Colloquio di lavoro per il genero, indagato Giovanni Malagò

Contrariamentea quanto affermato dal suo staff, il presidente del Coni Giovanni Malagò risulta indagato nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma. Come scritto ieri da ‘Il Fatto Quotidiano’ il suo nome compariva nell’elenco delle persone per i quali i pm avevano chiesto una proroga delle indagini, ma nel suo caso il nominativo non era accompagnato da un capo di imputazione. Fonti inquirenti ieri hanno confermato l’iscrizione di Malagò nel registro degli indagati per un’accusa collegata al colloquio di lavoro del fidanzato della figlia con l’immobiliarista Luca Parnasi. Secondo un capitolo delle carte d’indagine, Parnasi diede notizia a Malagò dello stadio di Tor di Valle e del progetto dello stadio del Milan e Malagò a sua volta si sarebbe offerto a fare da tramite. L’ipotesi dell’accusa è che quel colloquio di lavoro, frutto della presentazione di Malagò a Parnasi del compagno della figlia, fosse una sorta di “utilità” per il presidente del Coni che ieri ha chiesto al suo avvocato, Carlo Longari, di essere sentito al più presto in Procura per chiarire la sua posizione.

I consigli di Parnasi a Mr. Wolf per proporsi a Spadafora

Il primo incarico a Giuseppe Conte, il 16 maggio scorso, non è ancora stato affidato: si cerca la personalità condivisa tra Lega e Cinque Stelle e, secondo il costruttore Luca Parnasi, potrebbe perfino essere l’avvocato Luca Lanzalone, di cui ha testato le abilità nella trattativa con il Campidoglio per la costruzione dello stadio della Roma. Così, Parnasi, si affida a Lanzalone per farsi introdurre nel mondo grillino. Lo sta aspettando a casa e avverte “Flaminia e la madre” che “fra poco arriverà un avvocato dei 5 Stelle (probabilmente Lanzalone) che rischia di essere nominato Primo Ministro”. Parnasi vuole “sponsorizzare il suo nome”, scrivono gli inquirenti, e una delle persone che ritiene utile avvicinare è Vincenzo Spadafora, già braccio destro di Luigi Di Maio, deputato M5S e ora sottosegretario alle Pari opportunità. Nella conversazione intercettata, si legge nelle carte, “Parnasi seguita a dispensare consigli a Lanzalone su come proporsi a Spadafora e agli altri esponenti del M5S” e, salutandosi, Parnasi ricorda all’avvocato di “fargli sapere cosa gli ha detto” Spadafora, che probabilmente Lanzalone pensava di incontrare.

“Non aveva poteri”: Raggi prova a ridimensionare il consulente

“Non ha mai preso alcuna decisione, era solo un consulente del Campidoglio senza poteri”. La sindaca di Roma Virginia Raggi è stata sentita ieri in Procura come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere l’imprenditore Luca Parnasi e ai domiciliari Luca Lanzalone, l’avvocato che per i pm avrebbe messo a disposizione dell’immobiliarista la propria funzione in cambio di promesse di consulenze al suo studio legale.

Per il Tribunale di Roma era un consulente di fatto del Campidoglio e quindi un pubblico ufficiale, con “il potere di orientare le scelte”, scrive il gip nell’ordinanza. Di qui, l’accusa di corruzione. Ed è tutto sul ruolo dell’avvocato genovese che si è tenuto ieri l’interrogatorio della sindaca, completamente estranea all’inchiesta. Davanti al pm Paolo Ielo, Virginia Raggi ha ricostruito l’iter che ha portato Lanzalone al Comune, partendo da quando le venne consigliato dallo “staff enti locali”, ossia da Alfonso Bonafede (ora ministro della Giustizia) e Riccardo Fraccaro, ora a capo del ministero per i Rapporti con il Parlamento.

Per il Comune, Lanzalone è un consulente a titolo gratuito. È con una nota del 9 marzo 2017 che viene incaricato di “supportare e coadiuvare” il sindaco nell’ambito “delle specifiche attività di natura trasversale”, in ragione “della complessità giuridica delle relazioni pubblico-privato di alcuni rilevanti e strategici interventi urbanistici, di erogazione di servizi pubblici”. Non solo quindi la faccenda dello stadio. Questa nota della Raggi però non viene formalizzata. E la sindaca ai magistrati ne spiega il motivo. Si pensava di inquadrare la sua posizione o in base all’articolo 90 del Tuel, (testo unico enti locali) riguardante “uffici posti alle dirette dipendenze del sindaco”, ma avrebbe dovuto cancellare la propria iscrizione all’albo degli avvocati; o in base ad un ulteriore norma sulle consulenze gratuite.

Anche in questo caso, come ha scoperto la Raggi dopo aver chiesto il parere dell’Avvocatura del Campidoglio, la formalizzazione poneva il problema della rilevanza dell’incarico e quindi di un eventuale indebito vantaggio. Dopo il parere quindi non se ne fece più nulla. Ma la sindaca assicura: “Non ha mai deciso nulla”.

Lanzalone in missione a Chigi: “Sono del comitato nomine 5S”

“Mi manda Luigi Di Maio”, era il biglietto da visita che l’avvocato Luca Alfredo Lanzalone usava per entrare negli uffici di governo, per incontrare dirigenti pubblici, per ragionare di poltrone. L’ormai ex presidente di Acea, indagato per corruzione e agli arresti domiciliari, si definiva l’uomo di riferimento dei Cinque Stelle per i rapporti con le aziende di Stato. Rivendicava una qualifica: componente del “comitato nomine”. Così a fine aprile, per la terza volta in un anno, Lanzalone chiede e ottiene – come possono testimoniare i registri interni – un colloquio a Palazzo Chigi per recapitare dei messaggi a Paolo Gentiloni. L’avvocato milanese ha sempre millantato o è disconosciuto soltanto adesso perché nei guai con la giustizia?

Aprile è quasi trascorso invano. Il premier uscente è al governo per gli affari correnti, ogni giorno appare l’ultimo, ma poi prosegue, lo scenario politico è caotico, i mandati esplorativi di Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico sono falliti, al Quirinale riflettono sull’incarico tecnico, il voto anticipato incombe. Il consulente del Movimento per la vertenza stadio della Roma nonché capo della multiservizi Acea va a palazzo Chigi (non da Gentiloni) con la collaboratrice Giada Giraldi, non a parlare di acqua, cubature, permessi, ma di una copiosa infornata di nomine, per l’esattezza di Human Technopole, la fondazione per la ricerca scientifica che sorge nell’area Expo di Milano. Lanzalone, in arte Mister Wolf, risolve problemi a Casaleggio & C. e maneggia parecchie informazioni. Ha saputo che Gentiloni ha bloccato i dossier non urgenti, per esempio la pratica Cassa depositi e prestiti, ma al governo spetta l’indicazione di sette membri del consiglio di sorveglianza, incluso il presidente, di una fondazione che deve investire 723 milioni di euro e può condizionare la spesa di 1,5 miliardi di fondi pubblici in ambito sanitario. Un bel programma.

Nelle stanze di Chigi, l’avvocato cita Di Maio per ammantare di prestigio e autorevolezza la missione dal governo e, svelando una struttura interna del Movimento, premette con piglio sicuro: io sono un componente del “comitato nomine” dei Cinque Stelle. E aggiunge, senza perifrasi: i candidati per Human Technopole vanno concordati con me.

Un paio di settimane dopo, il 18 maggio, un comunicato del governo fa l’elenco dei sette prescelti fra Palazzo Chigi e i ministeri coinvolti: Marco Simoni, consigliere economico; Daniele Franco, ragioniere generale dello Stato; Marco Mancini, capo dipartimento al ministero dell’Istruzione; Mauro Maré, dirigente del ministero dell’Economia; Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria; Donatella Sciuto, prorettore del Politecnico di Milano; Roberta Siliquini, presidente del Consiglio superiore di Sanità. Palazzo Chigi ignora Lanzalone, nessuno lo chiama, e se ne duole.

Eppure l’avvocato ha continuato ad alimentare la fama di stratega del potere. Un manager pubblico di lungo corso, prima che irrompesse l’inchiesta romana, ha rivelato al Fatto gli interlocutori accreditati dai Cinque Stelle: “Il giovane Stefano Buffagni e il solito Lanzalone”. Spiegazione più o meno identica proviene da Confindustria o da altri boiardi di Stato.

Interpellato dal Fatto, Di Maio smentisce l’esistenza di un “comitato nomine” e di aver attribuito ruoli a Lanzalone. Il ministro non ha delegato mai le trattative con l’ex premier. Di Maio precisa ancora che, per alcune recenti questioni, l’unico referente dei Cinque Stelle sulle nomine è stato Stefano Buffagni, ex consigliere regionale, deputato esordiente, sottosegretario agli Affari Regionali. In sintesi, per Di Maio, Lanzalone era un po’ agitato negli ultimi tempi perché aspirava alla guida di Cdp e dunque l’ha allontanato appena scoperto.

“Cena? No, due fette di salame. Nuova legge sui soldi ai partiti”

“Parnasi lo conosco da 15 anni, a Roma eravamo vicini di casa. L’ultima volta l’ho sentito una settimana fa: la madre aveva un’operazione delicata, mi ha chiesto di pregare per lei”. Giancarlo Giorgetti è il numero 2 della Lega, sottosegretario a Palazzo Chigi con pesantissima delega al Cipe. Se Salvini è il frontman, Giorgetti è il tessitore, la mente politica del Carroccio. I giornali hanno raccontato la sua cena del 12 marzo con Luca Parnasi e il consulente di Virginia Raggi Luca Lanzalone (il primo arrestato, il secondo ai domiciliari). Quella per cui il costruttore si vanta: “Questo governo lo sto a fa’ io”. Oggi Giorgetti ironizza: “La cosiddetta cena segreta era un aperitivo… un bicchiere di vino e qualche fetta di salame”

E lì avete fatto il governo…

(Ride) Eeeeh, certo. Via, con tutto il rispetto… Parnasi disse che mi doveva presentare una persona, un contatto che mi poteva tornare utile.

Conosceva già Lanzalone?

No. Si è presentato come presidente di Acea, ha lasciato intendere che fosse stato l’avvocato di Grillo.


Di cosa avete parlato?

In quei giorni vedevo probabile un accordo tra Pd e 5Stelle, lui teorizzava invece che si potesse fare un governo Lega-M5S. Io ritenevo che al massimo potesse stare in piedi un piccolo governo che cambiasse la legge elettorale e poi si tornasse a votare. Comunque Parnasi e Lanzalone non sono mai entrati nel confronto tra noi e i 5stelle, nè direttamente nè indirettamente. I contatti sono sempre stati diretti tra Salvini e Di Maio.

Non l’ha più rivisto?

Una sola volta, per caso: allo stadio per Roma-Liverpool.

Con i biglietti di Parnasi?

No (ride). Altre volte ammetto di essere andato a tifare contro la Roma, con Parnasi.

Ha detto a Salvini dell’incontro con Lanzalone?

Sì, ma non gli ho detto nemmeno il nome: inizialmente non ricordavo come si chiamasse.

Scusi Giorgetti, lei conosce Parnasi da 15 anni e lui non le anticipa che Lanzalone è un uomo vicino a Di Maio?

No, non me l’ha presentato così. L’ho classificato come un tentativo dei 5Stelle di avere un contatto laterale o supplementare rispetto a quello che avevo con Di Maio. Ci chiedevamo se fosse un segnale che arrivava da Grillo diverso rispetto a quello pubblico dei 5stelle.

In un’intercettazione Parnasi parla dell’ipotesi “Lanzalone premier”.

Credo sia un suo delirio di onnipotenza.

L’ha detto anche a lei?

I Cinque Stelle non hanno mai fatto il nome di Lanzalone. Prima hanno insistito con Di Maio, poi hanno aperto a una terna di nomi. Poi abbiamo scelto Conte.

Chi erano gli altri due?

Non posso rivelare i nomi, ma erano un prefetto e una donna, un’alta dirigente della pubblica amministrazione.

In un’altra intercettazione Parnasi sostiene di aver contribuito a scrivere il contratto di governo. Dice anche che lei spingeva perché fosse firmato subito.

Questa è millanteria. Escludo categoricamente di aver detto una cosa del genere.

Salvini ha mai incontrato Parnasi in quel periodo?

Non so, credo di no.

Lei sa quanti soldi ha versato Parnasi alla Lega?

Assolutamente no.

È stato lei il ponte tra Parnasi e il partito?

Parnasi diceva: “Voi mi piacete, vorrei aiutarvi per qualche iniziativa”. Gli ho detto che ne doveva parlare con l’amministratore del partito, Giulio Centemero. Ho scoperto adesso di questa associazione (la onlus Più Voci, ndr) di cui non faccio parte. Centemero mi ha detto che è stato fatto tutto in modo regolare.

Parnasi ha versato alla onlus 250mila euro?

Ne sapete più voi di me.

In un’altra intercettazione Parnasi parla di “100 e 100”, sembra riferirsi a due versamenti distinti.

Penso per la Procura sia agevole verificare.

Si impegna a rendere pubblici tutti i versamenti di Parnasi alla Lega?

Penso che arrivati a questo punto siano già abbastanza pubblici. Non ho motivo di ritenere che ci sia dell’altro.

La legge sulla privacy permette di omettere i nomi dei finanziatori. Cambierete questa norma?

Credo di sì. Tutto quello che è riconducibile ai partiti dovrebbe essere messo in evidenza. Ma se un’associazione ha una personalità giuridica diversa e non appartiene al partito, non può essere tout court ricondotta al partito stesso.

Restituirete i soldi versati da Parnasi?

Fino a una settimana fa lo conoscevo come persona simpatica, affabile. Quando mi raccontò che voleva fare lo stadio della Roma gli dissi che sarebbe stata la sua disgrazia. Il suo problema è che è troppo romanista, ha ragionato da tifoso e non da imprenditore.

Però non ha risposto, quei soldi li darete indietro?

Non abbiamo fatto niente di male, non vedo perché dovremmo. Non arrivano da attività illecita. E noi con lo stadio della Roma non c’entriamo proprio niente.

Alla vostra immagine non fa bene il legame con un palazzinaro romano arrestato.

Sapevamo perfettamente che nel momento in cui si andava al governo, qualche azione di questo tipo sarebbe arrivata.

Giustizia a orologeria?

Ora un aperitivo diventa quello che ha costruito il nuovo governo… Questo governo l’hanno voluto più che altro le opposizioni. Fosse stato per la Lega, andavamo a votare a luglio e passavamo all’incasso. L’incarico a Cottarelli ha mandato lo spread alle stelle e tutti hanno capito che serviva un governo politico. Salvini ha mostrato responsabilità.

Poi ci sono quei 3 milioni segnalati da un’informativa del Lussemburgo, rientrati in Italia alla Sparkasse.

Ci fate troppo intelligenti. Non siamo così sofisticati da fare queste operazioni sull’estero. Dopo Belsito, con Maroni ci siamo affidati a una società esterna: tutte le nostre operazioni sono certificate.

Tor di Balle

Siccome siamo abituati a dare tutte le notizie e a ricevere lezioni dai giornali che ne danno soltanto qualcuna, quelle che fanno comodo agli amici e agli amici degli amici, ieri abbiamo cercato sugli altri quotidiani, nelle molte pagine dedicate all’ultima retata romana, uno straccio di titolo con le parole “Sala” (sindaco di Milano), “Pd” (Partito democratico), “Eyu” (una fondazione del Pd): sono fra i destinatari dei finanziamenti del costruttore arrestato Parnasi, insieme alla onlus leghista Più Voci e a un paio di esponenti capitolini di FI, mentre il consulente M5S Lanzalone s’è fatto promettere incarichi professionali, un consigliere regionale Pd l’assunzione del figlio, il presidente del Coni Malagò quella dell’aspirante genero e un consigliere M5S un progetto gratuito per il lungomare di Ostia (non per casa sua). Ma niente: su Sala, Pd ed Eyu, zero tituli. Incredibilmente il Corriere, citando Eyu, apre parentesi e scrive: “probabilmente una fondazione”, senza dire di chi è. Eppure basta digitarla su Google per scoprire che è presieduta dal tesoriere renziano Francesco Bonifazi. Quanto a Sala, il suo nome andava cercato col lanternino nelle trascrizioni dei carabinieri, perché nell’informativa e nell’ordinanza del gip le frasi del palazzinaro arrestato sul finanziamento elettorale al sindaco di Milano e sui affettuosi ringraziamenti di quest’ultimo (“sono gratissimo a Luca, senza Luca non facevo la corsa elettorale”) erano coperte da “omissis” e dagli “inc.” (incomprensibile).

Meglio così, sennò Repubblica non potrebbe chiedere le dimissioni della Raggi (che non ha preso un euro, non è indagata né sospettata di nulla, ma sarebbe colpevole di una non meglio precisata “responsabilità oggettiva”) e non di Sala (che ha preso 50mila euro da un costruttore che voleva edificare lo stadio del Milan e gliene aveva pure parlato). E tutta l’orchestra dei giornaloni&giornaletti non potrebbe intonare a edicole unificate la canzonetta farlocca delle “tangenti ai 5Stelle”, del “sistema Raggi”, del “Di Maio sotto accusa” e del “così fan tutti”. Se andasse ancora di moda la bella abitudine di leggere le carte e possibilmente di capirle, tutti si sarebbero accorti del granchio in cui sono incappati il primo giorno, aiutati a sbagliare dagli omissis dei magistrati e dagli “inc.” dei carabinieri (altro che Scafarto!): il “manifesto programmatico” citato dal gip per descrivere il sistema corruttivo di Parnasi non riguardava lo stadio della Roma, ma i soldi stanziati e/o versati alla onlus leghista, alla fondazione Pd e al sindaco Sala per oliare le ruote in vista del nuovo stadio del Milan.

L’unico personaggio vicino ai 5Stelle che abbia avuto vantaggi da Parnasi è l’avvocato Lanzalone, ex presidente di Acea e subito fatto dimettere da Di Maio non tanto per l’accusa di corruzione tutta da verificare, ma per condotte che fin da subito l’hanno posto in conflitto d’interessi (se consigli una giunta a mediare con un costruttore, poi non accetti incarichi da lui). Al momento, a leggere le carte, l’unica forza politica che non ha avuto un euro da Parnasi sono i 5Stelle. E chi dice che sono come gli altri dovrebbe spiegare come mai, allora, Lanzalone è stato dimissionato in barba alla (a loro) tanto cara “presunzione di innocenza fino a condanna in Cassazione”, mentre la Boschi (in palese conflitto d’interessi con banca Etruria), Lotti (indagato per Consip) e altri inquisiti restarono nel governo Gentiloni fino all’ultimo. Basta un po’ di memoria storica per smentire anche la favoletta della giunta Raggi succube del duo Lanzalone- Parnasi. Se avesse voluto fare un favore al palazzinaro, alla Raggi sarebbe bastato stare ferma e lasciar procedere l’iter dello stadio deliberato dal sindaco Pd Marino e dal governatore Pd Zingaretti. Invece la Raggi intimò a Parnasi di dimezzare le cubature, eliminando le due torri e le speculazioni circostanti, pena l’annullamento: bel modo di favorire Parnasi. Lì arrivò Lanzalone, per seguire gli aspetti legali di quel ginepraio (le probabili penali da pagare in caso di niet), reduce dalla buona prova fornita a Livorno con la municipalizzata dei rifiuti. Infatti diede buona prova anche sullo stadio, con un compromesso che salvava l’opera e tagliava il 50% di cubature, quelle speculative (come promesso in campagna elettorale dal M5S). Poi fu nominato presidente di Acea. Ora si scopre (dalle intercettazioni) che accettò incarichi per 100mila euro da Parnasi: se qualcuno ha le prove che Raggi o Di Maio lo sapevano, le tiri fuori. Altrimenti il discorso si chiude con le sue dimissioni.

Agli smemorati di Tor di Valle si iscrive anche l’ex assessore Paolo Berdini, che va raccontando in giro – e persino a verbale dinanzi ai pm – di essere stato cacciato perché contrario allo stadio. Doppia balla. Berdini non fu cacciato, ma si dimise per aver perso la fiducia della Raggi, offendendola come donna e come sindaca: negò di aver parlato con La Stampa e ne fu subito sbugiardato con un video che lo ritraeva mentre istigava un cronista a scrivere che la Raggi era l’amante di Salvatore Romeo e si proponeva come informatore occulto contro di lei. È falso anche che fosse contrario allo stadio di Parnasi. Il 23.10.2016, a Radio Roma Capitale, Berdini dichiarò: “Il piano regolatore permette una cubatura aggiuntiva che è già di per sé imponente. Io su quella cifra non muoverò una virgola, sono il tutore del rispetto delle regole. Se la Roma accetterà queste regole, ben vengano investimenti privati. Sono contrario all’aumento di volumetrie spaventoso dato dalla giunta Marino in cambio di opere pubbliche… Ci sarà tutto il tempo per discutere se è giusto accettare delle inutili opere pubbliche o è meglio cancellarle e costruire solo lo stadio”. Esattamente ciò che fecero la Raggi e Lanzalone. Ohibò.

“Le mie detective sono ragazze: mostriamo cosa sappiamo fare”

Robin Stevens è un’autrice americana di soli 30 anni che scrive gialli per ragazzi, adattando i libri originali e utilizzando un linguaggio più comprensibile.

Come ci riesce?

È molto appassionante! Amo l’elemento puzzle dei gialli classici, amo il procedere ordinato delle trame e amo il loro ritmo incalzante. Sono perfetti per i giovani lettori. Mi limito a mettere piccoli eroi al centro di un giallo classico e lascio che loro facciano il resto. Sono detective brillanti!

Gialli e fantasy sono i generi più venduti in Italia. Perché?

A molte persone piace uscire dalla propria vita leggendo. I gialli ti spaventano e ti inorridiscono, ma in un modo molto sicuro: in fin dei conti nessuno muore davvero! A differenza di quel che accade nella realtà, è rassicurante sapere che un crimine sarà risolto e un criminale punito.

In Italia non si legge abbastanza. Come si invogliano i ragazzi alla lettura?

È molto importante che i bambini guardino alla lettura come a un divertimento, non come a un lavoro. Gli adulti dovrebbero consigliare libri divertenti, non importa quanto possano apparire semplici. Leggere le saghe, seguire i personaggi, può essere un buon modo per appassionarsi.

A quale dei suoi personaggi è più legata?

A tutti, perché devo pensare profondamente a loro. Ma la mia preferita è Hazel Wong, la mia narratrice. È in parte basata su di me e in parte sui miei migliori amici. Conosco quasi meglio lei di me!

Ha scelto due ragazze come eroine. Anche alla luce di quel che accade nel mondo, è il tempo delle donne?

Sono molto orgogliosa delle mie protagoniste, mostro ai lettori che le ragazze possono essere eroiche, intelligenti, coraggiose, divertenti e imperfette. Questo è un grande momento per essere donne, ma dobbiamo affrontare molte sfide. Spero che Daisy e Hazel possano essere d’aiuto.

 

“Salvezza”: è difficile risolvere la questione migranti. Quasi quanto raccontarla

In questi anni sul racconto delle migrazioni e delle relative tragedie abbiamo capito una cosa: la parola scritta pesa zero, le immagini valgono tutto. Che siano le foto di bambini morti, le riprese con la GoPro dei salvataggi o le (spesso artefatte) folle di italiani inferociti, questo è un racconto che si costruisce in tv. Il fumetto è in una posizione intermedia, come dimostra Salvezza (Feltrinelli) di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso: riesce ad approfondire come un reportage scritto ma anche a rafforzare le parole con un racconto visivo, capace di mostrare anche ciò che nessuna telecamera può riprendere, come le storie alle spalle di chi parte dalla Nigeria, dal Sudan, dall’Egitto.

A fine 2017 Rizzo e Bonaccorso sono stati a bordo della nave Aquarius al centro dello scontro politico in questi giorni. Partono con lo spirito della cronaca, del racconto, diventa – come inevitabile – un libro di passione civile, a favore del lavoro delle Ong (Aquarius è gestita da Sos Mediterranée che li ha invitati a bordo) e contro ogni restrizione, dal codice Minniti per le Ong ai porti bloccati da Matteo Salvini. Niente da dire sulla qualità dei disegni di Bonaccorso, ammirevole la capacità di sintesi di Rizzo che riduce all’essenziale gli “spiegoni” geopolitici. Ma il loro libro purtroppo non aggiunge molto. Piacerà a chi già si emoziona a ogni salvataggio, a chi sente la responsabilità di ciascuna delle morti nel Mediterraneo, senza lasciarlo con alcuna domanda in più. E lascerà indifferente chi già è indifferente. Salvezza è uno di quei casi in cui la passione (percepibile e nobile) degli autori non diventa narrazione appassionata e originale, ogni complessità svanisce. Forse è così difficile affrontare la questione migrazioni perché è così difficile raccontarla.

 

La coscienza di Kampah scritta sui muri

A chi non è capitato, almeno una volta nella vita, di vedere un murales? Sulle pareti di un palazzo, su un muro di cinta, sul cemento di una piazza. Migliaia, probabilmente milioni di esempi di uno dei fenomeni della strada più popolari di tutti i tempi.

In Italia c’è chi ne ha fatto una professione, come Flavio Campagna, in arte Kampah, acclamato artista, che da ieri fino al 29 giugno esporrà le proprie opere alla Galleria Fondamenta di Roma, in una mostra dal titolo Fanta(CO)Scienza. I suoi dipinti ricordano quelle forme d’arte non autorizzate che hanno da sempre caratterizzato i muri e gli spazi pubblici delle città, fin dagli anni ’50 e ’60, ma che da circa tre decenni questi segni espressivi sono notevolmente aumentati di numero, dando vita a qualcosa di effettivamente nuovo, anche mediaticamente. Questo fenomeno socio-culturale ha ormai guadagnato, tramite le sue influenze sulle arti visive e sulla pubblicità, una rilevanza unica. Il designer parmigiano Kampah si serve di stencil per la sua arte di strada, mescolando tecniche, colori e concetti.

Prima la leggenda David Bowie impugna una rivoltella mentre sotto di lui campeggia il motto “per aspera ad astra” (attraverso le asperità fino alle stelle), poi Stephen Hawking che osserva in lontananza un buco nero, simbolo della sua ricerca scientifica. E avanti così, per una parata di celebrità viste con gli occhi e gli stencil dell’autore.

Designer, regista pubblicitario, produttore cinematografico, street artist, Kampah ha trascorso la sua vita all’insegna della creatività e oggi si occupa a tempo pieno di stencil art. Sono proprio le sue opere, realizzate con questa tecnica, a raccontare la sua vita di globetrotter. Kampah ha vissuto in Italia, negli Stati Uniti, in Indonesia e in Australia, ma è soprattutto a Los Angeles che l’artista ha operato. Nella città californiana, infatti, il creativo è stato uno dei pionieri della rivoluzione digitale.

Dal 2011 si dedica esclusivamente alla realizzazione di opere d’arte: dipinti su grandi tele, tavole e pareti, i suoi lavori riproducono le icone del nostro tempo, dalla politica alla cinematografia. Ritraggono personaggi riletti in una veste nuova, che li celebra all’insegna del tratto e del colore. Un linguaggio pop di forte impatto, quello di Kampah, un concentrato dell’estetica elaborata e maturata in tutti i suoi anni di entusiasmante carriera, che lo porta ad affrontare con semplicità e un guizzo d’ironia anche tematiche complesse come quelle di futuro e sostenibilità.

 

Grado dei misteri, un noir europeo dalla Germania alla Slovenia

La bellezza “veneziana” di Grado ha un marcato accento asburgico, mitteleuropeo. Ed è per questo che la nostra Grado, in Friuli Venezia Giulia, è uno degli ultimi titoli della emons:, la casa editrice specializzata in gialli tedeschi. Per la precisione: Grado sotto la pioggia. A scriverlo l’austriaca Andrea Nagele. Un thriller non vorticoso ma che al contrario concede tempo e pagine ai personaggi, ai loro stati d’animo, alla descrizione insulare del centro friulano. Una sorta di mistero psicologico, con tanto di cadaveri, venato dalle mille sfumature di quel cielo, dalla cappa nera della tempesta ai colori tenui dell’alba o del tramonto.

I protagonisti fondono varie nazionalità: la bella commissaria Maddalena Degrassi, in crisi profonda dopo aver tradito il marito, rinomato chef oltre il confine sloveno; l’altrettanto bella Franziska, sangue teutonico, cornificata da Tommaso proprio con la poliziotta; un’anziana erediteria, Angelina Maria, che vive solitaria in una villa, tormentata dai demoni del passato e soprannominata “la vecchia pazza”. E poi il corpo ripescato in mare di una donna scambiata per sirena da Franziska e Angelina Maria: qual è il suo legame con il tenebroso svizzero che abita nello stesso palazzo della bella tedesca in crisi?

La scrittrice Andrea Nagele sarà ospite stasera della seconda edizione di Krimi, il festival del giallo tedesco. A organizzarlo la emons: nei Giardini del Goethe Institut di Roma, in via Savoia 15. Con Nagele, a partire dalle ore 18, anche Harald Gilbers, Wolfram Fleischhauer e Brigitte Glaser, moderati da Giancarlo De Cataldo e Angiola Codacci Pisanelli.