Il giallo Malagò: “Non sono indagato”

Tra i tanti buoni rapporti coltivati dall’intraprendente Luca Parnasi c’è pure l’amicizia con Giovanni Malagò, l’uomo al vertice dello sport italiano. Nelle carte dell’indagine sullo stadio della Roma c’è un intero capitolo sul rapporto con il presidente del Coni. Una “stretta relazione”, alimentata da interessi comuni. “Parnasi – si legge – interessa Malagò per la questione Stadio della Roma e per l’embrionale progetto dello Stadio del Milan e questi si offre come tramite per interloquire con personaggi istituzionali ovvero con la dirigenza della squadra calcistica”. Non solo il progetto di Tor di Valle, quindi, ma pure il nuovo impianto che per i rossoneri raccoglierebbe l’eredità di San Siro. I due ne parlano al telefono. Malagò vanta un “rapporto eccezionale” con i dirigenti milanisti. E il costruttore si dice fiducioso: “I tempi si stanno accelerando molto, tenuto conto che Sala (il sindaco di Milano, ndr) vuole annunciare l’accordo sugli stadi milanesi entro il mese di giugno”.

Gli ambiti in cui il presidente del Coni può essere utile sono svariati. Malagò può consentirgli di arrivare anche a Luca Lotti, all’epoca ministro dello Sport: “Parnasi – si legge – riferisce a Mauro Baldissoni (direttore generale della Roma, ndr) che sta per incontrare Malagò, affinché questi gli faccia conoscere tale Luca, che dal contesto della conversazione potrebbe identificarsi nel ministro dello Sport Luca Lotti”. Baldissoni, per la verità, esprime i suoi dubbi sull’utilità di questa iniziativa.

Da presidente del Coni Malagò si espone pubblicamente, senza reticenze, a favore dello stadio della Roma. Il Comitato Olimpico peraltro partecipa come consulente dell’Amministrazione statale alla conferenza dei servizi tramite uno dei suoi organi, il Cis (Comitato impianti sportivi). Il Cis, in sostanza, contribuisce alla formazione del parere positivo (con prescrizioni) da parte dello Stato sul progetto.

Ma come ogni buona amicizia, anche quella tra Parnasi e Malagò è caratterizzata da atti di generosità in entrambe le direzioni. L’11 marzo 2018 i due s’incontrano al Circolo Canottieri Aniene. Malagò presenta a Parnasi tale Gregorio, fidanzato della figlia. Lo scopo, scrivono gli investigatori, è il seguente: “Trovare con l’imprenditore una possibile intesa professionale”. Cioè un lavoro per il ragazzo. Nella stessa conversazione Parnasi parla di “sbloccare Piazza d’Armi”, un passaggio legato allo stadio del Milan.

Pochi giorni dopo, il 23 marzo, Gregorio viene effettivamente convocato nella sede di Eurnova per un colloquio di lavoro con l’imprenditore. La conversazione con Parnasi è cordiale e proficua, tanto che il costruttore lo presenta ai colleghi come “futuro collaboratore”. Si parla anche del fatto che l’uomo dovrebbe mantenere lo stesso “trattamento economico” del suo precedente impiego, quantificato in 4mila e 500 euro al mese.

Contattato dal Fatto, Malagò non ha voluto commentare queste circostanze. Il suo staff fa sapere che il presidente del Coni – che compare nell’elenco dei nominativi per i quali i pm avevano chiesto una proroga delle intercettazione telefoniche – “non è iscritto al registro degli indagati”.

Parnasi: “Sto a fa’ il governo” (con Giorgetti e Lanzalone)

Luca Parnasi non è un imprenditore qualunque. È l’immobiliarista romano che discute dell’accordo di governo tra M5s e Lega, ma anche dei ministeri. A casa sua si siedono allo stesso tavolo le due forze politiche vincenti. O almeno così Parnasi – ora in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione – si vanta al telefono con un suo collaboratore: “Il governo lo sto a fa io, eh”.

È il 12 marzo 2018, quando a casa Parnasi si incontrano Luca Lanzalone, pentastellato, presidente Acea (detenuta al 51% da Roma Capitale) e ora ai domiciliari per corruzione, e Giancarlo Giorgetti, uomo forte della Lega fresco di nomina a sottosegretario con delega per autorizzare l’impiego degli aeromobili di Stato. La vicenda emerge dalle carte dell’inchiesta dei pm romani Ielo e Zuin, sfociata negli arresti di due giorni fa.

Gli investigatori risalgono a questo incontro perché il 9 marzo Parnasi ne parla con Lanzalone. “La vicenda – è scritto negli atti della Procura – assume ulteriore rilievo in ragione delle disposizioni impartite da Parnasi ai suoi sodali affinché le operazioni di infiltrazione abbiano successo, con i conseguenti vantaggi economici che deriverebbero al gruppo imprenditoriale/criminale”. L’immobiliarista conosce bene l’importanza dell’operazione politica, tanto che chiede al suo commercialista di essere particolarmente preciso.

Dice Parnasi: “Ma poi abbiamo qua, altri 22 mila euro della campagna (elettorale, ndr). Scusami, tu qui non hai messo le cose, Lega e Eyu (Fondazione del Pd, ndr) Lega e Eyu li paghiamo ad aprile”. Chiede il professionista: “Si ma certo, mi aspettano loro, che non sei convinto?” E l’immobiliarista: “No, sono convinto, è solo di essere precisissimi che in questo momento io mi sono (…) Il governo lo sto a fare io, non so se ti è chiaro questa situazione”. Ma Lanzalone e Parnasi vengono intercettati più volte mentre parlano di politica. Ad esempio, il 6 aprile i due si incontrano: l’immobiliarista dice di aver incontrato “stamattina tale Giancarlo in aeroporto” e aggiunge “che una non meglio specificata cosa va chiusa velocemente perché l’altro Matteo martedì o mercoledì si incontrerà col Cavaliere. Continua dicendo che Giorgetti gli avrebbe detto che il contratto (proposta politica per un contratto di Governo avanzata dal M5s, ndr) va firmato subito, perché loro sono di Varese mentre ‘lui’ (evidentemente Di Maio Luigi, ndr) è di Pomigliano D’Arco”. Tra le risate, Lanzalone – per i pm è il consulente di fatto del Campidoglio – “dice che c’è una spinta forte dai media ad andare verso il Pd e non verso il centrodestra”.

Oltre le alleanze, secondo i Carabinieri, i due discutono anche dei futuri ministeri: “Parnasi propone una persona terza superpartes, poi spartendo i vari ministeri”. Poi l’argomento torna sulla cena dell’accordo M5s-Lega, quella del 12 marzo 2018, sostenendo che anche Di Maio ne era a conoscenza.

Parnasi chiede a Lanzalone “se Luigi (Di Maio, ndr) sa del lavoro fatto con Giancarlo (Giorgetti, ndr) e Lanzalone dice di sì. I due concordano che questa cosa sia stata utile”. Di Maio, interpellato dal Fatto, fa sapere che non sente parlare di Parnasi da oltre un anno, da quando si chiuse la vertenza sullo stadio di Roma e di non aver mai saputo di cene sul governo in casa del costruttore con Lanzalone e Giorgetti. Di Maio fa anche sapere che nelle ultime settimane i rapporti con Lanzalone si erano esauriti: il consulente puntava alla guida di Cdp e prendeva iniziative politiche non concordate con i vertici.

Ma l’immobiliarista è ben visto dalla politica grazie ai finanziamenti. I magistrati non hanno ancora verificato la liceità dei numerosi contributi. Scrivono i pm: “Parnasi incarica il sodale Gianluca Talone di eseguire delle operazioni sui conti societari citando alcuni partiti politici quali destinatari di tali movimenti bancari”. Cripticamente si parla di “tavoli”, anche se per i pm intendeva “cene da organizzare con candidati politici”. Ad un certo punto per esempio l’immobiliarista dice: “Alla Lega c’abbiamo cento e cento”, secondo i magistrati “affermando che è possibile utilizzare due società del gruppo”.

L’Espresso si era già occupato di finanziamenti “verdi” dell’imprenditore risalenti al 2015, in particolare dei 250 mila euro alla onlus di area leghista “Più Voci”. Parlando di questa erogazione – che i magistati ritengono lecita – con un collaboratore, Parnasi il 26 marzo “precisa” “di creare una giustificazione contabile retrodatata in virtù della quale sia possibile sostenere che l’erogazione sia avvenuta in favore di Radio Padania”. I pm disporranno verifiche su questo e altri contributi.

Operazione Gattopardo

L’indagine sul “sistema Parnasi”, che pareva limitata allo stadio della Roma e al mondo grillo-leghista, riguarda anche lo sbarco del palazzinaro capitolino a Milano. Luca Parnasi, ora in carcere, collegava le sue chance di costruire lo stadio del Milan ai suoi investimenti sulla politica: anche sul sindaco Pd di Milano Giuseppe Sala, che lo ringraziò (“io sono gratissimo a Luca… se non c’era Luca non facevo la corsa elettorale”) tramite il comune amico Roberto Mazzei, incontrato a Natale in vacanza in Oman. Che Parnasi finanziasse la destra (250 mila euro alla onlus leghista Più Voci), si sapeva; ora Sala, a domanda del Fatto, ammette che la moglie del costruttore finanziò pure lui, via Pd, con 50mila euro. Peccato che quell’intercettazione su Sala sia scomparsa dietro gli omissis nell’ordinanza del gip e nelle prime note dei Carabinieri fosse stata indicata come “incompresibile”. Sennò si sarebbe subito capito che il “manifesto programmatico” del sistema corruttivo, attribuito dai magistrati al caso dello stadio romanista, si riferiva in realtà alle parole di Parnasi sui soldi a Sala. Ieri Repubblica reclamava le solite dimissioni della sindaca Virginia Raggi per un fatto che non la vede protagonista né poteva conoscere (lo si è scoperto dalle intercettazioni): gli incarichi da 100 mila euro promessi da Parnasi al consulente M5S Luca Lanzalone. Dunque oggi, per coerenza, chiederà pure la testa di Sala per un fatto che lui conosceva: i 50 mila euro di Parnasi per la sua campagna elettorale e i suoi ringraziamenti tramite Mazzei, amico del costruttore (e di Bisignani). Noi pensiamo invece che, al momento, l’unico che doveva andarsene fosse Lanzalone, che ieri s’è dimesso da Acea su input di Di Maio.

Ma c’è una cosa che potrebbe fare in più chi, da Casaleggio a Di Maio, si dice “diverso” dagli altri: studiarsi attentamente le carte dell’indagine non dal punto di vista penale (che sarà valutato a dai giudici), ma politico, sociale e antropologico. Il quadro che emerge è un magnifico selfie di quel che accade in Italia quando cambia o rischia di cambiare il sistema con i suoi equilibri di potere. Ciò che è accaduto dopo il 4 marzo ha due soli precedenti in 72 anni di storia repubblicana. Quello dell’immediato dopoguerra, quando andarono al governo le forze politiche escluse dal ventennio fascista. E quello del 1992-‘94, quando crollò la Prima Repubblica sotto le macerie di Tangentopoli e l’istinto di sopravvivenza dell’Ancien Regime produsse subito un formidabile anticorpo al cambiamento: B. A bilanciarne il gattopardismo provvide una forza nuova e dirompente come la Lega di Bossi.

Che infatti dopo sette mesi lo buttò giù. Oggi il Gattopardo è la Lega di Salvini che, sotto le mentite spoglie del nuovo che avanza, ricicla tutto il vecchio che è avanzato (idee, persone, lobby, prassi), controbilanciato dall’elemento più nuovo che la politica italiana al momento conosca: i 5Stelle. Questi però non hanno né la solidità culturale, il savoir faire amministrativo e la classe dirigente adeguata per arginare il tracimante falso nuovismo leghista. E nemmeno per resistere ai tentativi di infiltrazione. Parnasi, Bisignani e quelli come loro sanno benissimo che i Di Maio e le Raggi sono inavvicinabili: hanno mille difetti, ma non la corruttibilità. E allora aggirano l’ostacolo e bussano alla porta dei Lanzalone, trovandola spalancata. Distinguere le verità dalle millanterie sarà compito dei magistrati. Ma leggere di riunioni in casa Parnasi fra Lanzalone e Giorgetti, leghista per tutte le stagioni, per “fare il governo” e di missioni di Lanzalone nei palazzi del potere per le nomine pubbliche dà l’idea della permeabilità del “nuovo” alle infiltrazioni del “vecchio”. Un movimento cresciuto troppo in fretta e chiamato troppo presto al governo con quadri improvvisati si affida agli “esterni”: tecnici, consulenti, boiardi, funzionari, avvocati presi a prestito dal privato, dall’università, dal Parastato, dalla Pubblica amministrazione, che magari sono fin troppo competenti, ma non necessariamente condividono i valori di chi li ha chiamati. E presto o tardi possono cedere a tentazioni di potere, di privilegio, di conflitto d’interessi o addirittura di corruzione. E allora può succedere di tutto: di azzeccare la scelta arruolando persone di valore (si spera che Conte lo sia) o di sbagliare clamorosamente portandosi il nemico in casa, come Marra, Lanzalone o Giordana (il braccio destro della Appendino dimessosi per una multa levata a un amico).

Troppi campanelli d’allarme per non porsi il problema strutturale di un Movimento nato sulla trasparenza, sull’onestà e sul civismo che potrebbe fare del bene all’Italia e invece rischia di perdere – e soprattutto di farci perdere – un occasione che potrebbe essere l’unica: la cronica mancanza di una classe dirigente autonoma, forte e preparata e responsabile, capace di attrarre le forze migliori della società. Col risultato di affidare la scelta di candidati, sindaci, assessori, ministri, sottosegretari e consulenti al caso, o al culo. Certo, quando poi la mela marcia salta fuori, ci si può consolare rinfacciando agli altri di essere peggio e di non cacciare nessuno nemmeno dopo la condanna definitiva. Ma, fermo restando che nessuno nasce dal nulla, tutti hanno una vita precedente e la fabbrica dei santi ha chiuso da un pezzo, una forza “diversa” dovrebbe darsi gli strumenti più adeguati per selezionare uomini e donne a prova di bomba. Altrimenti, di errore in errore, passerà fra la gente l’idea che sono tutti uguali, non si può cambiare niente e tanto vale riaffidarsi ai vecchi puzzoni. A noi, della sorte dei 5Stelle, importa poco o nulla: ma se anche stavolta le aspettative di cambiare venissero frustrate, nessun altro ci proverà mai più.

La “furia” spagnola colpisce il suo ct: via il Real Lopetegui

Il commissario tecnico che salta a 48 ore dal debutto mondiale. E non in una nazionale qualsiasi, ma nella Spagna plurititolata e tra le favorite assolute in Russia. Un caso senza precedenti. La Federazione spagnola ha licenziato in tronco l’allenatore Julen Lopetegui, ancora imbattuto sulla panchina delle Furie Rosse, ma colpevole di aver firmato proprio alla vigilia del torneo un contratto col Real Madrid, dove sostituirà Zinedine Zidane. L’addio a sorpresa del francese ha scatenato un terremoto che ora rischia di compromettere il Mondiale della nazionale iberica: dopo la vittoria della terza Champions League di fila, Zizou ha spiazzato la società con le sue dimissioni, e senza grandi alternative sul mercato il presidente Florentino Perez ha deciso di affidarsi a Lopetegui, forse proprio per il vantaggio di conoscere tanti calciatori che con lui giocano pure in nazionale. Non sarebbe stata la prima volta che un ct si presentava alla rassegna con un accordo con un’altra squadra (successe anche all’Italia con Antonio Conte agli Europei 2016, ad esempio), ma in questo caso a far infuriare la Federazione è stata la modalità della separazione: “Ci ha informato 5 minuti prima che la notizia divenisse pubblica, non si fa così”, ha spiegato il capo del calcio spagnolo, Luis Rubiales. Inutili i tentativi dei giocatori di ricucire lo strappo: il presidente non ha voluto sentire ragioni. Via Lopetegui, a guidare la Spagna ai Mondiali di Russia ci sarà Fernando Hierro, storico capitano del Real, senza alcuna esperienza in panchina. Ma alla squadra ora, più che un allenatore, serviva una bandiera.

Lo strano tifo italiano se mancano gli azzurri

Sono passati sette mesi da Italia-Svezia, ma c’è ancora chi non si rassegna all’idea che gli azzurri non abbiano staccato il biglietto per la Russia: erano sessant’anni che non succedeva. Quello che inizia oggi è un Mondiale diverso dal solito e per consolarsi (almeno un poco) gli italiani sono in cerca di altre squadre da tifare. Può essere l’affetto per un Paese e il suo popolo, o una simpatia tutta calcistica per i campioni altrui, soprattutto se a settembre torneranno nel campionato italiano, a vestire i colori del club per cui si fa il tifo.

Ricordate l’haka, la coreografia degli islandesi? Quel modo così particolare di esultare diventò famoso due anni fa, durante gli Europei: in molti iniziarono a tifare per l’Islanda, soprattutto quando riuscirono nell’impresa di sconfiggere gli inglesi, i padri del calcio. Quattro anni fa la stessa sorte toccò a Colombia e Costa Rica, che nel Mondiale brasiliano riuscirono ad arrivare fino ai quarti di finale. E quest’anno? In attesa magari di avere un nuovo, inaspettato, colpo di fulmine calcistico, per chi faranno il tifo gli italiani? Ecco alcune risposte autorevoli.

Roberto Beccantini – Per i miei pronostici, che ci sia l’Italia o no. E quindi quest’anno per il Brasile che ha un allenatore, Tite, che non sembra uno scienziato e non vuole passare per scienziato: già questo è un vantaggio. Il Brasile avrà la voglia di cancellare il 7 a 1 contro la Germania di quattro anni fa. E poi c’è una chicca statistica. Nei Mondiali in Europa hanno sempre vinto le europee, tranne una volta. Era il 1958, si era in Svezia e vinse il Brasile di Pelé e Garrincha. In quell’occasione l’Italia non si qualificò.

Rossella Brescia – Per il Perù grazie a Michele. Chi è Michele? È un peruviano che ho incontrato in trasmissione e che ho trovato simpatico. Allora tiferò per loro.

Massimiliano Bruno – Argentina, perché sono un grande ammiratore di Leo Messi e penso che a un talento così manchi solo la vittoria di un Mondiale per entrare definitivamente nella storia.

Maccio Capatonda (Marcello Macchia) – Per l’Italia perché non c’è.

Mimmo Calopresti – Per il Brasile, senza dubbi. Per Socrates su cui ho fatto anche un documentario. E poi per questioni affettive, per il modo in cui interpretano il calcio. Ma d’altronde tifo sempre per il Brasile e poi, solo occasionalmente, anche per l’Italia.

Silvia D’Onghia – L’Egitto perché è una realtà che ha bisogno di non spegnere i riflettori sul regime e, per questo, anche il Mondiale può aiutare (e poi, da romanista, c’è pure Mohamed Salah…). Se dovessi essere razionale, invece, direi la Germania: se guidano l’Europa possono guidare anche il calcio. E chissà che il nostro popolo di pallonari, punto nell’orgoglio, non reagisca.

Sabrina Ferilli – Croazia perché ha un buon centrocampo.

Massimo Giletti – Argentina per la sua scuola calcistica di livello, per la garra e la tigna. E poi perché metà Argentina è di origini italiane.

Antonio Padellaro – Innanzitutto per l’Egitto dove gioca Salah, grande rimpianto della Roma. Poi per il Brasile dove gioca il più grande portiere di tutti: Alisson. E infine per la Serbia, dove gioca Aleksandar Kolarov. Ovviamente il mio tifo è molto orientato.

Omar Pedrini – Per l’Argentina perché il mio nome è lo stesso di Omar Sívori, genio e sregolatezza. E per la Svizzera: potrebbe essere la sorpresa di questo Mondiale e ha la mia simpatia.

Edoardo Pesce – Per l’Italia… perché, non gioca? Allora per la Spagna, perché è Europa del sud.

Pinuccio (Alessio Giannone) – Uruguay, perché da piccolo mi piaceva Recoba, calciatore uruguagio dell’Inter. E poi, visto che non avrò una pensione, magari per la vecchiaia me ne vado ad aprire un bar da loro. Sempre che non eleggano pure loro uno come Salvini, un Salvininho.

Andrea Scanzi – Contro la Germania, come sempre. E per il Portogallo, come sempre. È anzi la mia seconda patria. Colpa, anzi merito, di Saramago. Di Pessoa, di Lobo Antunes. Di quelle terre così uniche che conosco bene e dove mi sento a casa. Certo, il mio Portogallo calcistico del cuore era quello di Figo e Rui Costa, che inciampò in finale a Euro2004 proprio a Lisbona (io c’ero). Questo Portogallo è meno talentuoso e più fighetto, oltre a CR7 non c’è molto e dopo l’epifania degli Europei di due anni fa non vincerà nulla per decenni. Non importa: la Lusitania è per sempre.

Gianmarco Tognazzi – Tifo sempre per i più deboli e improbabili, quindi direi per l’Islanda. Ma avrei voglia di trovare anche una squadra che abbia più possibilità di andare avanti e che non sia fra le solite Argentina, Brasile, Spagna e Germania. Un’outsider, forse un’africana… ma devo ancora decidere.

Paolo Ziliani – Croazia perché i croati ormai da tempo sono volti familiari del nostro campionato. Sono considerati indolenti e ingestibili, ma averne di giocatori così. Hanno una popolazione inferiore a quella dell’Emilia Romagna, ma sfornano comunque una nazionale piena zeppa di calciatori di classe. E poi c’è Modric, per me — insieme a Iniesta — il miglior centrocampista d’Europa.

Il giocattolo di Putin costato 11 miliardi. Per apparire grandi

Grandiosi, propagandistici, divertenti e terribilmente costosi: i Mondiali di Russia sono il giocattolo di Vladimir Putin. Il senso di portare fino alla sperduta Ekaterinburg, nel cuore della Transiberiana, la Coppa del mondo di calcio che forse non a caso la madre Russia non aveva mai ospitato, non sta nei magnifici impianti in cui si giocheranno le partite, e di cui nessuno sa cosa fare dopo il torneo. Nemmeno delle infrastrutture, sacrificate sull’altare di altri investimenti. Figuriamoci se nello sviluppo o la passione del pallone, che da queste parti ha un sacco di problemi e continuerà ad averli in futuro, tra fallimenti di club, spese scriteriate e giovanili trascurate.

La risposta a tutte le domande sull’evento che da oggi alla finale del 15 luglio terrà incollati gli occhi del pianeta è sempre lui, l’uomo che i Mondiali li ha voluti e adesso è pronto a raccoglierne i frutti.

Alle 18 ora locale (le 17 italiane) inizia il torneo con la non irresistibile sfida fra la nazionale di casa e l’Arabia Saudita. A Mosca, dove si gioca il match inaugurale, è tutto pronto: lunedì 25 mila persone hanno partecipato alla festa d’apertura, attratte più da concerti e spettacoli che dall’evento in sé (e infatti non è detto che lo stesso avvenga nei prossimi giorni per le partite). A San Pietroburgo, l’altro centro principale, è ancora tutto uno scalpiccio di preparativi: c’è chi finisce di montare gli ultimi pannelli intorno allo stadio e alla Fan zone, chi pianta fiori nelle aiuole, chi pulisce strade e stazioni. Di Marocco-Iran, prima gara in calendario domani, si preoccupano in pochi: sarà al massimo una prova generale per quando in città arriverà la nazionale, magari accompagnata dal presidente. L’obiettivo non sono le partite ma fare bella figura: davanti a lui, davanti al mondo.

Per questo la Russia ha speso uno sproposito: secondo stime ufficiali, 11 miliardi di dollari, ben più del budget previsto inizialmente. Se non sarà il Mondiale più caro della storia, è solo perché 4 anni fa al Brasile sfuggirono le cose di mano (e oltre 15 miliardi di tasca); ma qui nel conto mancano gli extra che esploderanno a fine torneo, ci sono tutte le premesse per stabilire un nuovo primato. Per fare cosa non è molto chiaro: si parla di soli 3-4 miliardi in infrastrutture (aeroporti, strade e ferrovie); il grosso se ne è andato in altre spese e negli stadi (almeno 5 miliardi), quasi tutti autentiche cattedrali nel deserto. Qualcuno ha chiesto se non si sarebbe potuto risparmiare: “Forse sì”, ha ammesso Vladimir Kirillov, vice-governatore di San Pietroburgo. “Ma abbiamo avuto un sacco di spese per la sicurezza. E poi volevamo fare le cose per bene”. Appunto.

È questione di apparenze, dimostrazioni di forza. Anche l’ordine pubblico: da queste parti vale un po’ il principio per cui più poliziotti si vedono in giro, più ci si sente al sicuro. In Russia ci sono circa 900 mila agenti di polizia: nessuno sa quanti ne saranno impiegati per la Coppa del mondo, ma le altre città sono state letteralmente svuotate per presidiare in maniera massiccia quelle ospitanti. A ogni angolo e ingresso della metro, davanti agli stadi o ai monumenti, c’è sempre un ufficiale in divisa dall’aria torva a cui però è stato ordinato di essere meno brusco del solito, almeno per questo mese. Lo stesso alla dogana: il governo ha dovuto fare concessioni allo strettissimo regime di visti, ma non ha rinunciato a ispezionare documenti, bagagli e persino dispositivi elettronici di ogni singolo visitatore. Tutto deve funzionare alla perfezione: magari nelle stazioni delle città più periferiche, o nelle stanze dei ritiri delle squadre meno blasonate, qualcosa fuori posto ci sarà. Ma la prima impressione è buona ed è quella che conta, se poi non ci saranno imprevisti. A Putin la Coppa del mondo, come già le Olimpiadi invernali di Sochi 2014, serve per restituire un’immagine positiva del suo Paese, moderno, efficiente, potente. E a farsi applaudire pubblicamente, come successo ieri quando il presidente della Fifa, Gianni Infantino, ha interrotto il congresso decisivo per l’assegnazione del Mondiale 2026 per tributargli i dovuti omaggi. “Lo sport va oltre la politica”, si è raccomandato Putin. Ma se i Mondiali sono qui è soprattutto per questo. Finiti gli ossequi al padrone di casa, l’assemblea ha deciso che la prossima edizione (dopo quella invernale del 2022 in Qatar), si terrà in Usa, Messico e Canada, tutte insieme: un inedito torneo a 48 squadre (oggi ce ne sono solo 32) in addirittura 3 nazioni e 16 città diverse, distanti tra loro fino ad oltre 4.500 chilometri. Dimentichiamoci il Mondiale come l’abbiamo conosciuto. Il Marocco, che puntava su un format compatto e sul fascino arabo, è stato battuto nettamente: troppo alti i rischi di organizzazione in un Paese ancora in via sviluppo, ma soprattutto troppo bassi i ricavi previsti, a fronte della prospettiva di oltre 14 miliardi di fatturato promessi dalla candidatura nordamericana. “Follow the money”, dicono loro.

Intanto, però, tocca alla Russia. Qui contano di più magnificenza e orgoglio: concetti semplici, su cui il presidente e il suo popolo sembrano tutto sommato in sintonia. Nonostante le spese fuori controllo, il clima di festa che ancora non si sente, le ombre su sicurezza, rispetto dei diritti umani e violenze degli hooligan, un Mondiale è sempre meglio averlo che non: i russi sono fieri soprattutto di ospitare un grande evento planetario, anche se la manifestazione interessa relativamente, e il pallone ancora meno. “La Russia nella storia non è mai stata conquistata, ma ora sarà conquistata dal calcio”, ha detto ieri Infantino. Invece succederà ancora una volta il contrario.

Helena Janeczek e altri quattro per vincere lo Strega

Premio Strega:è pronta a partire la fase conclusiva della manifestazione culturale. Ieri sera infatti, in Casa Bellonci, è stata decisa (accade così dal 1947) la lista dei cinque finalisti dell’edizione 2018 (i votanti sono stati 660). A contendersi la vittoria saranno Helena Janeczek (per ora prima classificata) con “La ragazza con la Leica” (Guanda) che ha ottenuto 256 voti; Marco Balzano “Resto qui” (Einaudi) cui sono andati 243 voti; Sandra Petrignani con “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” (Neri Pozza) con 200 voti; Lia Levi con “Questa sera è già domani” (Edizioni E/O) con 173 voti; Carlo D’Amicis con “Il gioco” (Mondadori) con 151 voti.

Il vincitore, dopo la votazione finale elettronica (si svolgerà dalle ore 10 di lunedì 18 giugno alle ore 13 di giovedì 5 luglio), sarà proclamato giovedì 5 luglio durante la cerimonia di premiazione che si terrà nella cornice del ninfeo della Villa di Papa Giulio III.

“Lavoro in tv: scovo sosia di bambolotti”

Francesco Muzzopappa torna oggi in libreria con “Heidi”, un romanzo che racconta la vita paradossale di chi deve inventare nuovi format tv. La protagonista è Chiara (chiamata Heidi da suo padre). Abbiamo chiesto all’autore di scrivere un racconto dal punto di vista di Chiara.

 

Ciao, sono Chiara, e lavoro in una azienda maschilista. Mentre i miei colleghi hanno una “carriera” io ho semplicemente un “impiego”. Nonostante tutto, lo porto avanti con passione: di lavoro faccio casting in un’importante azienda italiana che si occupa di contenuti televisivi. È il mio contributo all’evoluzione dell’umanità.

Guardate la tv anche voi, no? Bella, no? (Il sarcasmo resta ancora la migliore forma di umorismo). Ecco, i freak che il più delle volte pascolano nelle trasmissioni pomeridiane e serali passano prima dal mio ufficio. “Si accomodi” è il mio secondo nome.

Fino a qualche tempo fa cercavamo talenti autentici: veri cantanti, veri ballerini, veri acrobati, veri imitatori. Ora ci accontentiamo di quasi cantanti, parodie di ballerini, nuove forme di acrobati, imitazioni di imitatori. Siamo passati dalle star ai sosia delle star, ai sosia delle bambole: il doppione di Ken, la copia di una Barbie, il muscolosissimo Big Jim. Gente di plastica da mettere in case di plastica.

Entrano in Tv attraverso il cavallo di Troia dei talent e poi finiscono per infettare l’intero palinsesto. Di norma si tratta di depressi ad alto funzionamento che cercano solo di sfuggire al proprio destino esibendosi davanti a una telecamera. Sto parlando di giovani cantanti che non saprebbero distinguere Joni Mitchell da un’ascella, ex pornoattrici diventate con successo ex ministri, rapper che usano il loro unico, straordinario neurone per mettere in rima il disagio indossando abiti Louis Vuitton.

La verità è che, come nella vita comune, la meritocrazia non paga più. In piena epoca Instagram, in cui basta una foto con un bel “filtro color ittero” per sentirsi qualcuno, ci si convince di essere speciali pur non avendo nemmeno i requisiti per essere definiti “normali”. A ben vedere, i social stanno creando più disagio di un qualunque governo laburista. D’altronde i canali, dall’avvento del digitale terrestre, si sono moltiplicati come conigli, e fornire materiale umano per programmi scadenti è la nuova frontiera. Ultimamente sto lavorando per 24 ore dal dermatologo, Obesi si nasce e Il Boss delle Canne Fumarie, un programma su un uomo che esplora camini come Magellano.

Inquinare l’humus televisivo con modelli psichiatrici non è una mia scelta, sia chiaro. Il mio capo, un famoso dirigente d’azienda pescato dalle stanze di un ricovero per dementi, sostiene sia esattamente questa la direzione da dare ai palinsesti televisivi: scarti d’umanità. Se il pubblico segue con interesse cuochi e pasticceri che insultano, tutorial su come si smaltano le unghie e programmi su come si vende, compra, vernicia e svernicia casa, allora perché opporsi?

Gli spettatori, dice il mio capo, devono potersi sentire migliori dei personaggi che vedono in tv. Definirlo un idiota significherebbe minimizzare il suo talento. È che certi canali, ormai, sono così infettati che andrebbero messi in quarantena. L’altro giorno, per dire, facendo zapping sono capitata su un programma in cui si stava facendo l’applauso a un sugo. Il pubblico si spellava letteralmente le mani per un ragù.

Allora io, ho pensato, con il mio arrosto dovrei riempire i palasport. Spero di vivere abbastanza a lungo per assistere al D-Day del cambiamento, avrei detto fino a ieri. Ed è qui che viene il bello.

La vita all’improvviso ti sorprende e dal ruolo marginale in commedia ti porta al centro del cartellone e con un altro nome: Heidi. Ma sarebbe troppo complicato da spiegare qui, adesso. Posso solo dire che per descrivere questi giorni servirebbe una frase di Jung: “Datemi un uomo sano di mente e lo curerò per voi”. Sto facendo una fatica, ma forse vedo la luce.

Bibi, la mossa del cavallo: acqua agli iraniani

Il confronto fra Israele e Iran sempre sull’orlo della guerra, si arricchisce di un nuovo capitolo, destinato a lasciare il segno. Con un post su Twitter senza precedenti, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è rivolto, in inglese, al popolo iraniano. Dopo essersi versato un bicchiere d’acqua, il premier ha spiegato che Israele è all’avanguardia nella depurazione e il riutilizzo di questo fondamentale elemento per la vita. “Disponiamo di una tecnologia capace di sventare il disastro”, ha assicurato Netanyahu ma ha ricordato che a causa dell’ostilità del regime degli ayatollah verso tutto ciò che è ebraico, Israele non può inviare in Iran i propri esperti. “Siete sotto un regime incapace di risolvere i vostri problemi, nella tecnologia come nell’agricoltura – ha detto Netanyahu – incompetenza e inesperienza mettono in pericolo le vite di coloro che vivono di agricoltura, il popolo israeliano è vicino al popolo iraniano e per questo vuole aiutarlo a gestire un bene prezioso: l’acqua”. Come un consumato attore, Netanyahu ha spiegato che Israele è il leader mondiale nella desalinizzazione dell’acqua – rendendola potabile per le popolazioni e per l’agricoltura – e nella tecnologia dell’irrigazione drop by drop, che fornisce a ogni singola pianta esattamente l’acqua di cui ha bisogno. Da adesso, ha poi aggiunto il premier, gli iraniani stessi potranno consultare un sito israeliano, in lingua farsi, dove troveranno consigli su come riciclare l’acqua e combattere la siccità. Il messaggio del premier è stato subito notato in Iran ed in poche ore è stato visto quasi 100.000 volte.

Nonostante la tensione permanente, già all’inizio degli anni 2000 Israele forniva alla Repubblica degli ayatollah sementi per l’ agricoltura, macchine agricole, ma soprattutto grandi sistemi di dissalazione. Era possibile attraverso intermediari. In questo caso la Turchia, che all’epoca aveva eccellenti relazioni con Israele. I macchinari venivano acquistati da una compagnia turca, che li riesportava verso l’Iran. Poi le relazioni fra Israele e Turchia sono degradate e il commercio si è interrotto.

La mossa del premier Netanyahu è estremamente sofisticata, mira a spiegare agli iraniani che i due popoli sono amici e possono essere solidali, è il regime degli ayatollah che vede in Israele un nemico. Del resto i progressi fatti da Israele in agricoltura sono sotto gli occhi di tutti. Solo pochi anni fa era afflitto da una delle peggiori siccità dell’ultimo millennio, nel 2008 si sfiorò la catastrofe ambientale. Una minaccia che ancora permane per i sistemi agricoli di Paesi della regione come Giordania, Iraq e Iran. Israele, invece, è fuori dall’emergenza. Negli ultimi 10 anni c’è stata una vasta campagna contro lo spreco dell’acqua, servizi igienici e docce a basso flusso sono stati diffusi a livello nazionale, mentre sono stati costruiti sistemi innovativi di trattamento dell’acqua che riutilizzano oltre l’85 % di quella di scarico; filtrata, viene destinata all’agricoltura. Allo stesso tempo si è ricorsi agli impianti di desalinizzazione cercando di abbattere i costi di manutenzione che rendevano l’acqua desalinizzata troppo cara. Israele ha realizzato miglioramenti tecnologici nei sistemi di filtraggio naturali con alghe, pietre laviche e altri micro-organismi. In questo modo i costi per l’acqua dolce si sono abbattuti e oggi il 55 % dell’acqua che esce dai rubinetti nelle case è desalinizzata.

“Jihad” al Bataclan, il rapper che spacca in due la Francia

Il concerto del 20 ottobre è già sold out. Restano ancora dei posti per la data del 19. Al Bataclan canterà Médine con il suo rap che parla di jihad e i francesi, chi in nome della legge, chi della decenza, non sanno se sia un bene o no.

Il teatro-simbolo dell’attacco degli estremisti islamici avvenuto il 13 novembre 2015 non intende cancellare i due concerti che figurano in locandina da settimane. Ed è scoppiata la polemica.

Tutto è iniziato il 7 giugno quando su Twitter sono circolate le strofe di una canzone di Médine, Don’t Laik, uscita nel gennaio 2015, per caso pochi giorni prima dell’attentato a Charlie Hebdo. “Crocifiggiamo i laici integralisti come sul Golgota”, “Marianne è una Femen con ‘Fuck God’ tatuato sul petto”, “Metto fatwe sulle teste degli idioti”: anche questo canta Médine Zaouiche.

Alcuni intellettuali già tre anni fa lo avevano definito un inno all’intolleranza. Il rapper si era spiegato: “È rap, non un pamphlet islamista. Non una critica della laicità ma di come la si usa, di come si trasforma sempre più in propaganda anti-religiosa”. Nel 2017 si era tornato a parlare di lui quando l’École normale supérieure lo ha invitato a dibattere di letteratura con gli studenti. Il prestigioso istituto di Parigi era stato insultato sul web. E Médine aveva risposto: “Le mie canzoni rientrano in una tradizione di opere caricaturali che esagerano le rappresentazioni apposta per estrarne un contenuto assurdo e contraddittorio. È sbagliato attribuirmi considerazioni comunitariste che invece critico”. Eccolo il rapper, 35 anni di Le Havre e genitori algerini, sguardo scuro, barba folta, al centro della polemica. Uno che canta quelle cose e poi parla così, che da una parte sostiene il comico Dieudonné, più volte condannato per razzismo, e dall’altra abbraccia la causa della minoranza Rohingya in Birmania: una fonte continua di contraddizioni.

“Ma chi si è dato la pena di ascoltare le sue canzoni prima di sparare a zero?”, si chiedeva Libération nei giorni scorsi. Quei testi, spiegava il quotidiano, “pullulano di riferimenti storici, politici e religiosi (di tutte le confessioni)”, sono pieni di “ironia e espressioni figurate che non vanno prese alla lettera”. Médine si è fatto conoscere nel 2004 con “Alger pleure”, canzone sulla guerra d’Algeria e sulla sua vita di figlio di immigrati: “Sono di sangue misto, un po’ colonizzatore, un po’ colonizzato”.

Nel 2005 è uscito l’album Jihad, sottotitolo: “La lotta più grande è contro se stessi”. Sul concerto al Bataclan, alcuni hanno chiesto di farlo vietare. Per Laurent Wauquiez, presidente della destra dei Républicains, far cantare Médine dove il terrorismo ha ucciso 90 persone è un “sacrilegio”. Per la leader dell’estrema destra, Marine Le Pen “non è accettabile che vada a vomitare lì le sue porcherie”. Il governo si contraddice. Prima è stata difesa la scelta del teatro facendo appello alle legge per la libertà di espressione e di riunione (se non ci sono rischi per l’ordine pubblico). Poi ieri il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, non ha escluso che il concerto possa essere vietato se dovesse sollevare disordini.

Le reazioni di chi ha vissuto la tragica sera del 2015 divergono. Un avvocato delle vittime chiede di annullare le date. Uno dei sopravvissuti, Emmanuel Domenach, condanna invece l’ “ipocrisia” di certi politici che sfruttano l’occasione per “farsi vedere”. Il rapper è tornato a spiegarsi. Come già fatto altre volte ha condannato il terrorismo. Poi ha denunciato la “strumentalizzazione” politica delle sue canzoni: “Vogliamo davvero che sia l’estrema destra a dettare la programmazione dei nostri teatri?”.