Le Ong non sono “taxi del mare” e “aiutarli a casa loro” non basta

Diminuiscono gli sbarchi, l’Italia è sotto pressione e dall’Ue riceve un sostegno insufficiente, le Ong non favoriscono le migrazioni dall’Africa e “aiutarli a casa loro” è un concetto assai controverso. Questo il riassunto del Fact Checking sulla questione migranti dell’istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi).

1) Il Calo degli arrivi continuerà? Dipende. Nei primi 4 mesi del 2018 gli sbarchi sono diminuiti del 75% rispetto allo stesso periodo del 2017, anche se il picco si registra tra giugno e agosto. Le scelte politiche degli attori influiscono indubbiamente. Gli sbarchi in Italia, infatti, hanno cominciato a diminuire a partire da luglio 2017.

2) Con il calo degli arrivi il sistema di asilo è più sostenibile? Sì, ma… Il calo degli sbarchi ha provocato un corrispondente calo delle domande di asilo, ma calcolando gli arretrati (circa 150.000 domande da evadere), per soddisfare le richieste l’Italia avrebbe bisogno di più di un anno e mezzo senza sbarchi.

3) Calo degli arrivi: meno morti in mare? Sì. Va da sé che meno gente si mette in viaggio, meno persone rischiano di perdere la vita (anche se i numeri restano impressionanti, vedi grafico in alto).

4) Ong: è vero che sono i taxi del mare? No. Oggi i salvataggi in mare da parte delle Ong nel Mediterraneo rappresentano il 41% del totale (contro l’1% del 2014). Stando ai dati non esiste alcuna correlazione tra aumento dei soccorsi in mare delle Ong e quello degli sbarchi. in Italia. A incidere è semmai l’attività più o meno intensa dei trafficanti.

5) Accoglienza: un sistema ancora in emergenza? Sì. Il nostro Paese non è attrezzato a sufficienza per accogliere rifugiati e richiedenti asilo. nel 2017 l’86% era ospitato in strutture esterne al Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

6) Solidarietà: i Paesi Ue ci hanno lasciati soli? Sì. Tra settembre 2015 e aprile 2018 sono sbarcate in Italia 350 mila persone, l’Ue ha previsto il ricollocamento di sole 35 mila, per di più soltanto per provenienti da Paesi “con un tasso di riconoscimento di protezione internazionale superiore al 75%”, il che equivale, da noi, ai soli eritrei, somali e siriani. Quanto alle risorse economiche, glia aiuti Ue ammontano a un misero 2% delle spese affrontate in media dall’Italia.

7) Pressioni migratorie dall’Africa: diminuiranno nel lungo periodo? No. Se si confermerà il trend di crescita della popolazione e di migrazione, nel 2055 il numero di migranti internazionali dall’Africa subsahariana passerà dagli attuali 24 a 54 milioni, di cui 7,5 diretti in Europa.

8) Aiutiamoli a casa loro è una strategia efficace? Dipende. È dimostrato che l’aumento della ricchezza di un Paese non coincide con una diminuzione immediata dell’emigrazione. Ciò avviene solo dopo la cosiddetta “gobba migratoria”. E poi servirebbero investimenti di molto superiori a quelli attuali. Dal 2010 il monte aiuti dell’Italia, per esempio, è diminuito del 70%.

Altre due navi verso l’Italia, Salvini le blocca via Facebook

Continua nel Mediterraneo centrale la guerra di Matteo Salvini alle Ong, con la sorte dei naufraghi salvati sempre più indefinita. Ieri mattina due navi umanitarie hanno annunciato di aver effettuato dei salvataggi di naufraghi su gommoni partiti dalle coste libiche. La Lifeline della tedesca Seenotrettung ha scritto su Twitter di aver “collaborato con le autorità nel pieno rispetto del codice di condotta, assistendo e trasferendo 118 persone sulla nave Viking Amber (commerciale, nda)”.

Per poi aggiungere: “Chiediamo ora alle autorità italiane di chiarire dove saranno sbarcate le 118 persone”. Nessuna risposta ufficiale. Poco prima era scoppiata una polemica tra la Ong e il ministro. Salvini, appena giunta la notizia del salvataggio, via social, aveva ribadito la politica di chiusura dei porti alle organizzazioni umanitarie: “Sappiano che l’Italia non vuole più essere complice del business dell’immigrazione clandestina, e dovranno cercarsi altri porti dove dirigersi”. “Quando i fascisti ci fanno pubblicità”, il commento dei tedeschi, a cui ha reagito poco dopo il leader della Lega: “A casa nostra comandiamo noi, la pacchia è STRA-FINITA, chiaro?”.

Messaggi duri contro le Ong – che appaiono come il vero obiettivo del governo – sono arrivati anche dal ministro delle Infrastrutture Toninelli: “Le navi #ong olandesi Lifeline e Seefuchs stazionano da ore in acque libiche. In violazione del codice di condotta perché non hanno mezzi e personale adatti a salvare un gran numero di persone. E potrebbero mettere in pericolo equipaggi e naufraghi. L’Olanda le faccia rientrare”, ha scritto su Twitter. Le due navi citate dal ministro sono attive da mesi nell’area tra la Libia e l’Italia.

Sono invece 2.300 le persone mobilitate a Valencia per ricevere l’Aquarius. Numeri mai visti, che rivelano come l’arrivo della nave di Sos Méditerranée – previsto per oggi – venga vissuto come un evento. Carico di orgoglio nazionale, con la Spagna pronta a mostrare all’intera Europa il volto umanitario in una mobilitazione senza precedenti. Sull’edificio del Comune della città catalana è stato messo uno striscione, “Valencia città rifugio”, voluto dall’amministrazione locale, mentre la Croce rossa spagnola ha dichiarato di avere ricevuto molte telefonate da cittadini che si offrivano come volontari e da imprese disposte ad aiutare. La svolta umanitaria del premier socialista Sanchez arriva mentre la penisola iberica sta diventando il fronte più caldo degli arrivi, con centinaia di naufraghi salvati dalla Guardia costiera coordinata da Madrid.

“Il taglio ai fondi Ue ci farà perdere 2,7 miliardi”

Le ipotesi di taglio alla Politica Agricola Comune (Pac) sono insostenibili in un settore chiave per vincere le nuove sfide che l’Unione Europea deve affrontare, dai cambiamenti climatici, all’immigrazione, alla sicurezza. Lo dice il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo in vista dell’inizio della discussione sulla nuova Politica Agricola Comune 2021-2027 che inizierà in Consiglio domani in Lussemburgo, al quale parteciperà il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio. Difendere l’agricoltura italiana è una scelta coerente con il no all’accordo di libero scambio con il Canada (Ceta) e gli altri trattati similari per frenare le importazioni di bassa qualità che fanno concorrenza sleale alle produzioni nazionali e comunitarie annunciato dal governo. Secondo alcune analisi sui dati della Commissione la proposta di riforma presentata potrebbe far perdere all’Italia circa 2,7 miliardi, rispetto all’attuale periodo di programmazione, con un inaccettabile impatto negativo sui redditi degli agricoltori impegnati a garantire i migliori standard di qualità, sanitari ed ambientali.

Meno olio e tanti soldi

Sfiora il 50% la stima del crollo della produzione olivicola in Puglia a causa delle gelate di febbraio e marzo scorsi nelle province di Bari e Foggia, mentre sulle 3 province salentine si è abbattuta la scure della Xylella, con una drammatica riduzione delle olive prodotte fino al 60% per colpa del disseccamento degli ulivi. È il bilancio di Coldiretti Puglia sulla prossima campagna olivicola. “È un bollettino di guerra negli oliveti”, dice Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Puglia, dove si stima che “la nostra economia olivicola, settore portante per l’agricoltura pugliese, perderà quasi 1,8 miliardi di euro nelle province di Bari e Foggia, mentre 1,5 miliardi di euro nel Salento per colpa della Xylella”.

Disposti i pagamenti a favore di 950 agricoltori della provincia di Brindisi e Lecce per i danni subiti sino a settembre del 2015 da Xylella fastidiosa. È stato firmato il provvedimento regionale con il quale si riconoscono 11,75 milioni di euro agli agricoltori danneggiati e interessati dalla prima declaratoria di calamità. Le risorse – precisa una nota della Regione – verranno versate nelle casse dei Comuni in cui gli agricoltori operano per essere poi, finalmente, trasferite ai beneficiari. “La Regione Puglia – scrive l’assessore alle Risorse agroalimentari della Puglia, Leonardo Di Gioia – ha firmato la determina che stabilisce le somme da liquidare ai Comuni per gli agricoltori colpiti dallo stato di calamità da Xylella”.

“La bufala Xylella: non è il batterio a uccidere gli ulivi”

La Xylella, un batterio da quarantena declassato, non è la causa della malattia degli olivi in Puglia. Si chiama Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo (CoDiRO) ed è causato da criticità ambientali, che sono più forti proprio nelle aree focolaio del Salento, dove la desertificazione avanza più che altrove. C’è una stretta relazione tra desertificazione, più inquinamento, e CoDiRO. Una relazione che i politici non vedono. Anzi, l’allora ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, ha emesso un decreto ministeriale (Dm), che obbliga gli agricoltori all’uso massiccio di pesticidi. I salentini stanno lottando contro i governi per bloccare il decreto. I politici pugliesi sono sordi e ciechi di fronte ai risultati incoraggianti delle ricerche condotte dagli olivicoltori salentini e da gruppi di ricerca pubblici e privati. La soluzione al CoDiRO non è l’abbattimento degli alberi, ma il ripristino di buone pratiche agronomiche e di disinquinamento, già pronte sul mercato.

In una società sana, la sequenza naturale delle priorità è prima l’ecosistema, poi la società e per ultima l’economia. I nostri politici fanno il contrario. L’economia di cui si parla non si riferisce a quella umana, ma a quella delle grandi corporazioni, che diventano sempre più ricche, mentre gli umani diventano sempre più poveri. La maggior parte dei patologi ed entomologi, ritenendo che la causa del CoDiRO sia la Xylella e che il suo vettore sia la sputacchina (Philaenus spumarius), un insetto ubiquitario, hanno suggerito che l’unico modo per bloccare la malattia è di uccidere il vettore con insetticidi, di distruggere le erbe spontanee, di cui l’insetto si nutre, con erbicidi e di abbattere gli alberi d’olivo attaccati dal batterio, inclusi anche gli alberi sani che si trovano nel raggio di 100 metri dall’albero infetto. In pratica suggeriscono di distruggere l’ecosistema per bloccare la Xylella. Una strategia che è una vera follia, perché la causa non è la Xylella, ma le criticità ambientali, come vuole la denominazione stessa della malattia: CoDiRO. Criticità che sono a monte del batterio.

Opinione sostenuta anche dalle seguenti semplici osservazioni:

1) non è stato ancora dimostrato, in modo inequivocabile, che la Xylella sia la causa della malattia;

2) ci sono piante d’olivo positive, con il batterio (da anni), che non manifestano la malattia;

3) ci sono piante d’olivo negative, senza batterio, che presentano la malattia e sono la stragrande maggioranza.

I patogeni sono degli opportunisti che diventano virulenti quando le piante, a causa delle criticità, diventano vulnerabili alle avversità. L’olivo, come tutte le piante, s’indebolisce soprattutto quando non riesce più a nutrirsi, vivendo in un terreno sterile e/o inquinato. Diversi ricercatori degli Stati Uniti hanno mostrato, senza equivoci, che la molecola del glifosato, principio attivo dell’erbicida Roundup, causa sterilità dei terreni. Dai report pubblici pugliesi si evince che in provincia di Lecce (aree focolaio), il consumo di erbicidi è di molto superiore a quello delle altre province.

Il problema degli olivi in Puglia è antico. Da quando la teoria dei germi di Louis Pasteur (XIX secolo), con l’aiuto delle case farmaceutiche di allora, prevalse sul pensiero dei suoi contemporanei, A. Béchamp e C. Bernard, che sostenevano che la causa delle malattia non è il germe, ma il terreno, le multinazionali del farmaco avviarono quel grande business che le fece diventare così ricche da comprarsi le banche e i governi.

Si è sviluppato così un sistema antisociale, che diventa sempre più potente. Ciò spiega perché la storia della malattia degli olivi in Puglia non poteva avere una storia diversa. Pasteur vuole che la causa sia il batterio, non il terreno o le criticità ambientali.

Nel 1982, circa un secolo dopo Pasteur, arriva uno dei nostri, Teruo Higa, un microbiologo, che cercando alternative alla chimica in agricoltura scopre i Microrganismi Effettivi (Em) benefici in agricoltura. Il successo di alcuni olivicoltori salentini nel guarire i loro olivi è dovuto anche all’uso di Em. Buoni risultati con gli Em ha ottenuto anche il Cra (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura), ma il ministero competente, che vigila sul Cra, non li conosce.

La cosiddetta scienza oltre a pensare di salvare gli olivi facendo fuori la Xylella pensa che si possa fare sostituendo le varietà suscettibili al batterio con quelle tolleranti. Ma che scienza è una scienza che ignora l’importanza della biodiversità negli agroecosistemi? La sostituzione di varietà suscettibili con quelle tolleranti comporterebbe una riduzione della biodiversità, oltre a rivelarsi un rimedio limitato nel tempo, se non vengono rimosse le vere cause della malattia.

La fisica quantistica insegna che l’inquinamento causa malattie, perché interferisce negativamente con le frequenze vibrazionali degli organismi viventi, come l’olivo e l’intero ecosistema. La suscettibilità alle malattie è conseguenza di frequenze vibrazionali distruttive, prodotte dall’inquinamento. Esistono già dei prodotti, come Bio Aksxter e Gold Manna, che hanno l’effetto di disinquinare e influenzare positivamente le frequenze delle piante trattate e dell’ecosistema. L’evoluzione culturale emergente suggerisce che abbiamo bisogno di passare da una visione cartesiana e riduzionistica a un visione olistica.

 

BlackRock: viaggi e lusso per “comprare” i consulenti

La roccia nera non ha contratti di consulenza in Italia. Non ha analizzato, per la Banca d’Italia il volume dei crediti deteriorati, come ha fatto in Grecia e in Olanda. Non investe nell’immobiliare, perché come ha detto nel 2016 Thomas Lee, direttore strategico di BlackRock, “preferiamo investire nel nord dell’Europa, dove il mercato immobiliare è più ‘liquido’ e trasparente”. A Londra, come a Berlino, il leader mondiale dei fondi passivi sta comprando quartieri interi di alloggi per studenti e case per anziani.

BlackRock in Italia fa il suo business, colloca i fondi in un Paese molto virtuoso per il risparmio: nel 2017 siamo arrivati a 2.000 miliardi investiti nell’industria finanziaria, quasi quanto il nostro debito pubblico (2.300 miliardi), 97 miliardi solo nel 2017, il doppio rispetto al 2016.

BlackRock colloca i suoi fondi attraverso le banche dov’è azionista e le reti di distribuzione come Azimut, dov’è ormai presente al 9,71% (dati Thomson One-Reuters, confermati da Consob). Dice il professor Daniela Gabor dell’Università del West England a Bristol: “BlackRock, come altri gestori del risparmio, usa i clienti delle banche per fare il suo business, senza prendere rischi e, soprattutto, senza gli stessi controlli delle banche”. In Italia, un gestore di fondi aggiunge: “A BlackRock non interessa la gestione di un’azienda, come azionista, non presenta mai nomi per un consiglio d’amministrazione, come per esempio fa la Norges Bank. La roccia nera esercita la sua lobby prima di un’assemblea generale, a porte chiuse, nelle banche dov’è azionista, per assicurarsi che i suoi fondi vengano collocati”.

Lobby di alto livello, i rapporti con Intesa

Come viene fatta allora questa lobby? Prima di tutto al più alto livello. L’anno scorso l’amministratore delegato di Banca Intesa (dove Blk è secondo azionista con il 5.1%), Carlo Messina, ha ricevuto dalle mani dell’ad di BlackRock, Larry Fink, il premio della Foreign Policy Association per la Corporate Social Responsibility. Lo stesso anno, secondo il Wall Street Journal, la filiale di Intesa per la gestione patrimoniale, Fideuram, ha investito 20 milioni di euro dei 700 milioni della prima emissione obbligazionaria europea di BlackRock. “Rapporti ottimi, dunque, tra Intesa e BlackRock, cementati anche da operazioni incrociate”, scrive il quotidiano americano. Ed è di pochi giorni fa la notizia che BlackRock sta trattando per il 10% di Eurizon, la società di asset management del gruppo Intesa Sanpaolo.

I rapporti tra una banca e un gestore di fondi vengono cementati anche da accordi scritti, negoziati a inizio anno tra top manager – confermata a Investigate-Europe da Fideuram – che prevedono, tra l’altro, le sponsorizzazioni di eventi formativi. È una pratica diffusa nel mondo bancario, così come lo è stata per le case farmaceutiche, ma anche molto discussa. Il gestore di fondi copre alcune spese di un viaggio premio per coloro che poi venderanno quei fondi ai clienti di una banca. “È un modo per fidelizzare il promotore finanziario facendogli vedere un mondo di paillettes, con donne, auto di lusso, posti fantastici”, dice un promotore senior incontrato a Milano, che ha partecipato ad alcuni di questi viaggi. Nel programma vengono inserite delle ore di formazione, così la sponsorizzazione si confonde con la formazione. Lo fanno tutti, dicono nel settore. Anche BlackRock. Nel 2015 la roccia nera, dalla sua sede di Milano, ha pagato 164.000 euro per un viaggio in Egitto della “Première League”, i migliori venditori di Banca Generali (vedi l’immagine dellafattura) al Palace Hotel Sahal Hasheesh nella località di Hurghada (viaggio documentato anche dalla puntata di Report del 5 giugno 2016). Nel marzo 2015, come si legge in un’altra fattura, BlackRock ha pagato 112.850 euro per un campus di formazione agli impiegati di Fideuram, nella splendida Abbazia del Spineto in Toscana.

“Non sono ‘viaggi’, ma un meeting importante dove per quattro giornate dalle 9 della mattina fino al pomeriggio ci sono incontri con tutte le case (non solo BlackRock) con focus sui fondi, scenari di mercato, simulazioni di portafoglio”, ha risposto Banca Generali alle nostre domande. Fideuram ha anche precisato che si tratta di “attività formative e non di viaggi-incentivi”.

Ma perché allora non organizzarle in un ufficio a Milano o al massimo, nel quartier generale europeo di BlackRock a Londra, invece di un resort con campi di golf, feste e divertimenti?

Così viene aggirata la regola europea

La direttiva europea sui mercati finanziari, Mifid, vieta già dal 2004 gli incentivi “offerti” alle banche (articolo 52 Regolamento Intermediari): “Gli intermediari (le banche) non possono percepire compensi o commissioni a eccezione di: pagamento di compensi o commissioni o la fornitura di prestazioni non monetarie è volta ad accrescere la qualità del servizio fornito al cliente”. La Mifid II, entrata in vigore lo scorso febbraio, accentua ancora di più il divieto assoluto di incentivi, se non si dimostra il vantaggio per il cliente e se – si legge – non pregiudichino l’adempimento dell’obbligo di agire in modo onesto, equo e professionale nel migliore interesse del cliente”. Marcello Maggiolo, professore di Diritto privato all’Università di Padova, spiega che, “la banca se vuole evitare la condanna deve dimostrare che ha procurato uno specifico vantaggio per il singolo cliente. E se non riesce a dare questa precisa dimostrazione viene condannata”. Ma se c’è la formazione, un evento sponsorizzato, questo può essere giustificato? “Dopo sarà il giudice che decide se questo genera uno specifico vantaggio per il cliente, non un generico vantaggio per tutta la clientela”. Ma, al di là del diritto, come giudica i viaggi formativi, premio e quant’altro? “Trovo che siano cose quantomeno ineleganti, non è detto che ci siano chissà quali malefatte dietro, però siccome il mercato finanziario è basato sulla fiducia e i risparmiatori devono avere fiducia sul funzionamento del mercato e delle sue istituzioni, diciamo che una cosa così non aiuta ad accrescere la fiducia del mondo finanziario e alla fine questo diventa un danno per tutti”. BlackRock ha gestito da noi un patrimonio di 67 miliardi nel 2015 e di 79 miliardi due anni dopo, nel 2017. L’Italia è sicuramente un buon mercato.

“Occupati ai livelli pre crisi, però il precariato dilaga”

Nel 1° trimestre 2018 il numero degli occupati ritorna ai livelli precedenti la crisi, ma lo stesso non avviene per la quantità di ore lavorate che risultano 639 milioni in meno rispetto a 10 anni fa. Lo sottolinea il report “Ore lavorate e Pil 10 anni dopo” della Fondazione Di Vittorio della Cgil. “Il numero di persone occupate recupera il livello massimo toccato prima della crisi (circa 23 milioni), ma la quantità di lavoro prestata nel primo trimestre 2018 è ancora inferiore di 693 milioni di ore a quella dello stesso trimestre del 2008; tale differenza corrisponde a -1,2 milioni di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno (Ula), che rappresentano il numero di ore necessario per coprire continuativamente a un orario standard un posto di lavoro”. “Questi dati – dice il presidente della Fondazione Di Vittorio, Fulvio Fammoni – segnalano, assieme al tempo determinato e part-time involontario, il peggioramento della qualità dell’occupazione”. Gli occupati a termine nel 1° trimestre del 2018 sono 2,92 milioni, circa 600 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2008. Il part-time (oltre il 64% involontario) si attesta, invece, a quota 4,27 milioni, un milione in più rispetto allo stesso periodo del 2008”.

Svolta Penguin, solo libri di autori “diversi”

Speriamo che l’ironia abbia ragione dell’ultima infuocata “polemica culturale” che scuote il mondo occidentale delle Lettere, che quando c’è odore di impegno morale, al contrario di quanto suggeriva J. Rodolfo Wilcock (“mettersi a letto”), è sempre pronta a indossare l’elmetto. La gloriosa casa editrice britannico-americana Penguin Random House ha annunciato di voler pubblicare d’ora in poi soprattutto opere di autori i quali riflettano “la società britannica, tenendo conto di etnia, genere, sessualità, mobilità sociale e disabilità”. Qualunque cosa voglia dire “mobilità sociale”, si suppone che ciò comporti che, nella scelta di ciò che deve finire nel catalogo, Penguin favorirà il cosiddetto “rispetto delle minoranze” piuttosto che il valore delle opere letterarie.

La scrittrice Lionel Shriver ha provocato: quindi, “se un agente sottopone il manoscritto di un gay transessuale caraibico che ha abbandonato la scuola a sette anni e va in giro su un carrozzella per disabili verrà pubblicato, anche se questo manoscritto è un’incoerente e noiosa pila di carta riciclata”. Lo spirito non è stato gradito sui social, dove Shriver si è presa della razzista per aver tirato in ballo i disabili senza usare una di quelle formule che rispettano la liturgia assolutoria del piagnisteo; mentre – siccome il sadismo è la cifra dell’epoca – i movimenti sedicenti pro-vita, in cui militano quei conservatori bigotti ossessionati dall’utero altrui, l’hanno issata a paladina dei diritti dei “normali” contro “la lobby Lgbt”.

A parte il gioco di follie incrociate, la vicenda rivela molto del tempo attuale. Intanto fa sospettare che i responsabili di una casa editrice oggi possano sentirsi in imbarazzo a dire a un autore che il suo libro fa schifo, perché se questo appartiene a una delle categorie presunte “protette” potrebbe essere additata come razzista, finire citata in tribunale o, peggio, sotto il fuoco inquisitorio dei social network. E poi fa capire quanto abbia preso piede la società del finto merito, in cui la discriminazione estetica di un’opera d’arte viene confusa con la discriminazione razziale o sessuale di chi l’ha prodotta. In effetti non si sa se sia più stupido stampare un libro solo perché il suo autore risponde ai requisiti etnici/sessuali/sociali/biomedici per una agevolazione d’ufficio, o non pubblicare autori che non siano maschi bianchi occidentali fisicamente abili e eterosessuali, scelta suicida per una casa editrice che voglia essere proiettata nel futuro sempre più ibrido, globalizzato e, si spera, aperto alle differenze.

In base al citerio-Penguin, Louis-Ferdinand Céline non potrebbe pubblicare i suoi libri in quanto antisemita (e in effetti 4 mesi fa Gallimard ha censurato gli Scritti polemici, ritenendoli “un’incitazione all’odio razziale”). Chi non sente una fitta al petto al pensiero che Einaudi avrebbe potuto rinunciare a pubblicare La cognizione del dolore di Gadda, nel 1963, per favorire al suo posto il romanzetto di una cameriera rivelatasi in-quanto-donna-con-scarsa-mobilità-sociale, non ama la letteratura in sé, come regno dell’inattualità, ma come mezzo per aggiustare i guasti della società, in cui le persone sono davvero discriminate sulla base del genere, dell’etnia e del censo.

Leggiamo Thomas Mann non perché era omosessuale, ma perché è Thomas Mann. L’astrofisico Stephen Hawking, scomparso a marzo, è stato sepolto a Westminster tra Darwin e Newton non perché la cattedrale avesse giusto in serbo una tomba in quota disabili da assegnare al primo laureato con la Sla, ma perché Hawking è un gigante del pensiero e la comunità scientifica ne ha riconosciuto il genio.

C’è un rischio a lungo termine, in questa ridicola corsa al lavacro collettivo della coscienza: che si allevi una generazione di analfabeti e si costringa gli scrittori di domani a formarsi su opere addomesticate, scritte da autori consegnati al successo solo perché “diversi” (esiste cosa più razzista?). Per “rispecchiare la società” non serve scomodare la letteratura: basta aprire Facebook. Questo è quel che fanno le cattive guide, che indirizzano la vittima su una strada indicandogliela come l’unica giusta e poi l’abbandonano in mezzo alle tenebre.

S’impicca nella tipografia Sciopero dei giornali Gedi

Sempre più morti sul lavoro e sempre più morti a causa della mancanza dello stesso. La notizia della chiusura del centro stampa di via Gregorcic 31 a Savogna, in provincia di Gorizia, era arrivata solo qualche giorno fa. È quasi certamente questo il motivo per cui un uomo di 49 anni, un poligrafico residente a Gorizia ma originario di Tarcento in provincia di Udine, ha deciso di togliersi la vita. A ritrovare il corpo nel suo ufficio sono stati i colleghi alle 3 della notte tra il 15 e il 16 giugno, scoprendo anche un biglietto nel quale la vittima ha voluto chiedere scusa ai familiari per il suo gesto estremo. “Da ciò che è stato appreso – ha dichiarato il colonnello Pasquale Starace del nucleo operativo dei Carabinieri di Gorizia – persone vicine alla vittima hanno dichiarato che l’uomo negli ultimi giorni aveva palesato un senso di colpa per aver rifiutato un trasferimento a Padova”.

Il centro tipografico di Savogna dove vengono stampati sia il Messaggero Veneto che Il Piccolo, quotidiani di proprietà del Gruppo Gedi, sarà infatti presto chiuso e l’intera attività trasferita nella sede di Padova.

Immediata la reazione delle redazioni dei due quotidiani del Friuli-Venezia Giulia, che hanno proclamato uno sciopero per l’intera giornata di ieri e fino alle 12 di oggi. In serata anche le redazioni di Stampa, Secolo XIX, Tirreno, Gazzetta di Mantova, Nuova Gazzetta di Modena, La Nuova Ferrara e la Gazzetta di Reggio Emilia hanno deciso lo stop. “La notizia colpisce profondamente le nostre redazioni – si legge nel comunicato dei Comitati di redazione – che in questo periodo sono alle prese con una serie di novità, a livello lavorativo, organizzativo e grafico, intraprese da Gedi News Network”.

Il centro stampa di Gorizia, a regime da circa sei anni dopo la dimissione delle rotative di Trieste e Udine e il loro accorpamento nell’Isontino, smetterà di essere operativo il prossimo mese. A partire da luglio è previsto anche il trasferimento del personale non interessato da eventuali prepensionamenti nel Centro stampa padovano dello stesso gruppo. Come confermato dal colonnello dei carabinieri Starace , dunque, le motivazioni del gesto del poligrafico, nato nel 1963 e che lascia la moglie e una figlia di undici anni, sono da ascriversi alla situazione lavorativa e “al momento, assolutamente non a cause familiari”.

Anche la rappresentanza sindacale unitaria dei poligrafici delle due testate ha espresso massima solidarietà alla famiglia del “collega Roberto”, avallando così l’ipotesi per cui il tragico gesto sia stato compiuto esclusivamente in relazione alla situazione lavorativa. Nella nota inviata dall’Rsu dei poligrafici del Piccolo e del Messaggero Veneto, si legge infatti che con la giornata di sciopero indetta si vuole sottolineare “il clima di sgomento che circonda i lavoratori dello stabilimento di Gorizia destinati a un repentino trasferimento nella sede di stampa di Padova che è stato stabilito dall’editore nella mera considerazione dei numeri, scavalcando le pesantissime conseguenze che una tale decisione avrà sulla vita delle loro famiglie”.

La notizia del gesto del poligrafico friulano arriva dopo un giorno particolarmente tragico dal punto di vista degli incidenti sul lavoro. Venerdì scorso, infatti, a Colonnella (Teramo) un 62enne è rimasto schiacciato, morendo sul colpo, da una ruspa all’interno di un capannone per la lavorazione del compost. Sono rimasti invece ustionati gravemente due operai di 38 e 39 anni mentre lavoravano in una fonderia di Bergamo, colpiti da una colata di ghisa incandescente. Rispetto a questo incidente Fulvio Bolis, responsabile Sicurezza sul lavoro dei metalmeccanici Fiom-Cgil di Bergamo, ha dichiarato che “vanno individuate e messe in atto al più presto pratiche e azioni che vedano prioritaria la sicurezza”.

 

Volevano occupare piazza San Marco, rinviati a giudizio

I secessionistilombardo-veneti si erano costruiti un tanko, un carro armato artigianale, con il quale volevano partire all’assalto di piazza San Marco a Venezia. Ora la Procura di Rovigo ha rinviato a giudizio 31 di loro, mentre per altri 15 si è ritenuto di non procedere.

Era l’aprile del 2014: l’avventura dei secessionisti – che volevano ripetere un’analoga azione eclatante del 1997, in un luogo simbolico, per combattere per l’indipendenza dei Veneti – si era conclusa ancora prima di iniziare. In un capannone abbandonato nel Padovano, curiosamente chiamato “Arsenale”, i militari del Ros avevano trovato il carro armato in costruzione. I secessionisti coinvolti nell’inchiesta sono accusati di associazione sovversiva.

Al di fuori del tribunale, dove si è tenuta l’udienza preliminare, si sono radunati, controllati a vista, alcuni secessionisti con manifesti e striscioni, a cantare cori a favore dell’indipendenza. Lo scorso febbraio il Tribunale di Rovigo aveva condannato a due anni per associazione eversiva il bresciano Michele Cattaneo, ritenuto l’artefice del cannoncino del carro armato artigianale.