Difesa Raggi: “Mi attaccano perché donna e 5S”

Nel primo pomeriggio Luca Lanzalone fa quello che gli chiedeva tutto il M5S, ossia si dimette dalla presidenza della municipalizzata Acea. Ma il cerino politico resta alla sindaca di Roma Virginia Raggi. Perché per l’ennesima volta perde per via giudiziaria un dirigente. E perché il suo gruppo consiliare è disorientato e in parte impaurito. Tanto che in diversi dal Comune ieri hanno chiamato i giornalisti che affollavano la Procura, per capire che aria tirasse. Invece Raggi è furibonda. Rivendica come dalla procura abbiano ribadito che tutti gli atti per lo stadio della Roma siano regolari. E si sente colpevolizzata per i presunti errori di un dirigente, Lanzalone, calato dall’alto, dal capo Di Maio e dai suoi fedelissimi Bonafede e Fraccaro, di fatto i commissari della sua giunta. E allora ieri sera ha provato a controbattere da Porta a Porta, sostituendo come ospite proprio Di Maio.

Così ecco la sindaca che innanzitutto accusa i mezzi di informazione: “Leggere di ‘sistema Raggi’ mi ha fatto arrabbiare, è oltraggioso, perché la procura ha detto chiaramente che non c’entro. Sarà perché sono donna o del M5S, ma questo accanimento mediatico deve finire: non sono lo sfogatoio d’Italia”. Però Lanzalone è un problema, bello grosso. E allora Raggi spiega e precisa: “In queste ore non ho parlato di lui con Di Maio, e il vicepremier non è venuto in Campidoglio come ha scritto qualcuno”. Ma il legale come era arrivato in Comune? “Fraccaro e Bonafede all’epoca erano i responsabili degli enti locali che dentro il Movimento andavano a supportare i comuni. Vennero a darci un supporto. E, quando chiesi di approfondire la questione del concordato preventivo, mi presentarono l’avvocato Lanzalone”. Raggi lo definisce “un professionista, che ci ha aiutato tantissimo a capire sulle cubature dello stadio della Roma”. Ma sulla sua scelta mette paletti: “Io non ho strumenti ispettivi, noi ci basiamo su curriculum ed è un metodo che può avere le sue fragilità come nel caso di Raffaele Marra”.

E riecco il precedente che è un’eterna ferita. Ma adesso bisogna pensare al presente, allo stadio della Roma. “Che fine farà il progetto dello stadio? Non lo sappiamo. Se sarà tutto regolare, e a oggi la procura ci dice che gli atti della procedura sembrano regolari e validi, ci riserviamo un approfondimento ulteriore, ma se non ci sono irregolarità si potrà andare avanti”. Nel frattempo i suoi consiglieri votano assieme alla destra l’intitolazione di una strada a Giorgio Almirante. E la sindaca pare spiazzata: “Mi sorprende. Se condivido il provvedimento? Se l’aula ha votato favorevolmente credo assolutamente di sì”. Una giornata lunga.

Il troppo potere e la botta di Roma: processo a Di Maio

Luca Lanzalone era solo un avvocato genovese. Ma ora è una ferita che diventerà una cicatrice, per i Cinque Stelle. Ed è anche uno specchio, che riflette la solitudine del capo, Luigi Di Maio, il 31enne di Pomigliano che è tutto una carica: capo politico, vicepremier, ministro con deleghe plurime. Però anche da lassù sente addosso il malumore e gli sguardi pesanti di diversi eletti, vecchi e nuovi.

Quelli che dicono e ripetono che “Lanzalone nel Movimento l’ha portato Alfonso Bonafede”. E l’obiettivo è duplice. Innanzitutto sottrarre al fuoco delle polemiche Beppe Grillo e Davide Casaleggio, che però con l’avvocato ha cenato perfino martedì sera, a pochi passi dal Senato. A un tavolo dove c’erano diversi maggiorenti del M5S, compreso il fedelissimo Pietro Dettori, ora a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma soprattutto infierire su Di Maio, mordendo il più fidato dei suoi uomini, il Guardasigilli Bonafede.

Pensieri e parole che fanno rima con l’agitata assemblea di ieri dei deputati alla Camera. Dove in diversi, soprattutto nuovi eletti, hanno preso la parola per lamentare che “non c’è condivisione” e che “troppo spesso le decisioni vengono calate dall’alto”. Tanti volevano votare il nuovo Direttivo, svuotato dalle nomine di governo. E invece nulla, perché come da statuto il pacchetto di nomine era già stato deciso dal capo, da Di Maio. E i deputati hanno potuto solo ratificare l’ascesa al ruolo di vicecapogruppo vicario dell’ortodosso Giuseppe Brescia, un chiaro segnale alla minoranza di sinistra, e la nomina a vicecapogruppo di Federica Dieni, che affiancherà Azzurra Cancelleri. Mentre i nuovi Cosimo Adelizzi e Davide Zanichelli saranno delegati d’Aula. Ma la sostanza è il clima, con le proteste dei debuttanti. Silenti sulla grana di Roma, ma vogliosi di democrazia interna. Come Luigi Gallo, deputato riconfermato vicinissimo a Roberto Fico, che contesta gli effetti del nuovo Statuto che fa decidere più o meno tutto a Di Maio. Un testo in buona parte scritto proprio da lui, da Lanzalone. Ed un’altra conferma del suo peso.

L’ennesima prova, come il fatto che a difendere il M5S in una causa a Genova, intentata dai vecchi iscritti contro la nuova associazione Movimento 5 Stelle per reclamare l’uso del simbolo, sono proprio legali dello studio dell’avvocato ligure. Lo sa bene Di Maio. Come sa che in parecchi contestano anche le nomine di governo. A partire dai nuovi, che gemono a voce alta: “Non ci hanno valorizzato, hanno preso solo dalla vecchia guardia, il gruppo dirigente ha chiuso ai nuovi arrivati”. Per continuare con i veterani, che sibilano: “Hanno scelto solo lombardi e campani”. Perché il potere, ottenuto o mancato, può avere anche connotati geografici.

E allora (alcuni) calabresi sono arrabbiati perché “nonostante 18 parlamentari e una grande percentuale alle Politiche non hanno nominato nessuno di noi”. Cronache dal malessere. Ma pure scorie di governo. Perché chi decide è sempre solo, e spesso paga dazio. Compreso Di Maio, su cui ora molti dei suoi sparano anche perché lo vedono debole nei confronti del Salvini che gioca a fare il premier, scappando in avanti. E lo ha fatto anche sull’uso del contante, aprendo all’abolizione del limite.

E non a caso ieri mattina Di Maio ha subito fatto muro: “Nel contratto questo punto non c’è, lavoriamo su altri fronti”. Un segnale al leghista, certo, a cui il capo del Movimento ha già chiesto di “rallentare”. Ma anche ai suoi, per mostrare che lui, il leader, non è succube dell’altro contraente del patto di governo. Intanto per rilanciare ha annunciato il decreto di dignità, fitto di proposte per i precari e contro il Jobs Act e il gioco d’azzardo. Buona mossa, sui temi. Però Lanzalone è sempre un macigno. E pesa, eccome, pure sul capo, che infatti in mattina parlando a Rtl infila una frase un po’ così: “L’avevamo premiato con la presidenza di Acea per il lavoro fatto, perché ci aveva aiutato a salvare l’azienda dei rifiuti di Livorno e poi era stato brillante nello sbloccare la situazione dello stadio a Roma”. Però “chi sbaglia paga e ora si deve dimettere”.

Tuttavia l’accenno al premio suona infelice. E infatti ore dopo prova a correggersi: “Quello sul premio è tutto un grande equivoco”, Poi svicola via. E diserta Porta a Porta, lieto di lasciare spazio alla sindaca Raggi. Dietro di lui, le voci di dentro. “Luigi non può fare tutto, serve una struttura che coordini il M5S”. È l’idea della casa madre di Milano. E di diversi parlamentari, anche dimaiani. Ma il capo nicchia. Oggi dovrebbe incontrare viceministri e sottosegretario. Mentre è atteso a Roma il fondatore, Grillo. Voglioso di sapere. E forse di mettere ordine.

 

I 4 punti dell’intervento

Con un post sul “blog delle stelle” il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato i quattro pilastri del “decreto dignità”, che dovrebbe essere il primo provvedimento del governo Conte sulle materie di competenza del leader M5S. L’obiettivo è “ristabilire i diritti sociali dei cittadini”. Questi i punti fondamentali.

IMPRESE. Eliminazione di alcuni strumenti anti-evasione: spesometro, redditometro e studi di settore. “L’era della martirizzazione degli imprenditori è finita”

DELOCALIZZIONE. “Chi prende fondi pubblici non può andare all’estero”, scrive Di Maio. “Se lo Stato ti dà una mano il lavoro lo devi creare in Italia e devi dare lavoro ben retribuito e tutelato ai lavoratori italiani”.

LAVORO. “Il Jobs Act è andato nella direzione dell’eliminazione di diritti e tutele, noi faremo esattamente l’opposto”.

AZZARDO. Stop alla pubblicità del gioco d’azzardo, così come è vietata la pubblicità delle sigarette, sarà vietata quella del gioco d’azzardo, perché “entrambi nuocciono gravemente alla salute dei cittadini”.

Contratto e salario minimo: il piano Di Maio per i rider

Chi lavora per una piattaforma che offre servizi via app sarà “considerato prestatore di lavoro subordinato”, cioè un dipendente, anche se non c’è un orario di lavoro rigido e se è un algoritmo a decidere cosa fare e quando.

La linea del governo Conte è drastica, senza precedenti a livello internazionale: i fattorini che consegnano il cibo in bicicletta e tutti i lavoratori della cosiddetta “gig economy”, che oggi sono i nuovi super precari, diventeranno il simbolo della controriforma targata Cinque Stelle. Tutti dipendenti, tutti sindacalizzati, con ferie e contributi, tutti con un “trattamento economico complessivo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato e comunque non inferiore ai minimi previsti dal contratto collettivo applicabile all’attività prestata”. E quando non c’è un contratto collettivo, valgono “i minimi previsti per prestazioni analoghe”, quelle del contratto collettivo “del settore o della categoria più affine”.

Sono questi i contenuti del provvedimento che il ministro dello Sviluppo e del Lavoro Luigi Di Maio ha preparato con la sua squadra di consiglieri economici guidati dal professor Pasquale Tridico (“commissione di studio lavoro e welfare”) per mettere ordine nel settore che ha individuato come priorità: quello che comprende i rider, fattorini in bicicletta che ha voluto incontrare già nel primo giorno di mandato.

Sul Blog delle Stelle ieri Di Maio ha anticipato il nome del provvedimento: “Decreto dignità”. Prevederà il divieto di pubblicità per il gioco d’azzardo, un tentativo di vincolare gli incentivi alle imprese alla permanenza in Italia, l’abolizione di alcuni strumenti anti-evasione fiscale come spesometro e studi di settore e poi il lavoro. La grande battaglia sarà sulla riforma del decreto Poletti, cioè sui correttivi al Jobs Act del governo Renzi. L’intervento di più ampia portata, che verrà presentato nei prossimi giorni, sarà sui contratti a termine e sul lavoro in somministrazione (quello tramite agenzia, esploso negli ultimi anni). Ma la prima decisione dal forte impatto simbolico riguarda i rider: sette articoli del “decreto dignità”.

Oggi la situazione è quella descritta dalla ricerca pubblicata dalI’Istituto nazionale delle politiche pubbliche firmata da Stefano Sacchi (il presidente) e Dario Guarascio: a parte Amazon che ha 1058 dipendenti (dati 2016) per la sua rete logistica, le altre piattaforme hanno pochissimi dipendenti. Se Google si ferma a 195 e Facebook a 22, i tre leader delle consegne di cibo hanno rispettivamente 70 dipendenti Deliveroo, 45 Foodora e 80 Just-Eat. Foodora ricorre poi a collaborazioni coordinate continuative (co.co.co.) per i suoi rider, mentre Deliveroo prevede soltanto contratti di collaborazione occasionale o la partita Iva per chi supera i 5.000 euro all’anno. Just-Eat invece contrattualizza i dipendenti con co.co.co. ma tramite intermediari.

Tutto questo potrebbe però cambiare a breve, con il “decreto dignità”. I fattorini dovranno diventare lavoratori come gli altri. L’articolo 3 della bozza di decreto recita: “Non è consentito retribuire a cottimo, in tutto o in parte, le prestazioni di lavoro svolte tramite piattaforme, applicazioni e algoritmi elaborati dal datore di lavoro o per suo conto”. Si paga la disponibilità e poi, per chi viene davvero utilizzato, le consegne, ma ai fattorini viene garantito anche il “diritto alla disconnessione”: il datore di lavoro non può inviare comunicazioni “per un periodo di almeno 11 ore consecutive ogni 24 ore” dopo l’ultimo turno di disponibilità. La sanzione per chi sgarra va da 250 a 1.250 euro per ciascun periodo e ciascun lavoratore. Basta mandare una notifica o una mail a tutti i rider per trasformare la multa in un salasso.

Anche l’algoritmo, il cuore delle app, verrà depotenziato: potrà essere utilizzato solo dopo un periodo “di esperimento” negoziato con i sindacati che avranno il diritto di conoscere i risultati e l’impatto della formula, anche per quanto riguarda il rating, cioè il giudizio degli utenti che oggi è decisivo per la retribuzione del rider.

Il business delle piattaforme riuscirà a sopravvivere a questo aumento del costo del lavoro e della rigidità dei contratti? O seguirà il destino di Uber, sempre più marginale nel mercato italiano dopo che una sentenza ha vietato la condivisione di auto private nel servizio Uber Pop? È presto per dirlo. Ma per combattere la sua prima battaglia da ministro Di Maio è disposto a correre il rischio di mettere in discussione l’esistenza stessa del settore, come dimostra la linea durissima scelta. “Porteremo questo decreto al primo consiglio dei ministri utile, spero entro la fine di giugno in modo da risolvere la situazione in poche settimane”, ha scritto ieri sera Di Maio su Facebook..

“L’Atleta di Lisippo torni in Italia, il Getty lo deve restituire

L’Atleta di Lisippo, statua in bronzo del IV secolo a.C, conosciuto anche come l’“Atleta vittorioso”, ripescato nel 1964 da un peschereccio di Fano al largo di Pedaso, deve essere confiscato “ovunque si trovi”. Lo ha ribadito oggi per la terza volta la magistratura di Pesaro che ha respinto l’opposizione alla confisca avanzata dal Getty Museum di Malibu, che acquistò il bronzo nel 1977 per circa 4 milioni di dollari dal commerciante d’arte tedesco Heinz. Per il giudice Gasparini la scultura è stata trafugata ed esportata illegalmente. Dunque non poteva essere venduta. Era stata pescata in acque territoriali e comunque appartiene allo Stato italiano perché l’imbarcazione da pesca era di Fano. I precedenti pronunciamenti della magistratura risalgono al 2009 e al 2013, ma per due volte il museo americano ha ottenuto l’annullamento dei pronunciamenti per vizi procedurali e, nonostante anche un intenso lavoro diplomatico di scambi e restituzioni, ha trattenuto la statua, che addirittura è al posto d’onore nel nuovo allestimento del museo di Malibu. Ora il terzo round che dà ragione alle istanze dell’associazione fanese “Cento città” che chiese 11 anni la confisca dell’opera.

E francesi che si incazzano… con Emannuel

Settant’anni dopo Bartali che le balle ai francesi ancor gli girano. Le Figaro propone un sondaggio web: davvero, come accusa Salvini, i francesi sono “ipocriti”? È il 13 giugno, dunque ancora bruciano le parole che volano come colpi di cannone tra Parigi e Roma per Aquarius. La risposta è significativa: l’83% risponde di “sì”.

L’opinione pubblica condanna sia Salvini sia Macron. Il primo, perché disumano. Il secondo, perché incauto. Come può accusare di cinismo un partner, quando si comporta allo stesso modo a Ventimiglia, a Bardonecchia, in Savoia? La sua gaffe potrebbe condizionare il prossimo summit europeo. I social brulicano di commenti del genere. In tv, il professore Christophe De Voogd, 60 anni, storico e docente all’Istituto di Studi Politici di Parigi stigmatizza: “È stato il primo scivolone diplomatico di Macron”, il problema dei migranti “può rivelarsi fatale per l’Ue”. Giudizio condiviso da Claire Chartier, caporedattrice de l’Express che in un dibattito (Point de Vue) ricorda la solenne promessa elettorale del futuro capo di Stato: “Dobbiamo riportare la Francia all’altezza delle sue tradizioni di accoglienza”. Macron, accusa la Chartier, si è invece dimostrato “incoerente, proprio lui che parla di coesione europea, ha fatto un regalo ai populisti”.

Indignazione, critiche a go-go. In effetti, sottolineano i media francesi, un risultato l’attacco di Salvini l’ha ottenuto: incrinare l’esile sfaldatura sinistra-destra che tiene in piedi la maggioranza politica de La République En Marche, il regno di Macronia. Non a caso, diversamente dal “capo”, il primo ministro Édouard Philippe e il ministro degli Interni Gérard Collomb sono stati assai più accorti e discreti, hanno evitato la figuraccia della collega Nathalie Loiseau che ha giustificato il non-intervento francese perchè “l’ong non ha chiesto aiuto alla Francia”.

Il noto vignettista Plantu l’ha presa in giro con una vignetta su Le Monde. Si vede un personaggio di Tin Tin, il professore Tournesol (Girasole), che grida ai disperati e ululanti migranti dell’Aquarius: “Più forte! Avremo delle protesi per sordi rimborsate solo fra due anni!”. Accanto, un macilento ammiraglio dall’aria afflitta cerca di ascoltare con la cornetta acustica, mentre Macron guarda da un’altra parte. Appunto, accusa la franco-tunisina Sonia Krimi, deputata di République En Marche, “l’indifferenza è peggio che prendere posizione, come ha fatto Salvini…”.

La Francia, dunque, si scopre “paralizzata nella sua solidarietà” (Sébastien Nadot, deputato macroniano), “la legge sull’asilo e l’immigrazione non è che un simbolo. Ha abbassato i diritti dei richiedenti d’asilo e accartocciato lo spazio mentale delle nostre frontiere”. Per Médiapart, il sito più visitato e autorevole del web francese, Aquarius è “rivelatore dell’ipocrisia francese”, non attendetevi nulla di concreto dall’incontro di oggi tra il Macron e Conte. François Bayrou, sindaco di Pau e presidente di MoDem, condanna il “gioco al rimpallo” dei rifugiati di “paese in paese”, ed invita Macron a mettere la questione dei migranti “al centro della riflessione europea”, mentre per France Insoumise (estrema sinistra) Salvini ha ragione, l’Europa può esplodere sulla mina vagante dei migranti. Una carta che l’Italia giocherà per rivedere le sanzioni a Mosca.

C’eravamo tanto insultati: Conte sarà oggi a Parigi

Ci vado, non ci vado, ci vado. Alla fine del tira e molla, oggi alle 13.30 il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sarà all’Eliseo, ospite del presidente francese Emmanuel Macron. Pace fatta e caso chiuso? Non esageriamo. Aspettiamo almeno che i due s’incontrino e si parlino. Diciamo che la ferita nelle relazioni fra Italia e Francia, innescata dalla vicenda Aquarius e provocata dalle pesanti critiche di Parigi a Roma, è stata tamponata: c’è una tregua, in attesa “d’affrontare in Europa – dice il ministro degli Esteri Moavero – le questioni di fondo”.

Dalla Francia, le scuse che Matteo Salvini pretendeva non sono arrivate. Ma Salvini stesso abbozza: “Importante è la sostanza, non la forma”. Di Maio sulla vicenda è sempre stato meno massimalista: andando all’Eliseo, Conte dà retta pure a lui. Del resto, mantenere un livello di tensione così alta con i partner è impensabile: litigi con la Tunisia, con Malta, con la Francia e rottura al Consiglio dei Ministri dell’Interno dell’Ue sui migranti, il passo di Salvini è chiodato.

A consentire il disgelo, è stata una telefonata di Macron a Conte, mercoledì sera. Il presidente assicura che le espressioni incriminate – “cinica e irresponsabile” la decisione di non fare attraccare l’Aquarius in un porto italiano – non gli sono attribuibili, “non ho mai offeso l’Italia e il suo popolo”. Il portavoce del suo partito, Gabriel Attal, aveva invece definito “vomitevole” la scelta del governo di coalizione M5S-Lega di chiudere i porti all’imbarcazione con 629 migranti a bordo.

Della telefonata con Macron e della tregua dà notizia il premier Conte su Facebook e di persona, definendo il colloquio “molto cordiale”: “Abbiamo concordato di cooperare in modo stretto, Italia e Francia, coinvolgendo tutti i Paesi Ue. La questione dell’immigrazione non può essere demandata solo all’Italia. C’è la reciproca consapevolezza che dobbiamo lavorare fianco a fianco, insieme agli altri Paesi Ue. La mia visita a Parigi è confermata: Macron ci teneva molto a mantenere l’invito, che sarà da me raccolto”.

Parole di circostanza, pannicelli diplomatici, che trovavano eco puntuale da Macron e da Parigi: “È il tempo della distensione. Dall’inizio del mio mandato, intendo collaborare con l’Italia. Cerco soluzioni, perché di quelle ha bisogno l’Europa. E la ricerca di soluzioni può passare attraverso tensioni, quando non si è d’accordo. Dobbiamo agire in partnership con l’altra sponda del Mediterraneo”.

Una nota dell’Eliseo afferma che Macron e Conte “hanno confermato l’impegno di Francia e Italia ad organizzare i soccorsi secondo le regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo”. Macron ha ricordato a Conte “di avere sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano”. E “l’Italia e la Francia devono approfondire la cooperazione bilaterale ed europea per condurre un’efficace politica di migrazione coi Paesi di origine e transito, attraverso una migliore gestione comune delle frontiere europee e un meccanismo di solidarietà nella gestione di rifugiati”.

Il programma della visita prevede un pranzo di lavoro all’Eliseo, seguito da una conferenza stampa congiunta intorno alle 15.00. All’ordine del giorno, ovviamente, c’è l’immigrazione, ma non solo. Conte garantisce che porterà a Parigi “la richiesta dell’Italia di ampia collaborazione e solidarietà a livello europeo sulla questione immigrazione”. È il momento di “avere una politica migratoria efficace, che veda l’Italia non più sola a gestire le emergenze dei tanti migranti che giungono sulle nostre coste”.

Ma premier e presidente parleranno “di tutto”: gli argomenti sull’agenda del Consiglio europeo di fine mese, sono l’immigrazione, specialmente la modifica del regolamento di Dublino, e l’Unione bancaria e monetaria con il loro completamento e la riforma della governance. A seconda di come andrà il colloquio, potrebbero anche emergere vecchie e nuove frizioni, lo shopping francese in Italia, la vicenda dei cantieri di St.Nazaire, la controversa gestione della crisi libica, la missione militare italiana in Niger.

Progetto alternanza scuola-lavoro, dito amputato a studente

Stava lavorando ad un macchinario quando è rimasto vittima di un infortunio all’interno di un’officina meccanica a Montemurlo (Prato). La vittima è un 17enne, impegnato nell’ambito di un progetto di alternanza scuola-lavoro, che si è ferito alla mano mentre lavorava a un macchinario; l’incidente ha causato l’amputazione della falange dell’anulare della mano sinistra. Di fatto “grave” parla oggi il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che ha avviato immediati approfondimenti. “Se ci sono stati errori – ha osservato il ministro – se quell’accordo non è stato rispettato, occorre intervenire con fermezza. Le attività effettuate dai ragazzi devono svolgersi sempre in condizioni di massima sicurezza. Non possiamo permettere in nessun modo che sia messa a rischio l’incolumità degli studenti partecipanti”. Non è la prima volta che avvengono incidenti di questo tipo: nel dicembre scorso un ragazzo di 18 anni appena compiuti, coinvolto in un progetto di formazione scuola-lavoro, era rimasto ferito in un incidente sul lavoro nel quale morì un artigiano di 45 anni a Faenza.

“Ehi, Venerdì”. Gli schiavi privati pure del nome

Avevano perso tutto perché tutto gli era stato rubato. La libertà, le loro braccia, finanche il loro nome. Perché erano schiavi. Schiavi nell’Italia feroce di questi anni. Succede in Sicilia (ma anche in Puglia, Calabria, nelle regioni agricole del Nord opulento), nelle campagne tra Marsala e Mazara del Vallo. Qui, dopo sei mesi di indagini, la Squadra Mobile di Trapani ha scoperto due moderni schiavisti.

Padre e figlio. Andavano a prelevare i braccianti neri nelle baraccopoli e li compravano: 3 euro l’ora per otto-dieci-dodici ore di lavoro al giorno. La paga, però, scendeva quando il caporale metteva a disposizione la “mangiarìa”. Non avevano nulla i braccianti di colore. Solo le loro braccia. La voce no, quella gli era negata, per chi protestava niente lavoro. Al caporale, i neri si dovevano rivolgere con deferenza. Dovevano appellarlo “padrone”. E lui, il padrone-caporale, che proprio quei nomi strani dei “nivuri” non riusciva a ricordarseli, li chiamava come i giorni della settimana. Lunedì, martedì… fino a venerdì. Ma non è un romanzo per bambini. È la Sicilia di oggi, quella dell’agricoltura fiorente, quella della frutta che arriva nelle catene dei grandi supermarket e rimbalza sulle nostre tavole di italiani allarmati dall’ “invasione” degli stranieri. Sei mesi di indagini, l’arresto dei due moderni schiavisti (ora ai domiciliari) il sequestro dei terreni. E lo squallore. Le immagini delle telecamere piazzate nei terreni dei due dalla Polizia (pubblicate da ilfattoquotidiano.it) valgono più di mille saggi sullo sfruttamento.

Il caporale scende dalla macchina, ha appena scaricato i ragazzi di colore. Un lavoratore gli chiede conto della paga: “Tu padrone… pagare”. L’uomo bianco è palesemente infastidito: “Con mangiare io dare 3 euro per nove ore… 30 euro, va bene? Oggi 6 ore, sei per tre fanno 20 euro. 30 euro e mangiarìa… panino”. Il lavoratore cerca di contrattare: “Panino non buono, non l’abbiamo mangiato oggi. Troppo duro”. La pazienza del caporale è al limite e minaccia di non andare più a Campobello a prendere altri braccianti. “Bordello, soldi, sempre bordello”. Quattro soldi per spaccarsi la schiena nelle campagne sotto il sole siciliano e un pezzo di pane raffermo per cena. E materassi lerci per dormire. Le immagini registrate dai poliziotti sono quelle già viste nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria.

Un locale senza porte, la terra battuta come pavimento, un angolo da usare come cesso, vecchie biciclette malandate e una cucina lercia dove prepararsi da mangiare. In un pizzo rivolto verso la Mecca, un tappeto per pregare.

È il caporalato, bellezza. Un business che insieme agli interessi mafiosi sull’agricoltura, muove qualcosa come 17,5 miliardi di euro, secondo il rapporto “Agromafie e caporalato” della Flai-Cgil. Condizioni di vulnerabilità, quando non è vera e propria schiavitù, che coinvolgono 100 mila lavoratori. C’è una legge del 2016 per contrastare il caporalato, la 199, che stabilisce sanzioni anche per il datore di lavoro che usa braccianti in nero e prevede la reclusione da 1 a 6 anni e multe da 500 a 1000 euro per ogni lavoratore impiegato. Una legge che non piace al vicepremier, ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini, “perché invece di semplificare complica”. Parole che hanno suscitato le proteste dei sindacati e delle associazioni che lavorano sul campo. “È una legge di civiltà – dice Fabio Ciconte, direttore dell’associazione Terra – occorre estendere ancora la responsabilità in solido delle imprese lungo la filiera, garantire trasparenza in ogni passaggio e scoraggiare le cause che determinano il caporalato”.

2018 odissea dei migranti: mare mosso e porti chiusi

Alla fine, in fondo al mare, è finita anche la pietà. Mentre la nave della Marina militare Usa Trenton aspettava davanti al porto di Augusta l’autorizzazione per poter sbarcare i 40 naufraghi salvati il 12 giugno, la cronaca seguiva la sorte di dodici corpi. Migranti affogati tra le onde del Mediterraneo centrale, mentre i motoscafi Usa raccoglievano i superstiti. Ieri era circolata la notizia che quei cadaveri fossero stati ributtati in mare dai militari statunitensi, perché non c’erano celle refrigerate per conservarli.

Era l’immagine terribile che riporta il discorso dei salvataggi e degli sbarchi all’essenziale, la lotta contro la morte che ha già colpito 792 vittime, solo nel 2018, sulla rotta verso il sud dell’Europa. Nel pomeriggio la flotta Usa ha chiarito: quei corpi non erano mai stati sulla nave Trenton, semplicemente non erano stati recuperati durante l’azione di salvataggio. Messaggio twitter seguito dall’hashtag #Justthefact, appena i fatti.

In realtà era stata la stessa Marina militare di Washington a comunicare, il 12 giugno, che i dodici corpi erano in fase di recupero, dopo il salvataggio dei naufraghi (36 uomini, 4 donne, delle quali una incinta). Lo aveva fatto inviando un messaggio ufficiale alla Sea Watch 3, nave di una Ong tedesca presente nell’area di ricerca e soccorso delle acque tra la Libia e l’Italia. In quella stessa comunicazione avevano chiesto all’organizzazione umanitaria di farsi carico dei 40 sopravvissuti, avviando un nuovo empasse dopo il caso Aquarius. La Sea Watch aveva spiegato che era ben disponibile, ma che avrebbe potuto accogliere i migranti solo dopo aver ricevuto l’assegnazione di un posto sicuro per lo sbarco nel raggio di 36 ore di navigazione. Andare fino in Spagna, in altre parole, era impossibile per la piccola nave. Nessuna risposta è mai arrivata dalle autorità italiane, che hanno poi specificato di non aver coordinato quel salvataggio.

È l’inizio della nuova odissea, con la gigantesca nave militare Trenton costretta ad avviarsi verso la Sicilia, lasciando la propria missione. Al momento sembrerebbe non essere previsto nessuno sbarco, con una situazione di stallo.

Nel frattempo l’Aquarius – scortata dalle due navi della Marina e della Guardia costiera italiana verso il porto di Valencia – naviga in pessime acque. A causa del maltempo e delle onde il convoglio ha cambiato rotta, costeggiando la Sardegna orientale. Si allunga così il tempo di percorrenza verso la Spagna che ha deciso di accogliere i 629 rifugiati salvati – quasi una settimana fa – passati prima dalle motovedette delle Capitanerie di Porto italiane alla nave della Ong e poi trasbordati in buona parte di nuovo sulle navi militari, per alleggerire la Aquarius. Per salvini è un falso problema: “Mi sembra che una nave che porta a bordo sistematicamente 4,5,600 persone sia attrezzata”, il suo commento.

Al momento solo una Ong è presente nell’area di soccorso, la Sea Watch. Le poche altre organizzazioni ancora attive nel salvataggio hanno le imbarcazioni in manutenzione, mentre la italo-francese Sos Méditerranée – che opera sulla Aquarius con Medici senza frontiere – non potrà tornare nell’area di fronte alla Libia prima di qualche giorno.

La chiusura dei porti alle organizzazioni umanitarie decisa dai ministri Matteo Salvini e Danilo Toninelli sta avendo un peso notevole sull’opinione pubblica. In gran parte a favore del nuovo governo, come racconta un sondaggio realizzato dalla società milanese Gpf, in collaborazione con Qapp. Le 1.156 persone interviste che hanno risposto alle domande – su 8.000 invitate – nel 67% dei casi hanno dichiarato di essere d’accordo con la decisione di chiusura alla nave Aquarius (“Molto” d’accordo nel 49% dei casi). La percentuale sale tra il elettori della Lega (99%), di Fratelli d’Italia (96%), del M5S (83%) e di Forza Italia (81%). Decisamente contrari gli elettori del centro sinistra. Segno evidente la chiusura dei porti abbia prima di tutto valore politico.