Quando la Voce del padrone entra in redazione

“Io con i giornalisti non parlo, parlo con le proprietà dei giornali”.

(Winston Churchill)

 

Non è uno scandalo che un editore scriva sul proprio giornale, per esprimere un’opinione personale o anche un dissenso rispetto all’orientamento del suo direttore e della sua redazione. Anzi, quando avviene alla luce del sole, può essere perfino un bene, una prova di libertà, una dimostrazione del rispetto dei ruoli e della dialettica interna, che rafforza quella testata e ne accresce la credibilità. D’altra parte, è l’editore che sceglie e nomina il direttore, dopo aver concordato con lui la linea politico-editoriale a norma di contratto. E infatti, quando questo rapporto si logora o si spezza l’editore licenzia il direttore, com’è accaduto recentemente anche al Mattino di Napoli che appartiene al gruppo del costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone.

Non c’è niente di scandaloso, dunque, nel fatto che nei giorni scorsi il proprietario del Foglio, Valter Mainetti, presidente di Sorgente Group e in quanto tale imprenditore immobiliare, abbia inviato a quel giornale una lettera apparsa in prima pagina sotto il titolo vagamente ironico “La Voce del Padrone”, manifestando il proprio disaccordo rispetto all’atteggiamento critico del quotidiano nei confronti del governo Conte. Se il direttore non avesse voluto pubblicarla, a suo rischio e pericolo avrebbe anche potuto rifiutarsi di farlo, magari preparandosi a pagarne le conseguenze di persona. E infatti, Claudio Cerasa ha replicato in calce per confermare la propria posizione e rivendicare la propria libertà, dichiarandosi sempre disposto a ospitare le critiche del professor Mainetti.

Di scandaloso, c’è piuttosto il fatto che in questo caso si confondono la figura dell’editore e quella del “padrone”, com’è stato definito nello stesso titolo del giornale. Non basta, infatti, essere proprietari di una testata per diventare editori. Né basta disporre di risorse finanziare e rischiare i propri capitali. Tant’è che a volte certi editori, pur non avendo abbastanza soldi per mantenere un giornale, continuano a essere e a fare gli editori. Occorre anche la tensione ideale, la passione civile, l’impegno morale. Un esempio per tutti: alla guida del gruppo L’Espresso-Repubblica, Carlo Caracciolo è stato indubbiamente un grande editore illuminato; mentre Carlo De Benedetti non è riuscito mai a diventarlo, benché conservi tuttora la carica di “presidente onorario”. Ma per molti anni l’Ingegnere ne è rimasto “proprietario”, azionista di riferimento, diciamo pure “padrone”.

Ora la verità è che in Italia, come qui abbiamo già scritto altre volte, quelli che un tempo si chiamavano “editori puri”, cioè senza interessi estranei di carattere industriale, economico o finanziario, vanno purtroppo scomparendo e si possono contare sulle dita di una mano. Questa è ormai una razza in via di estinzione, da proteggere come il panda del Wwf. E se un proprietario sente la necessità di scrivere al suo giornale per esprimere pubblicamente il proprio dissenso, e magari prendere le distanze per motivi di opportunità, allora si pone un problema di trasparenza e di correttezza nei confronti di tutta l’opinione pubblica.

Nessuno vuole fare il processo alle intenzioni di nessuno. Ma quando un imprenditore fa sentire “la voce del padrone” a un direttore e a una redazione, o peggio ancora cerca di strumentalizzare il giornale per difendere i suoi interessi aziendali, rompe il patto di fiducia con quella testata e con i suoi lettori. E così dimostra nei fatti di non essere un vero editore.

Migranti, poche idee e fasulle (pure all’Eliseo)

La gestione delle migrazioni (forzate e non) è ormai fondamentale per la vita di ogni governo e i vertici internazionali, come quello di Macron e Conte ieri, si giocano soprattutto su questo. Eppure da vent’anni, da quando l’Europa ha chiuso le frontiere esterne e aperto quelle interne, le reali dinamiche delle migrazioni sono sistematicamente ignorate. Prendiamo le due proposte portate ieri da Conte all’Eliseo: hotspot nei paesi di origine e riforma del Regolamento Dublino.

La prima contiene una esplicita proposta di esternalizzare in paesi terzi l’esame delle domande di asilo e successivamente di condurre in Europa i “veri” rifugiati bloccando alla partenza le domande pretestuose (procedura da non confondere con i programmi di reinsediamento e gli ingressi per motivi umanitari). È una proposta nuova ma già avanzata più volte dagli anni ’90 ad oggi che si pone in radicale contrasto con la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato e con il vigente diritto europeo in base al quale ogni persona ha diritto di chiedere protezione a un determinato Paese e vedere esaminata la sua domanda con procedure rigorose, adeguata assistenza e possibilità di ricorrere ad un’autorità giudiziaria indipendente in caso di diniego che ha il potere di rivalutare nel merito la domanda ed eventualmente riconoscere la protezione negata in via amministrativa.

Si tratta di garanzie inattuabili al di fuori del territorio nel quale lo Stato che esamina la domanda esercita la propria giurisdizione. L’esame della domanda di asilo in Paesi terzi non può che essere sommaria e inadeguata perché l’esame avviene in condizioni e contesti non controllabili. Perciò l’esternalizzazione rappresenta il più grave attacco al diritto d’asilo che sia stato attuato dal 1951 ad oggi. Assai più sensato e utile sarebbe invece difendere il diritto d’asilo per ciò che esso è, ovvero un diritto fondamentale della persona che va rispettato senza indebite compressioni, e ripensare la normativa aprendo canali di emigrazione regolare per lavoro e per ricerca di lavoro. Si tratta dell’unica modalità efficace per salvare il diritto d’asilo, divenuto oggi forzatamente unico canale possibile di qualunque migrazione, senza comprimerlo o stravolgerlo e per diminuire le migrazioni irregolari (combattendo il traffico criminale che le gestisce).

La seconda questione sul tavolo dell’Eliseo ieri è stata la riforma del Regolamento Dublino. L’assenza del punto di vista del migrante qui crea le schizofrenie più gravi. Macron dice all’Italia che è disumana nel respingere l’Aquarius e contemporaneamente usa Dublino come strumento per bloccare e respingere i migranti verso l’Italia.

Salvini attacca allora la Francia per i metodi violenti dei respingimenti a Bardonecchia, ma contemporaneamente si dice d’accordo con Orban che intanto guida la linea più dura per una versione ancora più restrittiva di Dublino. Conte prova a dire che vuole una riforma di Dublino che preveda distribuzione solidale dei richiedenti asilo, ma sa bene che gli amici di Salvini non la vogliono. La schizofrenia è insolubile. Intanto il migrante, del cui progetto migratorio nessuno sembra tenere conto, rimane ancora una volta bloccato dove non vuole, producendo tensione sociale.

Per tutto ciò riteniamo fondamentale ripartire da una visione politica e normativa che consideri i migranti delle persone con un progetto migratorio che può essere regolamentato ma non ignorato o negato. Perché la chiusura dei confini, la criminalizzazione della solidarietà e l’egoismo nazionalista sono errori del passato che possono fare molto male a tutti noi.

Convinti di ciò oggi e domani nel Forum di Bardonecchia lavoreremo insieme, associazioni e amministrazioni italiane e francesi, per lanciare una proposta di cambiamento innovatrice delle politiche migratorie europee.

 

La spocchia di Parigi, problema europeo

Il problema dell’Europa non è l’Italia, col suo pesantissimo debito pubblico accumulato soprattutto negli anni del glorioso CAF, con le pensioni di vecchiaia fasulle, di invalidità inventate, con le “pensioni d’oro” e tutto lo smercio del voto di scambio, né la Spagna con l’indipendentismo catalano, né la periclitante Grecia.

Il problema è la Francia. Con la sua ridicola e pericolosa grandeur, la sua boria o, per esprimerci con le parole di Palazzo Chigi nei giorni dello scontro con Macron, “col suo atteggiamento di superiorità insopportabile”.

Questi credono di vivere ancora l’epopea di Napoleone. Anche se pur sul teppista corso ci sarebbe poi da ridire: con i quattro milioni di soldati messi sul campo abbandonando la civile guerre en dentelles degli austriaci, e la democrazia esportata in Europa sulla punta delle baionette.

Comunque da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Non si era ancora spenta l’eco dei processi di Norimberga e di Tokio, che secondo le intenzioni avrebbero dovuto “escludere la guerra dalla vita della società”, che già le truppe francesi soffocavano con l’atroce brutalità di sempre un disperato tentativo del Madagascar di liberarsi delle manette coloniali. Questa vile e facile vittoria è stata l’unica della loro storia post napoleonica. Dopo non hanno fatto altro che buscarle. Nel 1870 nella guerra franco-prussiana i tedeschi annientarono in un sol mese l’esercito di Napoleone III. Nella prima Guerra Mondiale furono sconfitti dai tedeschi a Charleroi, si ritirarono sulla Marna e furono salvati dagli inglesi, come sempre dagli inglesi fu salvata non solo la Francia ma l’intera Europa nella seconda Guerra Mondiale. L’insuperabile Linea Maginot fu irrisa da Hitler che, passando per il Belgio, dopo pochi mesi passeggiava sugli Champs-Élysée. Il collaborazionismo francese col governo Pétain fu maggiore di quello degli italiani che pur dei nazisti erano alleati. Durante il governo fantoccio di Pétain, Gerhard Heller, il funzionario tedesco che doveva occuparsi di tenere sotto controllo i letterati e gli scrittori francesi sospettati di essere contrari al regime, si meravigliava che le denunce contro costoro venissero molto più dai loro connazionali che dai nazisti e dalla Gestapo. Nonostante tutto ciò, grazie all’escamotage del governo De Gaulle riparato a Londra, riuscirono a sedersi al tavolo della pace da vincitori a fianco degli inglesi, degli americani e dei russi che quella guerra, con enormi sacrifici di sangue, l’avevano combattuta e vinta davvero.

Nel 1954 furono sconfitti rovinosamente dai vietnamiti a Dien Bien Phu.

Però i “cugini d’oltralpe” continuano imperterriti nel loro grottesco “complesso di superiorità” e nei tempi più recenti hanno causato danni gravissimi all’Europa e soprattutto all’Italia. La sciagurata aggressione alla Libia è stata una loro iniziativa. Sono stati poi seguiti dagli immancabili americani e purtroppo anche da noi italiani, eternamente autolesionisti. Il nostro premier del tempo, Silvio Berlusconi, grande amico di Gheddafi, era contrario ma si accodò per sottomissione agli americani come aveva fatto D’Alema nel 1999 nella guerra alla Serbia. Con la differenza che D’Alema non era amico di Milosevic e quindi Berlusconi, nel suo sottomettersi, è stato doppiamente coglione. Per giustificarlo si dice che fu il presidente Giorgio Napolitano a convincerlo. Ma per Napolitano-Berlusconi vale quanto abbiamo scritto per Mattarella-Conte: in una Repubblica parlamentare, qual è fino a prova contraria la nostra, la politica la fa il premier e non il presidente della Repubblica.

Per non farsi mancar nulla i francesi, forse gli unici rimasti ad avere una mentalità colonialista vecchio stampo, hanno aggredito il Mali del nord abitato da pacifici Tuareg che, per difesa, si sono uniti agli jihadisti locali. Da qui la guerra e l’altrimenti inspiegabile migrazione maliana.

Dopo essere stati responsabili in notevole misura delle migrazioni, adesso i francesi respingono questi disperati ai loro confini, da Ventimiglia a Bardonecchia (per la verità a Bardonecchia sono andati anche oltre, penetrando con i loro militari nel nostro territorio). E nei giorni scorsi si sono permessi di bollarci, per il caso Aquarius, come “irresponsabili, cinici e vomitevoli”.

Però in questo caso una funzione utile l’hanno avuta. Ci hanno restituito un pizzico d’orgoglio d’esser italiani, che abbiamo eterni difetti che eternamente si ripetono (vedi il nuovo “caso Roma” che coinvolge anche i Cinque Stelle), ma almeno non siamo schifosamente sciovinisti come i francesi che non ne hanno di meno.

Mail box

 

Perché Conte non dovrebbe difendere gli imprenditori?

A 15 giorni dal giuramento di Giuseppe Conte e a quasi un mese dall’insediamento del Parlamento, ci si chiede quale sia lo stato della stampa italiana, per tradizione entusiasta dei politici di maggioranza, ed ora costretta a confrontarsi con politici refrattari ai soliti convenevoli. Se il termometro della situazione è rappresentato dai titoli di questi giorni su Lanzalone, manager di area pentastellata senza tessera di partito, che dimenticano di prestare la stessa attenzione sui due politici di Forza Italia e del Pd, la vedo brutta.

Ma oggi la mia attenzione è stata catturata dall’articolo di L’Espresso: ci avverte che il premier Giuseppe Conte, presentatosi come “avvocato del popolo” in realtà tale non lo è. Ed il motivo è presto spiegato. Il primo ministro infatti, affermano i giornalisti, avrebbe difeso, in qualità di avvocato, un soggetto poi arrestato per gravi reati.

Chiariamo una cosa. Gli avvocati spesso difendono colpevoli, bugiardi, responsabili dei delitti più indicibili. È il loro lavoro. Se dovessimo giudicare un avvocato dai suoi clienti, probabilmente non si salverebbe nessuno.

L’art. 24 della nostra Costituzione prevede che “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”, principio anche affermato anche dal Trattato di Nizza. Ma forse per i due giornalisti il punto non è nemmeno questo, visto che dall’articolo si evince che l’avvocato Conte ha difeso il tale poi accusato – in attesa di giudizio – soltanto in sede di arbitrato (ovvero in sede civile e non penale).

Il punto, forse allora è costituito dal fatto che – e qui si capisce il collegamento con la seconda parte dell’articolo – Conte abbia difeso un imprenditore facoltoso (i cui guadagni sembrano oggetto di accertamento penale) e successivamente sia stato parte del consiglio di amministrazione di una società appartenente ad un altro ricco imprenditore italiano, la cui storia mi sembra francamente lodevole.

Dunque, mi domando, presentarsi come “avvocato del popolo”, significa aver difeso solo non abbienti e innocenti? E i ricchi imprenditori che investono e guadagnano, non fanno anch’essi parte del cosiddetto popolo? Se i media continuano a non capire che tali articoli, non sortiscono che l’effetto di allontanare la gente dalla stampa e dalla politica cosiddetta tradizionale, temo che l’asse M5s e Lega, sia destinato a durare a lungo.

Valentina Felici

 

Gli elogi all’assessore onesto dimostrano che è un’eccezione

Meritati gli elogi bipartisan e dei media a Pierfrancesco Maran, l’assessore milanese del Pd, che ha risposto: “A Milano, ingegnere, non si usa” al palazzinaro romano, Luca Parnasi, che cercava di corromperlo, offrendogli una casa.

È significativo che “il piacere dell’onestà” sia stato dimostrato da un amministratore di Milano il cui primo sindaco, dopo la Liberazione, il socialista galantuomo, Antonio Greppi (1894-1982), nel suo primo discorso, affermò: “È arrivato il tempo di dire una parola, che arrivi al cuore di tutti gli uomini onesti, indistintamente. La storia non tradisce i giusti.” Sull’inchiesta sul nuovo stadio della Roma, il Pd, centrale e soprattutto romano, non può dar lezioni di legalità a Di Maio… Come i seguaci di nonno B. Lo dimostra, paradossalmente, il risalto, dato dai media, all’assessore, ex renziano, di Milano, che ha rifiutato la casa. Evidentemente, un dirigente democratico onesto è considerato una notizia da prima pagina, un’eccezione… che conferma…

Pietro Mancini

 

Aquarius, neanche i funzionari si sono ribellati agli ordini

In tutto questo bailamme dell’Aquarius c’è un particolare: ma è possibile che, lungo tutta la catena di comando, nessuno abbia detto: “Non si può fare e non lo faccio, si violano i trattati internazionali”? Penso che, mentre il ministro ha una responsabilità politica, i funzionari ne abbiano una giuridica, che li vincola a rispettare la legge anche in contrasto agli ordini superiori.

Rita Trigilio

 

DIRITTO DI REPLICA

Sono l’avv. Arturo Buongiovanni, difensore di fiducia del sig. Franco Formica, figlio del defunto Gualdo Formica, deceduto in data 12.06.2018 all’ospedale Perrino di Brindisi. Avendo letto il vostro articolo dal titolo “Muore in ospedale. Il figlio: ‘II respiratore era stato staccato’”, per dovere di verità e riservandomi ogni azione a tutela del mio cliente, chiarisco che il sig. Franco Formica non ha mai affermato che “Il respiratore era stato staccato”. Il dato oggettivo infatti è che il respiratore è stato trovato staccato, mentre ogni accertamento sulle responsabilità del decesso è al vaglio della magistratura, nei confronti della quale nutriamo fiducia e dalla quale ci aspettiamo il massimo rigore affinché si giunga in tempi rapidi a tutta la verità su una morte che poteva e doveva essere evitata.

Avv. Arturo Buongiovanni

 

I NOSTRI ERRORI

Nel sommario del commento a firma Vittorio Emiliani pubblicato ieri, abbiamo scritto erroneamente che a “spezzettare le aree protette” è stato il ministro Marianna Madia, e non il ministro Gian Luca Galletti, come riportato nel pezzo.

Ce ne scusiamo con i lettori e con gli interessati.

FQ

Nessuna apocalisse ma i rischi per l’eurozona restano

Non è facileper una pensionata come me, senza alcuna conoscenza di economia, capire cosa sia il Quantitative easing. Ancora meno capire se la chiusura dei rubinetti dell’Europa, annunciata da Mario Draghi, avrà delle conseguenze concrete. Perderà valore la mia pensione? L’Italia sta per entrare in una nuova crisi economica, in cui aumenteranno i prezzi al supermercato? I mutui saliranno? Sentivo parlare tempo fa di Europa a doppia velocità: d’ora in avanti l’Italia sarà condannata a stare fra quei Paesi che vanno più lenti, anche per il peso del debito pubblico? O sto facendo solo confusione? Vi prego, aiutatemi a capirne qualcosa di più.

Gentile signora Lombardo, non è il caso di allarmarsi, almeno non per ora. Semplificando, il Quantitative easing è il programma – avviato a marzo 2015 – con cui la Banca centrale europea ha acquistato in misura massiccia titoli del debito pubblico dei Paesi dell’eurozona. Oggi siamo a duemila miliardi di titoli di Stato acquistati, di cui 344 dell’Italia. Il programma si chiuderà entro fine anno. Il Qe ha contribuito a mantenere bassi i rendimenti che i Paesi devono offrire a chi compra i titoli, facendo calare la spesa sostenuta per rinnovare i debiti in scadenza (per l’Italia il risparmio è stato di circa 20 miliardi). Questi rendimenti non aumenteranno subito, visto che comunque la Bce non acquisterà nuovi titoli ma continuerà per un lungo periodo a rifinanziare quelli già acquistati che andranno in scadenza. La sua pensione non perderà valore. I prezzi al supermercato saliranno fisiologicamente, anche se da molto tempo l’inflazione si mantiene bassa: il Qe è stato varato nella speranza di farla salire, per spingere anche i salari, ma con scarso successo. Anche i mutui, sia a tasso fisso che variabile, non saliranno, non subito. La Bce continuerà a mantenere i tassi bassi a lungo, almeno fino alla fine del 2019.

Insomma, non ci sarà la fine del mondo, ma questo non vuol dire che, nel medio periodo, i rischi non siano rilevanti. L’obiettivo vero del Qe era anestetizzare il rischio percepito sui debiti pubblici tra Paesi debitori (l’Italia) e creditori (la Germania), il famoso spread, che aggrava i divari di competitività delle diverse economie. Ha contribuito anche a far deprezzare l’euro spingendo le esportazioni (e quindi la crescita). In pratica, ha tenuto in piedi l’eurozona, un’area monetaria priva di un’unione fiscale. Se non si sana questa mancanza, il problema sarà la sopravvivenza dell’euro, non l’Europa a due velocità.

Socrate contro la Gig Economy

Il mondo migliora, almeno secondo alcuni indicatori socioeconomici, ma noi siamo infelici. L’epoca che consente a miliardi di esseri umani livelli di salute, di aspettativa di vita, di libertà, di sicurezza, di agiatezza in passato impensabili, è oscurata da una diffusa insoddisfazione, dalla solitudine, dalla depressione che aumenta insieme al consumo di psicofarmaci.

I discorsi intorno alla felicità sembrano crescere insieme all’infelicità, causata da alcune tendenze della nostra società. Ma queste tendenze hanno radici profonde, che risalgono la storia fino alla Grecia di Socrate. Molti personaggi che Socrate incontra nei Dialoghi di Platone rivelano inquietanti affinità con il nostro tempo e con lo smarrimento che proviamo, sia sul piano personale sia sul piano politico. È il caso di Protagora di Abdera, il sofista, un sapiente celebre che riscuote grande consenso per le sue idee sulla felicità intesa come successo personale e come vittoria sugli altri. Ippocrate, rampollo dell’aristocrazia ateniese, è un suo ammiratore. Il ragazzo sogna la fama e il potere, però ha le idee confuse: sa cosa vuole, ma non sa bene chi è. Ippocrate incarna una mentalità diffusa: non sospetta nemmeno che la felicità coincida proprio con quel se stesso che dovrebbe prima scoprire e poi cercare di far emergere, tenendolo sempre “in vista” quando agisce nel mondo. Al contrario, Ippocrate tiene quasi nascosto, al riparo dall’esterno, il suo se stesso o meglio quell’identità segreta che egli ritiene essere il vero Ippocrate e che non intende condividere con le persone che incontra. Il ragazzo vuole frequentare Protagora e apprendere il suo sapere e la sua capacità di persuadere chi lo ascolta, ma non vuole diventare anche lui un sofista. Ecco il suo errore: egli è convinto di poter frequentare Protagora senza mettersi in gioco veramente, mantenendo anzi, di nascosto dal sofista, idee e valori del tutto diversi, da buon aristocratico qual è. Così facendo, tuttavia, provoca una divaricazione tra i suoi più intimi propositi e i suoi comportamenti che rischia di condannarlo senz’appello all’infelicità. Il suo errore si basa su una sua visione più generale della vita che a noi suona familiare. Quello che so e quello che imparerò dal sofista, egli pensa, non altererà la mia vera natura perché io sono ben altro da ciò che imparo e che faccio. Ippocrate incarna cioè una separazione che attraversa l’interiorità: è il muro invisibile che separa un nucleo di desideri più intimi, “lo strato più profondo del nostro essere”, dai saperi che apprendiamo, dalle azioni che compiamo e dai rapporti che allacciamo con gli altri. Sapere, azioni e rapporti umani, secondo questa visione del mondo, sono proiettati al di là di del muro e collocati su un piano diverso, più superficiale, dal quale sembra facile svincolarsi quando si vuole: “smetto quando voglio”. Il problema è anche sociale e politico: il muro che separa ciò che Ippocrate prova nel suo intimo e le azioni che compie nel mondo si ripropone anche a livello sociale, non più come l’errore di un singolo ma come un destino non voluto. Questo avviene, in particolare, nella forma primaria dell’agire per il cittadino, quella su cui, secondo la Costituzione, si fonda la Repubblica italiana: il lavoro.

Per i ragazzi che oggi fanno il loro ingresso nell’età adulta e s’interrogano, proprio come Ippocrate, su quali competenze acquisire per vivere al meglio la vita futura, l’infelicità dipende dalla mancanza di opportunità di lavoro che permettano non solo di raggiungere un reddito decente ma anche di “produrre senso” e sentirsi apprezzati per le proprie capacità, inclinazioni e idee. A molti giovani (e a tanti adulti) manca cioè una professione con la quale identificarsi, che dia garanzie di durata e dignità. Il significato originario della parola, che ha la sua radice in professo, “dichiaro apertamente quello che sono”, è capovolto. Il risultato è la frustrazione del bisogno di sentirsi presenti e attivi nel mondo e di essere riconosciuti grazie alle proprie azioni.

Dalle testimonianze di molti ragazzi che cercano di entrare nel mondo del lavoro, immersi in una crescente precarietà contrattuale ed esistenziale, emerge con chiarezza un dato: il mestiere che fanno (quando lo trovano) non riesce, per dirla con l’antropologo David Le Breton, a “dare significato e valore all’esistenza”, a “farli sentire al loro posto all’interno del legame sociale”. Quando tale riconoscimento non avviene, la possibilità di essere davvero felici è offuscata dalla perdita di sé e dalla disarmonia tra quel che pensiamo di noi stessi e quel che di noi dicono i nostri comportamenti. Non è diverso il disagio che provano tanti interlocutori di Socrate e che lui identifica con il peggiore dei mali: il “disaccordo con se stessi”.

Da ciò scaturisce un malessere diffuso che si è rapidamente accentuato negli anni della crisi economica e della rivoluzione digitale. La gig economy offre condizioni di lavoro sempre più al ribasso e ormai anche le aziende più tradizionali tendono a imitare i pionieri del web. L’impatto di tali trasformazioni del mercato del lavoro influenza anche il rapporto dei giovani con se stessi e il loro modo di stare al mondo. Provare a leggere anche questo fenomeno con gli occhi di Socrate può aiutarci a capire cosa sta accadendo: non è altro, infatti, che un’estensione di quell’atteggiamento di deresponsabilizzazione che Ippocrate adotta rispetto alle proprie azioni. Le nuove forme del lavoro sembrano quasi pretendere dai giovani che si comportino come Ippocrate, che non s’identifichino con ciò che fanno, che si sentano sempre proiettati verso altro, mai pienamente in gioco. “Non pensare che questo impegno durerà a lungo; devi essere disponibile alle nostre esigenze, certo, ma sentiti libero; pensa ad altro per il tuo futuro, vedrai che troverai di meglio, questo posto non è il tuo posto”: sentirsi rivolgere continuamente questo tipo di esortazioni, quando si pensa di essere usciti dalla disoccupazione e di aver trovato un proprio posto nel mondo, non produce affatto – né viene percepito come – un’estensione della propria libertà. Genera, piuttosto, frustrazione.

Questa pericolosa forma di separazione indotta è pervasiva: non si limita a condizionare il modo in cui i giovani svolgono le loro mansioni provvisorie ma, una volta entrata nelle loro abitudini, la scissione tende ad attecchire e diventa una caratteristica della loro vita. Lo stesso processo che allontana da se stessi separa anche dagli altri: dai compagni di queste avventure lavorative a tempo, con i quali è arduo costruire una solidarietà sindacale o parasindacale; dai compagni e dalle compagne di vita, con cui si fatica a progettare il futuro insieme; dalla società nel suo complesso, il cui riconoscimento per le “generazioni perdute” di oggi sfuma come un miraggio al quale ormai non si crede più. Il muro interiore, dunque, si prolunga all’esterno, attraversa la nostra polis globale: è il muro che ci isola gli uni dagli altri, provocando un diffuso senso di solitudine, vera “piaga nazionale” come l’ha definita il governo britannico; ma è anche il muro che contrappone comunità chiuse, “bolle” cementate dall’ansia di certezze rassicuranti e non negoziabili che escludono chi la pensa in modo diverso.

Dazi Usa su 50 miliardi di merci cinesi Pechino: reagiremo

Donald Trump ha approvato l’imposizione di dazi al 25% su una lunga lista di prodotti Made in China, per un totale di circa 50 miliardi di valore di merci. Le misure scatteranno in due fasi: prima su 818 categorie di prodotti dal 6 luglio poi per altre 284 . Non si è fatta attendere la risposta cinese tramite il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang: “Se gli Stati Uniti adotteranno misure unilaterali di protezionismo, danneggiando gli interessi della Cina, allora risponderemo immediatamente e prenderemo le misure necessarie per salvaguardare risolutamente i nostri legittimi diritti e interessi”. Trump ha quindi rincarato la dose e la Cina ha quindi puntualizzato che “introdurrà immediatamente contromisure della stessa portata e forza” e che “tutti i risultati economici e commerciali precedentemente raggiunti dalle due parti saranno invalidati”. La decisione Usa è stata presa per punire Pechino accusata di rubare tecnologie alle aziende Usa e di violare i diritti sulla proprietà intellettuale. Pechino vanta un surplus di circa 350 miliardi di dollari sugli Usa a cui si aggiunge la pressione cinese sui gruppi americani per trasferire tecnologia ai partner oltre oceano.

Perché l’Italia vuole bloccare l’accordo tra Europa e Canada

Ieri è stato ribadito in casa Coldiretti: il ministro dell’agricoltura Gian Marco Centinaio ha detto che l’Italia non ratificherà il Ceta, l’accordo di libero scambio tra l’Ue e il Canada. Un atto che potrebbe avere reali implicazioni sulla politica europea. Il trattato commerciale è positivo per quanto riguarda gli scambi. Prevede, ad esempio, l’eliminazione dei dazi per il 90,9% dei prodotti agricoli al momento dell’entrata in vigore, per il 91,7% dopo sette anni. Il Canada apre una quota da 18.500 tonnellate per i formaggi europei (finora sono stati applicati dazi fino al 220%) mentre l’Ue, da parte sua, eliminerà il 92,2% dei dazi agricoli all’entrata in vigore e il 93,8% dopo sette anni.

L’Ue ha poi concesso al Canada contingenti a dazio zero per circa 50mila tonnellate di carne di manzo non trattato con ormoni, 75 mila tonnellate per le carni suine e 8 mila per il mais dolce. Sopra le quote concordate su questi prodotti sensibili, l’Ue continuerà ad applicare dazi, azzerati invece su grano tenero e duro, semi oleosi e legumi. Secondo le stime dell’Ue il cambiamento vale 500milioni all’anno di risparmi. È però un accordo “misto” che deve cioè essere approvato dal Parlamento Ue ma anche ratificato da quelli nazionali e che è entrato in vigore in regime provvisorio a settembre per la parte commerciale, che è in capo a Bruxelles. Restano ancora fuori le parti sugli arbitrati e la clausola che consente agli investitori di citare in giudizio davanti a un tribunale speciale uno Stato per ottenere il risarcimento dei danni dovuti a una eventuale normativa che leda i loro interessi. Finora questa parte è stata ratificata solo da una decina di Paesi. La ratifica deve avvenire in Parlamento.

Meno positivo sui contenuti: l’accordo limita la tutela delle denominazioni di origine geografiche. Negli allegati si riconosce la protezione in Canada delle denominazioni italiane (Dop e Igp) di sole 41 indicazioni su 293 e per il sud Italia c’è solo la mozzarella campana. In Europa fanno notare che sul totale di 143 prodotti tutelati da ogni Paese, la percentuale maggiore è italiana. Inoltre, si contesta la poca trasparenza: le trattative sono state portate avanti dai governi precedenti e l’elenco di prodotti, seppur pubblico – e lo è perché l’accordo è misto (a differenza di quello che l’Ue stringerà con il Giappone quest’anno) – lo è diventato solo quando quella lista era ormai già decisa. La scelta è stata basata sui principali marchi italiani esportati in Canada. Quindi aceto balsamico, parmigiano reggiano, prosciutti toscani, lardo di colonnata, asiago, fontina, gorgonzola, mortadella di Bologna, mozzarella campana e altri. Tra gli esclusi, l’olio extravergine Toscano, la Nocciola del Piemonte, il Pecorino Crotonese, il Pomodoro San Marzano e il pane di Altamura.

E ancora: è ammesso il termine ‘Parmesan’, che allude al parmigiano, per indicare il formaggio grattuggiato, mentre per alcuni prodotti come l’Asiago, la Fontina, il Gorgonzola è consentito l’uso del termine se accompagnato da “genere” o “tipo”. “Il regime di tutela delle indicazioni geografiche -spiega Stefano Masini, Responsabile dell’Area Ambiente e Territorio di Coldiretti e già docente di Diritto Agroalimentare – nell’ordinamento europeo esclude però qualsiasi evocazione, usurpazione e imitazione”. Regola che sembra non valere per il Canada.

Altro punto contestato, l’uso di sostanze fitosanitarie che non sono più ammesse in Europa e che, oltretutto, possono configurare anche una sorta di concorrenza sleale. Come il glifosato che viene usato in Canada nell’essiccamento per la pre-raccolta mentre in Italia è vietato in queste fasi. La risposta di Bruxelles è che i residui presenti nel grano importato sono comunque molto al di sotto dei limiti europei. “Si rinuncia poi al principio di precauzione – spiega Masini – con il quale in Europa sono stati messi al bando i neonicotinoidi che provocavano impatti sulle api e si è governato il sistema di divieto degli Ogm”. La tutela del diritto dell’investitore potrebbe infatti far chiamare in causa gli Stati là dove mantenessero delle norme che ostacolassero il libero commercio.

La Commissione Ue ha definito il Ceta “una priorità” per la quale Consiglio Europeo e G7 avrebbero “confermato l’impegno”. L’applicazione provvisoria del trattato è comunque già in vigore e per il momento non cambia nulla. La partita si gioca sulle conseguenze del rifiuto italiano, che sarà ufficiale solo quando sarà comunicata come definitiva e irreversibile al Consiglio Ue. L’ipotesi più accreditata è che a quel punto l’intero accordo possa non essere più valido, anche se non esiste una data di scadenza della provvisorietà né un precedente.

Derivati, la Corte dei conti chiude caso Morgan Stanley

La Corte dei conti ha chiuso ieri il caso dei derivati stipulati dal Tesoro con la banca Morgan Stanley dichiarando il suo “difetto di giurisdizione” rispetto a tutte le parti comparse nel processo. I Pm contabili contestavano un danno erariale di 4 miliardi, il 70% alla banca Usa e il restante a quattro massimi dirigenti del Tesoro: gli ex ministri Vittorio Grilli e Domenico Siniscalco, il dg uscente Vincenzo La Via e l’ex responsabile del debito pubblico Maria Cannata. Lo Stato ha ora tre mesi per decidere, se vorrà, di avviare una causa civile contro la banca Usa. La Procura contabile del Lazio è però intenzionata a fare ricorso.

Il processo era iniziato ad aprile scorso. A fine 2011, nel pieno della crisi finanziaria, Morgan Stanley riuscì a farsi pagare 3,4 miliardi dal Tesoro chiedendo la chiusura di 6 contratti in forza di una clausola concessale da un accordo quadro del 1994 di cui la Cannata ha detto di aver appreso l’esistenza solo nel 2007. Per i pm contabili la stipula, la gestione e la chiusura di quei contratti da parte dei dirigenti è stata caratterizzata da “mala gestio, diseconomicità, gravi imprudenze e irregolarità gestionali”. Alcuni sarebbero stati “speculativi”, quindi non idonei alla gestione del debito pubblico. Una sorta di scommessa pagata a caro prezzo.

La sentenza della Corte accoglie invece di fatto la richiesta dei legali dell’istituto Usa e degli altri imputati. Per i giudici non si può contestare un danno erariale alla banca perché non è mai stata un consulente del Tesoro, assimilabile a un soggetto pubblico ma solo una controparte contrattuale. Un rapporto alla pari tra soggetti “competenti” e non squilibrato a vantaggio della banca, come ipotizzavano i pm.

Per i giudici non si può neanche valutare il comportamento dei dirigenti ministeriali perché quei contratti, anche i più rischiosi, e la loro gestione erano legittimi (perché autorizzati dalle norme) rientrando “senza dubbio, nell’esercizio di una scelta discrezionale dell’apparato amministrativo”, che non è sindacabile ai sensi di legge “senza ledere il principio della separazione dei poteri”. Nel chiarirlo i giudici sembrano però anche dare un giudizio di merito: il loro comportamento, si legge nella sentenza, “per le conseguenze che sono derivate dalle strategie di gestione del debito pubblico, non appare irrazionale e immotivato”. Se questa linea verrà confermata anche nel giudizio sul probabile ricorso della Procura contabile, oltre a chiudere un caso che ha avuto vasta eco nell’opinione pubblica, segnerà un passaggio giuridico rilevante blindando la gestione del debito mediante derivati.

Usati inizialmente per abbellire i conti e permettere l’ingresso dell’Italia nell’euro e poi per proteggersi da un rialzo dei tassi (che non si è verificato) i derivati sul debito hanno causato una perdita di oltre 40 miliardi di euro negli ultimi dieci anni, 5,4 nel 2017.

Soldi alla fondazione e millantato credito. Il Gip archivia Rotondi

L‘ex ministro berlusconiano Gianfranco Rotondi non sbaglia mai una parola. Usa sempre quelle giuste per il suo pensiero. Nelle interviste, in politica e a cena. Come quando a un ristorante di Baronissi ottenne da imprenditori amici di altri amici assegni da 3000 euro per la ‘Fondazione Sullo’, creata dal deputato insieme al fido Franco De Luca. Precisando che erano per la Fondazione e non per ‘Rivoluzione Cristiana’, il suo partitino. I pm di Napoli che hanno indagato Rotondi (difeso dall’avvocato Alessandro Diddi) per finanziamento illecito sanno bene, e lo scrivono, che in fondo sono la stessa cosa. Ma hanno chiesto l’archiviazione per assenza dell’elemento psicologico del reato: Rotondi fu corretto nello spiegare le cose e gli imprenditori non potevano sapere che Fondazione e Rivoluzione non fanno solo rima. Il Gip ha archiviato pure il millantato credito collegato alla presentazione al ministro Orlando di un pm di Salerno che ambiva a una nomina da ispettore. Non è reato perché l’incontro ci fu. Rotondi non millanta: se ti dice che ti organizza un appuntamento, lo fa.