La rivoluzione nel sistema che esclude i diritti

Dopo l’annuncio e il primo incontro con i fattorini dei pasti a domicilio, al ministero del Lavoro circola la prima bozza per regolamentare il lavoro tramite piattaforme digitali. Riguarda tutti i lavoratori delle piattaforme non soltanto i rider, protagonisti in questi mesi delle manifestazioni per migliorare le proprie condizioni di lavoro. Il testo circolato al ministero appare all’avanguardia: avrà un impatto anche a livello internazionale dove il dibattito sul lavoro nell’era delle piattaforme digitali è acceso.

La vera novità sta nel definire il rapporto di lavoro come subordinato se la prestazione lavorativa è svolta a favore di un’organizzazione (piattaforme, applicazioni e algoritmi) che appartiene al datore di lavoro o è elaborata per suo conto. Indipendentemente dall’autonomia nella scelta dell’orario di lavoro, di svolgere o meno la prestazione, ciò che definisce la subordinazione è la proprietà del sistema per cui si lavora e chi organizza il lavoro. Questa cornice non esclude la flessibilità oraria: sarà possibile stipulare contratti subordinati part-time di poche ore al giorno. Si introducono però pieni diritti, dalla retribuzione alle tutele assistenziali e previdenziali, come ferie, malattia, maternità e il cumulo di contributi per l’assegno di disoccupazione.

Se è vero che la subordinazione implicherà direttamente un aumento dei costi per le aziende, il come e quanto dipenderà dalle specifiche del trattamento economico. Il Testo prevede una retribuzione ancorata ai minimi previsti dai contratti collettivi applicati per “prestazioni analoghe”, ma soprattutto esclude tassativamente la retribuzione a cottimo. Lo schema assume una forma molto simile al lavoro intermittente (o a chiamata), prevedendo come orario di lavoro da retribuire il tempo tra l’accettazione della prestazione e il suo espletamento, a cui si aggiunge un’indennità di disponibilità che va corrisposta per tutto il tempo in cui il lavoratore è effettivamente a disposizione della piattaforma.

Un simile schema attribuisce diritti ai lavoratori e scoraggia le aziende a dotarsi di un esercito di “collaboratori” che competono a costo zero per l’impresa. L’effetto potrebbe essere quello di ridurre il numero di lavoratori coinvolti (molti dei quali oggi guadagnano una miseria) e rendere più stabile il numero di ore e la retribuzione di quelli di cui le piattaforme hanno realmente bisogno. Un ragionamento che vale per piattaforme come Deliveroo, Foodora, Petme ecc, ma non per le piattaforme che operano da intermediari di professionisti o piccoli imprenditori. Un altro aspetto che andrebbe evitato è la possibilità per le piattaforme di usare lavoratori in somministrazione godendo dei vantaggi attribuiti dalla legge a scapito del lavoro.

È un cambiamento notevole ed è lecito aspettarsi reazioni aspre da parte delle aziende e di quanti hanno finora lodato un sistema dove i diritti sono sacrificati. Ma è altrettanto lecito rivendicare una competizione non basata sul costo del lavoro e sullo sfruttamento intensivo dei lavoratori. Se il modello delle piattaforme private non riesce a essere economicamente sostenibile remunerando adeguatamente i lavoratori che, nonostante la vulgata sugli sviluppi del digitale, rimangono il principale fattore di produzione di queste aziende, allora si pone il dubbio che rappresentino a oggi un sistema inefficiente per definizione. Si aprirà allora concretamente la possibilità che si sviluppino piattaforme anche metropolitane gestite dai lavoratori o, nel caso del food delivery, da lavoratori e ristoratori, per garantire il servizio senza sacrificare i diritti.

Tutele per i rider, le aziende in rivolta contro la nuova legge

Il cosiddetto “decreto dignità” promesso da Luigi Di Maio, con la stretta sui contratti precari dei fattorini del cibo a domicilio, non piace alle piattaforme di food delivery. Finora solo Foodora ha preso una posizione ufficiale nella quale paventa il rischio che l’obbligo di assumere rider con contratti da dipendente uccida l’intero settore. Tutte le altre si stanno preparando a portare le loro rimostranze direttamente al tavolo convocato per la prossima settimana al ministero del Lavoro.

Ieri il Fatto ha anticipato i contenuti del provvedimento che sarà approvato entro fine giugno. Oltre al riconoscimento della subordinazione dei fattorini – oggi sono autonomi o parasubordinati – ci sarà il divieto del pagamento a cottimo (per consegna) e l’obbligo di contrattare con i sindacati l’uso di algoritmi per l’assegnazione delle consegne da effettuare. Tutele rivendicate dalle associazioni dei rider e che faranno lievitare i costi del lavoro delle società; per questo le aziende hanno sempre opposto un muro, ma ora che rischiano di vederle entrare dalla finestra della legge, la cosa le preoccupa non poco.

“Auspichiamo che il ministro vorrà mantenere un perimetro normativo sostenibile – spiegano da Foodora – per non vedere soffocare un settore in crescita, ma ancora in fase di sviluppo iniziale”. Che cosa si intenda per “perimetro normativo sostenibile” è spiegato poco dopo: “Ai fini della sostenibilità e della specificità del business – aggiungono – resta fondamentale, per fattorini e aziende, che i rider abbiano rapporti di lavoro flessibili, che offrono la flessibilità richiesta e necessaria, e che rientrino quindi nella cornice delle collaborazioni”.

Foodora ha sempre difeso la natura “autonoma” dei suoi collaboratori, “nove su dieci sono under 34 e studenti nel 48% dei casi”. L’impresa tedesca usa contratti co.co.co., formula che ha ottenuto il via libera dal Tribunale del Lavoro di Torino, poiché i rider “possono non presentarsi al lavoro all’ultimo, anche senza avvisare”. I giudici hanno motivato la pronuncia interpretando in modo restrittivo una norma del Jobs Act che obbliga ad assumere stabilmente i collaboratori quando il loro lavoro è “organizzato dal committente rispetto al luogo e all’orario di lavoro”. Quel diritto dei rider di rifiutare il turno ha quindi fatto vincere Foodora, la quale ora sostiene che “la tendenza all’iper regolamentazione (come le misure proposte da Di Maio, ndr) ha spesso portato conseguenze negative, uccidendo settori di mercato”.

Deliveroo, UberEats e Glovo sono piattaforme che inquadrano i rider come occasionali o partite Iva (le prime due riconoscono anche un’assicurazione privata sugli infortuni); per il momento non si esprimono ma sono pronte a incontrare Di Maio. JustEat, invece, si smarca ricordando di “non essere una società di consegne poiché queste ultime sono affidate direttamente ai ristoranti partner, che se ne occupano in autonomia, o gestite dai nostri partner logistici sul territorio, che contrattualizzano direttamente i rider”. Insomma, questa app media semplicemente tra il ristoratore e il consumatore.

Deliverance Milano e Deliveroo Strike Riders hanno avviato una consultazione interna per raccogliere osservazioni sulle norme proposte dal governo. Valerio De Stefano, docente di Diritto del Lavoro all’Università di Lovanio, è perplesso dall’iniziativa di Di Maio: “Non mi convince una misura spot dettata dall’onda mediatica – dice al Fatto – quell’’area grigia tra lavoro autonomo e subordinato non esiste solo nel food delivery. Esiste nel giornalismo e nei lavori domestici. Mi convincerebbe di più un intervento generale su quella norma del Jobs Act. Comunque non è detto che l’obbligo di subordinazione sia incompatibile con il modello delle app Foodora in Germania assume come dipendenti”.

Incidente mortale in Erasmus, riaperta l’inchiesta

Sarà riaperto dalla magistratura spagnola il caso dei tredici studenti Erasmus, sette dei quali italiani, morti nell’incidente del pullman su cui viaggiavano il 20 marzo 2016, in Catalogna. A dare la notizia è il padre di una delle ragazze vittima dello schianto, Gabriele Maestrini, padre di Elena, studentessa di Gavorrano (Grosseto). Il tribunale di Tarragona, in Spagna, ha accolto il ricorso dei genitori contro l’archiviazione. Il tribunale di Amposta lo scorso settembre, aveva archiviato, per la seconda volta, le accuse contro l’autista che guidava il pullman perché, secondo il giudice, non esistevano sufficienti indizi per accusarlo sotto il profilo penale rinviando tutto ad un’eventuale causa civile. Adesso l’autista del pullman sarà nuovamente indagato. “Dopo 815 giorni di angoscia e disperazione – scrive Maestrini su Facebook – il nostro ricorso è stato accettato ma alla giustizia spagnola occorrono altri mesi, con un massimo di 18, per acquisire altri documenti”. Il padre di Elena, nel suo post, chiede inoltre “ai nostri politici di ieri, oggi e domani, di non dimenticare quanto è successo e ricercare in tutte le sedi Istituzionali la verità e provare a migliorare le normative di sicurezza nel nome delle vittime dell’incidente”.

Rai, 15 dipendenti in gara per il Cda (aiutino per Natale)

Non sono 236 come i candidati al Cda Rai in Parlamento, sono solo 15, ma la battaglia sarà agguerrita lo stesso. Parliamo dei candidati interni della Rai per la carica di consigliere d’amministrazione. Secondo la nuova normativa, infatti, dei 7 nuovi membri del Cda di Viale Mazzini, uno sarà eletto tra i dipendenti. I curricula iniziali erano 18 ma, dopo la scrematura da parte di una commissione esterna, si sono ridotti a 15. Scelta che ha sorpreso chi si aspettava che alla fine restassero solo 4-5 nomi. “Si è scelta l’opzione di usare la manica larga e di tenere tutti dentro”, commenta una fonte interna all’azienda. Ma così i giochi si sono scompaginati: la maggiore frammentazione del voto potrebbe produrre notevoli sorprese e nessuno ha la vittoria in tasca.

Il voto tra i dipendenti si svolgerà in contemporanea alle votazioni del Parlamento (che elegge 4 consiglieri, altri 2 invece sono nominati dal Tesoro), intorno alla metà di luglio. In prima fila c’è Roberto Natale: l’ex portavoce di Laura Boldrini (che in passato è stato alla guida di Fnsi e Usigrai) è rientrato da qualche tempo in azienda, nel settore della comunicazione istituzionale. E da poco gli è stata assegnata la dirigenza del segretariato sociale, ovvero la struttura che si occupa di seguire l’organizzazione delle campagne benefiche.

Una notizia che ha fatto alzare in azienda qualche sopracciglio, visto il suo ruolo di candidato al Cda per l’Usigrai, il principale sindacato interno dei giornalisti, che proprio in questi giorni andrà a congresso, con la probabile riconferma a segretario di Vittorio Di Trapani. Il problema, per Natale, è che in Rai i giornalisti sono solo 1.800 su circa 13 mila dipendenti. Non ci sarebbero problemi se gli altri sindacati avessero scelto di convergere sul candidato Usigrai, ma questo non è accaduto: anzi, da più parti, tra Saxa Rubra e Viale Mazzini, si è manifestato il desiderio che in Cda vada un uomo dell’azienda e non un giornalista.

Altra candidatura di peso è quella di Gianluca De Matteis (funzionario alle relazioni istituzionali), in rappresentanza di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, con un’intesa tra la triplice e il sindacato di destra, miracoli che riescono solo al cavallo di Viale Mazzini. Altri candidati espressione dei sindacati sono Piero Pellegrino di Snater, Ferdinando Clemenzi di Snap e Maurizio Fattaccio (responsabile affari fiscali) di Libersind. Stefano Ciccotti (chief Technology officer, l’ufficio che si occupa dei progetti tecnologici) è il candidato di Adrai, l’associazione dei dirigenti (circa 400 persone). Ci sono poi due candidati di Indignerai, il movimento “Rai bene comune” creato da Riccardo Laganà (operatore televisivo), che si presenta insieme a Emidio Grottola (avvocato). Poi ci sono Angelo Costantini (internal auditing), Alessandro Currò (coordinamento sedi), la direttrice di Rai Gold Roberta Enni, Alessandra Paradisi (dopo anni alle relazioni internazionali ora è vicedirettore nell’area chief technology officer) e Lorenzo Mucci (dirigente di produzione). Infine, ammessi anche Irma Bono (sindacalista) e Fabrizio Carletti (ingegnere).

Sarà interessante ora vedere se tutti i candidati resteranno in corsa fino alla fine, in una sorta di tutti contro tutti, oppure se si metteranno in moto convergenze o alleanze, con il ritiro di qualcuno in favore di qualcun altro. Nel frattempo, specialmente dai candidati fuori dai giochi sindacali, si chiede trasparenza e spazi di confronto per tutti. “Al momento abbiamo a disposizione solo una casella di posta, sarebbe necessario uno spazio per illustrare il programma, con incontri in collegamento web con le sedi regionali”, racconta un candidato. “Non si può fare campagna elettorale solo via mail”, dice un altro. Insomma, a Viale Mazzini la battaglia è solo cominciata e nessuno azzarda ipotesi su come andrà a finire. Con 15 candidati in campo e un malcontento diffuso tra i dipendenti, può succedere di tutto.

Dell’Utri, una nuova perizia per decidere se può stare in carcere

Il nuovo capitolodel romanzo infinito sulle condizioni di salute di Marcello Dell’Utri e della compatibilità del suo stato con il regime carcerario sarà scritto il 22 giugno. È la data fissata dal Tribunale di Sorveglianza per disporre una nuova perizia medica. L’ex parlamentare e fondatore di Forza Italia sta scontando una pena definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. I giudici nomineranno un oncologo, un medico legale ed un cardiologo. “Non siamo soddisfatti di questa decisione – commentano gli avvocati di Dell’Utri, Simona Filippi e Alessandro De Federicis – si continua a voler verificare una situazione clinica che è già ben nota. Tutto è stato detto le certificazioni già ci sono, l’ulteriore perizia non era necessaria. Intanto le sue condizioni, con un cuore da curare e gli esiti di cure tumorali che non si conoscono, dimostrano che il problema del mancato diritto alla cura persiste”. L’ex senatore di Forza Italia, è affetto da patologie cardiache, diabete e un tumore alla prostata. Da alcune settimane è rientrato nel carcere di Rebibbia dopo un ricovero nel Campus Biomedico.

Quel pasticciaccio brutto di via Almirante

Roma non avrà una strada dedicata a Giorgio Almirante. Dopo il pasticcio di giovedì sera, Virginia Raggi ha bloccato tutto. E alla prossima assemblea capitolina i 5 Stelle presenteranno una mozione che vieta l’intitolazione di strade di Roma ad esponenti politici con idee riconducibili al disciolto partito fascista o a persone che si sono esposte con idee antisemite e razziste. Il problema è che il voto in Campidoglio c’è stato e l’Aula è sovrana: per tornare indietro bisogna votare un’altra volta e avverrà con una mozione.

Nel frattempo la sindaca è stata sommersa da critiche: da sinistra, da destra (per il dietrofront) e dalla comunità ebraica. Perché è proprio il razzismo e l’antisemitismo a rendere impossibile nella Capitale una strada dedicata allo storico segretario dell’Msi. Che, da giovane fascista, nel 1938 fu caporedattore di Tevere e, in seguito, segretario di redazione de La difesa della razza. Sono le riviste di Telesio Interlandi, che inneggiano al razzismo e all’antisemitismo, facendo da sponda, in Italia, al nazismo hitleriano.

Sempre nel 1938 Almirante aderì al Manifesto della razza, documento che diede una veste politico-culturale alle leggi razziali. E Roma non solo è la città della strage delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944), ma anche quella del rastrellamento al ghetto ebraico di 1.269 persone (16 ottobre 1943). “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza…”, scriveva Almirante nel maggio 1942. Il segretario missino, che di strade e piazze in giro per l’Italia ne conta diverse, ha poi abiurato il suo passato razzista, rivendicando però il suo essere fascista. Dopo l’8 settembre aderì alla Repubblica Sociale, nel 1945 visse un anno in clandestinità per poi ricomparire nel 1946 e fondare Il Movimento Sociale, di cui fu il primo segretario. Negli Anni 50, però, dovette cedere la guida al suo avversario storico Arturo Michelini. “Per insultarlo gli diedi davanti a tutti dell’antifascista!”, ha raccontato Almirante a Giovanni Minoli. Tornò segretario nel 1969, carica che manterrà fino all’87, anno precedente la sua morte.

Nella sua vita politica Almirante è stato abilissimo a mescolare le reminiscenze fasciste con la vita democratica: dopo i fatti di Genova del 1960 (con la reazione violenta di gruppi di sinistra per impedire lo svolgimento del congresso Msi e la repressione della polizia del governo Tambroni), inaugurò la “politica del doppiopetto”, ovvero l’accettazione della vita democratica e il sostegno, se richiesto, ai governi Dc. “Non rinnegare e non restaurare”, è il suo motto. Nel 1972 l’Msi ottenne il suo massimo storico: 9%. I giorni seguenti al golpe in Cile di Pinochet del 1973 Almirante auspicò una soluzione simile anche in Italia. Nel 1981, invece, avanzò una proposta di legge per ripristinare la pena di morte. Indagato diverse volte per ricostituzione del partito fascista, rimasero invece solo sospetti un suo presunto coinvolgimento nel golpe Borghese e i rapporti con l’eversione nera.

Abilissimo oratore (a un comizio in Trentino parlò per 9 ore), adorato dalle folle destrorse, occhio azzurro e baffo sornione, Almirante tenne viva in epoca repubblicana la fiamma mussoliniana e incarnò alla perfezione la figura del leader della destra post fascista. Sposato in seconde nozze con Raffaella Stramandinoli, detta Donna Assunta, nel 1987 scelse come suo delfino il 35enne Gianfranco Fini, preferendolo a Pino Rauti. A quel punto la destra italiana era già cambiata.

Stadio As Roma, ultima operazione: salvare il salvabile

Nelle prossime settimane il Campidoglio avvierà una due diligence sugli atti amministrativi prodotti sul progetto dello stadio dell’As Roma, votati dall’Assemblea Capitolina e successivamente confluiti nel documento approvato dalla conferenza dei servizi. I tecnici del Comune passeranno al setaccio i documenti del dossier sull’impianto di Tor di Valle per fugare i dubbi su possibili irregolarità amministrative.

Il dato di partenza della giunta a 5 Stelle è che la Procura di Roma, finora, ha tenuto fuori dalla sua inchiesta sulla rete di interessi dell’imprenditore Luca Parnasi gli atti amministrativi sullo stadio. Ma le ombre sollevate dalle indagini non consentono di concludere gli ultimi passaggi formali per arrivare alla votazione della variante urbanistica che consentirebbe di abbattere l’ippodromo di Tor di Valle e sostituirlo con l’impianto sportivo ed il business park proposti dal progetto di Parnasi.

Anche perché, dopo l’arresto dei vertici di Eurnova, manca l’interlocutore con cui siglare la convenzione urbanistica e bisognerà attendere la nomina di un curatore degli interessi dell’azienda, procedura che richiederà tempo. Di fatto per il 2018 il dossier stadio dovrebbe finire in archivio in attesa di chiarimenti giudiziari, amministrativi e su chi sarà l’imprenditore privato che porterà avanti il progetto.

Ieri Virginia Raggi ha incontrato il dg del club giallorosso Mauro Baldissoni per provare a capire se è ancora possibile non cestinare il progetto. Il manager giallorosso avrebbe manifestato la volontà del presidente Pallotta di andare avanti, la sindaca però vorrebbe rassicurazioni soprattutto sulla correttezza del passaggio in Sovrintendenza che ha fatto venire meno il vincolo archeologico che frenava l’abbattimento della tribuna dell’ippodromo, ora al centro dell’indagine della Procura. “Per maggior sicurezza dei cittadini, dell’amministrazione e dell’impresa avvieremo immediatamente una verifica e, se darà esito positivo, si potrà continuare con il progetto”, ha spiegato la Raggi al termine dell’incontro.

Mentre Baldissoni ha sottolineato: “Abbiamo ritenuto necessario valutare quali sono i passaggi procedurali a nostra disposizione per salvaguardare un progetto a cui abbiamo lavorato per anni”. Se poi dagli sviluppi dell’inchiesta emergessero possibili illeciti negli atti, la strada più probabile diventerebbe l’annullamento delle delibere in autotutela.

Di sicuro gli atti giudiziari confermano le criticità più contestate del masterplan, tra cui il precario sistema di opere di mobilità pensate per condurre a Tor di Valle. Lo stadio e il business park andavano accompagnati dalla realizzazione di due ponti, quello dei Congressi e quello di Traiano: la prima pagata con fondi pubblici e la secondo da chi avrebbe costruito lo stadio. Ma l’accordo tra Campidoglio ed Eurnova sul taglio delle cubature del business park aveva portato alla diminuzione degli investimenti privati in opere di mobilità, tra cui il ponte di Traiano.

Emblematica una conversazione contenuta nell’ordinanza del gip tra due dipendenti di Eurnova avvenuta prima di un incontro in Campidoglio, dove uno sosteneva “levando il ponte sul Tevere quello che si viene a creare…” e l’altro replicava “questo tienitelo per te”.

Il Campidoglio non nasconde la sua delusione per aver visto sfumare a poche settimane dal via libera un’operazione che prevedeva investimenti privati da circa 1 miliardo di euro. Anche perché a costruire l’impianto, probabilmente, non sarebbe stato Parnasi, che l’ordinanza descrive vicino alla vendita di terreni e autorizzazioni urbanistiche per circa 200 milioni. Nei mesi scorsi si era già parlato di un dialogo tra Pallotta e il colosso Goldman Sachs per ottenere una linea di credito da oltre 300 milioni di euro con cui avviare i cantieri.

Mezzo milione di utile e 60 decreti ingiuntivi ai morosi

Ci sono anche 60 decreti ingiuntivi nei conti di chiusura del 2017 del Partito Democratico: bisogna recuperare crediti per un milione e seicento mila euro, molti dei quali dovuti ai mancati versamenti delle quote di contribuzione da parte dei parlamentari. Il saldo finale del bilancio chiuso e approvato ieri è di circa 500 mila euro di utile. “Un risultato – commentano dal Nazareno – che sottolinea l’attenzione che il Partito ha avuto nella gestione, nonostante la difficoltà che stanno vivendo i nostri lavoratori in cassa integrazione. Sul punto vorremmo sottolineare come l’esperimento di ogni tentativo di recupero delle somme dovute dai parlamentari morosi stia però producendo gli effetti desiderati”. In sostanza, i crediti recuperati (per quasi tutti i decreti ingiuntivi è stata riconosciuta l’esecutività immediata) saranno destinati ai lavoratori. Il recupero dei contributi è stato chiesto anche ai parlamentari di Mdp (poi confluiti in Leu) per il periodo precedente alla fondazione del nuovo partito, quello in cui erano ancora nei gruppi Dem. Tra essi figura anche l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

L’ultima riunione pianificata un mese fa

Oltre Virginia Raggi, ieri è stata giornata di interrogatori alla procura di Roma. Con tre personaggi, tutti con un ruolo nella gestione della questione dello stadio della Roma. Lecito per quanto riguarda il direttore generale della Roma Mauro Baldissoni e il dg del Comune, Franco Giampaoletti; illecito, secondo i pm della capitale, quello di Luca Lanzalone, accusato di corruzione. La Procura infatti contesta all’avvocato di esser stato consulente di fatto del Campidoglio ed essersi messo a disposizione dell’immobiliarista Luca Parnasi (finito in carcere) per quello che riguardava le questioni dello stadio, ottenendo in cambio promesse di consulenze al suo studio legale. Accuse che durante l’interrogatorio di ieri Lanzalone ha respinto spiegando di non aver commesso alcun illecito e chiedendo, tramite il suo legale, l’avvocato Giorgio Martellino, la revoca degli arresti domiciliari.

Anche Mauro Baldissoni e Franco Giampaoletti, rispettivamente dg della Roma e del Comune, sono stati interrogati, ma come persone informate sui fatti. Sono estranei all’indagine. I loro verbali sono secretati ma il pm Paolo Ielo, titolare dell’inchiesta insieme a Barbara Zuin, potrebbe aver chiesto conto dei rapporti e del ruolo di Lanzalone. Ma anche di una riunione che era stata organizzata da Lanzalone un mese fa. Alla riunione sullo stadio avrebbe dovuto partecipare oltre a Lanzalone e a Giampaoletti anche Baldissoni. Poi però dalle intercettazioni sembra che si siano visti solo Baldissoni e Giampaoletti, informando sempre però l’avvocato Lnazalone.

Il 10 maggio scorso “Baldissoni contatta Lanzalone per ottenere informazioni sullo stato del procedimento inerente l’approvazione della variante urbanistica propedeutica alla stipula della convenzione tra il Comune e la società proprietaria del progetto. Nella circostanza, Lanzalone si costituisce parte diligente (dirigente, ndr) per organizzare una riunione con Giampaoletti (Franco, Direttore Generale di Roma Capitale) con la partecipazione di Baldissoni stesso o Simone Contasta in cui, evidentemente, si discuterà della convenzione urbanistica”.

In questa conversazione “i due scherzano sulla probabile nomina a Ministro di Lanzalone, ma lo stesso ridendo dice che non sarà così”.

Passano 18 giorni e l’avvocato genovese chiama Baldissoni per commentare l’esito della riunione con il Dg del Comune: “Baldissoni ribadisce a Lanzalone che è necessario mantenere questa tempistica, cosicché si possa arrivare alla delibera in assemblea il 22/23 giugno. Lanzalone risponde che è questa la linea e le indicazioni sono queste”.

La conversazione prosegue: “Baldissoni ricorda a Lanzalone che Giampaoletti mercoledì pomeriggio incontrerà quelli della Regione. Lanzalone lo interrompe dicendogli che lo sapeva”. Conversazioni che i pm proveranno a valorizzare per sostenere che Lanzalone un ruolo di fatto lo svolgeva davvero.

Ma l’argomento Stadio della Roma ha tenuto banco anche ieri in Campidoglio. In mattinata il dg della squadra ha incontrato Virginia Raggi che uscendo ha commentato: “Vogliamo andare avanti nel solco della legalità”. Poi nel pomeriggio sono andati entrambi in procura di Roma.

Da Parnasi 150 mila euro anche alla Fondazione Pd

I Carabinieri di Roma stanno studiando le telefonate nelle quali Luca Parnasi parla di pagamenti alle Fondazioni o associazioni legate alla politica. Non solo la “Più Voci” presieduta dal tesoriere della Lega Nord Giulio Centemero. Ma anche la Fondazione “Eyu”, presieduta dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi. I Carabinieri del Nucleo Investigativo guidati dal colonnello Lorenzo D’Aloia dedicano nella loro informativa del 19 marzo scorso un capitolo ai “rapporti con gli organi di comunicazione ufficiali dei partiti”. I Carabinieri ricordano la strategia di Parnasi in vista delle elezioni di marzo “finanziare candidati ed esponenti della politica, al fine di ottenere ‘favori’ tali da poter agevolare la propria attività d’impresa”. Poi proseguono: “Tale strategia è stata attivata attraverso due percorsi. Il primo consiste nel finanziare i candidati attraverso alcune società del gruppo riconducibili alla madre di Luca Parnasi, la seconda mediante l’utilizzo di risorse finanziarie della propria galassia societaria per erogare delle elargizioni economiche attraverso strumenti contrattuali fittizi, che mascherano dunque un finanziamento illecito. Vista la complessità delle operazioni, Parnasi affida quest’ultimo compito al commercialista Gianluca Talone”.

I Carabinieri proseguono “Proprio in tale circostanza, emerge che Parnasi indica al suo interlocutore che per la ‘Lega erano 100 e 100’, affermando che è possibile utilizzare due società del gruppo (di cui una è Immobiliare Pentapigna) ‘…ne facciamo 100 su Pentapigna e 100 qua…’. Gianluca Talone – proseguono i Carabinieri – afferma, riferendosi a terzi, di aver capito le modalità dell’operazione precisando ‘…loro faranno una sul giornale e un’altra su trasmissioni radiofoniche’”.

La motivazione di queste erogazioni di 200 mila euro del 2018 progettate da Parnasi alla vigilia delle elezioni, sarebbe quindi riconducibile al sostegno ai media leghisti, proprio come era già avvenuto con i 250 mila euro elargiti da Parnasi nel 2015, all’associazione Più Voci. In questo caso però dalle intercettazioni non si capisce come è finita. C’è una telefonata del 12 marzo scorso tra il commercialista di Parnasi, Talone, con Paolo Centemero (omonimo del tesoriere della Lega ma si occupa della raccolta pubblicitaria di Radio Padania) nella quale si parla dei soldi per la pubblicità della radio. I due si scambiano le mail ma Paolo Centemero spiega al Fatto: “Sono solo lontano parente del tesoriere della Lega e dopo quella telefonata non ho più saputo nulla”.

I Carabinieri comunque riportano nell’informativa una conversazione nella quale Parnasi chiede a Talone di preparare con il loro giurista d’impresa Nabor Zaffiri “contratti che siano fatti bene”. Poi gli chiede se ha contattato anche Forza Italia e Fratelli d’Italia e dice che predisporrà lui stesso una lista. Pochi giorni dopo il commercialista Talone e il giurista Zaffiri parlano dei contratti. Zaffiri dice “che queste cose lo terrorizzano. Talone conferma, ma precisa che gli è stato detto per cui ha chiuso gli occhi e le orecchie”.

Subito dopo i Carabinieri si interessano ai finanziamenti alla Fondazione Eyu, presieduta da Francesco Bonifazi. “Infatti – si legge nell’informativa – nella giornata del 21 febbraio 2018, precedente a tale conversazione, Talone ha svariati contatti con Domenico Petrolo del Dipartimento di Cultura del Partito Democratico nonché responsabile relazioni esterne e fund-raising della Fondazione EYU”.

Petrolo chiede a Talone se ha visto i contratti. Questa è la sintesi della telefonata fatta dai Carabinieri: “Talone gli dice che nella pianificazione di tutte le società, l’Iva non l’aveva considerata per cui deve calcolare altri 50 mila euro, per cui gli importi che lui gli ha menzionati erano già comprensivi di Iva, Domenico gli dice di farne uno di 150 più Iva e l’altro di 50 più Iva, Gianluca gli dice che va bene”.

In serata Talone dice che “domani mattina gli mandano i contratti firmati e seguita chiedendogli se doveva fare 150 e 100 più Iva. Domenico Petrolo risponde di sì”. A questo punto Petrolo fa un discorso strano “dicendogli di non preoccuparsi perché essendo cambiato lo schema da donazione dove l’Iva non c’è a … ovviamente cambia tutto”.

Il 27 febbraio c’è una strana telefonata. Scrivono i Carabinieri “Petrolo sollecita il pagamento, affermando che ciò li aiuterebbe molto, trattandosi degli ultimi giorni. Evidente è il riferimento alle vicine elezioni del 4 marzo 2018 ed alla campagna elettorale in corso”.

Il “Fatto” ha contattato Domenico Petrolo: “Noi siamo un think tank e abbiamo fatto uno studio sul rapporto degli italiani con la casa. C’è un solo contratto registrato e la fattura regolare di 123 mila euro più Iva 27 mila Iva, in tutto 150 mila euro”. E il sospetto che Petrolo avesse fretta per la fine della campagna elettorale? Il fund raiser Eyu replica: “Non ricordo bene ma penso fosse un modo per accelerare il pagamento. Quello era solo uno studio”. Ma Bonifazi sapeva dei soldi di Parnasi? “Era in giro in campagna elettorale”. Perché parlate con l’uomo di Parnasi di precedenti donazioni con schema diverso dalla fattura con Iva? “Secondo me c’è un errore di trascrizione. Non ci sono donazioni precedenti”.