“Io con i giornalisti non parlo, parlo con le proprietà dei giornali”.
(Winston Churchill)
Non è uno scandalo che un editore scriva sul proprio giornale, per esprimere un’opinione personale o anche un dissenso rispetto all’orientamento del suo direttore e della sua redazione. Anzi, quando avviene alla luce del sole, può essere perfino un bene, una prova di libertà, una dimostrazione del rispetto dei ruoli e della dialettica interna, che rafforza quella testata e ne accresce la credibilità. D’altra parte, è l’editore che sceglie e nomina il direttore, dopo aver concordato con lui la linea politico-editoriale a norma di contratto. E infatti, quando questo rapporto si logora o si spezza l’editore licenzia il direttore, com’è accaduto recentemente anche al Mattino di Napoli che appartiene al gruppo del costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone.
Non c’è niente di scandaloso, dunque, nel fatto che nei giorni scorsi il proprietario del Foglio, Valter Mainetti, presidente di Sorgente Group e in quanto tale imprenditore immobiliare, abbia inviato a quel giornale una lettera apparsa in prima pagina sotto il titolo vagamente ironico “La Voce del Padrone”, manifestando il proprio disaccordo rispetto all’atteggiamento critico del quotidiano nei confronti del governo Conte. Se il direttore non avesse voluto pubblicarla, a suo rischio e pericolo avrebbe anche potuto rifiutarsi di farlo, magari preparandosi a pagarne le conseguenze di persona. E infatti, Claudio Cerasa ha replicato in calce per confermare la propria posizione e rivendicare la propria libertà, dichiarandosi sempre disposto a ospitare le critiche del professor Mainetti.
Di scandaloso, c’è piuttosto il fatto che in questo caso si confondono la figura dell’editore e quella del “padrone”, com’è stato definito nello stesso titolo del giornale. Non basta, infatti, essere proprietari di una testata per diventare editori. Né basta disporre di risorse finanziare e rischiare i propri capitali. Tant’è che a volte certi editori, pur non avendo abbastanza soldi per mantenere un giornale, continuano a essere e a fare gli editori. Occorre anche la tensione ideale, la passione civile, l’impegno morale. Un esempio per tutti: alla guida del gruppo L’Espresso-Repubblica, Carlo Caracciolo è stato indubbiamente un grande editore illuminato; mentre Carlo De Benedetti non è riuscito mai a diventarlo, benché conservi tuttora la carica di “presidente onorario”. Ma per molti anni l’Ingegnere ne è rimasto “proprietario”, azionista di riferimento, diciamo pure “padrone”.
Ora la verità è che in Italia, come qui abbiamo già scritto altre volte, quelli che un tempo si chiamavano “editori puri”, cioè senza interessi estranei di carattere industriale, economico o finanziario, vanno purtroppo scomparendo e si possono contare sulle dita di una mano. Questa è ormai una razza in via di estinzione, da proteggere come il panda del Wwf. E se un proprietario sente la necessità di scrivere al suo giornale per esprimere pubblicamente il proprio dissenso, e magari prendere le distanze per motivi di opportunità, allora si pone un problema di trasparenza e di correttezza nei confronti di tutta l’opinione pubblica.
Nessuno vuole fare il processo alle intenzioni di nessuno. Ma quando un imprenditore fa sentire “la voce del padrone” a un direttore e a una redazione, o peggio ancora cerca di strumentalizzare il giornale per difendere i suoi interessi aziendali, rompe il patto di fiducia con quella testata e con i suoi lettori. E così dimostra nei fatti di non essere un vero editore.