Autogol alla Duma: “Ragazze, niente sesso con stranieri”

La Duma di Mosca ha segnato il primo autogol dei Mondiali 2018. “Non fate sesso con gli stranieri. Dobbiamo far nascere bambini russi”. Tamara Pletnyova, del Comitato per la famiglia, dà consigli alle donne russe via radio. “Se gli uomini sono della nostra stessa razza va bene, ma non se sono di una diversa. I figli delle coppie miste nati dopo l’Olimpiade dell’80 soffrono sin dai tempi dell’URSS”. Pletnyova ha specificato: “Non sono una nazionalista”.

“Non abbracciateli, potrebbero avere delle malattie”. Aleksander Sherin, deputato del Comitato Difesa, fornisce un assist alla compagna di squadra: i tifosi in arrivo “diffondono malattie”. Non accettate gomme o sigarette dagli stranieri, evitate “l’abitudine russa di baciare in segno di saluto”, il paese non può forzare i turisti a “fare docce al cloro, perché vengono in Russia, non in un campo di concentramento tedesco”. La Duma, come una curva, si infiamma. Contrattacco ai divieti e ai niet: fate sesso, fate bambini, fate souvenir. Mikhail Degtyaryov, del Comitato per sport, turismo e gioventù, tira dritto nella porta avversaria in nome del tasso di natalità in crollo nella Federazione. “Più storie d’amore miste ci saranno, più bambini avremo” ha esclamato. E “questi bambini ricorderanno che i loro genitori si sono innamorati in Russia ai Mondiali 2018. Speriamo che ci siano tante storie d’amore e bambini multirazziali”. Cartellino giallo. Alexei Smertin, ispettore anti-razzismo dell’Unione del calcio russo , commenta le parole dei colleghi solo con “niet, niet, niet”, tre no, e va ad inaugurare la “Casa della diversità” aperta per l’occasione. I russi amano vincere. Le guerre, le partite, ma soprattutto le narrazioni. Ai Mondiali vogliono trionfare più fuori che dentro al campo. Bisogna denuclearizzare lo spirito nazionale: ammorbidire l’immagine da uomini con occhi e cuori di ghiaccio, le caricature che li dipingono come orsi con la balalaika, col kalashnikov o con la mazze da hockey. Russia, sorridi allo straniero, se proprio non vuoi farci l’amore.

Le Ferrovie e le metro di Mosca stanno facendo “corsi di sorriso” ai loro dipendenti con l’aiuto degli psicologi. Tra sudori freddi, affanno e tornei, anche discorsi da spogliatoio. I media statali interrogano gli allenatori: “Il sesso prepartita ai giocatori fa bene o male?”. Intanto il Patriarca ortodosso Kirill pregherà “per un miracolo”, cioè la vittoria della nazionale. Per le strade di Mosca ultras, ma anche attivisti per libertà sessuale e diritti dei gay: “in Cecenia li torturano”, dicono, mentre i russi condividono il selfie di Salah con Kadyrov, il re di Grosny.

Quando il Cremlino si accorge dell’autogol dei suoi deputati, è troppo tardi per difendere la porta. Fischia l’arbitro – il portavoce del presidente, Dimitry Peskov- e ferma la partita: “Le donne russe sanno decidere da sole” sui rapporti sessuali, “queste informazioni non dovrebbero avere lo status di notizie”. Peskov ricorda “che lo slogan di questi Mondiali è no al razzismo”, che “nel calcio non c’è politica”, quindi ragazzi, prendete le vostre palle, palloni e balle e tornate a giocare.

Kotel: così il Mossad si infilava nel letto di Sadat

Nome in codice, Kotel. Per anni la fonte più importante che il Mossad – il servizio segreto israeliano – ha avuto nel governo egiziano, l’acerrimo nemico. Si chiamava Ashraf Marwan; aveva sposato Mona, la figlia preferita del presidente Nasser nel 1966, e quando il testimone passò a Sadat, nel 1970, Marwan ne divenne consigliere fidato. Uno degli agenti di Tel Aviv disse che avere Marwan “era come infilarsi nel letto di Sadat”. Una vicenda che potrebbe apparire preistoria ma in realtà ancora oggi mai chiarita: Marwan aveva lavorato per il Mossad, o lo aveva ingannato?

In attesa di guardare il film che Netflixproporrà, dal titolo The Angel, per conoscere la storia raccontata da chi ha conosciuto Ashraf Marwan, c’è il libro La spia che cadde sulla terra, firmato da Ahron Bregman, docente al Dipartimento di War Studies del King’s College di Londra; lo storico, nel suo ruolo, aveva scoperto il ruolo di Marwan e l’egiziano chiese di incontrarlo. Da quel momento nacque un rapporto che durò fino al 27 giugno 2007 quando Marwan cadde – o fu lanciato – dal balcone del quinto piano del Carlton House Terrace, nella capitale inglese.

La guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) fu uno dei passaggi su cui Israele costruì la sua fama: Egitto, Siria e Giordania avevano deciso un attacco simultaneo per cancellare lo stato ebraico, il risultato fu che non solo l’Idf sconfisse i nemici, ma si impadronì da vincitore della penisola del Sinai, della Striscia di Gaza, delle alture del Golan e di Gerusalemme est; Sinai e Gaza furono strappate all’Egitto di Nasser e lo smacco contribuì al declino del presidente. In questo contesto Marwan decise di diventare una spia. Cosa lo motivò? A voler cercare una spiegazione banale – spesso sono veritiere – Marwan non sopportava il suocero, che lo aveva sempre visto con sospetto. Oppure, Marwan per una volta voleva stare dalla parte dei vincitori. O ancora, Marwan era un doppio agente che aveva ingannato uno dei servizi più efficienti del mondo.

Morto Nasser, il nuovo presidente Sadat – sapendo quanto gli egiziani gli erano stati legati emotivamente – permise un salto di qualità a Marwan, accogliendolo al vertice. Al popolo egiziano, che non conosceva i veri rapporti fra Nasser e il genero, Sadat diede così l’idea di continuità al potere. Marwan, durante un viaggio a Londra, contattò l’ambasciata israeliana.

All’inizio il Mossad era titubante, si trattava di un walk-in agent; una spia che offre volontariamente di consegnare i segreti del suo paese. Spesso sono doppiogiochisti, usati come esche. Un sospetto che alcuni ufficiali israeliani rafforzarono quando Marwan avvisò il governo di Golda Meir alla vigilia della guerra dello Yom Kippur (1973), ma in modo impreciso, ritardando la reazione dell’Idf. Eppure ci sono azioni concrete, come quando la spia mandò a monte il piano del colonnello Gheddafi, concordato con l’Egitto, di abbattere un aereo della El Al mentre decollava da Fiumicino.

Poiché si tratta di storie di uomini e non di fiction, persino nell’efficiente Mossad ci furono sbavature: il nome della talpa trapelò alla Cia, e – come racconta Bregman nel libro – nonostante Marwan avesse insistito che solo il suo contatto (l’agente Dubi Asherov) doveva conoscere la sua identità, ad un incontro con un esperto di Tel Aviv di armi chimiche fu salutato con un cordiale “Arrivederci, signor Marwan”.

Bregman fu il solo israeliano con cui ‘Kotel’ ebbe rapporti dopo la fine dell’idillio con il Mossad; i due stavano lavorando a un libro di memorie. Marwan era stato al servizio di Israele o lo aveva raggirato? I due avevano il 27 giugno 2007 avevano un appuntamento ma il giorno prima, Marwan volò dal quinto piano. La polizia non parlò mai di omicidio. Fu il terzo caso di un egiziano, sospettato di avere rapporti con i Servizi, a cadere da un balcone a Londra; così morirono Leithy Nassif (1973) e l’attrice Soaud Hosny (2001). Ma queste sono altre storie. O forse no.

Come Litvinenko e Assange Becker da star a “perseguitato”

E ora, per tirarsi fuori dai guai finanziari in cui si è cacciato anni fa, Boris Becker si appella all’immunità diplomatica, grazie ai buoni uffici di un abile avvocato inglese specializzato in diritti umani. È una leggenda dello sport, e Wimbledon ricorda ancora la sua prima, straordinaria vittoria, quando Bum Bum Becker aveva solo 17 anni. A 50, di quei trionfi resta una seconda carriera di commentatore televisivo e una montagna di debiti: errori di valutazione e investimenti finiti male per circa 60 milioni.

Fra questi, un grosso debito con la banca d’affari Arbuthnot Latham, che per tornare in possesso del dovuto lo scorso anno aveva ottenuto la dichiarazione di bancarotta e ora continua le procedure legali per entrare in possesso degli altri beni del campione.

Procedure che Becker ha definito “ingiustificate e ingiuste”. Stavolta, di fronte alla Alta Corte di Londra, i legali di Becker hanno giocato una carta paradossale, ma che potrebbe rivelarsi efficace: invocare il diritto all’immunità diplomatica. Dallo scorso aprile, Becker è l’ambasciatore per lo sport e la Cultura della Repubblica Centroafricana presso l’Unione Europea e secondo i suoi avvocati, che si appellano alla Convenzione di Vienna del 1961 sulle Relazioni Diplomatiche, non può essere sottoposto a nessun procedimento legale senza l’assenso del governo che rappresenta e del ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson.

Nomina provvidenziale, ottenuta solo qualche mese fa: un tweet del 29 aprile scorso ritrae il campione che stringe la mano del presidente centroafricano Faustin Archange Touadera, a Bruxelles. In quella occasione, il presidente Touadera aveva dichiarato: “Siamo molto felici che una star globale come Boris Becker, con la sua ampia rete di relazioni, abbia accettato di sostenere la nostra nazione nel percorso di cambiamento iniziato con la mia presidenza nel 2016”.

Non è chiaro esattamente in che modo Becker possa aiutare lo stato centroafricano, stravolto da colpi di stato, regimi dittatoriali e conflitti interni fin dalla dichiarazione d’indipendenza dalla Francia nel 1960, oggi drammaticamente ultimo su 188 paesi nell’Human Development Index, con oltre metà della popolazione bisognosa di aiuti umanitari, più di un milione di persone costrette a lasciare le proprie case e a riparare nei paesi confinanti, il 40% dei bambini malnutriti e un’aspettativa di vita fra le più basse al mondo. Conforta sapere che Boris svolgerà l’incarico a titolo gratuito. Ora sappiamo però come la Repubblica Centro africana può aiutare Bum Bum: garantendogli un po’ di tempo per trovare i soldi. Architetto di questa strategia sembra essere Ben Emmerson, brillante avvocato inglese specializzato in diritti umani e già noto alle cronache per aver rappresentato Marina Litvinenko, la moglie dell’ex agente russo Alexander Litvinenko assassinato con un the al polonio nel 2006 a Londra, e Julian Assange nella sua causa di estradizione in Svezia.

Quando non si adopera per tirare fuori di pasticci ex campioni milionari, Emmerson è il rappresentante britannico nel Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda e per la ex Yugoslavia, ed è membro eletto dello Human Rights Council delle Nazioni Unite.

 

Bari, allagata la tendopoli del palagiustizia a rischio crollo

La bomba d’acqua che ieri si è abbattuta su Bari ha partorito – oltre ai disagi che hanno finito per coinvolgere anche ospedali e Asl – l’ennesimo paradosso dell’amministrazione della giustizia. La tendopoli allestita nel parcheggio sterrato del Palagiustizia di via Nazariantz dichiarato inagibile perché a rischio crollo – in cui si celebrano da 18 giorni le udienze penali di rinvio – si è completamente allagata. Motivo per cui l’attività di udienza si è dovuta svolgere all’ingresso del palazzo inagibile, nell’atrio dove abitualmente vengono fatti i controlli di sicurezza. Completamente allagato anche il piano interrato del palazzo, dove si sarebbero dovuti trasferire i fascicoli. Il ministero della Giustizia sta pensando a un decreto ad hoc per sospendere i termini processuali e permettere lo smaltimento della tendopoli. Lunedì intanto dovrebbe esserci l’ok per l’utilizzo di un immobile per una prima soluzione emergenziale per il trasferimento degli uffici giudiziari.

Dramma a Messina, due bambini uccisi dalle fiamme in casa

Due fratellini di 10 e 13 anni sono morti a causa di un incendio divampato in un appartamento al primo piano di uno stabile in cui viveva una famiglia di sei persone. È successo nella notte tra giovedì e sabato nel centro storico di Messina. Le fiamme, partite a quanto pare dalla cucina, si sarebbero propagate rapidamente per la presenza di soppalchi e pavimenti in legno. I genitori e altri due figli di 5 e 8 anni sono riusciti a salvarsi, ma per gli altri due non c’è stato nulla da fare. La polizia ha avviato le indagini, coordinate dalla Procura, per capire la causa del rogo. L’ipotesi più accreditata è il cortocircuito. Esclusa, invece, la perdita di gas. L’allarme è stato dato da una vicina di casa della coppia. Il padre è riuscito a trarre in salvo i bimbi più piccoli, ma non ce l’ha fatta a portare al sicuro gli altri due, Raniero di 10 anni e Francesco Filippo, 13. Quest’ultimo, secondo il racconto dei testimoni, ha anche cercato di salvare la vita l’altro. Ma c’era tanto fumo e il fuoco, che ha distrutto in poco tempo la casa, ha ucciso entrambi. I vigili del fuoco sono intervenuti con 11 mezzi e hanno evacuato lo stabile. Tutti e quattro i sopravvissuti sono stati portati in ospedale.

“Riesumate il corpo di Attilio Manca”

“Dalla riesumazione della salma di Attilio Manca, potrebbero emergere elementi decisivi per la tesi dell’omicidio di mafia”. Parola dell’avvocato Fabio Repici, che con Antonio Ingroia assiste i familiari dell’urologo siciliano trovato cadavere nella sua casa di Viterbo l’11 febbraio 2004, in quella che la procura locale ha liquidato come un’overdose e che la madre, Angela Gentile, ha sempre denunciato come un’esecuzione scattata per proteggere la latitanza di Bernardo Provenzano.

Secondo la donna, infatti, il figlio potrebbe aver curato il boss operato alla prostata nel 2003 a Marsiglia. Sulla scia delle dichiarazioni di 5 pentiti, la Procura di Roma due anni fa avviò una nuova indagine per omicidio, ma alla fine i pm hanno chiesto l’archiviazione e ora si attende la decisione del gip Elvira Tamburelli che può riaprire il caso, ordinando nuovi approfondimenti, o chiuderlo per sempre. Repici intanto lancia un appello al Procuratore nazionale antimafia: “Assuma un ruolo di impulso”.

La nuova perizia del tossicologo Salvatore Giancane ritiene “utile” la riesumazione del corpo di Attilio Manca. Ma cosa potrebbe emergere a 14 anni dalla sua morte?

Oltre ad attestare con certezza se l’urologo sia mai stato consumatore di droga o se questa sia una tesi falsa, un nuovo esame può dirci se siano presenti microlesioni derivate dall’aggressione con la quale fu bloccato per iniettargli l’eroina letale.

Sull’autopsia di Attilio Manca sono sempre stati sollevati dubbi per i segni di violenza sul corpo. Persino Dalila Ranalletta, il medico che eseguì l’esame, durante un fuorionda de Le Iene, definì “sospetta” l’assenza del laccio emostatico accanto al cadavere. Cosa accadde quella sera?

È certo che la posizione finale del corpo di Attilio Manca è quella di un cadavere appoggiato appositamente su un letto altrimenti intatto. Uno scenario costruito ad hoc.

La decisione del gip appare oggi cruciale, dopo che anche la Commissione Antimafia si è allineata alla versione dell’overdose accidentale. Perché è così difficile credere alla tesi dell’omicidio?

Non è difficile. Caso mai è scomodo. Come sempre, quando negli omicidi sono coinvolti apparati deviati.

Lei e Ingroia avete chiesto di iscrivere nel registro degli indagati Ugo Manca, cugino di Attilio, la cui impronta è stata trovata a casa dell’urologo, e Rosario Pio Cattafi, definito dai pentiti un uomo-cerniera tra mafia e servizi. Ma anche di continuare ad indagare su un eventuale ruolo di Giovanni Aiello, detto Faccia di Mostro, l’ex poliziotto scomparso nell’estate 2017. Secondo lei, chi ha ucciso Attilio Manca?

Almeno due di quei tre nomi sono veri e propri mafiosi di Stato. Ecco, io credo che Attilio Manca sia stato ucciso da mafiosi di Stato.

Cosa vorrebbe dire agli inquirenti?

Mi rivolgerò al capo della Procura nazionale, Giuseppe Cafiero De Raho, che da procuratore di Reggio Calabria ebbe il merito di insistere affinché si investigasse su Aiello, chiamato in causa per l’Addaura e le stragi ’92-’94, per l’omicidio Agostino e per la strage alla stazione di Bologna. Credo che oggi la Dna debba tornare ad assumere quel ruolo di impulso fondamentale. A partire dall’omicidio Manca.

Mambro, quella brava ragazza. L’ultimo oltraggio a Bologna

Con il ritorno sul luogo del delitto dei terroristi Francesca Mambro e Valerio “Giusva” Fioravanti, il ricordo per non dimenticare della strage della Stazione di Bologna quest’anno parte da lontano, da quando è iniziato il processo a Gilberto Cavallini imputato di concorso nella strage del 2 agosto 1980, per aver dato supporto logistico ai due esecutori materiali, condannati definitivamente con Luigi Ciavardini per aver ucciso 85 innocenti e 200 feriti.

Per i famigliari delle vittime e per i sopravvissuti quel sabato di 38 anni fa, che avrebbe dovuto rappresentare l’inizio delle vacanze, si è tramutato in un incubo che li accompagnerà per tutta la vita. La tragedia personale si mescola ai depistaggi, alle false testimonianze, ai servizi segreti deviati, alla P2, ai non ricordo e alle tante promesse non mantenute dei vari Governi: il diritto alla pensione anche a chi ha subito un’invalidità permanente inferiore all’80 per cento; la mancata digitalizzazione degli atti che impedisce la ricerca simultanea su tutte le tragedie; la direttiva del governo Renzi del 2014 sulla declassificazione dei documenti mai applicata.

Paolo Bolognesi, presidente delle Associazioni delle vittime ha denunciato che è impensabile che chi in tutti questi anni ha tenuto nascosto gli atti oggi sia disponibile a renderli pubblici. I fatti dimostrano che la ricerca della verità annega nell’oblio.

È con questo spirito che a Bologna si è presentato in aula Fioravanti, libero cittadino dal 2009, nonostante 8 ergastoli, dopo 18 anni di detenzione, 6 di semilibertà e 5 anni di libertà vigilata, che si dovrebbe applicare non solo per buona condotta ma a chi si ravvede su ciò che ha fatto.

Non mi pare che il duo Mambro e Fioravanti si sia ravveduto dall’aver messo una valigia con venti chilogrammi di esplosivo militare nella sala d’aspetto di 2ª Classe della Stazione di Bologna, quella più frequentata.

Il 13 giugno scorso la deposizione del Tenente, nome in codice dell’ex bambino prodigio dello sceneggiato tv La famiglia Benvenuti, ha toccato il culmine della falsità quando, parlando della moglie, ha affermato che “nonostante non abbia mai sparato un colpo ha subito 8 ergastoli”. La mancanza di memoria storica è un gioco che nel nostro paese risale agli albori della democrazia, non lo si dovrebbe permettere a chi ha mani che colano sangue innocente.

Il programma tv di Enzo Biagi Linea diretta ci aiuta a ricordare. Era il 1985 quando il grande giornalista intervistò Francesca Mambro, allora ventiquattrenne, considerata la primula nera del terrorismo di estrema destra. Le parole della Mambro smentiscono quelle del marito. Biagi le chiese se lei si sentiva il capo o la ragazza del capo. “Mah, visti i risultati, penso il capo, senza presunzione”. Poi nel corso dell’intervista Biagi arriva al punto: “…Dove ha trovato il coraggio per uccidere? Lei è accusata di aver sparato a un uomo che era per terra e che stava morendo, di avergli dato il colpo di grazia”. “Innanzi tutto, va beh, non è che voglio difendermi da queste cose perché…”.

Biagi la interrompe: “Lei ha il diritto anche di difendersi…”. “Cioè non ha senso. Resta il fatto che noi abbiamo fatto determinate scelte che prevedevano anche lo sparare, il conflitto a fuoco. Atteggiamenti da sciacallo per quanto riguarda il mio percorso non ne ho avuti…”.

Biagi insiste: “Quindi questo episodio…”. Mambro: “Quindi ho sparato, sì ho sparato, ho premuto il grilletto…”. Sentire in aula da Fioravanti affermare ancora: “Siamo innocenti!”, per i parenti delle vittime è rivivere la tragedia. Si sa che il depistaggio della pista palestinese fu strategicamente definito a partire da marzo 1980, ben cinque mesi prima dell’attentato.

La killer nera, così era soprannominata Francesca Mambro, che le immagini di repertorio dei telegiornali ce la mostrano dentro la gabbia, disinteressata a ciò che accade nell’aula del tribunale, abbracciata al marito, incuranti delle telecamere, mentre amoreggiano, non rinnega ciò che ha fatto, anzi rivendica l’uccisione del giudice Mario Amato: “Rappresentava qualcosa di contrario alla nostra logica”.

Dopo averlo fatto fuori, lei e i camerati festeggiarono l’impresa con ostriche e champagne. Quell’incontro colpì molto Biagi, gli procurò lo stesso disagio che aveva provato con Kappler, Reder e Kesselring. “L’aspetto e i modi spigolosi, il lucido disprezzo: è forse il personaggio più sconvolgente che ho incontrato in tanti anni di mestiere; e c’è dentro di tutto: artisti, ladri, soldati, banditi, politici, campioni, puttane, quasi sante, grandi signore, mezze calzette, prelati, grandi truffatori, giocatori di ogni genere. Nessuno mi ha mai detto: – Non conosco la parola rimorso –, qualche tarlo, qualche pena, tutti ce l’avevano dentro”.

“La truffa delle Ong” Raisport condivide il post CasaPound

Rai Sport – o almeno qualcuno al suo interno – persa la Nazionale di Calcio ai Mondiali di Russia, insegue un altro “Primato nazionale”. Su Facebook, infatti, la pagina ufficiale del canale sportivo del servizio pubblico ha condiviso un articolo dell’omonimo quotidiano di Casa Pound: “Così l’Aquarius ha svelato il gioco sporco delle Ong”, scrive il Primato nazionale, nell’articolo condiviso. Nel testo si legge tra l’altro che la “situazione paradossale” dei migranti “potrebbe far pensare ad una sorta di premio che la Ong riceve da qualcuno interessato al business dell’accoglienza per traghettare i migranti in Italia”.

E ancora: “I migranti morti sono sempre stati materiale di propaganda per le Ong”. “Dopo 7 anni di “maggiordomismo servizievole e masochistico” nei confronti dell’Europa, di altri Stati, di agenzie della Nazioni Unite e, perfino, di organizzazioni private, l’Italia ha finalmente alzato la testa“, si legge ancora. Rai Sport ha condiviso e poi cancellato. Ma in rete le tracce restano. La Rai ha disposto l’immediata rimozione del post, assicurando, al contempo, che sono già in essere tutte le iniziative volte a individuare il responsabile del gesto, per il quale saranno presi opportuni provvedimenti.

Migranti (e non solo), i detenuti senza reato

Diritti fondamentali e sicurezza, ovvero l’equilibrio dove si misurano le “salde istituzioni democratiche”. La relazione del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale Mauro Palma, presentata ieri al Senato, va dritta sul fronte più sensibile del Paese. Partendo da un’analisi dettagliata dell’intera filiera del sistema italiano di gestione dei migranti irregolari, per poi arrivare al mondo sommerso delle “detenzioni di fatto” di disabili psichici, anziani e minori con disturbi del comportamento.

Nella seconda edizione della relazione annuale non si parla più solo di carceri e detenuti, ma di quel mondo dove la privazione della libertà non deriva da una pena da scontare, ma da uno status sociale, con numeri che di gran lunga superano quelli dei detenuti con condanna da scontare. Un mondo parallelo, coperto spesso da ombre.

Sessantatre nazionalità diverse, più di 15 mila minori non accompagnati, per un totale di 119.369 arrivi registrati nel 2017 (numero, come noto, in flessione rispetto all’anno precedente). I migranti, nell’analisi dell’ufficio del Garante, sono oggi il caso più delicato del complesso equilibrio tra esigenze di tutela della sicurezza e garanzia di rispetto dei diritti fondamentali. Con una premessa che il presidente della authority ha voluto sottolineare nella sua relazione di presentazione dell’ultimo rapporto: “Il problema della irregolarità dei migranti che giungono senza documenti dopo questi avventurosi viaggi via mare, deve essere affrontato non con strumenti di eccezione, ma con quelli che attengono ad un problema strutturale, probabilmente destinato ad impegnare il nostro paese per molti anni”. I monitoraggi dell’ufficio del garante delle diverse strutture ha mostrato invece un sistema con molte criticità.

Ad iniziare dagli Hotspot, oggetto di una “forte perplessità, che nasce dalla loro configurazione ‘anfibia’, essendo luoghi di natura giuridica incerta”. Apparentemente con “vocazione umanitaria per le attività di primo soccorso e assistenza”, ma anche luoghi di “svolgimento delle procedure di polizia di pre-identificazione e di avvio delle operazioni di rimpatrio forzato”. Procedure che implicano per gli ospiti il divieto di allontanamento e la “coercizione nell’esecuzione dei provvedimenti”. Un limbo, dove la privazione della libertà non è sorretta da decisioni di magistrati.

Problematici sono anche i rimpatri forzati con i voli charter, destinati a riportare nei luoghi d’origine i migranti senza diritto all’asilo (6.514 persone rimpatriate nel 2017). Il garante, tra le altre cose, ha denunciato nella relazione la pratica di tenere per molte ore “i polsi dei rimpatriandi legati con fascette di velcro, indiscriminatamente e in assenza di comportamenti apertamente non collaborativi”, dopo essere stati “lasciati per ore in spazi aperti, sotto il sole”, con viaggi organizzati senza un congruo preavviso. Osservazioni che si sono scontrate con una “inerzia dimostrata dal Ministero dell’Interno nel dare riscontro alle raccomandazioni”.

La privazione della libertà non sempre rispetta i diritti anche in altri casi meno eclatanti come trattamenti sanitari obbligatori (7.995 casi nel 2017), dove non esiste un registro nazionale che permetta un accurato monitoraggio. L’attenzione si è poi concentrata anche sulle strutture residenziali per anziani e disabili, di fatto sottoposti a restrizione della libertà personale. Sono 273.316 i disabili in questa situazione, di cui 3.147 minori con disturbi mentali dell’età evolutiva, 51.593 adulti con patologia psichiatrica.

La prima del professor Conte. Quasi pace fatta con Macron

Adesso non traiamo conclusioni dall’intensità della stretta di mano e non leggiamo, come aruspici, il fondo dei piatti del pranzo di lavoro all’Eliseo: tra Italia e Francia, non è scoppiata la pace, come non era mai scoppiata la guerra. Il presidente francese Macron e il premier italiano Conte non hanno certo risolto da soli problemi che sarà già difficile risolvere tutti insieme con gli altri Paesi europei, o almeno con l’“asse dei volenterosi” che vogliono starci.

L’espressione “asse dei volenterosi”, evocata dal ministro dell’Interno tedesco Seehofer, circa un’intesa fra Italia, Austria e Germania, non piace a Macron, perché – osserva – “la parola non ha mai portato fortuna”; e i “volenterosi’, che ricordano gli alleati degli Usa nell’invasione dell’Iraq, non piacciono a Conte, che vorrebbe vedere “volenterosi” tutti i Paesi Ue. Quanto poi alla prospettiva di un asse tra i ministri dell’Interno di Italia, Austria e Germania, tutti esponenti di forze non inclini all’accoglienza, Macron è tagliente: “Sono i capi di governo che prendono le decisioni. È quel che dicono le nostre Costituzioni”. Macron esprime così il suo sostegno ad Angela Merkel, messa in difficoltà dal bavarese Seehofer.

Accolto all’Eliseo dalla Guardia Repubblicana e da una stretta di mano di Macron, accompagnata da sorrisi e da una pacca sulle spalle, Conte ha portato in Francia una proposta non innovativa, ma precisa sul fronte immigrazione: la creazione di hotspot nei Paesi d’origine dei migranti, specie quelli africani – la Libia, paese di transito, il Niger e sub-sahariani – per frenare il flusso verso il Mediterraneo e tutelare le vite a rischio sia nel deserto sia in mare.

Nel loro incontro, Macron e Conte hanno anche parlato della riforma del regolamento di Dublino, che l’Italia vuole in tempi brevi e più radicale di quella finora discussa. La Francia pare d’accordo perché cada il vincolo del Paese d’ingresso che fa pesare soprattutto su Italia e Grecia l’onere di vagliare le posizioni dei richiedenti asilo. E Conte si dichiara “in piena sintonia”.

Nelle parole di Macron, come pure nei resoconti dei media francesi, c’è un po’ di coda di paglia, ma c’è pure attenzione per le posizioni italiane. Sui migranti, “la risposta europea attuale non è adeguata – ammette il presidente –, come non lo sono singole posizioni nazionali”; e rinnova l’esortazione all’Italia a lavorare insieme per riformare l’approccio europeo ai flussi migratori: “Quando si parla di migrazione ci sono drammi umani – ricorda Macron – Io non dimentico quello che l’Italia ha dovuto subire dal 2015 con arrivi in massa dal Nord Africa”.

Macron distingue tra chi scappa da guerre ed è in pericolo di vita e i migranti economici. “I primi – dice – troveranno sempre accoglienza, per i secondi dobbiamo fare una distinzione. Va reso più efficace il ritorno al Paese d’origine di chi non ha diritto d’asilo”. E sul caso Aquarius, pietra dello scandalo dei rapporti tra Italia e Francia, il presidente puntualizza: “Se una nave arriva nelle acque italiane, l’Italia deve farsene carico, non può violare le leggi internazionali. Il dramma, però, comincia prima, quando i migranti partono dai Paesi di transito. Su questo serve una risposta europea più efficace”.

La questione finirà al Vertice europeo di fine giugno a Bruxelles in vista del quale Conte vedrà lunedì prossimo la cancelliera Merkel.

A Bruxelles, a fine mese, si parlerà pure di Unione bancaria e di governance dell’eurozona. A Conte, Macron dice: “Bisogna finalizzare l’Unione bancaria per stabilizzare la zona euro”. Dovevano parlarne martedì scorso i ministri dell’Economia italiano e francese, ma il professor Giovanni Tria cancellò l’impegno: altri tempi, tre giorni fa Roma e Parigi erano in guerra. Ora Conte prospetta “una sinergia tra Roma, Parigi e Berlino”.

Stridono un po’ con il clima dell’Eliseo le dichiarazioni dei leader dei partiti di governo: Di Maio assicura che “l’Italia non arretra”; Salvini annuncia che sarà “presto” a Ventimiglia, al confine con la Francia. Ma entrambi parlano prima che il loro premier li informi dell’esito dell’incontro con Macron. A cose fatte, cantano entrambi vittoria: la loro linea – dicono – ha vinto.