“Diamo per assodato che non debbano arrivare al potere quelli che ne sono innamorati”. Basterebbe anche solo applicare questa citazione tratta da La Repubblica di Platone alla contemporaneità (tanto italiana quanto oltre i nostri confini) per dare ragione a Sylvain Tesson quando in Un’estate con Omero (Rizzoli, traduzione di Sara Arena, pp. 240, euro 18) scrive che “gli antichi Greci hanno saputo spiegarci ciò che ancora non siamo diventati”.
Ed è a questo miracolo del mondo antico, più precisamente a quel capolavoro di rappresentazione del mondo al di là del tempo che sono l’Iliade e L’Odissea, che lo scrittore e viaggiatore francese vuole rendere omaggio: oggi i governi saltano e i capi di stato litigano tra loro? Omero già descriveva la bramosia di potere degli uomini; i curdi si stanno battendo per riappropriarsi dei loro territori? Omero narrava l’epopea di Ulisse che lotta per il potere usurpatogli dai proci piazzatisi a casa sua nei vent’anni di assenza; le catastrofi naturali ci terrorizzano? Omero cantava già la furia punitiva della natura quando l’uomo si permette di sfidarla.
Oggi lo studio dell’epica è brutalmente imprigionato nei soli ginnasi, trincerato tra la questione omerica (Omero è stato un solo aedo, il capo di un gruppo di aedi, o addirittura un popolo?) e lo studio della lettura in metrica. Tesson, invece, ritorna al potere rivelatorio del testo per attualizzare la lettura dell’Iliade e dell’Odissea. Ma per quanto interessante sarebbe, Un’estate con Omero non è soltanto un gioco di specchi tra ieri e oggi, ma è anche il racconto di un viaggio nel tempo e nello spazio: dalle mitologie fenice, alle pitture rupestri delle grotte di Lascaux, passando per la tradizione degli scriba e delle performance dei rapsodi nelle piazze della polis, Tesson si trasferisce per un mese nelle Cicladi, vivendo in una piccionaia sull’isola di Tinos, di fronte Mykonos e da lì si produce in una divagazione coltissima sul paesaggio omerico: la vita di mare condotta da Ulisse, le isole abbandonate, le sirene dalla voce ammaliatrice cui resistere, promontori per suicidi e ancora principesse abbandonate come Nausicaa, l’eroismo di Ettore, il senso del coraggio di Achille e le grandi passioni.
Tuttavia, il bel libro di Tesson, non è nemmeno soltanto un “partecipatissimo” reportage dai luoghi di Omero: la scrittura in prima persona, anzi in una appassionata prima persona, rivela come al cuore dell’affabulante Un’estate con Omero si produca in realtà una confessione. In filigrana, e come si opera in letteratura cioè all’inverso, l’autore riconosce all’Iliade e all’Odissea un enorme debito personale: se da ragazzo la lettura degli sconfinati mondi pitturati non lo avesse folgorato, se quei personaggi tanto mitici da essere eterni non lo avessero affatturato, forse Sylvain Tesson non avrebbe amato viaggiare, o ancora non avrebbe iniziato a scrivere, o più semplicemente non avrebbe imparato ad immaginare.