Omero siamo noi: viaggiatori dei libri

“Diamo per assodato che non debbano arrivare al potere quelli che ne sono innamorati”. Basterebbe anche solo applicare questa citazione tratta da La Repubblica di Platone alla contemporaneità (tanto italiana quanto oltre i nostri confini) per dare ragione a Sylvain Tesson quando in Un’estate con Omero (Rizzoli, traduzione di Sara Arena, pp. 240, euro 18) scrive che “gli antichi Greci hanno saputo spiegarci ciò che ancora non siamo diventati”.

Ed è a questo miracolo del mondo antico, più precisamente a quel capolavoro di rappresentazione del mondo al di là del tempo che sono l’Iliade e L’Odissea, che lo scrittore e viaggiatore francese vuole rendere omaggio: oggi i governi saltano e i capi di stato litigano tra loro? Omero già descriveva la bramosia di potere degli uomini; i curdi si stanno battendo per riappropriarsi dei loro territori? Omero narrava l’epopea di Ulisse che lotta per il potere usurpatogli dai proci piazzatisi a casa sua nei vent’anni di assenza; le catastrofi naturali ci terrorizzano? Omero cantava già la furia punitiva della natura quando l’uomo si permette di sfidarla.

Oggi lo studio dell’epica è brutalmente imprigionato nei soli ginnasi, trincerato tra la questione omerica (Omero è stato un solo aedo, il capo di un gruppo di aedi, o addirittura un popolo?) e lo studio della lettura in metrica. Tesson, invece, ritorna al potere rivelatorio del testo per attualizzare la lettura dell’Iliade e dell’Odissea. Ma per quanto interessante sarebbe, Un’estate con Omero non è soltanto un gioco di specchi tra ieri e oggi, ma è anche il racconto di un viaggio nel tempo e nello spazio: dalle mitologie fenice, alle pitture rupestri delle grotte di Lascaux, passando per la tradizione degli scriba e delle performance dei rapsodi nelle piazze della polis, Tesson si trasferisce per un mese nelle Cicladi, vivendo in una piccionaia sull’isola di Tinos, di fronte Mykonos e da lì si produce in una divagazione coltissima sul paesaggio omerico: la vita di mare condotta da Ulisse, le isole abbandonate, le sirene dalla voce ammaliatrice cui resistere, promontori per suicidi e ancora principesse abbandonate come Nausicaa, l’eroismo di Ettore, il senso del coraggio di Achille e le grandi passioni.

Tuttavia, il bel libro di Tesson, non è nemmeno soltanto un “partecipatissimo” reportage dai luoghi di Omero: la scrittura in prima persona, anzi in una appassionata prima persona, rivela come al cuore dell’affabulante Un’estate con Omero si produca in realtà una confessione. In filigrana, e come si opera in letteratura cioè all’inverso, l’autore riconosce all’Iliade e all’Odissea un enorme debito personale: se da ragazzo la lettura degli sconfinati mondi pitturati non lo avesse folgorato, se quei personaggi tanto mitici da essere eterni non lo avessero affatturato, forse Sylvain Tesson non avrebbe amato viaggiare, o ancora non avrebbe iniziato a scrivere, o più semplicemente non avrebbe imparato ad immaginare.

 

Cartellone 2018/19 tutto scambi e déjà vu

Che stagione che fa, sui palcoscenici italiani? Spulciando i cartelloni 18/19 dei principali teatri – il Piccolo di Milano; i Nazionali di Roma, Napoli e Torino; i Tric dell’Elfo e dell’Eliseo –, non c’è da entusiasmarsi. È vero che lo spettacolo non si fa sulla carta, ma ricorrono tendenze perniciose.

ROMANZO SERIALE Una delle mode della stagione incombente è la riscrittura di romanzi per il palcoscenico – che risponde a banali logiche ministeriali più che a velleità letterarie: i parametri del Fus impongono, infatti, di produrre un tot di drammaturgia contemporanea. I teatri, però, anziché commissionare testi ex novo, preferiscono affidarsi alle più rassicuranti riscritture dei classici e/o ai meno rischiosi adattamenti di titoli di richiamo, spacciandoli poi per opere di autori viventi: ad esempio, al Piccolo Stefano Massini riciccerà Cuore di cane di Bulgakov; Vitaliano Trevisan metterà mano al Giocatore di Dostoevskij (prodotto da Catania e Napoli e in trasferta a Torino); Valter Malosti si cimenterà con Se questo è un uomo di Primo Levi – riarrangiato pure da Sonia Bergamasco –, Giro di vite e Anna Karenina; a Letizia Russo sono affidati i Karamazov e Il maestro e margherita, e a Giancarlo Sepe tocca Barry Lyndon.

DÉJÀ VU. Tanti gli spettacoli già visti nella scorsa stagione, o due-tre o più anni fa, da Ivan di Serena Sinigaglia a Finale di partita di Mauri-Sturno; da Matilde e il tram per San Vittore a Copenaghen; dal Mozart di Cederna all’Hamlet Travestie di Punta Corsara; dalla trilogia di Liv Ferracchiati all’Amleto Take Away di Berardi-Casolari; da Settimo cielo di Giorgina Pi (made in Angelo Mai) a Cous Cous Klan di Carrozzeria Orfeo. Di Emma Dante girerà molto – a Milano, Torino e Roma – Scortecata, presentato a Spoleto nel 2017, mentre continua la tournée di Questi fantasmi! della compagnia di Luca De Filippo e di Macbettu di Alessandro Serra, Ubu 2017. Anche al Piccolo si rivedranno spettacoli di anni fa: Uomini e no di Vittorini, diretto da Rifici, che pure aveva convinto poco, ed Elvira di Toni Servillo, che pure era stato in cartellone per quasi tre mesi. Altro immarcescibile è Slava’s Snowshow, che dovrebbe nel repertorio milanese.

EMOFILIA. Come certe famiglie nobili, i grandi teatri preferiscono maritarsi tra loro, o scambiarsi le produzioni, piuttosto che imparentarsi con gli sconosciuti, ovvero piccole realtà, che sempre meno riescono a farsi sostenere, se non grazie a ulteriori aiuti esterni (Cariplo, Next, Fabulamundi…). Così, Ragazzi di vita prodotto da Roma va a Milano e Torino; Don Giovanni prodotto da Torino va a Milano e Roma; La classe operaia va in Paradiso, ma anche a Torino (produzione dell’Ert, Emilia Romagna Teatro); I miserabili prodotto dal Friuli e Brescia va a Milano e Torino;La gioia di Delbono, prodotto dall’Ert, va a Milano e Roma; La tragedia del vendicatore di Donnellan va da Milano a Torino e Roma; Salomè viaggia da Napoli a Roma/Eliseo; Il gabbiano di Genova vola a Torino e Napoli; l’Elfo con due spettacoli (Afghanistan e Lo strano caso del cane…) a Milano, Napoli, Ert, Roma e Torino.

STESSO TITOLO. Oltre al solito Arlecchino di Strehler al Piccolo, si vedrà una nuova versione torinese, diretta da Valerio Binasco e interpretata da Natalino Balasso: questa sarà probabilmente l’operazione più coraggiosa dell’anno. Anche sul Cyrano si cimenteranno in due: Barbareschi all’Eliseo e Ferrini a Torino.

PIRANDELLO MON AMOUR. Il Nobel siciliano sarà l’autore più rappresentato: tornano Cecchi con Enrico IV (Napoli e Roma) e Cavani con Il piacere dell’onestà (Torino); Lavia fa I giganti della montagna (Milano); Dini propone Così è (se vi pare), mentre Scimone e Sframeli Sei, tratto dai Sei personaggi (Torino). A Roma si vedranno Il giuoco della parti, di Alessio Bergamo, e la mostra Sei personaggi, “concepita per il Teatro Valle… una pausa sospesa che anticipa la rinascita fisica e culturale della sala”. In cerca di autore.

FUORI. Per amore del paradosso, il grande escluso è Mimmo Borrelli con La cupa, acclamato come miglior spettacolo. Da Napoli fanno sapere che “la tournée è in via di definizione per il 2019”.

 

“Chiamami col tuo nome” storia d’amore con seguito

Dopo l’imminente e atteso remake di Suspiria Luca Guadagnino si sta dedicando al sequel del suo acclamato Chiamami col tuo nome a cui sta lavorando con l’autore del libro che lo ha ispirato, André Aciman, ambientandolo qualche anno dopo l’inizio della storia d’amore tra i due protagonisti e prima di un futuro terzo capitolo di un’ideale trilogia.

Un ulteriore progetto riguarda il copione di un film ambientato negli Stati Uniti che scriverà con l’italoamericano Richard LaGravenese, noto per le sceneggiature di I ponti di Madison County e La leggenda del re pescatore.

Salvatore Piscicelli ha scelto Luisa Ranieri come protagonista della trasposizione del suo romanzo Vita segreta di Maria Capasso le cui riprese sono iniziate a Napoli qualche giorno fa. Sullo schermo rivivranno le vicende di Maria, un’affascinante manicure 37enne di periferia che dopo essere rimasta improvvisamente vedova deciderà di non arrendersi e per garantire una vita dignitosa ai suoi tre figli si rivelerà intraprendente e coraggiosa.

Diventerà così l’amante di un ricco proprietario di un autosalone che un giorno le proporrà di trasportare un carico di cocaina fino in Svizzera.

Isabella Ragonese sta girando nella sua Palermo Tutto il giorno davanti un tv movie diretto da Luciano Manuzzi e prodotto da Bibi Film e Raifiction liberamente ispirato alla vita di Agnese Ciulla, l’ex assessora comunale alle Attività sociali che nei cinque anni del suo mandato si è dedicata all’accoglienza dei bambini stranieri che arrivavano senza familiari.

Ambra Angiolini sarò la protagonsita di Un bel luogo per morire, una serie crime in quattro puntate per Canale 5 diretta da Pier Belloni ispirata alla serie britannica Broadchurch.

 

Ribelle, ostinata reclusa ma mai conclusa: Emily

Com’è irriducibile, irrisolvibile l’essere umano. Prendi Emily Dickinson, poetessa: preclara da postuma, non pubblicata – solo una dozzina su circa milleottocento componimenti – da viva. Vivissima creatura, eppure autoreclusa, ma non conclusa, nel buen retiro familiare, nella casa avita di Amherst, Massachusetts, finché la malattia ai reni non la portò altrove o, forse, da alcuna parte: 1886, aveva cinquantasei anni, e della morte e dell’amore aveva impregnato i suoi versi.

Leggerli oggi dà ancora brividi, leggerli in treno ne rivela il segreto, uno dei segreti: così la sua vita, così la sua poesia, un unico movimento da fermo. Che nel circostante panorama letterario femminile, e non solo, era anche controtempo: via dalle svenevolezze vittoriane, dalle pastorizzazioni compite, Emily fa di virtù necessità, di lessico familiare precipitato e precipizio esistenziale. Scrive, per concessione paterna (Edward Dickinson, avvocato e politico), nottetempo, e fissa un’aura indefinibile: ribelle per giusta causa, inflessibile per coscienza, retta per volontà, spezzata per destino. Antinomica e ossimorica, fu la sua una passione quieta, A Quiet Passion, il titolo che l’ottimo Terence Davies ha scelto per un film che è biografico e bibliografico insieme, che è non solo su, ma di e con e come Emily Dickinson. La incarna Cynthia Nixon, nota ai più quale Miranda di Sex and the City: Davies ne ha visto un solo episodio, per di più muto, ma quel che ha inteso della Nixon gli è bastato. Prova superba, con gli occhi che sono stupore e punteggiatura, ironia e sintassi: è lei, in fondo, a montare il film, che arriva nelle nostre diserte sale con la meritoria Satine. C’è la cupezza e la resistenza, l’anelito e l’annullamento (la corrispondenza solo intellettuale del reverendo Wadswort), il rifugio e la gabbia, l’ostinazione e la remissione: complice la fotografia accorata di Florian Hoffmeister, Davies ritrae complessione e complessità, forza e debolezza, nitore e oscurità, facendo del tono il punto d’accesso all’universo Dickinson. Elegante, sommesso e compreso, capace di fissare le geometrie variabili della famiglia – il padre (Keith Carradine), la sorella Vinnie (Jennifer Ehle), il fratello Austin (Duncan Duff), l’amica Vryling Buffam (Catherine Bailey) – e il piano cartesiano – travaglio per ascissa, creazione per ordinata – di Emily, dribbla con apparente facilità l’ostacolo più gravoso e pericoloso: guardare alla poetessa con le ottiche e le diottrie del qui e ora, aggiornandone e dunque pervertendone il proto-femminismo.

Invece no, la lingua dell’epoca segnala la doverosa distanza, sottolinea il diaframma e preserva l’incanto: Emily è qui come allora, e il quieto lirismo di Davies ne è il custode più fedele. Il regista inglese, da Voci lontane… sempre presenti (1988) a Sunset Song (2016), è uso all’eccellenza, e A Quiet Passion non fa eccezione: da vedere.

 

Nuovo lessico femminile. È lo Strega del #MeToo?

È un premio Strega sorprendente quello di quest’anno. Le nuove regole avevano comportato un numero record di candidature, ben quaranta, e già alla scrematura della dozzina non sono mancate le sorprese, con le esclusioni eccellenti di Dori Ghezzi, di Gianfranco Calligarich, di Loredana Lipperini e del romanzo postumo di Severino Cesari.

Martedì sera a casa Bellonci è stata proclamata la cinquina comprendente (rigorosamente in ordine di classifica) Helena Janeczek(La ragazza con la Leica, Guanda), Marco Balzano(Resto qui, Einaudi), Sandra Petrignani(La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza), Lia Levi(Questa sera è già domani, Edizioni E/O) e Carlo D’Amicis(Il gioco, Mondadori).

La constatazione più immediata riguarda la presenza di tre donne all’interno della cerchia finalista. Si tratta di una percentuale “interessante” almeno per due motivi. Il primo è che un colpo d’occhio al Palmares svela che l’ultima vincitrice fu Melania Mazzucco nel 2003 con Vita. Da allora è stata una sfilza di scrittori, intesi come maschi: Riccarelli, Maggiani, Veronesi, Ammaniti, Giordano, Scarpa, Pennacchi, Nesi, Piperno, Siti, Piccolo, Lagioia, Albinati, Cognetti. Sembra la formazione di una squadra di calcio (dove si sa, quest’anno, le donne vanno meglio degli uomini). Il secondo motivo di interesse è di carattere sociologico: può un movimento come il MeToo aver influenzato la scelta dei quasi seicento votanti?

Nadia Terranova, che candidava Anni luce di Andrea Pomella, sostiene che i libri di Janeczek, Petrignani e Levi siano “tre testi di ottima qualità. E ben venga se questo aiuterà in futuro, anche nel futuro più prossimo, in ogni premio letterario, a valutare con attenzione i libri scritti da donne”.

Nicola Lagioia, vincitore nel 2015 con La ferocia e che ha candidato quest’anno Il gioco di D’Amicis ancora in lizza, giudica “i romanzi sempre in base all’opera, mai al sesso di chi li scrive, alle sue opinioni politiche, religiose e così via. Per me nella letteratura d’invenzione e nell’arte in generale conta solo l’opera”.

Dacia Maraini, vincitrice nel 1999 con Buio e sponsor di Questa sera è già domani di Lia Levi, che si è già accaparrata lo Strega giovani, non crede che “il MeToo abbia influenzato la votazione. I libri entrati in cinquina sono belli. Sono mesi che la gente li legge e passa parola. Questo non vuol dire che altri bei libri non potessero essere premiati. Le giurie, soprattutto quando sono così numerose, sono imprevedibili. Comunque di solito la gran parte dei giudizi coincide e i migliori saltano fuori”.

A volo d’uccello i tre romanzi finalisti scritti da Janeczek, Petrignani e Levi hanno in effetti un comun denominatore: non il gender di chi li ha scritti ovviamente, e neanche la femminilità come oggetto letterario, ma il passato. Ne La ragazza con la Leica Janeczek ricostruisce la figura della fotografa di guerra, Gerda Taro, una ragazza ribelle, compagna di Robert Capa durante la guerra in Spagna. Gerda muore sul campo di battaglia e il suo corteo funebre nell’agosto del 1937 è tutto uno sventolare di bandiere rosse per le strade di Parigi.

Si tratta di un’eroina antifascista, con una grande gioia di vivere, che ha fatto coppia con una figura ingombrante, senza però mai restare nell’ombra.

Altrettanto gigantesca, anzi piratesca è la figura di Natalia Ginzburg, nata Levi e sposa prima di Leone dal quale ebbe tre figli e poi di Gabriele Baldini. Ne La corsara Petrignani racconta la temperie culturale del Novecento fra Palermo, Torino e Roma, dove Natalia, e non c’era bisogno di aggiungere il cognome per gli intellettuali dell’epoca, abitò a Campo Marzio, di fronte a Italo Calvino. Frequentò Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Elsa Morante, Alberto Moravia, Adriano Olivetti… La lista potrebbe continuare a lungo, perché la sua vita costituì una sorta di arcipelago intellettuale: una donna fragile, con uomini difficili, ma che in un universo maschile riuscì a condividere un potere editoriale e culturale in Italia, completamente appannaggio degli uomini. Infine anche Questa sera è già domani di Lia Levi è un romanzo dal lessico famigliare, ambientato a Genova negli anni delle leggi razziali. Un nucleo composto da padre, madre e figlio, più nonno, zii e cugini, alla ricerca di un paese che possa accoglierli. Era il 1938 e l’Europa si poneva il problema degli ebrei in fuga dal nazismo, attraverso una retorica dell’accoglienza e pochi fatti concreti.

Lo Strega quest’anno non parla al femminile, il romanzo non è morto, soltanto si guarda alle spalle, perché prova a leggere il presente con queste diottrie.

Dalla sfera di cristallo delle distopie siamo passati allo specchietto retrovisore per provare a capire il presente, che resta come sempre la mappa più difficile da decifrare, la foto più complessa da scattare, a meno di non essere Gerda Taro.

“Italia agli Italiani, Mondiali agli Egiziani”

Partiamo dal presupposto che io so benissimo cosa sia un fuorigioco, quindi già questo mi legittima in pieno a parlare di falli, rimesse laterali e Mondiali di calcio.

Ora, mi rendo conto che per voi questo sia un tasto dolente e che da Ikea non ci siete entrati per un po’, ma quando sei come me, diciamo mixata, diciamo non purosangue, diciamo un po’ italiana un po’ third world, che detto in inglese fa più international e meno immigrational, è difficile che ai mondiali tu non abbia qualcosa da tifare. Me la sono vista brutta, devo ammetterlo, l’Egitto era dal 1990 che non si qualificava… e grazie, direte voi, perché ce l’hanno i palloni al Cairo? Effettivamente… quindi capirete bene che non è che ci sperassimo molto, ma poi è accaduto il miracolo, ed eccoci lì, qualificati.

Tutto molto bello, se non fosse per l’Intifada che mi stava partendo in salotto, quando mia madre ha scoperto che il suo amato paese invece non ci sarebbe stato.

Che poi le sarebbe anche stato bene, tanto a malapena individua il portiere, però era una questione di orgoglio siciliano alla vista di quel terrorista emotivo di mio padre che se la rideva allegramente: “Adesso chi tifi Antonella discilo un bo’!”.

Era troppo. Anche per una donna paziente come lei. Così in un attimo si sono delineati due schieramenti: io e mio padre da un lato, mia madre e mio fratello dall’altro. E via ai cori: “Italia fuori, Egittu dentri! Voi al mondiali no sci entriiii!!”’

Ci abbiamo messo qualche mese, devo dirlo, ma poi la crisi è stata superata ampiamente, ogni tanto qualcuno appende qualche striscione in cucina con su scritto “Italia agli Italiani, Mondiali agli Egiziani”, ma insomma abbiamo recuperato la nostra stabilità… o almeno così credevamo. Finché a un certo punto, quando mancava ormai meno di un mese all’esordio dei faraoni in campo, a momenti mi smontano Mohamed Salah come un tavolinetto da picnic. Ma dico stiamo scherzando? Ramos non lo sapevi che senza di lui praticamente possiamo anche tornare a lanciare i bruscolini nel Nilo? A pettinare i coccodrilli nel lago di Nasser? A snocciolare i datteri all’ombra delle palme? Almeno una partita, due passaggi ce li fate fare o ve lo dobbiamo chiedere in arabo?

Ve lo giuro, non ho visto mio padre così disperato nemmeno quando sono tornata da Londra con un piercing all’ombelico.

Ogni volta che mandavano a rallentatore il fallo, mio padre si prendeva la testa fra le mani e lanciava insulti bilingue a Sergio Ramos, prediligendo pur sempre l’arabo perché alla fin fine gli veniva più comodo e comunque nessuno l’avrebbe capito.

Sono state ore terribili, ore di ansia, ore interminabili, finché il bollettino medico non ha annunciato: “Salah recupererà per il Mondiale”.

Pianti, gioia, commozione, chiamate al Cairo, Alessandria, Abu Simbel. E anche se non conosciamo nessuno per sicurezza abbiamo chiamato pure a Pechino, perché anche lì dovevano sapere che il Maradona del Nilo ci sarebbe stato.

Eravamo tutti felici sì, ma gli egiziani non dimenticano.

Così nel paese delle Piramidi sono partiti appelli, petizioni e azioni legali contro il povero Ramos. Addirittura in una trasmissione tv, l’avvocato Bassem Wahba ha annunciato di aver presentato una denuncia alla Fifa. Il risarcimento “per aver inflitto danni ad un’intera nazione” è pari ad un miliardo di euro. “Per i danni fisici e psicologici causati a Salah e a tutto il popolo egiziano”.

Che popolo passionale, non trovate?

Ma cosa evinciamo da tutta questa vicenda? Ora mi appresto a rendervelo più evidente.

L’uomo e il calcio sono entità indissolubili, cari amici. E non importa che tuo padre sia bianco, nero o verde smeraldo, perché se gli accoppano il giocatore preferito, due Saint Mary le lancia sicuro.

Ora parliamoci chiaro, non è che abbiamo la presunzione di vincere, noi vogliamo andare lì, cantare l’inno, prendere un paio di traverse e tornarcene a casa, o al paese nostro o come volete chiamarlo insomma. E poi lo sanno tutti che l’importante è partecipare. Però almeno noi partecipiamo…

Dai su si fa per ridere, non ve la prendete troppo, anche il 50% del mio patrimonio genetico è dispiaciuto. Sarebbe stato bello uno scontro Italia-Egitto… solo che probabilmente sarebbe esitato in un divorzio.

Allora amici, mi raccomando, non dimenticate oggi alle 14.00 Egitto-Uruguay e fatemi un favore, almeno per questo Mondiale, tifate qualcuno che non ha mai vinto.

Non è vero.

Volevo dire tifate noi.

L’“Armata Rotta” fa felice lo zar e anche il russo tifa

Rossiya, Rossiya”: nello stadio, nelle piazze risuona fino a tarda sera lo stesso urlo, sventolano le bandiere, l’onore è salvo e anche di più. Proprio come pretendeva Putin: i Mondiali iniziano col suo monologo. Lui in piedi sul predellino in tribuna, a dare la benedizione al grande evento che per un mese metterà il Paese al centro del mondo, come ai tempi d’oro. E la nazionale che spezza le reni alla malcapitata Arabia Saudita, addirittura 5-0, per la gioia dei tifosi che con la squadra non hanno mai avuto un gran rapporto, ma almeno ieri sono andati a dormire contenti.

Il pallone non scalda particolarmente il cuore freddo dei russi. C’è la coppa del mondo di calcio, evento storico, ma prima della partita inaugurale davanti allo stadio Luzniki di Mosca due bambini giocano a hockey: pattini ai piedi e bastone in mano, sognano il mondiale ma quello sbagliato, uno che valga davvero la pena ospitare. L’Armata rossa del pallone è vecchia e malandata e non rappresenta quasi nessuno: pochi talenti, al punto di essere costretti a richiamare il 40enne Ignashevich che si era ritirato due anni fa; e in panchina Stanislav Cherchesov, un ct borioso e un po’ raccomandato, che con i suoi baffoni sembra uscito da un romanzo popolare ed è fra i 5 uomini più odiati del Paese.

La nazionale è oggetto di scherno: commenti velenosi e battutine autoironiche quando va bene, ondate di risentimento e invidia sociale per i soldi guadagnati ingiustamente, quando si mette male. Non ieri però. Sarebbe stato un peccato rovinare il quadretto preparato dagli organizzatori, con la sfilata della cerimonia d’apertura (mai così breve, per non togliere spazio al vero protagonista), e il discorso di Putin prima del fischio d’inizio. Solenne, ecumenico, persino conciliante (“Sono qui per darvi il benvenuto in Russia, Paese aperto, ospitale, amichevole”, “il pallone va oltre la politica” (l’ha deciso lui, ovviamente).

Per la partita, quasi un dettaglio di contorno a cui si chiedeva solo di non stonare troppo, le premesse non erano incoraggianti. Per fortuna dall’altra parte c’era l’Arabia Saudita, squadra materasso se ce n’è una, che un sorteggio fin troppo benevolo per non essere sospetto ha designato come vittima sacrificale della gara d’apertura. Gli sceicchi hanno problemi di talento, non certo di soldi, e così nell’ultima stagione grazie ad un accordo pagato profumatamente dalla Federazione hanno spedito in Spagna i loro giocatori migliori, a fare esperienza (e panchina) nella Liga contro Messi e Ronaldo. Da allora, però, si sono messi in testa di giocare con possesso palla e Tiki-Taka. Il risultato è stato disastroso: i padroni di casa hanno segnato subito con Gazinskiy e dilagato nel finale con Golovin, unico vero talento locale (nel mirino anche della Juve) e migliore in campo. La resa dei conti è solo rinviata alla sfida con l’Egitto, decisiva per non eguagliare il record negativo del Sudafrica, unico Paese ospitante a non superare il girone. Rischio non ancora scongiurato, ma ieri il petto di Putin era più gonfio del solito. In fondo sono i Mondiali di Russia, mica di calcio.

“Celle in standard europeo: così niente brutte figure”

Fanno sapere a Mosca: gli oppositori sono andati in vacanza. Sotto l’Urss, significava che i dissidenti erano stati spediti nei gulag, o peggio, sottoterra. Oggi, è solo un avvertimento. È meglio che gli oppositori stiano tranquilli, durante il Mondiale di calcio. Dalla galera è uscito ieri il leader dell’opposizione Aleksey Navalny: ha scontato 30 giorni di carcere amministrativo per aver organizzato una manifestazione non autorizzata. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Il tempo di tornare a casa e subito Navalny ha ricominciato a scrivere sul suo blog (e su Instagram). Con ironìa, racconta che le autorità hanno appena rimesso a nuovo la prigione, secondo gli standard euroremont (gli standard abitativi europei, molto in voga): “Si aspettano ospiti stranieri”, prevedono cioè di arrestare “parecchi tifosi, soprattutto inglesi, e quindi non vogliono fare brutta figura”.

La descrizione di Navalny è minuziosa: “Hanno ridipinto le grate. Hanno sistemato water closet al posto dei buchi nel pavimento. In cortile ora c’è un campetto di calcio con le porte, hanno distribuito i palloni. L’alimentazione è meglio che al ristorante.

C’è persino un cameriere. Uno studente della scuola di polizia passa e distribuisce il menù. Come in aereo, si può scegliere tra due opzioni. Ho segnato il mio ultimo pranzo. Antipasto: insalata di patate oppure un pasticcio di verze. Zuppa: kharcio (zuppa di carne di montone del Caucaso, ndr) oppure borsch (zuppa di verdure e carne ucraina). Piatto principale: plov (risotto uzbeko di carne verdure), oppure spiedino di carne (di maiale, ma per motivi religiosi si può chiedere kosher o halal). Dolce: tiramisu o pasticcino con le ciliege. Da bere: acqua, succo di mirtillo o birra non alcolica, prodotta non in Russia.

Poiché il personale della prigione non sa l’inglese, sono state coinvolte delle stagiste (studentesse dell’università di lingue straniere Moris Teresa, che prepara la classe amministrativa specializzata in affari internazionali, ndr). Le ragazze indossano una divisa, simile a quella dei poliziotti e degli assistenti di volo. Poiché per ora mancano gli stranieri, le studentesse si annoiano, chiedono di fare arresti di massa, così possono addestrarsi meglio”.

Nelle celle, informa Navalny, hanno installato gli schermi piatti, per far vedere il Mondiale ai carcerati. Per chi esce di prigione c’è persino un regalo, un libro con le leggi russe e un domino (o Backgammon) col logo di Russia 2018: “Io ho scelto il Backgammon”, ha concluso Navalny, “anticipando il vostro entusiasmo in stile anche io voglio essere arrestato, faccio notare che il numero di posti in carcere è limitato: se intendete infrangere le normative, affrettatevi. Dopo il campionato, la carrozza dorata ritornerà ad essere una zucca”.

In realtà, ricorda Denis Bilunov, uno dei più noti oppoisitori, “la voce dei dissidenti si sente solo in circoli ristretti, ormai”. Qualcuno si ribella al silenzio imposto. Il popolare scrittore satirico Victor Shenderovich – grande tifoso che ogni quattro anni dimentica tutto – è furibondo: “Che vada all’inferno questo campionato, un’altra festa che Putin vuol sfruttare, mentre sta morendo in galera un prigioniero politico innocente”. Oleg Sentsov, regista e scrittore ucraino, accusato d’aver preparato atti di sabotaggio in Crimea e condannato a 20 anni, sta attuando lo sciopero della fame. Il Parlamento europeo, poche ore prima dell’inaugurazione del Mondiale, ha adottato una risoluzione (485 sì, 76 no, 66 astenuti) in cui si chiede alla Russia di rilasciare “immediatamente e incondizionatamente Sentsov e tutti gli altri ucraini detenuti illegalmente”.

Georgia, il partito di governo caccia il premier

Se le mie dimissioni saranno utili al paese, non ci penserò un secondo a presentarle”, aveva detto cinque giorni fa e ora ha mantenuto la promessa. Il premier di Tbilisi Giorgi Kvirikashvili ha lasciato la carica. “Tra me e il leader del partito ci sono dei disaccordi, credo che sia il momento di creare un nuovo gabinetto”, ha detto ai microfoni delle tv. Il “sogno georgiano”, come si chiama il suo partito, è finito. Con lui hanno lasciato gli uffici tutti i membri del governo, come impone la Costituzione del paese.

L’allontanamento definitivo dalla scena politica di Kvirikashvili è dovuto all’ultima disputa con il fondatore del suo gruppo politico, Bidzina Ivanishvili, 62 anni e molti miliardi. Ha una casa-fortezza di vetro, uno zoo privato con pinguini e zebre, due figli albini rapper. Ivanishvili ha una fortuna che sfiora un terzo del Pil dell’intero paese, ha calcolato il New York Times. Già primo ministro della Georgia nel 2012, il tycoon russo-georgiano ha recentemente annunciato che tornerà in politica.

La resa del premier uscente è però arrivata per un crisi bifronte, composta da due facce opposte e contrarie, quella dell’uomo più potente del paese e quella del più “ordinario”, i volti del primo e dell’ultimo cittadino georgiano. Zara Saralidze, “l’uomo comune, senza partito”, – come lui stesso si è definito -, da settimane “chiede giustizia” per suo figlio, ammazzato durante una rissa scolastica lo scorso dicembre. Chi lo ha accoltellato a morte è a piede libero: gli omicidi sono figli di alti funzionari dell’élite del paese ma, quando il martello del giudice di Tbilisi ha battuto sul banco, sono state emesse solo condanne di comodo e i veri responsabili sono sono rimasti impuniti. È stato allora che la voce di Saralidze è diventata quella della Georgia che è scesa in piazza e ha cominciato a manifestare contro la corruzione delle autorità. Il procuratore generale Irakly Shotadze è stato costretto a dimettersi il 31 maggio, quando migliaia di giovani si sono riuniti davanti al suo ufficio: “Sspero che la giustizia prevalga”, ha detto prima di andarsene.

Dai frantumi alle macerie. Prima le accuse di coinvolgimento nel caso di omicidio, poi lo sciopero dei mezzi pubblici, poi dei minatori, poi dei giovani che trasformano l’indignazione in rabbia e la rabbia in decibel. Una crisi dietro l’altra. Dopo le retate dei reparti speciali della polizia nei numerosi club e discoteche di musica elettronica della Capitale, anche i raver, con amplificatori e musica techno, si sono riversati in piazza del Parlamento, per ballarci attorno un intero weekend in segno di protesta. Kvirikashvili era già sfiancato, poi è stato circondato, e, infine, un colpo di grazia l’ha sconfitto.

Davanti alle fragilità e paradossi della repubblica che portò Mikhail Saakashvili al potere nel 2000, chi pensa che una nuova rivoluzione stia per cominciare in Caucaso, si chiede se sarà una replica di quella delle rose del 2003 o se assomiglierà a quella più recente, dell’“uomo del popolo” Nikola Pashynian a Erevan. Dall’Armenia, fino in Georgia.

Fra cause ed Fbi compleanno amaro per Trump “statista”

Nemo profeta in Patria. Presidente magari sì, ma poi tocca sempre barcamenarsi tra gufi e quelli che remano contro. Trump lo sperimenta di ritorno da Singapore e dal suo vertice “storico” con il leader nordcoreano Kim Jong-un: media e analisti gli fanno le pulci perché l’intesa con Kim sarebbe più un flop che un successo – e intanto lui rilancia la guerra dei dazi con la Cina -; il Fondo monetario internazionale contesta la sua riforma fiscale; lo Stato di New York gli fa causa; e, infine, il rapporto sull’emailgate – la vicenda delle mail di Hillary Clinton mandate da un account privato quand’era segretario di Stato – assolve di fatto l’allora direttore dell’Fbi James Comey (non fu partigiano).

Trump resta deluso, anche se non lo mostra a caldo. Lui sperava che il rapporto sull’inchiesta da lui sollecitata fosse il regalo di compleanno – faceva ieri 72 anni. Potrà sempre dire che il documento avalla il licenziamento di Comey, che “violò i protocolli” (ma non favorì Hillary Clinton), anche se il direttore dell’Fbi fu licenziato non per come aveva condotto l’emailgate, ma per come stava conducendo il Russiagate, senza condiscendenze per gli ‘amichetti’ del presidente implicati.

Il rapporto sull’emailgate – 500 pagine frutto di un lavoro di 18 mesi – deve mettere un punto fermo sull’inchiesta e sul comportamenti di Comey. Il documento, curato dall’organo di sorveglianza interno al Dipartimento di Stato Usa, conclude che Comey “non rispettò il protocollo ma non fu politicamente di parte”.

Ma è vero che dentro l’Fbi emergono episodi, non sistemici, di ostilità a Trump e di propensione verso la Clinton. “Impediremo a Trump di diventare presidente”, si scrivono due agenti federali. L’sms, che non era stato mai reso finora noto, fu scambiato nell’agosto 2016 da Peter Strzok – uno degli investigatori principali sia per l’emailgate che per il Russiagate -, e Lisa Page, avvocato dell’Fbi (i due, noti come ‘gli agenti amanti’, sono stati allontanati). Secondo il Washington Post, sarebbe questo l’elemento più dannoso per la polizia federale.

Il rapporto fa luce sui passaggi più intricati dell’emailgate, più volte evocato nella campagna 2016. Da candidato e poi da presidente, Trump ha a più riprese criticato l’operato dell’Fbi, sostenendo che l’inchiesta venne gestita in maniera approssimativa e, soprattutto, partigiana. È opinione diffusa che le decisioni di Comey negli ultimi giorni della campagna elettorale, apparentemente maldestre e contraddittorie, abbiano piuttosto sfavorito la Clinton.

Intanto, New York fa causa a Trump e ai suoi tre figli maggiori, Donald jr, Eric ed Ivanka, contestando “azioni illegali” da parte dell’ente benefico di famiglia, la Donald Trump Foundation. A depositare la denuncia il procuratore generale dello Stato Barbara Underwood.