Posto al ministero per Dorina Bianchi

In Calabria non ci vuole proprio tornare Dorina Bianchi. Eppure, con i voti dei calabresi, dal 2001 al 2018 è stata parlamentare della Repubblica, vicepresidente della commissione Affari sociali, capogruppo della commissione Igiene e Sanità del Senato, vicecapogruppo della Camera e finanche sottosegretario del ministero dei Beni culturali.

Da destra a sinistra, passando tre volte dal centro, la sua è stata una carriera politica piena di ripensamenti e soprattutto lunga. Non quanto l’elenco dei partiti in cui ha militato: Ccd (2001-2002), Udc (2002-2005), Margherita (2005-2007), Partito democratico (2007-2009). Udc di nuovo (2009-2011), Popolo della Libertà (2011-2013), Nuovo Centrodestra (2013-2017) e Alternativa popolare (dal 2017).

Il sito Dagospia l’aveva definita “Lady trasloco” ma, a quanto pare, Dorina Bianchi si è stancata di viaggiare e vuole rimanere a Roma.

Dopo 17 anni tra Camera e Senato, l’ormai ex parlamentare di origini crotonesi sarebbe dovuta tornare all’ospedale di Cosenza dove risulta in organico come “dirigente medico” nel reparto di Neuroradiologia.

I pazienti e i suoi “nuovi” colleghi del nosocomio calabrese, però, dovranno aspettare ancora un po’ per vedere di nuovo il camice bianco del medico prestato alla politica. Con un decreto del ministero della Salute, firmato il 29 marzo 2018 dalla Lorenzin, infatti, è stato “disposto il comando della dottoressa Dorina Bianchi per le esigenze della Direzione Generale della Programmazione Sanitaria finalizzate alla realizzazione delle attività di supporto tecnico alle funzioni di monitoraggio, verifica e controllo dell’assistenza sanitaria del SIVeAS”.

In altre parole, dopo i governi Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, adesso che non siede più sullo scranno delle varie maggioranze, Dorina Bianchi è ancora indispensabile a Roma. Dal 4 giugno al 31 dicembre 2018, le è stato affidato un settore delicatissimo. Fino ad allora lo stipendio, gli oneri previdenziali e assistenziali, “sono a carico del ministero della Salute, che provvederà successivamente a rimborsare quanto anticipato dall’azienda sanitaria di Cosenza”.

Il direttore generale dell’Asp, Achille Gentile, non ha potuto fare altro che prenderne atto e deliberare il nulla osta richiesto il 1º giugno (appena sette giorni prima) dall’ex parlamentare e concesso dalla Direzione strategica dell’azienda sanitaria.

Prima delle elezioni politiche del 4 marzo, questo era stato il commento di Dorina Bianchi sul perché ha rinunciato alla sua quinta legislatura: “Ho deciso di non partecipare, con una mia candidatura diretta, alle imminenti elezioni politiche ma resto convinta che si possa continuare l’impegno politico profuso in questi anni anche fuori dal Parlamento”.

Ha mantenuto la parola circa il suo futuro impegno politico “fuori” da Montecitorio e Palazzo Madama. Probabilmente la maggioranza giallo-verde, l’avrebbe costretta a riposizionarsi. Più comodo il ministero della Salute.

“Sono indipendente e di sinistra e corro più di Casaleggio jr.”

È il mago dei trapianti di fegato. È il più votato alle scorse elezioni comunali a Ivrea. È il possibile candidato presidente, l’anno prossimo, della Regione Piemonte. Il professor Mauro Salizzoni, nato a Ivrea 69 anni fa e chirurgo di fama internazionale che opera alle Molinette di Torino, ha tre passioni: la chirurgia, ma rigorosamente in ospedali pubblici; la politica, ma solo se è decisamente di sinistra; e la corsa, lungo il Po a Torino o alla Ivrea-Mombarone, 21 chilometri quasi tutti in salita. “Fino a qualche anno fa correvo tutti i giorni, ora mi alleno due, tre volte alla settimana”.

Ha sempre battuto Davide Casaleggio: alle elezioni comunali e correndo alla Ivrea-Mombarone.

Finora sì, sono sempre arrivato in cima al Mombarone, 2.300 metri, prima di Davide, che come me non manca mai a questa classica. Adesso però lo vedo in tv molto tirato, forse si sta allenando, chissà se riuscirò a batterlo anche alla prossima edizione.

Intanto lei ha sconfitto i Cinquestelle in una loro città-simbolo, Ivrea, dove ha ottenuto il record di preferenze.

Ivrea è la città dove ha lavorato Gianroberto Casaleggio e dove ha casa suo figlio Davide. Ma dal punto di vista politico, lì il Movimento 5 Stelle non ha grande radicamento. Così è rimasto escluso dal ballottaggio, che si svolgerà tra il candidato del centrosinistra e uno della Lega. Quanto a me, è vero, ho avuto un buon numero di preferenze, 437, come indipendente nelle liste del Pd. Ripeto: indipendente. A Ivrea, la mia città, farò il consigliere comunale con grande impegno. È un momento difficile per la parte politica a cui sento di appartenere.

Perché ripete “indipendente”? Dica la verità: a lei, vecchio comunista non pentito, Matteo Renzi non è mai piaciuto.

Ci ho provato all’inizio a farmelo piacere ma è durata pochissimo. Io sono stato iscritto al Pci fin dagli anni dell’università, sono stato negli organismi direttivi del partito, ma poi è prevalsa la mia passione per la medicina. Sono stato tra i primi iscritti di Rifondazione comunista, quando però sono arrivate le divisioni mi sono stufato. Basta impegno diretto nei partiti, ma passione politica sempre, fedele ai valori della sinistra.

È amico di Sergio Chiamparino, l’attuale presidente del Piemonte.

Sì, lo conosco da tantissimi anni. Qualche volta corriamo insieme nel parco del Valentino o lungo il Po.

È vero che le ha chiesto di fare il candidato presidente alla Regione, il prossimo anno, nel caso Chiamparino non si ricandidi?

Ne abbiamo parlato, io ho dato la mia disponibilità, ma non è deciso niente. Si vedrà.

Con i Cinquestelle come va? Ha incontrato la sindaca di Torino Chiara Appendino e il vicesindaco Guido Montanari.

Sì, per parlare della Città della Salute. L’ospedale dove lavoro, le Molinette, è come una vecchia auto che non ce la fa più. Va costruito il nuovo polo della sanità torinese, sull’area ex Avio del Lingotto. La competenza principale è della Regione, ma anche il Comune può e deve dire la sua. Ne ho parlato con Appendino e Montanari e ho trovato un’ottima attenzione. L’anno prossimo spero ci sia la posa della prima pietra.

In trent’anni di carriera, ha fatto oltre 3 mila trapianti.

Siamo a più di 3.200 interventi in 28 anni. Non da solo: li ha fatti il Centro trapianti dove lavoro con i miei collaboratori, tutti bravissimi.

A novembre, raggiunti i 70 anni, andrà in pensione. Ha scelto di restare a lavorare alle Molinette. Gratis.

Mi pagano l’assicurazione, altrimenti non potrei operare. Sono contento di continuare a dare una mano ai miei ragazzi.

Potrebbe andare a operare in qualche clinica privata.

È contro la mia mentalità.

Lei è sempre stato fedele alla sanità pubblica. Nel privato avrebbe guadagnato 10, 15 volte di più. Oggi sarebbe ricchissimo.

È vero, ma non sono poverissimo anche così. Sono convinto che la sanità pubblica deve avere la priorità. È qui che arrivano le patologie più complesse e tutti devono avere il diritto a essere operati. La salute è un bene pubblico, non un commercio.

Lei taglia il fegato da trapiantare con le mani, senza bisturi. È una leggenda?

Il chirurgo è sempre rappresentato con il coltello in mano. Ma il bisturi serve per lo più per aprire l’addome, poi si usano altri strumenti, pinze, forbici. E le mani, sì: niente di sciamanico, è una tecnica che migliora i risultati dei trapianti e che ho imparato tanti anni fa in Vietnam, dopo essere stato in Belgio e negli Stati Uniti.

La zarina e il megafono fanno la voce della Lega

“Questo è un esercito. Chiedi a me”. Montecitorio, ingresso trionfale dei deputati leghisti nei locali del gruppo, dopo le elezioni del 4 marzo. Qualche giovane new entry viene intercettata dai giornalisti e immediatamente bloccata dal capo ufficio stampa del Carroccio, nonché portavoce di Matteo Salvini, nonché zarina della Lega.

Iva Garibaldi da Salerno, classe 1969, accento e colori meridionali, trapiantata a Roma, è la donna forte della Lega di governo. “Chiedi a Iva”, risponde qualsiasi prima o seconda fila del partito, interpellata per una comparsata tv o per un’intervista. “Passa per me”, fa da controcanto lei. Gentile, ma implacabile. Obiettivo: far passare l’immagine di un progetto politico granitico. Un tempo cronista per la Padania, arriva alla Lega Nord con Domenico Comino, ministro per le Politiche Ue nel primo governo Berlusconi. Quando lui strappa con Umberto Bossi alla fine degli anni ‘90, lei rimane nell’ufficio stampa leghista prima con lo stesso Bossi, poi con Roberto Maroni. Il suo ruolo diventa centrale solo quando Matteo Salvini è eletto segretario nel 2013. Con lui fa la traversata del deserto, dalla Lega del 4% a oggi. “Ti porto Salvini? Me la fai una diretta con lui?”, ha ripetuto per anni, costruendo pazientemente l’immagine tv del leader. Oggi fa parte del suo cerchio magico strettissimo.

Ma alla gestione del neo ministro dell’Interno lavora anche Luca Morisi, 45 anni, originario di Mantova, dedito ai social network. Mingherlino e schivo, “digital philosopher. Social-megafono, mi occupo quasi 24×7 della comunicazione per il Capitano”, si presenta sul suo profilo Twitter. La sua pagina Facebook ha come protagonista unico Salvini: Morisi fa colazione e posta un pezzo di giornale, va a dormire mentre condivide le foto di un comizio di quello che chiama sempre e solo “il Capitano”. La sua identità sparisce del tutto e in molti raccontano di un rapporto simbiotico con il suo “assistito”. I due si conobbero proprio su Fb in tempi lontani, ma è dal 2014 che lavorano insieme. Morisi faceva il professore a contratto a Verona, ora con un team sparso in giro per il territorio occupa i social per conto del leader, grazie a un sistema informatico dal nome evocativo “La Bestia” sviluppato dalla sua società, la Sistemaintranet, controllata con il socio Andrea Paganella.

Con quella, Morisi ha ottenuto appalti dalle Asl lombarde per 1 milione di euro tra il 2009 e il 2016. Spesso assegnati senza gara, perché d’importo inferiore ai 40 mila euro.

Se la Garibaldi si è fatta notare per essere arrivata al ricevimento al Quirinale del 2 giugno in abito rosso lungo, accompagnata da Rocco Casalino, il portavoce del M5S, Morisi con lo stesso Casalino è stato seduto al tavolo del contratto di governo, durante tutti i lavori, insieme ai futuri ministri. Tra comunicazione e politica il nesso è talmente indissolubile, che a volte è difficile persino capire cosa venga prima.

Ora, Iva collabora con Rocco, Morisi ha iniziato a dare una mano al premier Giuseppe Conte. Anche comunicativamente la Lega si espande. Subito dopo la formazione del governo, tra un brindisi e l’altro, Morisi annunciava: “Dobbiamo costruire una comunicazione per un governo populista”. È lui che ha fatto esplodere il fenomeno Salvini, tra una ruspa, una felpa e un tweet a Maria De Filippi. È lui che si è inventato in campagna elettorale il gioco “Vinci Salvini”. Un concorso che premiava chi metteva più like ai post del leader. “Se sarai uno dei vincitori, ci incontriamo”, annunciava lo stesso segretario. Obiettivo? Acquisire il più alto numero possibile di contatti e profilarli con elevata precisione. Come ogni spin doctor che si rispetti, Morisi ci tiene a dire che Salvini interviene in prima persona sulle scelte, che spesso annuncia un attimo prima che sta per fare una diretta Fb.

“Core business” della campagna elettorale sui social: i migranti. Tanto che l’hashtag #chiudiamoiporti era ampiamente preparato e testato nell’efficacia: lunedì la pagina Fb di Salvini ha guadagnato 46 mila like in più. Balzo enorme negli ultimi anni: nel 2014 i like a Salvini su Fb erano circa 60 mila, oggi sono oltre 2 milioni e mezzo: davanti alla Merkel, è il primo leader europeo. E con 760 mila follower su Twitter, 261.000 su Instagram ha superato Luigi Di Maio. Una avanzata costante (e ben pagata: alla Lega la società di Morisi ha fatto fatture da 300 mila euro). In linea con gli annunci, la comunicazione di governo è arrembante, propagandistica e con toni sporchi. Lo staff di Morisi parla di “formula TRT” (Tv-Rete-Territorio).

Se Morisi diffonde l’immagine del “Capitano” è sempre la Garibaldi che si fa carico del fatto che non escano degli spifferi: ma per ora il partito di Salvini (che ha praticamente fatto fuori tutta la vecchia Lega) sembra quasi non avere correnti.

Decisa, onnipresente, sul pezzo giorno e notte: così Iva la descrivono amici e nemici. Sempre nella delegazione della Lega durante le consultazioni, la Garibaldi si materializzava quasi per caso ovunque ci fossero giornalisti, nei giorni clou. Qualche battuta, pochi concetti. Spesso i suoi messaggi assomigliano a rebus. Una mezza parola, un indizio. Stile, condiviso dai big del Carroccio. In tv ha cercato di garantire una presenza della Lega in ogni trasmissione di un’emittente al giorno. Ma si riserva pure di decidere che la Lega in alcuni momenti ai talk show non partecipa. Una grana per i conduttori, che devono giustificare il fatto di non avere esponenti di governo. È lei che decide la squadra. Ne fanno parte Lorenzo Fontana, Gian Marco Centinaio, Massimiliano Fedriga, Lucia Borgonzoni, Alessandro Morelli, Nicola Molteni. E poi, capita di vedere Edoardo Rixi e Riccardo Molinari (in pole per la poltrona di capogruppo). Giancarlo Giorgetti viene messo in campo solo nei momenti cruciali. Armando Siri fa per sé, mentre Bagnai e Borghi sono stati tenuti per quanto possibile lontani: non del tutto allineati. Lontani dai riflettori anche quelli che furono della Lega Nord. Personaggi come Giancarlo Gentilini o Mario Borghezio non si vedono più. E quando Roberto Cota, ex presidente della Regione Piemonte, dopo l’assoluzione per rimborsopoli andò su La7, evidentemente senza avvertirla, lei ebbe da ridire.

Ora che le “punte” sono tutte al governo, toccherà rimpiazzarle. Forse anche per questo Iva, che non dovrebbe avere un ruolo formale al Viminale, è meno disponibile di prima. Deve trovare nuovi volti. E poi ora ha il coltello dalla parte del manico.

Il leghista, Marx e Almirante

“Una via per Giorgio Almirante? E che problema c’è? A Roma ci sono vie per Togliatti e per Marx”. La peculiare analisi storica è uscita dalle labbra di Matteo Salvini. Per il leader della Lega non ci sarebbe nulla di male a intitolare una via all’ex leader del Movimento Sociale, perché “le idee non si processano”. Ma che c’entra Marx? Che c’entra il filosofo tedesco con un esponente del governo filonazista della Repubblica di Salò? Che c’entra Togliatti – sulla cui eredità storica si può discutere ma che è stato uno degli uomini che hanno costruito la democrazia in Italia – con un politico che è stato segretario di redazione della “Difesa della Razza”, la rivista ufficiale dell’antisemitismo?

Salvini potrebbe leggere “Il manifesto di Almirante”, i documenti portati alla luce nel 1971 da alcuni storici dell’ università di Pisa e pubblicati da L’ Unità quell’estate. Quelle carte raccontano come Almirante fosse uno stretto collaboratore degli occupanti tedeschi. In quei giorni il manifesto di Almirante era affisso sui muri di tutta Italia, quasi sempre accompagnato dalla scritta “Fucilatore di partigiani”. Il fondatore del Msi querelò i giornali che lo pubblicarono ma perse tutte le cause. Se lo leggesse, Salvini la prossima volta potrà produrre un pensiero più articolato.

“Mi candido senza ‘aiutini’ e casacche”

Gentile direttore, ringrazio anche a nome degli altri 14 candidati per l’attenzione che il Fatto Quotidiano dedica all’elezione di un/una rappresentante dei dipendenti Rai nel prossimo Consiglio di Amministrazione, ma non ho francamente capito quale sia “l’aiutino” che mi sarebbe stato dato.

Se il riferimento è all’incarico nel settore della Responsabilità Sociale, è fin troppo ovvio notare che le onlus con le quali ho cominciato ad avere incontri non hanno nessuna relazione con il voto, che spetta solo e soltanto ai dipendenti Rai. Le associazioni sono impegnate in ben altre campagne di sensibilizzazione (malattie, povertà, disuguaglianze) che non quella per scegliere il settimo componente del CdA.

Ne approfitto anche per ricordare che, oltre ad essere “l’ex portavoce della Boldrini”, sono dipendente Rai dal millennio scorso: per una borsa di studio che vinsi nell’81 (ci vuole il passato remoto) e che mi portò all’assunzione nell’88.

L’altra cosa che non ho capito è “il desiderio che in CdA vada un uomo dell’azienda e non un giornalista”. I giornalisti e le giornaliste sono uomini e donne dell’azienda, né più né meno importanti di dirigenti, quadri, tecnici, impiegati, operai. Il bello di questo voto – pur all’interno di una legge che ai sindacati Rai e a molti dipendenti non piace, perché rafforza ancora di più la presa del governo sul servizio pubblico: e lo hanno detto quando la legge è stata varata da un governo di segno ben diverso dall’attuale – è che dà ai dipendenti, a tutti i dipendenti (“uno vale uno”, come si usa dire) la possibilità di far sentire la propria voce.

Io sono giornalista e sono grato all’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) per avermi indicato, ma non mi candido certo per rappresentare la mia categoria. E lo stesso, ne sono sicuro, pensano gli altri candidati e candidate di altre professioni. Chi va in CdA dovrà far sentire ben altre ragioni che quelle di un gruppo professionale: per quello scopo ci sono e rimarranno i sindacati. Dovrà rappresentare invece con passione e competenza le ragioni del servizio pubblico, mai così poco popolari come oggi tra i “decisori politici”; far sentire forte la domanda di autonomia che esprime la grandissima parte dei dipendenti Rai; far rispettare le ragioni del lavoro Rai, contro una precarietà ancora troppo diffusa, contro troppe esternalizzazioni e appalti senza ragione; farsi portavoce anche delle domande dei cittadini che pagano il canone, le cui richieste non è detto che trovino ascolto – l’esperienza insegna – nei rappresentanti scelti dal Parlamento o dal Governo.

Rispetto a questi compiti l’unica maglietta da indossare è quella di tutti i dipendenti Rai, così come è opera di tutti i dipendenti, nessuno escluso, il prodotto che ogni giorno il servizio pubblico fornisce.

Uno, trino e Sangiuliano: l’uomo di Salvini per la Rai

Elenco incompleto di amicizie, fascinazioni, icone e referenti del prossimo probabile direttore del Tg1, Gennaro Sangiuliano: Giorgio Almirante e i camerati missini; la dinasty liberale dei De Lorenzo; Mario Orfeo e Vittorio Feltri; i colonnelli Maurizio Gasparri, Italo Bocchino e Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e poi ovviamente Silvio Berlusconi; Reagan, Putin e Trump; ora soprattutto Matteo Salvini.

Per l’eterno numero 2 del Tg1 (è vicedirettore dal 2009) il nome più importante della lista è l’ultimo. Sangiuliano, napoletano verace e orgogliosamente nazionalista è approdato anche lui al culto della Lega: Salvini è un “caro amico” scrive su Facebook, nelle ultime settimane gli dedica pensieri e fotografie. C’è un selfie del 6 marzo – due giorni dopo le elezioni – con un altro giornalista Rai della nuova cordata “sovranista” Giuseppe Malara (e la didascalia “amici”). Poi una foto ad aprile (pubblicata in questa pagina) con Salvini che legge il suo libro su Putin. Il capitano leghista negli anni è stato ospite frequente delle presentazioni dei volumi di Sangiuliano. I due si apprezzano e i tempi sono maturi, Genny è finalmente pronto a togliere la parola “vice” dalla qualifica “direttore”: è il nome che farà la Lega rampante per presidiare il Tg1 (o forse il Tg2).

Sempre a destra, ma con opportuna versatilità ideologica, Genny Sangiuliano sfoggia nel suo profilo una grande foto con Almirante. Ardori giovanili: era il 1984 – spiega lui nei commenti – un’assemblea di universitari missini. Poi aggiunge in stampatello: “CREDO NELLE MIE IDEE”.

Idee multiformi: da ragazzo, frequenta pure l’elité napoletana del Partito Liberale. È sotto l’ala di Ferruccio De Lorenzo e del figlio Francesco (ex ministro della Sanità condannato durante Tangentopoli). I De Lorenzo gli affidano la direzione del giornale liberale L’Opinione del Mezzogiorno e gli fanno iniziare la gavetta televisiva alla rete locale Canale 8 (anche di Cirino Pomicino).

Le idee di Genny, insomma, si adattano ai tempi e ai contesti: negli anni 90 l’ex missino Sangiuliano abbraccia naturalmente la svolta liberal-conservatrice di Gianfranco Fini, stringe un’amicizia fraterna soprattutto con Gasparri: la scorsa settimana il senatore è stato il suo testimone di nozze nel matrimonio tutto in Rai con la giornalista Federica Corsini (presente al ricevimento anche Giorgia Meloni, assente Salvini). Per Gasparri, che è un po’ di parte, “Sangiuliano ha il migliore curriculum di tutta Viale Mazzini, è inutile che voi cialtroni scriviate malignità sulle amicizie politiche. Fosse stato di sinistra sarebbe direttore da un pezzo”.

In ogni caso, l’ascesa giornalistica è abbastanza rapida: prima la redazione politica del quotidiano Roma, storica testata napoletana riportata in edicola nel 1996 da Pinuccio Tatarella. Nel 2002 fa il vice di Vittorio Feltri a Libero.

Nel 2003 entra in Rai, presto inviato (Bosnia, Kosovo, Afghanistan) e dal 2009 vicedirettore del Tg1. Sono gli anni in cui il timone è affidato ad Augusto Minzolini, quelli del telegiornale più berlusconiano di sempre. Sangiuliano è in quota An, durante la faida tra Fini e il Cavaliere rimane agganciato alla linea del Minzo. Il tramonto del berlusconismo e del Direttorissimo lo renderà più prudente, come confessa in quei giorni un anonimo giornalista Rai in un crudele retroscena de l’Espresso: “Negli ultimi tempi ha smesso di segnalarci, per i nostri servizi, l’onorevole Pdl Amedeo Laboccetta”.

L’ultima stagione di Sangiuliano – prima post fascista, poi liberale, riformista di destra e berlusconiano – è il populismo. Il vicedirettore fiuta per tempo il cambiamento nell’aria. Lo testimoniano i suoi libri: uno sul “Quarto Reich” europeo, ovvero “come la Germania ha sottomesso l’Europa” e poi tre biografie: una critica su Hillary Clinton e due elegie di Putin e Trump.

Il volume su The Donald è infarcito di invettive contro la sinistra “radical-chic” e brevi manifesti ideologici: “La vittoria di Trump, la Brexit del 23 giugno 2016 e la vittoria del No al referendum italiano sulla riforma costituzionale compongono una sorta di triade hegeliana di riappropriazione della sovranità”. A dire il vero anche durante quel referendum, Genny è vicedirettore del Tg1 sotto il suo amico Mario Orfeo, clamorosamente schiacciato sulle posizioni del Sì. Poco male: con la fine della stagione renziana, Orfeo deve faticosamente ricollocarsi (le opzioni Repubblica, Sole 24 Ore e Gazzetta dello Sport sono tramontate una dietro l’altra). Sangiuliano invece ha la sella sul cavallo vincente, l’“amico” Salvini che rivendica una Rai diversa: “Alcuni telegiornali della Rai – ha detto di recente – sembrano quelli degli anni 20 e degli anni 30”.

L’ex maggioranza contro Bonisoli: stop al bonus ai 18enni

La batteria democratica ieri se l’è presa con il neo ministro della Cultura, Alberto Bonisoli reo di voler togliere il bonus cultura ai diciottenni (la 18app, 550 euro in buoni da spendere, varata dal governo Renzi). Il governo aveva dato l’annuncio dalle colonne del Corriere della Sera. Parte all’attacco il capogruppo in Senato, Andrea Marcucci: “Un ministro della Cultura che vuole iniziare il suo mandato con un taglio, comincia molto male, 18App aiuta a diffondere la cultura tra i giovanissimi”, twitta il presidente dei senatori pd Marcucci. “Purtroppo il ministro della Cultura Bonisoli conferma di volere smantellare @18app iniziativa pilota in Europa, penalizzando 18enni”, scrive su Twitter il deputato del Pd Filippo Sensi. “Il ministro – attacca Anna Ascani – persevera in un atteggiamento irresponsabile e svilente nei confronti di 18app, ma soprattutto dei nostri giovani. È delirante arrivare a dire che sarebbe più educativa per un ragazzo la rinuncia a un paio di scarpe per permettersi i consumi di cultura che avere 18app. Come se tutti i ragazzi in questo Paese potessero permettersi i consumi culturali, come se non fosse responsabilità pubblica educare alla cultura”.

Quelle strane dimenticanze dei giornali su Eyu e Pd

L’inchiesta sullo stadio di Roma occupava anche ieri le prime pagine nello sfoglio dei giornali. Nella cronaca era però difficile trovare citata la fondazione del tesoriere dem Francesco Bonifazi, la “Eyu”, anche se rientra nell’elenco degli enti vicini alla politica (in questo caso: al Pd) finanziati da Luca Parnasi.

La Veritàha titolato: “Parnasi era il bancomat dei partiti, in primis della fondazione renziana”. Il Messaggero invece: “I contributi di Parnasi alla fondazione vicina ai dem”. Le scelte dei due giornali sono però in sostanziale controtendenza rispetto al resto della stampa italiana, in preda a strane amnesie.

Per esempio, il Corriere della Sera venerdì aveva citato la Eyu, aprendo parentesi e scrivendo “probabilmente una fondazione”, senza chiarire di chi. Passate 24 ore, il dubbio sembra sia rimasto. E così il suo nome scompare dalle pagine del quotidiano. In compenso c’è una nota di Massimo Franco – “M5S stretto tra la Lega e l’imbarazzo degli scandali” – in cui si accenna, anche se rigorosamente di sfuggita, al coinvolgimento di “esponenti di FI e del Pd”.

Repubblica titola “L’opa del costruttore sul governo M5S-Lega”. Nel pezzo si legge: “Parnasi, stando alle carte dell’indagine, ha foraggiato tutti, dal Pd a Fratelli d’Italia. Ma su Lega e M5S ha puntato la posta più alta”. Nessun accenno, ancora una volta, alla Eyu: nell’articolo ci si concentra sui giallo-verdi, citando la fondazione leghista “Più Voci” e non quella democratica, che a Repubblica era sfuggita già venerdì.

Ecco altri titolidei giornali di ieri, tutti con la stessa amnesia: “Il costruttore trattava col M5S per conto della Lega” (La Stampa). “Così Lanzalone si sfogava: ‘Acea dà soldi a tutti i partiti’”, con l’occhiello – che si ripete nelle tre pagine dedicate al caso – “Le mazzette grilline” (Il Giornale). “La lista di Parnasi: soldi a pioggia per tutti i partiti” (Libero).

I dem tagliano, la Fondazione raccoglie

Mentre il Pd approva un bilancio in attivo (solo di 500 mila euro, ma dopo i 9 milioni di buco dell’anno scorso non era affatto scontato), e mantiene in cassa integrazione 175 dipendenti (di cui 140 a zero ore), la Fondazione Eyu, nata nel 2014, e organicamente collegata al Pd fa fundraising in maniera del tutto parallela. L’acronimo sta per Europa, Youdem e Unità: tutte realtà che non esistono più. Eyu è balzata agli onori della cronaca per i soldi ricevuti dal gruppo Parnasi, che ha pagato 123 mila euro, più 27 mila di Iva, per un progetto dell’Università di Bologna sul rapporto degli italiani con le loro case di proprietà, come confermano i vertici della Fondazione. Uno dei tanti progetti: il bilancio del 2017 non è ancora noto, ma Eyu è in attivo. Cifre da decine di migliaia di euro, ma intanto prende contatti con gruppi come Google o la Coca Cola. Ai quali propone un’interlocuzione agile, ponendosi come una good company, mentre il Pd è ormai una bad company. I finanziatori non sono pubblici.

Il conflitto di interessi di Francesco Bonifazi lo sottolinea Luca Di Bartolomei, ex dipendente del Pd, in un post Facebook. “Considerato che vi lavorano dipendenti in cassa integrazione quanta parte di questi fondi va al Pd? Cosa fa la Fondazione EYU con questi soldi che il Pd non può fare?”, si chiede. Tema che rimbalza nei corridoi del Nazareno. Anche perché nel board di Eyu ci sono figure come Antonella Trevisonno, contemporaneamente capo del personale dem (anche lei in Cassa integrazione). Peraltro, Bonifazi è sia tesoriere del Pd sia presidente della Fondazione Eyu. “Un ruolo di rappresentanza”, ribatte lui. Nella macchina della Fondazione come segretario generale c’è il suo pupillo e collaboratore Mattia Peradotto, già segretario di Future Dem (la fondazione dei giovani renziani), che nell’ultima avventura mediatica di Matteo Renzi (il treno dello scorso autunno) faceva da organizzatore. Eyu è una via di mezzo tra un think tank e un centro studi. Racconta lo stesso Peradotto: “Approfondisce delle tematiche anche per offrire alla politica questioni da approfondire. E si accredita nella Feps, che raccoglie tutte le fondazioni progressiste”. Un’attività di pre-lobbying, con l’obiettivo prioritario di raccogliere fondi e quello parallelo di accreditarsi in Europa. E infatti produce una rivista trimestrale, spaziando dalla geopolitica all’economia. L’intenzione è di avere uno strumento parallelo al Pd per potersi muovere più liberamente, aprirsi a mondi diversi da quelli del centrosinistra tradizionale. Almeno in origine. Ora il mondo renziano è alla ricerca di spazio, di percorsi. Ma soprattutto di credibilità e parole d’ordine.

Eyu è entrata nella Feps (Foundation for european progressive studies), prestigioso think tank del Pse storicamente guidato da D’Alema, che poi è stato sostituito alla presidenza, grazie al lavoro contro di lui fatto dai renziani a Bruxelles. Così gli uomini dell’ex premier cercano uno spazio in Europa.

Per adesso, lavorando a stretto gomito con le fondazioni dei partiti del Pse, ma guardando anche oltre. Lo strumento permette di muoversi con più disinvoltura di quella di un partito. Curiosità: il libro fotografico sul treno di Renzi, l’ha pagato e realizzato la Fondazione. Eyu va attenzionata come primo passo verso un eventuale partito renziano. Ma troppo esile strutturalmente, anche secondo chi ci lavora, per essere più di questo.

 

Lanzalone, l’onnivoro a caccia di democratici

Luca Alfredo Lanzalone è onnivoro col potere. Non ha preferenze. Ammassa contatti. Perché ha imparato la formula magica, che sfrutta in abbondanza, per ricevere trattamenti di riguardo: mi manda Luigi Di Maio, rappresento i Cinque Stelle. Nel mese di aprile, come ha ricostruito il Fatto, l’avvocato genovese – agli arresti domiciliari per corruzione da mercoledì – è impegnato su due fronti: non soltanto le nomine pubbliche con un’infruttuosa visita a Palazzo Chigi, ma anche la formazione di un governo a guida Di Maio che impone l’avvio del dialogo con i renziani più alti in grado, per esempio Lorenzo Guerini.

Ultima settimana di aprile, Lanzalone è protagonista ovunque. Consumata in marzo la cena col leghista Giancarlo Giorgetti e l’imprenditore Luca Parnasi, e dunque sospesa l’ipotesi di un esecutivo gialloverde, adesso tocca a un partito narcotizzato, in rapida decomposizione: il Pd. Sergio Mattarella convoca Roberto Fico al Quirinale per un mandato esplorativo limitato.

Il presidente della Camera, depositario dell’anima di sinistra dei Cinque Stelle, ha il compito di ridestare la minoranza dem e allestire una struttura solida per affrontare il prevedibile veto di Matteo Renzi, già pronto a sgranocchiare pop-corn. Di Maio gestisce la fase con pragmatismo: rinnega la travolgente empatia che l’ha legato a Matteo Salvini e che già funziona in Parlamento e concentra la diplomazia e lo sforzo mediatico sul Nazareno, proprio sul vituperato Nazareno, luogo di patti inconfessabili. Il segretario reggente Maurizio Martina è titubante, conciona di referendum tra gli iscritti, raccoglie adesioni e proteste, barcolla incerto aspettando la risposta ineludibile di Renzi.

Il fiorentino si nasconde, soffoca pure gli spifferi che fa rotolare nei retroscena dei giornali e fissa un appuntamento in grande stile: un’intervista in diretta su Rai1, da Fabio Fazio, domenica 29 aprile. Qualche giorno prima, Lanzalone spedisce un sms a Guerini, già coordinatore nazionale dei dem. Non è un tentativo avventato, il Mister Wolf dei Cinque Stelle conosce l’ex sindaco di Lodi da almeno un decennio e l’ha incrociato di recente in una situazione conviviale. Quelle “situazioni” ideali per scambiarsi opinioni sulla politica con leggerezza.

Al telefono, invece, Lanzalone domanda a Guerini un dettaglio preciso della trattativa fra il Movimento e il Nazareno: come può evolvere? L’ormai ex presidente di Acea ha uno schema di distribuzione del potere che parte da una condizione: il premier è Di Maio, le nomine si concordano. Il messaggio di Lanzalone prelude a un successivo colloquio, che non si realizza perché – domenica da Fazio – Renzi rovescia il tavolo e si riprende i pop-corn.

L’avvocato genovese ha un’esistenza piuttosto movimentata. Neanche l’ex ministro Luca Lotti gli è sfuggito. Dopo il voto del quattro marzo, Lanzalone chiede un incontro a Lotti. Tema: il futuro di Arera, l’Autorità di regolazione per l’energia e l’ambiente, anche per effetto di un decreto sui rifiuti. Il capo di Acea, la multiservizi romana, è legittimamente interessato a un’Autorità di riferimento.

I due Luca non discutono di poltrone, ma Lanzalone è un esperto del settore e non può ignorare che il governo deve rinnovare i vertici di Arera. È un dossier che avrà seguito senz’altro fino a pochi giorni fa. Finché non l’hanno arrestato.

Di Maio precisa che non ha delegato mai Lanzalone a parlare di governo con i leghisti o con altri. Il vicepremier ha autorizzato l’avvocato soltanto a utilizzare i suoi rapporti con la sinistra dem. Ma Lanzalone è onnivoro.