Dopo l’annuncio e il primo incontro con i fattorini dei pasti a domicilio, al ministero del Lavoro circola la prima bozza per regolamentare il lavoro tramite piattaforme digitali. Riguarda tutti i lavoratori delle piattaforme non soltanto i rider, protagonisti in questi mesi delle manifestazioni per migliorare le proprie condizioni di lavoro. Il testo circolato al ministero appare all’avanguardia: avrà un impatto anche a livello internazionale dove il dibattito sul lavoro nell’era delle piattaforme digitali è acceso.
La vera novità sta nel definire il rapporto di lavoro come subordinato se la prestazione lavorativa è svolta a favore di un’organizzazione (piattaforme, applicazioni e algoritmi) che appartiene al datore di lavoro o è elaborata per suo conto. Indipendentemente dall’autonomia nella scelta dell’orario di lavoro, di svolgere o meno la prestazione, ciò che definisce la subordinazione è la proprietà del sistema per cui si lavora e chi organizza il lavoro. Questa cornice non esclude la flessibilità oraria: sarà possibile stipulare contratti subordinati part-time di poche ore al giorno. Si introducono però pieni diritti, dalla retribuzione alle tutele assistenziali e previdenziali, come ferie, malattia, maternità e il cumulo di contributi per l’assegno di disoccupazione.
Se è vero che la subordinazione implicherà direttamente un aumento dei costi per le aziende, il come e quanto dipenderà dalle specifiche del trattamento economico. Il Testo prevede una retribuzione ancorata ai minimi previsti dai contratti collettivi applicati per “prestazioni analoghe”, ma soprattutto esclude tassativamente la retribuzione a cottimo. Lo schema assume una forma molto simile al lavoro intermittente (o a chiamata), prevedendo come orario di lavoro da retribuire il tempo tra l’accettazione della prestazione e il suo espletamento, a cui si aggiunge un’indennità di disponibilità che va corrisposta per tutto il tempo in cui il lavoratore è effettivamente a disposizione della piattaforma.
Un simile schema attribuisce diritti ai lavoratori e scoraggia le aziende a dotarsi di un esercito di “collaboratori” che competono a costo zero per l’impresa. L’effetto potrebbe essere quello di ridurre il numero di lavoratori coinvolti (molti dei quali oggi guadagnano una miseria) e rendere più stabile il numero di ore e la retribuzione di quelli di cui le piattaforme hanno realmente bisogno. Un ragionamento che vale per piattaforme come Deliveroo, Foodora, Petme ecc, ma non per le piattaforme che operano da intermediari di professionisti o piccoli imprenditori. Un altro aspetto che andrebbe evitato è la possibilità per le piattaforme di usare lavoratori in somministrazione godendo dei vantaggi attribuiti dalla legge a scapito del lavoro.
È un cambiamento notevole ed è lecito aspettarsi reazioni aspre da parte delle aziende e di quanti hanno finora lodato un sistema dove i diritti sono sacrificati. Ma è altrettanto lecito rivendicare una competizione non basata sul costo del lavoro e sullo sfruttamento intensivo dei lavoratori. Se il modello delle piattaforme private non riesce a essere economicamente sostenibile remunerando adeguatamente i lavoratori che, nonostante la vulgata sugli sviluppi del digitale, rimangono il principale fattore di produzione di queste aziende, allora si pone il dubbio che rappresentino a oggi un sistema inefficiente per definizione. Si aprirà allora concretamente la possibilità che si sviluppino piattaforme anche metropolitane gestite dai lavoratori o, nel caso del food delivery, da lavoratori e ristoratori, per garantire il servizio senza sacrificare i diritti.