Prestipino (Pd) e l’ufficio in affitto: “Ho pagato tutto”

Anche la neo deputata Pd Patrizia Prestipino (estranea alle indagini) è stata intercettata nell’ambito dell’inchiesta su Parnasi mentre parla con un funzionario dell’imprenditore. Durante la campagna elettorale, la Prestipino è alla ricerca di un ufficio in zona Torrino per la sede del comitato elettorale. Ne trova uno nei locali della Pac, “partecipata della Parsitalia in liquidazione”. Dopo la tornata elettorale, la Prestipino decide di restare in quell’ufficio. Giulio Mangosi, funzionario di Eurnova (società di Parnasi) viene intercettato il 13 marzo mentre parla con il liquidatore Pac, “con il quale condivide le perplessità sulla possibilità di cedere in locazione (…) a un canone che non sia di mercato ovvero 600/700 euro”. Lo stesso giorno, la neoeletta Pd chiama Magnosi. Dopo aver parlato del contratto di affitto, “la Prestipino chiede come stanno andando le cose con lo stadio e chiede se hanno bisogno di aiuto. Mangosi replica dicendo che le persone serie devono essere aiutate anche in assenza di problematiche affermando che loro hanno bisogno di persone competenti. La donna conclude che non le deve spiegare niente”. E aggiunge “I know my chickens”. Al Fatto la Prestipino spiega: “Era un ufficio elettorale che ho chiesto io, perché al Torrino la gran parte degli edifici erano proprietà di Parsitalia. Il contratto è stato regolarmente registrato e pago l’affitto. L’ho anche ristrutturato a spese mie”. Era un canone di favore? “Ma se era ridotto a uno scantinato e siamo stati anche al buio per giorni perché mancava la luce! Lo pago 700 euro che con Iva e spese condominiali arriva a 900 euro. Sono spese di collegio che avevo preventivato di fare e che rientrano nei rendiconti della Camera”. Cosa intende quando dice a Mangosi se hanno bisogno di una mano? “Che il progetto dello stadio era molto impattante per il territorio e si stava complicando. Per questo ho sempre partecipato ai convegni pubblici organizzati dai cittadini. Era un progetto che andava seguito nell’interesse del territorio. Com’è ora, sarà un casino”. Le sembra opportuno dire diamo una mano a chi le affitta un ufficio? “Ma cosa? Chiunque si sarebbe preoccupato per quel tipo di progetto. Tanto più io che non avevo incarichi pubblici da 5 anni. Inoltre ho pagato tutto e loro sono stati molto severi. Persino la serranda ho riparato a mie spese. Però ora ho un luogo per stare vicina ai cittadini”.

A cena per caso, invece era per Rousseau

Il capo operativo, l’erede della casa madre di Milano, parla dopo due giorni di silenzio. E un po’ ammette, un po’ no: “Sì, martedì sera a Roma sono andato a una cena e ho trovato Luca Lanzalone. Era a un altro tavolo e l’ho salutato”. Così Davide Casaleggio risponde alle domande di Repubblica Tv. Descrivendo l’incontro con l’ex presidente di Acea, arrestato poche ore dopo per l’inchiesta sul progetto dello stadio della Roma, come casuale, fortuito. “Quindi non si è parlato di nomine?” gli chiede il giornalista. E lui, definitivo: “Non mi occupo di nomine”. Questa la verità di Casaleggio junior. Poi però c’è la realtà dei fatti. Che racconta come il manager milanese e Lanzalone non possano essersi incontrati per mera fatalità. Perché quella cena di martedì in un elegante ristorante di corso Vittorio Emanuele, a pochi metri dal Senato, era parte di una serata organizzata dall’associazione Gianroberto Casaleggio, presieduta ovviamente dal figlio Davide. Un incontro dal titolo impegnativo: “Innovazione tecnologica e occupazione: quale futuro per il welfare post-ceto medio?”. Con un programma scadenzato: alle 20 la cena, poi alle 21:15 la presentazione dell’associazione da parte di Casaleggio junior, quindi una serie di interventi e perfino la presentazione di un libro. C’erano parlamentari, esponenti della comunicazione a 5stelle, imprenditori. E c’era Lanzalone, non certo lì per caso. Anche lui dovrebbe aver versato come tutti una quota di partecipazione di 70 euro, per finanziare l’associazione. Poi, la mattina dopo, gli è arrivata la notifica dei domiciliari. Ma martedì era nello stesso locale con Casaleggio, Pietro Dettori (uomo macchina della Casaleggio, ora in predicato di andare a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte) ed esponenti di peso del Movimento, come il capogruppo in Sicilia Giancarlo Cancelleri. “C’erano circa 60 persone” racconta un testimone. Stipate, pare.

Quindi è arduo pensare che Casaleggio e Lanzalone siano riusciti a parlare eventualmente di nomine, e su questo il figlio di Gianroberto ha ragione. Ne ha molta meno quando sostiene di non avere mai voce sui nomi. Basta citare qualcuno degli assessori calati proprio a Roma, nella giunta di Virginia Raggi: da Adriano Meloni a Massimo Colomban. Tutti vicinissimi ai Casaleggio, e tutti (poi) saltati. La certezza è che martedì sera Lanzalone era tra i commensali. E anche lui ha ascoltato Stefano Patriarca, descritto nel programma come esperto di welfare e consigliere economico di Palazzo Chigi, mentre si esercitava sul tema: “Giovani e previdenza: un destino annunciato?”. E magari avrà preso appunti durante l’intervento di Stefano Ronchi, managing partner della società Valore, sul “welfare 2.0 di casse di previdenza e fondi sanitari”. Ma, tra facce note e non, l’avvocato ligure non ha potuto incrociare il capo politico del M5S, Luigi Di Maio. Da alcune settimane, giurano, allontanatosi da Lanzalone. A quel tavolo, martedì. Quando era ancora presidente di Acea, con la benedizione di tutto il Movimento che conta.

“Ma quale Grillo & C. Lanzalone è roba mia”

Non ci dorme da due notti, da quando ha avuto notizia dell’arresto di Luca Lanzalone. È “sbalordito”, “incredulo”. Eppure, il sindaco Cinque Stelle di Livorno, Filippo Nogarin, non cambia idea. Lo stima, quell’avvocato da cui adesso prendono tutti le distanze. E il motivo è molto semplice: “L’ho portato io”. Eccolo, il filo rosso che unisce la carriera del legale genovese e il grande affare dello Stadio della Roma. Che avesse mosso i primi passi a Livorno, era cosa nota. “Ma io non ci sto al racconto per cui ce l’hanno calato dall’alto Grillo o Casaleggio: Lanzalone l’ho scoperto io”.

Sindaco Nogarin, ci racconta come è andata?

Quando siamo arrivati alla guida della città, nel 2014, ci siamo trovati dall’oggi al domani a dover selezionare una nuova classe dirigente. Non bastava che fossero persone estranee alle altre forze politiche, avevamo la necessità di imprimere un cambio di direzione dell’amministrazione. Non dovevano solo essere libere, ma pure capaci: professionisti in grado di avere un nuovo approccio amministrativo.

Il banco di prova è stata la grana della municipalizzata dei rifiuti, l’Aamps, sull’orlo del fallimento, che le è costata un’indagine per bancarotta fraudolenta.

Eravamo alla ricerca di avvocati, commercialisti, esperti in diritto amministrativo, giuslavoristi che potessero darci il massimo contributo, nel pieno rispetto della legalità. Volevamo aprire una nuova via, la legge sul concordato preventivo in continuità era fresca di approvazione e noi siamo stati i primi ad applicarla. Praticamente abbiamo scritto un nuovo capitolo dei manuali di diritto pubblico.

Fu un’idea dello studio Lanzalone?

All’epoca (era il 2015, ndr) io e gli assessori Gianni Lemmetti (oggi nella giunta di Virginia Raggi, ndr) e Francesca Martini facemmo una marea di colloqui, una quindicina.

Qualcuno vi sponsorizzò l’avvocato genovese?

Macché. Ricordo che Lanzalone mi disse che, seppur genovese, non aveva mai visto né conosciuto Grillo né tantomeno Casaleggio.

Perché sceglieste lui?

Avevano una visione d’insieme molto più completa degli altri. Non dicevano: ‘Si è sempre fatto così’, ma ‘possiamo provare questa via’. Al secondo colloquio chiesi di partecipare anche ai responsabili degli Enti Locali del M5S.

All’epoca erano Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.

Sì. Mai stati presuntuosi, sempre equidistanti. Abbiamo fatto un lavoro enorme insieme. Ma noi siamo stati protagonisti, non spettatori. Nessuno ha mai calato persone dall’alto. In quattro anni, mai una volta ho ricevuto una telefonata da Grillo o da Casaleggio per perorare la causa di qualcuno.

Lanzalone vi convince e gli affidate la consulenza.

Mi prendo un merito, lo dico con orgoglio. Ci ho riflettuto: io non so né posso avere idea di quello che Lanzalone abbia fatto a Roma, ma so che a Livorno è arrivato dopo una selezione molto importante e ha fatto un lavoro eccellente.

Al di là dei risvolti processuali, a Roma pare si siano fatti un po’ troppo sedurre dal potere.

Finché ho avuto rapporti con lui, Costantini (socio dello studio legale, ndr) e il loro entourage, sono stati molto corretti, mai una caduta di stile. Non hanno mai travalicato il loro ruolo, pur consapevoli del vantaggio competitivo che potevano avere. Mi colpisce molto che persone di un così alto livello stiano vivendo una situazione così dubbia e discutibile.

Avete fatto un errore di valutazione?

Continuo a pensare che sia una persona corretta, un grandissimo professionista. Lo stimo veramente tanto. Certo, leggo dalle cronache cose che mi lasciano sbalordito, incredulo. Ma non deve esistere una giustizia sommaria sui media. Si faccia giustizia, ma in tribunale.

Ha parlato con il suo ex assessore Lemmetti di quello che è successo a Roma?

Per ovvi motivi di tempo, non riusciamo più a sentirci tantissimo. Resta l’affetto e la stima per una persona che ho scoperto io. Anche lui è frutto del mio scouting.

Stadio della Roma, le email dell’assessore a Mr. Wolf

Tutta la partita tra la Procura di Roma e Luca Lanzalone si gioca sul ruolo di ‘pubblico ufficiale di fatto’, che è stato attribuito dai magistrati all’avvocato per arrestarlo. Se Lanzalone fosse solo un avvocato, senza la qualifica pubblica, cadrebbe l’accusa di corruzione. Perché senza ruolo non ci sarebbe nemmeno l’asservimento del ruolo, in cambio di consulenze date o promesse al suo studio legale da parte di Luca Parnasi, l’immobiliarista romano finito in carcere.

Proprio per dimostrare la sua tesi, la Procura ha depositato alcune email tra l’assessore all’Urbanistica del Campidoglio, Luca Montuori, e Lanzalone, che dimostrano come l’avvocato fosse informato nel 2017 sulle questioni dello Stadio della Roma.

Il 3 aprile 2017, per esempio, Montuori invia all’avvocato genovese una email “avente ad oggetto ed in allegato la delibera di giunta 48 del 30 aprile 2017, relativa allo Stadio”. Il 7 maggio 2017, poi, l’assessore ne invia un’altra con oggetto “Stadio Tor di Valle” che poco prima era stata spedita “a una serie di funzionari del Comune di Roma e, per conoscenza, al sindaco Raggi, al vicesindaco Bergamo, all’assessore Meleo”. Testo: “Per tua opportuna conoscenza (dobbiamo capire come fare se gli uffici non seguono il ritmo)”.

In relazione a queste email i pm Paolo Ielo e Barbara Zuin, nella richiesta di misura cautelare, scrivono: “Il dato appare di estremo rilievo perché documenta come Lanzalone fosse chiamato a partecipare alla formazione della volontà del Consiglio comunale e tanto è confermato dalle altre interlocuzioni con il Comune, rilevate sulla medesima casella di posta elettronica”.

Per i magistrati, sono importanti per dimostrare il ruolo di pubblico ufficiale anche le parole di Virginia Raggi (completamente estranea all’inchiesta). A marzo 2017, in Consiglio comunale, la sindaca risponde a un’interrogazione presentata da alcuni consiglieri sul ruolo in Campidoglio dell’avvocato. La Procura ha depositato la trascrizione dell’intervento e il video postato sul sito del M5S. Lo scopo è dimostrare che era Virginia Raggi a sostenere per prima che “Lanzalone ha formalizzato il 10 febbraio… quindi non si tratta di correre ai ripari… Una comunicazione con la quale veniva da me incaricato di seguire alcune vicende, in particolare quella relativa alla Eurnova, quindi quella dello Stadio”. Poi il contratto non fu formalizzato per l’opposizione degli uffici ma, per il gip bastano queste parole a rendere “evidente la volontà del sindaco di servirsi della collaborazione di Lanzalone per l’espletamento del suo mandato – e dunque per lo svolgimento di una funzione pubblica – e la sussistenza di un accordo in tal senso”.

Certo, le email risalgono alla primavera 2017 e Lanzalone potrebbe sostenere che il suo ruolo pubblico era poi sfumato. L’accusa, però, per dimostrare l’attualità del ruolo di Lanzalone, ha depositato due telefonate del 10 e 28 maggio tra il direttore generale della Roma Mauro Baldissoni e Lanzalone stesso. Nella prima, Baldissoni chiede all’avvocato: “A che punto stiamo?”. Lanzalone dice che ha avuto “un po’ di impegni in questi giorni” e non ha “verificato la cosa”; aggiunge che era “rimasto che avevano mandato avanti le pubblicazioni”. Poi aggiunge “che adesso avvisa Giampaoletti (direttore generale del Comune, ndr) e proporrà di fare una riunione tutti insieme a cui parteciperà Mauro (Baldissoni) o (Simone) Contasta”, collaboratore di Parnasi. Poi il 28 maggio il Dg della Roma Baldissoni aggiorna Lanzalone su un incontro avuto con il Dg del Comune Giampaoletti. “Lanzalone lo interrompe dicendogli che Franco (Giampaoletti, ndr) glielo ha già detto”. La frase è sottolineata in neretto dai Carabinieri per dimostrare che Lanzalone era addentro alle questioni dello stadio come referente del Comune fino a due settimane prima dell’arresto. Lanzalone potrebbe sostenere che il suo interessamento derivava dal suo ruolo di presidente di Acea, interessata allo stadio come sponsor e anche per il trasferimento degli uffici. La partita della difesa però è tutta in salita.

Meglio, dunque peggio

Abbiamo scritto che il caso Lanzalone dimostra ancora una volta due dei vizi d’origine dei 5Stelle: la mancanza di una classe dirigente affidabile e la disinvoltura nella scelta dei collaboratori. Non è così: magari lo fosse, ma purtroppo non lo è. È molto peggio: è la prova dell’inquinamento endemico e sistemico della “società civile”. Ci eravamo fidati della vulgata dominante sui media: il genovese Lanzalone deve per forza essere amico di Grillo, e dunque dei Casaleggio, che per forza devono averlo piazzato prima a Livorno come consulente della giunta Nogarin e poi, tramite le loro marionette Fraccaro e Bonafede, a Roma come consulente della giunta Raggi, su su fino alla presidenza di Acea. Invece è tutto sbagliato. Lanzalone non è amico né di Grillo né dei Casaleggio, che non conosce fino a quando approda a Livorno. E come approda a Livorno? Lo chiama il sindaco M5S Filippo Nogarin, che ci racconta tutto a pagina 3. La procedura è improntata a imparzialità e meritocrazia, in linea con i principi dei 5Stelle: curriculum e competenza. Avendo ereditato la municipalizzata dei rifiuti Aams sull’orlo del fallimento, Nogarin e gli assessori Lemmetti e Martini avviano uno scouting fra decine di studi legali specializzati in diritto societario. Ascoltano avvocati su avvocati sulle soluzioni per salvare l’Aams. E alla fine scelgono chi propone quella che pare la migliore (una versione moderna e un po’ ardita del concordato preventivo in continuità): Lanzalone, affiancato da un civilista, un amministrativista e un giuslavorista.

La scelta si rivela azzeccata: oggi l’Aams fa utili annui per 8,8 milioni (anche se il sindaco è ancora indagato per la fantomatica bancarotta fraudolenta di una società che non solo non è fallita, ma è in attivo). Nogarin chiede che all’ultimo colloquio con i quattro professionisti partecipino Di Maio e Bonafede, che con Fraccaro formano lo staff “Enti Locali” del Movimento. Saranno infatti Bonafede e Fraccaro, quando esploderà a Roma la bomba dello stadio, a indicare Lanzalone alla Raggi. Anche lì, con buoni risultati. Una querelle che pareva destinata comunque al disastro – o lo stadio-ecomostro con le tre torri e le speculazioni intorno, o niente stadio con i tifosi sotto il Campidoglio e la casa della sindaca e magari qualche penale milionaria da pagare al costruttore Parnasi – viene risolta con un onorevole compromesso: via le torri e la speculazione, cubature dimezzate. È con quel curriculum che Lanzalone viene incaricato di scrivere il nuovo statuto 5Stelle (Di Maio capo al posto di Grillo) e di seguire le cause con gli espulsi.

E fu nominato presidente di Acea (dove nessuno eccepisce sulla sua competenza). Poi i pm scoprono – dalle intercettazioni – ciò che nessuno può sapere: Lanzalone ha avuto incarichi per 100 mila euro da Parnasi. Secondo la Procura è corruzione, ma già fin d’ora si può parlare di conflitto d’interessi. Il resto – i traffici di Lanzalone per diventare presidente di Cassa Depositi e Prestiti e il suo turbillon di cene, telefonate e millanterie con questo o quel politico per acquisire meriti agli occhi del M5Stelle e dei possibili alleati (sia Lega sia Pd) – non è reato: è solo la prova del delirio di onnipotenza e di Mr.Wolf, che non vuol perdere l’occasione della vita.

Ecco perché dicevamo “magari” e “purtroppo”. Se Lanzalone fosse sbarcato a Livorno e a Roma grazie alle spintarelle a catena di Grillo, Casaleggio, Bonafede, Fraccaro e Raggi, saremmo di fronte all’ennesima puntata della commedia all’italiana, o dell’eterna Comédie humaine. Potremmo associarci al coro dei giornaloni: i 5Stelle sono come gli altri, mandano avanti gli amici con tanti saluti alla trasparenza e meritocrazia. Dunque il rimedio sarebbe facile: sfumata anche quest’occasione, non resta che affidarsi ad altri che in futuro sappiano scegliere finalmente collaboratori competenti in una casa di vetro (non certo a chi oggi dà lezioni, dopo aver scelto i Buzzi, i Carminati, gli Odevaine, gli Alemanno, giù giù fino a Civita che sistema il figlio).

Invece Mr.Wolf esce da una procedura di selezione più che corretta. Tutto si può rimproverare a Nogarin e Raggi fuorché di aver scelto un incompetente o un manigoldo. Aveva un curriculum all’altezza, Lanzalone? Sì. Ha superato la concorrenza di altri esperti? Sì. Aveva la fedina penale pulita? Sì. Aveva indagini in corso? No. Aveva mai dato adito a sospetti? Mai. Eppure ora è agli arresti domiciliari. Nessuno intellettualmente onesto poteva dire, fino a una settimana fa, che fosse una mela marcia o bacata. Ora col senno di poi si può dire che la mela s’è guastata dopo. Ma non c’è fedina penale né curriculum che possa garantire l’impermeabilità alla corruzione, ai conflitti d’interessi o ad altre tentazioni. Come si seleziona, allora, la classe dirigente? Col metodo Nogarin. Ma affiancato da nuove leggi sui conflitti d’interessi, sui soldi ai partiti e sui redditi di chi ricopre incarichi pubblici o semi-pubblici. E da agenti sotto copertura a testare l’integrità di chi maneggia denaro dei contribuenti. Un anno fa Franco Bechis, su Libero, andò a spulciare i finanziamenti di Parnasi a decine di consiglieri comunali di Roma e regionali del Lazio. Soprattutto Pd e FI, nessun M5S. Tutti finanziamenti leciti (come quelli emersi ora a Lega e Pd), ma solo grazie a una legge criminale e criminogena che consente di occultare le stecche fino a 100 mila euro (per non parlare di fondazioni e onlus legate a partiti e singoli politici). E non vieta ciò che dovrebbe proibire: chi amministra Comuni, Regioni, ministeri non può prendere soldi da aziende che contrattano appalti. Perché quelli non sono contributi elettorali: sono mazzette mascherate in cambio di favori passati o futuri.

Bonaldo Giaiotti: una “cooperativa” di bassi

Uno dei miei più drammatici ricordi è la sera del 10 dicembre 1969. Inaugurazione della stagione lirica del San Carlo col Mosè di Rossini. A metà del primo atto, durante il Duetto Ah, se puoi così lasciarmi, si avverte uno sbandamento; il grande direttore Franco Capuana abbassa la bacchetta, scivola, cade in orchestra a faccia in giù. Lo issarono su di una poltrona, attaccato all’ossigeno. Già non era più cosciente; morì qualche minuto dopo.

Due giorni prima avevo assistito alla prova generale, e quindi il Mosè l’avevo ascoltato tutto. Il protagonista, che diede i brividi da quando era entrato in scena fino a Dal tuo stellato soglio, si chiamava Bonaldo Giaiotti. Aveva trentasette anni, essendo nato a Ziracco, presso Udine, nel 1932; e ci ha lasciati ieri, l’11 giugno. Difficile, dati i tempi, che qualcuno lo dica: è stato il più grande basso degli ultimi cinquant’anni.

Certo, se si pensa al ruolo di Boris Godunov di Musorgskij, meglio di lui l’hanno interpretato Boris Christoph, Nicolaj Ghiaurov, Evgenij Nesterenko. Vengono dall’esempio di Scialjapin e posseggono la tinta slava anche quando cantano in italiano. Ma le grandi parti per la voce, se si eccettua questa e i ruoli wagneriani, sono Mosè, in Verdi Attila, Giovanni da Procida dei Vespri siciliani, Fiesco del Simon Boccanegra, Mefistofele nel Faust di Gounod e, soprattutto, Mefistofele nell’Opera di Boito, per interpretare il quale, diceva Tullio Serafin, ci vuole “una cooperativa di bassi”. E Timur nella Turandot di Puccini. E Filippo II nel Don Carlos di Verdi. In queste figure Giaiotti non ha avuto rivali, e difficilmente ne avrà. Non è entrato a far parte dello star-system, ma su “internet” lo si può ascoltare in queste interpretazioni: e a chiunque è dato capire. Diciamo, il suo omologo potrebb’esser Martti Talvela: quanto a possanza e timbro: ma con minor finezza, senza il dominio della musica italiana.

Infatti la mia seconda rivelazione di Bonaldo fu un anno dopo, quando all’auditorium della Rai del Foro Italico Thomas Schippers capeggiò memorabilmente un’incisione in italiano dei Vespri siciliani con una compagnia di stelle. La canna d’organo della voce di Giaiotti, con risonanze profondissime e insieme incredibilmente soavi, cantò O tu Palermo portandoti alle lacrime. Il timbro era omogeneo lungo tutta la gamma, la voce sonora e modulata: quel gigante cantava piano, con dei fiati così lunghi da produrre un fraseggio naturale e musicale come nessun altro collega.

I più celebrati Filippo II sono Christof e Ghiaurov: i più celebrati, dico, fra i grandi, ché poi in questi anni la parte l’abbiamo ascoltata cantata da mezze tacche. Ma costoro gli attribuiscono una tinta slava e una così plateale psicopatia, quale, appunto, quella di Boris, da tradire il personaggio. Il Filippo di Verdi è uno psicopatico segreto, contraddittorio, oscillante tra volontà di potenza, amore represso, crudeltà, mania religiosa, fasto, desiderio di amicizia, sospetto. Se rappresentato come un mostro, e non come un uomo capace, anche, di soffrire, tutta la grandiosa pittura psicologica di Verdi si perde.

Certo, Cesare Siepi: questo è il modello. Giaiotti era forse meno sottile e più regale. Mi fa ridere che il maestro Muti, l’unica volta che ha – malamente – affrontato il capolavoro, abbia chiamato un basso americano dello star- system, Ramey. E lo stesso l’unica volta che ha diretto il Mefistofele: con alterno risultato. Ma il nome del sommo Bonaldo, uomo buono, modesto, simpatico, spiritoso, resterà almeno quanto il suo nella memoria degli amici dell’arte.

 

Conte, l’avvocato visionario che sa cantare l’Azzurro

Il Novecento di Conte non esiste, ma è suggestivo immaginarlo. Lui te lo suona, quel delizioso pastiche, e credi di scoprire un’Europa incantata a trattenere gli ultimi echi di una valzeristica Belle Époque accanto a un’America che gira vorticosamente attorno al Dixie o al boogie, e un’Amazzonia che nasconde non ritmi selvaggi, ma rumbe e milonghe. Nessuna guerra all’orizzonte, se non i conflitti dei sentimenti, nell’affresco contiano. Lì devi arrenderti all’evidenza delle cose: questo è “solo” un policromo sogno d’artista, un’estasi visionaria in cui l’Avvocato si rifugia per dimenticare la follia della Storia.

E se gli chiedi una riflessione sul gustoso paradosso di “Azzurro” – la sua “signature song” uscita negli stessi giorni del Maggio Francese, con Celentano a incarnare un misantropo chiuso in un giardino esotico, in cerca di chiacchiere vacue e compagnie irraggiungibili – Paolo ti risponde come se solo ora si rendesse conto che mezzo secolo fa ci sono state sommosse giovanili e rivoluzioni in embrione. “Ah sì, ma io non ho mai vissuto dentro le università. Non scrivevo canzoni per dare messaggi, per annunciare concetti particolari”. Però si rese conto subito, grazie all’interpretazione del Molleggiato, che “Azzurro” sarebbe stato un successo epocale: “Fu concepito per la sua voce. L’avevo scritto nel ’67: ero un giovane autore che scriveva per il Clan, ma non ero iscritto alla Siae, Pallavicini firmò il testo. Uno dei nostri fece le poste sotto casa di Adriano, gli porse un vecchio registratore Geloso e il provino con la mia voce. L’avrà ascoltata facendosi la barba, e da lì…”. Da lì “Azzurro” diventa uno degli inni d’Italia alternativi fino alla celebrazione del cinquantennale in un doppio appuntamento in concerto alle Terme di Caracalla, anche per registrare un album live che vedrà la luce in autunno. E in una serata di debutto (in estate altre date a Montreux Jazz il 29 giugno e a Gent il 6 luglio) in cui solo l’umidità aveva tentato di boicottare la superba performance del protagonista e della sua inarrivabile orchestra (con assistenti costretti ad asciugare di tanto in piano il piano mentre gli archi gemevano per le accordature a rischio), il momento catartico è stato proprio l’esecuzione di “Azzurro”. Perché dopo due ore di sarabanda stellare (il climax nell’assolo di violino di Piergiorgio Rosso su una vertiginosa “Diavolo Rosso”), Conte si è incartato guarda caso sul suo classico, ribaltandone caoticamente versi, accordi e ritornello, mentre il pubblico (nel parterre du roi Gentiloni e Fassino, Arbore e Baricco) fungeva da coro, partecipe e divertito.

Eppure l’Avvocato – in gran forma nei suoi 81 anni, con l’unica precauzione di un golfino verde buttato sopra la giacca lì in scena – aveva ripassato con zelo tutti i pezzi che dal vivo non eseguiva da tempo. “Ma per ‘Azzurro’ non c’è bisogno! La conosco a memoria, dai!”, aveva confidato poco prima nel backstage. Invece eccoti il colpo di coda della canzone trascurata, l’auto-boicottaggio psicoanalitico di un autore che si è illuso di fermare il proprio tempo raccontandone un altro, luminosamente eterno. Conte, “il vero avvocato difensore degli italiani”, il genio giocherellone che impasta musica di notte (“quando siedo al pianoforte e non c’è nessuno intorno, solo il silenzio, e sono giudice unico della mia ispirazione”), che finge di osservare con socratico distacco il coté canzonettaro (“Baglioni-bis a Sanremo? La prima edizione è stata piuttosto… fluida, ma non sono riuscito a vederla tutta. E anche se avessi una canzone giusta per il Festival non la presenterei, non amo correre rischi”), e che dissimula la propria grandezza: “Mi pensano vicino a Brassens? Giusto oggi fischiettavo una sua canzone, ma non ne sono un seguace: piuttosto sento affini Aznavour o Mistinguette. E sì, nel tempo libero ascolto vecchi dischi jazz. Mi paragonano a Ellington? Figurarsi. Però ho preparato una frase nel caso dovessi vincere un Oscar o un Nobel: ‘Mi sento un trifoglio in un campo di quadrifogli’”.

Un party lungo 50 anni. Da Hollywood al mondo

La festa. Quella che gli volevano fare, quella che manderà a monte. È il party più celebre della storia del cinema, è Hollywood Party, anno di grazia 1968, sinergia d’eccellenza davanti e dietro la macchina da presa, Peter Sellers e Blake Edwards. Cinquant’anni e non sentirli, cinquant’anni e farli ridere tutti: purissima tradizione, eterodossa direzione, una commedia americana che prende e dà in egual misura, e cambia – per sempre – il dress code al genere.

C’è il muto, quello di Charlie Chaplin, Stanlio & Ollio e ancor più Buster Keaton; c’è la lezione slapstick di qualche anno addietro, da Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo di Stanley Kramer (1963) al Mattatore di Hollywood di Jerry Lewis (1963); c’è l’exemplum di Jacques Tati, da Mon oncle a Playtime, passando per Le vacanze di Monsieur Hulot; c’è lo spettro festoso de La notte di Michelangelo Antonioni; c’è ovviamente la fresca esperienza de La Pantera Rosa (1963) e Uno sparo nel buio (1964), che Sellers e Edwards elevano a potenza comica.

Ci sono, in breve, i crismi del capolavoro, seminale, generoso, che non si può riprodurre, ma ispirarsi sì, eccome: calchi, simulacri, “vorrei ma non posso” si sprecano, a farne tesoro è Paolo Villaggio con Fantozzi, un tot Rowan Atkinson con Mr. Bean, Enrico Montesano con Aragosta a colazione, per tacere della teoria di “Vacanze a” e cinepanettoni vari e avariati.

Tutti ai piedi dell’attore indiano Hrundi V. Bakshi (Sellers), che prima deflagra un set e quindi il party del produttore a cui viene erroneamente e sciaguratamente invitato: Bakshi è innesco, comburente e combustibile, è il triangolo del fuoco che brucia buonsenso, senso comune e, persino, nonsense. La sua dissimulata sottomissione è, al contrario, sovversione, la maldestria sabotaggio, la casualità strategia: Bakshi travolge, distrugge, annichilisce, per primo generi e registri, virando la commedia al musical e poi al cartone animato.

Può tutto, e da iconoclasta quale è non s’accontenta del metacinema, ma sperimenta ironico e (inde)fesso l’ipertestualità: “Neanche televisione posso fare?” agghiaccia ancora oggi, per lo sguardo sul precipizio del mestiere, e della seconda impossibilità, col sorriso spianato. Avercene, di Bakshi, e questa sera l’avranno, proiezione en plen air a Piazza del Popolo, anche a Pesaro: The Party (titolo originale) inaugura la 54a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, tenendo fede a quel “nuovo”. Non si rottama, perché non reificabile; non s’archivia, perché non catalogabile; non si storicizza, perché furioso: non è sistema e non è antisistema, non è ’68 e non è Hollywood, ma impotenza al potere, e viceversa.

Ognuno di noi ha una battuta prediletta, una gag preferita da pescare tra vecchie rincoglionite e torrenti fittizi, elefanti imbrattati di slogan hippy e sexy starlette, fontane tronfie e camerieri ubriachi, produttori anti-comunisti e, ovvio, lui, Bakshi, un esotico Candide, un disarmato pronto a tutto, un “indostano autentico” che sempre si scusa e sempre se ne frega, tirando dritto tra proverbi improbabili (“Saggezza è compagna di vecchiaia, ma il cuore di un fanciullo è puro!”) e probabili affondi (il colonialismo inglese in India, giacché il film annullato da Hrundi è Son of Gunga Din, chiaro riferimento al Gunga Din di George Stevens del ’39). Si parte subito in salita, con la comparsa indostana incarnata da Sellers che per allacciarsi un sandalo fa saltare in aria un fortino sul set: il direttore di produzione Divot pretende che Bakshi non lavori più nel cinema, salvo ritrovarselo al party esclusivo organizzato proprio dal produttore di Son of Gunga Din, Clutterbuck.

Ne vedremo delle belle, matte e istrioniche, affidate al talento reattivo di Sellers: uno script di nemmeno 50 pagine per suggeritore, l’improvvisazione per regola, il gioco per assunto, ed ecco l’insuperato apologo del disagio, perché – ha osservato Andrea Meneghelli – “The Party sviscera ancora, meglio di qualsiasi altro film, la tragedia e la complessità di un sentimento importante: l’imbarazzo”.

@fpontiggia1

Alé-oó Iran, chi non salta è un ayatollah

Sanaz ha 25 anni, occhi neri profondi e fino a ieri non aveva mai visto una partita. Come lei Yasmin, Soraya e tante altre. Iran-Marocco, al Krestovsky di San Pietroburgo, è stata la loro prima volta allo stadio. “Una delle emozioni più grandi della mia vita”, raccontano. E non solo per l’incredibile vittoria per 1-0 all’ultimo secondo del “Team Melli”, già favola del torneo russo. Da quasi 40 anni, dalla rivoluzione del ‘79, in Iran alle donne è vietato assistere a incontri di calcio.

Possono guardarli a casa in tv, al limite nei bar e in piazza (meglio di no, a volte il governo ha proibito pure quello), mai allo stadio. “Luoghi sconvenienti, solo per uomini”. Le ragazze non possono entrare e se ci provano vengono arrestate. Sarà anche per questo che in Russia la tifoseria iraniana è una delle più numerose. Sono quasi 30mila, li riconosci dalle bandiere e dal suono fastidioso della sheypoor, versione persiana delle Vuvuzelas.

Voglia di far festa, zero stereotipi, pochissimi veli. E tante donne, in coppia o in gruppo con amici, qualcuna (più raro) persino da sola. Il Mondiale è la loro grande occasione, per guardare una partita e sciogliere i capelli, sentirsi libere e magari un po’ più belle. In Iran il calcio è sport nazionale: il pallone piace a tutti, uomini e donne, ma ancora di più la libertà perduta proprio dalla generazione moderna.

“Mia nonna qualche partita l’ha vista, mia zia era sposata con un calciatore e allo stadio ci andava ogni domenica. Io mai”, racconta Sanaz, che è arrivata da Isfahan apposta per il suo primo match. “In realtà è il secondo: una volta mi ci portò mio padre da piccola, fino a 7-8 anni possiamo entrare. Ma non ricordo quasi nulla, solo le sue mani grandi che mi coprivano le orecchie dalle parolacce che una donna non deve ascoltare”.

Il divieto è tassativo: tutti si dicono contrari (“È assurdo, siamo uguali”), ma nessuno è riuscito a scalfirlo, né petizioni o associazioni. Qualcuna non si arrende e prova ad aggirarlo, tagliandosi i capelli e disegnandosi un paio di baffi finti per spacciarsi da uomo: ogni tanto funziona, altrimenti si finisce in caserma. “Io non ho mai tentato, non sono così coraggiosa. Forse dovrei”, ammette Behnaz, che viene da Teheran.

Qui lo scorso settembre in centinaia furono tenute fuori dalla partita decisiva con la Siria, nonostante avessero il biglietto: su internet era comparsa un’opzione d’acquisto riservata alle donne che aveva scatenato l’entusiasmo popolare, ma le autorità intervennero subito. “Errore tecnico”. A marzo, 35 ragazze furono fermate dalla polizia, sotto gli occhi del grande capo del pallone, Gianni Infantino, presente in tribuna e silente. La Fifa potrebbe squalificare la Federazione per violazione dei diritti umani, ma per ragioni politiche ha sempre preferito chiudere un occhio.

In altri sport come il volley, invece, il governo ha dovuto cedere alle pressioni e consentire l’ingresso alle donne in appositi settori, ben separati dagli altri.

Ieri a Teheran lo stadio Azadi è stato aperto a tutti per la proiezione sul maxischermo della partita. Dal vivo però non se ne parla, la normalità esiste solo altrove.

Nostaglia canaglia l’Italia gioca, ma è solo un buon film

Contrordine: tirate fuori birra e barbecue, le grigliate per i Mondiali sono salve. È vero: in Russia gli azzurri non ci sono. Ma c’è un modo per fare un viaggio emozionale nel tempo, tornare a Pirlo e Grosso, alle parate di Buffon e alla testata di Zidane.

Per prima è arrivata La7 che giovedì sera ha trasmesso la replica della finalissima 2006: Italia-Francia, commentata da Bruno Pizzul. Share del 5,58% e una media che ha sfiorato il milione di telespettatori: si segnalano tifosi nostalgici sui divani, a sbraitare e sudare come se fosse in diretta. Poi è stato il turno di Netflix che si è inventata il mondiale (del 2006, ovvio) on demand. Come La Casa di Carta, Stranger things o le altre serie tv, le partite dell’Italia sono trasmesse in streaming.

Ieri è uscito il primo episodio, annunciato da un trailer in stile hollywoodiano: Italia-Ghana, due a zero, gol di Pirlo e Iaquinta. Gli altri episodi seguiranno a debita distanza di qualche giorno, fino alla finale del 15 luglio. Anche se qualche burlone sui social si è lasciato andare ai pronostici: “Girone ostico: col Ghana ne prendiamo almeno tre, con gli Usa vinciamo facile, ma la Repubblica Ceca ci manda a casa”. Qualcun altro su Facebook ha chiesto a Netflix se si farà una seconda stagione e loro hanno risposto: “Sì, ma con un altro cast”. Cannavaro e Totti purtroppo non tornano.

Tutto questo è patetico? Malinconico? Forse sì, ma per qualcuno è come rivedere un bel vecchio film di cui già si conosce il finale. Mentre gli altri si emozionano per quello che succede davvero negli stadi, magari per un gol al novantesimo minuto o oltre (come ieri Uruguay e Iran), i tifosi di casa nostra si accontentano di rivedere in replica il cielo azzurro sopra Berlino. Perdonate lo spoiler: il mondiale del 2006 finirà bene. Ma poi ci saranno il 2010 (Sud Africa) e il 2014 (Brasile). E la profonda tristezza (calcistica, si intende) del 2018 in Russia.