Gab Loter e il rap spiegato a chi vuol vivere con lentezza

Su Youtube si assiste a un fenomeno curioso, interessante e anche vagamente inquietante. Un certo Gab Loter, nome chiaramente di fantasia, che preferisce restare nell’anonimato (si sa solo che ha una trentina d’anni), ha la stessa, identica, voce, lo stesso timbro, le stesse lente cadenze, le stesse pause di Fabrizio De André. Ma non canta i brani del celeberrimo aedo (che Paolo Villaggio, esagerando un po’ come suo solito, definiva “il più grande poeta del Novecento”) ma dei rapper oggi in voga, da Fedez in giù. Ora, i versi dei rapper paiono non solo a noi, che siamo del pleistocene, ma anche a un sessantenne, a un cinquantenne, a un quarantenne, di una banalità sconcertante (“Tu sei come il mare/ volevo dirtelo” di Ermal Meta, ma che roba è?). Cantate però dallo pseudo De André acquistano se non un’abissale profondità certamente un senso che a noi ‘vegi’ (intendo le persone dai quaranta in su) senza l’intermediazione di Gab Loter sfugge. Evidentemente riportati su codici musicali che conosciamo o riconosciamo, quelli di De André, riusciamo a capirne anche i testi. Per i ventenni e i trentenni invece la comprensione è immediata. Non hanno bisogno di codici. Li hanno già dentro di sé.

Bravo, dirà il lettore, hai scoperto l’acqua calda: il gap generazionale, che è sempre esistito. Fino a un certo punto. Un tempo, non poi così lontano, diciamo nei Cinquanta, i sociologi e la gente comune misuravano il gap generazionale in vent’anni. Se andiamo solo un po’ più indietro, i valori della generazione di mio padre, che era del 1901, restavano ottocenteschi, non molto dissimili quindi da quelli delle generazioni precedenti. Il gap c’era, ma molto più dilatato nel tempo. Andando ancora più indietro, scavalcando a ritroso la Rivoluzione industriale, nella società statica medioevale il gap era praticamente inesistente.

Una ventina di anni fa ho assistito a un divertente siparietto fra mio figlio, che aveva allora 22 anni, e un ragazzetto di 17 che c’era capitato in casa. Naturalmente per mio figlio, che era allora appassionato, mi pare, di R&B (anche se c’era una fondamentale distinzione fra l’R&B classico e quello contemporaneo) io non capivo nulla di musica moderna, e non solo, ero un uomo del pleistocene. I due si misero a discutere: secondo il piccolo ospite era mio figlio a non capire un cacchio di musica, era lui il pleistocenico. Eppure fra i due correvano solo cinque anni di differenza (se mio figlio legge queste righe anticipa l’eutanasia cui gli ho dato diritto).

Ritorniamo a Gab Loter. Mi pare che il suo esperimento metta il dito, non so quanto coscientemente, su uno degli ‘idola’ della nostra società: la velocità. Il ritmo di Gab Loter è lento e quindi il suo dire comprensibile a tutti, quello dei rapper precipitoso e quindi ciò che vogliono comunicare incomprensibile se non ai loro adepti.

Usciamo dal campo della musica. Sono le violente e continue accelerazioni cui ci costringe la società tecnologica a farci viver male. Negli Stati Uniti, soprattutto in campo digitale, si è obsoleti già a quarant’anni. Se in Italia i cinquantenni non trovano lavoro non è solo perché non c’è ma anche perché il loro know-how è superato (qualcuno ricorderà, forse, il bel film di Soldini Giorni e nuvole). È difficile, logorante, sfibrante tener dietro ai continui cambiamenti.

Ma c’è qualcosa di più profondo e di più grave. La velocità ci impedisce di riflettere. C’è un bel libro, La scoperta della lentezza di Sten Nadolny. Racconta la storia di un ragazzo che, rispetto ai suoi coetanei, è lento di riflessi, quasi torpido, sempre ultimo nei giochi. Si chiama John Franklin. Diventerà un grande esploratore polare e lo scopritore del leggendario passaggio a nord-ovest nell’Artico. Cos’era successo? Mentre i suoi compagni si sfrenavano nei giochi lui rimuginava, osservava, incamerava, assimilava.

Sì, dovremmo andare più lenti, molto più lenti. Perché la velocità ci impedisce di riflettere e finisce per offuscare l’intelligenza e la sensibilità. Non è un caso che non nascano più, almeno nell’ultradinamico Occidente, scrittori del livello di Proust, di Céline, di Kafka, di Dostoevskij e di tutta la straordinaria filiera dei grandi autori russi. Non è certamente un caso che l’ultimo filosofo degno di questo nome sia stato Martin Heidegger, attivo negli anni Trenta del Novecento, che pose al centro della sua riflessione proprio la Tecnica. E mi rifiuto di pensare che se, imitando Gab Loter in altro campo, leggessimo Massimo Cacciari con i ritmi della scrittura heideggeriana il pensiero del filosofo veneziano risulterebbe diverso da quello che appare: privo di senso.

Invoca il golpe in aula, deputato di Alba Dorata rischia l’arresto

È caccia all’uomoin Grecia: la polizia intende arrestare con la pesante accusa di tradimento il deputato del partito filo-nazista greco Alba Dorata, Constantinos Barbarousis, che in aula – durante il dibattito sulla sfiducia presentata dal partito di opposizione Nea Dimokratia contrario all’accordo sul nome della Macedonia – ha chiesto all’esercito di ribellarsi e attuare un golpe. Barbarousis ha infatti invitato i militari ad arrestare il premier Alexis Tsipras, il presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos e anche il ministro della Difesa Panos Kammenos. Espulso dal gruppo e dal partito (che però aveva applaudito l’intervento).

Grillo: “Il gruppo Bilderberg come una bocciofila radical chic”

“Le bilde-riunioni sono probabilmente una semplice occasione di promiscuità elitaria, la forma radical chic di uno sciopero o del consiglio della bocciofila sotto casa; raduni ricorrenti per togliere le ragnatele dai lampadari del ballo delle debuttanti senza anima e traccia di humour… insomma vera e propria pura, indispensabile, noia. Grazie a una giornalista infiltrata del Daily Mail Online, Sian Boyle, abbiamo scoperto una cosa sensazionale: non c’è nulla da scoprire di particolarmente interessante, osservando dall’interno il gruppo Bilderberg”, ha scritto sul blog Beppe Grillo.

Nella villa confiscata (e incendiata) assemblea di “Libera”

È iniziata ieri a San Giusto Canavese (Torino) nella villa appena confiscata a Nicola Assisi, uno dei più importanti narcotrafficanti mondiali condannato a 30 anni e oggi ancora latitante, l’assemblea regionale di Libera. Una scelta simbolica, quella dell’associazione fondata da don Ciotti, visto che il bene confiscato alla criminalità organizzata è stato incendiato la scorsa settimana per mano di ignoti. All’assemblea, che riunisce la rete dell’associazione e i tanti volontari che ogni giorno lavorano per far rinascere i beni confiscati alla mafia e per portare avanti percorsi di formazione e di sensibilizzazione, hanno partecipato Luigi Ciotti, Gian Carlo Caselli, il prefetto Renato Saccone, il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino il comandante provinciale dei carabinieri colonnello Emanuele De Santis e molti sindaci. “Questa è la risposta dello Stato. Che non è solo apparato ma è anche comunità. Dobbiamo lottare tutti insieme”, afferma il prefetto Saccone. “Proporremo un utilizzo temporaneo ma immediato di questo bene confiscato grazie al supporto di Libera – ha aggiunto il prefetto – perché il presidio è la forma migliore di prevenzione in assoluto”.

Benvenuti a “Berghem”: banche, chiesa e malaffare sotto il tappeto

In quell’autunno del 2014, al tavolo di un noto ristorante di Bergamo si accomodano l’allora questore Dino Finolli, l’imprenditore Giovanni Cottone, già in affari con la famiglia Berlusconi e il direttore dell’Inps Angelo D’Ambrosio. L’obiettivo di Cottone, lui ex marito di Valeria Marini, è chiedere la dilazione di corposi pagamenti dovuti all’istituto. Sul tavolo, per agevolare la trattativa, viene messo un cellulare nuovo di zecca. Sarebbe il prezzo della corruzione. Niente da fare, D’Ambrosio, hombre vertical, si alza scandalizzato e racconta tutto agli inquirenti.

Risultato: il questore finisce condannato (in primo grado) anche per istigazione alla corruzione. Quattro anni dopo ai domiciliari ci finisce lo stesso D’Ambrosio, nel frattempo trasferitosi nella sede di Sondrio. Con lui il suo corruttore, ex sindacalista e una passione per le auto di lusso.

Eccola qua servita la fotografia di una città, ricca, ricchissima, dove il malaffare sta ovunque, ma è molto meglio metterlo sotto al tappeto. Città di banche e di chiesa. Potere e timore sono gli ingredienti perfetti per servire il piatto del silenzio. Quello che, ad esempio, si è assaggiato nella vicenda drammatica dell’omicidio di Yara Gambirasio. Della mamma di Bossetti, delle sue relazioni extraconiugali, molti sapevano ma nessuno ha mai detto nulla. Sarà omertà? Qui in Lombardia? Di certo una riservatezza maniacale.

Eppure a infilarsi nelle carte giudiziarie degli ultimi anni si comprende che l’affresco è ben altro. Non ci sono istituzioni di questa città e della sua grande provincia che non siano finite in qualche inchiesta. Il questore, il direttore dell’Inps e ultimo, il direttore del carcere di via Gleno. Per vent’anni Antonino Porcino ha diretto il penitenziario diventandone, col tempo, il padrone assoluto, potendo disporre di tutto e di tutti. Capace di agganciare relazioni politiche di alto livello e anche di inabissarsi in milieu malavitosi. Sete di denaro e gioco d’azzardo, lui cliente al casinò di Saint Vincent.

Diversi i debiti accumulati negli anni, eppure nessuno dall’alto ha mai pensato di sospenderlo dalla direzione di una istituzione così delicata. Banche e chiesa, si diceva. Tante le indagini sulla pedofilia. Coinvolti alcuni preti. Rapporti con minori consumati in auto e in parcheggi di centri commerciali. Con la Curia di Bergamo costretta a prendere le distanze. Poi le banche e quella rete di potere sul territorio emersa nell’inchiesta su Ubi che oggi porta alla sbarra i dirigenti in carica del terzo istituto di credito italiano. Tra loro il presidente emerito di Banca Intesa Giovanni Bazoli. Il denaro, dunque. Per quello, per il tentativo di truffare milioni alla Regione Lombardia, due sindaci della Val Brembana sono finiti ai domiciliari solo pochi mesi fa. Coinvolti i Comuni di Foppolo e Valleve. Entrambi sulla neve contavano di fare affari, “perché – dirà un testimone – controllare gli impianti sciistici significa controllare la valle”. Neve sporca di malaffare, società fallite e affari con Hong Kong.

Anche tra le forze dell’ordine le indagini hanno aperto squarci inquietanti. Detto della vicenda di Finolli, anche il suo predecessore Vincenzo Ricciardi finisce indagato a Caltanissetta per l’inchiesta sul depistaggio della strage di via D’Amelio. Al centro il falso pentito Vincenzo Scarantino. Tutto, però, finirà in niente.

Il pm stesso chiederà l’archiviazione perché gli atti raccolti non permettono di sostenere l’accusa in giudizio. Tornando sul territorio, solo un anno fa, tre poliziotti dell’ufficio volanti della Questura sono finiti a giudizio perché pizzicati a giocare alle slot in divisa. Anche i carabinieri sono inciampati in guai giudiziari. Nel 2013 un’inchiesta riguarda la compagnia di Zogno e infermieri di un ospedale. Sul tavolo un sistema di notizie riservate da veicolare e altre accuse. Gli indagati saranno oltre 40, non solo carabinieri. Quasi tutte le posizioni verranno archiviate. Ma per pochi le condanne rimarranno.

Nel 2007 scoppiò il caso della Panda nera e di un gruppo di carabinieri e vigili urbani, c’era anche un giovane universitario, che giravano per la Bassa bergamasca, soprattutto di venerdì, picchiando e derubando spacciatori extracomunitari. Quelli della Panda nera erano carabinieri della stazione di Calcio. In aula un vigile ammise le spedizioni punitive, le intercettazioni fissarono passaggi ritenuti importanti dalla Procura. Durante un inseguimento un maghrebino cade da un tetto. In cuffia chi indaga ascolta i commenti: “Preferiscono buttarsi piuttosto che cadere nelle nostre mani”. Anche qui le accuse iniziali e più gravi caddero, molte le assoluzioni, ma anche qualche condanna importante. Nel 2010, invece, in un garage di Bergamo di proprietà di un ex carabiniere del Ros coinvolto nelle indagini sul raggruppamento antidroga guidato dal generale Giampaolo Ganzer, fu trovato quasi un quintale di droga. E di droga si è sempre occupato Pasquale Locatelli, il super narcos internazionale nato a Brembate Sopra. Latitante per anni, prima in Costa Azzurra e poi in Spagna, Locatelli, uomo delle valli, ha trafficato un mare di droga con i cartelli Colombiani. I suoi figli sempre nel 2010 organizzarono a Bonate, nella sede dell’azienda di famiglia, un grande pranzo con 150 operai e diversi ospiti di eccezione. Tra questi, oltre a un arcivescovo, ben tre magistrati del Tribunale e della Procura di Bergamo. Strane amicizie immortalate da un foto che fece il giro di mezzo mondo. E chi la droga l’ha trattata, divenendo uno dei trafficanti più importanti di Cosa Nostra, è stato Gaetano Fidanzati, boss palermitano che ha passato la latitanza (arrestato a Milano nel 2009) in una villa di Parre in Valseriana di proprietà di un ex appartenete ai Colp (Comunisti organizzati per la liberazione proletaria).

Insomma, Bergamo corrotta e silente. Che ora trema. Già perché alla direzione della Procura qualcosa è cambiato con l’arrivo, da oltre un anno, di un magistrato di razza come Walter Mapelli. Durante i suoi 30 anni alla Procura di Monza ha trattato fascicoli decisivi: l’inizio di Tangentopoli con un’inchiesta del 1991 nel Comune di Cologno Monzese. E poi il riciclaggio dei fondi Imi Sir e il tesoro della famiglia Rovelli. Mapelli arrivò a toccare la segreteria del Pd di Pier Luigi Bersani. Poteri e istituzioni a Bergamo sono avvisati.

Isola d’Elba, ritrovata la biblioteca perduta di Napoleone in esilio

Risolto il mistero dei libri di Napoleone Bonaparte all’isola d’Elba: 63 volumi appartenuti all’imperatore francese sono stati ritrovati in uno scatolone, dove erano stati dimenticati per errore. I volumi facevano parte dei 72 libri scomparsi nel 2013 da Villa dei Mulini, una delle residenze napoleoniche all’isola d’Elba durante l’esilio nel 1814. I volumi, che trattano vari argomenti e hanno un interesse culturale elevato, sono stati ritrovati grazie a un accurato sopralluogo che i carabinieri del Nucleo operativo di Portoferraio e i militari del Comando tutela patrimonio culturale di Firenze hanno effettuato in tutti gli ambienti e le stanze dei musei napoleonici all’Elba, rintracciandoli in scatoloni che si trovavano nella galleria Demidoff di Villa San Martino, la residenza estiva dell’imperatore. Dalle indagini è emerso che non si è trattato di una sparizione voluta, perché i volumi sarebbero erroneamente finiti in una scatola sbagliata durante un trasloco nel 2013. Le ricerche ora proseguono per rintracciare gli altri nove volumi ancora mancanti. A far emergere l’ammanco nel 2014 era stata una ditta incaricata dal Comune di Portoferraio di eseguire la catalogazione elettronica dei volumi all’interno dei musei.

Pinti, Traini e quelli del carcere di Ancona

“Sei finito, appena esci dalla cella ti stacchiamo la testa”. Così i detenuti del carcere anconetano di Montacuto si sono rivolti all’arrivo, mercoledì scorso in cella di isolamento, di Claudio Pinti, l’“untore” che avrebbe intrattenuto rapporti sessuali non protetti con 228 partner senza avvisarli della sua sieropositività, contratta nel 2008 da una professionista di Ancona. Dopo la denuncia di una sua ex fidanzata due mesi fa, contagiata tra febbraio e aprile scorsi, la squadra mobile l’ha arrestato con l’accusa di lesioni gravissime. Reato che potrebbe presto essere modificato in omicidio, se le indagini confermeranno il nesso tra il contagio del virus Hiv a una ex compagna di Pinti morta di Aids nel giugno del 2017, dalla cui relazione è nata una figlia, per fortuna sana. Tra le cinque celle della sezione di isolamento del penitenziario, Pinti sta trascorrendo i suoi primi giorni da recluso in quella occupata per circa tre settimane da Innocent Oseghale, prima di essere trasferito. L’unico dei tre nigeriani rimasti all’interno dell’inchiesta su omicidio, occultamento, vilipendio e distruzione del cadavere di Pamela Mastropietro. Gli altri due, Lucky Awelima e Desmond Lucky, sono usciti dal fascicolo principale e dovranno affrontare il processo solo per lo spaccio di droga.

Una notizia presa male dalla procuratore di Macerata, dai familiari di Pamela e anche da Luca Traini, il 28enne di Tolentino che il 3 febbraio scorso, tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere fatto a pezzi della 18enne romana, ha sparato addosso a sette stranieri innocenti, ferendoli. La settimana scorsa, dopo aver ascoltato la notizia che i due nigeriani erano stati scagionati dall’accusa più odiosa, Traini ha avuto una violenta reazione. Necessario il massiccio intervento delle guardie carcerarie per contenerlo, visto che si tratta di un uomo di quasi cento chili. Il giorno dopo ha espiato i suoi peccati davanti all’arcivescovo di Ancona, Monsignor Angelo Spina, impegnato in una visita all’interno della struttura carceraria di Montacuto. Traini ha chiesto – e ottenuto – all’alto prelato di dedicare una preghiera alla memoria di Pamela.

Tornando a Claudio Pinti, la differenza tra il bene e il male, tra livelli di pericolosità sociale, non dovrebbe albergare all’interno di un carcere. Furto, omicidio, spaccio di droga o estorsione, sempre reati sono. Eppure, stando al codice non scritto, interno a qualsiasi ambiente carcerario, alcuni reati vengono considerati in maniera diversa da altri, suscitando reazioni rabbiose e promesse poco edificanti.

La vita del pedofilo o della “gola profonda” in carcere, ad esempio, non sono facili, da qui la necessità di inserirli in ambienti isolati dalle sezioni comuni. A Pinti i detenuti di Montacuto hanno tributato lo stesso tipo di accoglienza: minacce, tutt’altro che velate, di fargliela pagare per il suo subdolo atteggiamento nei confronti di partner ignari.

Aver potenzialmente infettato decine e decine di donne (e anche di uomini, specie nei mesi recenti, quando Pinti aveva aumentato la sua presenza sui siti di incontri gay, l’ultimo proprio il giorno prima di essere arrestato) imponendo il sesso non protetto e non facendo alcuna menzione sul fatto di essere affetto da Aids conclamato, ha disturbato le coscienze. Un atteggiamento odioso, meritevole di vendette assolute. I “colleghi” di Pinti però dovranno fare in fretta. Presto il suo regime carcerario potrebbe diventare incompatibile con la sua condizione fisica, tanto da richiedere il trasferimento in una struttura protetta. Domani, in merito, è attesa la decisione del gip di Ancona.

L’“altra” Pontida: l’unico ad aver paura è il sindaco

Come lo scorso anno, anche ieri i cittadini di Pontida si sono ritrovati ostaggio non certo dei centri sociali e del concerto dell’orgoglio terrone, ma del loro sindaco, il leghista Luigi Carozzi. Il primo cittadino ancora una volta, senza il minimo motivo reale, ha blindato il piccolo paese della Bergamasca, cuore del Carroccio e per anni teatro di manifestazioni dell’orgoglio padano. E quindi ecco ancora una volta l’ordinanza che ha disposta la chiusura del cimitero, delle scuole e dei locali pubblici.

Eppure a guardare bene, passeggiando per la strade centrali di Pontida non tutti hanno ubbidito al loro sindaco. Molti bar, infatti, hanno aperto. “E allora? – dice un avventore – . Facciamo terroni con i polentoni, mangiamo e beviamo”. Altro che paura. Eppure il sindaco sta blindato nella sede della Lega. Allontana i giornalisti, chiama le forze dell’ordine. Nel frattempo sul patrone di proprietà delle Ferrovie si anima il concerto e la protesta contro Matteo Salvini, neo ministro dell’Interno, e la sua politica di respingimenti. Pontida meticcia e antirazzista risponde in note e per rima. In modo pacifico. Portando sul pratone che dista solo qualche decina di metri da quello storico della Lega e delle ampolle, anche la testimonianza del calciatore Mario Balotelli, ex Inter ora al Nizza. Lui, nato a Palermo da immigrati ghanesi e poi cresciuto in quel di Brescia, nelle ultime settimane ha polemizzato con le scelte del governo in tema di immigrazione.

E così ieri, magliette e berrettini portavano la sua firma. Quelli messi come premio per il torneo di calcio antirazzista “Pensi a giocare e non alla fascia di capitano della Nazionale”, aveva sentenziato Salvini. Fascia che peraltro gli spetterebbe essendo il più anziano e quello con più presenze attualmente. Balottelli veniva dato in arrivo sul pratone. “Solo fantasie – spiega un ragazzo – anzi con questa cosa lui si è fatto solo della grande pubblicità”. Decisamente più serio, il punto fissato dal concerto di ieri. “Il festival – dice uno degli organizzatori – è anche dedicato alla memoria di Sacko Soumayla, il 29enne sindacalista maliano ucciso nelle campagne calabresi di San Ferdinando”. E del resto a far comprendere come anche qui, nel cuore della Lega, non tutti la pensino come il leader del Carroccio, sono stati gli stessi cittadini del paesello.

“Hanno le loro idee – spiega qualcuno – ma non siamo preoccupati”. E poi “guardi la polizia, sono meno dello scorso anno”. Già, le Forze dell’ordine sono state discrete e ben lontane dal centro del concerto. Atteggiamento giustificato dal fatto che in questi ultimi giorni, pur monitorando l’area antagonista, non è emersa nemmeno una virgola di allarme. Il concerto alla fine è partito con qualche ritardo. Sul palco, come lo scorso anno, anche i 99 Posse, mentre lo Stato sociale ha inviato un video di solidarietà. Sul pratone qualche centinaio di persone. Molte meno delle circa cinquemila dello scorso anno.

Zuccaro: “Servono hotspot internazionali. Non c’è altra via”

“Ben altri risultati in termini di vite umane salvate e di storie di violenze e abusi evitati si avrebbero con la creazione di hotspot gestiti a livello internazionale. Che è l’unico modo, a mio avviso, di porre fine veramente al vergognoso traffico di migranti da parte delle organizzazioni criminali”. Lo ha detto il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro partecipando alla seconda giornata del convegno nazionale su “Le nuove frontiere dell’immigrazione” promosso dall’associazione di magistrati Area Democratica per la Giustizia (Area Dg).

“Il modo più efficace per fermare il traffico di esseri umani – ha osservato il procuratore Zuccaro – è quello delle intese. La solidarietà umana, che non si può non nutrire per persone che fuggono da situazioni di conflitto e di persecuzione di varia natura, non può consentire la sopravvivenza di un sistema che costringe i migranti a compiere un pericoloso viaggio nel deserto, prima, per consegnarsi nelle mani di spietati assassini dopo, di cui diventano ostaggi e per i quali si organizzano salvataggi in mare per liberarli”.

Merkel, l’alleato bavarese minaccia la crisi sui rimpatri

Tobias Hans, governatore del Saarland, ha parlato di calvario, di possibile strappo. Anche il collega di partito Ingo Senftleben, numero uno della Cdu del Brandeburgo, ha lanciato l’allarme: “Senza un accordo scatta automaticamente l’interrogativo sul futuro comune dell’Unione”. “E susciterebbe un terremoto politico”. La GroKo, la grande coalizione che ha faticosamente assunto il governo 6 mesi dopo il voto, è a rischio implosione. Non per colpa dei socialdemocratici, bensì per le lacerazioni tra la Cdu di Angela Merkel e la Csu, il partito “gemello” bavarese. In ballo c’è l’accelerazione che Horst Seehofer, l’ex governatore della Baviera e attuale ministro degli Interni, vuole imporre sui rimpatri. Dopo aver silurato Jutta Cordt, la presidente dell’agenzia federale che si occupa dei migranti (Bamf), il cui ufficio di Brema aveva avallato almeno 1.200 richieste d’asilo a persone che non ne avevano diritto, Seehofer insiste sulla linea dura. E insiste sui cosiddetti Anker Center, poche e grandi strutture destinate a ospitare i profughi in attesa dell’espletamento delle procedure burocratiche con l’obiettivo di accelerare i rimpatri. La Merkel ha chiesto 14 giorni per trasferire il dibattito a livello europeo, ma la Csu ha fretta: ultimatum che la cancelliera non può tollerare. La Cdu contesta al partito bavarese di pensare solo alle regionali d’autunno, alle quali la Csu punta ha riconquistare la maggioranza assoluta. In Baviera – il Land più ricco, ma anche più “conservatore” – a settembre Alternative für Deutschland ottenne il miglior risultato nella parte occidentale del Paese. Ma visti gli umori, al governo e tra gli elettori, la maggioranza di governo avrebbe anche potuto fare a meno di approvare l’aumento dei finanziamenti pubblici ai partiti (25 milioni l’anno in più), arrivato in concomitanza con l’avvio dei Mondiali. Un classico della politica, anche in Germania.