce con queste parole nell’udienza del Forum delle associazioni familiari, in Vaticano per festeggiare il suo venticinquesimo anno di storia.

Le parole più forti sono contro l’aborto selettivo: “Il secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso ma con i guanti bianchi”, ha detto. “È di moda, o almeno è abituale, quando in gravidanza” si vede che “forse il bambino non sta bene o viene con qualche cosa: la prima offerta è ‘lo mandiamo via?’ L’omicidio dei bambini: per risolvere una vita tranquilla si fa fuori un innocente”. E si rifà alla leggenda di Sparta secondo la quale i bambini deformi venivano gettati dal monte Taigeto: “Oggi facciamo lo stesso”.

Poi parla della famiglia:

“Oggi fa dolore dirlo: si parla di famiglie diversificate, di diversi tipi di famiglia” ma invece “la famiglia, immagine di Dio, uomo e donna, è una sola”.

Parla di chi non vuole avere figli e prende in casa invece cani e gatti. Critica le nozze dove si antepongono il vestito o la festa a ciò che deve essere al centro: il matrimonio non può essere considerato “una lotteria, come va, va”.

E senza timore fa affermazioni che risuoneranno impopolari: “Tante donne, ma anche l’uomo talvolta lo fa, nel silenzio hanno aspettato, guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. non hanno capito nulla”. Infine, dopo avere bypassato ogni politically correct nei confronti di gay e femministe, dice qualcosa che potrà fare arricciare il naso ai cattolici più tradizionalisti: anche i non credenti, se si amano e fanno una famiglia, sono “immagine e somiglianza di Dio”.

Le parole, pronunciate in occasione del Forum, arrivano puntuali e non a caso – specialmente quelle sull’aborto – dopo l’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza, in Argentina, paese in cui il Pontefice è nato.

Una legge che ha visto la luce grazie anche al benestare del presidente Mauricio Macri il quale, pur dichiarandosi contrario, aveva detto che in caso di approvazione della legge, non avrebbe messo alcun veto. A questo proposito si è espresso Guillermo Marcò, ex portavoce di Bergoglio durante il suo arcivescovato a Buenos Aires, ha dichiarato: “Quella di Macri di lasciare la più ampia libertà di coscienza su un tema tanto delicato credo che alla fine avrà un costo politico molto grave per il governo attuale, votato anche da tantissimi cattolici, che però sono rimasti delusi da questa posizione.”. E ha poi concluso: “Ci sono trattati internazionali che sono parte della nostra Costituzione, come il patto di san José di Costa Rica, che protegge la vita fin dal momento del concepimento, che sono stati disattesi”.

Non ci sono più anestesisti, malata di cancro non si opera

Affida a Facebook le sue preoccupazioni, le sue paure. Una donna ha un carcinoma al seno sinistro, che, come le ha evidenziato il medico che la segue, va operato. Purtroppo però, la struttura ospedaliera alla quale la donna fa riferimento, gli Incurabili di Napoli, non ha anestesisti. È lei stessa a raccontarlo nel lungo post, nel quale chiede consigli e scrive: “Non voglio favori o privilegi, voglio solo vivere”. All’Incurabili le attività non urgenti sono fortemente rallentate della insufficienza di anestesisti nelle equipe mediche.

A rispondere alla donna è Mario Forlenza, direttore generale della Asl Napoli 1, il quale fa sapere che “giovedì scorso, la Asl ha anche sbloccato la possibilità del ricorso ad attività aggiuntiva in autoconvenzione in deroga alla normativa di settore, ma solo per gli anestesisti (…) Dovremmo vederne gli effetti già dalla settimana prossima – sottolinea – e per tutto il periodo estivo”.

La carenza di anestesisti non è cosa nuova. C’è stato uno specifico concorso “dopo 15 anni” per 21 posti. Le procedure di assunzione “sono state avviate, ma la effettiva presa di servizio degli stessi avverrà non prima di settembre”.