Queste misure hanno “effetti avversi sull’economia americana e sui suoi partner commerciali: rischiano di innescare reazioni di ritorsione” e di mettere a rischio il sistema di regole degli scambi globali con un maggior numero di paesi che possono invocare la sicurezza nazionale per giustificare restrizioni all’import: a dirlo è il Fondo Monetario Internazionale nell’Article IV per gli Stati Uniti, invitando Washington e i suoi partner commerciali a “lavorare e risolvere i disaccordi commerciali senza ricorrere a dazi e altre barriere”. Una dichiarazione che circola proprio nel giorno in cui i Paesi dell’Ue approvano l’imposizione dei loro dazi sui prodotti statunitensi dopo le imposizioni volute dal presidente Donald Trump su acciaio e alluminio. “Gli Stati membri hanno appoggiato all’unanimità il piano della Commissione per l’adozione di misure di riequilibrio dei dazi statunitensi su acciaio e allumino”, ha confermato una fonte della Commissione europea che ha chiesto l’anonimato, aggiungendo che le tariffe entreranno in vigore “nei prossimi giorni”. Altri funzionari hanno indicato l’inizio di luglio come periodo di implementazione delle misure.
Finisce la morfina della Bce e Draghi avvisa il governo
Alla fine l’annuncio arriva, netto. La Banca centrale europea chiuderà lo stimolo monetario espansivo entro il 2018. Lo ha deciso ieri il consiglio direttivo della Bce riunito a Riga (Lettonia). Il “Quantitative easing”, il programma di acquisti massicci dei debiti pubblici (e bond privati) dei Paesi dell’eurozona avviato a marzo 2015 si ridurrà da 30 a 15 miliardi di acquisti mensili da settembre, per poi concludersi a dicembre. Con un complesso lavoro diplomatico Mario Draghi ottiene dal consiglio direttivo di Francoforte il compromesso auspicato dai Paesi più vulnerabili (Italia in testa). E quasi a compensarlo ha avvisato il nuovo governo di Roma: “Mettere in discussione l’euro non conviene a nessuno”,
I Paesi del Nord, guidati da Berlino ottengono la fine del Qe, ma il presidente ottiene, per così dire, tutto il resto, con il voto “unanime” del consiglio. La Bce lascia invariati i tassi di interesse ai minimi storici e avvisa che non aumenteranno almeno fino a tutta “l’estate del 2019”, quindi non prima di settembre (il mercato si aspettava giugno). In pratica, mentre la Federal reserve Usa, che da tempo ha iniziato l’uscita dalle politiche espansive, rialzerà i tassi 4 volte quest’anno, Francoforte non si muoverà per oltre un anno mezzo. La Bce continuerà poi a rifinanziare i titoli acquistati che andranno in scadenza (per l’Italia 21 miliardi nel 2019). Per entrambe le misure Draghi non ha fornito una data di scadenza. “Continueranno – ha spiegato – per un periodo prolungato dopo la fine degli acquisti netti, e per il tempo necessario a mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio margine di accomodamento monetario”, visto che “l’economia della zona euro ha ancora bisogno di “significativi stimoli monetari”. La Bce ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2018 quando l’inflazione dovrebbe fermarsi all’1,7% (Francoforte ha il mandato di tenerla al 2).
Draghi ha ceduto a esplicitare subito la scadenza del Qe ma di fatto ne estende in qualche modo la vita introducendo il concetto che, almeno per ora, il bilancio della Bce (2.400 miliardi immessi nel sistema) rimarrà gonfiato per tutto il tempo necessario. “La vita non tornerà alla normalità presto e all’improvviso”, scrive l’ex capo economista del Tesoro Lorenzo Codogno in un report di Lc Macro advisors. Draghi ha anche lasciato aperta la porta a un ripristino del Qe se dovesse servire: “Non sta scomparendo, rimane parte della scatola degli attrezzi della Bce”. Una linea che secondo la £euters non è unanime nel consiglio. Diversi membri avrebbero anche voluto un’indicazione precisa sul primo rialzo dei tassi, come la tedesca Sabine Lautenschläge.
Il compromesso di Draghi è stato ben accolto dai mercati. L’annuncio sui tassi e i riacquisti hanno ulteriormente deprezzato l’euro sul dollaro: una spinta per la crescita dell’eurozona guidata dalle esportazioni ma che aumenterà gli attriti con gli Usa di Donald Trump. Le Borse europee hanno chiuso in rialzo e lo spread tra i Btp italiani e Bund tedeschi è rimasto stabile a 232 punti. Un segnale positivo per l’Italia, il Paese che – con 380 miliardi di debito da rifinanziare nel 2019 – è il più esposto alla fine dello strumento che ha tenuto in piedi l’eurozona in questi anni anestetizzando gli spread.
Non è un caso che Draghi abbia speso parole molto nette per ridimensionare i rischi provenienti da Roma. Sollecitato dai giornalisti, ha ridimensionato le turbolenze finanziarie nate dopo la crisi istuzionale aperta dal rifiuto di Sergio Mattarela di nominare l’economista euroscettico Paolo Savona al Tesoro a un “episodio locale”, ha negato ci siano rischi di contagio per l’eurozona e di ridenominazione”, la paura degli investitori che l’Italia possa uscire dall’euro e rimborsare il debito in una moneta svalutata. “È importante che il dibattito sull’euro resti all’interno dei trattati – ha spiegato – L’euro è irreversibile perché è forte, la gente lo vuole e nessuno avrebbe benefici dal metterlo in discussione”. Nessuno lo crede davvero, ma così Draghi ha inteso tracciare il solco per l’azione (e le rivendicazioni) del nuovo governo M5S-Lega. Il compromesso raggiunto durerà, forse, fino all’autunno 2019, quando lascerà il mandato.
Stadio della Roma: Sala non abbassi la guardia a Milano
C’è qualcosa che non quadra nella nuova disfida Roma-Milano innescata dagli arresti per lo stadio romano. I giornali ci raccontano di Roma malata e Milano tornata capitale morale. Ma è proprio così? Di certo Roma, capitale corrotta, si conferma infetta. E l’infezione coinvolge questa volta anche un personaggio importante del mondo Cinquestelle, quel Luca Lanzalone che ha scritto lo statuto del Movimento: ha trattato con il costruttore Luca Parnasi le modifiche al progetto dello stadio, dimezzando le cubature, ma anche incassando promesse di incarichi professionali per 100 mila euro. Milano invece è dipinta come baluardo di virtù, perché respinge i tentativi di Parnasi di entrare nel business immobiliare della città. Ecco dunque Repubblica lanciare l’“Elogio di Maran, l’assessore che dice no”. E il Corriere inneggiare in prima pagina al fatto che “A Milano non si usa”.
I fatti sono quelli raccontati nelle carte dell’inchiesta. Il cugino del costruttore Parnasi, Giulio Mangoni, in un’intercettazione racconta che il suo gruppo è andato da Pierfrancesco Maran, assessore di Giuliano Pisapia e poi di Giuseppe Sala, tentando di corromperlo, scrivono i magistrati, “attraverso la proposta di cessione di un immobile, al fine di ottenere entrature per la realizzazione dello stadio di Milano”. Maran lo respinge. Racconta Mangoni: “Quello dice amico mio no! Cioè qua funziona così… io non voglio prendere per culo chi mi ha votato… Siamo andati lì dall’assessore a fare una figura… sembravamo i romani… quelli dei film… peggio di Totò”. Questa la – non chiara, in verità – versione dei fatti che gli indagati consegnano alle intercettazioni. Scatenando il sacrosanto elogio dell’assessore che dice no, che fa barriera al malaffare, che respinge i tentativi di corruzione. Ma la glorificazione di Maran ha come conseguenza obbligata quella di mettere in imbarazzo il sindaco Sala. Perché se c’è stato tentativo di corruzione, è chiaro che chi l’ha respinto aveva anche il dovere di riferirlo al sindaco e di correre dai carabinieri a denunciarlo. Come fece, già nel 1983, il primo cittadino di Torino Diego Novelli che denunciò i corruttori e fece scoppiare, dieci anni prima di Mani pulite, lo scandalo Zampini.
Oggi come sono andati davvero i fatti? Maran, chiamato dal Fatto quotidiano, non ha risposto. Il sindaco Sala invece ha dichiarato: “Maran mi ha detto che in realtà non ci sono state neanche offerte. I miei assessori sanno che di fronte a cose del genere la prima cosa che devono fare è venire a parlarne con me. Maran non mi ha mai detto niente e quindi sono assolutamente tranquillo, così come ho visto tranquillo lui”.
Per Sala, poiché non c’è stata denuncia, non c’è stato neanche tentativo di corruzione. Maran lo chiarirà, spiegando se c’è stato, se non c’è stato, o se era un tentativo così vago e generico da non poter innescare una reazione. Resta comunque un segnale positivo: l’amministrazione milanese ha dato ad alcuni del gruppo dei corruttori l’impressione di essere impermeabile. Parnasi era invece più ottimista: “Ieri stavo parlando con… ero da Sala il sindaco di Milano a parlare dello stadio del Milan per fare una roba…”. Ricevuto dalla società sportiva l’incarico di cercare un’area a Milano per l’eventuale nuovo stadio, Parnasi ha preso in considerazione Santa Giulia, Ortomercato, Bovisa, Sesto, poi si è fissato sullo Scalo Farini. Lo stadio è solo il grimaldello per costruire molto altro, e più remunerativo, attorno. Ora Parnasi è stato bloccato dalla Procura di Roma. Ma Milano ha oltre 3 milioni di metri quadrati da “valorizzare”. Invece di crogiolarsi nell’orgoglio di aver fatto per ora barriera, gli amministratori farebbero bene a non abbassare la guardia.
Soprintendenze e parchi: il peso delle “deforme”
I guasti della riforma/deforma Franceschini-Madia nella tutela emergono anche nello scandalo del nuovo Stadio della Roma per il quale si è impedito alla Soprintendenza di esprimere il proprio potere di veto in sede di conferenza dei servizi. Gliel’ha tolto la legge Madia. Complimenti. I ministri della Cultura e dell’Ambiente si trovano tanti problemi e macchine operative scassate e senza carburante. Non so se stia peggio il professor Alberto Bonisoli al Collegio Romano o il generale Sergio Costa in via Cristoforo Colombo.
Franceschini, senza aver nemmeno riportato la spesa del Mibact allo 0,39% del bilancio statale di vent’anni fa, ha sconvolto l’apparato della tutela. Separate drasticamente tutela e valorizzazione, affidata la prima alle Soprintendenze (continuamente depotenziate) e la seconda ai Poli Museali e pure a Fondazioni di diritto privato (vedi Egizio di Torino, Venaria Reale e Musei ravennati), ha creato problemi angosciosi di spartizione di sedi, biblioteche, fototeche, archivi secolari. Uno sconquasso. Di conseguenza ha tagliato di netto il fondamentale, scolare rapporto fra Musei e territorio, i primi ai Poli, il secondo alle Soprintendenze, con l’insensata chiusura del canale fra gli scavi o le acquisizioni di opere d’arte e la loro esposizione, stabile e temporanea. Aggravato dalla costituzione delle Soprintendenze uniche od olistiche. Franceschini e i suoi (mediocri) consiglieri forse non lo sapevano, ma le Soprintendenze uniche erano state già realizzata dal fascismo nel 1923 ed erano miseramente fallite. Giuseppe Bottai, uno dei migliori ministri, l’aveva sepolta nel 1939 con queste parole: “L’attuale ordinamento delle Soprintendenze alle antichità e all’arte (quello del 1923, ndr) non rispondeva più alle esigenze sempre crescenti della tutela archeologica, monumentale e artistica; un riordinamento degli uffici che meglio rispondesse agli scopi della tutela del nostro patrimonio artistico era sollecitato da ogni parte, dagli scienziati più illustri ai modesti studiosi (…) il principio fondamentale del riordinamento è stato quello di dare, fin dove è stato possibile, ad ogni tipo di Soprintendenza un’unica competenza in materia”.
In un lucido documento sottoscritto da Assotecnici del Ministero e da tutte le principali associazioni: lo smembramento dell’organizzazione; l’inaccessibilità degli archivi che condiziona l’essenziale archeologia preventiva; lo squilibrio numerico fra archeologi/storici dell’arte da una parte e architetti dall’altra; la perdita di contatto fra Museo archeologico e scavi; una parte dei Musei è rimasta con le Soprintendenze… Insomma, una divisione dei luoghi di cultura e di ricerca fra serie A e B o C. Un disastro. E altrettanto potrebbero lamentare gli storici dell’arte (molti sono emigrati ai Poli Museali) e gli architetti. Una sconnessione di ruoli e di strutture senza precedenti. Dilemma per il ministro Bonasoli: Soprintendenze da potenziare (5 Stelle) o da cancellare (Salvini)?
Non sono minori i problemi delle aree protette che da troppo tempo (pur essendo i Parchi Nazionali saliti a 24, con l’ultimo della Murgia) risultano abbandonati a se stessi, non gestiti in modo scientificamente e organizzativamente adeguato, con pochi fondi, un evidente scadimento qualitativo nelle nomine dei presidenti, l’incombere di altri “spezzatini” dopo quello dell’ottantennale Parco dello Stelvio benedetto dal ministro Gianluca Galletti con un inno alla partecipazione delle popolazioni. E subito le Province Autonome di Trento e Bolzano rivendicano il diritto di riaprire la caccia al lupo e all’orso ricomparsi dopo anni. Trento la delibera con urgenza: prevarrà la Lega che vuole gli abbattimenti a raffica o il M5S che vi è sempre opposto? E che farà il ministro Costa?
Lo spartiacque di Sako e Aquarius
Quando ci sono persone che si trovano in una difficoltà e di rischio per la propria vita, come stare stipati da giorni su una nave in mezzo al Mediterraneo, quello di intervenire e trarre in salvo vite dovrebbe essere un atto spontaneo e profondo. Quando ciò non accade, allora vuol dire che si è talmente carichi delle proprie convinzioni e dei propri tornaconti da non riconoscere più nell’altro una persona come me, nata solo in un altro posto e in un altro tempo. Certo, l’Europa e molti Paesi europei sono stati ipocriti e assenti, ma il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande della terra e tutte le irresponsabilità della politica non giustificano altri morti in mare.
Per una parte dell’opinione pubblica, quelle vite sui barconi rischiano di ridursi a mere immagini televisive avvolte da una dimensione quasi spettacolare, ma che non tocca più il piano emotivo. Invece, bisogna lasciarsene commuovere perché la commozione è un sentimento profondamente umano. Non si deve mai dimenticare che là sopra ci sono singoli individui, ognuno con un nome, una storia, dei genitori che li hanno messi al mondo, fratelli, sorelle, una comunità che li ha visti crescere, un vissuto di relazioni ed esperienze, un futuro di sogni e aspettative. E se ora sono in cammino verso un altro approdo, dopo aver già patito tanto in termini di sofferenza, è perché ci sono motivi che non hanno lasciato loro altra scelta.
Alla politica, quella che non si fa con i muri e con i rifiuti ma che punta alla costruzione di un “noi” fatto di legami e bene comune, va chiesto di gestire i problemi attraverso la ricerca di risposte possibili, impegno diplomatico, soluzioni condivise. Salvare vite umane dovrebbe essere più di un dovere: è una conseguenza stessa dell’appartenere al genere umano. E per noi, come uomini di fede, tendere la mano a chi è più povero e indifeso è vivere pienamente il Vangelo. Matteo 25, 35-36, è chiaro e non è interpretabile a seconda della convenienza: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. È empatia e solidarietà senza sconti o distinguo. Cattolici o no, sono parole che tracciano una linea netta fra chi crede che niente possa farci rinunciare a riconoscere gli altri come fratelli e sorelle e chi, invece, non ci crede.
Così come non era solo nero di pelle, Soumalya Sacko, ucciso a colpi di fucile qualche giorno fa, né solo ultimo tra gli ultimi, bracciante agricolo maliano, abitante nel vibonese, in Calabria. Soumalya Sacko era anche un sindacalista. Era il simbolo dell’emancipazione dalla segregazione, dal razzismo, dallo sfruttamento e dall’indigenza e, nel contempo, della rivendicazione collettiva da parte di gruppi sociali che acquisiscono coscienza di sé e dell’ingiustizia che subiscono. Ma nessuno sembra abbia colto il senso profondo della sua morte. Sako e Aquarius sono due simboli e segnano uno spartiacque fra umanità e crudeltà.
A queste Paese servono soluzioni e regole certe per tutti e servono politici che si occupano con serietà di quelle soluzioni. Negare i disagi degli italiani nelle periferie per assenza di politiche di integrazione e di contrasto alla criminalità è un errore fatale, ma spaventare le persone non le rende più sicure, anzi acuisce i disagi, mette i penultimi contro gli ultimi. Affrontare la questione significa occuparsi sin d’ora di temi prioritari, partendo da un’analisi accurata e oggettiva. Due fenomeni, fra loro connessi. Il primo: la popolazione dell’Africa passerà dagli attuali 1,2 miliardi a 4,4 miliardi nel 2100. Di questi, il 41 per cento sarà nella coorte tra i 0-14 anni. Almeno mezzo miliardo premerà per entrare in Europa. Se da subito non si lavora alla transizione demografica del continente africano, creando un sistema scolastico che dia gli strumenti culturali per farsi un’opinione e creare le condizioni di sviluppo, non ci sarà politica degli sbarchi e dei rimpatri in grado di reggere a questo flusso migratorio che non è arrestabile.
Il secondo: nel 2015 gli over 60 nel mondo erano già 901 milioni, nel 2092 aumenteranno del 132 per cento; mentre dagli attuali 125 milioni di over 80 si passerà a livello planetario a 434 milioni, il +247%. Italia, Giappone, Francia, Germania sono tra i Paesi in cui la popolazione invecchierà più rapidamente (Italia e Giappone si giocano il primato). In Italia l’aspettativa di vita salirà a 93 anni. Si tratta di uno scenario inedito.
Vince l’avidità della società chiusa quando si fa credere a un povero che la causa dei suoi problemi siano quelli più poveri di lui. Occupiamoci delle persone, di tutte. Non rinunciamo alla nostra umanità e non lasciamo che quella paura ci impedisca di cambiare in meglio il mondo in cui viviamo.
Mail box
I giornalisti di “El País” saliti sulla nave in difficoltà
L’Europa tutta plaude al gesto umanitario del Governo spagnolo che ha dichiarato la sua disponibilità ad accogliere la nave Acquarius nel proprio porto di Valencia.
Mi chiedo: come, quando e perché a bordo di quella nave sono saliti due giornalisti di El País che inviano foto, filmati e servizi esclusivi a getto continuo? Un caso o una necessità?
Umberto Buttafava
Tutti volevano essere Macron ma ora forse non è più così
Quando è stato eletto Macron, tutti volevano essere come l’enfant prodige dell’Eliseo.
Oggi, dopo gli ultimi insulti gratuiti all’Italia, rea di avere chiuso i porti ai migranti, si è capito che si tratta di un mini leader con badante. Penso che perfino Matteo Renzi che lo aveva idolatrato si sia ravveduto.
Ma, quel che emerge ormai con assoluta chiarezza è che l’Ue si muove come l’armata Brancaleone in ordine sparso. E il non risolvere unitariamente la querelle-migranti dà la completa misura che l’Ue non c’è più.
E, quindi, se le cose stanno così, o si risolve la questione migranti o conviene rompere le file.
Luigi Ferlazzo Natoli
Salvini ha troppo potere rispetto ai voti che ha ottenuto
Si è sempre detto, e sembra una realtà acquisita, che in una democrazia rappresentativa chi prende più voti governa. Bene, facciamo due conti? È sotto gli occhi di tutti il fatto che a governare, anche a causa dell’insipienza di Di Maio, sia Matteo Salvini.
Ora, l’ex felpato con la sua “nuova” Lega ha preso circa il 17% dei suffragi assegnatogli dal circa 67% dei votanti effettivi che sono andati alle urne, quindi, tralasciando il fatto che un po’ di voti li ha presi per la parte maggioritaria in coalizione con gli altri partiti del centrodestra, rispetto alla totalità dell’elettorato hanno dato direttamente il proprio consenso al Carroccio meno di 12 elettori su cento. Un po’ pochini, direi, rispetto all’enorme potere messo, improvvidamente, in mano a Salvini.
Questo dato di fatto bisognerebbe tenerlo presente, e gli organi d’informazione dovrebbero ribadirlo spesso.
La democrazia è merce delicata, basta poco a farla deteriorare in qualcos’altro, soprattutto in tempi confusi come quelli che stiamo vivendo.
Mauro Chiostri
La veemenza dell’ex ministro per me è stata offensiva
Mi auguro che mi concediate un piccolo spazio per manifestare la mia indignazione per quanto accaduto alla Camera dei deputati il giorno della fiducia al Governo.
La veemenza e il linguaggio dell’ex ministro Del Rio, oltremodo offensivo nei confronti di un Primo ministro della Repubblica, è la prova provata e l’indicazione chiara delle persone che non si rassegnano alla perdita del proprio potere.
Questi compagni, che hanno riempito l’Italia di clandestini, che ci hanno messo in ginocchio tassandoci a gogò e che hanno causato le attuali situazioni in cui vive il Paese, piuttosto che criticare il programma espresso nella circostanza, si dovrebbero chiedere come mai è andata al potere la forza politica attuale.
Non si capisce nemmeno la posizione del francescano Martina, né le reazioni di Rosato, grande responsabile di questa legge elettorale che ci ha condotto a questo punto, che utilizzano toni minacciosi non certamente degni di uomini autodefinitisi democratici. Purtroppo per loro si devono adattare a questo cambiamento dei ruoli e rassegnarsi, per lungo tempo, a fare opposizione. E poi i fascisti sarebbero gli altri!
Sostene Codispoti
Al posto del nuovo governo facciamo un esecutivo da tv
Perché non far fare un bell’esecutivo a chi lo spettacolo lo sa fare meglio dei nostri politici, compreso il presidente Mattarella? Proporrei, avendo l’imbarazzo della scelta, presidente del Consiglio o Maria De filippi o Barbara D’Urso, e la sede parlamentare, o Amici o la casa del Grande Fratello. In entrambi i casi di camere ne avremmo quante ne vogliamo, potremmo giocare persino ad abolirne qualcuna come hanno sempre millantato i politici per niente seri e di carriera. Forse con la De Filippi e la D’Urso non troveremo egualmente serietà, ma la passione quella si; due che stanno in televisione sette giorni su sette, senza vitalizio e pensioni d’oro, rinunciando a vivere una vita fuori dal virtuale come la vogliamo chiamare, se non passione? Pensate, non dovremo più temere le intemerate della Ue, vuoi mettere; Juncker non potrebbe spaventarci con lo spread e mercati, anzi ci imiterebbero subito la vera democrazia diretta. Il televoto!
Però, ora che ci penso, le commissioni parlamentari si scannerebbero per il controllo della comunicazione, delle tv, per inciuciare col televoto. Come ho fatto a non pensarci prima?
Massimo Testa
La politica è già cambiata ora lo faccia la stampa
C’è un problema fondamentale nel contradditorio fra politica e informazione: la credibilità delle parti. Nella politica qualche segnale di cambiamento è avvenuto. Nella “libera stampa” (si fa per dire) è successo lo stesso?
Michele Lenti
Migranti. Speriamo che la solidarietà della Spagna non resti un gesto isolato
Provate a scendereper strada, entrate nei bar, negli ipermercati, nelle scuole, non troverete nessuno che dia torto a Salvini. Magari alla fine sbaglia, ma approfittare di lui per far esplodere il caso e poi scaricargli addosso l’epiteto di fascista e razzista, sperando di passare dalla parte della ragione, è profondamente ipocrita e disonesto. State attenti e cercate di vedere il problema non con gli occhi di Salvini ma con gli occhi dei cittadini italiani che ogni giorno di più ingrossano le fila della sfiducia nell’Europa e nel sistema democratico.
Michele Lenti
Caro Travaglio,sono d’accordo sulla critica che Lei esprime al governo italiano e in particolare al primo ministro Conte per non aver gestito in prima persona la vicenda della nave Aquarius, lasciando gestire la vicenda a Matteo Salvini. Non sono d’accordo invece sulla condivisione, da parte sua, della decisione improvvisa di non far sbarcare la nave in un porto italiano. Secondo me si è trattato di una scelta assai rischiosa per gli immigrati presenti sulla nave, ma anche di una scelta intempestivamente presa da un governo in carica da pochi giorni. Ci si sarebbe aspettati che non avessero preso così presto delle iniziative dirompenti, ma che si fosse studiata una strategia complessiva per affrontare il problema dell’immigrazione.
Franco Pelella
Come sappiamogli eventi al largo del Mediterraneo di questi giorni si sono rivelati di una drammaticità unica. Quello che non condivido è l’assoluto annichilimento dell’opinione pubblica riguardo alla natura dei modi di Salvini, dal mio punto di vista criminosi, in quanto poco rispettosi del diritto umanitario internazionale. Stando ai fatti, Salvini ha quantomeno forzato le leggi internazionali in termini di soccorso in mare e ha condannato 600 esseri umani ad altri giorni di permanenza in acqua per affrontare il viaggio verso Valencia. Allora Direttore, le faccio questa domanda: Salvini, pur avendo una finalità condivisibile e protetto per Costituzione da un certo grado di immunità, ha contravvenuto al diritto internazionale?
Giuseppe Lombardo
Cari amici, purtroppo – come ho scritto – il diritto internazionale in materia di migranti e diritto di asilo si presta alle più diverse interpretazioni sul concetto di “porto più vicino e sicuro”. Finora la traduzione di quell’espressione era “porto italiano”. La drammatica e rischiosa e provocatoria mossa del governo Conte ha smosso per la prima volta un altro Paese europeo dall’indifferenza. Non resta che augurarsi che la disponibilità della Spagna non rimanga un fatto isolato.
M. Trav
Garante Infanzia: “Cresce la povertà minorile”
Lo Stato italiano fa troppo poco per i bambini. A lanciare l’allarme è l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza che nei giorni scorsi ha presentato a palazzo Madama la sua annuale relazione al Parlamento.
Duecento pagine che fotografano lo stato dei minori nel nostro Paese ma che lanciano anche un grido d’allarme al governo: manca un sistema di rilevazione dei dati in grado di fornire una fotografia completa di tutte le forme di violenza ai danni dei minorenni; i bambini italiani soffrono sempre di più tanto che la povertà minorile è aumentata passando da 10,9% a 12,5% (rilevazione 2016); serve un ordinamento penitenziario minorile.
C’è poi il problema dei bambini stranieri non accompagnati: il numero sta diminuendo (da 18.300 di dicembre 2017 a poco più di 13.400 a fine aprile), ma continuano a essere concentrati per il 42% in Sicilia. Parole e numeri che troppo spesso secondo la Garante Filomena Albano restano inascoltati: “Auspico che venga previsto l’obbligo di richiesta di parere all’Autorità sugli atti normativi che si adottano volti a definire le politiche dell’infanzia e dell’adolescenza”.
A leggere la relazione sembra proprio che il Garante spesso abbia le mani legate: “La mancanza di adeguate dotazioni organizzative, di congrue risorse economiche e di strutture logistiche idonee non consente di assolvere compiutamente le funzioni di cui siamo investiti”.
Albano si è soffermata sulla questione dei minori stranieri non accompagnati concentrati soprattutto in Sicilia: “Occorre un’uniforme distribuzione sul territorio nazionale. La permanenza nei centri di prima accoglienza va oltre i 30 giorni di Legge, le questure non adottano prassi uniformi nel rilascio dei permessi di soggiorno chiedendo magari un passaporto a chi non lo ha”. Su questa partita sembra regnare il caos: “Vanno emanati – ha spiegato la Garante – i decreti attuativi di adeguamento della Legge 47 del 2017, nonché quello per regolamentare le procedure di colloquio e va adottato il protocollo per uniformare le modalità di accertamento dell’età dei ragazzi”.
Filomena Albano ha chiesto risorse per finanziare i percorsi di autonomia dei ragazzi divenuti maggiorenni e sostenerne l’integrazione sociale e lavorativa. Sulla questione dei bambini stranieri non è mancata una frecciata all’ex Governo: “La proposta di riforma della Legge sulla cittadinanza non ha concluso l’iter parlamentare. A bambini che crescono, sognano, giocano, insieme ai loro coetanei è riconosciuto uno status diverso a seconda delle origini dei genitori”. Nella relazione è emerso che i minori stranieri non accompagnati neanche possono giocare in squadre iscritte alla Federazione italiana Giuoco Calcio (Fgic), poiché per il tesseramento è richiesta la firma di autorizzazione da parte del genitore. L’Italia ha ancora da fare parecchia strada sul versante dall’infanzia visto che tra le lacune perduranti nel sistema di protezione dell’infanzia c’è la mancata individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali dei minorenni: “La Costituzione – ha ricordato Filomena Albano – prevede siano garantiti su tutto il territorio nazionale. È compito dello Stato definirli. I diritti o sono di tutti o sono di nessuno”. Dal dossier presentato arriva anche una frecciata alla regione Toscana che dal 2016 non ha ancora nominato il garante mentre l’Abruzzo e la Valle d’Aosta non hanno ancora nemmeno provveduto ad approvare la Legge di istituzione della figura come nelle altre 18 regioni italiane.
La Lega pianta la bandierina: la legge sulla legittima difesa
“Io sono diventato sottosegretario all’Interno, non alla Giustizia. Però, l’intenzione di partire dalla proposta di legge sulla legittima difesa ce l’abbiamo”. Il leghista Nicola Molteni la mette così. La legge sulla legittima difesa è uno dei provvedimenti bandiera del Carroccio, uno di quelli per i quali la propaganda è assicurata. Le date sono rivelatrici. Il 23 marzo, il giorno della prima seduta delle Camere dopo le elezioni, Molteni presentava alla Camera una serie di proposte di legge, come primo firmatario. Attività che per il suo partito ha sempre svolto. Dunque, la Lega stabiliva le sue priorità prima ancora dell’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Molto prima che si cominciasse a parlare del contratto di governo con i Cinque Stelle.
Una curiosità: sul sito di Montecitorio questi ddl sono spesso ancora solo titoli. Un modo per “prendere posizione” nella trattazione quando partiranno le commissioni. Il testo del progetto di legge sulla legittima difesa (che Il Fatto quotidiano ha visionato), ricalca le proposte storiche della Lega. E si basa su un principio: “La modifica della proporzionalità tra difesa e offesa”. Per la Lega la difesa è sempre legittima.
Tra le proposte torna un altro cavallo di battaglia leghista: l’introduzione del “trattamento farmacologico di blocco androgenico totale a carico dei condannati per delitti di violenza sessuale”. Ovvero, la castrazione chimica. O anche: “Modifiche al codice penale concernenti l’applicazione della diminuzione di pena e delle circostanze attenuanti generiche agli imputati minorenni”. E non manca, un aggravio delle pene per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Tornando alla legittima difesa. L’articolo 52 del codice penale oggi recita: “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Nella proposta di legge della Lega si legge: “Si considera che abbia agito per difesa legittima colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi da parte di una o più persone, con violazione del domicilio… ovvero in ogni altro luogo ove sia esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.
La legge prevede anche inasprimenti delle pene per furti in appartamento (punibili fino a 10 anni). Da notare che la proposta viene integralmente ripresa dal contratto di governo che parla di “estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa)”. Il Guardasigilli, Alfonso Bonafede recepirà le volontà della Lega, ma vorrebbe fare salva l’obbligatorietà dell’azione penale per il magistrato, nei confronti di chi spara. Si vedrà.
La legittima difesa fu oggetto di uno scivolone del Pd la scorsa legislatura. David Ermini aveva presentato una proposta in cui si modificava in senso più ampio l’articolo 52. Si faceva riferimento – sulla base del codice penale francese – alla “notte” come momento di maggiore vulnerabilità della persona. Fu la scusa per la Lega per non votarla: si disse che la legittima difesa così era possibile solo di notte. Ma il testo non diceva questo. Lo stesso Renzi sconfessò la proposta: “troppo complicato” il concetto di notte. La legge fu approvata a Montecitorio, ma nell’Aula di Palazzo Madama non è mai arrivata. Ora Ermini ci riprova, presentando un testo che introduce il concetto di “turbamento” psichico, un elemento in più al giudice per poter valutare le ragioni di una persona che si sente aggredita. L’opposizione si differenzia, ma fino a un certo punto.
E il Movimento sdogana Almirante
Non è entrato direttamente nel Pantheon dei Cinque Stelle, ma evidentemente anche Giorgio Almirante fa parte delle personalità da promuovere. O magari si tratta solo del segno dei tempi: l’asse nazionale con la destra si allarga pure a Fratelli d’Italia. E la Capitale segue. Fatto sta che ieri il Consiglio comunale di Roma ha dato l’ok per una via a Roma allo storico segretario del Movimento Sociale. Proteste della Comunità ebraica: “Una vergogna per la storia di questa città: chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione del Manifesto per la Difesa della Razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento”. La Sindaca Virginia Raggi si è detta “sorpresa”, ma poi “ha preso atto della volontà dell’Aula che è sovrana come il Parlamento”.
Le cose, comunque, non sono andate del tutto lisce. M5s non ha approvato all’unanimità la mozione: due consiglieri si sono astenuti e una terza ha votato contro.
Dopo tante polemiche e numerosi tentativi falliti, è stata Giorgia Meloni a centrare l’obiettivo. Non c’era riuscito il sindaco Gianni Alemanno. Ma ieri sera l’Aula capitolina ha votato una mozione presentata da Fratelli d’Italia.