Non tutte le colpe sono dei candidati

Facile dare la colpa alla politica. Ma quando tocca a loro, gli elettori scelgono come sindaci quelli che consideravano responsabili dei loro mali. Diciamolo, la responsabilità è anche dei cittadini. In Liguria torna il partito del cemento. Tra dieci giorni sulla scheda del ballottaggio a Imperia si sceglierà il sindaco tra Claudio Scajola e Luca Lanteri, suo ex delfino e assessore all’Urbanistica negli anni del mattone.

Sì, proprio due tra i responsabili – politicamente, non penalmente – della catastrofica operazione del porto di Imperia. I resti sono lì, sotto gli occhi degli imperiesi: moli infiniti e mezzi vuoti, opere a terra da fare (magari a spese pubbliche), silos per auto trasformati in palude sotterranea. Ai piedi del centro storico, del gioiello che è il Parasio, scheletri di palazzi mai ultimati.

Ma chi ha sostenuto il progetto sarà sindaco della città.

Non è colpa dei candidati. Fanno il loro mestiere di politici di lunghissimo corso. Si può puntare il dito sui partiti: Scajola si è candidato da solo, ma Lanteri è stato sostenuto da Forza Italia, Lega (quella del cambiamento!) e Fratelli d’Italia. Una parabola simbolo: Lanteri scajoliano, poi passato al Pd di Raffaella Paita (avversaria di Giovanni Toti), poi ripresentato proprio da Toti. Uno schieramento che gli avversari chiamano ‘la betoniera’. Gli imperiesi potranno scegliere tra l’originale e la copia. Ma sono loro che li hanno portati al ballottaggio con 7.397 voti a Scajola e 6.012 a Lanteri.

Ad Alassio torna Marco Melgrati, architetto e sindaco quando le alture erano una selva di gru. “Sono stato indagato 29 volte, per fesserie legate a questioni urbanistiche. Sempre archiviato”, taglia corto Melgrati. Che è stato eletto al primo turno con il 33.2%.

Oggi come quindici anni fa. Quando nel 2003 Scajola e Lanteri volarono in elicottero accompagnando l’imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone e il furbetto del quartierino Gianpiero Fiorani (recentemente avvistato con Toti) in un sopralluogo dal cielo per individuare aree dove investire i proventi di chissà quali affari.

Erano anni in cui il pm antimafia Anna Canepa diceva: “La colata di cemento che, con la benedizione di tutte le forze politiche, sta per abbattersi sulla Liguria deve essere oggetto di grande preoccupazione, per non dire di allarme”. Era in gioco l’ambiente, cioè qualità di vita e bellezza. Con turismo (20% del Pil ligure) e occupazione: i turisti scappano da costiere che ricordano le periferie di Milano, come disse Maurizio Maggiani.

In quegli anni la Liguria – secondo l’Istituto Centrale di Statistica – era prima in Italia per consumo di territorio: -45,5% di superficie libera da costruzioni tra 1990 e 2005. Poi arrivò il piano porticcioli, caro al centrosinistra dell’allora governatore Claudio Burlando: si realizzarono diecimila nuovi posti barca, uno ogni 47 abitanti.

Non c’era rosso o nero, in quella Liguria, il grigio del cemento univa. Così la banca rossa del Monte dei Paschi si lanciava nel progetto di un mega-porticciolo da mille posti alle foci del Magra, che un anno sì e l’altro pure provoca disastri. Dietro le Cinque Terre nasceva un outlet in una zona alluvionabile secondo lo stesso assessore regionale all’Ambiente, all’epoca di centrosinistra. A La Spezia volti noti di destra e sinistra lanciavano il colossale progetto di waterfront miliardario a base di grattacieli. Poi sembrò arrivare una primavera: nascevano comitati, i liguri dicevano ‘no’ alla svendita della propria terra. I responsabili politici di quelle scelte furono puniti alle elezioni: il centrosinistra quasi sparì – ha perso la Regione e oggi tutti i capoluoghi – ma anche i signori del centrodestra, come Scajola, Lanteri, Melgrati uscirono di scena. Liguria 2018: eccoli di nuovo tutti. Un pregio queste elezioni lo hanno avuto, hanno chiarito chi sono i mandanti del cemento: gli elettori.

Caro monsieur le président, chiediamo excuse

Monsieur le président, con questa mia siamo qui a dirvi excuse-moi, per i nostri ministri così cafoni e imprésentables. Cosa vuole, noi mica c’abbiamo l’Ena, che forma classi dirigenti preparate, competenti, molto charmant e tanto tanto umane. Ci dobbiamo accontentare di gente così. Il suo jeune portavoce martedì ci ha detto che siamo vomitevoli (à vomir), a causa dell’affaire Aquarius e della mossa del nostro vice premier in felpa. Vi domanderete. ma non ce l’ha un coutourier che lo vesta, ‘sto straccione? Anche adesso che si deve mettere giacca e cravatta tutti i giorni ha l’aria mal fagotée, come dite voi. Del resto, en toute confiance, le chemises gliele stira l’Elisa, fidanzata soubrette televisiva, mica Brigitte. Ma revenons à nous: per superare la “gaffe”, è intervenuto il portavoce del vostro educatissimo governo che ha corretto il tiro, spiegando che si è trattato di una “forma di cinismo e irresponsabilità” (cynisme et irresponsabilité). Un commento diplomatico e respectueux, non fosse che qui nella terra della pizza e del mandolino abbiamo il sangue caldo e l’abbiamo presa male: il soleil picchia forte. E dire che questi nuovi barbari dovrebbero avere fatto il callo (l’habitude) alle critiche e alle offese: certi giornali della gauche (caviar) ci vanno giù pesanti da che si è insediato il governo degli zozzoni. L’altro giorno han scritto che il governo teneva in ostaggio bambini e donne encientes. Voi, in casi così, siete molto più pratici ed efficaces. Il 23 marzo Beauty – nigeriana, malata, incinta di sette mesi – cercava di raggiungere la sorella in Francia, tentando la traversata del Colle della Scala. Ma nulla sfugge alla vista dei vostri distinti agenti della Gendarmerie: è stata intercettata e tout de suite convinta a tornare indietro. Poi ha dato alla luce il suo bambino a Torino e si è gentilment trasferita all’altro mondo, senza sfiorare il suolo francese. Sono così tanti a voler venire in France che c’è da capirvi: provano a passare Bardonecchia, da Claviere e dal Monginevro. Les sport d’hiver sono molto gettonati tra gli africani, ma mica possono venire tutti a ciaspolare sulle Alpes françaises, tra quei villaggi ordinati e tres caractéristiques. Infatti qualche giorno prima della morte di Beauty, Benoit Ducos, una guida alpina del Briançonnais, è stato indagato dalla magistratura per aver caricato in auto una donna che stava per partorire.

Donc, qui bisogna correre ai ripari, cher Emmanuel. Se in un intervallo della marche trionphale lei avesse tempo di darci qualche lezione di umanità e accoglienza sarebbe molto utile. Chi meglio di voi, può insegnarci la Liberté, Égalité, Fraternité? In questi temi conta molto l’expertise: il vostro passato di comment dire… turisti, viaggiatori, esportatori di civiltà in India, Canada, Algeria, Marocco, Congo, Niger, Senegal, Mali, Camerun… vi rende molto adatti a trasmettere il sapere dell’intégration. Noi siamo storicamente inadatti, évidemment, al massimo abbiamo fatto una gitarella in Abissinia e in Eritrea ma niente a paragone della vostra grandeur. Anche gli spagnoli in questa vicenda degli ostaggi della nave, ci hanno maltrattati e pure loro – grandi viaggiatori nel passato – potrebbero farci dei corsi d’aggiornamento. Certo in cinque secoli di voyage transcontinentales i morti si contano a decine di milioni, ma il progresso ha i suoi prezzi.

Ps: Non so se all’Ena hanno tempo per occuparsi di queste facezie (bêtises), ma Asterix è solo un fumetto. Clair?

Csm, cosa insegna il caso Finocchiaro

Sembra che, finalmente, il buon senso inizi a far breccia nelle “ovattate” stanze del Palazzo dei Marescialli. Il 6 giugno il Csm, su richiesta del ministro di Giustizia, ha collocato al ministero, non in posizioni apicali, due magistrate, veterane della politica, Anna Finocchiaro e Doris Lo Moro, non ricandidate alle scorse elezioni. Ha aderito, così, il Csm alla tesi, sostenuta insistentemente anche da questo giornale, secondo cui, al termine del mandato parlamentare, i magistrati non debbano essere assegnati a uffici giudiziari ma al ministero con funzioni amministrative.

Operando in tal modo, il Csm ha evitato il ripetersi di quella situazione – che ha suscitato vivaci proteste – che ha riguardato la magistrata Donatella Ferranti la quale, dopo circa 18 anni di fuori ruolo di cui 10 come parlamentare del Pd, è stata assegnata alla Suprema Corte di Cassazione ove vengono “forgiati” i principi di diritto. Ma si è soprattutto evitato che due magistrati che da circa 30 anni non indossano la toga – la Lo Moro dal 1994, la Finocchiaro addirittura dal 1988 (prima che entrasse in vigore il “nuovo” codice di procedura penale che ha oramai quasi 30 anni) – potessero ancora amministrare Giustizia nei confronti di cittadini dubbiosi oramai della sicura terzietà delle magistrate, entrambe caratterizzate da un grandissimo impegno partitico e politico (Lo Moro: sindaco, assessore regionale, deputata, senatrice del Pd; Finocchiaro: consigliere comunale, candidata alla presidenza della Regione siciliana, deputata, senatrice, capogruppo al Senato del Pd, membro della segreteria e della direzione nazionale per il Pd, nonché membro del comitato nazionale per il Pd e, infine, ministro). Ora, a questo primo timido tentativo posto in essere dal Csm, deve seguire immediatamente una legge che – in attuazione di quanto previsto in quello che impropriamente viene definito “contratto” di governo secondo cui “il magistrato che vorrà intraprendere una carriera politica deve essere consapevole del fatto che, una volta eletto, non potrà tornare a vestire la toga” – vieti al magistrato, terminato per qualsiasi causa il mandato politico, di esercitare l’attività giurisdizionale consentendogli solo l’esercizio di funzioni amministrative presso il ministero di Giustizia senza possibilità di occupare posizioni apicali (capo dipartimento, direttore generale, capo dell’ufficio legislativo, capo dell’ispettorato generale, ecc.). Sarà, in tal modo, possibile anche ritenere che il periodo in cui è stato espletato il mandato politico non venga considerato utile ai fini della progressione e dell’anzianità di servizio, così abolendosi quelle improprie (ma sempre lusinghiere), valutazioni di professionalità con le quali si è riconosciuta al magistrato fuori ruolo – che per anni e anni non ha redatto una sentenza, non istruito un processo, non ha tenuto un’udienza – l’idoneità a svolgere funzioni direttive, anche superiori.

Con la medesima legge dovrà provvedersi a vietare che i magistrati possano essere collocati fuori ruolo, impedendo, quindi, loro la possibilità di assumere incarichi che prevedono addirittura la chiamata diretta del governo per svolgere il ruolo di capo di Gabinetto, direttore generale, capo dell’ufficio legislativo, consulente o esperto giuridico nelle ambasciate, negli organismi internazionali, nelle autorità di controllo (oltre che nelle giunte regionali), distacco che può durare addirittura dieci anni. In tal modo, da un lato si evita che, attraverso il “carosello” di incarichi, si stabilisca un improprio intreccio tra giustizia, politica, ministeri e stanze del potere e, dall’altro lato, si recuperano, all’attività giurisdizionale, i magistrati fuori ruolo.

Ed è davvero inaccettabile che vengano distolti dalle loro funzioni, per le quali (e solo per le quali) si è stati assunti, 200 magistrati per destinarli ad altre, diverse funzioni quando si è stati costretti – per non far crollare del tutto l’inefficiente sistema – a far ricorso a (mal retribuiti) giudici onorari al punto tale che il 50% (destinato ad aumentare al 70% per l’aumento delle competenze previsto dal D. Lgs. n° 116/2017) del contenzioso viene definito dai Giudici Onorari di pace (Gop, categoria che riunisce gli ex Got e i giudici di pace), e al punto tale, francamente inaccettabile, che in tutti i tribunali italiani l’accusa innanzi al tribunale penale monocratico è rappresentata dai viceprocuratori onorari (Vpo). Gop e Vpo che, nominati dal Csm, per anni esercitano le funzioni giurisdizionali e ciò nonostante che la Carta (art. 106) prescriva che “le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso”.

Zig zag, sudore zero e il niet a B.: dove va l’aplomb di Giggino

Timonata da Matteo Salvini, l’Aquarius gli è passata sopra. Lo ha stordito senza spettinarlo. E lo ha lasciato lì a galleggiare. Ma visto che non sappiamo ancora molto di lui, a parte la cravatta, abbiamo il tempo di ricominciare dai fondamentali. Luigi Di Maio – Avellino, 6 luglio 1986 – è alto un metro e settanta, pesa 73 chilogrammi, e nonostante sia nato nella piena bambagia digitale dei Millennial, ogni tanto bacia l’ampolla del sangue di San Gennaro e il sangue si scioglie. Dunque fa miracoli, il più cospicuo dei quali, è lui.

A dieci anni sognava di fare il poliziotto con la pistola. A diciotto staccava biglietti allo stadio. A ventisei è diventato vicepresidente della Camera. A trentadue – cioè oggi – ministro del Lavoro, nonché vice premier, nella nuova Italia giallo-verde che ci circonda. Il tutto senza mai una visibile goccia di sudore. Luigi, detto Giggino dagli amici, detto Luigiotto in famiglia, è apparso a Beppe Grillo un giorno di marzo a Pomigliano d’Arco, circonfuso dalla quieta luce di 59 preferenze: erano le Regionali del 2010. Risultò non eletto. Ma per l’eterogenesi dei fini, meglio gli andò. Impegnandosi nei successivi Meetup nazionali, finì per farsi candidare dal Capo alle Politiche del 2013, diventare il deputato più elegante del Movimento, nonché suo cocco permanente: “Imparo da lui anche quando sta zitto”, ha dichiarato Beppe. Il che, considerando la logorrea del Fondatore, è molto più di un complimento.

Purtroppo impegnandosi assai nell’ascensione, Luigi Di Maio s’è dimenticato di studiare. Dopo il diploma al liceo classico e nonostante le preghiere della mamma insegnante di Lettere e latino, si è fatto un paio di passeggiate dentro le facoltà prima di Ingegneria, poi di Giurisprudenza, ma niente esami. Il suo libro di formazione è stato La storia d’Italia di Montanelli e Cervi. E la biografia di Sandro Pertini. Ruvido dispiacere per il padre Antonio, imprenditore edile, missino, nostalgico del vecchio Giorgio Almirante, che quelli come Pertini li metteva volentieri al muro. Segno che Luigi s’è affrancato dal babbo, al netto dell’affetto e dell’Edipo. Né più né meno di quello che ha fatto l’altro astro nascente del Movimento, lo spettinato Alessandro Di Battista, figlio anche lui di un padre addirittura dannunziano e probabilmente motociclista. Il che potrebbe dirci qualcosa in più di quel che batte nei cuori stellati dei due figli. E se l’irruenza contro l’autorità, i Palazzi e lo Stato repubblicano, considerati fino a ieri scatole di tonno, sia il residuo involontario del vecchio sovversivismo che nutrì l’epopea in camicia nera nell’Italia dei padri, o sia virata per davvero nella forma libertaria, reticolare e pacifista rivendicata dal Movimento, nell’Italia dei figli.

In attesa che qualche lume lo accenda lo psicologo, o le future cronache politiche, uno dei due è andato in California, a coltivare sogni & surf, l’altro è salito in cima al ministero del Lavoro, dove lo attendono 160 tavoli di crisi, il buco nero dell’Ilva di Taranto da risolvere, il guaio dell’Iva da congelare, il guaio della flat tax da posticipare, il guaio del reddito di cittadinanza da distribuire, oltre all’impazienza di undici milioni di votanti, da qualche mese alla finestra.

Tutte cose da far tremare i polsi a un politico navigato. Ma che lasciano imperturbabile Luigi, che a volte esibisce una freddezza andreottiana nel carattere che riverbera persino nel modo di transitare davanti alle telecamere, muovendo le gambe, ma non le braccia. Un aplomb che di sicuro lo ha aiutato negli anni della dura convivenza con la signora presidentessa della Camera Laura Boldrini, intransigente in tutto, dai diritti delle donne Masai, a quelli della neolingua da declinarsi sempre al femminile. E dunque un poco faticosa per chiunque. Ma non per lui, accomodato e accomodante dentro al suo sorriso.

Persino Renzi premier, provò un giorno a scuoterlo. Nel pieno di una delle tante bagarre d’aula, gli scrisse un bigliettino: “Scusa l’ingenuità caro Luigi, ma voi fate sempre così? Mi ero fatto l’idea che su alcuni temi potessimo confrontarci”. Quieta fu la risposta: “La tua maggioranza ha votato il condono alle slot machine, miliardi per le banche e per gli F-35. Ti aspettavi gli applausi?”.

È stato dunque con massimo stupore che lo si vide, per la prima volta, perdere le staffe (e il senno) quella famosa domenica 27 maggio in cui chiese – con le vene del collo gonfie – niente di meno che la messa in stato di accusa del presidente Sergio Mattarella: “Scenderemo in piazza il 2 giugno! Non rispetta le regole! Non è più l’arbitro imparziale!”.

Invettiva che non lo fece dormire per una notte intera, ma che seppe voltare in farsa il giorno dopo, salendo in retromarcia al Colle per chiedere scusa, ignaro che i costituzionalisti continuassero ad accapigliarsi tra i labirinti della Carta e la sua filippica, mentre lo spread si alzava alto nei cieli dell’Europa attonita.

Da politico cresciuto nell’era berlusconica, ha imparato che si può dire e disdire qualunque cosa, compresi i congiuntivi, e pazienza per i conti pubblici. Dicendo qualunque cosa ci ha vinto le elezioni. Ha promesso soldi e insieme tagli. Rigore e “pace fiscale”, cioè l’ennesimo condono. Ha giurato di non essere né di destra, né di sinistra (“ma oltre”) per questo ha trattato con l’una e l’altra. Nel 2014 dettava alle tv: “Firmiamo per uscire dall’euro”. L’anno dopo diceva il contrario. Quello dopo ancora, il contrario del contrario. E oggi, accomodato tra gli scranni del governo, l’opposto di ieri: “Il Movimento non ha alcun interesse a uscire dall’euro”.

In compenso su soldi e casta è stato di massima coerenza. Si è autoridotto a 2.500 euro lo stipendio, finanziando col disavanzo il microcredito destinato alle imprese. E con quel che gli restava in tasca, i suoi completi da “venditore di Tecnocasa”, come gli rimproverano amici e nemici. Ma specialmente è stato coerente con Silvio Berlusconi, non azzardandosi mai a sedersi a un tavolo con lui, il Condannato, dopo i vent’anni di astuti bivacchi allestiti dalla sinistra.

Scontato che il suo fulmineo incedere abbia suscitato molti veleni. Gli hanno perlustrato la vita privata a caccia di ombre. La vita sentimentale in cerca di scandali. Quella sessuale in cerca di scoop. Vittorio Sgarbi, accomodato in streaming sul trono che si merita, il cesso di casa, gli ha augurato la morte fisica. Vittorio Feltri quella politica. Vincenzo De Luca addirittura di trovarsi un lavoro. Ma tanto livore svela il movente. E tutte e tre le contumelie fanno una prova: è livida invidia per la sua atletica giovinezza. Senza curarsi dei risolini è andato in visita a Washington e alla City di Londra. Ha letto in inglese meglio di Renzi e Berlusconi, anche se ha detto più o meno le stesse cose: “Investite da noi, siamo fortissimi”. Per mesi ha preteso per sé Palazzo Chigi. Ma il giorno che ha capito le regole dell’aritmetica, ha chinato il capo. E quando nessuno ci credeva più, ha rammendato un governo nuovo di zecca, magari improbabile, ma prontissimo a ratificare le mille nomine che arrederanno il nuovo potere nella Terza Repubblica. Lo ha fatto con un signor nessuno, il silenzioso Giuseppe Conte, e con il più periglioso degli alleati, Salvini, il Capitano, che a forza di coltivare rancore e di dare spallate contro l’immigrazione, gli toglie voce, centralità, terreno, spiazzandolo persino dentro al suo Movimento.

I voti persi alle ultimissime Amministrative, i Cinque Stelle indagati per lo stadio della Roma, sono le prime incrinature che guastano la festa del trionfo. Mentre Aquarius – e il muro d’acqua fabbricato contro i 629 migranti – segna l’esatta rotta dove la Lega di Salvini vuole navigare, i confini asciutti dell’Ungheria di Orbán, destinazione Mosca.

Dalla convivenza con l’alleato – e al netto del primo naufragio che l’ha stordito – si capirà se Luigi Di Maio ricomincerà a nuotare, rivelandosi miracoloso, oppure soltanto un miracolato.

Ceresani in pole per il posto di capo gabinetto di Fontana

Il fedelissimo di Maria Elena Boschi, Cristiano Ceresani, capo di gabinetto dell’allora ministro delle Riforme e poi capo della segreteria di Palazzo Chigi, è in pole position per un posto di capo di gabinetto al ministero della Famiglia, guidato da Lorenzo Fontana. Il suo sponsor è pesante: si tratta di Giancarlo Giorgetti, che ha garantito sulla sua professionalità. D’altra parte, Giorgetti ha già contribuito a sistemare alcuni ex collaboratori della Boschi. Ceresani, però, potrebbe essere il classico cavallo di Troia per il “governo del cambiamento”: di questo, almeno, sono convinti i funzionari che lavorano nei palazzi della politica da sempre. Ancora molto legato alla ex Sottosegretaria a Palazzo Chigi potrà vedere i testi dei decreti, che prima di arrivare in Consiglio dei ministri, passano in pre consiglio. Resisterà alla tentazione di dare qualche informazione a quella che fu la zarina del renzismo? O la Boschi conserverà la possibilità di venire a sapere notizie in anteprima e all’occorrenza cercare di interferire?

Forza Italia e l’espulsione in terapia intensiva

Nel Friuli-Venezia Giulia Forza Italia è scossa da un caso: la cacciata dal partito di Ettore Romoli, neo presidente del consiglio regionale, decisa dalla coordinatrice locale degli azzurri, la deputata Sandra Savino. Non tanto per il fatto in sé, ma per le sue tempistiche: Romoli è ricoverato in terapia intensiva a Udine, in gravissime condizioni dopo una delicata operazione.

I figli di Romoli, Andrea e Francesca, hanno scritto una lettera: “Abbiamo assistito sgomenti nelle ultime ore agli attacchi sempre più violenti e spietati che la coordinatrice regionale di Forza Italia Savino ha rivolto a nostro padre. Fino all’ultimo oltraggio: l’espulsione da Forza Italia con l’accusa di essere ‘troppo indipendente’, troppo al di sopra delle parti”.

La polemica era partita dalla decisione di Romoli di confermare, almeno fino a novembre, Giorgio Baiutti come capo Capo gabinetto della presidenza. Baiutti è uomo del Pd, sindaco di Tricesimo in quota centrosinistra ed è stato consigliere regionale fino al 2013. Una scelta contro corrente che ha scatenato l’ira di Savino.

“Io ero a Roma e non sapevo nulla delle reali condizioni di Romoli – assicura l’onorevole, sentita dal Fatto Quotidiano – sapevo che era in ospedale, ma non che fosse così grave: è quello che ho cercato di spiegare ai figli. Purtroppo però la politica ha tempi molto veloci e quello che si sta discutendo è un tema esclusivamente politico. Fra l’altro tecnicamente io non posso cacciare nessuno dal partito. Ho solo detto che Romoli, scegliendo come capo gabinetto un uomo del Pd, si poneva al di fuori delle linee del partito”.

Il caso è la punta dell’iceberg di una serie di scontri interni, in un partito che ha sì vinto le elezioni, ma che – con il 12% delle preferenze – è anche uscito fortemente ridimensionato rispetto all’alleato leghista (al 35%). Nei mesi scorsi si sono scontrate due linee: quella della Savino, che riteneva indispensabile avere in Friuli-Venezia Giulia un candidato alla presidenza di Forza Italia. E quella – alla fine vincente – dell’ex senatore azzurro Ferruccio Saro.

Pur essendo ormai ufficialmente esterno a Forza Italia, Saro ha ancora un forte seguito in Friuli: “Si respirava aria di cambiamento – spiega Saro – e ho sostenuto che dovessimo appoggiare Massimiliano Fedriga come presidente, anche se è leghista”. Così alla fine è stato e a rappresentare questa linea in Forza Italia è proprio Romoli, eletto come Presidente del Consiglio. “Poi è successo quel che è successo – dice ora Saro – per me la polemica è stata una cosa disumana”.

Berlusconi si libera pure di Panorama: lo prende Angelucci

L’ex deputato Antonio Angelucci, il “re” delle cliniche private laziali, sta per acquistare Panorama, la storica testata di Mondadori. Nel frattempo, bisogna sforbiciare: in omaggio alla moda che impone ampie dosi di macelleria sociale come preliminare necessario per la vendita delle attività in crisi, anche alla Mondadori stanno cercando di imporre ai circa 250 giornalisti dei periodici un taglio drastico degli stipendi fino al 40 per cento per poi poter piazzare più agevolmente le testate. Evidentemente sta facendo scuola il modello Alitalia dove l’acquirente più accreditato, i tedeschi di Lufthansa, si dicono disposti a prendersi pure la compagnia, anzi, pezzi di essa, a patto che chi ce l’ha in mano ora provveda a fare le pulizie, cioè mandi via in un modo o nell’altro migliaia di dipendenti. Alla Mondadori, al momento, si stanno concentrando su una riduzione sanguinosa del costo del lavoro.

Nelle intenzioni dei capi del gruppo di Segrate le prime testate a uscire dal perimetro berlusconian-mondadoriano dovrebbero essere TuStyle e Confidenze, accompagnate appunto da quella che fu la corazzata della casa: Panorama. Settimanale blasonato, che un tempo arrivò a vendere tra abbonamenti ed edicole circa 800 mila copie puntando al traguardo del milione, Panorama è ormai l’ombra di se stesso, con poche migliaia di copie vendute e soprattutto con bilanci sempre in negativo dell’ordine di circa 30 milioni di euro negli ultimi 4 anni. A tirarlo fuori dai guai per provare a rilanciarlo ci vorrebbe provare il gruppo Angelucci, che è in mano a due vecchie conoscenze di Silvio Berlusconi: il capostipite Antonio, eletto in Parlamento nel partito berlusconiano per più legislature, e Denis Verdini che di Berlusconi è stato a lungo l’ombra e che da un po’ di tempo è diventato proprio il factotum della parte editoriale degli Angelucci.

Ieri si è diffusa con insistenza la voce che l’affare fosse ormai concluso, ma il gruppo Angelucci in serata al Fatto Quotidiano ha ufficialmente negato che sia così. Le trattative sono comunque ben avviate da giorni e la parte tecnica della faccenda viene trattata per conto degli Angelucci dal giovane manager Daniele Cavaglià.

Gli Angelucci già dominano su un piccolo regno di carta che va da Libero al Tempo fino alla sfilza dei giornali locali del Centro Italia: il Corriere dell’Umbria, Viterbo, Siena e Arezzo.

Il settimanale Panorama potrebbe diventare l’allegato a uno di questi quotidiani sul modello del Venerdì di Repubblica e di Sette del Corriere della Sera.

Anche per TuStyle e Confidenze le trattative per la vendita vanno avanti tra alti e bassi da settimane. Il primo a proporsi per l’acquisto è stato un mezzo sconosciuto imprenditore croato, Angelo Aleksic, capo di un gruppo che si chiama European Network, forte in Italia di un solo dipendente. Dopo Aleksic anche Urbano Cairo, editore di La7 e del Corriere della Sera, si è affacciato al palazzo di Segrate sede della Mondadori con una proposta giudicata però inaccettabile dal venditore.

Nelle intenzioni dei capi di Segrate il taglio degli stipendi dei giornalisti dovrebbe rappresentare una specie di viatico per le vendite dei periodici. L’operazione dovrebbe riguardare in prima battuta i 16 giornalisti di TuStyle e gli 8 di Confidenze, ma è ovvio che una volta fatto passare il principio, il taglio sarebbe esteso a tutti i redattori, a cominciare da quelli di Panorama che è l’altro settimanale per cui le trattative sono in fase avanzata. Il 40 per cento di riduzione delle retribuzioni è la proposta choc di partenza dei capi Mondadori, ma è chiaro che ci saranno margini per la trattativa con i sindacati. Questa mattina i giornalisti di Segrate si riuniscono in assemblea per decidere quale tipo di mandato conferire ai propri rappresentanti in vista dell’incontro con l’azienda tra una settimana.

Corrado Guzzanti su Sibilia: “Forse Kubrick il primo sulla luna?”

Per le sue dichiarazioni spesso stravaganti e non solo, girano molti post ironici sul web su Carlo Sibilia, sottosegretario al ministero dell’Interno e deputato dei Cinque Stelle al secondo mandato. Il più esilarante non poteva che essere quello a firma di Corrado Guzzanti: “A proposito di Sibilia, non ho mai capito se i negazionisti dell’allunaggio esattamente sostengono: A) che l’uomo non è andato sulla luna nel ‘69 ma c’è poi finalmente riuscito in una missione Apollo successiva; B) che l’uomo non è mai andato sulla luna; C) che l’unica missione segretamente riuscita è stata l’Apollo 13; D) che Stanley Kubrick ha creato le luci per il set del finto allunaggio; E) che Stanley Kubrick è l’unico a essere andato veramente sulla luna per studiare le luci per il fake set sulla terra; F) lasciateli lavorare”.

Il guru di Salvini condannato per bancarotta e pieno di debiti

Il nuovo sottosegretario ai Trasporti Armando Siri è considerato il guru economico della Lega di Matteo Salvini e l’ideatore della flat tax. Il suo passato imprenditoriale però non brilla. Tre anni e mezzo fa Siri ha patteggiato con il tribunale di Milano una pena di un anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta, per via del crac della sua Mediaitalia, una società scomparsa lasciandosi alle spalle oltre un milione di euro di debiti.

Non c’è solo questo patteggiamento nel suo curriculum, ma pure una casa pignorata per oltre 40 mila euro di debiti nei confronti dell’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti. E poi ci sono le sanzioni per affissione abusiva di manifesti non pagate al Comune di Milano per quasi 150 mila euro. Insomma l’uomo che ha proposto la “pace fiscale” – ovvero la possibilità per i piccoli contribuenti di saldare le cartelle esattoriali versando un importo scontato – potrebbe essere tra i primi a beneficiarne. Sul suo capo pendono tre ordinanze di ingiunzione emesse nel 2014 dal Comune di Milano: una da 130 mila euro, una da quasi 17 mila e una da 1.700. In totale, oltre 148mila euro che agli uffici di Palazzo Marino non risultano ancora pagati.

Non solo Cosentino: il suo vero mentore è Nespoli

Sbaglia chi bolla la sottosegretaria leghista Giuseppina Castiello come “amica di Nicola Cosentino”. Non perché non sia vero: la deputata di Afragola (Napoli) era in buoni e cordiali rapporti con l’ex sottosegretario al Cipe in quota Forza Italia condannato per le collusioni con il clan dei Casalesi. Però se proprio vogliamo attribuire a Castiello una ‘paternità’ sulla sua carriera, prevale sicuramente il legame politico con l’ex senatore ed ex sindaco Pdl di Afragola Vincenzo Nespoli, sul quale pende una condanna in appello a sei anni per il fallimento della società di vigilanza “La Gazzella”, mentre è in dirittura d’arrivo il dibattimento di primo grado per le speculazioni della Sean Immobiliare, intestata alla moglie, due processi figlie di un’unica inchiesta dei pm di Napoli Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock.

Nespoli e Castiello provengono entrambi dalla destra sociale poi confluita nel Pdl berlusconiano attraverso Alleanza Nazionale. Ad Afragola, politicamente, erano una cosa sola. E il legame non si è rotto. Nespoli ha contribuito alla creazione di cinque liste a sostegno del neo sindaco di Afragola Claudio Grillo. Il candidato del centrodestra, sostenuto anche dai salviniani e da Castiello.