La passione per i servizi segreti e lo scivolone su Libia e Gwell

Sul curriculum vanta una laurea in Ingegneria e un master in “Intelligence e sicurezza”, sui social discetta di strategie militari e di come lavorare alla pace nel mondo. Però il neo sottosegretario M5S alla Difesa, Angelo Tofalo, non diede brillante prova di sé quando da membro del Copasir approcciò il tema delle tensioni in Libia attraverso un canale singolare. Ovvero quello creatogli da Annamaria Fontana e dal marito Mario Di Leva. I due gli chiesero e ottennero dei colloqui. Sostenevano di avere entrature in Libia, Di Leva – che Tofalo incontrò al bar 089 di Salerno – sostenne di poter assicurare una riappacificazione interna “creando un fronte unico contro l’Isis”. Nientedimeno.

La coppia è poi finita in carcere – e ha patteggiato condanne severe – con l’accusa di aver fornito missili a Khalifa Gwell, il leader libico insurrezionalista incontrato da Tofalo nell’autunno 2016 a Istanbul attraverso la mediazione di Fontana. Tofalo viaggiò con lei. La storia era imbarazzante, e il deputato corse a spiegare le sue ragioni in Procura. Il pm Maresca voleva indagarlo, e poi non lo fece, per “atti ostili a uno Stato estero”, perché si riteneva che Gwell volesse rovesciare il governo libico riconosciuto dall’Onu.

Nomine, il patto Lega-5Stelle regge e si allarga alla Meloni

Nel giorno in cui da Roma piovono carte che sono guai, gli alleati che non vogliono definirsi tali, Lega e Cinque Stelle, confermano il loro patto in Aula alla Camera. Perché il grillino Federico D’Incà viene eletto senza patemi nuovo questore di Montecitorio al posto di Riccardo Fraccaro, ormai ministro ai Rapporti con il Parlamento. E in cambio il Carroccio, con i voti dei 5Stelle, concede un regalino a un alleato ufficiale del centrodestra. Ossia la vicepresidenza della Camera a Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, al posto del leghista Lorenzo Fontana (anche lui ministro, alla Famiglia). Mentre il forzista Gregorio Fontana diventa il nuovo questore “anziano”, ovvero il presidente del collegio dei questori, al posto di Fraccaro. Ma la mossa pro-Rampelli preoccupa Fi, che teme lo slittamento della Meloni verso la maggioranza. Mentre nel M5S c’è il malumore di molte parlamentari.

Inquiete, perché volevano come nuovo questore una donna, come compensazione per un governo dove le elette a 5Stelle sono solo quattro (due ministri, Giulia Grillo e Barbara Lezzi, e due vice, Laura Castelli ed Emanuela Del Re) a cui vanno aggiunte due esterne, il ministro alla Difesa Trenta e il sottosegretario all’Agricoltura Pesce.

Un tema che ieri mattina è stato sollevato da alcune deputate anche in Aula, nelle chiacchiere a margine della votazione: “Ogni volta che nel Movimento decidono le cariche dall’alto, non scelgono mai donne”. E così nel voto interno in tante hanno sostenuto Dalila Nesci, calabrese, al secondo mandato. Ma primo è arrivato comunque D’Incà, veneto di 42 anni, anche lui al secondo mandato. E nella successiva, decisiva votazione, il Direttivo ha confermato il sì all’ex capogruppo. Buon per D’Incà, ortodosso silenzioso, non certo vicino al capo Di Maio. Ma in Aula è stato eletto in scioltezza, con 329 voti su 346 disponibili. E può essere lieta, eccome, anche la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che celebra così la vicepresidenza per il suo fedelissimo Rampelli: “Ringrazio i colleghi della Lega e di Forza Italia che hanno sostenuto la sua candidatura: un’altra dimostrazione della compattezza del centrodestra”.

Già, perché per Fdi il sostegno degli alleati è la migliore delle notizie. “Finalmente torniamo compatti dopo il 4 marzo” fanno notare. E soprattutto ora coltivano più speranze in vista della votazione per la presidenza del Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, per cui Meloni e i suoi spingono Edmondo Cirielli, questore alla Camera. Il rivale sarà un peso massimo, Lorenzo Guerini del Pd. Ma Cirielli potrebbe giovarsi della neutralità del M5S.

Di certo la sua eventuale “promozione” inciderebbe ulteriormente sui lavori dell’ufficio di presidenza, e quindi sulla partita dei vitalizi. Perché prima di riconvocare l’ufficio, il presidente della Camera Roberto Fico dovrà attendere che si dimettano i tre segretari d’Aula appena entrati nel governo, i 5Stelle Vincenzo Spadafora e Carlo Sibilia e il leghista Raffaele Volpi, e che vengano sostituiti. E a loro si potrebbe aggiungere Cirielli.

A Montecitorio contano di ricomporre il plenum dell’ufficio di presidenza la prossima settimana, per poi ripartire con i lavori sulla delibera sui vitalizi, di fatto già pronta. L’obiettivo è di farcela in due o tre sedute, approvandola entro la prima decade di luglio. Ammesso che più di qualcuno non si metta di mezzo.

Muore in ospedale. Il figlio: “Il respiratore era stato staccato”

Gualdo Formica, 67 anni, malato di Sla, è morto martedì all’ospedale Perrino di Brindisi. Se n’è accorto il figlio che alle 10 è andato a trovare il padre, “da quattro mesi tracheostomizzato per cui aveva bisogno di ventilazione invasiva h24”, e l’ha trovato senza vita: “Ho allertato immediatamente l’infermiere, il quale mi ha chiesto di attendere un attimo. Mi sono quindi rivolto a mio padre, e ho notato che il tubo della respirazione era staccato! Ho quindi guardato al macchinario e ho visto che il segnale era piatto”, si legge nella denuncia presentata da Franco Formico alla Procura della Repubblica di Brindisi. Dell’inchiesta è titolare la pm Paola Palumbo, la polizia dell’ufficio interno all’ospedale ha subito sequestrato il macchinario. “Pare evidente – scrive ancora Perrino nella denuncia – che mio padre è morto per responsabilità del personale sanitario che l’ha avuto in cura: chi doveva verificare che le macchine funzionassero regolarmente non lo ha fatto”. L’autorità giudiziaria, dopo l’acquisizione della documentazione clinica, darà l’incarico per l’autopsia previa iscrizione di eventuali indagati.

Fioravanti: “Cavallini legato ai Servizi? Non sarebbe qui”

“Gilberto Cavallini non lo vedo da 35 anni e in carcere si fanno compromessi strani soprattutto quando hai davanti una lunga detenzione. Io ne sono uscito senza compromessi, lui non so. Se ai tempi avessi saputo che aveva rapporti con i Servizi segreti deviati oggi non saremmo qua a fare un processo, ci avremmo pensato noi”. Calmo e impassibile anche quando parla dell’eventualità di uccidere il suo vecchio sodale e “amico fraterno”. Valerio Fioravanti, ex capo dei Nar, ha iniziato la sua testimonianza davanti alla Corte d’assise di Bologna che processa Cavallini, accusato di aver offerto supporto per la strage del 2 agosto a lui stesso, a sua moglie Francesca Mambro e a Luigi Ciavardini, i tre terroristi di destra condannati come autori nonostante la loro dichiarazione d’innocenza ripetuta anche ieri: “Per voi sono il mostro dei mostri, non mi aspetto di essere creduto in questo tribunale”.

L’uomo condannato a otto ergastoli ha ribadito di non sentirsi fascista – “lo sono mia madre, mio fratello e mia moglie ma non io” – e di non aver mai avuto rapporti con gerarchie militari o servizi segreti: “Avevamo una regola, se uno sosteneva di fare ‘attività’ come le nostre ma non finiva mai in carcere c’era qualcosa che non tornava, di poco chiaro. Doveva avere grandi protettori che noi non avevamo, infatti ci hanno sparato in tutte le salse”. Fioravanti cita gli ordinovisti Carlo Digilio, reo confesso con pena prescritta per la strage di piazza Fontana e Carlo Maria Maggi, condannato per piazza della Loggia: “Cavallini preferì aiutare lui a uscire dal processo sulla strage di piazza Fontana invece che noi ma su questo preferisco sospendere il giudizio, ho delle perplessità”.

Addio a Beatrice, il pm di Calciopoli

La malattia, lunga e crudele, ne aveva alterato i tratti somatici ma non ne aveva intaccato la gentilezza e la bontà d’animo. Il procuratore aggiunto di Napoli Filippo Beatrice portava addosso i segni della sofferenza, ma fino a quando le condizioni di salute glielo hanno consentito ha lavorato, ha coordinato i pm dell’anticamorra partenopea, ha ricevuto in ufficio e sorrideva all’interlocutore. Quasi scusandosi se la memoria “non è più come quella di una volta”, conseguenza dell’avanzare del male che lo ha stroncato ad appena 59 anni dopo qualche giorno di ricovero all’ospedale Cardarelli. Lascia la moglie, Ida Frongillo, anche lei pm a Napoli, sezione pubblica amministrazione, e due figli. “È stato l’anima della Procura di Napoli negli ultimi trent’anni, a molti poco noto perché non amava procurarsi vetrine, una persona straordinaria dal punto di vista umano, e uno dei migliori magistrati italiani” ha detto il consigliere togato del Csm Antonello Ardituro commemorandolo durante i lavori del plenum.

Ed era vero, non c’è retorica nelle parole di Ardituro, pm che ha lavorato per anni a Napoli. Beatrice era un procuratore rigoroso ed intellettualmente onesto, che non si lasciava ispirare dalla luce dei riflettori e casomai fu il circo mediatico a inseguirlo nella primavera bollente del 2006, quando esplose lo scandalo di Calciopoli, l’inchiesta condotta in tandem con il pm Giuseppe Narducci che riscrisse la storia dello sport più amato. Beatrice però preferiva parlare nelle aule di Tribunale. E nella requisitoria di Calciopoli tirò così la sintesi: “Il campionato 2004/05 è da ritenersi completamente falsato”.

Di quegli anni ruggenti Narducci ricorda al Fatto Quotidiano una battuta che attribuisce al collega ed amico: “Capita una volta in un secolo, o forse neppure, che si avveri il sogno di ogni pm appassionato di calcio: quello di condurre un’indagine usando l’Almanacco Panini. Questa fortuna era capitata a lui”. In anticamorra Beatrice è ricordato anche e soprattutto per l’inchiesta sui “magliari”, che scoperchiò una rete di investimenti e di riciclaggio dietro la vendita di prodotti falsi gestita dai clan del centro della città. Lavorava già al coordinamento della Dda quando arrivò dalla Cassazione la sentenza di prescrizione che cancellò Calciopoli, una enorme mole di lavoro e i numerosi reati acclarati.

La accolse con una miscela di dispiacere e rassegnazione, senza commentarla. Ma si sapeva come la pensava. Bastava rileggere una intervista di dieci fa all’Espresso, quando alla domanda se il mondo del calcio era così marcio come appariva dalle carte, rispose: “Non è molto diverso dall’Italia, riflette una serie di meschinità del Paese”.

Malato di sesso con l’Hiv: rischio contagio per 200

“L’Aids non è un virus, ma l’anticorpo stesso. Non sono contagiato perché quella malattia non esiste, così esorcizzo la morte”. A parlare è Claudio Pinti, 35 anni, originario di un Comune in provincia di Ancona, arrestato l’altroieri dalla Squadra mobile di Ancona e accusato di aver contagiato consapevolmente la sua fidanzata, una coetanea del posto, che a marzo ha scoperto di essere sieropositiva. Gli inquirenti, coordinati dalla Procura della Repubblica del capoluogo marchigiano, ritengono plausibili rapporti sessuali non protetti, etero e non solo, con 228 partner occasionali. Lui che, stando ai referti medici acquisiti dalla Procura, sapeva di essere sieropositivo dal lontano 2009.

L’indagine è all’inizio: lunedì sera l’ultimo rapporto consenziente, il giorno dopo gli agenti della mobile e dello Sco, il Servizio operativo centrale della polizia di Roma, guidati da Francesca Capaldo hanno bussato alla porta della casa di Montecarotto dove viveva assieme ai genitori. Padre e madre di Pinti, ai quali è stata affidata la figlia di Pinti, avuta da una precedente relazione. Proprio qui si nasconde un’ombra inquietante. La donna, sua coetanea, è morta nell’agosto del 2017, uccisa dall’Aids e qualora fosse confermato il nesso tra la malattia contratta e il decesso, per il nuovo “untore” il reato cambierebbe da lesioni gravissime dolose aggravate dalla malattia a omicidio con dolo eventuale.

Dalla peste manzoniana del 1630 allo choc di un contagio seriale da Hiv del Terzo millennio. Dai Promessi Sposi alla follia delle relazioni intessute su social network, chat, siti per incontri, a volte anche espliciti, dove offrire e chiedere sesso non necessariamente a pagamento. Il nuovo “untore”, apparentemente “malato” di sesso e perennemente a caccia di relazioni “facili” con donne sposate, più dirette e prive delle fasi del corteggiamento. Il sesso in testa, ma anche la lucida follia del negazionista, ossia di chi non ammette l’esistenza del virus e dunque non si è posto alcuno scrupolo a ogni preliminare di rapporto sessuale.

Lui stesso, secondo l’accusa, imponeva alle partner il sesso libero, senza protezioni, una sorta di vessillo di virilità. Così facendo potrebbe aver direttamente infettato oltre 200 persone – tante ne aveva registrate in una specie di file privato – e, come in un domino drammatico, a catena altre centinaia di persone.

La storia ha dei tratti analoghi a quella di Valentino Talluto, il 33enne romano che per anni, fino al 2017, ha intrattenuto rapporti con una trentina di donne, tacendo la sua sieropositività e infettandole. L’inchiesta di Ancona ora promette sviluppi inimmaginabili, specie dopo l’esplosione del caso con i suoi particolari. Ieri la questura del capoluogo marchigiano ha diffuso un appello: “Per esigenze investigative e per il rilevante interesse pubblico, la squadra mobile sta cercando di contattare coloro che possano aver avuto incontri sessuali con il Pinti. Chiunque fosse in possesso di notizie utili, è pregato di contattare con urgenza il personale della polizia di Ancona”. È lecito attendersi l’arrivo di nuove testimonianze scioccanti. Se non fosse stato per l’ultima fidanzata di Pinti, che ha fatto partire l’inchiesta, Pinti avrebbe continuato chissà per quanto le sue folli pratiche.

“Sono stata defraudata della libertà di scegliere, ingannata rispetto alla sua patologia. Ormai io sono stata contagiata e ho deciso di denunciare per porre fine alla sua cattiveria. Non vorrei che capitasse ad altre donne ciò che è successo a me”, ha raccontato la donna conosciuta per caso da Pinti a febbraio. Un incontro per strada, due chiacchiere, lo scambio dei numeri e l’inizio di una frequentazione. Ad aprile la donna ha iniziato ad accusare violenti stati febbrili e mal di gola. Una parente del Pinti le ha chiesto se fosse a conoscenza del fatto che lui fosse sieropositivo: “Il mondo le è caduto addosso _ racconta l’avvocato della donna –, l’ansia del virus poi confermata dalle analisi e una vita drasticamente cambiata. Il suo unico desiderio è stato quello di fermare Pinti, di evitare che ad altre donne potesse succedere la stessa cosa. I fatti sono maturati in un contesto di assurdi e conniventi silenzi. Tanti sapevano della sieropositività dell’uomo, ambienti familiari in particolare, ma tutti hanno taciuto”.

Augurò ai poliziotti di morire, maestra licenziata a Torino

Si è concluso dal punto di vista amministrativo con un decreto dell’Ufficio scolastico regionale del Piemonte del 7 giugno il caso di Lavinia Flavia Cassaro, la maestra che il 22 febbraio scorso aveva augurato la morte (ripresa dalle telecamere) contro le forze dell’ordine durante una manifestazione contro CasaPound a Torino. Per Cassaro è stato decretato il licenziamento con decorrenza dal primo marzo 2018. Lo rende noto il coordinatore nazionale del Cub Scuola Università Ricerca, Cosimo Scarinzi, che sottolinea che ìil Cub “continuerà a garantire la piena difesa di Lavinia Cassaro sia in sede legale che mediante l’azione sindacale”.

Secondo Cub Scuola Università Ricerca “il licenziamento appare una sanzione sproporzionata, così come riteniamo che il fatto che l’Usr non abbia voluto cogliere nessuno dei chiarimenti forniti nella memoria difensiva ma li abbia anzi stravolti e trasformati in ‘prove a carico’ della colpevolezza di Lavinia indica che, con molta probabilità, la sentenza era già scritta nel momento in cui Renzi e Fedeli ne hanno chiesto a gran voce il licenziamento”.

Oggi la decisione sulla morte dell’urologo Manca

Un appello al gip di Roma Elvira Tamburelli, perché comprenda “come magistrato, ma anche come donna e come madre, quello che può provare una madre nell’aver perso un figlio nel peggiore dei modi, con brutalità, violenza e malvagità, per poi vedere infangata quotidianamente la sua memoria”. E un altro al nuovo Guardasigilli Alfonso Bonafede “nei confronti del quale ripongo una grande fiducia, gli chiedo di aiutarci, di agire con coscienza’’.

Nel giorno dell’udienza che può chiudere la via dell’accertamento della verità sulla morte dell’urologo Attilio Manca, dopo quattordici anni di inchieste finite nel nulla e la condanna di una spacciatrice a 5 anni e 4 mesi, la madre Angelina lancia un ultimo sos diretto alle istituzioni, appesa alle parole del tossicologo bolognese Salvatore Giancane: quella sulla fine di Attilio, ha detto, “è una ricostruzione irragionevole e inverosimile di morte per droga”.

Con il setto nasale deviato e i testicoli massacrati, l’urologo Attilio Manca per lo Stato è morto a 35 anni per overdose, iniettandosi, da mancino, la droga nel braccio sinistro. Per 30 mila cittadini che hanno firmato un appello per la verità, invece, i misteri attorno al cadavere del medico di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) trovato nella sua casa di Viterbo il 12 febbraio 2004 sono ancora da decifrare, connessi come sono ai segreti che coprono la latitanza “protetta’’ del boss Bernardo Provenzano, arrestato due anni dopo, nel 2006, dopo 43 anni. Secondo alcune risultanze investigative il giovane urologo, già un luminare nel suo campo, sarebbe entrato in rapporto con il capomafia in occasione di un intervento alla prostata subito dal boss a Marsiglia.

L’ultima occasione è l’udienza di oggi davanti al gip di Roma che dovrà pronunciarsi sull’opposizione all’archiviazione presentata dai legali della famiglia Manca, gli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici, che hanno chiesto al magistrato di iscrivere nel registro degli indagati Ugo Manca, cugino del giovane urologo, e il condannato in appello per mafia Rosario Pio Cattafi.

È di Ugo Manca l’unica impronta palmare trovata nella casa della vittima, e Cattafi, già testimone nel processo della trattativa Stato mafia, è indicato dai pentiti come uno degli uomini “cerniera’’ tra le cosche barcellonesi e settori deviati dello Stato nei quali si sarebbe mosso anche il poliziotto Giovanni Aiello, morto lo scorso anno, sul quale i legali hanno chiesto di approfondire le indagini.

Per la signora Manca quella di oggi è l’ultima spiaggia investigativa, dopo che la commissione antimafia, che in un primo tempo aveva alimentato le sue speranze aprendo un fascicolo e convocandola in audizione, ha poi chiuso i lavori allineandosi alla versione ufficiale, e cioè la morte per droga: “È stata la cosa più vergognosa che potessi immaginare – dice Angelina Manc –. Ricordo quando l’onorevole Rosi Bindi ci ha convocato a Messina nel 2014, escludendo con forza la tesi del suicidio e dichiarando che avrebbe fatto di tutto per aiutarci. E invece in quella vergognosa relazione di maggioranza di qualche mese fa, l’onorevole Bindi si è rimangiata tutto scrivendo che mio figlio era morto per overdose”.

Piera Aiello, testimone di giustizia, si fa fotografare: “Eccomi, non ho paura

Piera Aiello, la testimone di giustizia e parlamentare M5S, ha deciso di riappropriarsi del proprio volto. Alle commemorazioni del capitano Mario D’Aleo ha deciso di farsi fotografare. Cognata di Rita Atria, la giovane che si dissociò dalla sua famiglia mafiosa morta suicida dopo l’omicidio di Borsellino, da 27 anni vive sotto protezione in una località segreta fuori dalla Sicilia.

Bar, benzinai e ville: sequestrato l’ultimo tesoro dei Graviano

Cinque distributori di benzina con bar tabacchi piazzati nelle vie di accesso a Palermo, appartamenti, terreni, box, villini e persino un parcheggio annesso all’hotel San Paolo, l’albergo (oggi confiscato) con uno spettacolare ascensore esterno con vista mare, che ha ospitato per anni la madre e la sorella dei fratelli Graviano in una delle sue suite: i giudici della sezione misure di prevenzione di Palermo confiscano un’altra consistente fetta del tesoro di Giuseppe e Filippo Graviano (oltre 10 milioni di euro), i boss stragisti di Brancaccio detentori dei segreti sulla stagione delle bombe del ’92-’94.

L’ultima rivelazione è di dieci giorni fa, pubblicata da questo giornale: “Mio cugino frequentava Berlusconi” – ha detto Giuseppe Graviano, incontrando in carcere nel dicembre scorso Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice ucciso in via D’Amelio con cinque agenti della scorta. La parte del tesoro dei Graviano colpita ieri era sfuggita ai giudici di merito, che avevano assolto con il dubbio (art. 530 secondo comma) i fratelli Graviano (Filippo e Benedetto) e uno dei prestanome, Angelo Lo Giudice, dall’accusa di trasferimento fraudolento di valori basata sulle dichiarazioni dei pentiti Fabio Tranchina, Gaspare Spatuzza e Fabrizio Iannolino. Gli stessi elementi, rivalutati dai giudici delle misure di prevenzione, la cui normativa prevede una soglia probatoria più bassa e l’inversione dell’onere della prova, hanno consentito di stabilire che i proventi delle attività servivano per finanziare la famiglia Graviano e che, soprattutto, i capitali iniziali di cugini, cognati, suoceri e persino una nonna di una ventina di affiliati della cosca di Brancaccio non avevano una provenienza lecita, poiché tutti i soggetti finanziatori delle attività o delle compravendite risultavano impossidenti o nullatenenti godendo, nonostante ciò, di un singolare credito da parte delle società petrolifere: è il caso, scrivono i giudici, di Vincenzo Lombardo, titolare dell’impianto IP di via Giafar, “in pregressi rapporti con soggetti come Rosa Bompasso e Angelo Lo Giudice, intestatari di attività operanti nello stesso settore e nella disponibilità dei Graviano’’ e “senza i mezzi per avviare alcuna attività di impresa’’.

Nonostante ciò la Agip Petroli Spa “ha concesso gratuitamente l’uso dell’impianto (cfr. contratto datato 30 maggio 2002) a Lombardo – è scritto nel provvedimento di confisca – che non poteva disporre di alcun importo neppure per l’acquisto dei beni strumentali minimi per lo svolgimento dell’attività”.

Non solo, ma in quel caso Lombardo “si è obbligato al pagamento immediato dei prodotti petroliferi a lui forniti per la vendita, da ordinare in quantità tali da mantenere l’impianto adeguatamente provvisto fino al successivo rifornimento’’. Chi gli dava il denaro? Per i giudici è un elemento “dirimente’’ per la confisca, visto che è “del tutto irrilevante che la sua proposta di prendere in gestione l’impianto sia stata accettata dalla Società petrolifera in ragione della sua esperienza nel settore’’, come emerge da una lettera dell’Eni del 23 marzo 2012 prodotta dalla difesa.