Anche l’imprenditore Parnasi si è preparato per la campagna eletorale delle politiche e delle regionali laziali del 4 marzo. In un colloquio con la segretaria e un suo collaboratore, l’erede del gruppo romano fa l’elenco dei politici da finanziare regolarmente (non sappiamo se poi il finanziamento sia in realtà avvenuto, ndr), sono tutti candidati nel Lazio, in gran parte in Regione: Ferro 5.000 euro, Minnucci 5.000, Agostini 15.000 Euro, Mancini 5.000, Polverini 10.000. “Dopo aver comunicato la necessità di eseguire un prestito personale da 50.000 euro a tale ‘Peppe’, la conversazione in chiaro sul finanziamento ad esponenti politici prosegue e Parnasi indica nominativi e quote da corrispondere, ossia Francesco Giro per 5.000 Euro, Ciocchetti 10.000 euro e, infine, Buonasorte 5.000. Nel corso del dialogo, Parnasi menziona una fattura da 25.000 euro di Pixie, da imputare al conto Eurnova srl. In questo caso Parnasi fa evidentemente riferimento alla società Pixie social media, riconducibile al consigliere regionale Adriano Palozzi. Si tratta di una delle operazioni delittuose ricostruite, giustificata da un contratto fittizio per servizi di comunicazione in favore della citata società Pixie”.
Vir e Man Cusenza, “il calta – giornalista”
La nonchalance è qualità dell’uomo di mondo e, modestamente, Virman Cusenza lo nacque. E mica solo uomo di mondo, il direttore del Messaggero, ma uomo a 4 carati c’informa la sua pagina Wikipedia: “Nel suo insolito nome, scelto dal padre, si fondono la maschia virilità del latino ‘vir’ e dell’inglese ‘man’, nonché la parte iniziale del nome Vito (chiara allusione al francese antico ‘vit’) e quella finale del nome Germano (altrettanto palese allusione alla virtù teutonica dell’irriducibile tenacia)”. E ieri infatti, dopo il disvelamento dell’inchiesta sullo Stadio della Roma”, Cusenza (vir e man) offriva il petto al fuoco nemico con un editoriale dal titolo “Il ruolo e la forza di un giornale”. Nel sobrio testo ha ripercorso l’epica battaglia del suo quotidiano contro “l’ecomostro” di James Pallotta iniziata “l’11 luglio del 2014”: Il Messaggero, d’altra parte, “vuole essere il difensore civico dei suoi lettori, lo abbiamo sempre detto”.
E qui si vede “la teutonica irriducibile tenacia”, mentre la nonchalance sta più nel fatto che il direttore del foglio ambientalista di via del Tritone omette di ricordarci il nome del suo editore. Noi, dopo faticose ricerche, riteniamo si tratti di Francesco Gaetano Caltagirone, uomo di finanza che conserva vaghi interessi nel ramo d’origine della sua fortuna, che – dicono – sarebbe l’edilizia, settore in cui ha avuto modo di coltivare un’antipatia ben nota per i Parnasi fin dai tempi dal capostipite Sandro.
Un’altra delle sedi possibili per “l’ecomostro”, per dire, era Tor Vergata, depandance edilizia della Vianini Lavori di Caltagirone: è un peccato non aver potuto conoscere “il ruolo e la forza di un giornale” nell’ipotesi che Pallotta avesse scelto quel terreno. È vero, qualcuno fa notare che in passato – da Ponte di Nona alla Vela di Calatrava fino alla Metro C – il Messaggero Verde sia stato meno rigoroso nella sua lotta per l’ambiente. Forse perché a Roma un giornale, come la mano di Mario Brega, pò esse fero e pò esse piuma. Dipende se in zona c’è Caltagirone.
“C’è sempre qualcuno che si fa ungere”
“Ad essere preoccupante è il contesto che emerge, soprattutto per la mentalità di pensare che tutti i problemi possano essere risolti ‘ungendo’ le ruote. E la cosa drammatica è che qualcuno disposto a farsele ‘ungere’ c’è sempre. Anche se poi c’è chi dice no…”. Raffaele Cantone ha appena terminato la relazione annuale della sua Autorità Anticorruzione al Parlamento.
Siamo nella sala Koch di Palazzo Madama e tra ministri e autorità giunti ad ascoltare il presidente dell’Anac i discorsi vertono sugli ultimi accadimenti romani: l’inchiesta sul nuovo stadio della Roma, gli arresti, le dimissioni di Luca Lanzalone da presidente di Acea. Chi sta qui – in prima fila il premier Giuseppe Conte e tanti ministri grillini (Toninelli, Lezzi, Giulia Grillo, Bonafede, ma pure Virginia Raggi) – sembra voler rimarcare la propria presenza da questa parte della barricata.
E dire che l’inizio col nuovo governo non era stato dei migliori: proprio Conte, nel suo discorso in Senato, a un certo punto aveva criticato “i risultati sotto le aspettative” di Anac, parole cui Cantone, “sorpreso”, aveva risposto piccato. I due poi si sono chiariti con una telefonata, ma la presenza di Conte ieri in prima fila serve a rimarcare la vicinanza all’Anac almeno di una parte dell’esecutivo, perché con Matteo Salvini i rapporti restano freddi.
“Sono qui per ascoltare e per sottolineare l’attenzione del governo”, ha detto il premier prima di sparire per una decina di minuti con Cantone. Dopo anche a lui verrà chiesto dell’inchiesta. “Non c’è un caso Roma, ma un caso Italia”, la risposta del presidente del Consiglio.
La relazione, dunque. Cantone illustra come il settore degli appalti pubblici in Italia stia ripartendo. A un anno dall’entrata in vigore del nuovo codice, secondo il magistrato, “servono però regole sempre più semplici e comprensibili, ma non bisogna tornare indietro, perché una retromarcia rischierebbe di provocare una fibrillazione in un settore che si sta faticosamente rimettendo in piedi”.
La corruzione, per Cantone, resta il male assoluto e le segnalazioni all’Anac sono in continuo aumento: l’Autorità però “non necessita di nuovi poteri, ma di essere messa in grado di svolgere al meglio quelli che ha”. Nel 2017, illustra il presidente, “il valore complessivo degli appalti pubblici superiori a 40 mila euro è stato pari a 139 miliardi di euro, il 36,2% in più dell’anno precedente”, questo in risposta a chi dice che i controlli di Anac rallentano i lavori pubblici in Italia.
Le segnalazioni su possibili episodi di corruzione nella P.A. nel 2017 sono state 364, più del doppio dell’anno precedente, mentre sempre nel 2017 l’Anac ha emesso ben 471 pareri di pre-contenzioso, ovvero quando le due parti (stazione appaltante e azienda) si mettono d’accordo per chiedere il parere dell’Autorità prima di andare in giudizio davanti a Tar e Consiglio di Stato.
Su 17 aziende interdette per mafia, invece, ben 16 operano nel settore dei rifiuti e dell’accoglienza ai migranti. Infine, Cantone ha esortato il legislatore ad adottare norme che impongano più trasparenza a lobby e fondazioni, i cui bilanci e finanziatori ancora oggi restano occulti. “Da parte nostra continueremo a lavorare con il massimo impegno fino al 2020”, ha concluso Cantone davanti ai nuovi ministri cui ha chiesto collaborazione.
Caro Pallotta, noi l’avevamo detto: a Roma non si può…
Gentile James Pallotta. L’avevamo avvertita in tempo. Esattamente un anno e mezzo fa, domenica 19 febbraio 2017, su questo giornale, io umile tifoso della squadra da lei presieduta e posseduta scrivevo un pezzo dal titolo: “Stadio della Roma, le cinque regolette per (non) farlo”. Non eravamo preveggenti e neppure jettatori ma, semplicemente, in quanto cittadini dell’Urbe esperti (più di lei) sugli usi e costumi di questa meravigliosa città.
Prendemmo spunto da una notizia pubblicata con grande rilievo dal Messaggero (quotidiano molto attento alle vicende dello stadio) con il seguente titolo: “Altolà dei Beni culturali, vincoli a Tor di Valle. Vietato costruire edifici più alti delle tribune”. E immaginammo un possibile sequel di una pellicola cara a tutti noi: Febbre da cavallo. Questo. Il glorioso ippodromo teatro delle gesta di Soldatino, da anni abbandonato al proprio destino nel più completo degrado, in una landa desolata luogo di discariche e prostituzione, viene sottratto alle mire di ignobili speculatori americani e alle loro arroganti cattedrali sportive. Scena finale: mentre gli amerikani se ne tornano a Boston con le pive nel sacco, sulla pista i nostri eroi festeggiano il trionfo del bene con spassosissime mandrakate.
Quindi, come segno di stima nei suoi confronti, elencavamo un paio di semplici regolette per dissuaderla da investire tempo, pazienza e capitali in un’impresa che ritenevamo senza speranza. Primo: a Roma è meglio non mettersi mai contro il sovrano assoluto dei costruttori (e di molto altro ancora) Francesco Gaetano Caltagirone, edificatore di immensi quartieri ma soprattutto protagonista di strenue battaglie ambientaliste per la difesa del territorio contro gli invasori Usa (vedi il Messaggero, di sua proprietà). Secondo: se anche Pallotta&C. fossero riusciti a superare l’ostacolo dei Beni culturali su Tor di Valle, avrebbero poi dovuto affrontare le forche caudine di una miriade di enti e associazioni preposti alla giusta tutela di questo o di quello. Senza contare le inevitabili denunce. Infine, un consiglio affettuoso al dominus giallorosso: ’a James stacce (in vernacolo: fattene una ragione) che t’è andata bene così.
Non prevedemmo tuttavia due importanti novità. Che, successivamente, la giunta Raggi avrebbe detto sì allo stadio. Che la Procura di Roma avrebbe portato alla luce l’esistenza di una “cupola Parnasi” (costruttore e socio nell’operazione Tor di Valle) con gli arresti e le accuse di “corruzione sistematica” di cui sappiamo. Forse (alla luce degli usi e costumi) un’inchiesta della magistratura non era impossibile da pronosticare.
Anche se leggendo le carte dobbiamo ammettere che era difficile immaginare che politici, funzionari, assessori e superconsulenti potessero rovinarsi avendo tutti i riflettori puntati contro (in qualche caso per un piatto di lenticchie e qualche biglietto gratis per la partita). Davvero intollerabile l’accordo tra i manager di Parnasi sul ponte saltato: “Non dite che serve, senza l’opera sarà caos sulla Via del Mare”.
Anche se in questa storiaccia l’ A.S. Roma è parte lesa ribadiamo il concetto: in una città dove è complicato aprire anche solo un chiosco per la grattachecca lei poteva davvero pensare che sarebbe riuscito a costruire uno stadio? Comunque, se malgrado tutto dovesse riuscirci meriterebbe un busto al Pincio e un monumento equestre al Gianicolo, come si conviene ai più fulgidi eroi della Capitale. Auguri di cuore.
Il Pd: “Il Guardasigilli riferisca alle Camere sul suo amico legale”
Il Pd ha chiesto alla presidente del Senato Casellati, di convocare in aula il ministro della giustizia Alfonso Bonafede. A nome del partito lo fa il capogruppo, Andrea Marcucci, che motiva la richiesta “a seguito degli inquietanti sviluppi del caso che riguarda lo stadio di Roma e l’ascesa del manager Luca Lanzalone”. E sottolinea: “Siamo ostinatamente garantisti. Vogliamo dare al Guardasigilli l’opportunità di chiarire in Parlamento i contorni di una vicenda che appare torbida e che lo riguardano in prima persona. Il ministro della giustizia non può convivere con queste macchie: meglio che venga subito in Aula a chiarire la sua posizione e le sue relazioni”.
Nel frattempo, però, alcuni renziani attendono gli sviluppi dell’inchiesta – e la eventuale risposta del Guardasigilli nell’Aula del Senato – per poi valutare se andare oltre e magari presentare una mozione di sfiducia individuale a Bonafede. E l’ex premier ha dato la linea in una chat di senatori dem: “ Bisogna puntare al “piano politico”, non a quello giudiziario: mettere in rilievo contraddizioni e opacità dei Cinque stelle, senza tradire la tradizione garantista del Pd”.
Il culto laico della “penale” così trionfano i costruttori
La mitica penale è l’alfa e l’omega del malaffare cementizio. È l’arma della disperazione per il costruttore Luca Parnasi, l’ultima minaccia con cui riesce ad ammorbidire il no della sindaca Virginia Raggi al suo nuovo stadio circondato da palazzi. Ed è l’apriscatole con cui l’avvocato Luca Lanzalone sventra l’interesse pubblico e in nome della ditta Grillo-Casaleggio fa del Campidoglio pentastellato il complice di Parnasi, mentre il sindaco Virginia Raggi e i due alani Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro (oggi ministri) approvano o (molto peggio) non si rendono conto.
Paolo Berdini era l’assessore all’Urbanistica scelto come icona pop, ma anche competente, del no allo stadio su cui Virginia Raggi era stata per anni irremovibile. Due settimane fa l’urbanista ha spiegato ai pm romani Paolo Ielo e Barbara Zuin com’è andata. All’inizio del 2017 “Lanzalone era stato chiamato come consulente per verificare la questione risarcitoria, ossia per valutare se, in caso di annullamento della dichiarazione di pubblico interesse del progetto stadio, il Comune sarebbe stato gravato dall’obbligo di risarcire danni alla Roma o al gruppo Parnasi. Io non compresi il perché di tale incarico, anche perché pareri sulla questione erano già stati formulati dall’Avvocatura”. L’avvocato genovese fa qui il capolavoro. Stabilisce che la Roma e Parnasi non possono avanzare pretese risarcitorie. Ma da quel momento prende in mano la situazione.
Lavora gratis. Berdini chiede al sindaco come pagherà il suo “impegno considerevole”. Raggi gli risponde che troverà il modo di “inserirlo formalmente” nel suo staff. Ma il ruolo di Lanzalone, sebbene informale, è sostanziale. In meno di un mese pilota il Campidoglio verso l’accordo per fare lo stadio. Lavorando gratis per il Comune risolve il problema del nuovo amico Parnasi. Berdini si dimette e denuncia: “Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma”. L’immobiliarista è al settimo cielo e inneggia al suo nuovo amico: “Tu sei mr. Wolf!”. Ha risolto problemi con l’arma totale: la penale.
La penale è la nuova religione del partito del cemento. Si fonda su un undicesimo comandamento: “Se la sovranità popolare ferma un’opera inutile o dannosa, al costruttore spetta un risarcimento monetario che lenisca la delusione”. Corollario: prima di pretendere la penale, il costruttore deluso scatenerà lobbisti, politici e giornali amici per diffondere l’allarme sociale sul risarcimento talmente pesante da far costare più fermare l’opera che andare avanti.
È la commedia che va avanti da anni con il Tav Torino-Lione. Sul Fatto ci ha pensato il giurista Livio Pepino a chiarire che su quell’opera inutile non grava alcun rischio, anche perché non si capisce chi dovrebbe chiedere la penale, atteso che la costruzione di quell’opera tanto costosa quanto inutile non è ancora stata assegnata. Quando si fermerà il faraonico progetto lo sconforto sarà distribuito in tutto il partito del cemento.
La penale è mitica ma anche mistica, un culto pagano che si è diffuso nelle società di costruzione e negli studi legali quando ci sono stati meno soldi pubblici da rubare. L’anno zero è il 2005, quando la Impregilo, la Condotte e la Cmc vincono la gara per il ponte sullo stretto di Messina con un ribasso del 17 per cento sulla base d’asta. L’Astaldi che arriva seconda fa ricorso al Tar perché, dice, per un’opera talmente audace che non è certa neppure la stessa realizzabilità, un simile ribasso è privo di senso. Ma è noto fin dal primo giorno che l’obiettivo di Impregilo è proprio la penale: aggiudicandosi un’opera che sicuramente non sarà fatta, il colosso delle costruzioni prenota la penale per la mancata costruzione. Già 13 anni fa il conto era pronto, al centesimo: 800 milioni di euro.
È vero che nel bando di gara la penale non era prevista. Infatti solo sei mesi dopo la firma del contratto l’allora ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro decise lo stop al ponte mandando tutti al diavolo: “Perché dovremmo pagare una penale? Non gli abbiamo tolto nulla, la società Stretto di Messina sta lì, Impregilo sta lì, cosa vuole, vuole pure una penale per una cosa che non ha fatto?”. Puntualmente, tre anni dopo il successivo governo Berlusconi modificò il contratto (con clausole secretate) e introdusse la penale. E adesso Pietro Salini – nuovo padrone dell’Impregilo ma anche amico di Parnasi e candidato alla costruzione del nuovo stadio della Roma – la rivendica in tribunale. Ma ormai nel sistema degli affari di penale c’è soprattutto l’azione dei magistrati.
“All’inizio eravamo contrari allo stadio, pure Lanzalone”
Si è giocato tra gennaio e febbraio 2017, con la giunta di Virginia Raggi ancora sotto botta per l’arresto a dicembre dell’ex dirigente del Dipartimento Personale Raffaele Marra, il ribaltone nella partita sul progetto dello stadio dell’As Roma. L’orientamento prevalente tra i 5 Stelle era quello di stoppare anche l’iter autorizzativo dell’impianto del club giallorosso per le sue lacune urbanistiche.
A gennaio 2017 l’avvocato Luca Lanzalone iniziò ad occuparsi del dossier su mandato della sindaca, senza però che l’incarico venisse mai formalizzato da parte del Campidoglio, per un parere contrario dell’avvocatura del Comune, come spiegano fonti vicine al sindaco. A parlare con i pm del ruolo di Lanzalone è Paolo Berdini, ex assessore all’Urbanistica, dimessosi proprio per contrasti sul progetto dello stadio. Interrogato il 31 maggio nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio, l’urbanista parla anche della sua “sorpresa” nel vedere in alcune riunioni decisive la presenza degli allora deputati M5S Riccardo Fraccaro ed Alfonso Bonafede, oggi rispettivamente ministro della Funzione Pubblica e della Giustizia, estranei all’indagine.
“Lanzalone era stato chiamato come consulente per verificare la questione risarcitoria”, racconta Berdini, cioè per “valutare se in caso di annullamento della dichiarazione di pubblico interesse” il Comune avrebbe dovuto “risarcire i danni alla Roma o al gruppo Parnasi”. Un incarico quello di Lanzalone “che io non compresi”, spiega Berdini, perché “dei pareri sulla questione erano già stati formulati dall’avvocatura” del Campidoglio. In quel frangente, prosegue, “la posizione del Comune e del M5S era all’epoca contraria e io la condividevo perché ravvisavo moltissimi problemi urbanistici”. E anche lo studio Lanzalone, ricorda Berdini, “aveva formulato un parere molto argomentato favorevole alla posizione del Comune” in sui si sosteneva che né Parnasi né la Roma avrebbero potuto “avanzare pretese risarcitorie”.
Poi le cose, con la crescita del ruolo di Lanzalone, cambiarono: l’avvocato “ha iniziato ad operare come fiduciario” della Raggi “occupandosi della gestione concreta dello stadio”. Arrivarono le prime aperture sul progetto: Berdini racconta di una telefonata in cui il vicesindaco Luca Bergamo parlava di “cercare una mediazione con la Roma”. Ne seguì un giro di riunioni in Campidoglio, alle quali parteciparono Raggi, assessori e consiglieri M5S, Lanzalone, il dg della Roma Mauro Baldissoni, Luca Parnasi e “solo ad alcune” Fraccaro e Bonafede: “Nelle riunioni non parlavamo più solo della questione risarcitoria”. Qui è arrivata la frattura: “Sono stato di fatto espropriato dalla mia funzione di assessore” e questa “è stata la ragione delle mie dimissioni”. Berdini lascia il 14 febbraio 2017, dieci giorni dopo arrival’accordo per un nuovo progetto con minori cubature.
Tolse il vincolo alle tribune di Tor di Valle: indagato Prosperetti
Il sovrintendente Francesco Prosperetti, che si occupò del vincolo sulle tribune dell’ippodromo di Tor di Valle, è indagato nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma. Secondo la Procura l’ex capo segreteria del Ministro ai Beni culturali, Claudio Santini, “avvicinò il Sovrintendente Francesco Prosperetti chiamato a pronunciarsi sul vincolo” che poi fu tolto. Come riscontro la Procura indica “un incontro tra il Sovrintendente e il gruppo Parnasi il 19 maggio del 2017” e la successiva decisione di affidare al’architetto Paolo Desideri “la redazione di un progetto necessario per superare la questione del vincolo”. Dalle intercettazione emerge che Desideri “oltre ad essere amico di Prosperetti è anche il datore di lavoro della figlia Beatrice”. La procedura per il vincolo sulle tribune di Lafuente viene attivata il 15 febbraio 2017 e il 15 giugno dello stesso anno viene archiviata: nel frattempo Prosperetti era diventato direttore della nuova sovrintendenza speciale Archeologica-Belle arti-paesaggio di Roma. Secondo la Procura Santini per la sua “mediazione per conto di Parnasi” ha percepito “quale compenso per questa illecita attività 53.440 euro”.
L’imprenditore al telefono: “Sala mi deve l’elezione”
C’ è un’intercettazione telefonica riportata nelle carte della grande operazione sullo stadio della Roma che dimostra molte cose. La prima è che il costruttore Luca Parnasi, arrestato ieri insieme all’avvocato vicino al M5s Luca Lanzalone (ai domiciliari) ha finanziato il sindaco di Milano Giuseppe Sala. La seconda cosa è che Luca Parnasi sostiene di avere saputo da un comune amico che Sala era ‘gratissimo’ perché (così avrebbe detto Sala all’amico ma lui smentisce) “se no io non facevo la campagna elettorale”. La terza cosa che dimostra questa intercettazione è che Luca Parnasi riteneva che, grazie ai suoi finanziamenti, si era messo in pole position per fare l’operazione sullo stadio del Milan. La quarta cosa che questa intercettazione dimostra è che è importante lasciare ai giornalisti la possibilità di leggere tutti gli atti e tutti i brogliacci delle intercettazioni. Grazie a questo diritto ancora garantito alla stampa (nonostante i tentativi di riforma dei precedenti governi Pd) i giornalisti possono ancora leggere tutte le carte e scoprire cose che altrimenti l’opinione pubblica mai saprebbe.
La carta che non avremmo mai letto se la riforma Orlando fosse già entrata in vigore è il brogliaccio del 9 gennaio del 2018. Il brigadiere Federico Franzone, ascolta le registrazioni delle videocamere nascoste nell’ufficio di Parnasi e sintetizza così la conversazione: “IMPORTANTE: Luca Parnasi spiega a breve che ci saranno le elezioni e sicuramente dovrà fare degli investimenti politici per finanziamenti per i partiti politici. ‘Ci sono le elezioni. Io spenderò qualche soldo sulle elezioni, che poi con Gianluca vedremo come farlo girare ufficialmente tra i partiti politici eccetera … anche questo è importante, perchè in questo momento noi… ci giochiamo una fetta di credibilità per il futuro ed è un investimento che io devo fare. Molto moderato rispetto a quanto facevo in passato che abbiamo speso cifre che manco ve le racconto … però la sostanza è che la mia forza è quella che alzo il telefono e Sala che incontra Roberto Mazzei in vacanza gli dice: «Luca (Parnasi, ndr) mi ha … io sono gratissimo a Luca perché senza Luca, che all’epoca a Milano non esisteva, io non facevo la corsa elettorale’… non so se mi spiego …diventiamo noi quelli che fanno il Milan anche per questo … no voglio dire … però io queste cose ve le devo dire … vi scandalizzo? O vi responsabilizzo?”.
Questa conversazione nell’ordinanza di arresto del Gip Maria Paola Tomaselli è stata elevata a ‘manifesto programmatico’ dell’associazione a delinquere sgominata dai magistrati di Roma.
Però nessuno spiega che il manifesto programmatico viene enunciato da Parnasi con riferimento a una vicenda che riguarda soldi dati al Pd, a Milano, e connessi da chi li ha dati allo stadio del Milan. Vicenda che magari non sarà penalmente rilevante ma che sarebbe stato più elegante non usare come ‘manifesto programmatico’ di un’associazione a delinquere che avrebbe corrotto esponenti M5s a Roma.
C’è poi un’altra stranezza da sottolineare: la conversazione di Parnasi su Sala è stata tagliata in un passaggio fondamentale nella prima nota dei carabinieri, quella del 20 gennaio 2018. I Carabinieri del Nucleo riportano che secondo Parnasi, il sindaco Sala gli era ‘gratissimo’ e che Sala avrebbe detto “perché senza Luca…” ma poi non riportano la fine del discorso del costruttore. I Carabinieri in quella nota ritengono ‘incomprensibile’ la frase finale di Parnasi. Così sparisce nella nota il concetto che Sala avrebbe detto: senza Luca “io non facevo la corsa elettorale”. Poi nell’informativa finale, giurano fonti dei Carabinieri, la frase attribuita a Sala sarebbe ricomparsa integralmente.
Comunque il sindaco Sala al Fatto ha spiegato: “Ho incontrato Luca Parnasi perché aveva ricevuto un incarico da parte del Milan per un’ipotesi di nuovo stadio. Durante l’incontro mi ha esposto l’idea di realizzare il nuovo stadio nello scalo Farini. Ho espresso le mie perplessità su questa ipotesi; posizione che è stata poi ribadita dall’assessore Maran durante un incontro tecnico. Infatti la cosa non ha avuto sviluppi. Per la campagna elettorale il PD Nazionale mi ha in parte finanziato direttamente e in parte ha veicolato alcuni suoi finanziatori. Tra questi c’era anche la signora Maria Luisa Mangoni, moglie di Sandro Parnasi, per la somma di 50mila euro. Smentisco categoricamente – prosegue Sala – di avere mai detto a qualcuno che ‘senza Parnasi non avrei fatto la campagna elettorale’, per la quale abbiamo raccolto un milione di euro. È quindi una cosa assurda! Il finanziamento è ovviamente avvenuto con modalità tracciabili e nel rispetto delle norme di legge ed è stato inserito, come previsto dalle norme, nel rendiconto già depositato presso la Corte d’Appello e reso pubblico nel settembre 2016, a conclusione della campagna. Conosco Roberto Mazzei. Dopo molto tempo che non lo vedevo l’ho incontrato casualmente durante le vacanze natalizie. In quell’occasione mi ha confermato che Parnasi voleva parlarmi dell’incarico ricevuto dal Milan per il nuovo stadio”.
Roberto Mazzei, sentito dal Fatto, conferma: “Ho incontrato Sala, che è un mio vecchio amico, in Oman a Natale. Sto svolgendo un incarico per Parsitalia, del gruppo Parnasi, e Sala mi ha parlato bene di Luca Parnasi ma non ricordo le frasi che lei mi riporta”.
I biglietti per l’addio di Totti: l’ennesima arma di scambio
Luca Parnasi è riuscito ad ingraziarsi la politica anche a colpi di biglietti per lo stadio (quello “vecchio”, l’Olimpico).
I più ambiti sono quelli di Roma-Genoa del 27 maggio 2017, ultima storica partita di Francesco Totti con i giallorossi. Parnasi ne parla al telefono con il direttore generale della Roma, Mauro Baldissoni. Il costruttore precisa che andrebbero accontentate solo le richieste di biglietti effettuate da persone che potrebbero essere funzionali al raggiungimento dell’obiettivo (ovvero la costruzione dello stadio). In fila per l’ultima del capitano della Roma c’è anche Matteo Salvini, ma la sua richiesta viene respinta: “Mi ha chiesto due tickets… – dice Parnasi – però io onestamente di Matteo me ne fregherei”. Le richieste arrivano anche da Francesco Boccia (Pd, all’epoca presidente della commissione Bilancio) e Claudio Santini (capo segreteria del ministero dei Beni Culturali). E poi c’è Luca Lanzalone, che chiede tre biglietti “da consegnare ad altrettanti esponenti nazionali del Movimento 5 Stelle” tra i quali uno particolarmente importante “che potrebbe essere funzionale a favorire, in tempi brevi, un accordo tra Raggi-Zingaretti-Pallotta”.